Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Sottili messaggi di genere

su 3 maggio 2015

ASCOLTARE PARLARE

 

Desidero tornare sul tema del linguaggio, perché è un fattore cruciale di costruzione dei ruoli e delle relazioni interpersonali, troppo spesso dimenticato, banalizzato e considerato ininfluente. Alcune teorie “che si richiamano al postmodernismo, come il costruzionismo sociale e la teoria del discorso individuano nel linguaggio e in altre forme simboliche le fonti dei concetti alla base del pensiero” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000). Quindi il pensiero e il linguaggio risulterebbero inseparabili e tutte le forme di rappresentazione più comuni, come il linguaggio scritto e parlato, non sarebbero altro che l’incarnazione plastica e la “riproduzione delle relazioni di potere vigenti (incluse quelle tra i sessi)”. Da qui l’importanza centrale del linguaggio, cosa dovremmo dire, come e a chi, nei tentativi di modificare prassi discriminatorie e disuguaglianze. Il linguaggio non è un formalismo sterile e asettico, ma con il suo utilizzo quotidiano ciascuno di noi sperimenta, produce e riproduce le caratteristiche cardine di una società, le relazioni, le disparità, i conflitti, i costumi, le pratiche sociali. È una struttura spesso strumentale alla replica all’infinito delle medesime regole nelle relazioni interpersonali, veicolo anche di differenze e disparità tra i sessi, funzionale al mantenimento di una rappresentazione sclerotizzata dei sessi. Da questo nasce la necessità di un uso diverso di questo mezzo così potente e che permea le nostre relazioni interpersonali. I “sottili messaggi di genere” veicolati dal linguaggio deformano l’ottica attraverso la quale i sessi sono considerati. Così l’uomo è un signore, sia che sia celibe, sia che sia coniugato. La donna ha la variante signora e signorina. Le attività di una donna vengono filtrate attraverso la lente del suo stato civile. Così come, in sede di colloquio lo stato civile diviene metro di valutazione delle capacità e delle competenze professionali. Tutto assume una rilevanza secondaria, e l’aspetto primario è assunto dallo stato civile, ovunque, soprattutto nei media.

Dale Spender ha cercato di esplorare le tracce sessiste implicite nel linguaggio. Nel suo Man Made Language del 1980, sostiene che l’esperienza e la presenza femminile siano occultate e rese invisibili dall’azione di una vasta gamma di prassi linguistiche. Spender è convinta che “lo sviluppo del linguaggio sia stato dominato dagli uomini e dagli interessi maschili e che la cultura e le prassi sociali abbiano seguito gli assunti enunciati dal linguaggio. Esso non consentirebbe di dar voce all’esperienza femminile per tutta una serie di ragioni, tra le quali la propensione a porre l’esperienza maschile come standard”. Da qui deriva anche la repulsione verso tutto ciò che non è standard. Ci sono ambiti lessicali, come quello sessualità, in cui c’è una predominanza di termini con una prospettiva maschile, per i quali mancano degli equivalenti femminili. Per non parlare poi della differente “percezione” delle parole scapolo-zitella, con un chiaro accento denigratorio implicito nella seconda. Lo stesso avviene per la lunga lista di termini adoperati per descrivere delle abitudini sessuali promiscue delle donne, di carattere dispregiativo (puttana, troia, cagna ecc.), mentre per gli uomini tali epiteti sono meno numerosi e solitamente dotati di una sfumatura positiva (esempio: stallone). Spender si schiera contro l’uso di termini generici, come uomo, per riferirsi all’insieme dei due sessi. Non è vero che tutti sono consci di questa inclusione dei due sessi, spesso questi termini evocano un’immagine maschile. Per sfuggire a questo meccanismo, occorre generare un nuovo linguaggio, che sia nostro, che generi nuova consapevolezza. Un esempio è la campagna donne con la A, lanciata lo scorso 8 marzo da SNOQ. Si tratta di conferire nuova sostanza al terreno del linguaggio, in modo che sia in grado di trasmettere un cambiamento, per dar voce alla presenza delle donne ed esserne testimonianza viva. Rinominare, per ridefinire e pensare in modo diverso. Occorre adoperare un linguaggio adeguato, che permetta di identificare e riconoscere anche le sfumature rivelatrici di un sistema oppressivo e discriminatorio. Ci sono dei termini che infuocano il dibattito, perché sono rivelatori e sparigliano le carte. Recentemente mi è capitato di rilevare un atteggiamento sessista e di esplicitare tale percezione. Alla parola “sessista” è come se si fosse accesa la miccia. Le reazioni che si sono sollevate mi hanno dato l’evidenza di aver colto nel segno e che la mia definizione fosse calzante. Una donna presente mi ha detto che forse avevo esagerato, ma io resto convinta dell’importanza di definire le cose per quello che sono, senza edulcorazioni o mediazioni di sorta. Non ammetto complicità.
Concludo con un frammento tratto da pag. 134 del testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000:

“Il patriarcato si fonda sulla diffusa accettazione della veridicità di certi discorsi (che “costruiscono” la femminilità, la mascolinità e la sessualità secondo modalità proprie) e sulla capacità espressa nel corso della storia (nella chiesa, nella legge e nel governo) da alcuni uomini potenti di definire “verità” sempre diverse sulle abilità e le disposizioni dei due sessi, facendo leva soprattutto sul controllo del discorso pubblico (per esempio, delle pubblicazioni scientifiche). È importante riconoscere qui che questo tipo di discorsi non sono soltanto modi di dire, scollegati da ciò che le persone realmente fanno, ma importanti elementi di stretto collegamento con le prassi sociali vigenti. Per esempio i discorsi prevalenti in tema di sessualità permettono di considerare empaticamente gli uomini che perpetrano violenza sessuale ai danni di una donna come “persone mosse da un impulso naturale” e le loro vittime, persone che hanno agito “provocatoriamente”.

Attraverso il linguaggio possiamo forgiare persone e relazioni diverse. Basta rompere gli schemi che vengono costruiti su presunte verità sui due sessi. Il linguaggio incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci, di strutturare il nostro ambiente e la nostra società. Possiamo essere attori consapevoli del contenuto dei nostri discorsi, sia quando parliamo, che quando scriviamo.

 

“I limiti del mio linguaggio determinano il limite del mio mondo”.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

 

Vi segnalo un bel testo fresco di stampa (QUI) La grammatica la fa… la differenza, AA. VV.
Illustrazioni di Gabriella Carofiglio, Casa Editrice Mammeonline. Ringrazio per la segnalazione Donatella Caione, responsabile della piccola Casa Editrice di Foggia. Un progetto della mia terra!

Per ripristinare correttezza lessicale ed equità tra i sessi, è bene proprio partire dal rispetto della grammatica!
Un libro di racconti, filastrocche e fiabe che in maniera spontanea e non forzata mostra a bambini e bambine la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere.
Che le donne, nei secoli, siano state poco considerate è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.
Bisogna ripartire dalla lingua ed è necessario cominciare a parlarne a chi con la lingua ha il primo approccio: i bambini e le bambine.
Questo libro si propone di suscitare la curiosità verso argomenti apparentemente immutabili, facendo comprendere che gli strumenti per cambiare il nostro modo di parlare e pensare, rispetto al genere femminile, la lingua li possiede già, basta solo cominciare a usarli correttamente.
Un inserto rivolto agli insegnanti, ma non solo, contiene delle schede didattiche che spiegano i punti fondamentali dell’uso del linguaggio di genere, in modo da fornire gli strumenti per approfondire l’argomento con i/le bambini/e, accompagnando così la lettura delle filastrocche e delle fiabe/racconti.
Fiabe e filastrocche sono state scritte da note autrici di letteratura per l’infanzia.
Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provinvia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.
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5 responses to “Sottili messaggi di genere

  1. IDA ha detto:

    Brava Simona! Fai bene a insistere sul linguaggio, che è l’elemento fondamentale, perché chi ha il dominio ha anche il linguaggio, è il linguaggio che determina il dominio maschile e lo rende come un fatto naturale e ineluttabile. È il linguaggio che stabilisce il ruolo, i compiti le funzioni.
    Nel rapporto relazionale tra uomo e donna quante forme passive conosci riferite ad un uomo? Riferite ad una donna ce ne sono un’infinità.. Non c’è schiavitù delle donne, c’è differenza, ti viene detto.. ma la differenza non sta nel sesso, ma sta nel dominio.. Noi donne guardiamo gli uomini, ma cosa diciamo? Che bel ragazzo, che bell’uomo… gli uomini che bel culo che bella fica.. L’oggettivazione la fa chi ha il potere e il linguaggio per farla, noi donne non possiamo perché non abbiamo il dominio ne il linguaggio per farlo.
    Per offendere un uomo basta associarlo ad un qualcosa di femminile e comunque non esiste un corrispettivo di puttana per il maschio etero. I termini puttana; troia e un’infinità di sinonimi, serve a stabilire chi è il dominante e chi il dominato, serve a stabilire che il dominante ha il diritto di vessare la vittima, serve a colpevolizzare la vittima.. l’uso e l’abuso di queste parole è feroce ed esercita la tirannia sull’io fisico e mentale di chi le riceve.. è un abuso del maschio, che ci ricorda che siamo delle subalterne.

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  2. IDA ha detto:

    Sul rapporto linguaggio e dominio di genere, penso che Virginia Woolf, sia stata la prima.
    La Woolf diceva che è più importante la storia dell’opposizione degli uomini all’emancipazione della donna , che l’emancipazione stessa.
    Su questo argomento, di Virginia Woolf, mi viene soprattutto da pensare alla “Storia della sorella di Shakespeare” :
    “Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o di badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché era gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre.”
    “Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella; ma voi non cercatela nella biografia del poeta..[…]Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. ..[…] Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena.”

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    • simonasforza ha detto:

      Che meraviglia questo frammento che mi hai regalato! GRAZIE IDA! 🙂 Stiamo lavorando per lei, perché la sua, le nostre storie (per quanto mai narrate, invisibili, ma importanti), le voci di tutte ci siano da guida, per l’oggi e per il futuro, per cambiare quell’assetto di potere, di dominio, partendo proprio dal linguaggio.

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  3. Paolo ha detto:

    il linguaggio di genere va bene, ad esempio ritengo giusto declinare le professioni al femminile quando svolte da donne, credo che la differente percezione di “scapolo/zitella” sia più un fatto culturale sempre meno diffuso nell’occidente avanzato dove per lo più oggi si usa la parola inglese e unisex “single”

    comunque il termine negativo per descrivere un uomo dalla vita sessuale disinvolta o dai modi volgari esiste ed è “porco”
    E’ però vero che troppo spesso una donna disinibita viene giudicata più severamente ed è sbagliato.
    Però non credo in un approccio eccessivamente politically correct al linguaggio, anche le parole nate come offese possono cambiare di segno a seconda del contesto e di chi le dice e con che intenzione
    “negro” in bocca a Borghezio è una cosa, in un film di Tarantino è un’altra.

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