Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quando la tv produce “diseducazione di massa”


Nel flusso ininterrotto e interminabile delle forme attraverso le quali si normalizza la violenza, non vi è dubbio che la tv concorra a sfornare una consistente fetta dei produttori di “diseducazione di massa”.
Quando si tratta di far passare messaggi nocivi pur di fare audience, i reality sono al primo posto e purtroppo, avendo un buon seguito, riescono a fare danni su un gran numero di persone, specialmente giovani e giovanissimi. Non c’è filtro, non c’è controllo, nemmeno a posteriori, tutto passa e scorre come l’acqua, pur essendo spesso altamente pericoloso. Tra luci, lustrini e vip, che di importante non hanno nulla, passa veramente ogni cosa come, ad esempio, al Grande Fratello Vip, che ha già in passato dato prova di riuscire a sfornare episodi pessimi, serviti senza la capacità di fornire un freno, una stigmatizzazione, un limite. Quest’anno, è la volta di Ivan Cattaneo che ha tranquillamente formulato questo pensiero:

“Rifiutare una donna è peggio che violentarla. Perché nel secondo caso almeno si sente oggetto del desiderio”.

Abbiamo davanti una ennesima declinazione del concetto per cui “alle donne alla fine, tutto sommato, piace subire violenza”. Nessun trauma, nessuna ferita psicofisica, nessuna traccia, solo benefici a quanto pare per le donne, che restano oggetti sessuali, si badi bene, a disposizione e conseguentemente da consumare. Non è comprensibile la genesi di una frase di questo genere, indigesta, intrisa di pregiudizi, ma soprattutto tagliente, malefica e capace di reiterare la violenza, addirittura moltiplicandola.
Chi ha subito uno stupro si sente annientata sentendo quelle parole andate in onda, mentre chi lo ha commesso viene riabilitato, apparendo quasi un benefattore. In questo giro di frittata, viene servita su un piatto d’argento una porzione di puro machismo nostrano, che davvero appare talmente radicato nella mentalità da essere espresso con naturalezza e disinvoltura in ogni occasione, nella colpevole assenza di chi avrebbe potuto stigmatizzare a sufficienza e riconoscere come inaccettabili e altamente lesive certe espressioni.
Se tutto andato in onda su Mediaset Extra, che segue la diretta del programma di Canale 5, mercoledì sera intorno alle 23.30, ci pensa anche la carta stampata a peggiorare ulteriormente il livello. Difatti Il Giornale al riguardo della frase di Cattaneo si interroga: “Ma si può dire che una donna si senta oggetto del desiderio quando viene violentata?”. Ci si sente arbitri di un ipotetico confronto ideale sull’argomento, così come i giudici della trasmissione in questione. Tanto immersi nel loro preconfezionato ruolo che paventano al cantautore l’espulsione per essere rimasto nudo davanti alle telecamere in fascia protetta e poi non considerano più che sufficiente mandarlo via per quanto affermato in merito alla violenza sessuale.
Certo sappiamo quanto siamo ben lontani in certi ambiti dal dare il giusto peso e valore alle parole, visto che ognuno si sente legittimato a esprimere concetti sempre più indegni, a sdoganare e accarezzare i peggiori comportamenti, deformando la realtà, negando quanto devastante sia l’esperienza di uno stupro, sottraendo forza al lavoro di quanti da anni si impegnano per cambiare la cultura alla base della violenza. Dovremmo imparare a fare ascolti senza assecondare la cultura dello stupro.
Non possiamo voltare la testa dall’altra parte e considerare quanto avvenuto al Grande Fratello Vip parte dello show, perché questa spazzatura servita spesso e volentieri non ci permette di costruire un immaginario diverso, una società in cui la violenza sulle donne non abbia alibi e non sia qualcosa su cui costruire battute.
La violenza lascia segni indelebili, non dimentichiamolo mai. Come ammenda Mediaset dovrebbe innanzitutto chiedere scusa e poi accogliere le testimonianze delle donne che hanno subito violenza, mostrare la realtà così com’è, perché si ha come l’impressione che non la conoscano o non vogliano vederla.
Simona Sforza e Maddalena Robustelli per Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Parità in ogni contesto


La rappresentazione delle donne e la considerazione che hanno i loro successi in ogni ambito costituiscono la misura del grado di progresso del processo di attuazione del principio di uguaglianza e di parità di un Paese. Nell’ambito dello sport al femminile persistono ancora numerosi limiti, discriminazioni, stereotipi, resistenze e tentativi di mantenere nell’ombra i meritevoli e faticosi traguardi raggiunti. Non serve dettagliare ciò che è sotto ai nostri occhi, la palese disinformazione e sottorappresentazione delle donne nello sport sui media tradizionali e digitali, con le calciatrici considerate ancora “dilettanti” per lo Stato italiano, tanto da non poter essere tutelate dalla Legge n. 91/1981 sul professionismo sportivo, che consentirebbe loro di accedere a un contratto di lavoro, ai contributi previdenziali, alla tutela della maternità, a una adeguata tutela infortunistica. Poco più che un hobby. Meno di tutto. Eppure i risultati e gli sforzi sono gli stessi, anzi viste le difficoltà pratiche che le donne si trovano ad affrontare, forse denotano una marcia in più. Non è solo una questione di ingaggi e di compensi, molto c’è ancora da sistemare. Sarebbe un segnale di civiltà.

Continuiamo ad assistere a un evidente tentativo di delegittimazione delle nostre sportive. A partire dal silenzio sui successi delle nostre atlete della Nazionale di ginnastica ritmica, fino all’amara constatazione che le partite delle azzurre non meritano di essere mandate in onda sulle principali reti pubbliche. A tal proposito segnalo una petizione “Calcio femminile: Azzurre sulla Rai!” .

Una storia che si ripete e non si riesce a scalfire, nonostante gli enormi sforzi di associazioni impegnate da anni su questi fronti, in primis le battaglie condotte da Assist – Associazione Nazionale Atlete. C’è da prendere atto del fatto che il mondo maschile riesce sempre a fare muro, quadrato, ostacolando qualsiasi tentativo di cambiamento. Per questo è auspicabile che tra donne si unisca sempre meglio le forze.

La Nazionale azzurra dopo 19 anni si qualifica ai mondiali e viene relegata in fondo alle pagine dei quotidiani sportivi, resa volontariamente microscopica. Il Paese sembra in preda al lutto nazionale dopo l’esclusione della compagine maschile dai mondiali e quindi si manda nell’oblio tutto l’enorme sforzo delle nostre Azzurre, non sia mai sconvolgere e ribaltare decenni di mentalità maschile. Così notiamo con rammarico come sulla pagina Facebook della Lega nazionale dilettanti non vi sia traccia delle nostre Azzurre e del loro straordinario traguardo. Pochi i post dei successi delle donne in generale. Non mancano però immagini tipiche dell’ordinario immaginario maschile, che quando si tratta di donne, le riesce a rappresentare quasi sempre attraverso schemi e inquadrature immancabilmente irrispettose. Un chiaro segnale della considerazione che si dedica alle donne, un rimarcare stereotipi e cliché sui corpi femminili, perché questo è l’importante, tutto il resto non conta. Cornici, vallette, ombrelline, figuranti, involucri da addobbo, una narrazione ferma ai tempi della trasmissione “Drive in”. Riteniamo che sia ora di cambiare.




 

Pertanto chiediamo a tutti gli attori interessati, che si cambi registro e si faccia entrare aria nuova nell’informazione e nel modo di raccontare lo sport al femminile, dando il giusto risalto e valorizzando quanto compiuto dalle donne, affinché si attui un trattamento paritario, che contribuisca a cambiare la mentalità, a scardinare consuetudini svilenti, per dare testimonianza di ciò che è in grado di fare l’altra metà dello sport, che salvo casi eccezionali, continua a essere snobbato e sottovalutato. Dallo sport può partire una rivoluzione importante per la piena emancipazione e affermazione delle donne in ogni contesto di vita.

 


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Sensazioni dal Paese con la testa che guarda indietro

@ Olimpia Zagnoli


Mi trovo in un vortice di pensieri difficili da maneggiare, sensazioni e percezioni sgradevoli, mi sento appesantita, schiacciata dalle notizie di due giovani vite stroncate prematuramente. Mi sento paralizzata e queste prime parole che sto scrivendo hanno avuto bisogno di superare il senso di nausea che mi provoca questo paese, che tra i lustrini di un Sanremo che simula un’attenzione per le donne (condito naturalmente dall’immancabile, molesto messaggio di sottofondo “tornate a fare figli e a fare le mamme”) e le vittime di violenza e poi nei fatti si comporta all’opposto e il fiume in piena di promesse, rumore e violenza da campagna elettorale, è dotato dei quotidiani più meschini, scritti da alcune firme che nonostante gli appelli, i manifesti, i richiami continuano ad incrementare la dose di morbosità e di romanzato attorno alle donne. Un dilagare che non ha più territori in cui non giunge. Non c’è più una soglia prima della quale si sceglie di fermarsi. Non c’è nemmeno il pudore e il rispetto per chi non c’è più. Non importa il come non ci sono più, la maniera di trattare le vite di queste donne è sempre la medesima. Corpi, giudizi un tanto al chilo, ricostruzioni del tutto infondate, invisibilizzazione delle vittime, ricerca esasperata di un elemento di colore e di melodramma in storie che sono terribilmente dolorose e quel dolore va rispettato, esige che ci si sappia regolare, bloccare prima, anche a costo di non scrivere nulla. Accanto al dovere di cronaca esiste un dovere di rispettare le persone, soprattutto se non ci sono più e non possono difendersi. Invece, con queste modalità di fare pseudo informazione, tutto passerà e resterà solo la spazzatura di quelle penne che ci hanno ricamato su. Perché alla fine, sarà impossibile cancellare premendo il tasto rewind. E da troppo tempo c’è un diffuso senso di reale e colpevole indifferenza per ciò che le donne si trovano a vivere e a subire. Donne le cui difficoltà e ostacoli si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione, senza che a nessuno importi di interrompere questo ciclo.

Nulla è innocuo, come non lo è questo articolo (che non è l’unico e non cambia la sostanza se poi è stato rimosso dall’edizione online) che riesce a cambiare radicalmente il punto di osservazione, creando empatia verso un uomo che si è chiaramente approfittato di una ragazza sola, giovanissima, in difficoltà. Una ricostruzione romanzata che assolve e normalizza un abuso, perché di questo si tratta. Qui scompare il ruolo attivo di uno stupratore e resta solo una ragazza che vende la sua bellezza. Se Pamela sulla sua strada non avesse incontrato un soggetto che si è preoccupato solo di soddisfare i suoi interessi da cliente abusando di una ragazza, forse la storia non si sarebbe conclusa così tragicamente. È una responsabilità collettiva che manca ed è quella differenza che possiamo fare tutti e tutte se dotati/e di una cultura diversa, se non continueremo a ribaltare piani e punti di vista ma ricostruiremo i fatti senza alterare la realtà e il fatto che se non cambieremo continueremo a perdere tante e tante donne, solo perché nell’egoismo, nell’indifferenza e in frasi come “il mestiere più antico del mondo ” si nasconde il peggio dell’umanità. Smettiamola di assecondare e di giustificare questa robaccia. Non siamo allo stato di natura e tutti siamo in grado di compiere scelte corrette se adeguatamente educati e consapevoli delle nostre azioni. Perché occorre comprendere che continuare a giustificare gli uomini per le loro abitudini e la loro mentalità genererà solo altre vite interrotte, distrutte, annientate e segnate.

Eppure i valori e i punti di riferimento sembrano ancorati ancora a un passato in cui le donne erano considerate esseri umani di serie b, oggetti appartenenti a un uomo, che fosse padre, marito o fratello. Così siamo ancora considerate, corpi, oggetti, campi su cui combattere guerre e agire conflitti, strumentalizzando le donne per altri fini. Nulla di più scontato se ci adoperano in chiave razzista e xenofoba, ci fanno diventare vessilli di cieche furie fasciste. Ma il nostro massacro continua, non si ferma, in un modo o nell’altro passa inosservato, se non deformato e riciclato in altra chiave. Si parla di noi solo in termini morbosi e voujeristici, con uno stile immutato dai giornali di cronaca nera degli anni ’50 e ’60.

In un paese in cui è tuttora considerato sano e normale abusare di una donna, secoli di cultura patriarcale e machista non possiamo scardinarli con la sola forza del pensiero. Se dopo le ondate degli scandali berlusconiani, ridotti a brandelli a distanza di una manciata di anni, se si vuole picconare e abbattere il pilastro della legge Merlin che punisce lo sfruttamento della prostituzione, evidentemente ci vuole molta più decisione e qualcosa va aggiustata se vogliamo seriamente contrastare questa deriva culturale.

Tutto è legato, strettamente interconnesso. Così non bastano le parole, non ce ne sono più. Un deserto attorno alle vite delle donne, strattonate ora di qua ora di là, utili alla bisogna, incelofanate in statistiche e in ricostruzioni deturpanti e che tolgono dignità, deumanizzate, incasellate e suddivise in categorie, svuotate e riempite di istanze da chi non ha mai ascoltato veramente le loro voci. Questo accade in questo putridume di paese, diviso, sezionato, mai risolto, mai educato, mai liberato da zavorre culturali altamente nocive. Contente saremo alla mercé dei programmi elettorali. E anche se le donne denunciano le violenze, come emerge dall’analisi della commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato e i casi di assoluzione dei violenti variano da regione a regione. Sanzioni blande per le molestie sul lavoro, la valutazione errata delle situazioni, la consuetudine a derubricare le violenze a conflitti familiari, l’ombra della Pas, i sistemi informativi che non parlano tra loro, una raccolta dati inefficiente e lacunosa. Anche la commissione auspica che i media abbandonino la spettacolarizzazione o certe derive in caso di violenza e di femminicidi. Ma con gli auspici non andiamo lontano se non c’è un sistema che penalizzi simili abitudini.

E forse la chiave per capire cosa veramente muove tutto e perpetua un certo status quo è nel potere.

Oggi come secoli fa, quando ci mandavano al rogo per «una competizione senza quartiere fra le Chiese cattolica e protestante per la suddivisione del mercato religioso».

Utili a muovere gli ingranaggi, oggi come ieri, le nostre vite, i nostri destini, i nostri sogni finiscono tutti sul rogo e sembra possibile torturare i nostri diritti perché, nonostante tante battaglie, è più facile e rapido tornare indietro e perdere di nuovo tutto. Per colpa di chi non ha mai voluto ascoltarci e considerarci per tutto l’universo complesso e variegato che siamo. Per colpa di chi ci ha usato e continua a farlo. Per colpa di chi prende e strappa. Per colpa di chi non fa mai domande e non incrina mai le buone e sante abitudini. Per colpa di chi sembra indifferente alla realtà che vivono le donne e vuole credere che tutto va bene. Per colpa di chi considera le donne e i loro diritti materiale da sfruttare politicamente ed elettoralmente. Non affannatevi, è una pantomima indegna che respingiamo al mittente. Se è necessaria una responsabilizzazione collettiva, è necessario che questa sia sincera, autentica, non posticcia, a corrente alternata, altrimenti i risultati saranno nulli, se non addirittura controproducenti. In anni di militanza ho imparato a riconoscervi.

Il clima asfittico italiano lo si denota anche dalle blande lettere scritte da attrici e da giornaliste in tema di molestie. è giunto il momento di parlare chiaramente di cosa accade nel mondo del giornalismo e dappertutto (perché nel 2015 non avete seguito la strada aperta da Olga Ricci, dove eravate?). Iniziamo a fare un vero #metoo con nomi, testate, storie e testimonianze.

È il momento del coraggio, della trasparenza: un varco che potrebbe chiudersi presto e che non va sprecato con metodi fumosi, tiepidi e vaghi. Le parole possono essere forti tanto da spaccare un muro di consuetudini, è il momento, un fenomeno cosmico raro da cogliere.

Il sistema per cambiare deve crollare e deve per prima osa incrinarsi il clima di omertà e impunità, deve iniziare a tremare e sentirsi in pericolo. L’estinzione parte da una denuncia forte e circostanziata.

Questo mondo ha bisogno di poesia e da questa lirica di Dale Zaccaria ricomincio a sperare, a ritrovare la fiducia. Credo che questa sia la sorellanza, arriva quando sei smarrita e ti spinge ad andare avanti. Grazie Dale.

Donna/per chi ti ha violato/per chi non ti ha amato/donna sincera/scogliera di mare/buia come la notte/forte come la luna piena/donna bambina/legata alle stelle/fatta di nuova terra/di nuova pelle/donna per tutta la vita/che nasci generando/che accendi sempre il mondo/donna amata/donna gettata sulla strada/madre sola/nuova luce/nuova memoria/donna che ti hanno creato e poi ti hanno ucciso/donna come la sabbia/ la porta il vento/nella storia di tutti/nella fine di un canto.

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Senza rispetto. La violenza contro le donne nel tritacarne mediatico.

@Anna Godeassi

@Anna Godeassi

Certe cose ti paralizzano. Si è superato il limite, di tanto. Il limite del rispetto. Un burrone senza fondo. Un impasto nocivo dato in pasto senza porsi domande sulla sua opportunità. Un danno enorme questo genere di tv.

Sentire ripetere più volte “sei bella”, “un’altra ragazza bella come te”, come se la violenza colpisse solo le donne belle, come se il problema fosse la bellezza. “Un uomo ha attentato alla bellezza.”

E poi giù la pioggia battente con le stesse parole, un uomo può arrivare a questo genere di azioni per “troppo amore”. Una vita, una violenza, una giovane donna sola, in balia dei media, senza che nessuno le crei un sostegno, che la porti a prendere consapevolezza che quello non è amore, che una relazione in cui entra la violenza non è una relazione sana, normale. L’amore non c’entra nulla. Le luci, le telecamere hanno violato quello che era un momento delicato, il momento che Ylenia avrebbe dovuto dedicare a se stessa, per ritrovarsi. Con l’aiuto di qualcuno che non le permettesse di lasciarsi mangiare dai media, non curanti di lei e del suo passato, non curanti del fatto che fosse prioritario aiutare lei, per il suo futuro, perché questa è la priorità, affinché lei possa costruire un futuro diverso da quanto sinora vissuto, con nuovi punti di riferimento, dovrà riempire di nuovi significati le parole,  le emozioni, per i sentimenti, per le relazioni.

 

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Cambiamo linguaggio, cambiamo cultura

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Quando parliamo di educazione al rispetto e a relazioni paritarie tra uomini e donne, quando rimarchiamo la necessità di azioni di prevenzione e contrasto alla violenza in ogni ambito e in modo deciso, pretendiamo che non ci siano “recinti” in cui sia dato libero spazio per diffondere impunemente messaggi che legittimano la violenza contro le donne.
L’ultimo esempio è andato in onda su Mediaset, precisamente su Canale 5, all’interno del Gf Vip, una produzione Endemol. Il dialogo tra Stefano Bettarini e Clemente Russo inizialmente rappresenta in pieno la solita rappresentazione machista della donna deumanizzata, oggetto sessuale, accostata anche al mondo animale. Tutto già visto nel suo squallore, peccato che lo si veicoli tranquillamente ad un vasto pubblico, prevalentemente giovane, indotto così a cementare e stratificare ulteriormente quella subcultura che giustifica la sottomissione e l’inferiorità delle donne. Poi arriva l’ulteriore esternazione di Russo che, sempre parlando con Bettarini, fabbrica un’autentica incitazione a punire le donne con la morte, in caso di tradimento: “Io al posto tuo l’avrei lasciata lì morta”, riferendosi a Simona Ventura. Si è così assistito ad una manifestazione tipica del femminicidio come “soluzione” normale, anche se in un contesto televisivo.
Troviamo inaccettabile che vadano in onda questo tipo di messaggi e non è sufficiente cacciare il pugile dalla trasmissione, perché c’è chi ha approvato e mandato in onda la conversazione, incurante delle conseguenze, se non a polemiche scoppiate. C’è una sorta di autoassoluzione dei media quando trasmettono certi contenuti per attrarre pubblico. Non possiamo permettere un’assuefazione a questo tipo di meccanismi altamente pericolosi, con ricadute incontrollabili nella realtà e nelle vite delle persone. Per questo i responsabili di certe trasmissioni, così come per ogni tipo di media, devono assumersi le proprie responsabilità e pagare le conseguenze delle loro negligenze, scelte e superficialità. Lavorare sulla cultura alla base della violenza di genere significa partire innanzitutto da un adeguamento di tutti i media e da un lavoro sul linguaggio.
Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:
“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. Le offese più grevi prendono di mira l’identità sessuale: l’eccesso – o la mancanza – di virilità o di femminilità; la disponibilità sessuale della donna; la preferenza omosessuale dell’uomo, vista come espressione di incapacità, come pericolosa mancanza di potere. Quando si urla a una donna che è una troia, a un omosessuale che è un frocio o a una persona di colore che è uno sporco negro, non lo si fa per avere una risposta. Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”
Questo genere di insulti, nelle loro mille sfumature e varietà, non sono scomparsi, sono ancora molto diffusi e tollerati, come risulta evidente anche dalla trasmissione suindicata.
Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare. Né vale assimilare questo tipo di linguaggio ad uno scherzo, un gioco, una chiacchiera come un’altra, perché così si ingenera e fomenta ancora altra violenza. Quella che incide sul modo di relazionarsi, facendolo divenire reazionario e pericoloso perchè degrada gli individui, li disprezza, gli impedisce di sviluppare un sano rispetto tra le persone, intaccando la mentalità e pregiudicando un auspicabile cambiamento culturale. Queste trasmissioni e i loro contenuti legittimano modelli sessisti e violenti e non è più tollerabile che si soprassieda, asserendo che in fondo si è sempre fatto così, che per fare audience tutto va bene.
Se non cambia l’approccio e non si mettono al bando i comportamenti quali quelli evidenziati nella trasmissione in oggetto, non riusciremo a scalfire l’abitudine di alcuni uomini a considerare le donne esseri inferiori da rieducare, punire, sottomettere, ridurre al silenzio attraverso la violenza e la loro eliminazione fisica. Le parole ascoltate dalla viva voce di Clemente Russo e di Stefano Bettarini ci indignano, ma se a quelle offese ed a quelle minacce aggiungiamo le conseguenze della loro divulgazione mediatica il nostro sdegno è maggiore. Cosa dovrebbero intendere gli adolescenti che visionano spettacoli del genere, che la loro virilità necessariamente debba passare attraverso l’umiliazione, il controllo, il dominio, la forza delle loro simili, che non possano esistere relazioni paritarie, che l’unico modo di rapportarsi tra i generi sia quello improntato alla violenza ed alla sopraffazione?
Contro questo tipo di approccio culturale, fortemente diseducativo delle giovani generazioni, chiediamo l’intervento del “Comitato Applicazione Codice Media e Minori“, visto che nel 2004 approvava un importante testo sulla “La rappresentazione della donna in televisione“. Sono passati degli anni da allora, ma la rappresentazione della donna sui media non è molto cambiata e continua ad influire sull’equilibrato sviluppo dei minori. Eppure già in quel testo si leggeva che:
“Il pericolo di una rappresentazione schematica della femminilità secondo l’equazione donna = sesso è che l’infinita potenziale ricchezza del dialogo uomo donna si trasformi in riduttivo e mercantile “do ut des”. Migliaia di coppie, per fortuna, malgrado le mille difficoltà, costruiscono ogni giorno un vissuto in cui si tende a rispettare la reciproca pienezza espressiva dell’uomo e della donna, in uno scambio che è ricchezza, seppur faticosa, per entrambi, alla ricerca della piena realizzazione della persona umana.”
Poiché riteniamo che i media debbano riconsiderare il proprio ruolo, per poter lavorare in ottica di prevenzione e di corretta educazione delle nuove generazioni, chiediamo al Comitato di attivare le sue procedure di verifica sul caso in oggetto, soprattutto alla luce del disposto presente a pag. 6 del Codice di autoregolamentazione Tv e minori: “Le Imprese televisive si impegnano a non trasmettere quegli spettacoli che per impostazione o per modelli proposti possano nuocere allo sviluppo dei minori”. Qualora se ne ravvisino i correlati presupposti sollecitiamo il Comitato a procedere di conseguenza, trasmettendo una sua eventuale delibera all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per le opportune adempienze del caso in esame.
Prestare maggiore attenzione al linguaggio e a come le donne vengono rappresentate non è un optional, dovrebbe essere l’abc della comunicazione. Altrimenti avremo ancora un appiattimento dell’immaginario delle donne, meri oggetti sessuali, con meccanismi deumanizzanti, che ignorano la ricchezza e la complessità dell’essere donna.
Qualora le istituzioni preposte individuino i media che non vogliano far crescere e maturare i consumatori, trattandoli ancora come degli ominidi che non riescono a trattenere gli impulsi e non riescono ad articolare discorsi privi di volgarità e violenza, diventerà inevitabile comminare le probabili sanzioni.
Contro il dettato imperante dell’audience e degli incassi commerciali a tutti i costi, lo Stato deve ergersi a strenuo difensore di valori educativi nuovi, gli unici in grado di opporsi a quanto invece alimenti una cultura insana e fortemente lesiva della dignità delle donne, tanto nella televisione pubblica che in quelle private.
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In Edicola e sul web scegliamo i quotidiani che scrivono con rispetto. Gli altri, lasciamoli tra l’invenduto.

Accogliamo positivamente le scuse e la decisione del Dott. Andrea Riffeser Monti editore de Il Resto del Carlino per aver rimosso dal suo incarico il direttore Giuseppe Tassi per quanto accaduto.

Qualcosa inizia a cambiare. Sessismo e fat shaming non devono trovare spazio se vogliamo combattere la violenza e il bullismo. 

Resta il rammarico per il fatto che la rimozione non sia avvenuta prima per tutti i femminicidi raccontati colpevolizzando la vittima, come avevamo già evidenziato in questo post. A conferma del fatto che se le donne continuano a morire è per molti un problema di minore entità. Si sa che se veniamo uccise o picchiate la colpa è sempre nostra.

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Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” esprime solidarietà alle Atlete azzurre, e allo stesso tempo indignazione per il trattamento riservato alle stesse, ancora una volta discriminate e colpite da attacchi sessisti e misogini, da parte di un giornalismo che non riesce a comprendere che le parole sono importanti e devono essere scelte con cura per non veicolare messaggi pericolosi e sbagliati, affinché si lavori a costruire una cultura del rispetto. Si discrimina perché per gli uomini e per degli atleti non si sarebbero adoperati simili parole. Il voler sminuire queste atlete, cancellando i meriti e le ottime prestazioni, frutto di duri sacrifici e allenamenti, denota il livello a cui siamo. 

Dalla cronaca giornalistica resta solo una valutazione sui loro corpi.

Auspichiamo che il Coni intervenga con forza in merito a queste vicende. 

Ricordiamo inoltre che le atlete italiane sono di fatto classificate come dilettanti. Della legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, al momento possono usufruire solo gli atleti uomini di alcune discipline sportive, ma nessuna donna. Le donne sono continuamente soggette a queste rappresentazioni deformate, lo sport naturalmente non ne è esente. Ritorna il vecchio sport del giornalismo italiano: non avere rispetto. Le donne non possono essere rappresentate in questo modo, con pezzi di corpo misurati, esibiti, giudicati. Questo tiro al bersaglio deve finire. 

Il Resto del Carlino e tutte le testate giornalistiche che continuano a usare certi titoli e contenuti stanno sostenendo il bullismo e la violenza. Gli attacchi alle atlete rientrano pienamente nel fat shaming.
Aggiornare e adeguare la scrittura, i media alla cultura del rispetto è il primo passo per sbarazzarci di un immaginario stereotipato e violento. 
Vogliamo condannare sul serio il bullismo, la violenza? Cambiamo stile e parole: un gesto importante. Sui corpi delle donne non si fa business e se l’obiettivo era vendere copie e accendere i riflettori sulle testate, non ci stiamo e chiediamo agli organismi preposti a vigilare sull’informazione di intervenire. Consigliamo di mettere in pratica ciò che Giulia Giornaliste suggeriscono da tempo. Chiediamo un giornalismo differente che non discrimini e fornisca una eguale rappresentazione tra uomini e donne. Iniziamo dal comprendere che certe frasi sono discriminanti e una vera gogna mediatica. Se non si comprende ciò, ci dispiace ma nessuna scusa sarà sufficiente e accettabile. 

Parimenti, quando si parla di femminicidi, stiamo parlando di donne uccise da uomini, queste donne meritano rispetto e non accettiamo che la colpa della loro morte ricada su di loro. 
Ieri un altro caso di pessimo giornalismo, sempre su Il Resto del Carlino. 

Barbara è stata uccisa due volte, da un uomo e dai giornali che nel 2016 parlano di escort, anziché dire DONNA. Una donna è stata uccisa per mano di un uomo. Una donna. Nessuno può uccidere un essere umano ed essere in qualche modo giustificato. Nessun alibi. Nessuna donna vittima di femminicidio se lo è cercato. Nessuna giustificazione per un femminicidio. La vita di una donna vale al pari di quella di un uomo SEMPRE. 

Basta!!

La violenza machista, come il pessimo giornalismo non vanno purtroppo in vacanza.

#senonmirispettinonticompro #liberediscegliere #chicolpisceunadonnacolpiscetuttenoi 

Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

Qui il post originale sulla nostra pagina. 

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Una rappresentazione che alimenta la violenza 

Ringrazio Stefania Spisni per avermi segnalato questo articolo. 

Ordinaria spazzatura. Ordinario medioevo che non è l’eccezione, ma la normalità di una informazione rimasta ferma a una rappresentazione sovraccarica di pregiudizi e stereotipi sessisti e maschilisti. Così si continua ad alimentare la violenza. In questo Paese non si comprende bene il problema dei messaggi e della cultura che alimenta la violenza. Quando inizieremo a porre con forza e serietà le basi per un diverso linguaggio e approccio a proposito di questioni di genere, delle violenze e dei femminicidi?  Senza una reale volontà di cambiare si continuerà a dire che le violenze ce le cerchiamo, che basta rigare dritto e fare gli angeli del focolare per aver salva la vita. E la violenza domestica naturalmente sarà in eterno una conseguenza di comportamenti femminili sbagliati. Taci e obbedisci, torna al focolare, questo è il nostro destino.

Come possiamo constatare la marchiatura a fuoco dell’impura è ancora in uso. La separazione tra sante e puttane è tuttora intatta. Come se nulla fosse accaduto, come se il patriarcato fosse geneticamente saldamente parte della cultura nostrana.

Siamo de-umanizzate, oggettivate, considerate sempre un gradino sotto agli uomini. 

Se non accettiamo la subordinazione veniamo punite in ogni modo, se vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita veniamo schiacciate. È facile che si passi da un epiteto come “cagna” a concepire di togliere la vita a una donna. I media sono stracolmi di questo genere di messaggi. 

Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è la realtà quotidiana a essere intrisa di questa mentalità. Non ci sto a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza?  

Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 

L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”; dobbiamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo (ne ho scritto anche in questo blog). 

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di un approccio laico in ogni ambito, quando affrontiamo i problemi. Occorre superare le proprie posizioni personali a favore di un atteggiamento laico, scevro da approcci parziali. Il cambiamento che garantisca benefici per l’intera comunità non può prescindere da una laicità culturale. Un impianto che in Italia manca.

Nell’articolo allegato si aggiungono altri dettagli: se non hai lavoro è colpa tua, sei doppiamente colpevole, sei pericolosa socialmente, una parassita. Insomma, tutto sommato non sei una gran perdita per la buona società, capace di eliminare gli elementi considerati difformi. Il quadro è orribilmente composto. 

Due firme per produrre questa sequenza stereotipata di parole. 

Come se la vita di una donna valesse zero. 

Catia viene uccisa due volte, perché i media italiani continuano a ignorare che questa rappresentazione non fa altro che alimentare e giustificare ogni tipo di violenza. Una sottovalutazione delle responsabilità che i media hanno nel cambiare il racconto, anziché produrre una rottura degli schemi si continua a usare questi messaggi moralizzatori di stampo patriarcale. Il linguaggio invece sappiamo che è fondamentale per cambiare la cultura. 

Se i media non cambieranno il linguaggio, continueremo a sentire parlare di raptus, e altre donne perderanno la vita, perché si sa che sono loro ad attirare su di sé martellate e violenze. La morte giunge sempre come un fulmine a ciel sereno. Ho letto in un recente articolo: “Stavano per partire per le vacanze”, quasi come se le vacanze fossero incompatibili con un contesto di violenza domestica continuativo. 

Da parte nostra dobbiamo continuare a parlarne, a chiedere all’Ordine dei Giornalisti e agli organismi preposti di intervenire, di sanzionare, di assumersi le responsabilità di marcare nuove regole, di spingere per un significativo cambio di narrazione. Stefania Spisni ha giustamente segnalato questo articolo, argomentando nel merito e richiamando al loro ruolo i media. Anche se nell’immediato non avremo risposte, questa è la strada, perché se moltiplicheremo le segnalazioni e le proteste romperemo il silenzio, emergeranno le nostre voci che chiedono un giornalismo differente, scaveremo un solco di cambiamento, dimostreremo che le donne italiane chiedono rispetto e non sono più disposte a essere rappresentate e classificate in questo modo. 

Siamo esseri umani al 100%, dobbiamo essere rispettate sempre, con la giusta attenzione nel linguaggio e nei fatti. Le istituzioni e i media devono fare la loro parte e dare risposte efficaci.

Purtroppo non siamo state smentite,  l’operazione della Polizia di stato, con i camper itineranti oggi ci regala una ennesima sorpresa: braccialetti in tinta estiva. Chissà chi ha concepito questa roba!? Ci mancavano pure i gadget! Non siamo un paese normale, non sappiamo come investire le risorse, già scarse. Intanto i centri antiviolenza continuano a stare in apnea. Indecente. 

L’economia gira, non vorrai mica fermarla!? Anche la violenza fa business. E delle donne, a chi importa? 

Chiediamo una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti; i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. 

Grazie Roberta Schiralli

La violenza machista contro le donne, l’arretramento in tema di diritti e di garanzie, il taglio ai servizi, la 194 schiacciata dell’obiezione, i tagli alla Sanità necessitano interventi celeri e efficaci. Se le donne continuano a morire e a subire violenze non è imputabile a loro. Se non troviamo lavoro o lo perdiamo non è colpa nostra. Se non abbiamo una  qualità della vita dignitosa e libera dalla violenza dovreste aiutarci. Mi aspetto pari opportunità per tutt*. Perché purtroppo non partiamo tutt* dalla medesima linea di partenza e il contesto in cui nasciamo e viviamo segna le disuguaglianze e le discriminazioni. Non è sufficiente guardarsi in uno specchio per sperare in un futuro migliore. L’ascensore sociale è out of order da troppo tempo. Riconsiglio un viaggio nella vita delle periferie. Oltre i drappi, le sale dedicate alle donne e i camper, ci siamo noi, donne della realtà.
Di questo dovremmo occuparci, anziché continuare a dividerci e ad attaccare altre donne. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo ci hanno bloccate. Salviamo il pluralismo e salvaremo tutte le voci delle donne, nessuna esclusa. 

Il nostro compito è cambiare le priorità del Governo, facendo pressione tutte insieme, nessuna esclusa.

Vi ricordo questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa:

https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Sono una donna 
di Youmana Haddad 


Nessuno può immaginare

quel che dico quando me ne sto in silenzio

chi vedo quando chiudo gli occhi

come vengo sospinta quando vengo sospinta

cosa cerco quando lascio libere le mani.

Nessuno, nessuno sa

quando ho fame quando parto

quando cammino e quando mi perdo,

e nessuno sa

che per me andare è ritornare

e ritornare è indietreggiare,

che la mia debolezza è una maschera

e la mia forza è una maschera,

e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere

e io glielo lascio credere

e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà

fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della mia prigione è la loro lingua

ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere

e avvengo.



Consigli di lettura 

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/26/non-siamo-pezzi/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/07/05/quando-il-sessismo-e-il-sintomo-di-qualcosaltro/?preview=true

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Non c’è più tempo

flash-mob

 

Non è più il tempo dei tavoli di lavoro per ragionare sulla violenza, non è più sufficiente per lo meno. Abbiamo riflettuto fin troppo, ma forse non è stato condiviso e diffuso abbastanza. In realtà, nessuna azione è più sufficiente se non c’è di fatto alcuna presa di posizione da parte di chi ricopre incarichi nelle istituzioni.

Prima del flash mob in varie città italiane del 2 giugno, attendevamo che una delle Ministre rompesse il silenzio sulle violenze e sui femminicidi. Ci attendevamo dei messaggi forti e che si arrivasse a chiedere un’azione incisiva, con mezzi adeguati, per intervenire sul macigno della violenza che annienta le donne e che in molti casi gli strappa la vita.

Abbiamo lasciato passare i giorni, Laura Boldrini ha mostrato una vicinanza, ma come ho detto quel drappo rosso alla finestra si deve incarnare in un’azione tangibile di cambiamento di rotta.
Poi è arrivato un post su Facebook e una intervista della Ministra Boschi che ha la delega alle P.O. Poi ancora silenzio e la solita cronaca.

Intanto da Nord a Sud (Roma, Napoli, Palermo, Pisa, Corsico) alcuni centri antiviolenza hanno chiuso e altri stanno vivendo grosse difficoltà a portare avanti le loro attività. Intanto i fondi stentano come sempre ad arrivare e non c’è un monitoraggio adeguato, una verifica puntuale di come vengono stanziati i fondi e spesi. In una parola sola: trasparenza.
Intanto le donne continuano a perdere la vita a causa della violenza machista e ritorna lo stupro di gruppo, nuovamente definito dai genitori “una ragazzata”. Questa ragazza che ha coraggiosamente denunciato quanto le è successo e oggi si vede piovere addosso parole ignobili, di vigliacchi da tastiera.
Intanto Maria, 10 anni è stata uccisa, dopo essere stata violentata. Intanto ci si chiede se giustizia sarà fatta.
Intanto vorremmo poter riportare indietro le lancette dell’orologio per poter cambiare il destino di queste donne.

Finora le parole sono state tante. I media, nonostante gli appelli di varie donne e di associazioni come Giulia (Giornaliste Libere Autonome), hanno per lo più deformato i fatti, continuato a raccontare i femminicidi come atti causati dal troppo amore, le foto di coppie felici ha alimentato solo un’immaginario che non corrisponde alla realtà, come molte di noi continuano a ripetere. Una vetrina in cronaca, con un vuoto assordante nella pagina politica.

Non ci ascoltano e quando chiediamo dei media di qualità ci scontriamo ogni volta con questa stanca esibizione di una normalità che non è tale, perché la violenza in ogni forma non può esserlo. Non varranno gli appelli a denunciare se verrà ancora propagandato questo come amore. La narrazione è sempre deformata, sembra quasi che la violenza sia un fulmine a ciel sereno. Come se le denunce non fossero mai state presentate, come se non ci fossero mesi, anni di calvario. Sappiamo che così non è.

Questo paese ha un approccio del tutto sbagliato, perché negando le discriminazioni, le distanze che tuttora separano uomini e donne è come se si cancellasse ciò che di fatto è il substrato socio-culturale che alimenta tutta una serie di violenze sulle donne. La visione della donna, del suo ruolo, la sua oggettivazione, la sua subordinazione, i continui tentativi di riportarla sotto controllo, perché non si accetta la libertà della donna, perché non la si percepisce come essere umano pienamente titolare di diritti al pari dell’uomo, sono elementi su cui riflettere.

Il due giugno abbiamo rotto il silenzio.

Propongo di tornare a un presidio permanente settimanale, mensile, decidiamo insieme dove e come è preferibile farlo. Così in ogni città. Un presidio in ogni città. Decidiamo insieme la modalità, ma facciamoci sentire. Scuotiamo le città. Creiamo tanti presidi e manifestazioni che uniscano la penisola in questa lotta alla violenza machista. Auto organizziamoci. Chiediamo che le istituzioni intervengano. Portiamoli avanti finché non ci verranno date risposte. Replichiamoli in ogni città che sceglierà di unirsi. Dobbiamo rendere visibile che noi non siamo disposte ad accettare questa indifferenza. DOVE SIETE???

Cosa facciamo per ottemperare alla Convenzione di Istanbul , ratificata dal governo italiano? Non voglio sentire dire da nessuno che ci sono problemi più importanti e prioritari. Non possiamo continuare a rinviare gli interventi educativi e di prevenzione.

Pretendiamo risposte da chi ha le deleghe all’educazione nelle amministrazioni locali e al Ministero dell’Istruzione, con a capo Stefania Giannini. Pretendiamo pianificazioni ad hoc dai sindaci e dalle sindache, dalle Regioni.

In Regione Lombardia attendiamo i fondi 2014 del Piano nazionale antiviolenza. In Regione si trincerano dietro il patto di stabilità. Regole, solo burocrazia, intanto ne paghiamo le conseguenze.

Pretendiamo educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. L’iter parlamentare sta iniziando, ma va seguito, indirizzato e corretto. Seguendo la linea suggerita da Graziella Priulla: “da considerare trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline, e non confinata in uno spazio che tra l’altro rischia di fare la fine dell’educazione civica e dell’ educazione alimentare.” Qui un articolo che vi consiglio di leggere.

Ognuno nel suo ambito e ruolo si prenda le sue responsabilità e intervenga. Non c’è più tempo.

Quando tante donne e i loro bambini continuano a subire violenze, fino a vedersi sottrarre la vita, mi chiedo come si faccia a voltarsi dall’altra parte e dedicarsi ad altro. Secondo l’indagine ISTAT del 2006 il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner o ex partner.

Come ho detto più volte, pretendiamo misure e investimenti certi e celeri, per contrastare e prevenire la violenza, non briciole di interventi e di investimenti. Il cambio culturale necessita volontà politica. Non restiamo sole! La solitudine ci frega, ci vogliono frammentate e disorientate per silenziarci o per non degnarci di risposta. A tutto questo dobbiamo opporci!

Iniziamo a lavorare insieme, coinvolgendo associazioni, gruppi, singole donne e torniamo in piazza. Organizziamoci per costruire gruppi di donne su ciascun territorio, che facciano presidi costanti e periodici…  Verso l’autunno. Qualche bel segnale c’è già, va solo amplificato. E ancora la parola d’ordine è: non importa quante siamo, manifestiamoci!

 

Ho creato un gruppo Fb da raccordo tra le varie iniziative che riusciremo a mettere in piedi in varie città, da qui all’autunno, iniziamo!

https://www.facebook.com/groups/281979335489696/

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L’immagine tra face-ism e body-ism

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Oggi ritorno a parlare di oggettivazione sessuale (riagganciandomi al testo di Chiara Volpato Deumanizzazione. Come si legittima la violenza), che colpisce donne e in misura/forma differente anche gli uomini. L’iper-sessualizzazione delle donne e degli uomini attraverso le immagini che vengono diffuse dai media, è un fenomeno che influenza entrambi i sessi, laddove troviamo un uomo rappresentato sempre più come ammasso muscolare, in cui la forza fisica prevale sulle emozioni e la dominanza sessuale viene accentuata.
L’ossessione per una forma conformata di uomo e donna viene instillata dai media. L’oggetto donna è dipinto con tratti stereotipati, giovane sottile, levigata, come se non ci fosse il passare del tempo, come se la donna fosse rappresentabile solo nella sua giovinezza, o in qualcosa che le assomiglia a tutti i costi. Mi viene in mente quanto sottolineava Lorella Zanardo in un suo intervento di educazione ai media tra i ragazzi e le ragazze del centro di aggregazione giovanile Cde Creta il 18 dicembre scorso: le donne anziane (anche secondo l’indagine Donne e Media del Censis 2012 QUI) rappresentano solo il 4,8% del mondo femminile in tv. Questa mancata rappresentazione comporta una sorta di “non esistenza” di tutto quanto non è conforme a certi canoni. Tutto questo causa un forte senso di inadeguatezza nelle donne. Questa ossessione di una rappresentazione parziale e appiattita dell’universo femminile non riguarda solo le donne comuni, questa “eterna giovinezza” diventa un canone a cui adeguarsi dappertutto. Lo abbiamo visto in questi giorni in merito agli attacchi ricevuti dalla splendida Carrie Fisher QUI, che ha dovuto dapprima perdere peso per interpretare la parte nell’ultimo episodio di Star Wars, e poi si è sentita piovere addosso critiche sul fatto che non sia “invecchiata bene”. Fa bene a replicare su Twitter:

Peccato che certi appunti non siano stati indirizzati egualmente ai suoi colleghi uomini. L’immagine signori, prima di tutto l’immagine della donna, spianata e sempre giovane, non vorremo mica mostrare quanto è bello invecchiare, trasmettendo messaggi diversi… Sempre parlando di attrici, io adoro il volto intenso, bello ed espressivo di Shirley MacLaine, che con il passare degli anni è diventato sempre più intenso. Alle donne non è ancora concesso il lusso di invecchiare, senza subire attacchi di questo genere o essere “dismesse”. Gli anni che passano e che ci portiamo addosso e che indossiamo assieme alle rughe, sono i segni della nostra r-esistenza, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri successi e fallimenti, dimostrano che abbiamo vissuto e siamo state impegnate in cose ben più importanti e soddisfacenti del mantenere liscia la nostra pelle. Se solo ci insegnassero l’importanza della manutenzione dei neuroni!
Anche alle bambine è richiesto di partecipare a questa messa in scena: la precoce sessualizzazione è sotto i nostri occhi. Quasi come se non fosse permesso più di avere un’infanzia e di godersela, come se si dovessero bruciare le tappe perché tutti presi da una frenesia folle.
Il Report of the American Psychological Association (APA) Task force on the sexualization of girls (2007) QUI ci fornisce una rassegna e un’analisi degli impatti di questa sessualizzazione.
Sfuggire alle conseguenze e ai messaggi veicolati è impossibile, in Italia la situazione è ancora più accentuata rispetto all’estero, ma non sembra generare alcuna forma di rifiuto e di ribellione. Così manchiamo un’occasione per sovvertire realmente la cultura sessista, creiamo una incomprensibile dicotomia tra sforzi concreti di superare questi modelli pericolosi, chiedendo parità di partecipazione e maggiori diritti per le donne, e questo continuo tentativo di restaurazione di messaggi sessisti e di ruoli preordinati. La tv come i cartelloni pubblicitari suggeriscono immagini che oggettivano la donna (vedi il lavoro di Ico Gasparri QUI). Su Facebook c’è un gruppo molto attivo che vigila sulle pubblicità: https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/

Su questo versante cito il lavoro di Archer e colleghi del 1983, descritto da Volpato nel suo testo:

“Dopo aver creato un indice di preminenza facciale, gli autori hanno esaminato 1750 foto pubblicate in giornali americani, 3500 immagini tratte da periodici di undici differenti culture (anche l’Espresso e l’Europeo), 920 ritratti di artisti noti, e 80 di artisti dilettanti. (…) Nei media e nell’arte gli uomini sono ritratti in modi che sottolineano la testa e il viso, le donne in modi che sottolineano il corpo.”

Questo è il face-ism, contrapposto a un body-ism (Unger e Crawford 1996). Questo è esattamente ciò che rileva Zanardo nella nostra tv, che si dedica a riprese “ginecologiche” e senza volto delle donne, ingabbiandole in una rappresentazione solo fisica ed emotiva (contrapposta a quella maschile che sottolinea le qualità intellettuali). Quando viene posta qualche domanda, è quasi sempre a risposta chiusa, sì/no, in modo tale da limitarne l’interazione.
Chiaramente gli effetti di questa esposizione passiva e involontaria a questi messaggi, porta le donne a essere più preoccupate del peso, cercando di raggiungere livelli di bellezza irrealistici, producendo problemi enormi collegati a insoddisfazione per il proprio corpo e disturbi alimentari.
Altri studi hanno evidenziato le ricadute sociali della sessualizzazione mediatica delle donne: gli uomini sono incentivati a usare parole sessiste, si veicolano visioni stereotipate, aumentano comportamenti sessualizzati in interazioni successive con donne (Rudman e Borgida 1995).
Questi messaggi dei media bloccano l’intera società, impedendo un superamento delle diseguaglianze tra i generi, veicolando stereotipi e culture (vedi la cultura dello stupro, l’idea che la donna se la sia cercata). Oggettivando la donna si crea una sorta di via libera a tutta una serie di violazioni di diritti, la donna viene privata di pari diritti, viene percepita in maniera distorta, diviene strumento nelle mani maschili, guai a uscire da questi canoni. Le donne non sono considerate come compartecipi dello sviluppo della società, perché continuano ad essere “raccontate” nel modo sbagliato, conveniente per la conservazione di un modello androcentrico. Ancora facciamo fatica a comprendere quanto ne beneficerebbe l’intera società se solo si cambiassero certe cattive abitudini. Abbiamo già parlato degli effetti del porno, ma nel nostro quotidiano c’è qualcosa di molto simile, considerato “normale”, perché derivante da programmazione televisiva, ma non meno pericoloso.
Nel testo di Lorella Zanardo del 2010 Il corpo delle donne, leggiamo:

“Esistono molti siti, privati o sponsorizzati, che ospitano un numero impressionante di immagini statiche o di brevi video in cui i corpi di donna sono catalogati in base alle parti anatomiche mostrate o alle “performance” eseguite. Seni, sederi, gambe, volti sono a disposizione come in macelleria i tagli di carne. Upskirt, nipples, downblouse, seethrough sono alcune delle parole chiave che dilagano in rete e che indicano accidentali visioni di parti del corpo femminile, tratte dalle apparizioni televisive. Mutandine scorte sotto le gonne, accavallamenti di gambe al ralenti, capezzoli che occhieggiano dalle scollature, diventano ossessione pubblica e condivisa”.

Questo, come ci spiega Zanardo, non è indice di una liberazione dei corpi, di una liberazione sessuale, ma di una prigione di una sessualità non sana. Siamo ancora alla visione dei corpi femminili legati al peccato. Siamo ancora all’abitudine di spiare dal buco della serratura, come in un vecchio film di Totò ambientato a Parigi. Siamo ancora fermi lì. Il modello della tv commerciale che doveva vendere prodotti e attirare pubblico ad ogni costo, esibendo pezzi di corpi di donne, è stato poi seguito anche dalla rete pubblica che spesso non si è curata di fornire un messaggio diverso (come ricostruisce bene Zanardo), rappresentando tutti i tipi di donne, facendo sentire cittadine pari tutte le donne e non soltanto quelle che replicano cliché e modelli prestabiliti. Si è preferito continuare a sottorappresentare e a malrappresentare le donne, oggettivandole, escludendo il passare del tempo, non raccontando la forza reale delle donne. Siamo restate addomesticate/bili ancelle, contorni piacevoli per la vista, raramente considerate in toto, in quanto persone a tutto tondo. Da tutto questo se ne esce solo attraverso una educazione ai media, fornendo ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per “smontare” i prodotti trasmessi, decondificando i messaggi, per essere pienamente consapevoli. Questo di fatto il lavoro che sta svolgendo Lorella Zanardo da anni, raggiungendo proprio le nuove generazioni per renderle consapevoli dei propri diritti, per compiere una alfabetizzazione all’immagine (consideriamo che l’Italia soffre anche di un notevole analfabetismo funzionale che impedisce a molte persone di capire ciò che leggono e di adoperarlo in modo attivo QUI e QUI), che li aiuti a non essere schiavi passivi dei media, perché se conosci e vedi le cose attorno a te in modo nitido, non puoi ignorarle e non cambiare ottica. Se sei consapevole sei in grado di pretendere cose diverse. Così inizia ed è possibile il cambiamento. La consapevolezza parte da sé, va però “accesa” e trovo questo lavoro di Lorella prezioso, da diffondere. È l’energia che trasmette, quell’orgoglio, quella gioia di essere donna che traspare, quell’entusiasmo di stare tra i ragazzi e le ragazze, che avvertono tutto questo, lo sentono eccome. Un pezzo di femminismo autentico, condiviso, vissuto e tangibile, che raggiunge tutt* ed è in grado di parlare a tutt*. Fa bene a tutt*.
Un augurio per il 2016 (grazie a Zanardo per avermi fatto conoscere questo video): riuscire a vedere chi è Jane veramente, affinché possa essere ciò che desidera, al di là di rappresentazioni stereotipate e fisse, al di là di aspettative preconfezionate e attese. Ampliamo gli orizzonti delle prossime generazioni, scriviamo un racconto a ruoli e prospettive aperte e libere.

 

Vi consiglio queste letture/video:

http://www.theguardian.com/film/2015/dec/26/women-female-roles-hollywood-films

“The Geena Davis Institute report says: “While Hollywood is quick to capitalise on new audiences and opportunities abroad, the industry is slow to progress in creating compelling and complex roles for females.”

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http://www.newstatesman.com/culture/film/2015/12/what-do-when-youre-not-hero-any-more

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“Popular culture bombards us with hypersexualized images of women and men, conveying powerful images that help shape our sexuality. Dr. Gail Dines, recipient of the Myers Center Award for the Study of Human Rights in North America, sociology and women’s studies professor, and porn industry researcher and writer, explores how masculinity and femininity are shaped by pornified images that spill over into our most private worlds.”

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Sotto e mal rappresentate

 

Non parlerò di rappresentanza politica delle donne. Anche se di figure femminili si tratta. Se tu immergi un bambino sin dalla più tenera età in un contesto che tende a rappresentare la realtà in modo parziale, avremo un adulto al quale sarà arrivato un messaggio altrettanto parziale. Alcuni studi tra gli anni ’70 e ’80 sui libri di storie per bambini hanno evidenziato una maggioranza di personaggi, eroi e protagonisti maschili. Questa minor presenza poteva portare a pensare che il ruolo delle donne fosse meno importante e rilevante nell’azione, anche perché spesso le figure femminili erano fragili, rappresentate in ambito domestico, bisognose d’aiuto e con ruoli tutto sommato passivi. L’avventura era prerogativa maschile. Oggi forse qualcosa sta cambiando, con protagoniste che se la cavano perfettamente da sole e che riescono a sovvertire i vecchi stereotipi. Ci sono principesse che rifiutano il proprio destino da soprammobile per fare le dottoresse (come Arianna in Zog qui).

Zog

 

Per cambiare l’assetto culturale, la percezione delle figure femminili, conta molto quanto queste eroine siano diffuse e quanto pubblico riescano ad avvicinare. Frozen è su questa scia, ma mi piacerebbe comprendere cosa sia arrivato ai bimbi maschi del messaggio veicolato da questo cartone. Perché non è importante solo la percezione che le bambine hanno di sé, ma anche in che modo i bambini si costruiscono un’idea del genere femminile. E qui è sempre importante il ruolo degli adulti nella scelta delle letture e dei messaggi da trasmettere.
I libri di testo, di storia, le antologie ecc. soffrono spesso di una sotto-rappresentazione delle donne, figure a volte legate solo al ruolo di cura. Come se all’umanità mancasse un pezzo, come se alla storia fosse stata sottratta la memoria delle donne del passato. Dimenticandoci delle tante donne che hanno saputo incidere nella storia e contribuire al progresso del genere umano. Forse sarebbe il caso di intervenire e di correggere questo aspetto con maggior convinzione e sistematicità, non affidandosi esclusivamente alla buona volontà di qualche insegnante, che si impegni ad “integrare”.

In compenso i media, le riviste e le pubblicità sono ricolmi di stereotipi femminili. Come rilevava già Berger J. nel 1972 in Ways of seeing, il corpo delle donne è fatto per essere guardato, mentre quello dell’uomo è fatto per l’azione. Del corpo maschile si cerca di celebrare l’energia, gli ideali del potere, della forza e della supremazia. L’uomo non è oggetto dell’osservazione, ma soggetto attivo, rappresentato sempre nell’atto di compiere qualche azione. I corpi delle donne vengono posti in modo tale da essere guardati, da chiedere di esserlo. Gli uomini agiscono, mentre alle donne è richiesto di apparire, come “oggetto della visione”.
Rosalind Coward ha intravisto nei messaggi delle pubblicità e dei media un implicito incoraggiamento affinché le donne considerino il loro corpo un progetto, su cui lavorare, da curare in ogni suo più piccolo angolo. Basta dare un’occhiata alla miriade di prodotti di bellezza e di cura femminili adatti ad ogni più piccolo pezzo di corpo.

 

 

L’essere adeguate non per se stesse, ma finalizzato al piacere agli uomini. Ci viene insegnato a guardare al nostro corpo e a tutta la nostra persona non con un punto di vista personale, ma sempre in funzione dello sguardo e del giudizio maschile. La donna deve continuamente fare i conti con la sua immagine, così come viene percepita dagli altri, perché da questo ne deriverà il successo o l’insuccesso nella vita, perché si veicola il messaggio che il successo deriva dal piacere agli uomini. In tutto questo non c’è spazio per la personalità, per una cura del proprio universo interiore. Comprendete che non sempre si è in grado di evidenziare queste pressioni psicologiche nascoste. Specialmente in una fase di formazione e di creazione di una propria identità. Non tutte riusciranno a smarcarsi, anche perché ci saranno sempre nuove sollecitazioni affinché ci si adegui e si compiaccia un certo tipo di mentalità che si aspetta solo determinate cose dalle donne. In questo modello la donna va tenuta sotto controllo, la sua immagine deve essere ben distinta da quella maschile. In questo entra in gioco l’atto maschile di guardare, nella fruizione di materiale pornografico. Secondo Root J. in Pictures of Women del 1984, l’eccitazione del pornomane deriva dall’idea di spiare, di osservare qualcuno che non può vederci. Le figure femminili sono “fissate” (sia sulla stampa che sullo schermo), ma forniscono l’illusione che ci sia una disponibilità sessuale esclusiva. La donna diventa oggetto sessuale per il maschio, al servizio del suo desiderio. La passività e la disponibilità femminili della pornografia le ritroviamo nella nostra quotidianità, su riviste femminili, sulle pubblicità, nei media in generale. Ecco il motivo per chiedere un cambiamento nei messaggi veicolati dalla pubblicità e dai media. Andrea Dworkin si era schierata a favore di una censura statale della porrnografia: “l’esposizione a temi di violenza e di predominio maschile desensibilizza il pubblico maschile e può spingerlo a credere che le donne traggano piacere dalla sofferenza e dall’umiliazione”.

Catherine MacKinnon sostiene che la “pratica sociale dell’oppressione delle donne gratifichi sessualmente l’uomo”. Per cui la pornografia rifletterebbe la natura della sessualità maschile. Questo mix di materiale pornografico e di messaggi dei media che veicolano questa idea di sottomissione e controllo della donna, producono una realtà immaginaria, parallela di cui gli uomini si nutrono. Se poi alle immagini aggiungiamo un uso del linguaggio altrettanto funzionale a questa visione, abbiamo costruito un meccanismo diabolico difficile da scardinare. Per questo dobbiamo ragionare in parallelo. Nessun dettaglio deve essere lasciato al caso. Non lasciamoci rappresentare attraverso gli stereotipi, comprendiamone i meccanismi e adoperiamoci affiché le cose cambino, partendo dal nostro quotidiano. Coraggio, mai mollare o farsi intimidire!
Prendiamo esempio da mia figlia, 3 anni, che quando va al parco e trova dei bimbi più grandi che giocano a calcio, si butta nella mischia e urla: “la prendo io!”. Chi ci può fermare?!

 

Fonte studi: Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

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Le parole contano

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Anche le parole sono importanti, influenzano la percezione che uomini e donne hanno dei generi, all’interno della società. Così come elidere il titolo accademico o istituzionale per le donne, chiamandole solo signora o con il nome proprio, significa stabilire un confine di disparità. Appellare una persona con il solo nome di battesimo non significa annullare le distanze (questo è quello che ci vogliono far credere), ma spesso è un utile escamotage per rimuovere qualsiasi barriera protettiva e aprire la porta a qualsiasi atteggiamento, violenza verbale, sopruso e abuso. La stampa e i media nostrani sono particolarmente inclini a riproporre i più beceri epiteti sulle donne, come se non ci fosse limite e rispetto. Si va dal sessismo benevolo a qualcosa di peggiore. Questo non accade solo sulla stampa, ma ci tocca quotidianamente, sia nella vita reale che sui social. Capita che quando un uomo non ha argomentazioni per sostenere le sue tesi, trovandosi di fronte a un’interlocutrice, per zittirla e colpirla con violenza, la apostrofi con parole come: tesoruccio, micetta, miciona, patatina, fegatosa erinni (come qualcuno mi ha di recente apostrofata), ciccina ecc.: insomma ci siamo capiti. È come se ti volessero schiacciare con le parole, intendendo svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto. Questo accade su ogni tipo di argomento, la politica in primis. Tutto ciò è il risultato di venti anni nel corso dei quali le espressioni di sessismo, omofobia e razzismo hanno avuto pieno sostegno da buona parte delle forze politiche. Poche le voci che si sono esposte per diffondere e chiedere un linguaggio e dei comportamenti corretti. Questo perché in realtà si doveva difendere e diffondere l’idea di un soggetto maschile forte, arcaico, superiore, in grado solo di propagandare una visione triste, sbagliata e sconfortante dell’idea di maschio. Un atteggiamento trasversale, che parte da destra e arriva anche in area cosiddetta progressista.

Anche l’uso del maschile generico (per rappresentare uomini e donne indistintamente) e il fatto che in alcune lingue i sostantivi hanno un proprio genere grammaticale, maschile e femminile (l’italiano, il francese e il tedesco), possono avere (secondo alcuni studi) un riflesso nelle differenze di status uomo-donna. L’inglese e le lingue scandinave hanno nella maggior parte dei casi sostantivi neutri e il genere viene definito attraverso l’uso dei pronomi. Qui se si desidera approfondire.
Sembrerebbe che il gap tra i generi sia influenzato anche dalla lingua e dalla dotazione (o meno) di un genere preciso per i sostantivi.

Proporre cambiamenti in ambito grammaticale può forse servire a migliorare le cose. Al di là dell’uso dell’articolo “la” al posto di “il” (per esempio per la parola “cantante”), una “-a” al posto della “-o” è meglio del suffisso “-essa”: avvocatessa sembra trasmettere implicitamente un prestigio inferiore, mentre avvocata (forma simmetrica) aiuterebbe a equiparare i due status (vedi Alma Sabatini, 1987 qui; pag. 129, Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo).

A volte le sfumature sono importanti.

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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Il Complesso

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Vi consiglio innanzitutto di leggere per intero l’intervista alla sociologa Andrée Michel, perché si tratta di un condensato di suggerimenti e chiavi di lettura di primaria importanza, soprattutto per gli stretti legami tra società patriarcale e gli aspetti militari/economici di uno stato.
Mi vorrei soffermare sul Complesso Militare Industriale, una sorta di patto di fratellanza tra i grandi industriali dell’armamento e gli alti dirigenti dell’esercito. Una combinazione vincente che presuppone da sempre la definizione, la creazione di un nemico, che possa fungere da motivazione e garantisca il successo del rapporto simbiotico di poteri. Una corsa agli armamenti sfrenata, ingiustificata se non per il CMI. Oggi ogni intervento militare viene giustificato con fattori umanitari e per garantire la democrazia, sempre di stampo occidentale. Tutte queste spese militari sottraggono risorse pubbliche importanti ai servizi rivolti alla popolazione civile. Siamo qui a considerare necessario ciò che è solo il frutto di una sovrastruttura più in alto di noi. Non stiamo parlando di fantapolitica. La Michel ha studiato a lungo il sistema CMI francese, che oltre ai militari e agli industriali, include le banche, i laboratori scientifici che elaborano nuovi sistemi d’arma, i partiti politici e i mass-media. Un meccanismo capillare per la creazione di consenso a un assetto militarizzato della società e per il controllo del dissenso. Per questo il femminismo con il suo antimilitarismo storico è pericoloso: mette a repentaglio un lavorio incessante volto ad anestetizzare il giudizio critico sull’operato dei governi. La Michel suggerisce che “Per cambiare la società bisogna partire da sé, comportarsi con coerenza, e cercare soluzioni davvero umane e democratiche”. Sarebbe pertanto auspicabile mobilitarsi non appena si verificano dei tentativi di intervento militare strumentale, chiedendo e pretendendo che i negoziati e il dialogo abbiano sempre la precedenza rispetto alle armi e alla violenza. Basta con le deleghe a scatola chiusa. Dobbiamo pretendere che le donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti e rilevanti, soprattutto nell’ambito della difesa e della politica estera, non siano dei burattini nelle mani degli uomini, ma abbiano l’esperienza, la forza, le capacità per avviare un’altra politica, con il coraggio di sovvertire certi meccanismi per la soluzione dei conflitti. Le donne devono guardare in questa direzione. Ogni riferimento a fatti o a nomine recenti non è casuale.
Si legge nell’intervista che il CMI è una «una formazione sociale aggravata del patriarcato»:

“La militarizzazione rafforza e consolida a tutti i livelli il dominio patriarcale. Per funzionare il sistema militare necessita della sottomissione degli uomini, che devono obbedienza assoluta alla gerarchia. Perché questi accettino la loro strumentalizzazione, si permette loro di strumentalizzare le donne. Nei paesi dove da decenni vengono «esportate» le guerre, le basi e gli interventi militari dei Cmi occidentali, si concretizza nella prostituzione forzata, negli stupri e nei femminicidi, pratiche tollerate quando non autorizzate ufficialmente. Nella Repubblica Democratica del Congo, da anni le donne vengono sistematicamente violentate, torturate, uccise. L’obiettivo è traumatizzare la popolazione locale e forzarla all’esodo per sgomberare il loro territorio e permettere a certi capi di stato africani, e alle potenze occidentali che li sostengono, di impadronirsi delle ricchezze del sottosuolo. È per mettere fine all’impunità di questi crimini che chiediamo all’Onu l’istituzione di un tribunale penale internazionale per la Rdc che succeda a quello del Ruanda in chiusura alla fine di quest’anno”.

L’assetto militarizzato dei nostri rapporti sociali che si ripercuote nel rapporto tra i sessi può generare una escalation di violenza, e a farne le spese è proprio la donna. Per alcuni uomini diventa la giustificazione e l’unico modello da seguire. Facciamo caso, senza spostarci in zone di guerra ma restando in un contesto di “pace”, a quanti ambienti e situazioni sono intrisi di una mentalità militaresca e fortemente gerarchizzata. Da un lato c’è la coercizione e la forza e dall’altro un’obbedienza assoluta, che non ammette eccezioni. Le eccezioni vanno punite, sanzionate. Per alcuni uomini non è concepibile che vi sia ribellione alla gerarchia. Devo ammettere, anche per esperienza personale, che talvolta questo modello militaresco viene utilizzato anche dalle donne, specialmente in ambiente lavorativo e ha come bersaglio preferito proprio altre donne. Purtroppo queste sono le conseguenze di un’adesione nuda e cruda a un modello maschile: una falsa emancipazione e una triste riscossa.
La violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra.
Naturalmente il CMI è vivo e vegeto anche in Italia. È impossibile non accorgersi dei sintomi e delle sue ramificazioni.
Vi ricordo che in base alle nuove formule di conteggio del PIL, i costi per gli armamenti sono stati “riallocati” nel capitolo investimenti, non sono più costi.
Noi non ci stiamo ad essere stritolate in questi ingranaggi. Diamoci una mossa!
Vi lascio con questa bella canzoncina, in tema:

P.S. a proposito di violenza, vi segnalo che il prossimo 25 novembre, in occasione della Giornata contro la violenza maschile sulle donne, torna lo #ScioperoDelleDonne. Di cosa si tratta? Leggete bene qui:

Facebook

Sito

“Scioperiamo per fermare la cultura della violenza, per protestare contro tutte le ingiustizie che subiamo ogni giorno”.

Facciamoci sentire!

“Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone – fortissimo – a tutte le teste di questo paese”.

Anarkikka per #scioperodelledonne

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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