Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

42.000

su 2 aprile 2015

lavoro

 

Un numero non piccino, uno di quelli che dovrebbero far tremare il terreno della politica. Scorgete qualche movimento tellurico? Sono le donne perse in un mese secondo l’ISTAT (QUI). Questo il dato di febbraio della perdita di occupazione. Altro che gli obiettivi di Europa 2020: “la strategia Europa 2020 per fare dell’Europa una economia intelligente, sostenibile e inclusiva comporta obiettivi ambiziosi, quali il tasso di occupazione del 75% e la riduzione di almeno 20 milioni del numero di persone colpite o a rischio di povertà e di esclusione sociale entro il 2020, che possono essere raggiunti solo se gli Stati membri attuano politiche innovative per una vera parità tra donne e uomini”.
In UE “il tasso di occupazione femminile è pari al 63%; che la differenza di retribuzione tra uomini e donne è del 16,4%; che il 73% dei deputati nazionali è rappresentato da uomini e che le donne rappresentano il 17,8% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende e trascorrono tre volte tanto di tempo alla settimana a occuparsi dei lavori domestici rispetto agli uomini (per esempio assistenza all’infanzia, agli anziani e ai disabili e lavori domestici);” In Italia dal 2007 oscilliamo tra il 46 e il 47% (tasso occupazione femminile). Siamo davanti solo a Grecia e Malta. Tanto per capire di cosa stiamo parlando.
Vi inserisco altri pezzi della Risoluzione Tarabella (qui) su questo tema, è un po’ lungo ma secondo me serve leggerli:

Parità tra donne e uomini nel quadro della strategia Europa 2020
1. invita le istituzioni dell’UE e gli Stati membri a tenere conto delle questioni di genere, dei diritti delle donne e delle pari opportunità nell’elaborazione delle loro politiche, nelle loro procedure di bilancio e nell’applicazione dei programmi e delle azioni dell’UE, in particolare mediante misure d’azione positiva, specialmente collegate a pacchetti di stimolo, procedendo sistematicamente a valutazioni di impatto secondo il genere caso per caso;
2. denuncia che gli obiettivi della strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 (COM(2010)0491) presto falliranno, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza economica, tra le altre ragioni a causa del ritiro della proposta di direttiva sul congedo di maternità; sottolinea che nel contempo le differenze economiche tra uomini e donne sono in progressivo aumento;
3. invita il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri a integrare la dimensione di genere nella strategia Europa 2020 per misurare i progressi nella riduzione del divario occupazionale di genere e affinché le misure strategiche dell’analisi annuale della crescita si traducano in raccomandazioni specifiche per paese;
4. invita la Commissione e gli Stati membri a elaborare un piano generale di investimenti nelle infrastrutture sociali, dal momento che si stima che, con un piano di investimenti attento agli aspetti di genere, il prodotto interno lordo europeo (PIL) aumenterebbe gradualmente, fino a raggiungere entro il 2018 il 2,4% in più, il che non si verificherebbe senza il piano di investimenti;
5. rileva che la partecipazione paritaria di donne e uomini al mercato del lavoro può accrescere significativamente il potenziale economico dell’Unione, garantendo al contempo la sua natura equa e inclusiva; ricorda che, secondo le proiezioni dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OCSE), la totale convergenza dei tassi di partecipazione può tradursi in un aumento del 12,4% del PIL pro capite entro il 2030;
6. sottolinea l’urgenza di lottare contro la povertà femminile, in particolare la povertà delle donne, delle donne anziane e delle madri single ma anche delle donne vittime della violenza di genere, delle donne disabili, delle donne migranti e delle donne appartenenti a minoranze; chiede pertanto agli Stati membri di attuare strategie di inclusione più efficaci e di utilizzare in modo più efficiente le risorse destinate alle politiche sociali, tra cui il Fondo sociale europeo e i Fondi strutturali;
7. ritiene deplorevole che l’efficacia delle politiche sociali volta a ridurre la povertà sia scesa di quasi il 50% nel 2012 rispetto al 2005 nei nuclei familiari con un solo adulto, che comprendono la maggior parte delle vedove e delle madri sole; è anche preoccupato per il fatto che l’efficacia delle politiche sociali applicate in alcuni Stati membri rappresenti soltanto un terzo della media europea; invita pertanto gli Stati membri a rafforzare le politiche sociali che riguardano in particolare i disoccupati, in modo da far fronte al crescente aumento della povertà, soprattutto tra le donne;
8. invita il Consiglio e la Commissione ad affrontare la dimensione di genere della povertà e dell’esclusione sociale; ritiene deplorevole che le raccomandazioni specifiche per paese (RSP) adottate finora nel quadro dei cicli annuali del semestre europeo non siano state allineate in modo sufficiente agli obiettivi occupazionali e sociali della strategia Europa 2020; chiede che le RSP affrontino sistemicamente le cause strutturali della povertà femminile;
9. invita la Commissione e gli Stati membri a tener conto dell’evoluzione delle strutture familiari al momento di elaborare le loro politiche di imposizione e di indennizzazione, in particolare sostenendo finanziariamente le famiglie monoparentali e le persone anziane attraverso crediti di imposta o aiuti in materia di assistenza sanitaria;
10. invita gli Stati membri e la Commissione a garantire che si tenga conto della parità tra uomini e donne e dell’integrazione della prospettiva di genere nei finanziamenti nell’ambito della politica di coesione e che queste siano promosse durante tutta la preparazione e i relativi programmi, anche in relazione al monitoraggio, alla rendicontazione e alla valutazione;
11. si rammarica che la relazione annuale non sia ormai più che un documento di lavoro allegato alla relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sollecita la Commissione a rendere a tale relazione tutta la sua legittimità politica favorendone una adozione ufficiale e distinta;
Parità tra donne e uomini in materia di occupazione e presa di decisioni
12. insiste sull’impellente necessità di ridurre i divari retributivi e pensionistici tra donne e uomini anche tenendo presente la persistente concentrazione di donne in occupazioni a tempo parziale, scarsamente retribuite e precarie e garantendo strutture di qualità sufficiente per i figli e per le altre persone dipendenti; deplora con la massima durezza il fatto che oltre un terzo delle donne anziane che vivono nell’UE non riceve alcun tipo di pensione; esorta gli Stati membri ad assicurare la piena attuazione dei diritti previsti nella direttiva 2006/54/CE, in particolare il principio della parità di retribuzione e della trasparenza retributiva e di rivedere le loro legislazioni nazionali sulla parità di trattamento al fine di semplificarle e di aggiornarle; invita la Commissione a continuare a valutare regolarmente il recepimento delle direttive relative alla parità fra donne e uomini e la invita a proporre una rifusione della direttiva 2006/54/CE quanto prima conformemente all’articolo 32 della stessa e in base all’articolo 157 TFUE seguendo el raccomandazioni dettagliate stabilite nell’allegato della risoluzione del Parlamento del 24 maggio 2012;
13. deplora con la massima durezza il fatto che le donne non ricevano la stessa retribuzione nei casi in cui svolgono le stesse funzioni degli uomini o funzioni di pari valore e condanna altresì la segregazione orizzontale e verticale; evidenzia inoltre che la stragrande maggioranza dei salari bassi e praticamente la totalità dei salari molto bassi sono attribuibili al tempo parziale e ricorda che circa l’80% dei lavoratori poveri sono donne; segnala che, secondo le conclusioni della Valutazione del valore aggiunto europeo, un punto percentuale di diminuzione del divario retributivo di genere aumenterà la crescita economica dello 0,1%, il che significa che l’eliminazione di tale divario riveste un’importanza cruciale nel contesto dell’attuale crisi economica; invita pertanto gli Stati membri, i datori di lavoro e i sindacati a redigere e applicare strumenti di valutazione occupazionale specifici e pratici per aiutare a determinare il lavoro di pari valore e quindi assicurare la parità retributiva tra donne e uomini;
14. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive a favore dell’occupazione femminile di qualità per raggiungere gli obiettivi Europa 2020, lottando contro gli stereotipi, la segregazione professionale verticale e orizzontale, favorendo la transizione tra tempo parziale e tempo pieno e mirando in particolare la categoria dei giovani che non studiano, non lavorano né seguono una formazione (NEET); invita gli Stati membri a stabilire obiettivi specifici riguardo all’occupazione nel quadro dei relativi programmi di riforma nazionale, al fine di assicurare la parità di accesso di uomini e donne al mercato del lavoro e la loro permanenza in esso;
15. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive per incoraggiare le donne ad abbracciare carriere scientifiche nonché a promuovere, in particolare mediante campagne d’informazione di sensibilizzazione, l’entrata delle donne in settori tradizionalmente considerati «maschili», soprattutto quello delle scienze e delle nuove tecnologie, al fine di sfruttare appieno il capitale umano rappresentato dalle donne europee; insiste in particolare sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia dell’informazione e delle telecomunicazioni (TIC) e invita la Commissione a integrare pienamente la dimensione di genere nella priorità conferita all’agenda digitale nei prossimi cinque anni;
16. sottolinea che l’indipendenza finanziaria costituisce un mezzo chiave per garantire la parità e che l’imprenditorialità tra le donne costituisce un potenziale sottostimato e sottosfruttato di crescita e di competitività nell’UE; invita pertanto l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) a raccogliere maggiori e migliori informazioni sull’imprenditorialità tra le donne; invita gli Stati membri, la Commissione, e altri organi pertinenti, quali le camere di commercio, e l’industria a incoraggiare, promuovere, e sostenere l’imprenditorialità tra le donne facilitando l’accesso al credito, riducendo la burocrazia e altri ostacoli alla creazione di imprese da parte di donne, integrando la prospettiva di genere nelle politiche pertinenti, promuovendo la creazione di una piattaforma elettronica d’informazione e scambio, unica e multilingue, per le imprenditrici sociali, e sostenendo le reti regionali e europee sia di mentori sia tra pari;
17. è convinto che, per favorire il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro siano necessarie politiche multidimensionali (che includano la formazione professionale e l’apprendimento permanente, la promozione di un’occupazione più stabile e modelli lavorativi personalizzati) e richiama l’attenzione sulla diffusione del concetto di orari lavorativi flessibili; osserva che l’esigenza di flessibilità interessa in misura maggiore i lavoratori a tempo parziale, per la maggior parte donne; sostiene pertanto che la contrattazione collettiva è un diritto che deve essere tutelato dato che contribuisce a lottare contro la discriminazione e a tutelare e a rafforzare i diritti;
18. sottolinea il fatto che una maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro può aumentare le opportunità per le donne di partecipare attivamente al mercato del lavoro ma segnala, al contempo, che questa flessibilità può avere un impatto negativo sullo retribuzioni e sulle pensioni femminili; sottolinea pertanto la necessità di proposte specifiche per conciliare lavoro e vita privata e incoraggia gli uomini e le donne a condividere le responsabilità professionali, familiari e sociali in modo più equilibrato, in particolare per quanto riguarda l’assistenza alle persone dipendenti e l’assistenza ai bambini;
19. invita gli Stati membri a includere, nel quadro dei programmi di sviluppo rurale, delle strategie volte a promuovere la creazione di posti di lavoro per le donne nelle zone rurali che garantiscano loro pensioni dignitose, politiche volte a favorire la rappresentanza delle donne nei forum politici, economici e sociali di tale settore e la promozione delle opportunità nelle zone rurali in rapporto alla multifunzionalità dell’agricoltura;
20. sottolinea il crescente consenso all’interno dell’UE per quanto riguarda la necessità di promuovere l’uguaglianza di genere attraverso, tra l’altro, la presenza delle donne nel processo decisionale economico e politico – una questione di diritti fondamentali e di democrazia – dato che attualmente ciò rispecchia un deficit democratico; accoglie pertanto con favore i sistemi di parità stabiliti per legge e le quote di genere introdotte in alcuni Stati membri e chiede al Consiglio di prendere posizione in merito alla direttiva su un miglioramento dell’equilibrio di genere fra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa onde proseguire al più presto il processo legislativo; invita il Consiglio e la Commissione ad adottare le misure necessarie a incoraggiare gli Stati membri a far sì che consentano gli uomini e le donne partecipino a parità di condizioni nei diversi ambiti del processo decisionale; invita anche le istituzioni dell’UE a fare quanto in loro potere per garantire la parità di genere nel Collegio dei commissari e tra le alte cariche di tutte le istituzioni, agenzie, istituti e organi dell’UE;
21. invita la Commissione europea e gli Stati membri a esaminare la possibilità di includere delle clausole di genere nei bandi di gara per appalti pubblici al fine di incoraggiare le imprese a perseguire la parità tra i sessi al loro interno; riconosce che tale idea può essere sviluppata soltanto nel quadro del rispetto del diritto dell’UE in materia di concorrenza;
Conciliazione della vita professionale e privata
22. si congratula con la Svezia, il Belgio, la Francia, la Slovenia, la Danimarca e il Regno Unito che hanno raggiunto gli obiettivi di Barcellona e invita gli Stati membri a proseguire i loro sforzi; chiede agli Stati membri di andare al di là degli obiettivi di Barcellona adottando un approccio più sistemico ed integrato in materia di istruzione e di servizi di assistenza prescolare tra le autorità nazionali e locali, in particolare per i bambini molto piccoli di età inferiore ai tre anni; invita la Commissione a continuare a fornire un sostegno finanziario agli Stati membri per offrire sistemi di assistenza all’infanzia, in particolare asili nido, a prezzi accessibili per i genitori anche attraverso la creazione di queste strutture sul luogo di lavoro; è convinto che i progetti familiari, la vita privata e le ambizioni professionali possono essere integrati in modo armonioso solo nel caso in cui, sul piano socio-economico, le persone interessate siano realmente libere di scegliere e godano del sostegno fornito dall’adozione di decisioni politiche ed economiche a livello UE e nazionale, senza che ne derivi uno svantaggio e sempreché siano disponibili le infrastrutture indispensabili; invita gli Stati membri a aumentare le dotazioni di bilancio assegnate all’infanzia, soprattutto mediante il rafforzamento delle reti pubbliche di scuole materne, asili nido e servizi che offrano attività ricreative per i bambini; invita la Commissione a far fronte alla mancanza di strutture di accoglienza per l’infanzia economicamente accessibili nelle RSP;
23. deplora con la massima durezza il fatto che, nonostante il livello di finanziamenti UE disponibili (sono stati destinati 3,2 miliardi di euro dei Fondi strutturali per il periodo 2007-2013 per assistere gli Stati membri nello sviluppo di strutture di assistenza all’infanzia e nella promozione dell’occupazione femminile), alcuni Stati membri hanno realizzato tagli di bilancio che stanno interessando la disponibilità (per esempio, a causa della chiusura di asili nido), la qualità (a causa della mancanza di personale) e il rincaro dei servizi di assistenza all’infanzia;
24. invita la Commissione europea e gli Stati membri ad istituire un congedo di paternità retribuito per un minimo di 10 giorni lavorativi e a promuovere misure, legislative e non legislative, che consentano agli uomini e in particolare ai padri, di esercitare il loro diritto di conciliare vita privata e professionale, tra l’altro promuovendo il congedo parentale, che verrà preso indifferentemente, ma senza poter essere trasferito, dal padre o dalla madre fino a quando il loro bambino raggiunga una certa età;
25. deplora il blocco del Consiglio relativamente alla direttiva sul congedo di maternità ed esorta gli Stati membri a rilanciare i negoziati in materia e ribadisce la sua volontà di cooperare;
26. invita gli Stati membri a istituire servizi di assistenza a prezzi accessibili, flessibili, di qualità e di facile accesso a persone che non sono in grado da sole di realizzare attività della vita quotidiana per il fatto che non dispongono di autonomia funzionale sufficiente per poter conciliare vita privata, famiglia e lavoro”.

 

Ieri ho commentato un post su FB di Marina Terragni sulla proposta di legge di Civati per ridurre il gap salariale tra uomini e donne:

“Cara Marina, facciamo emergere l’iceberg, parliamo di gap salariale, parliamo di dimissioni in bianco e di tutte quelle ragioni che tengono lontane le donne dal mondo del lavoro o le allontanano. Marina ben venga certo (la proposta di Civati, ndr), ma resto dell’idea che occorrerebbe comprendere a fondo i contorni e le caratteristiche del problema, e procedere con una riforma organica. Se vuoi dei risultati che non lascino indietro nessuna. Non deve più accadere che venga detto “arrangiati”. Sappiamo per certo che stiamo perdendo in tutele importanti. Non accontentiamoci delle briciole, altrimenti nulla cambierà. Pensiamo a chi non ha potere per difendersi”.

La risposta è stata:

“intanto prendiamo questa proposta. Ascolta, Simona Sforza: questa è una proposta. Poi c’è tutto il resto. Non si può ogni volta ricordare che c’è ben altro. C’è questo, e c’è altro. Una cosa per volta. Ti annuncio, per esempio, che è in arrivo una proposta sull’obiezione di coscienza.”

Mi sembra il gran minestrone delle riforme. Stiamo sbagliando approccio, a mio avviso, soprattutto se non si ascoltano le storie e la realtà di tante donne e si va avanti con i paraocchi. Abbiamo usufruito dei Fondi strutturali di cui si parla e se sì, come li abbiamo utilizzati? Li ascoltiamo i richiami dell’UE? Basterebbe seguire una manciata dei suggerimenti UE per dare segnali concreti. Non siamo collezionisti di proposte, vogliamo che qualcuno si preoccupi in modo serio dei problemi che affliggono le donne, che come quello del lavoro, spesso azzoppano l’intero sistema sociale ed economico. Cavolo, ma vogliamo usare la testa, mettere ordine al caos attuale, programmare in maniera seria gli interventi legislativi, oppure ci vogliamo crogiolare con l’illusione che basta annunciare, presentare progetti, a singhiozzo, senza organicità e sistematicità? Ditemi come si può affrontare in questo modo un problema con questi numeri e con le persone che subiscono questi veri e propri drammi? E non venite a dirmi che critico e basta. Sono civatiana e mi permetto di segnalare quando le cose non vanno o non vanno come mi sarei aspettata. Ci sono troppi se, troppi ma, troppi vedremo, insomma un mucchio di incognite che pesano sulle vite di troppe persone. E non è nemmeno scontato, come si dice, che le donne vengano ingurgitate nel part-time involontario. Perché per molte di noi, al rientro dalla maternità non c’è nemmeno quella prospettiva, c’è solo demansionamento, mobbing, pressioni psicologiche, peggioramento delle condizioni lavorative, zero conciliazione, zero telelavoro, zero periodo di aspettativa: ti restano solo le dimissioni, (in)volontarie quelle sì, almeno sulla carta. E cari miei ci sono anche tutti i problemi di assistenza dei genitori anziani, oltre che dei figli. Come ci rispondete? Soprattutto in un mercato del lavoro in cui hanno sempre più peso i contratti decentrati a livello di impresa e i CCNL sono un mero ricordo di un passato glorioso in cui i diritti c’erano ed erano uguali per tutti. Ci vuole trasparenza nei contratti, per le retribuzioni, e chi garantirebbe, chi vigilerebbe? In alcuni comparti abbiamo rinunciato anche ai sindacati. Affidarci alle figure delle Consigliere di Parità Regionali per essere tutelate? Quante ne sono al corrente e poi cosa accade durante e soprattutto dopo il giudizio? Quante donne si possono ragionevolmente permettere una lunga lotta per i propri diritti? Finché il peso sarà sulle spalle delle donne e non si vorrà intervenire a monte del problema, avremo perso molte occasioni per consentire un ingresso e una permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Non solo incentivi fiscali temporanei alle assunzioni che ti lasciano a terra quando finiscono. Gli strumenti di flessibilità (per uomini e per donne) devono essere la regola, perché se si lascia il datore di lavoro libero di scegliere se concedere questo lusso, molte di noi non avranno mai questa possibilità. Gli strumenti di conciliazione sono necessari, perché non è pensabile che strutture come nidi, asili e scuole a tempo pieno possano essere la soluzione. Io non voglio assistenza, voglio uno stato che sia in grado di capire cosa significa essere donna e confrontarsi con il mondo del lavoro attuale.

PROGRAMMAZIONE, LUNGIMIRANZA, CONCRETEZZA. Vi piacciono queste parole? Se non ne conoscete il significato, vi consiglio Treccani.it
Non possiamo accontentarci, non è più il momento delle soluzioni tampone o delle toppe.

 

Approfondimenti:

http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/01Apr2015/01Apr2015cd47a6be102a7268be2d0ad1b74f438e.pdf

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-doppio-allarme-sul-lavoro-delle-donne/

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10 responses to “42.000

  1. cristinadellamore ha detto:

    Bene, però serve un corpo intermedio (o almeno qualche corpo intermedio), visto che anche i partiti, per quel che valgono, sono ancora maschilisti. Cioè, mi pare, tanto per fare un esempio, che Civati sia un uomo – in quanto tale politicamente indeciso a tutto, tra l’altro ;P

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  2. Pin@ ha detto:

    Bah..il fatto è che non sono solo 42000 donne che hanno perso il posto, bisogna anche considerare tutte quelle che nel mondo del lavoro non riescono ad entrare. Sono laureata in ingegneria da due anni, e benché si dica che sia una laurea con il lavoro in tasca, io fatico tantissimo a trovare qualcosa di stabile e che mi permetta di vivere in modo indipendente. La situazione lavorativa in ItaGlia è uno schifo!

    Piace a 1 persona

    • simonasforza ha detto:

      Vanno ad aggiungersi alla mole di donne che: sono uscite dal mercato del lavoro, non sono mai entrate, se non sporadicamente e saltuariamente, entrano ed escono, collezionano contratti atipici/nero e altre amenità (come le partite IVA che nascondo rapporti di lavoro tutt’altro che autonomi), sono diventate “inutili” e “sgradite” per i soliti motivi che conosciamo ecc. Storie di discriminazioni, difficoltà, precarietà che sono trasversali per livello di istruzione e specializzazione. La forza lavoro è sempre più merce al ribasso, e in quanto donne siamo anche la merce più “pericolosa”. L’unica via è creare delle regole e dei diritti certi. Invece corriamo sempre dietro ai datori di lavoro e l’unico obiettivo è agevolarli in ogni modo. Non ne parliamo poi del sistema familistico che non premia certo le competenze e il merito. In effetti è un bello schifo!

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  3. […] E non dimentichiamo, giusto per citare un dato che in questo periodo sta spopolando, che sono 42000 le donne che hanno perso il lavoro in Italia ( non considerando tutte quelle che lavorano in nero o […]

    Piace a 1 persona

  4. […] Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui. […]

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  5. […] E non dimentichiamo, giusto per citare un dato che in questo periodo sta spopolando, che sono 42000 le donne che hanno perso il lavoro in Italia ( non considerando tutte quelle che lavorano in nero o […]

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  6. […] E non dimentichiamo, giusto per citare un dato che in questo periodo sta spopolando, che sono 42000 le donne che hanno perso il lavoro in Italia ( non considerando tutte quelle che lavorano in nero o […]

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