Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Anno nuovo, quali prospettive

su 11 gennaio 2020

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Torno a scrivere per fare un po’ il punto sulle prospettive che abbiamo davanti.

L’anno si è aperto con un’ottima notizia, una di quelle che ti rincuorano: Laura Massaro ha vinto in appello e finalmente può tornare a respirare dopo la battaglia giudiziaria che ha visto coinvolti lei e suo figlio per l’affidamento, con tanto di accusa di Pas incombente, che ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 6 anni. Grazie a tutti coloro che si sono spesi per questa causa e alla tenacia e al coraggio di questa madre. Grazie Laura per ciò che hai fatto! Una battaglia per tutte le donne. Ci auguriamo che si moltiplichino questo tipo di vittorie e che teorie spazzatura non trovino più spazio nelle aule di tribunale e che le donne e i minori vengano ascoltati veramente. Infatti ha ragione Laura, non è finita del tutto: “Il problema è la 54 del 2006 di cui la pas è un accessorio, il più feroce.” E tante madri hanno dovuto lottare contro questa serpe che si insinua nelle Ctu e non permette di andare a fondo nelle situazioni in cui si denuncia violenza domestica, scoraggiando la denuncia e in numerosi casi troncando le relazioni madri-figli. Ci auguriamo infine che venga presto restituita a Laura la responsabilità genitoriale. Non c’è niente di più importante che ridare serenità a un bambino che chiede solo di restare con le persone a lui più care.

Non possiamo abbassare la guardia, perché ci sono altri segnali che ci indicano che le cose non sembrano filare lisce. Campanelli d’allarme che continuano ad arrivarci in sordina, un po’ silenziati da altre questioni che fanno maggior rumore e attraggono le nostre attenzioni. Attorno abbiamo dei cambiamenti che ci dovrebbero far capire la pericolosa inversione che si sta facendo largo. Una storia che inizia qualche anno fa, quando, per mano di Regione Lombardia, venne varato il sistema O.R.A. per la raccolta dei dati degli interventi nei centri antiviolenza operanti sul territorio (ne avevo tra l’altro già parlato qui). Metodo che prevede un tracciamento degli accessi ai CAV, con la trasmissione dei codici fiscali delle donne. In barba a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul per quanto concerne le attività dei servizi inerenti all’intervento in casi di violenza, si decideva di intaccare il diritto all’anonimato delle donne. Le nuove regole diventavano condizione imprescindibile per accedere ai bandi e ai finanziamenti regionali. A livello di Comune di Milano si era giunti a una soluzione: un codice alfanumerico per i centri che sceglievano di non fornire il Codice fiscale; il C.F. per tutti gli altri enti coinvolti.

A livello regionale ci sono state interrogazioni, ordini del giorno da parte delle opposizioni, cercando di trovare un compromesso che non discriminasse nessuna pratica dei Centri. Regione Lombardia difende strenuamente la sua piattaforma O.R.A., che a loro dire garantisce l’anonimato. Ma anche a un neofita tutto ciò appare più come un arroccamento su posizioni che invece dovrebbero giungere a una composizione nell’interesse primario delle donne. Eppure, come abbiamo visto l’alternativa ci sarebbe, introdurre un doppio sistema di tracciamento, per andare incontro alle esigenze ed agli approcci di entità diverse. Perché di approcci appunto si tratta: di salvaguardare una storia e le esperienze di coloro che per prime hanno costruito ed elaborato un modello di intervento. Non è affatto questione secondaria garantire l’anonimato e la privacy, specialmente in una fase iniziale nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Si tratta di rispettare le donne e un percorso che nasce da un’analisi profonda delle radici della violenza maschile contro le donne, un cammino che parte dal femminismo e al suo disvelamento sul potere maschile e sulla mascolinità tossica, sui meccanismi che generano un fenomeno che necessita di interventi non solo di emancipazione delle donne, ma sulla cultura. Cura e accoglienza delle donne nelle situazioni di violenza, accompagnamento verso l’uscita, ma anche prevenzione, come prevede la Convenzione di Istanbul. Insomma, c’è tanto alle spalle di determinate esperienze sul territorio, che non si possono perdere. Chiaramente si continuerà a sollecitare le istituzioni preposte affinché giungano a trovare una soluzione idonea.

Non si può sacrificare una storia, un modello nato dalle donne per le donne. Non ci stiamo a criteri discriminatori per quanto concerne le regole di raccolta dati e per i criteri di accesso a bandi per la gestione dei centri e per i finanziamenti. Non è solo forma, ma soprattutto sostanza di un modus operandi che va tutelato e non smarrito per ragioni burocratiche. Si tratta di dare spazio ed agibilità a tutte le soluzioni, a tutti i soggetti, mettendo però sempre al centro le donne.

Quali sono i risultati sul campo che possiamo già vedere? Il centro antiviolenza di Corsico “La stanza dello scirocco”, ha cambiato gestione. Ringrazio le donne dell’associazione VentunesimoDonna per aver divulgato la notizia e per tutto il lavoro di sostegno svolto negli anni: “Dal 31 dicembre “La Stanza dello Scirocco” il Centro Antiviolenza del Distretto di Corsico non è più gestito dal Cadmi”, che è stata esclusa dalla partecipazione al bando per la gestione del centro, passato alla Fondazione Padri Somaschi.

Non so perché, ma la situazione me ne ricorda un’altra. Avete presente i consultori? La Lombardia ha sperimentato una crescita esponenziale del privato accreditato, in stragrande maggioranza di matrice confessionale: dai risultati di un progetto che ha indagato la galassia dei consultori familiari italiani a 40 anni dalla loro nascita, emerge che i consultori accreditati lombardi sono 91 (35% del numero complessivo dei consultori familiari riportato dai referenti). Non è difficile immaginare che piano piano la natura, i valori, gli obiettivi e le caratteristiche con cui erano nati siano state modificate, rimodulate, cambiando anche alcuni elementi che erano il cuore del presidio consultoriale.

Siccome abbiamo già grosse difficoltà, non possiamo assolutamente permetterci di perdere il bagaglio di esperienze e la consapevolezza che abbiamo costruito negli anni, con pratiche e visioni germogliate grazie al femminismo. La differenza c’è. L’emersione della violenza ha bisogno della collaborazione di tutte le forze in campo, tutelando le donne, i loro diritti e le loro scelte, affinché si intervenga il prima possibile e si interrompa la spirale dei maltrattamenti che si consumano per anni.

Ciò che è accaduto lo scorso 17 dicembre a San Siro ai danni di una diciottenne, testimonia quanto sia importante intervenire precocemente per evitare conseguenze peggiori, interrompendo l’escalation sin dai primi segnali evidenti di maltrattamenti. Nella frase con cui ha provato a difendersi il compagno della vittima “Sto solo picchiando mia moglie” c’è tutto il substrato patriarcale che legittima la violenza sulle donne. Occorre accompagnare le donne in un percorso in cui riescano a riconoscere cosa stanno vivendo e proteggerle nel difficile cammino di uscita da relazioni tossiche e violente. In questo caso, per esempio, le violenze erano iniziate nel marzo 2017, con un ricovero in ospedale e un tentativo di suicidio negli ultimi mesi. Non aggiungo altro.

Abbiamo veramente molto lavoro da fare e non possiamo permetterci di perdere elementi preziosi. Troviamo soluzioni equilibrate che sappiano andare incontro all’unico essenziale obiettivo: consentire alle donne di vivere libere dalla violenza maschile.

p.s. il Comitato Abitanti di San Siro e Nudm Milano stanno organizzando una passeggiata contro la violenza sulle donne per il 28 gennaio. Qui l’evento con i dettagli:

https://www.facebook.com/events/954292334965273/


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