Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Sotto e mal rappresentate

 

Non parlerò di rappresentanza politica delle donne. Anche se di figure femminili si tratta. Se tu immergi un bambino sin dalla più tenera età in un contesto che tende a rappresentare la realtà in modo parziale, avremo un adulto al quale sarà arrivato un messaggio altrettanto parziale. Alcuni studi tra gli anni ’70 e ’80 sui libri di storie per bambini hanno evidenziato una maggioranza di personaggi, eroi e protagonisti maschili. Questa minor presenza poteva portare a pensare che il ruolo delle donne fosse meno importante e rilevante nell’azione, anche perché spesso le figure femminili erano fragili, rappresentate in ambito domestico, bisognose d’aiuto e con ruoli tutto sommato passivi. L’avventura era prerogativa maschile. Oggi forse qualcosa sta cambiando, con protagoniste che se la cavano perfettamente da sole e che riescono a sovvertire i vecchi stereotipi. Ci sono principesse che rifiutano il proprio destino da soprammobile per fare le dottoresse (come Arianna in Zog qui).

Zog

 

Per cambiare l’assetto culturale, la percezione delle figure femminili, conta molto quanto queste eroine siano diffuse e quanto pubblico riescano ad avvicinare. Frozen è su questa scia, ma mi piacerebbe comprendere cosa sia arrivato ai bimbi maschi del messaggio veicolato da questo cartone. Perché non è importante solo la percezione che le bambine hanno di sé, ma anche in che modo i bambini si costruiscono un’idea del genere femminile. E qui è sempre importante il ruolo degli adulti nella scelta delle letture e dei messaggi da trasmettere.
I libri di testo, di storia, le antologie ecc. soffrono spesso di una sotto-rappresentazione delle donne, figure a volte legate solo al ruolo di cura. Come se all’umanità mancasse un pezzo, come se alla storia fosse stata sottratta la memoria delle donne del passato. Dimenticandoci delle tante donne che hanno saputo incidere nella storia e contribuire al progresso del genere umano. Forse sarebbe il caso di intervenire e di correggere questo aspetto con maggior convinzione e sistematicità, non affidandosi esclusivamente alla buona volontà di qualche insegnante, che si impegni ad “integrare”.

In compenso i media, le riviste e le pubblicità sono ricolmi di stereotipi femminili. Come rilevava già Berger J. nel 1972 in Ways of seeing, il corpo delle donne è fatto per essere guardato, mentre quello dell’uomo è fatto per l’azione. Del corpo maschile si cerca di celebrare l’energia, gli ideali del potere, della forza e della supremazia. L’uomo non è oggetto dell’osservazione, ma soggetto attivo, rappresentato sempre nell’atto di compiere qualche azione. I corpi delle donne vengono posti in modo tale da essere guardati, da chiedere di esserlo. Gli uomini agiscono, mentre alle donne è richiesto di apparire, come “oggetto della visione”.
Rosalind Coward ha intravisto nei messaggi delle pubblicità e dei media un implicito incoraggiamento affinché le donne considerino il loro corpo un progetto, su cui lavorare, da curare in ogni suo più piccolo angolo. Basta dare un’occhiata alla miriade di prodotti di bellezza e di cura femminili adatti ad ogni più piccolo pezzo di corpo.

 

 

L’essere adeguate non per se stesse, ma finalizzato al piacere agli uomini. Ci viene insegnato a guardare al nostro corpo e a tutta la nostra persona non con un punto di vista personale, ma sempre in funzione dello sguardo e del giudizio maschile. La donna deve continuamente fare i conti con la sua immagine, così come viene percepita dagli altri, perché da questo ne deriverà il successo o l’insuccesso nella vita, perché si veicola il messaggio che il successo deriva dal piacere agli uomini. In tutto questo non c’è spazio per la personalità, per una cura del proprio universo interiore. Comprendete che non sempre si è in grado di evidenziare queste pressioni psicologiche nascoste. Specialmente in una fase di formazione e di creazione di una propria identità. Non tutte riusciranno a smarcarsi, anche perché ci saranno sempre nuove sollecitazioni affinché ci si adegui e si compiaccia un certo tipo di mentalità che si aspetta solo determinate cose dalle donne. In questo modello la donna va tenuta sotto controllo, la sua immagine deve essere ben distinta da quella maschile. In questo entra in gioco l’atto maschile di guardare, nella fruizione di materiale pornografico. Secondo Root J. in Pictures of Women del 1984, l’eccitazione del pornomane deriva dall’idea di spiare, di osservare qualcuno che non può vederci. Le figure femminili sono “fissate” (sia sulla stampa che sullo schermo), ma forniscono l’illusione che ci sia una disponibilità sessuale esclusiva. La donna diventa oggetto sessuale per il maschio, al servizio del suo desiderio. La passività e la disponibilità femminili della pornografia le ritroviamo nella nostra quotidianità, su riviste femminili, sulle pubblicità, nei media in generale. Ecco il motivo per chiedere un cambiamento nei messaggi veicolati dalla pubblicità e dai media. Andrea Dworkin si era schierata a favore di una censura statale della porrnografia: “l’esposizione a temi di violenza e di predominio maschile desensibilizza il pubblico maschile e può spingerlo a credere che le donne traggano piacere dalla sofferenza e dall’umiliazione”.

Catherine MacKinnon sostiene che la “pratica sociale dell’oppressione delle donne gratifichi sessualmente l’uomo”. Per cui la pornografia rifletterebbe la natura della sessualità maschile. Questo mix di materiale pornografico e di messaggi dei media che veicolano questa idea di sottomissione e controllo della donna, producono una realtà immaginaria, parallela di cui gli uomini si nutrono. Se poi alle immagini aggiungiamo un uso del linguaggio altrettanto funzionale a questa visione, abbiamo costruito un meccanismo diabolico difficile da scardinare. Per questo dobbiamo ragionare in parallelo. Nessun dettaglio deve essere lasciato al caso. Non lasciamoci rappresentare attraverso gli stereotipi, comprendiamone i meccanismi e adoperiamoci affiché le cose cambino, partendo dal nostro quotidiano. Coraggio, mai mollare o farsi intimidire!
Prendiamo esempio da mia figlia, 3 anni, che quando va al parco e trova dei bimbi più grandi che giocano a calcio, si butta nella mischia e urla: “la prendo io!”. Chi ci può fermare?!

 

Fonte studi: Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

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Sex work non è un termine neutro

Las senoritas de Avignon - Picasso

Las senoritas de Avignon – Picasso

 

Oggi desidero condividere con voi questa mia traduzione (perdonatemi se non è perfetta!) di un articolo molto interessante (dal titolo Why we shouldn’t rebrand prostitution as “sex work”, qui l’originale) di Sarah Ditum, pubblicato lo scorso 1 dicembre su New Statesman.

La prostituzione va raccontata per come è nella realtà. Le parole sono cariche di senso e vanno adoperate con oculatezza.

 

Daisy aveva 15 anni quando fu segnalata per la prima volta alle autorità di polizia per prostituzione. Lei ha raccontato a pochissime persone questa parte della sua vita, perché non desidera che questa possa avere ripercussioni in quella attuale (in questo articolo ogni dettaglio che possa identificarla è stato rimosso). Questo fa di lei una delle tante voci di donne che non ascolterete mai nei dibattiti attorno all’industria del sesso.

I responsabili politici e le femministe continuano a ripetere di “ascoltare le sex workers”, ma vale la pena sottolineare come si possano ascoltare solo le voci di coloro che volontariamente desiderano condividere la loro esperienza, maggiori saranno state le pene sofferte e minore sarà la probabilità che desideri renderle pubbliche. Figure come Brooke Magnanti “Belle de Jour” e Melissa Gira Grant (autrice di Playing the Whore), possono diventare rappresentative del mondo della prostituzione probabilmente proprio perché le loro esperienze positive sono inusuali. Sul fronte opposto troviamo donne che si definiscono “sopravvissute”, come Rachel Moran e Rebecca Mott. Per queste donne, il commercio sessuale non è altro che un trauma, e ripercorrere quel trauma è parte integrante della loro campagna pubblica di sensibilizzazione sul tema. Questo è il duro scotto da pagare ed è ciò che Daisy, incontrata in un centro di sostegno alle donne vittime di violenza, rifiuta di fare: “Mi rifiuto di costruire una mia “carriera” fondata sul fatto di essere una “ex” di qualcosa, non è un’etichetta che desidero accettare”. La questione delle etichette è fondamentale quando affrontiamo il tema della prostituzione. Al momento è in atto una campagna a cura della Associated Press per rimuovere la parola “prostituta” dal suo Stylebook del 2015. Certamente il suo uso distruttivo e dispregiativo come sinonimo di “donna” è da bandire. Nel 1979, i poliziotti che indagavano sul killer dello Yorkshire discriminarono tra donne “vittime innocenti” e le prostitute (quasi a voler sottolineare la linea di demarcazione, come se in qualche modo si volesse defraudare le donne morte di un uguale diritto alla vita, ndr). In un appello straordinario diretto all’assassino, la polizia del West Yorkshire promise di continuare a contrastare la prostituzione, arrestando le prostitute, quasi a voler sottintendere che fossero in qualche modo concordi nell’azione di “pulizia” attuata dal killer, seppur con metodologie meno violente (naturalmente questo appello non sortì alcun effetto, perché Sutcliffe, the Ripper, uccise altre due donne, prima di essere catturato). Nel 2006, la polizia di Ipswich indagò su un altro serial killer che prendeva di mira le donne che vendevano sesso, ma questa volta il linguaggio usato fu differente: in questo caso le vittime non furono definite “prostitute”, ma semplicemente donne. Si tratta di un piccolo ma significativo slittamento di senso. Le circostanze in cui le donne vengono uccise sono rilevanti per le indagini, ma non devono essere presentate come una giustificazione delle loro morti.

Coloro che si definiscono sostenitori delle sex workers vorrebbero introdurre il termine sex worker all’interno dello Stylebook; io sono una dei firmatari di una lettera rivolta all’AP affinché rigetti tale richiesta. Cosa c’è che non va nel termine sex worker? Per prima cosa, si tratta di un termine molto generico. Esso può includere sia le prostitute di strada, sia le escort, sia le spogliarelliste, che le operatrici delle hot-line, le tenutarie dei bordelli, i venditori di sex toys, così come i loro “manager”. Chiaramente non stiamo parlando di categorie assimilabili, per cui qualsiasi teoria o legge che tenti di trattarli con un approccio unitario rischia di soccombere sul fatto che non tutte le fattispecie sono riconducibili al sex work. “Sex work” è utilizzato anche da coloro che affrontano le tematiche di genere in maniera zelante: il termine prostituta sarebbe così imbevuto di una connotazione “femminile”, da essere necessario specificare quando si tratta di prostituzione maschile, mentre “sex worker” potrebbe essere valido per entrambi i generi. L’intenzione potrebbe essere anche buona, ma può essere fuorviante: perché la maggioranza di chi si prostituisce è donna, e coloro che usufruiscono dei servizi sessuali sono prevalentemente uomini. Quando si tratta di prostituzione, il genere neutro è una mistificazione. Se da un certo punto di vista il termine “sex worker” è troppo ampio, da un altro è troppo riduttivo: arriva a comprendere molte più cose della vendita di sesso, ma esclude coloro che hanno venduto o vendono sesso ma non si riconoscono come “sex worker”. Daisy è una di loro. Quando le ho chiesto se definirebbe mai se stessa come sex worker, la sua risposta è stata accesa: “Non vorrei adoperare quell’espressione. Nessuna donna è una “sex worker”. Non è un lavoro, si tratta di violenza”. La storia di Daisy dimostra che è impossibile concordare con il liberalismo più ottimista, che sostiene che le donne siano in grado di compiere una scelta razionale quando entrano in questo mondo o scelgono di scambiare sesso con il denaro. Quando una giovane adolescente scappa dalle violenze familiari, ha una vita fatta di espedienti, piccoli crimini, senza una fissa dimora. Un giorno la persona con cui sta le propone di fare sesso con un suo amico. “Era un magnaccia (ponce)”, mi dice. Io le chiedo quale sia la differenza tra magnaccia (ponce) e mezzano/procacciatore (pimp). La risposta sta tutta nei metodi con cui questi uomini controllano le donne: un pimp si serve di minacce, mentre un ponce sfrutta la vulnerabilità emotiva. “Un mezzano ti dice subito – sei lì solo per fare soldi,” dice Daisy. “Un ponce (magnaccia) ti dice che ti ama e che ci tiene a te, ma alla fine il risultato non cambia.”

Naturalmente non vi è certezza che il racconto che una donna fa della sua esperienza di vita sia effettivamente rispettato da coloro che sostengono di ascoltarla. Quando Maya Angelou è morta a maggio di questo anno, le rappresentanti delle sex workers l’hanno annoverata tra le loro fila, nonostante Maya non si fosse mai definita una “sex worker”. Un articolo apparso sul sito Vice l’ha arruolata per la causa dell’International Whores’ Day, mentre in un articolo su Mic, Angelou diviene uno strumento utile per una reprimenda contro il femminismo in generale: “Quando il femminismo si fissa su quello che le donne dovrebbero e non dovrebbero fare – sia che si tratti di sex work, che di matrimonio, di percorsi di carriera che di scelte di stili di vita – perde la sua missione principale per l’uguaglianza, la diversità, l’accettazione. Falliscono le sue donne e le sue leader, come Maya Angelou.” Certo è vero che Angelou non indulge mai in una condanna di se stessa quando racconta la sua esperienza di prostituzione nel suo Gather Together in my Name. Ma allo stesso tempo, nessuno può leggere la sua autobiografia, traendo la conclusione che lei auspichi che altre donne seguano la sua esperienza. Più avanti ha raccontato la sua esperienza come “pimp” e di essere successivamente diventata la mezzana di se stessa.

Tuttavia esistono donne che sono considerate totalmente riabilitate. La reputazione di Andrea Dworkin come SWERF (acronimo di “sex worker exclusionary feminist“) ha avuto la meglio sulla sua esperienza personale nel mondo della prostituzione, fondamentale per il suo lavoro. “I presupposti delle prostitute sono anche i miei presupposti”, disse in un suo discorso nel 1992. “Sono i miei punti di partenza… La prostituzione non è un’idea astratta. È la bocca, la vagina, il retto, penetrato solitamente da un pene, talvolta mani, talvolta oggetti, da un uomo e poi da un altro, e poi un altro e un altro ancora.” Questi aspetti sono difficili da affrontare, senza scivolare nella scabrosità, e Daisy devia sempre il discorso quando ci avviciniamo a parlare di sesso reale. Mi chiedo se questi tentativi di cambiare argomento siano intenzionali o meno.
“Non mi va di parlare dell’atto in sé”, mi dice. “Non voglio che sia squallido. Mi interessa far capire i danni emotivi che quell’atto provoca.” Per Daisy questo danno interiore è stato molto profondo: mentre nella prostituzione, mi dice, che era incapace di creare relazioni intime. “Come ti comporti con una persona che fa sesso con altri?” mi chiede. “Come puoi condividere qualcuno che ami con altri? Sono degli elementi che ha compreso a distanza di tempo. “Quando ero coinvolta in prima persona, ero la più grande sostenitrice di quello che facevo. Dovevo giustificare in qualche modo quello che facevo. Come avrei potuto sopravvivere altrimenti?” Quell’imperativo di sopravvivenza non ha portato Daisy a drogarsi o a bere, ma ha sviluppato un’altra mania compulsiva: “Compravo. Era la mia cura.” Verso la fine della sua esperienza, Daisy guadagnava £200 a serata e 500 da venerdì a sabato. Se li spendeva tutti, perché non sopportava l’idea di tenerli. Esistono anche danni fisici. Domandandole se avesse mai subito aggressioni da parte di clienti, Daisy mi ha indicato una cicatrice sul suo volto: la violenza è qualcosa di inevitabile quando ci si prostituisce.

Perciò se definiamo il sesso un lavoro, che diamine di lavoro è? L’elemento del danno fisico potrebbe avvicinarlo a un tipo di lavoro ad alto rischio, tipico degli uomini, come coloro che lavorano sulle piattaforme petrolifere; ma questo tipo di impieghi solitamente comportano una serie di vantaggi compensativi del pericolo che si corre. Nella prostituzione, l’unica cosa prodotta è l’orgasmo maschile, e più una donna è in uno stato di pericolo, meno può dettare le proprie condizioni. Forse allora il sex work appartiene ai generi di lavoro femminili più umili, come le pulizie e la cura dei figli (una connessione tra English Collective of Prostitutes e la campagna per il riconoscimento di un salario per le casalinghe); ma noi riconosciamo che il lavoro domestico è un lavoro anche se non retribuito, mentre il sesso dovrebbe essere un piacere e non un noioso obbligo. Per questo l’analogia non regge. Potrebbe essere qualcosa di simile a fare l’attrice o la ballerina – arti che presuppongono un pieno uso del corpo? (In questo caso ci sono dei precedenti storici, che vedono attrici e ballerine spesso associate all’immagine di prostitute o quanto meno ne avevano la fama). Ma gli attori e i ballerini sono personaggi pubblici celebri: la prostituzione avviene nel privato, e come la maggior parte delle cose che avvengono nel privato, essa non conferisce prestigio a coloro che la praticano, per quanto bravo/a possa essere.

Attori e ballerini non forniscono l’accesso ai loro organi intimi, e si applicano in una formazione personale onerosa, che non è richiesta a chi si prostituisce. Infatti, l’unico requisito per prostituirti è che tu abbia un corpo da penetrare e che un uomo sia disposto a pagare per farlo. I sostenitori del sex work, amano ricordarci che nessuna donna vende letteralmente il suo corpo, dal momento che mantiene la piena proprietà sulla propria persona. Ma chiaramente, ciò che viene pagato dai clienti è effettivamente il corpo – il bene che viene acquistato è il diritto di accedere al corpo della donna per un certo periodo di tempo e/o il compimento di atti specifici. Ciò che gli uomini comprano dalle donne non è il loro lavoro, ma una licenza monouso per penetrare il loro corpo. I critici della prostituzione sono spesso accusati di voler controllare la sessualità femminile, ma vale la pena ricordare che se la prostituzione dipendesse dai desideri delle donne, non dovrebbero essere pagate per partecipare: nessuno ha più potere sulla sessualità di una donna di un uomo che la paga per facilitare il suo orgasmo.

“Sex work” non è un termine neutro: esso veicola i suoi presupposti politici tacitamente nascosti, così come qualsiasi altra scelta. Quando parliamo di “sex work” noi avalliamo l’idea che il sesso possa essere una professione per le donne e un piacere per gli uomini – uomini che hanno il potere economico e sociale di agire come una classe di “padroni” in materia di prestazioni sessuali. Noi accettiamo che i corpi delle donne esistano in quanto risorsa “utilizzabile” dalle altre persone – persone di sesso maschile con i mezzi per pagare per scopare. La prostituzione è un’istituzione economica costituita non solo da donne che vendono sesso, ma significativamente, da uomini che creano la domanda, commettono la violenza ed estorcono un tributo emotivo alle donne con cui fanno sesso. Alcuni di questi uomini riconoscono che ciò che fanno può essere potenzialmente dannoso: un uomo intervistato (qui) ha ammesso che egli avverte quanto sia “emotivamente dannoso per le donne”, prima di auto-assolversi sostenendo di essere “solo uno in più dei tanti”. Daisy ha lasciato la prostituzione a 30 anni, e ora lei sostiene di essere di nuovo “un tutt’uno, mente e corpo”. Possiamo ascoltare solo lei e le donne come lei, se si desidera adoperare argomentazioni oneste in merito a ciò che comporta la vendita di sesso.

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Porno & Violenza

Franco Matticchio

Franco Matticchio

 

Affronto un argomento divisivo per il movimento delle donne. Mi piace l’approccio che ne fa Chiara Volpato, perché vorrei seguire un percorso “scientifico” e non emotivo e soggettivo. Di solito se ne fa una trattazione “partigiana”, senza alcun fondamento a sostegno di una o dell’altra posizione. Si parla per il puro gusto di parlare. Ma certe tematiche non possono essere trattate con leggerezza.
La progressiva sessualizzazione delle immagini di donne, ma anche di uomini, adolescenti e bambini, ha contribuito a generare in Occidente, quella che è stata definita una pornificazione del quotidiano (American Psychological Association, 2010)
Alcune femministe come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. Le sex positive feminists (come Erica Jong) ritengono che la libertà sessuale sia un elemento cruciale della libertà femminile. Per cui, partendo dall’assunto che il sesso tra consenzienti è sempre qualcosa di positivo, hanno rifiutato qualsiasi controllo, compreso in merito alla pornografia. Capite che non è tutto libero quello che appare tale. È un po’ quel che accade sul tema della prostituzione, in merito alle sex workers che sostengono di farlo per libera scelta (vi consiglio questi due bei post in merito: qui e qui). Si può essere liber* “di“, ma non è sempre detto che lo si sia “da“, che si può palesare con un bisogno economico, una subordinazione culturale, fisica, materiale, un disagio sociale ecc. Si chiamano fattori discriminanti e non ci rendono liber* effettivamente e pienamente.

La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo.
Numerose indagini scientifiche (qui e qui) hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte dal rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.

Le ricerche in ambito psicosociale hanno evidenziato come il consumo di pornografia violenta porti gli uomini ad agire in modo violento con le donne reali. Tra l’altro si è notata una trasformazione nell’industria dell’hard. Se prima degli anni ’90 tutto si fondava sul mito dello stupro (che diventava il desiderio segreto di ogni donna, per cui la sua rappresentazione aveva una funzione maieutica), in anni più recenti si è sviluppato uno stile desessualizzato, in cui la donna è ridotta a mero oggetto passivo, in un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash (Pietro Adamo, 2004, Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo; Susan Faludi qui e Marilyn French qui), tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Per cui il sesso diventa uno strumento punitivo al servizio del potere maschile (Adamo, 2004).
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia (pag. 42, qui lo studio).
I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti e che ci sia una domanda di prostituzione in ascesa.
Per le ragazze è emersa una relazione tra violenza psicologica, subita in famiglia, o la violenza sessuale subita in famiglia o fuori, e l’uso della pornografia violenta (diventa una specie di anestetico per “normalizzare” e controllare un trauma). Per i ragazzi è tutto molto diverso: la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la mascolinità del maschio dominante.
Ci sarà davvero un ethical porn (vi suggerisco questa bella indagine di Zoe Williams sul Guardian), oppure è solo un tentativo di “normalizzazione”, una trovata di marketing per vendere un prodotto? Pandora Blake sostiene che il “Feminist porn is explicitly focused on women’s desires and sexuality”, però leggo anche che: “Makers of ethical porn believe you can have a violent fantasy, of any kind, and that can be a legitimate part of your sexual identity, one that you have a right to explore”. Quindi, forse siamo al punto di partenza e non ci abbiamo guadagnato nulla.

Per concludere vi suggerisco, sul blog de il Ricciocorno:
una traduzione di un pezzo di Jonah Mix, e quest’altro un post molto ben documentato.

Non vogliamo censurare nulla, solo cercare di ragionare seriamente, dati alla mano, studi e indagini scientifiche alla mano. Non possiamo costruire discorsi sul nulla. Innanzitutto dobbiamo spiegare cosa intendiamo con pornografia, senza confondere e mischiare cose che non hanno nessuna attinenza. Nessun* vuole le barricate, il confronto dovrebbe essere il primo passo, soprattutto mi aspetto che non si ricorra a etichettarci come bacchettone a priori o solo per sostenere una tesi. Vogliamo diffondere informazioni corrette sul fenomeno e forse sarebbe ora di fare educazione sessuale e all’affettività nelle scuole, in modo corretto e senza pregiudizi medievali e reazioni intolleranti come questa. Noi genitori abbiamo un ruolo importante, ma non è sufficiente.

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