Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Ideologica?

@Anna Parini


Ieri ho fatto un ennesimo tentativo di far comprendere quanto la riproposizione sorda della parola “mamme” fosse carica non solo di un mancato ascolto delle donne, ma anche di un ingabbiamento, di una visione parziale e discriminatoria, di un linguaggio lontano anni luce da un progresso nell’immaginario e nei fatti. Ne avevo già parlato qui.

Durante il mio intervento sin da subito ho sentito davanti a me un muro, che sin dopo qualche secondo si è tramutato in parole, “non hai capito niente”, “va bene lo hai detto, ma ora basta”. Insomma un successo di reazioni empatiche e in ascolto. Ma non posso dire che non me lo aspettassi. Era solo un altro tentativo di interloquire su questi temi. Era solo l’ultimo dei momenti desolanti a cui ho partecipato.

Quei sussurri scomposti e stizziti “non hai capito niente” fatti per scompormi e interrompere le mie argomentazioni mi hanno ricordato tanto il noise su Facebook, il disturbo nei commenti per silenziare qualsiasi tentativo di presa di parola autonomamente ragionata. Mi ha ricordato un atteggiamento paternalistico ma condito da un fastidio per qualcosa di aspettato ma comunque senza diritto di cittadinanza. Perché lì doveva filare tutto liscio. Perché io sono nessuno e quindi devo essere grata che il partito si sia ricordato delle mamme. Eppure io dal mio partire da me stessa, dalla mia storia e dalla mia esperienza non ho tratto un accanimento e una mono direzione. Dalla mia storia personale dopo aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mia scelta di diventare madre sul mio lavoro, ho sempre tenuto la barra dritta e non mi sono ripiegata sulla figura totem della mamma. Ho sempre lucidamente continuato a guardare alle donne, a lottare per l’uguaglianza, la riduzione delle discriminazioni, l’inclusione in ogni ambito delle donne. Questo blog ne è la prova. Perché parlare di donne significa non escludere e non sacrificare nessuna. Significa saper ascoltare tutte le donne. Significa uscire dalle gabbie e rifiutare le riserve protette. Significa non legarci alla biologia, significa pensare a chi donna biologica non è ma si sente tale. Significa parlare di care work non solo in termini di maternità ma in tutte le sue declinazioni, significa parlare di condivisione. Significa pensare in termini di genitorialità. Significa che anche se non hai figli è tuo diritto poter conciliare vita privata e lavoro, si chiama benessere e qualità della vita. Parlare di donne significa aver compreso finalmente la complessità e le difficoltà di tutte le donne. Significa parlare di diritti a 360°, finalmente non subordinati, non legati all’essere madri.

Quindi le parole, queste parole buttate al vento producono l’effetto allontanamento. Ci danno la sensazione di non avere spazio e ascolto reale. Ci danno la sensazione che la società sia rimasta cristallizzata. Parlare in termini di “mamme” vuol dire non volerci guardare in faccia, non accettarci come esseri umani completi, come portatrici autonome di diritti. Ieri pensavo a tutte le mie compagne di battaglie e di come siamo unite da tanto altro.

Tutto molto ordinato al tavolo, sin dall’introduzione di Nannicini che convintamente ripeteva la triade “lavoro, casa, mamme”. Con la stessa convinzione che aveva portato gli organizzatori a non smentire il capo e a riproporre “mamme” come parola d’ordine e come priorità dell’agenda politica.

Sì priorità dell’agenda politica.

Ho pensato alle donne italiane e a quanto mortificante possa suonare questa impostazione.

Forse perché per me le parole hanno un peso e una ricaduta importanti. Ma ancora una volta ho compreso cosa significa trincerarsi e barricarsi dietro una scelta che reca con sé la conseguenza naturale che se non sei mamma la politica non farà molto per te, o che farà molto poco, non sei prioritaria come cittadina. Tu donna sei meritevole di sostegno se sei fattrice, altrimenti sei una boicottatrice dei progetti nazionali. Io donna non ho cittadinanza e diritti in quanto essere umano, ma in quanto procreatrice. Nel disegno politico sono scolorita e quasi scompaio in tutte le mie declinazioni, molteplicità. Anche la mia storia personale non vale e mi si vuole insegnare la vita. Cosa vuoi che ne sappia dell’essere una mamma lavoratrice? È mancato l’ascolto delle donne. Manca. Ero lì in carne e ossa ma non è stato sufficiente per essere ascoltata. Ero lì perché faccio politica anche con il mio corpo e la mia voce, per testimoniare il mio pensiero in un luogo fisico. Per un confronto. Perché ci fosse accoglienza a un punto di vista, che proprio perché critico voleva spingere a riflettere e a interrogarsi. Eppure alcune si autodefinivano femministe. Quanto stropicciato è questo termine. Sì deformato e trasfigurato. Irriconoscibile. In questi contesti è assai rara la sua forma originale.

Probabilmente avranno pensato fossi una estremista infiltrata che era lì solo per fare polemica. Mica hanno capito il mio reale sconcerto e sgomento. Mica hanno capito che ero una donna iscritta. Mica si son posti il problema di capire ciò che stavo dicendo. Mica si sono interrogati sul fatto che fuori ci fossero tante donne che la pensavano proprio come me.

L’onorevole Teresa Bellanova ha bollato il mio punto di vista come “lettura ideologica” di un termine. Ossia: condizionato da idee preconcette, da pregiudizi: la mia vita e la mia esperienza vengono buttate nella spazzatura e senza appello vengono categorizzate come un mucchio di niente. Sarei accecata dal pregiudizio. Grazie per l’informazione.

Quindi mamme è solo una parola che hanno usato e svuotato di senso, sostitutendola a donne.

Così come privo di senso appare a questo punto il loro essere donna nelle istituzioni. È il risultato di un programma di “pinkwashing” istituzionale che non è in grado di capire nient’altro se non quel che prescrive il capo. Quale differenza fa l’essere donna così? Puoi girare mille città, mille quartieri, mille luoghi, ma se questo è il modo di porsi poco raccoglierai. La neutralizzazione delle donne è questo. Lo abbiamo visto anche dalle prese di posizione delle donne delle istituzioni sulla vicenda dello stalking e del nuovo art. 162 ter.

In verità ho anche pensato che si volesse riferire letteralmente al frutto di un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori vicini a un approccio vetero comunista. Tutto ci può stare, ma l’effetto finale non cambia.

Alcuni mi dicono che non mancano gli spazi aperti nel partito per confrontarsi. Che tutti hanno la medesima agibilità. Ebbene, fatemeli conoscere questi spazi perché ultimamente l’accoglienza è sempre “Non è il momento”, “non ora”, “non hai capito”, “le tue modalità non vanno bene”, “se non ti trovi bene la porta è aperta”, “ti abbiamo dato fiducia e tu ci ripaghi così?”. Ci ho provato a portare nei luoghi di partito discussioni sul sessismo, violenza di genere, discriminazioni, lavoro, prostituzione. Ma quanta fatica, quale accoglienza, quale sostegno, quale partecipazione, cosa è cambiato, come ha modificato la realtà quella più vicina, quanta influenza sul modo di relazionarsi, quali risultati sul linguaggio, quali effetti sul rispetto? Io non faccio politica per il Pd, faccio politica per dare voce alla mia comunità. Sono sempre stata così e non da ora. Non sono mai stata una trasformista e non faccio le capriole come tante persone fanno, specialmente ultimamente. Mi sono sempre espressa liberamente, ragionando, approfondendo e credo che siano qualità, non marchi negativi. Sono stata coerente con il mio passato, con le mie idee e i miei valori. Spesso però la mia appartenenza mi ha portato strali e accuse di non essere affidabile, ma io non sono il mio partito, non posso caricarmi sulle spalle tutte le scelte prese dai suoi dirigenti e non ho responsabilità per altri. Per questo prendo parola per me stessa.

Sono andata via, con il magone, smarrita, prima della fine. Ero nel posto sbagliato. Ho pensato che avevo ascoltato abbastanza e che la mia ora abbondante di viaggio sui mezzi mi aveva condotto a sentire certe cose. Ho capito che sanno molto poco non solo delle mamme, ma soprattutto delle donne. I risultati si vedono. Non avete idea della reazione quando ho detto “basta bonus”. Ne prendo atto e volto pagina.

All’ingresso mi hanno passato il metal detector e frugato nella borsa. Avevo con me dei fogli A4 su cui avevo scritto delle brevi frasi nel caso in cui non mi facessero intervenire. Hanno voluto leggerli ad uno ad uno. Avrei dovuto capire che il vento è cambiato da tempo.

Lo scollamento con il Paese non è una storia da gufi. È questo. Ma tanto io non ho capito niente. Nonostante ciò mi sono chiesta come ci si deve sentire ogni giorno a dover eseguire e affermare ciò che dice il vertice del partito. E allora ho pensato che tutto sommato sono fortunata.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno. Le donne non sono ologrammi o soggetti da strumentalizzare. Svegliamoci e pratichiamo un femminismo autentico, che parte dalla nostra esistenza, dalla nostra esperienza, da noi stesse, si esprime e agisce direttamente nella collettività.

Rifletto, parlo, mi confronto, racconto ciò che accade nella speranza che si muova qualcosa. Sono questioni politiche. Questo è fare politica.

Ricostruire l’entusiasmo di partecipare alla vita politica, condividendo progetti, valori, contenuti, orizzonti. Spesso le parole sono pietre, ma dovrebbero essere ponti e mani tese. Le parole sono importanti perché possono cambiare clichè, immaginari e ruoli antichi. Io proprio non ho nessuna intenzione di guardare indietro.

 

Ringrazio Valeria Borgese per questa testimonianza e per le sue importanti riflessioni:

http://www.valeriaborgese.it/blog/p/donne-o-mamme


AGGIORNAMENTO: notizia di oggi 23 luglio, nel Pd viene creato il dipartimento “mamme” con Titti Di Salvo a capo.

Appare chiaro che non  si è compreso un bel niente, la riserva protetta mamme è ancora lì. Un terzo schiaffo a tutte le donne. Ascolto zero. La mia dimensione donna è azzerata, non c’è altro oltre le mamme. 

La maternità è una scelta. Io difendo le donne indipendentemente dalla scelta che fanno su questo o altri aspetti. Mi piacerebbe che si parlasse di opportunità scevre da qualsiasi scelta, genere o appartenenza. Un esempio fra tanti: ci sono compiti di cura che esulano dalla maternità, questo spesso causa lo stesso tipo di mobbing e discriminazioni, fino al licenziamento. Per non parlare poi del numero di padri mobbizzati per aver chiesto congedi o orari più compatibili con il ruolo di genitore. L’ufficio della consigliera di parità regionale segue anche questi casi. Mi piacerebbe un orizzonte più vasto, riconoscendo le difficoltà connesse all’essere donna o al non comportarsi secondo ruoli “conformi al genere di appartenenza. Le italiane e gli italiani si aspettano altre parole, che non escludano, riportandoci indietro di decenni. Perché la scelta di essere o non essere madre resti paritaria. Nessuna agitazione attorno alla parola mamma, solo incredulità di fronte al fatto che non facciamo nemmeno un passo per cambiare paradigma culturale. Pretendo pari diritti in quanto donna, essere umano, cittadina.
Titti Di Salvo, a capo del “dipartimento mamme”, è anche colei che ha negato la relazione art 162ter con la monetizzazione del reato di stalking, bollando tutto come notizia infondata. Ma chiaramente a questo punto dovremmo aver compreso.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/23/pioggia-di-nomine-nel-pd-renzi-designa-40-responsabili-di-dipar_a_23043572/

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Questione di prospettive

ok

 

Sono stata all’incontro organizzato dal PD sul tema della prostituzione a Milano (qui), moderato dalla consigliera comunale Rosaria Iardino. L’iniziativa è stata fortemente voluta per colmare l’assenza di un confronto politico in città, che riuscisse a fare da contraltare alla campagna referendaria della Lega per l’abolizione della legge Merlin. A livello cittadino è attivo un Forum permanente sulla prostituzione, la Caritas, i sindacati confederali seguono e operano sul tema da anni. Ma il PD come si pone? Quel che è certo è che non è compatto sul tema. Non esiste una linea unitaria, lo dimostra il numero di proposte sulla prostituzione presentate dal partito, di orientamento anche molto diverso tra loro. Sarebbe interessante sondare le posizioni tra gli uomini politici. Bussolati, seppur invitato, non è intervenuto.
Che non si hanno le idee chiare lo dimostra anche il fatto che la senatrice Fedeli abbia firmato non solo il DDL 1201 a firma di Maria Spilabotte (qui), ma anche il DDL 1838 a firma di Giuseppina Maturani (PD) (qui), recentemente presentato da Orfini e Zanda. Non si tratta di omonimia. Ho controllato, so fare anche io qualche ricerca, anche se di solito mi si da torto perché non sono abbastanza “unta” e autorevole. (QUI)
Iardino introduce le relatrici, tratteggiando il quadro attuale, in cui i diritti delle donne sono sempre più sotto attacco: lo stato attuale dei consultori pubblici, l’obiezione di coscienza ecc. Tutte le conquiste fatte per consentirci di essere veramente libere di scegliere oggi devono tornare ad essere difese. “Sono rimasta turbata dalla discussione sulla legge Merlin, di come ci fossero sostegni bipartisan sulla necessità di cambiarla, soprattutto da parte degli uomini politici. Mi son detta, che per loro era facile parlare, prendere posizione, tanto si trattava di qualcosa che impattava il corpo delle donne, il mio corpo”. In una società civile, che aspira a migliorare se stessa, a progredire nei diritti per tutti, non è ammissibile che si pensi di tornare indietro. Anche perché poi il dibattito si riduce a un problema sanitario o di ordine pubblico, per nascondere altro. L’auspicio di Iardino è di focalizzarci su come combattere la tratta, e se proprio vogliamo modificare qualcosa, intensificare le misure per contrastare lo sfruttamento. “Non penso che una donna possa trovare piacevole prostituirsi. Sostenere questo significa ignorare la vita reale delle prostitute.”
Sul tema a mio avviso c’è troppa approssimazione, che non ha confini, è trasversale, da destra a sinistra, indipendentemente dall’età anagrafica. E poi per non sembrare moralisti e bacchettoni, molti imbracciano la causa del comitato Covre e similari. La miscela è esplosiva. Si rischia di ragionare senza conoscere i fatti, le norme e le sentenze della Consulta che dal 1958 si sono susseguite.
Non capisco se è uno scherzo, quando la senatrice Maria Spilabotte inizia il suo intervento sostenendo che dal 1958 non ci siano stati interventi in materia di prostituzione, come se tutto si sia fermato alla legge Merlin. Lei sembra la prima ad essere sbarcata sul pianeta prostituzione, pronta a riformarlo. Quindi decenni di dibattiti, di sentenze della Corte, di proposte di legge sembra che non ci siano mai stati. Superiamo questo passaggio e veniamo a scoprire che i parlamentari che si stanno adoperando sul tema sono ben 100, che stanno limando e confezionando un testo da servirci al più presto. In pratica si sta cercando di trovare una sintesi tra tutti i progetti presentati: finora c’è l’accordo sul 70% dei contenuti, per il resto si cercherà di trovare l’accordo. Non sappiamo se i sostenitori del DDL Maturani siano parte del gruppo di lavoro.
Il DDL Spilabotte è stato per ora controfirmato da 27 senatori. Un testo costruito ascoltando le sex workers e le associazioni che rappresentano le prostitute (vedasi la solita Pia Covre), non tutte, solo quelle interessate alla regolamentazione, visto il testo partorito. Spilabotte continua, lodando gli intenti della legge Merlin, sostenendo di non volerla abrogare. Certamente per realizzare le cooperative di cui si parla, qualcosa si dovrà limare, vedi i reati di induzione e favoreggiamento. Sì, cooperative autogestite dalle prostitute, non bordelli. Cambia pure la dicitura, dopo sex worker, siamo alle coop. Come si possa stabilire che a monte non vi sia coercizione, sfruttamento, tratta e organizzazioni criminali (dietro la maîtresse) resta un mistero. Si torna indietro, ma tanto. Tu puoi anche inasprire le pene per sfruttamento, ma se di fatto rendi i confini difficilmente individuabili, non credo che sia la strada giusta. Già ora è tanto complicato, figuriamoci con una eventuale nuova legge come questa.
Mi devo sorbire ancora il discorso sui diritti delle sex worker, che amano questo lavoro e vogliono assicurarsi un futuro, pagando contributi e tasse (su questo punto la Covre è critica, soprattutto in merito al tariffario previsto nel DDL).

iscrizione CCIAA

 

Riconoscimento della professione, con tanto di pensione al raggiungimento dei 60 anni. Secondo la senatrice ce la possono fare a svolgere quel “lavoro” fino al raggiungimento dei 60 anni. Entriamo nella fantascienza, come se non si sapesse che per poter sopportare quel tipo di vita, si ricorre a ogni tipo di anestetico, dai farmaci, alla droga e all’alcol. Diciamo ancora una volta, che nessuna riesce a tollerare di essere continuamente abusata, senza ricorrere a qualcosa che allevi la sofferenza, senza ricorrere a una dissociazione del proprio io, senza subire conseguenze psicologiche gravi. Pensate poi davvero che le prostitute possano scegliere il cliente, le tariffe, le prestazioni, che diventino ricchissime? In un mercato libero, le tariffe tendono ad abbassarsi gradualmente.
Occorre poi puntualizzare che in Italia l’assistenza sanitaria è universale.
Una nuova legge per far emergere il nero e il sommerso. Come no, in Germania, solo 44 persone si sono registrate. Tutte le altre son rimaste nel sommerso. Chi vorrebbe un marchio per la vita? Chi potrebbe pagare cifre come queste?
Mi sembra incredibile che si voglia tornare indietro, con tanto di stigma a vita, con ipotetiche fatturazioni al cliente, con tracciabilità delle transazioni. Poi mi chiedo che cosa accadrebbe a chi decidesse di non registrarsi o fosse impossibilitato a farlo perché di fatto schiav*, minore o clandestin*. Ricordo che il 95% è prostituzione coatta.
La senatrice parla di “stato pappone”, che tramite Equitalia, chiede alle prostitute di pagare multe per evasione. Si riferisce al caso Efe Bal, che può rappresentare solo se stessa e poche altre, perché la situazione finanziaria della maggior parte delle prostitute è ben diversa. Sono schiave e non hanno nessun diritto sui loro guadagni. Basta con la favola della prostituta felice, ricca e autodeterminata. Aggiungiamo violenza a violenza.
Tornare allo stato che incamera ricavi da questo mondo di violenza significa: stringere accordi con chi sfrutta le persone, con le organizzazioni criminali e i trafficanti; consentire che ci sia un territorio in cui i diritti umani non vengano applicati o nel quale sia sospesa la lotta alla violenza. Regolamentare significa avere di fatto anche meno poteri per indagare e definire le situazioni di sfruttamento e di tratta.
Spilabotte adopera concetti ascoltati altre mille volte: autodeterminazione, non abbiamo la bacchetta magica, controlli sanitati/psicologici, uso obbligatorio profilattico. Devo fare uno sforzo per continuare a seguire. Poi arriva un’altro scivolone. Spilabotte parla del divieto di locazione di immobili a prostitute, che lei avrebbe rimosso nel suo testo. Non sa o finge di dimenticare che secondo la sentenza 7076/2012 della Consulta (qui), questo fatto non costituisce reato, anche se il proprietario è a conoscenza dell’attività che si svolge.

A questo punto viene data la parola all’altra relatrice, Marina Terragni, che realizza un bel collage sul tema, recuperando e utilizzando materiale e idee di matrice femminista e dati/riflessioni/testimonianze ampiamente presenti in rete. Cerca di spiegare il senso vero del motto “il corpo è mio e me lo gestisco io”: il corpo è della donna e non è qualcosa che si può cedere all’uomo, per soddisfare un suo bisogno. Cita Judith Butler, “il corpo è mio e non è mio”, nel senso che il corpo non è una monade, ma vive in relazione da sempre, per tutta la sua vita con altri corpi, esseri umani. Il corpo non è solo nel mondo, non è separato dal resto, ma compone la società, che è un tessuto unico, interconnessione di individui, con diritti inalienabili, non soggetti a compravendita. Il fatto che sia possibile vendere il proprio corpo o una sua parte non è contemplato dal nostro ordinamento giuridico.
Si richiama la risoluzione Honeyball, in cui la prostituzione è considerata schiavitù, e testimonia lo stato di illibertà e di disparità in cui vivono ancora oggi le donne. Alla radice c’è sempre uno stato di bisogno o di violenza. Lo abbiamo più volte richiamato. Così come non esiste luogo sicuro e che tuteli veramente le prostitute. Per le strade o al chiuso non cambiano la violenza a cui sono sottoposte e i rischi per la loro stessa vita. Terragni ribadisce più volte che questo non può essere considerato un lavoro, un servizio sociale, un mezzo per ridurre gli stupri, che dobbiamo stare dalla parte delle sorelle prostitute, delle vittime di tratta. Queste cose le ripetiamo da tanto tempo, oggi dobbiamo definire le priorità (le vittime di tratta o chi è costretto perché non ha alternative per sopravvivere) e concentrarci per raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto sono parole al vento. Non chiediamo la normalizzazione della violenza, dello sfruttamento, dello schiavismo, di presunti diritti e bisogni maschili. Terragni chiede: “perché l’Italia deve andare nella direzione opposta rispetto alla strada che si sta intraprendendo in molti paesi, dopo il fallimento di politiche di regolamentazione?” Ribadisce la sua contrarietà a ipotesi di zoning e quando conclude rivolgendosi agli uomini: “alle prostitute voi fate schifo, ma vi illudete del contrario”, si alza un coro di proteste, gli ometti presenti si sentono urtati.
Tiziana Scalco, CGIL, interviene chiedendo che ogni sforzo (anche con fondi consistenti) si concentri sul contrasto alla tratta. Penso che sia stato fondamentale ribadire alcune cose: che la prostituzione non c’entra con la sessualità della donna, che in una società libera e democratica non si può concepire che sia considerato normale comprare corpi, che possa diventare un mestiere come un altro. Il lavoro di cui parla la nostra Carta è ben diverso. Così pure l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost. Italiana). Quale lavoro può contemplare violenza e violazione della dignità umana? Quale aberrante eccezione dei diritti umani può generarsi se si consente di aprire le porte a una mentalità simile!
A un certo punto, mi è ben chiara una cosa. Sulla pelle delle donne si sta combattendo una battaglia di varia natura: c’è chi strumentalizza il fenomeno per avere visibilità politica (per fini elettorali o anche per dare visibilità a un’attività politica che altrimenti passerebbe inosservata); ma ho anche il sospetto che dietro questo agitarsi sul tema ci siano pressioni da parte delle organizzazioni criminali, smaniose di avere un business “pulito” e legale.

Donatella Martini porta una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, credo che il testo sia questo:
http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/

Chiude l’incontro Sara Valmaggi, che parla della necessità di coinvolgere nel confronto gli uomini e le sopravvissute. La priorità è la tutela dallo sfruttamento e un aiuto concreto per consentire di uscire dalla prostituzione. Si accenna al DDL della senatricce Maturani, che va in questa direzione, prevedendo un inasprimento delle pene per gli sfruttatori (arresto in flagranza, confisca dei beni, interdizione da misure di pena alternative).
La senatrice Spilabotte replica brevemente, affermando la sua posizione in disaccordo rispetto alla risoluzione Honeyball (per maggiori informazioni qui, qui e qui), che pare non gradita anche a molti eurodeputati PD. Non riesco a reperire i voti dettagliati perché il sito Vote Watch consente l’accesso gratuito al database solo per la legislatura in corso.
Parla della necessità di una educazione sentimentale e alle relazioni, ora inserita nella Buona Scuola. Chiudiamo con una affermazione da brividi della senatrice: “dobbiamo evitare che le persone si trovino sotto casa le prostitute, che assistano a rapporti consumati in auto”, quindi basta non vedere e non conoscere la violenza, basta chiuderla in appartamento.
Ricordiamo che anche a Milano, c’é chi chiede di attivare lo zoning: così Yuri Guaiana, consigliere radicale in Zona 2 (qui e qui).
Avrei voluto chiedere alla senatrice Spilabotte se lei sceglierebbe mai per sé e per i suoi cari una vita di questo tipo. Visto che è una fan dell’autodeterminazione e dell’empowerment che deriva dal prostituirsi.

Avrei voluto intervenire e fare le osservazioni che ho riportato in questo post.

Non c’è stato tempo e spazio per gli interventi del pubblico, un vero peccato.
Ringrazio Rosaria Iardino per la chiarezza e la fermezza della sua posizione. Alla prossima!

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Il giorno dopo e quelli che verranno

Ci siamo, le percentuali del PD sono da giubilo generale, panciute come solo la DC sapeva fare ed è forse anche per questo che vorrei non sentire più che è merito di Matteo. Perché se davvero ci si appoggia a questo passato, vuol dire che c’è poco di cui gioire. Abbiamo il partito plebiscitario che in molti desideravano e hanno costruito, un partito con un’immagine personalistica ben definita (basti pensare che molte schede (naturalmente annullate) portavano il marchio Renzi, come nei tempi felici si scriveva ovunque Berlusconi). Abbiamo la pancina piena di voti e dobbiamo stare attenti a non perdere la testa. Oggi vorrei sottolineare che la vittoria è patrimonio di tutte le anime che il PD contiene, nel bene e nel male. Mi fa venire un po’ di mal di stomaco, sapere che si è compiuto il miracolo di Matteo, che ha saputo intercettare i voti dei forzitalioti e di altri dispersi di centro-destra, attirati dalla rassicurante figura di Matteo il non-comunista, perché questo significherebbe ammettere che siamo diventati un’altra cosa.

Oggi, tuttavia, ho un mio personale motivo di gioia: Renata Briano andrà a Bruxelles. È come se un seme di buona politica sia riuscito a germogliare, nonostante tutto. Sono certa che farà un gran bene.
C’è tanto da fare e il PD ha tante forze positive che vanno ben al di là del potenziale di Renzi. Questi sono i motivi che mi hanno spinta a restare e a continuare ad aver fiducia nel PD.

Dovremo essere capaci di non subire un arretramento in chiave neo-democristiana. Siamo in pochi a non essere ancora stati folgorati da Matteo. Magari domani toccherà a me. Magari riusciamo a contenere la deriva personalistica. Mi dispiace, ma non dirò mai che è tutto merito di Matteo, non è nel mio DNA un approccio del genere.

Tornando al nostro Paese, ora ci aspettano tempi e riforme difficili, forse indigeste, ma visto il successo elettorale, dovremo tenercele così come sono. Questo non vale solo per l’Italia.

Vorrei tornare un attimo con i piedi per terra. Li avete visti i risultati altrove? Avete presente il sogno di Schulz presidente? Probabilmente ce lo dovremo dimenticare, ci toccherà Juncker, con quel che ne consegue. L’inversione di rotta che molti speravano potrebbe restare un miraggio. Perché a saper leggere i dati sotto una lente più attenta, potremmo scorgere una rinascita popolare, che molti davano per moribonda, di cui Renzi potrebbe benissimo esserne un sintomo. Scricchiola sotto il peso della Troika il risultato generale e dimostra come non c’è molto di cui gioire.

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Un altro militante che abbandona la nave

William Frederic Ritschel

William Frederic Ritschel

Questo post di Pino Salerno trasuda di quell’universo culturale che componeva la struttura portante della sinistra. Tutto un bagaglio che oggi si va smarrendo, perché troppo oneroso da costruirsi, più facile parlare per slogan e per frasi a effetto. Aspettando l’imboccata del partito. Ci siamo persi anche un certo modo di ragionare e di costruire il pensiero attraverso il confronto dialettico. Forse sono in pochi a sentirne la mancanza, ma io sento un vuoto enorme. Continuando a semplificare e ad appiattire il linguaggio e i messaggi, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa e di non trasmettere nulla. Assomigliamo sempre più agli altri da cui dichiariamo di volerci distinguere. Cosa ci resterà dopo questa abbuffata di frasi glamour e infiorettate, da annuncio senza contenuto?
Quello che ci manca sono i contenuti e le parole chiare, nette su molti temi ormai abbandonati.
Sarà il nuovo vento, ma a me pare che si sia persa la rotta.

 

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Quando mancano le parole

ragù

Ho provato a soprassedere, ma ho dovuto cedere. Le esternazioni della Picierno a dir poco “infelici”, sono dettate da superficialità e da una voluta (o meno) non conoscenza della realtà. Quando vivi in certi contesti perdi il contatto con la realtà, almeno che tu non sia animato da doti personali che ti portano a mantenere i piedi per terra. Ci sono questioni su cui sarebbe preferibile non aprir bocca, se questi sono i risultati. Se non si sa che dire e se non si ha qualcosa di intelligente e sensato da dire, meglio tacere. La non curanza con cui si parla è indice di pigrizia mentale e di mancanza di rispetto per i potenziali interlocutori e elettori. Come se il voto derivasse da un atto di fede o di amore spassionato nei confronti di un leader o di un partito. Se si vuole essere sinistra, non è sufficiente la parola o un’etichetta. Parlando in questo modo si è non dissimili dalla destra becera e qualunquista. Che siamo all’interno di una permanente campagna pubblicitaria lo abbiamo capito, ma almeno ci risparmino questi consigli per gli acquisti.

Qui non si tratta di elemosina o di social card, ma di usare bene le parole. La Picierno, per quanto possa essere un’ottima deputata (mi era sembrata tale sino a ieri), si è giocata la carta credibilità.

Queste toppe postume lasciamole a casa. Leggendo quest’ultima intervista mi va in tilt il sistema nervoso. La Picierno che da brava massaia cucina il ragù per ore ed ore. Con 80 euro riesce a comprare macinato “sceltissimo”. Se volete, potete gustarvi il video della Picierno che fa la spesa. Oppure vederla a Ballarò.

Non ci lamentiamo se diventiamo una barzelletta e risultiamo indifendibili.

Vi consiglio questo post di Abbatto i muri.

Basta così.

Una militante sconcertata, per usare un eufemismo.

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Opinione personale #Boschi

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Ci sono cose che dovrebbero restare private, esistono desideri e aspirazioni che sono talmente delicati e deperibili alle intemperie del mondo esterno, per cui è preferibile lasciarle accucciate dentro di noi e nella sfera intima delle persone a cui scegliamo di aprirci. La distanza tra pubblico e privato spesso si assottiglia talmente, da rendere impercettibile la linea di demarcazione. Questo può legittimamente avvenire per scelta personale o perché qualcun altro interferisce e oltrepassa quel confine.

A proposito della tanto citata Maria Elena Boschi, ho letto questo post, che trovo molto condivisible, perché l’analisi sull’intervista della Boschi su Vanity Fair, avviene in modo onesto e nella misura che giudico corretta. La nostra ministra ha parlato di sé come una qualsiasi altra donna, senza un ruolo pubblico tanto rilevante, farebbe. Ma ha valicato quel confine di cui parlavo prima, rivestendo la sua sfera personale di una patina artificiosa. Le critiche che le sono state più volte lanciate sono state tipiche del nostro mondo maschilista. Ma oggi arriva qualcosa che mi sommuove. Questa intervista è posticcia, io l’avrei evitata, perché ricade nei cliché da cui dovremmo cercare di svincolarci, c’è la rappresentazione di un qualcosa che magari non si condivide affatto, un’astratta idea di focolare domestico da appiccicare alla propria vita, per dare sostegno ai messaggi che il proprio partito vuole veicolare in questa ennesima campagna elettorale. Un figlio, o addirittura tre, un compagno, una famiglia non sono degli ammennicoli da accatastare sulla propria figura per abbellimento o legittimazione sociale. Non sono nemmeno dei passatempo. E se si confonde politico-personale-campagna elettorale, il pastone indigesto è servito. Ci ritroviamo tutti gli argomenti nello stesso pentolone: bellezza, intelligenza, maternità, famiglia etero, solitudine, triade di figli, un compagno da ricercare o da fabbricare, la figura di rappresentanza politica, il partito, la politica, la società maschilista e chi più ne ha, più ne metta. La Boschi per fugare tutte le chiacchiere da bar o da parrucchiera che girano, non avrebbe dovuto rilasciare una intervista siffatta, o magari non avrebbe dovuto ascoltare i suoi guru d’immagine. Avrebbe dovuto scegliere la via dei contenuti, si sarebbe dovuta dedicare alla costruzione di un personaggio diverso da come l’hanno sinora dipinta, magari prendendo delle posizioni autonome e coraggiose su temi vicini all’universo femminile e perché no materno, alle porzioni della nostra società meno considerate e tutelate. Avrebbe potuto parlare di temi concreti, di diritti civili, di diritti di conciliazione e condivisione. Si parla tanto di quote rosa, ci aspettiamo la forza e la sensibilità necessari per sostenere e affrontare certi temi. Bisogna fare da apripista e non appiattirsi sulle solite croste a olio. Facendo così avrebbe trasmesso un messaggio più verace del suo sentire, si sarebbe smarcata da certi modelli ed etichette e avrebbe dimostrato di essere fieramente libera in un contesto di servi, amici e nominati. Sono certa che la Boschi saprà sorprendermi in futuro, quanto meno me lo auguro.

Mi aspetto troppo? È da tempo che non abbiamo delle belle donne di carattere. Vorrei un ecosistema partitico di sinistra capace di esporre chiaramente le proprie posizioni, senza balbettare sui contenuti reali dei propri obiettivi. Non possiamo fare campagna elettorale con i quadretti di Peynet, dobbiamo scendere nel profondo, parlare distintamente, mai sottovoce. Altrimenti saremo la solita polvere fastidiosa e temporanea. La Boschi per lasciare il segno deve osare e usare la sua testolina.

La politica è coraggio delle idee, non fanno storia i ripetitori a pappagallo.

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La chiamano deviazione: #dimissioniinbianco

Ci vorrebbe una bella capriola con doppio rovescio: riuscire a spiegare perché il DDL sulle dimissioni in bianco sia stato fatto confluire nel calderone unico del Jobs Act, anziché approvarlo anche al Senato.

Sacconi in commissione?

No, hanno precisato che si tratta semplicemente di una scelta dettata da un lungimirante e puro spirito di organicità degli interventi normativi in materia di lavoro.

Ok, andiamo avanti così, tanto per coerenza e chiarezza assoluta.

Questa come la spieghiamo in giro?

Mi date un ombrello per ripararmi dal lancio di uova?

Approvarla subito no?

Speriamo che non si perda nei meandri degli emendamenti al Jobs Act.

Speriamo e tanti auguri.
Una donna democratica, basita e infuriata.

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La politica antimafia e le istituzioni

A4 EVENTO PD 5 APRILE 2014 - DEF

Il circolo PD “Enzo Biagi” di Milano ha organizzato un incontro dal titolo “La politica antimafia e le istituzioni”, che ha visto il prezioso contributo apportato da personalità da tempo impegnate su questo fronte. I lavori sono stati efficacemente introdotti e moderati da Rosario Pantaleo, consigliere del Comune di Milano e membro della Commissione Antimafia.
Il Senatore Franco Mirabelli, membro della Commissione parlamentare Antimafia, ha esordito ricordando i grossi passi in avanti compiuti dalla magistratura nella lotta alle mafie, grazie anche al fenomeno del pentitismo. In parallelo si è registrato un rafforzamento delle capacità di appartati come la ‘ndrangheta, che ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano in riferimento ai principali traffici illeciti, anche grazie all’accesso ai vari cartelli sudamericani della droga. La ‘ndrangheta ha scelto di mettere in atto una strategia molto invasiva e che riguarda il riciclaggio di denaro sporco, che ha nel nord Italia ha ottenuto un particolare successo, poiché le attività economiche sono più numerose e attive e risulta più semplice ripulire il denaro. La ‘ndrangheta ha una struttura molto solida, costituita da “locali” sparse sul territorio, con un buon grado di autonomia, che però rispondono tutte al centro del sistema, in Calabria. L’infiltrazione avviene con successo grazie alla scelta di non procedere quasi mai con azioni eclatanti o di scontri violenti, per restare invisibili, per non suscitare reazioni nell’opinione pubblica, per evitare fenomeni di pentitismo. Un esempio tipico di questa prassi è il fatto che dopo la faida tra famiglie di Duisburg del 2007, qualcuno scelse la via di una sorta di “pacificazione” tra i clan, che bloccò ogni forma di scontro violento, al fine di spegnere i riflettori sulla vicenda: gli affari prima di tutto. Senza pentitismo, l’azione di contrasto risulta molto più complicata. Con l’arrivo della crisi economica e la riduzione dei prestiti da parte degli istituti di credito, la ‘ndrangheta ha incrementato l’invasione del nord Italia, divenendo uno dei principali finanziatori alle imprese. Questo ha permesso alla ‘ndrangheta di penetrare nel tessuto economico, di inquinare l’economia del territorio: ciò comporta un pari inquinamento della democrazia del paese.
Il Senatore Mirabelli ha richiamato il caso di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia. Questa vicenda dimostra come la ‘ndrangheta sia capace di costruire strutture composte da pezzi di economia reale e di pubblica amministrazione. Si evince che non solo la produzione ma anche il settore delle professioni (avvocati e commercialisti) e la politica sono coinvolti in casi di infiltrazione mafiosa. A tal fine opera l’art. 416 ter del codice penale, che interviene in materia di scambio elettorale politico-mafioso. Il Senatore Mirabelli auspica un ruolo forte degli ordini professionali, volto a punire i professionisti che si prestano ad azioni di connivenza con le organizzazioni criminali: attraverso la creazione di una white list di professionisti a garanzia della legalità.
La mafia si innesta su politica e P.A. per riuscire ad ottenere consenso sociale, attraverso il controllo sui fondi per i sussidi per i poveri. La ‘ndrangheta ha superato la prassi della corruzione di organismi politici, riuscendo a collocare propri uomini presso le istituzioni amministrative locali. Per questo motivo dobbiamo attrezzarci e adottare criteri di trasparenza nella scelta delle candidature, in vista delle prossime europee e amministrative di maggio.
La mafia è forte, ma si sono contemporaneamente creati dei robusti anticorpi costituiti dall’antimafia. Ciò è stato reso possibile attraverso una legislazione all’avanguardia, che va comunque costantemente manutenuta e aggiornata. In Italia è previsto il sequestro e la confisca dei beni in via preventiva, anche in assenza di una sentenza di condanna definitiva. Colpire i patrimoni (anche attraverso sinergie internazionali) è vitale, perché segna una vittoria morale e concreta dello Stato nei confronti di queste organizzazioni. Al fianco di questa prassi, va accelerato il processo che deve consentire una veloce restituzione di tali beni alla collettività. A tale scopo Mirabelli suggerisce la necessità di una modifica delle modalità di azione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Occorre assegnare più potere ai magistrati che dispongono queste misure, in modo tale che decidano immediatamente che uso farne. Inoltre, va rivisto anche il ruolo dei custodi giudiziari. Siccome spesso sono intere aziende ad essere oggetto di confisca, occorre consentire che esse proseguano la produzione, prevedendo anche che arrivino le risorse finanziarie necessarie (da qui la necessità di una collaborazione con le banche). Al momento, per quanto concerne i fondi liquidi confiscati alle mafie, è previsto che confluiscano nel FUG (fondo unico giustizia). Mirabelli auspica che si crei un fondo ad hoc.
Mirabelli ha toccato anche il tema della necessità di una legge che preveda e persegua il reato di autoriciclaggio (ricordo la proposta presentata qualche giorno fa da Giuseppe Civati).
Il presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano David Gentili ha sottolineato l’importanza di coinvolgere tutti i ruoli nel contrasto alle mafie, poiché queste organizzazioni criminali creano legami trasversali tra professioni, settori economici, pubblica amministrazione. Uscire dall’omertà, dalla convenienza personale, dal clima di paura sono le ricette per creare un fronte coeso di lotta. Occorre contrastare la deresponsabilizzazione e spingere per una cittadinanza attiva e per una partecipazione responsabile. Questo significa agire anche a livello culturale e sin dalla scuola, come ha ribadito anche Laura Grata dell’associazione Libera. Milano è stata il primo Comune ad applicare la legge 231/2007 in materia di antiriciclaggio, che prevede l’obbligo per banche, operatori finanziari e pubbliche amministrazioni di segnalazione delle operazioni sospette, attraverso analisi (e incroci di dati) puntuali e periodiche di determinati indicatori di rischio. In questo il Comune di Milano è stato pioniere nel prevedere questo tipo di prassi, sia in capo a persone fisiche che ad aziende. Esiste un ufficio preposto alla ricezione di segnalazioni in caso di atti intimidatori, cambiamenti sospetti di licenze commerciali, incendi dolosi di attività commerciali ecc. Gentili ha ribadito la necessità di un codice di autoregolamentazione per i politici del PD, al fine di evitare spiacevoli episodi di infiltrazione mafiosa (vedi Pioltello e Lecco). Come Commissione Antimafia di Milano si è cercato di dare un segnale sanzionatorio (tramite la sospensione dell’appalto organizzativo) laddove le imprese che gestivano le feste di via e le fiere hanno dimostrato di non avere una conduzione corretta. Le situazioni opache come queste devono essere chiarite, anche grazie alla partecipazione diretta della cittadinanza.
Per quanto riguarda il PD, Gentili ha auspicato che le liste dei candidati siano rese pubbliche con largo anticipo, per consentire una verifica tempestiva.
Laura Grata, da tempo impegnata con Libera, associazione nata nel 1995 a ridosso delle grandi stragi di mafia degli anni ’90, ha ricordato gli sforzi per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare, diventata poi la L. 109/1996, che ha previsto che i beni sottratti alle organizzazioni criminali siano restituite alla collettività, alla società, per fini di giustizia e sociali. Sicuramente un’impresa tolta alla mafia e affidata a una cooperativa di giovani ha un forte valore simbolico: un fiore che cresce laddove la criminalità aveva fatto terra bruciata. Ma spesso il passaggio non è così semplice e molte di queste attività falliscono e stentano a decollare. In questo alveo si inserisce l’iniziativa di Libera sui Forum regionali e interregionali sui beni confiscati alla criminalità organizzata, conclusasi con la con la Conferenza nazionale “Le mafie restituiscono il maltolto. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati per la legalità, lo sviluppo sostenibile e la coesione territoriale”, che si è tenuta il 1 marzo in Campidoglio a Roma.
In Lombardia si contano 958 beni confiscati, di cui ben 585 solo a Milano. Le istituzioni del territorio milanese stanno svolgendo un’importante opera di controllo di tutto il grande cantiere dell’EXPO 2015, che sinora ha portato ad estromettere dai lavori 42 aziende risultate non in regola con i protocolli fissati per le attività.
Per rimarcare la centralità del tema del lavoro, si segnala l’iniziativa di Libera presso l’Università Statale di Milano, dal titolo: “Quale gestione per le aziende confiscate”. Tra i relatori Nando dalla Chiesa, Davide Pati, don Virginio Colmegna, Antonio Calabrò, Stefania Pellegrini.
Libera è impegnata anche in vista delle elezioni europee per creare una rete capace di incidere sulle istituzioni, per parlare di welfare e di sostegno a chi non ha lavoro. A tale scopo è nata l’iniziativa “Miseria Ladra”. La povertà è la peggiore delle malattie, perché senza uguaglianza e giustizia sociale si lascia spazio all’illegalità.
Il 24 febbraio 2014 anche l’Europa (qui e qui) si è dotata di una normativa in tema di confisca di beni alla criminalità organizzata, sebbene solo dopo sentenza definitiva passata in giudicato.

Il tema della legalità dev’essere centrale, perché non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di rispetto delle regole: se viene meno si crea una frattura nel rapporto di fiducia cittadini-rappresentanti politici, che consente alla criminalità di infiltrarsi nelle istituzioni. Prevedere uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, varato quando Maroni era ministro dell’Interno, significa legittimare un comportamento illegale e derubricarlo. Un pericoloso precedente e un esempio da non ripetere.

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L’attrattiva europea

serata Europa

Ieri 1 aprile, ho partecipato a un incontro dal titolo “In Europa: lavoro, diritti, democrazia“, con la partecipazione degli eurodeputati Patrizia Toia e Antonio Panzeri. La serata è stata ricca di spunti e vorrei riassumervela.

Ma vorrei fare una constatazione preliminare. Il tema europeo è poco attraente, la sala non era piena e il pubblico era composto da persone fortemente motivate e abituate a una partecipazione politica attiva. Mancava nettamente la componente giovanile, il che la dice lunga. Triste dover ammettere che le giovani generazioni latitano quando ci sono queste occasioni e ci si chiede dove siano e perché il PD fatichi a interloquire con loro. Forse la disaffezione a certi temi è più grave di quanto si pensi e anche la voglia di confrontarsi è un po’ in sordina. Avremmo probabilmente dovuto mantenere un contatto più diretto e costante con i temi europei e non riprenderli solo a ridosso delle elezioni. Abbiamo lasciato spazio a posizioni euroscettiche, che hanno usato l’UE come capro espiatorio dei nostri problemi e della crisi. Non abbiamo saputo chiarire che fuori dall’Euro non c’è il paradiso, ma un deserto di lire svalutate.

Abbiamo dimenticato il lungo periodo di pace che l’Unione ci ha garantito. L’Unione ha rappresentato un motore potentissimo di democratizzazione di molti paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Est europeo). Negli ultimi anni si è affermata anche in Europa una visione liberista, individualista, nazionalista, a salvaguardia degli interessi dei singoli stati, che ha influito anche sullo sviluppo o mancato sviluppo del progetto europeo. Il metodo comunitario, con un ruolo centrale della politica, con un Parlamento e una Commissione forti, è stato soppiantato da una prassi che ha visto la supremazia del Consiglio e quindi subordinata alle volontà dei singoli governi statali. Senza la dimensione politica è difficile far crescere le comunità, avvicinare i cittadini all’Europa. L’On. Toia ha sottolineato la necessità di un progetto meno oligarchico dell’Europa, con una gestione federalista che valorizzi le autonomie e sappia fare da volano per le economie in sofferenza. Nell’ultima legislatura è emersa l’inadeguatezza della costruzione, sono state compiute scelte sbagliate, c’è stata una perdita di competitività delle imprese italiane. L’Europa si è preoccupata di debito e PIL, di meri numeri e fiscal compact da rispettare, senza interrogarsi su come un Paese cresce e produce. Occorre ribadire che l’origine della crisi finanziaria ed economica è stata negli USA.

Con la prossima legislatura il PSE potrebbe avere la maggioranza in Parlamento e quindi i meccanismi potrebbero cambiare rispetto al quinquennio precedente, caratterizzato da un PPE molto forte. Altro elemento di squilibrio è stato un allargamento dell’UE forse troppo precipitoso, che ha aperto a economie molto diverse. La struttura europea non ha saputo attrezzarsi per tempo e adeguarsi a queste nuove sfide: non abbiamo operato una convergenza fiscale, economica e del mercato del lavoro. Non abbiamo messo in sicurezza l’edificio, prima che arrivassero le tempeste. Panzeri esorta ad andare oltre l’austerità, per un rilancio di una nuova politica economica, che metta al centro il lavoro e salari dignitosi. Inoltre, auspica che si proceda verso una politica estera e di difesa comuni, che siano in grado di essere attive in momenti di crisi come quello ucraino. È importante che permanga una libera circolazione delle persone, perché se sono solo i capitali a muoversi, il progetto europeo è fallito. Panzeri guarda all’UE come un importante strumento per risolvere le crisi: risolvere i problemi dei paesi confinanti con l’Unione equivale a risolvere anche parte dei problemi dei nostri paesi. Il ruolo europeo dev’essere forte, visto il ritiro progressivo degli USA da molte aree di crisi. Dobbiamo essere lungimiranti, specialmente in un contesto in cui Russia e Cina giocano un ruolo crescente a livello geopolitico ed economico.

Dalla serata emerge un Panzeri che ha le idee chiare sulle strategie di politica estera, recupera precedenti storici, analizza le dinamiche interne ed esterne all’Unione, si dimostra immerso a pieno titolo in un contesto sovranazionale. Dimostra di avere una capacità di analisi e di lettura non comuni. Dovremmo averne cento di politici di questo tipo. Dobbiamo completare il progetto europeo, dobbiamo interrogarci su quale Europa vogliamo si crei, con che strumenti. La cessione di sovranità se accompagnata da meccanismi democratici non può essere vista come un pericolo. Dobbiamo interrogarci su quali strumenti mettiamo in campo per la crescita e per uscire dalla crisi.

Patrizia Toia porta sul campo alcuni spunti importantissimi su cui lavorare:
Eurobond, recupero dei capitali evasi e portati nei paradisi fiscali, lotta al dumping fiscale, maggiore trasparenza fiscale. È necessario smetterla di interrogarsi su quali paesi vengono avvantaggiati da determinati progetti per lo sviluppo, il sostegno all’innovazione o su temi come il “made in”: lo sviluppo è una questione comune, non dei singoli stati.
L’Europa ci ha consentito una sicurezza democratica e sociale non da poco. Dobbiamo raccontare questi e tutti gli altri aspetti positivi dell’Unione. Affinché non siano gli euroscettici ad avere la meglio e ad affossare l’intero progetto europeo.
Vi allego il manifesto del PES per le prossime europee. #knockthevote FOR MARTIN SCHULZ!

 

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Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

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Iniziamo dalla parità retributiva

Vi riporto la lettera dell’europarlamentare Patrizia Toia, in merito alla quarta giornata europea per la parità retributiva che si celebra oggi. In un contesto italiano veramente terrificante, penso sia opportuno riflettere. Noi donne penalizzate ma necessarie, in un continuo sbilanciamento di ruoli e trattamenti. In un contesto in cui si fa strada il regime dei contratti aziendali, risulta sempre più arduo garantire dei diritti uguali per tutti e tutte.

Per la seconda volta si è scelto come data il 28 febbraio, che corrisponde al 59° giorno dell’anno, perché 59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo.

In Europa, infatti, secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione Europea, le donne continuano a lavorare 59 giorni a salario zero.

Il differenziale retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’intera economia, è rimasto quasi immutato negli ultimi anni ed è ancora del 16% circa (attestandosi al 16,4%, come l’ anno precedente).

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne nell’intera economia dell’Unione, espresso come percentuale del salario maschile.

Gli ultimi dati indicano appunto, per il 2012, un differenziale retributivo medio del 16,4% nell’Unione europea e confermano una stagnazione dopo la lieve tendenza al ribasso degli ultimi anni rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti.

In Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Austria, nei Paesi Bassi e a Cipro si registra una costante riduzione del divario, mentre altri paesi (Polonia, Lituania) hanno invertito la tendenza al ribasso nel 2012. In alcuni paesi, come l’Ungheria, il Portogallo, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda e la Spagna, negli ultimi anni il differenziale retributivo di genere è aumentato.    

La tendenza al ribasso è riconducibile a una serie di fattori, come l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e l’impatto della recessione economica, che è stato più forte in alcuni settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria). Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile esclusivamente ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.    

In una relazione del dicembre 2013 sull’attuazione delle norme UE sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego (direttiva 2006/54/CE), la Commissione ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e ostacoli procedurali. Riguardo a tali ostacoli, ad esempio, le vittime di discriminazioni retributive non sono sufficientemente informate su come presentare un ricorso efficace e non sono disponibili dati sui livelli salariali per categoria di dipendenti. Una maggiore trasparenza dei sistemi salariali permetterebbe raffronti immediati tra le retribuzioni dei due sessi, favorendo così le rivendicazioni da parte delle vittime.    

La Commissione sta attualmente valutando i possibili interventi a livello europeo per accrescere la trasparenza salariale e ridurre così il differenziale retributivo di genere, contribuendo a promuovere e facilitare l’effettiva applicazione del principio della parità retributiva.    

Vale la pena di ricordare che la parità retributiva è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.    

Oltre a monitorare la corretta applicazione della normativa, l’Europa è intervenuta costantemente su tutti i fronti per colmare il divario retributivo. Tra gli interventi voglio ricordare l’iniziativa Equality Pays Off (L’uguaglianza paga) portata avanti nel 2012 e nel 2013, che ha sostenuto i datori di lavoro impegnati a ridurre il divario retributivo di genere con l’organizzazione di seminari e formazioni, le raccomandazioni specifiche per paese formulate ogni anno nel quadro del semestre europeo, che richiamano l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di affrontare il problema del divario retributivo, le giornate europee per la parità retributiva, lo scambio di buone prassi, il finanziamento di iniziative degli Stati membri attraverso i Fondi strutturali e le azioni della società civile.    

Vi segnalo anche alcuni esempi di buone pratiche che promuovono la parità retributiva a livello nazionale, presenti in altri Paesi dell’UE:    

nel 2012 il Parlamento belga ha adottato una legge che obbliga le imprese a condurre, ogni due anni, analisi comparative della struttura salariale. Il Belgio è anche il primo paese dell’UE ad avere organizzato (nel 2005) una giornata per la parità retributiva;    

il Governo francese ha rafforzato le sanzioni per le aziende con più di 50 dipendenti che non rispettano gli obblighi in materia di parità di genere. Per la prima volta, a seguito di un decreto del 2012, nell’aprile 2013 due imprese sono risultate non conformi alla normativa sulla parità retributiva;    

la legge austriaca sulle pari opportunità impone alle imprese di presentare relazioni sulla parità retributiva. Le disposizioni, introdotte gradualmente, si applicano attualmente alle imprese con più di 250, 500 e 1 000 dipendenti, mentre quelle con più di 150 dipendenti dovranno adeguarsi a partire dal 2014;    

con la risoluzione dell’8 marzo 2013, il Portogallo ha introdotto misure volte a garantire e promuovere la parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro, in termini sia di opportunità che di risultati, anche attraverso l’eliminazione dei divari salariali; tali misure includono l’obbligo per le imprese di rendere conto in merito al differenziale retributivo di genere.    

Allego le statistiche in merito al divario retributivo.

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L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

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Il patto

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La mia personalissima lettura dei fatti degli ultimi giorni. Grillo ha di fatto sostenuto l’avvicinamento di Renzi a Silvio, sancendone la legittimità. La profonda sintonia con cui si sugellava l’intesa su riforme costituzionali e legge elettorale, unita all’assoluta disponibilità su lavoro, fisco, pensioni ed economia, segnano un patto che per chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio sarebbe come il veleno. Di fatto se Alfano dovesse fare il prezioso, ci sarebbe comunque Silvio a benedire Renzi. Il risultato è una maggioranza molto ampia, simile a quella precedente alla formazione del NCD, ma più invisibile, occulta, tale da essere utilizzata al momento giusto. Grillo ha permesso questo. Noi del PD non ce ne preoccupiamo, ci va bene così. Siamo talmente impaludati da non accorgerci che questo ci porterà a morte sicura.

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La forza del simbolico

IVG

Ieri sera, 20 febbraio, si è tenuto un incontro presso il circolo PD F.lli Cervi, tra le donne del PD milanese e l’europarlamentare del PD Patrizia Toia (ex Margherita). Un incontro che verteva sul tema delle politiche di genere in Europa. L’incontro è stato arricchito dalla partecipazione di Diana De Marchi, sempre incisiva, coerente e con le idee chiare. L’onorevole Toia è molto impegnata e dimostra una grande sensibilità e conoscenza dei temi. Un raro esempio di passione politica e di impegno serio. Proprio per questo si fa fatica a capire le motivazioni che hanno portato alla sua astensione (insieme ad altri 5 europarlamentari del PD) sulla risoluzione Estrela “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito), facendo passare la mozione più soft del PPE. In pratica l’aborto non è passato come diritto umano. La vita del rapporto Estrela (eurodeputata portoghese del gruppo Socialisti e Democratici) è stata travagliata sin dal principio, il testo è stato rimaneggiato e corretto più volte, rinviato in commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere il 22 ottobre. Insomma, in un clima teso, avvelenato da proteste delle varie lobby e associazioni per la vita, l’UE ha manifestato la sua scarsa voglia di esprimere una raccomandazione in merito, lasciando gli stati membri liberi di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti, vedi la Spagna e anche l’Italia, dove 7 medici su 10 (secondo un’indagine de l’Espresso) sono obiettori di coscienza ed è in corso un ridimensionamento di molti consultori pubblici. Ricordiamo che l’IVG è vietata per legge a Malta, mentre Irlanda, Polonia e Lussemburgo hanno legislazioni molto restrittive. Abbiamo chiesto delucidazioni all’on. Toia, che si è dimostrata molto disponibile a illustrarci la sua versione dei fatti. Riporto una parafrasi di quanto riferito dall’on Toia: “Non si è trattato di questioni di genere (tanto che poi la stessa Toia ha votato a favore del rapporto Lunacek). È stato sbagliato l’approccio dell’on. Estrela, che ha voluto forzare le cose, portando un testo molto pieno e difficilmente condivisibile in Parlamento. Avrebbe dovuto condividerlo maggiormente in commissione, io avrei gradito che ascoltasse le nostre richieste di mediazione. Non c’era un cenno esplicito volto a garantire la maternità; come c’era il diritto all’aborto, sarebbe stato auspicabile un diritto alla maternità. Chi abortisce spesso ha difficoltà economiche. Inoltre, avrei apprezzato che il rapporto toccasse anche il tema del congedo di maternità, che è molto diversificato in Europa. È stato difficile parlare con la Estrela, che ha voluto procedere in modo fortemente autonomo, a un certo punto la Estrela non ha voluto più discutere il testo in commissione. Se avesse “aggiustato” il testo “troppo pieno”, lo avrei votato, in fondo ero critica solo su due punti: obiezione di coscienza e diritto all’aborto. Per il primo punto avrei preferito che si dicesse che l’UE raccomandava agli stati membri di garantire il servizio a un aborto sicuro, rimuovendo gli ostacoli alla libertà della donna, pur garantendo l’obiezione di coscienza per i medici. Per il secondo punto, non mi sembra legittimo che l’UE sancisca il diritto all’aborto e lo imponga ai singoli stati. L’aborto non è un diritto umano, ma una libertà”. La Toia aggiunge che comunque il PD non è stato determinante sull’esito e che era chiaro sin da subito che sarebbe stato difficile arrivare a un’approvazione. Alla base del fallimento quindi, ci sarebbe il comportamento della Estrela, che non ha voluto e cercato un compromesso. Il rapporto Lunacek è stato oggetto di “ritocchi” ed è stato presentato in modo più conciliante, con toni meno accesi e radicali, sostiene la Toia. Insomma, ci si attacca al bon ton parlamentare per giustificare una scelta di astensione. In pratica, se ci avessero potuto mettere le mani e “rielaborarla”, l’avrebbero votata. Il testo, però non mi sembra così estremo e terribile, come ce lo vogliono presentare: l’ultima versione è stata molto alleggerita. Ma soprattutto, non c’era nessun pericolo reale di “incidere” sulla legislazione dei singoli stati. Qui c’è a mio avviso un errore di fondo: trattandosi di risoluzione non vincolante e non di direttiva, non ci sarebbe stato comunque un rischio di ingerenza europea sulla legislazione statale. Noi italiani poi siamo molto bravi a non applicare le direttive (per le quali paghiamo pesanti sanzioni). Tutto questo timore pertanto era infondato. Se il rapporto Estrela fosse passato, sarebbe stato un ottimo segnale di vitalità dell’UE. Perché il simbolico spesso è più forte ed efficace, perché la mancanza di una posizione ferma e decisa di Bruxelles potrebbe aprire spiragli pericolosi e dimostra una debolezza delle istituzioni comunitarie. A livello di partito poi si hanno delle posizioni divergenti, perché se a livello nazionale si presenta alla Camera (giugno 2013, n° 1/00074) una mozione contro l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza (che impegna il governo a predisporre tutte le iniziative necessarie affinché nell’organizzazione dei sistemi sanitari regionali si attui il quarto comma dell’art. 9 della legge 194 del 1978, volto a garantire l’attuazione del diritto della donna a una scelta libera e consapevole) a livello europeo ci si comporta diversamente. Le varie anime del PD devono trovare una sintesi, una convergenza su questi temi. Occorre essere chiari e non titubanti in ogni sede, senza paure di contraccolpi o penalizzazioni alle urne. A quanto pare, proprio in seguito alla questione Estrela, le donne del PD hanno avviato un tavolo per discutere e giungere a una posizione comune sul tema. Dobbiamo vigilare sulla 194, che ricordo ha come titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, pertanto contiene delle norme volte a garantire la salute, una maternità consapevole e l’autodeterminazione della donna. I risultati della 194 sono stati ottimi, basta guardare le statistiche sugli aborti, in forte flessione. Ora tocca a noi non vanificare tutti gli sforzi sinora compiuti.

Nel corso della serata si è parlato dell’impegno in merito all’anno europeo della conciliazione lavoro-famiglia e del programma per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-22/ricerca-come-accedere-finanziamenti-horizon-2020-in-palio-78-miliardi-112046.shtml?uuid=ABBEjze).

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Il dissenso non è necessariamente un male

Di questi tempi coloro che sono capaci di dissentire e di proseguire in maniera coerente sono merce rara. La fretta di raggiungere posizioni di potere è talmente golosa e ottenebrante da escludere qualsiasi altro tipo di valutazioni. Ci si allinea troppo facilmente e si perde il senso critico e la visione globale. Soprattutto si corre il rischio di perdere il senso del bene comune, di cui molti si fregiano senza ragione. Gli ultimi episodi accaduti, a cavallo tra PD e governo avvalorano la mia premessa. Ma più che guardare ai piani alti del partito, vorrei parlare di un caso più particolare e “locale”. Lo scorso 12 febbraio si è tenuto a Milano il confronto tra i due candidati alle primarie regionali del prossimo 16 febbraio: Alessandro Alfieri e Diana De Marchi. L’ho trovato molto istruttivo ed emblematico sia per quanto concerne le diverse personalità e gli spiriti che animano il partito, sia per i contenuti e le differenti sensibilità. Posso dare un giudizio: 10 a zero per la De Marchi. Una donna che ha dimostrato energia, competenza, conoscenza del territorio, capacità di ascolto, misura, equilibrio e soprattutto idee chiare e senza alcun tentennamento, anche sulla sua perplessità in merito a un Renzi premier senza passare per le urne. Insomma, ciò che ti aspetteresti dal PD, da un partito moderno e serio, con la testa sulle spalle. Dall’altra parte un personaggio totalmente di apparato, tronfio, teso come una corda di violino, tanto da sbottare alla prima occasione di critica. Infatti, il predestinato e favorito Alfieri perde la calma subitissimo e si mostra piccato quando qualcuno della platea dissente su quello che dice. Ma c’è una chicca. Qualche giorno fa Ambrosoli aveva presentato in consiglio regionale una mozione per la depenalizzazione delle droghe leggere. In pratica si chiedeva di aprire un confronto sul tema. Risultato? Il PD non sostiene Ambrosoli (il candidato presidente del Patto civico, cui partecipava il PD, perdente alle scorse elezioni regionali). Motivo? Il 12 è stato piegato così da Alfieri (consigliere in Regione Lombardia): abbiamo saputo della mozione dai giornali, ci siamo confrontati con Ambrosoli e dovevamo sostenerlo, ma lui non si è presentato in aula e perciò alcuni del PD hanno deciso di non appoggiare la mozione. Il PD si è spaccato, ma non possiamo berci la spiegazione puerile di Alfieri: se sei d’accordo, lo sei anche in assenza del proponente. Forse Ambrosoli non si è presentato perché consapevole dell’ostilità dei suoi. Forse Ambrosoli ha pagato la poca chiarezza del PD su questo e su tanti altri temi. Un piccolo e fulgido esempio di com’è messo il PD.

Consiglio il pezzo di Nino Carella qui.

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Al lavoro sullo smartwork

Il prossimo 6 febbraio Milano inaugura la giornata del lavoro agile. Ossia, un esperimento a cui hanno aderito numerose aziende e che dovrebbe servire ad accendere l’attenzione sul tema del telelavoro o lavoro in remoto da casa. Secondo il Politecnico se la verifica dei superiori è solo sui risultati, non sui tempi dell’organizzazione, la produttività sale del 5,5% insieme alla motivazione. Così si abbattono i tempi per gli spostamenti, l’inquinamento, i costi per i buoni pasto, i tempi morti in ufficio e si riesce a conciliare meglio lavoro e famiglia.

Ma cosa si muove a Roma? È stata presentata la proposta di legge tripartisan sullo smartwork firmata da Alessia Mosca (Pd), Irene Tinagli (Scelta Civica), Barbara Saltamartini (Nuovo Centrodestra). Lo stesso trio ha presentato anche emendamenti al decreto Destinazione Italia. Se approvati, permetteranno l’accesso a forme di credito d’imposta alle aziende che vogliono allestire postazioni di lavoro domestiche.

Intanto sembra che anche la squadra di Matteo Renzi, con la Madia in testa, sta lavorando per promuovere lo smartwork. Infatti la responsabile Lavoro della segreteria del Pd ha dichiarato “Si tratta di uno strumento interessante che può favorire la conciliazione famiglia-lavoro, per questo mi auguro che entri anche nel cosiddetto contratto di governo”. La scoperta dell’acqua calda. E se lo dice la Madia, stiamo freschi.

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Misura

Ho atteso qualche ora prima di decidermi a commentare le ultime ‘fuoriuscite’ del nostro neo segretario. Abituati come siamo a sentire di tutto di più, non dovremmo meravigliarci del ‘Fassina chi?’. Fassina non è facilmente difendibile, per le plurime dimissioni che ha saputo presentare in pochi mesi. Non spetta a me trovare la pezza per capire e assolvere Fassina. Ciò nonostante, l’atteggiamento di Renzi appare alquanto oltre-misura. Tutto è così tanto sopra le righe, che sembra di trovarsi in un musical di Broadway o all’interno del Rocky horror picture show. Il ruolo del segretario ha assunto toni da macchietta di avanspettacolo. Siamo al dileggio intestino, siamo alla vigilia forse di una implosione, che tutti noi temevamo. Ormai siamo alle soglie di uno smantellamento del PD, del suo svuotamento per un travaso frettoloso in quella immaginifica macchina del Renzicambiaverso. Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che il partito in meno di un mese dalle Primarie ha perso gran parte dei suoi connotati e si sta assistendo alla seduta di trucco e parrucco per fargli cambiare aspetto definitivamente. Concordo, con chi nota che non dovremmo stupirci di questo risultato. Sinceramente, non mi aspettavo tanta premura e sollecitudine. Piuttosto che rottamazione, mi è sembrata solo una pulizia per far posto a nuovi amici o servi fedeli. Altro che new deal, sembra una spartizione tra vecchi compagniucci. La deriva dell’uomo solo al comando non porta da nessuna parte. Renzi e le sue trovate hanno egregiamente sostituito le uscite colorite del caro vecchio Silvio. Il leader carismatico, qualora lo si possa far coincidere con Matteuccio, in talune congiunture aiuta (non sarebbe una novità nemmeno per la sinistra), ma i personalismi vuoti fanno emigrare altrove. Perciò stiamo attenti. La misura non è mai passata di moda. Dov’è finito il bon ton? La sinistra ridotta a battutine, slogan, lanci pubblicitari, loghi e Renzi style mi fa rabbrividire. Chi comincia l’anno in questo modo è già alla fine dell’opera. Non ci resta davvero che attendere le battute finali?

Bersani coraggio e non mollare! Abbiamo un enorme bisogno di te nel PD!

Consigli di lettura: l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica.

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La prima percezione che si autoavvera

Senza parole. La Madia qui alla sua prima uscita da neoresponsabile del lavoro del PD.

Scusate, ma ci sono delle cose che per me restano senza una spiegazione plausibile.

 

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Volemose bene

Alcuni hanno inaugurato una nuova era, definendola pax renziana. Io la vedo più come un “volemose bene” e mettiamoci una bella pietra sopra, chiudiamo tutte le polemiche e le questioni spinose e indigeste a chiave in una scatola e sotterriamola bene. Con buona pace di tutte le richieste di chiarezza. Eh no! Questo sarebbe come una porta in faccia al buon senso. Dopo la distribuzione di incarichi e il restyling del sito del Pd, che ora sembra diventato in tutto e per tutto il partito di uno solo, si apre la fase in cui il nostro segretario dovrà muovere le sue pedine e svelare i suoi piani. Altrimenti, ci saremmo tenuti la transizione di Epifani a oltranza. Ma si sa, ormai le arti di rinviare e di temporeggiare sono diventate la norma.

Ho rimuginato un po’ sulle primarie e ho deciso di scriverci ancora su stanotte, in preda a una tosse secca che non mi consente di dormire. Forse è il mio malessere che mi spinge a scrivere ancora su questo tema. Ho compreso che di errori veri e propri non ce ne sono stati, se non una ingenuità di fondo e una estrema fiducia nella capacità di ragionamento dell’elettore medio della sinistra. Ho scoperto che coloro che erano sempre stati avvezzi a ragionare e a scegliere consapevolmente e sulla base di criteri oggettivamente convincenti sarebbero giunti comunque alla conclusione di votare per Civati. Convincere gli altri, si è rivelata un’impresa spesso deludente. La cosa sconvolgente era sentirmi dire che tanto avrebbe vinto Renzi e che il mio impegno era vano. Sapevo di essere quella delle cause perse, ma questo non voler proprio neanche provarci mi lasciava basita, soprattutto se il mio interlocutore era giovane. Ormai ci siamo talmente abituati a seguire la strada battuta e a non seguire più le idee che noi riteniamo valide, ma quelle che gli altri ci portano a pensare tali, che non ci imbarchiamo se non siamo sicuri di essere sul cavallo vincente. Poi mi si deve spiegare cosa mai ci fosse in palio? Sì, lo so, io ragiono da pedina di scarso valore, sono la scheggia che pretende di scalfire anni e anni di prassi consolidata di politica imbolsita e inpoltronita. Poi ci sono coloro che non sarebbero mai venuti a votare, delusi e recalcitranti a qualsiasi chiamata alla partecipazione. Costoro li capivo e li capisco ancora di più oggi, che vedo mettere una bella roccia sul bisogno di chiarire alcuni punti cruciali della nostra storia recente. Il nuovo segretario ha avuto la meglio in questo deserto ‘affettivo’ e culturale. Ho capito che le cose si devono costruire nel tempo e insieme, come ha fatto Pippo, ma che non è sufficiente. Ci sono fattori che esulano i contenuti e la solidità di un progetto. Ci sono macchine politiche che si muovono su terreni che assomigliano più a una campagna di marketing che a un partito. Noi civatiani siamo stati esclusi dai mezzi di comunicazione consueti, in cui si sono annidati questi strumenti di pubblicità di cui parlavo. Chi è abituato a non mangiarsi la pappa pronta, precotta e predigerita, sta altrove e si informa. Non da ultimo, le primarie aperte hanno fatto confluire alle urne sia coloro che erano veramente interessati, sia coloro che erano completamente avulsi e che magari non erano nemmeno degli elettori Pd. Non so, ma continuo ad essere perplessa sull’opportunità di questa apertura per l’elezione di un segretario. Ma oramai ci siamo e dobbiamo archiviare l’esperienza. Noi civatiani abbiamo peccato di orgoglio per un grande progetto, che era ed è una delle cose più belle e importanti che la sinistra ha saputo produrre negli ultimi anni. L’orgoglio ci ha annebbiato la vista su ciò che poteva essere compreso dall’elettore medio e ciò che lo avrebbe potuto solleticare. Siamo stati troppo concreti, puntuali, capillari nei temi trattati e nelle proposte. Non abbiamo venduto fumo, ma, come ho detto più volte, 20 anni di Berlusconi hanno lasciato il segno: la gente si aspetta lo show e la battuta facile. Frasi semplici, di facile consumo e digestione. Una politica fast food, per vincere. Vincere, ma per fare cosa? A questo punto vedremo come andrà. Renzi deve mettersi al servizio del PD e non farne un partito al suo servizio. Noi civatiani siamo ancora qui, con la stessa energia e vigileremo. Pippo alla fine della campagna aveva i segni della stanchezza e del suo impegno sul volto, questo mi ha portato a riflettere sulla passione politica pura. Provate a osservare le immagini di fine campagna di Renzi.. Lo so, sono dettagli, ma dicono molte cose.

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Nuovo corso o restaurazione renzi-guidata?

Vorrei tanto che fosse veramente l’alba di un nuovo corso. Sinceramente, a pelle, ho visto riproposte le stesse logiche di sempre. Una spartizione (tranne rari casi) in chiave di restaurazione renzi-guidata per non dare troppo nell’occhio. Tanti ricchi premi per aver ben servito la causa. Ci sono molti importanti spunti “ispirati” dal programma di Civati, ma la sostanza la si vedrà solo tra qualche tempo. Soprattutto, si vedrà se il nuovo manterrà lo smalto e non perderà per strada idee e buoni propositi. Quello che più mi preoccupa è l’ennesima rincorsa degli altri, questa volta nei confronti di Grillo. Un lessico e dei toni in linea con l’arruffapopolo, uno stile che serve ad ammaliare un pubblico che potrebbe essere tranquillamente berlusconiano. Ammainata la bandiera contro Silvo, oggi ci ritroviamo con le stesse dinamiche di gioco.

Trovo molto lucida l’analisi di Davide Serafin.

Al di là delle questioni di quello che sarà o potrà essere, per le quali ci vorrebbe la sfera di cristallo, mi preme soffermarmi su un altro aspetto: come ne escono le donne? Sulla base dei numeri, si direbbe bene. Dovremmo gioire solo sulla base di questioni matematiche? Io ho trovato la riproposizione di logiche che io chiamerei cotillon per un “giusto servigio” al capo. Mi sbaglierò, ma a me pare in gran parte questo. Poi non ci lamentiamo dei nostri ruoli subalterni e perennemente riconoscenti al sommo uomo di turno. I nomi sembrano funzionali a un riconoscimento di un lavoro di sostegno incondizionato. Qualcuno mi può dire perchè? Alcuni nomi della nuova direzione, sia uomini che donne, fanno venire al pelle d’oca. Ci sono donne, nella nuova direzione nazionale del PD, che avrebbero potuto tranquillamente farsi strada per le proprie competenze, senza elemosinare niente. Eppure, salgono sul carro del sicuro (?) vincitore per giungere a destinazione. Il problema non è seguire Renzi, ma non accorgersi che forse il carro non porterà mai a compimento le promesse che più ci riguardano da vicino. Sino a quando non vedrò i fatti, rimarrò di questa idea. Il cambiamento era altrove e molte donne, per puro opportunismo personale, non lo hanno capito. Io continuerò a mantenere uno sguardo critico e a non accontentarmi delle promesse. Sarò una fuori dal tempo e dalle logiche correnti, ma a me piace essere così. Le mie idee non sono in vendita e non sono compatibili con il servilismo dilagante. Io scelgo, non seguo ad occhi chiusi o a scatola chiusa. Continuerò il mio lavoro nel mio circolo PD con l’entusiasmo di chi può dire di non essere aggiogabile.

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