Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A proposito di diritti. Cronache dal Municipio 7 di Milano

Il post apparso su Facebook sul profilo del presidente Marco Bestetti del Municipio 7 di Milano segue una linea ben precisa, consolidata, che a noi che viviamo e frequentiamo le istituzioni municipali ci appare del tutto in linea con i precedenti, di cui abbiamo già scritto su questo blog.


Per dover di cronaca e a futura memoria è bene scriverne, perché riteniamo sia più che opportuno che la cittadinanza conosca fatti, circostanze, si faccia una idea delle fondamenta culturali che si perpetuano e diffondono attraverso simili post.

Il consigliere municipale PD Lorenzo Zacchetti ha scritto e depositato questa mozione in merito, di cui condividiamo naturalmente i contenuti e gli intenti. Necessario e doveroso richiamare i principi costituzionali a cui un amministratore pubblico dovrebbe conformare il proprio operato nelle istituzioni.

Ma come vi dicevo, questo episodio ci aiuta a evidenziare non solo la posizione in tema di diritti, ma a richiamare cosa è accaduto solo qualche settimana fa nel medesimo municipio.


Qui il resoconto dettagliato apparso sul sito dell’Associazione Dimensioni Diverse.

Come alcuni di voi sapranno, insieme ad altre donne del municipio 7, stiamo cercando di raggiungere l’obiettivo dell’apertura di uno spazio, di una casa delle donne, che potrebbe concretizzarsi attraverso l’impegno del Comune di Milano in merito ai Centri Milano Donna, uno in ciascun municipio.

Ribadisco che non si tratta di un costo inutile e ridondante come sembra considerarlo la maggioranza, bensì un investimento che va in aiuto e a supporto di tutta la cittadinanza, perché le donne possono essere un’opportunità di crescita e di emancipazione di tutto il nucleo familiare di appartenenza, un traino di inclusione e di cittadinanza attiva. Maggiore informazione e sostegno alle donne apportano benefici all’intera famiglia, con particolare attenzione alla cura dei figli. C’è bisogno dell’impegno congiunto di istituzioni, servizi sociali e terzo settore, adeguatamente formati e specializzati, per far fronte alle istanze e alle sfide che si presentano nelle nostre comunità. Le donne hanno bisogno di sviluppare maggiore consapevolezza e avere delle opportunità di partecipare alla propria vita personale e di comunità in modo attivo. Non è assolutamente vero che è sufficiente ciò che attualmente è disponibile sul territorio, perché noi donne lo sappiamo benissimo cosa accade e cosa manca. Lo sappiamo direttamente perché sul territorio ci viviamo e ci auguriamo che le cose cambino al più presto e in meglio!

 

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Votare significa partecipare e non rassegnarsi. Qualche motivo in più per noi donne


Perché partecipare e andare a votare? L’ho già in parte spiegato qui. Ve ne consiglio una lettura, perché questo articolo è di fatto una continuazione di un ragionamento.

Anziché muoversi tra “santini” e volantini dei candidati, cene, discorsi e programmi generici, che solo in rari casi si connotano per una vera e propria attenzione alle questioni di genere, al contrasto delle discriminazioni e alla costruzione di una parità di fatto tra uomini e donne, forse è opportuno soffermarsi su ciò che l’Unione Europea può essere e diventare per noi donne.

Secondo l’analisi del Sole 24 Ore, in data 6 maggio:

“A 20 giorni dall’apertura delle urne ci sono quasi 9 milioni di italiani che non hanno deciso per chi votare. (…) Il dato maggiormente interessante è che, al di là delle appartenenze politiche, il 65% degli indecisi è donna, elettorato a cui a oggi nessun partito ha deciso di puntare nell’ambito della comunicazione politica. È questo il vero buco nero della campagna elettorale e su cui sembra esserci una condivisione da parte di tutti i partiti in campo. Questa elezione non sembra tingersi di rosa.”

In realtà il Sole 24 Ore non sembra essersi accorto che alcune formazioni hanno dato dei segnali importanti nei programmi e con i profili delle candidate (penso a La Sinistra ed Europa Verde). Ciò che manca forse è la comunicazione che avviene sui media mainstream e su come avviene la campagna sul territorio. Ci si affida spesso ai bacini elettorali che ciascun/a candidato/a può portare e poco a intercettare nuovi elettori/elettrici o il recupero degli/delle ex.

Parlare di questioni concrete e che riguardano da vicino le donne, tutte le donne di questo Paese, dichiarando sinceramente ciò di cui ci si intende occupare nei prossimi anni a Bruxelles, mantenendo sempre lo sguardo in Italia. Naturalmente questo presuppone una conoscenza da vicino di tutta la complessità del mondo femminile.

Siamo evidentemente di fronte a un bivio e se non risolveremo l’indebolimento della Commissione e del Parlamento a favore del Consiglio dell’Unione europea, organo rappresentativo delle istanze dei governi (quindi soggetto ai loro destini), se non otterremo un rafforzamento delle istituzioni europee, insieme a una loro maggior indipendenza dai governi e dalle lobbies, non possiamo sperare in tempi buoni, tantomeno per progressi in tema di pari opportunità. Cruciale sarà fermare i portatori di modelli ultraconservatori che potrebbero farci arretrare in tema di diritti e partecipazione politica ed economica delle donne. Le politiche dell’agenda europea potrebbero cambiare fortemente.

Ho tentato di riassumere in una serie di slide ciò che l’Unione Europea ci ha portato in termini di parità di genere, cercando di diffondere strumenti, modelli, regole, opportunità per raggiungerla. Un bignamino che può essere una traccia dei passi sinora compiuti e di cui non ci rendiamo ben conto.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET…

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Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Ideologica?

@Anna Parini


Ieri ho fatto un ennesimo tentativo di far comprendere quanto la riproposizione sorda della parola “mamme” fosse carica non solo di un mancato ascolto delle donne, ma anche di un ingabbiamento, di una visione parziale e discriminatoria, di un linguaggio lontano anni luce da un progresso nell’immaginario e nei fatti. Ne avevo già parlato qui.

Durante il mio intervento sin da subito ho sentito davanti a me un muro, che sin dopo qualche secondo si è tramutato in parole, “non hai capito niente”, “va bene lo hai detto, ma ora basta”. Insomma un successo di reazioni empatiche e in ascolto. Ma non posso dire che non me lo aspettassi. Era solo un altro tentativo di interloquire su questi temi. Era solo l’ultimo dei momenti desolanti a cui ho partecipato.

Quei sussurri scomposti e stizziti “non hai capito niente” fatti per scompormi e interrompere le mie argomentazioni mi hanno ricordato tanto il noise su Facebook, il disturbo nei commenti per silenziare qualsiasi tentativo di presa di parola autonomamente ragionata. Mi ha ricordato un atteggiamento paternalistico ma condito da un fastidio per qualcosa di aspettato ma comunque senza diritto di cittadinanza. Perché lì doveva filare tutto liscio. Perché io sono nessuno e quindi devo essere grata che il partito si sia ricordato delle mamme. Eppure io dal mio partire da me stessa, dalla mia storia e dalla mia esperienza non ho tratto un accanimento e una mono direzione. Dalla mia storia personale dopo aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mia scelta di diventare madre sul mio lavoro, ho sempre tenuto la barra dritta e non mi sono ripiegata sulla figura totem della mamma. Ho sempre lucidamente continuato a guardare alle donne, a lottare per l’uguaglianza, la riduzione delle discriminazioni, l’inclusione in ogni ambito delle donne. Questo blog ne è la prova. Perché parlare di donne significa non escludere e non sacrificare nessuna. Significa saper ascoltare tutte le donne. Significa uscire dalle gabbie e rifiutare le riserve protette. Significa non legarci alla biologia, significa pensare a chi donna biologica non è ma si sente tale. Significa parlare di care work non solo in termini di maternità ma in tutte le sue declinazioni, significa parlare di condivisione. Significa pensare in termini di genitorialità. Significa che anche se non hai figli è tuo diritto poter conciliare vita privata e lavoro, si chiama benessere e qualità della vita. Parlare di donne significa aver compreso finalmente la complessità e le difficoltà di tutte le donne. Significa parlare di diritti a 360°, finalmente non subordinati, non legati all’essere madri.

Quindi le parole, queste parole buttate al vento producono l’effetto allontanamento. Ci danno la sensazione di non avere spazio e ascolto reale. Ci danno la sensazione che la società sia rimasta cristallizzata. Parlare in termini di “mamme” vuol dire non volerci guardare in faccia, non accettarci come esseri umani completi, come portatrici autonome di diritti. Ieri pensavo a tutte le mie compagne di battaglie e di come siamo unite da tanto altro.

Tutto molto ordinato al tavolo, sin dall’introduzione di Nannicini che convintamente ripeteva la triade “lavoro, casa, mamme”. Con la stessa convinzione che aveva portato gli organizzatori a non smentire il capo e a riproporre “mamme” come parola d’ordine e come priorità dell’agenda politica.

Sì priorità dell’agenda politica.

Ho pensato alle donne italiane e a quanto mortificante possa suonare questa impostazione.

Forse perché per me le parole hanno un peso e una ricaduta importanti. Ma ancora una volta ho compreso cosa significa trincerarsi e barricarsi dietro una scelta che reca con sé la conseguenza naturale che se non sei mamma la politica non farà molto per te, o che farà molto poco, non sei prioritaria come cittadina. Tu donna sei meritevole di sostegno se sei fattrice, altrimenti sei una boicottatrice dei progetti nazionali. Io donna non ho cittadinanza e diritti in quanto essere umano, ma in quanto procreatrice. Nel disegno politico sono scolorita e quasi scompaio in tutte le mie declinazioni, molteplicità. Anche la mia storia personale non vale e mi si vuole insegnare la vita. Cosa vuoi che ne sappia dell’essere una mamma lavoratrice? È mancato l’ascolto delle donne. Manca. Ero lì in carne e ossa ma non è stato sufficiente per essere ascoltata. Ero lì perché faccio politica anche con il mio corpo e la mia voce, per testimoniare il mio pensiero in un luogo fisico. Per un confronto. Perché ci fosse accoglienza a un punto di vista, che proprio perché critico voleva spingere a riflettere e a interrogarsi. Eppure alcune si autodefinivano femministe. Quanto stropicciato è questo termine. Sì deformato e trasfigurato. Irriconoscibile. In questi contesti è assai rara la sua forma originale.

Probabilmente avranno pensato fossi una estremista infiltrata che era lì solo per fare polemica. Mica hanno capito il mio reale sconcerto e sgomento. Mica hanno capito che ero una donna iscritta. Mica si son posti il problema di capire ciò che stavo dicendo. Mica si sono interrogati sul fatto che fuori ci fossero tante donne che la pensavano proprio come me.

L’onorevole Teresa Bellanova ha bollato il mio punto di vista come “lettura ideologica” di un termine. Ossia: condizionato da idee preconcette, da pregiudizi: la mia vita e la mia esperienza vengono buttate nella spazzatura e senza appello vengono categorizzate come un mucchio di niente. Sarei accecata dal pregiudizio. Grazie per l’informazione.

Quindi mamme è solo una parola che hanno usato e svuotato di senso, sostitutendola a donne.

Così come privo di senso appare a questo punto il loro essere donna nelle istituzioni. È il risultato di un programma di “pinkwashing” istituzionale che non è in grado di capire nient’altro se non quel che prescrive il capo. Quale differenza fa l’essere donna così? Puoi girare mille città, mille quartieri, mille luoghi, ma se questo è il modo di porsi poco raccoglierai. La neutralizzazione delle donne è questo. Lo abbiamo visto anche dalle prese di posizione delle donne delle istituzioni sulla vicenda dello stalking e del nuovo art. 162 ter.

In verità ho anche pensato che si volesse riferire letteralmente al frutto di un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori vicini a un approccio vetero comunista. Tutto ci può stare, ma l’effetto finale non cambia.

Alcuni mi dicono che non mancano gli spazi aperti nel partito per confrontarsi. Che tutti hanno la medesima agibilità. Ebbene, fatemeli conoscere questi spazi perché ultimamente l’accoglienza è sempre “Non è il momento”, “non ora”, “non hai capito”, “le tue modalità non vanno bene”, “se non ti trovi bene la porta è aperta”, “ti abbiamo dato fiducia e tu ci ripaghi così?”. Ci ho provato a portare nei luoghi di partito discussioni sul sessismo, violenza di genere, discriminazioni, lavoro, prostituzione. Ma quanta fatica, quale accoglienza, quale sostegno, quale partecipazione, cosa è cambiato, come ha modificato la realtà quella più vicina, quanta influenza sul modo di relazionarsi, quali risultati sul linguaggio, quali effetti sul rispetto? Io non faccio politica per il Pd, faccio politica per dare voce alla mia comunità. Sono sempre stata così e non da ora. Non sono mai stata una trasformista e non faccio le capriole come tante persone fanno, specialmente ultimamente. Mi sono sempre espressa liberamente, ragionando, approfondendo e credo che siano qualità, non marchi negativi. Sono stata coerente con il mio passato, con le mie idee e i miei valori. Spesso però la mia appartenenza mi ha portato strali e accuse di non essere affidabile, ma io non sono il mio partito, non posso caricarmi sulle spalle tutte le scelte prese dai suoi dirigenti e non ho responsabilità per altri. Per questo prendo parola per me stessa.

Sono andata via, con il magone, smarrita, prima della fine. Ero nel posto sbagliato. Ho pensato che avevo ascoltato abbastanza e che la mia ora abbondante di viaggio sui mezzi mi aveva condotto a sentire certe cose. Ho capito che sanno molto poco non solo delle mamme, ma soprattutto delle donne. I risultati si vedono. Non avete idea della reazione quando ho detto “basta bonus”. Ne prendo atto e volto pagina.

All’ingresso mi hanno passato il metal detector e frugato nella borsa. Avevo con me dei fogli A4 su cui avevo scritto delle brevi frasi nel caso in cui non mi facessero intervenire. Hanno voluto leggerli ad uno ad uno. Avrei dovuto capire che il vento è cambiato da tempo.

Lo scollamento con il Paese non è una storia da gufi. È questo. Ma tanto io non ho capito niente. Nonostante ciò mi sono chiesta come ci si deve sentire ogni giorno a dover eseguire e affermare ciò che dice il vertice del partito. E allora ho pensato che tutto sommato sono fortunata.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno. Le donne non sono ologrammi o soggetti da strumentalizzare. Svegliamoci e pratichiamo un femminismo autentico, che parte dalla nostra esistenza, dalla nostra esperienza, da noi stesse, si esprime e agisce direttamente nella collettività.

Rifletto, parlo, mi confronto, racconto ciò che accade nella speranza che si muova qualcosa. Sono questioni politiche. Questo è fare politica.

Ricostruire l’entusiasmo di partecipare alla vita politica, condividendo progetti, valori, contenuti, orizzonti. Spesso le parole sono pietre, ma dovrebbero essere ponti e mani tese. Le parole sono importanti perché possono cambiare clichè, immaginari e ruoli antichi. Io proprio non ho nessuna intenzione di guardare indietro.

 

Ringrazio Valeria Borgese per questa testimonianza e per le sue importanti riflessioni:

http://www.valeriaborgese.it/blog/p/donne-o-mamme


AGGIORNAMENTO: notizia di oggi 23 luglio, nel Pd viene creato il dipartimento “mamme” con Titti Di Salvo a capo.

Appare chiaro che non  si è compreso un bel niente, la riserva protetta mamme è ancora lì. Un terzo schiaffo a tutte le donne. Ascolto zero. La mia dimensione donna è azzerata, non c’è altro oltre le mamme. 

La maternità è una scelta. Io difendo le donne indipendentemente dalla scelta che fanno su questo o altri aspetti. Mi piacerebbe che si parlasse di opportunità scevre da qualsiasi scelta, genere o appartenenza. Un esempio fra tanti: ci sono compiti di cura che esulano dalla maternità, questo spesso causa lo stesso tipo di mobbing e discriminazioni, fino al licenziamento. Per non parlare poi del numero di padri mobbizzati per aver chiesto congedi o orari più compatibili con il ruolo di genitore. L’ufficio della consigliera di parità regionale segue anche questi casi. Mi piacerebbe un orizzonte più vasto, riconoscendo le difficoltà connesse all’essere donna o al non comportarsi secondo ruoli “conformi al genere di appartenenza. Le italiane e gli italiani si aspettano altre parole, che non escludano, riportandoci indietro di decenni. Perché la scelta di essere o non essere madre resti paritaria. Nessuna agitazione attorno alla parola mamma, solo incredulità di fronte al fatto che non facciamo nemmeno un passo per cambiare paradigma culturale. Pretendo pari diritti in quanto donna, essere umano, cittadina.
Titti Di Salvo, a capo del “dipartimento mamme”, è anche colei che ha negato la relazione art 162ter con la monetizzazione del reato di stalking, bollando tutto come notizia infondata. Ma chiaramente a questo punto dovremmo aver compreso.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/23/pioggia-di-nomine-nel-pd-renzi-designa-40-responsabili-di-dipar_a_23043572/

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Testimoniare e dare corpo a un’azione differente

 

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Non si tratta solo di parità, ma di differenza. La partecipazione delle donne all’interno delle istituzioni può essere sostenuta, incoraggiata, ma la parità non è garanzia di un cambiamento significativo. Perché se dobbiamo esserci come gli uomini, ricalcare le loro orme, forse siamo sulla strada sbagliata. Siamo d’accordo su questo, vero?

Se l’esperienza della donna è nulla o appiattita su temi, soluzioni, proposte, stili, priorità maschili, dove ci stanno traghettando? L’esperienza e l’attenzione pluriennale su certi temi sono indispensabili, per sapersi orientare, scegliere i giusti metodi e le politiche più adatte. L’improvvisazione non è consigliabile. Da una donna io chiedo preparazione, tenacia e autonomia di pensiero, ovvero senso critico. Chiediamo risposte e non silenzi di fronte a questioni che ci riguardano, come la violenza contro le donne. Non è “in quanto donne”, torno a ripetere che a volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani. Altrimenti non dovremmo assistere a certe dichiarazioni, per esempio in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne e sulla 194. Altrimenti non avremmo donne nelle istituzioni che di fronte agli ennesimi femminicidi non proferiscono parola. Non ci si ferma nemmeno di fronte a questo. Desumo sempre più spesso che per molte la violenza contro le donne è una faccenda di scarso valore. Continuate a fare i vostri selfie e la promozione di voi stesse, mi raccomando, non sia mai che dimostriate di avere un po’ di autonomia e di sensibilità. Continuate a fare la vostra quieta vita, pensando che la violenza sia un problema a voi estraneo. Quindi è necessario scegliere attentamente le nostre rappresentanti. Abbiamo bisogno di ben altro, di ben altre sensibilità.

Le vite delle donne non sono qualcosa di secondario, se non ci si interverrà adeguatamente, l’intera società sarà segnata da questa scelta.

Quando ci consigliano di soprassedere sui temi che sentiamo più vicini e prioritari, che così ci auto-ghettizziamo, è già un’intromissione e il segnale che stiamo percorrendo una strada sgradita a chi ci vuole mansuete. Un segnale che dovrebbe indurci a continuare su quel versante. Ma non per tutte è così. Quando parlo di differenza, parlo di un vissuto, di una riflessione, di un approfondimento, di una ricerca diversa. Un processo e un cammino che non sono tracciati da nessuna parte, ma che maturano e dovrebbero maturare con le donne stesse, in modo libero, differente appunto. Il partecipare senza tutto questo bagaglio è un partecipare che prima o poi rischierà di subire passivamente e magari anche inconsciamente il modello maschile: senza basi non saprà riconoscerlo, resistergli, proponendo un’alternativa concreta, tangibile. La presa di coscienza, insieme a una consapevolezza della necessità di esprimere altro, di trovare nuove parole e nuove espressioni politiche, nuovi metodi e nuove soluzioni realmente e autenticamente nostre, devono avvenire spontaneamente, a volte avviene per vicinanza, accostandosi a coloro che questo percorso lo hanno già avviato. A volte ci arrivi dopo ripetuti scossoni nella vita di donna. Ciò che si deve fare è invertire la tendenza per le generazioni che verranno.

Hanno ammazzato l’idea di conflitto positivo, l’idea di lotta sana e rigenerativa per non abbandonare a priori l’idea di un mutamento possibile, ci hanno fatto credere che l’unica via fosse quella segnata, ancora una volta dagli uomini. Ci hanno illuso di poter esserci, quasi sempre raccomandandoci di essere “brave” nel senso di mansuete, di seguire i consigli e di esserci in vece di qualcun altro. Burattine neanche tanto inconsapevoli, perché non credo che non ci si possa accorgere di essere semplicemente questo. Pallide imitazioni di una rappresentanza delle istanze delle donne piena. Le eccezioni ci sono certo, ma sono ancora troppo rare. Dov’è la nostra voce autentica? Quella che da sempre hanno cercato di soffocare?

Rispondo a Alessandro Bertante, che ha tracciato un ritratto vero di Milano e di ciò che è movimento o meglio del movimento che dovrebbe esserci. La mia generazione è quella del grunge, degli anni ’90, di coloro che hanno attraversato il berlusconismo e si sono ritrovati ad essere i primi precari, tramortiti, impegnati a sopravvivere, accartocciati sui propri problemi, in un contesto sempre più individualizzato, sempre più chiuso. La mancanza della dimensione collettiva, da vivere e dalla quale leggere i fatti e per trovare soluzioni, è tutta qui. C’è chi ci definisce la generazione perduta, eppure una manciata di noi è ancora qui che resiste e ci crede. Danno per scontato che siamo tutti ormai assuefatti e rassegnati. Non è caricatura se mettiamo a disposizione il terremoto che ha frantumato le nostre esistenze e cerchiamo di invertire la rotta. Io porto con me questo vissuto e non è roba posticcia. Metto a disposizione me stessa, sono scomoda e pago in prima persona, se c’è da manifestare io ci sono, perché tuttora penso che non si possa lasciare il campo al vuoto, all’indifferenza, all’individualismo, all’opportunismo, al clientelismo, al familismo.

La mia testimonianza politica lotta contro tutto questo, ma sono consapevole che se resta isolata, non ci si schioda dal pantano. Sono cresciuta pensando che non si potesse restare indifferenti, che vivere aveva senso solo se fossi restata coerente, ma non per mera testa dura (che tra l’altro ho) o in modo sterile, ma perché convinta pienamente che l’omologazione sarebbe stata la forma di autolesionismo più nociva. Mi rendo conto che bisognerebbe osare di più, che spesso siamo innocue, l’ho rilevato più volte, ma quando manca la dimensione collettiva, tutto è molto più annacquato.

Finché non riusciremo a tornare lì, resteremo innocue, finché non rinunceremo a quelle briciole di parità che ci fanno sentire dentro il sistema e che ci rendono inefficaci e mansuete, non produrremo DIFFERENZA e non sentiremo nemmeno la spinta a tornare a lottare per contrastare un pericoloso arretramento in tema di diritti. Pensiamo solo a quanto la dimensione individualista ha minato il movimento delle donne.

Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità è tipico delle nostre società postmoderne. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, con uno sguardo ampio sui problemi, sulla società, sull’economia, sui diritti, sul mondo del lavoro e del welfare, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo.

Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica che ci permette un confronto ed è in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove.

Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri.

Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”, ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personali. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone.

Tornando al tema della partecipazione delle donne nelle istituzioni, per me non può mancare quanto sinora rimarcato. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, tornando a nominare e a evidenziare che il patriarcato nelle sue mille forme non è mai morto, anzi è vivo e vegeto ed è purtroppo introiettato nella vita e nella mentalità di tante donne.

Le differenze economiche e sociali dobbiamo guardarle dritto in faccia, la situazione di emarginazione e di lesione dei diritti in cui vivono tante tantissime donne non può essere buttata in un calderone unico, abbandonata alla buona volontà (mai scontata) di una politica che continua ad avere un approccio neutro e che non riesce ad ascoltare adeguatamente le donne. Io quelle voci le ascolto da sempre e sono loro il motivo della mia militanza, del mio attivismo in ogni occasione e in ogni luogo, in ogni contesto, porto avanti le loro istanze. Porto con me i loro volti che dicono a volte più delle parole. Sono loro che mi danno il coraggio, che mi rigenerano ed è per loro che non mi fermo. In ogni mia azione politica è come se le portassi con me, come se ci tenessimo per mano. Perché è la solitudine che va sconfitta. Non ho rendite di posizione da difendere. Rivendico la necessità di una cura, di un’attenzione adeguata e dotata della giusta sensibilità su lavoro, salute, servizi pubblici, diritti fondamentali che siano affrontati finalmente con un’ottica di genere. Torniamo a chiedere interventi permanenti, strutturali, che non siano privilegio di pochi e che non siano oboli una tantum. Non ci accontentiamo. Rimuoviamo gli ostacoli di ordine economico e sociale che azzoppano i nostri diritti di cittadine, come sancisce la nostra Carta. Potremo partecipare pienamente solo se ci accorgeremo di questo. Resilienti, mai rassegnate. Perché le prime a pagare siamo sempre noi donne e quando il welfare familiare finirà o sarà prosciugato, non avremo vie d’uscita, dovremo inevitabilmente fare i conti con il fatto che non siamo state in grado, al momento giusto, di incidere sulle decisioni e sulle politiche di questo Paese, forse perché molte di noi hanno preferito difendere il proprio orticello, seguendo i suggerimenti di padri o padrini. Non potremo lamentarci se avremo privilegiato altre questioni e avremo messo da parte l’idea di una politica capace di interpretare anche le esigenze delle donne. Svegliamoci, non smetterò mai di ripeterlo! L’accesso è bloccato? Sblocchiamolo insieme, ma con regole e linguaggi diversi. Sinora abbiamo replicato. Promettiamoci un futuro diverso, differente. Torniamo a mobilitarci in piazza periodicamente per i nostri diritti! Non c’è altro modo. Il fallimento è non tentare. Il fallimento è non ascoltarci.

La politica mancante di voci autenticamente femminili non è mai un bene.

Il voto delle donne ha compiuto 70 anni. Onoriamolo sempre.

 

Suggerimenti di lettura:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/12/20/capitalismo-e-oppressione-delle-donne/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/15/autonomia-redistribuzione-parita-di-genere/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/03/29/classe-e-patriarcato-due-variabili-per-il-controllo/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/27/piacere-o-dire-la-verita/

https://simonasforza.wordpress.com/2014/07/03/le-donne-e-le-classi/

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Questione di prospettive

ok

 

Sono stata all’incontro organizzato dal PD sul tema della prostituzione a Milano (qui), moderato dalla consigliera comunale Rosaria Iardino. L’iniziativa è stata fortemente voluta per colmare l’assenza di un confronto politico in città, che riuscisse a fare da contraltare alla campagna referendaria della Lega per l’abolizione della legge Merlin. A livello cittadino è attivo un Forum permanente sulla prostituzione, la Caritas, i sindacati confederali seguono e operano sul tema da anni. Ma il PD come si pone? Quel che è certo è che non è compatto sul tema. Non esiste una linea unitaria, lo dimostra il numero di proposte sulla prostituzione presentate dal partito, di orientamento anche molto diverso tra loro. Sarebbe interessante sondare le posizioni tra gli uomini politici. Bussolati, seppur invitato, non è intervenuto.
Che non si hanno le idee chiare lo dimostra anche il fatto che la senatrice Fedeli abbia firmato non solo il DDL 1201 a firma di Maria Spilabotte (qui), ma anche il DDL 1838 a firma di Giuseppina Maturani (PD) (qui), recentemente presentato da Orfini e Zanda. Non si tratta di omonimia. Ho controllato, so fare anche io qualche ricerca, anche se di solito mi si da torto perché non sono abbastanza “unta” e autorevole. (QUI)
Iardino introduce le relatrici, tratteggiando il quadro attuale, in cui i diritti delle donne sono sempre più sotto attacco: lo stato attuale dei consultori pubblici, l’obiezione di coscienza ecc. Tutte le conquiste fatte per consentirci di essere veramente libere di scegliere oggi devono tornare ad essere difese. “Sono rimasta turbata dalla discussione sulla legge Merlin, di come ci fossero sostegni bipartisan sulla necessità di cambiarla, soprattutto da parte degli uomini politici. Mi son detta, che per loro era facile parlare, prendere posizione, tanto si trattava di qualcosa che impattava il corpo delle donne, il mio corpo”. In una società civile, che aspira a migliorare se stessa, a progredire nei diritti per tutti, non è ammissibile che si pensi di tornare indietro. Anche perché poi il dibattito si riduce a un problema sanitario o di ordine pubblico, per nascondere altro. L’auspicio di Iardino è di focalizzarci su come combattere la tratta, e se proprio vogliamo modificare qualcosa, intensificare le misure per contrastare lo sfruttamento. “Non penso che una donna possa trovare piacevole prostituirsi. Sostenere questo significa ignorare la vita reale delle prostitute.”
Sul tema a mio avviso c’è troppa approssimazione, che non ha confini, è trasversale, da destra a sinistra, indipendentemente dall’età anagrafica. E poi per non sembrare moralisti e bacchettoni, molti imbracciano la causa del comitato Covre e similari. La miscela è esplosiva. Si rischia di ragionare senza conoscere i fatti, le norme e le sentenze della Consulta che dal 1958 si sono susseguite.
Non capisco se è uno scherzo, quando la senatrice Maria Spilabotte inizia il suo intervento sostenendo che dal 1958 non ci siano stati interventi in materia di prostituzione, come se tutto si sia fermato alla legge Merlin. Lei sembra la prima ad essere sbarcata sul pianeta prostituzione, pronta a riformarlo. Quindi decenni di dibattiti, di sentenze della Corte, di proposte di legge sembra che non ci siano mai stati. Superiamo questo passaggio e veniamo a scoprire che i parlamentari che si stanno adoperando sul tema sono ben 100, che stanno limando e confezionando un testo da servirci al più presto. In pratica si sta cercando di trovare una sintesi tra tutti i progetti presentati: finora c’è l’accordo sul 70% dei contenuti, per il resto si cercherà di trovare l’accordo. Non sappiamo se i sostenitori del DDL Maturani siano parte del gruppo di lavoro.
Il DDL Spilabotte è stato per ora controfirmato da 27 senatori. Un testo costruito ascoltando le sex workers e le associazioni che rappresentano le prostitute (vedasi la solita Pia Covre), non tutte, solo quelle interessate alla regolamentazione, visto il testo partorito. Spilabotte continua, lodando gli intenti della legge Merlin, sostenendo di non volerla abrogare. Certamente per realizzare le cooperative di cui si parla, qualcosa si dovrà limare, vedi i reati di induzione e favoreggiamento. Sì, cooperative autogestite dalle prostitute, non bordelli. Cambia pure la dicitura, dopo sex worker, siamo alle coop. Come si possa stabilire che a monte non vi sia coercizione, sfruttamento, tratta e organizzazioni criminali (dietro la maîtresse) resta un mistero. Si torna indietro, ma tanto. Tu puoi anche inasprire le pene per sfruttamento, ma se di fatto rendi i confini difficilmente individuabili, non credo che sia la strada giusta. Già ora è tanto complicato, figuriamoci con una eventuale nuova legge come questa.
Mi devo sorbire ancora il discorso sui diritti delle sex worker, che amano questo lavoro e vogliono assicurarsi un futuro, pagando contributi e tasse (su questo punto la Covre è critica, soprattutto in merito al tariffario previsto nel DDL).

iscrizione CCIAA

 

Riconoscimento della professione, con tanto di pensione al raggiungimento dei 60 anni. Secondo la senatrice ce la possono fare a svolgere quel “lavoro” fino al raggiungimento dei 60 anni. Entriamo nella fantascienza, come se non si sapesse che per poter sopportare quel tipo di vita, si ricorre a ogni tipo di anestetico, dai farmaci, alla droga e all’alcol. Diciamo ancora una volta, che nessuna riesce a tollerare di essere continuamente abusata, senza ricorrere a qualcosa che allevi la sofferenza, senza ricorrere a una dissociazione del proprio io, senza subire conseguenze psicologiche gravi. Pensate poi davvero che le prostitute possano scegliere il cliente, le tariffe, le prestazioni, che diventino ricchissime? In un mercato libero, le tariffe tendono ad abbassarsi gradualmente.
Occorre poi puntualizzare che in Italia l’assistenza sanitaria è universale.
Una nuova legge per far emergere il nero e il sommerso. Come no, in Germania, solo 44 persone si sono registrate. Tutte le altre son rimaste nel sommerso. Chi vorrebbe un marchio per la vita? Chi potrebbe pagare cifre come queste?
Mi sembra incredibile che si voglia tornare indietro, con tanto di stigma a vita, con ipotetiche fatturazioni al cliente, con tracciabilità delle transazioni. Poi mi chiedo che cosa accadrebbe a chi decidesse di non registrarsi o fosse impossibilitato a farlo perché di fatto schiav*, minore o clandestin*. Ricordo che il 95% è prostituzione coatta.
La senatrice parla di “stato pappone”, che tramite Equitalia, chiede alle prostitute di pagare multe per evasione. Si riferisce al caso Efe Bal, che può rappresentare solo se stessa e poche altre, perché la situazione finanziaria della maggior parte delle prostitute è ben diversa. Sono schiave e non hanno nessun diritto sui loro guadagni. Basta con la favola della prostituta felice, ricca e autodeterminata. Aggiungiamo violenza a violenza.
Tornare allo stato che incamera ricavi da questo mondo di violenza significa: stringere accordi con chi sfrutta le persone, con le organizzazioni criminali e i trafficanti; consentire che ci sia un territorio in cui i diritti umani non vengano applicati o nel quale sia sospesa la lotta alla violenza. Regolamentare significa avere di fatto anche meno poteri per indagare e definire le situazioni di sfruttamento e di tratta.
Spilabotte adopera concetti ascoltati altre mille volte: autodeterminazione, non abbiamo la bacchetta magica, controlli sanitati/psicologici, uso obbligatorio profilattico. Devo fare uno sforzo per continuare a seguire. Poi arriva un’altro scivolone. Spilabotte parla del divieto di locazione di immobili a prostitute, che lei avrebbe rimosso nel suo testo. Non sa o finge di dimenticare che secondo la sentenza 7076/2012 della Consulta (qui), questo fatto non costituisce reato, anche se il proprietario è a conoscenza dell’attività che si svolge.

A questo punto viene data la parola all’altra relatrice, Marina Terragni, che realizza un bel collage sul tema, recuperando e utilizzando materiale e idee di matrice femminista e dati/riflessioni/testimonianze ampiamente presenti in rete. Cerca di spiegare il senso vero del motto “il corpo è mio e me lo gestisco io”: il corpo è della donna e non è qualcosa che si può cedere all’uomo, per soddisfare un suo bisogno. Cita Judith Butler, “il corpo è mio e non è mio”, nel senso che il corpo non è una monade, ma vive in relazione da sempre, per tutta la sua vita con altri corpi, esseri umani. Il corpo non è solo nel mondo, non è separato dal resto, ma compone la società, che è un tessuto unico, interconnessione di individui, con diritti inalienabili, non soggetti a compravendita. Il fatto che sia possibile vendere il proprio corpo o una sua parte non è contemplato dal nostro ordinamento giuridico.
Si richiama la risoluzione Honeyball, in cui la prostituzione è considerata schiavitù, e testimonia lo stato di illibertà e di disparità in cui vivono ancora oggi le donne. Alla radice c’è sempre uno stato di bisogno o di violenza. Lo abbiamo più volte richiamato. Così come non esiste luogo sicuro e che tuteli veramente le prostitute. Per le strade o al chiuso non cambiano la violenza a cui sono sottoposte e i rischi per la loro stessa vita. Terragni ribadisce più volte che questo non può essere considerato un lavoro, un servizio sociale, un mezzo per ridurre gli stupri, che dobbiamo stare dalla parte delle sorelle prostitute, delle vittime di tratta. Queste cose le ripetiamo da tanto tempo, oggi dobbiamo definire le priorità (le vittime di tratta o chi è costretto perché non ha alternative per sopravvivere) e concentrarci per raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto sono parole al vento. Non chiediamo la normalizzazione della violenza, dello sfruttamento, dello schiavismo, di presunti diritti e bisogni maschili. Terragni chiede: “perché l’Italia deve andare nella direzione opposta rispetto alla strada che si sta intraprendendo in molti paesi, dopo il fallimento di politiche di regolamentazione?” Ribadisce la sua contrarietà a ipotesi di zoning e quando conclude rivolgendosi agli uomini: “alle prostitute voi fate schifo, ma vi illudete del contrario”, si alza un coro di proteste, gli ometti presenti si sentono urtati.
Tiziana Scalco, CGIL, interviene chiedendo che ogni sforzo (anche con fondi consistenti) si concentri sul contrasto alla tratta. Penso che sia stato fondamentale ribadire alcune cose: che la prostituzione non c’entra con la sessualità della donna, che in una società libera e democratica non si può concepire che sia considerato normale comprare corpi, che possa diventare un mestiere come un altro. Il lavoro di cui parla la nostra Carta è ben diverso. Così pure l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost. Italiana). Quale lavoro può contemplare violenza e violazione della dignità umana? Quale aberrante eccezione dei diritti umani può generarsi se si consente di aprire le porte a una mentalità simile!
A un certo punto, mi è ben chiara una cosa. Sulla pelle delle donne si sta combattendo una battaglia di varia natura: c’è chi strumentalizza il fenomeno per avere visibilità politica (per fini elettorali o anche per dare visibilità a un’attività politica che altrimenti passerebbe inosservata); ma ho anche il sospetto che dietro questo agitarsi sul tema ci siano pressioni da parte delle organizzazioni criminali, smaniose di avere un business “pulito” e legale.

Donatella Martini porta una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, credo che il testo sia questo:
http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/

Chiude l’incontro Sara Valmaggi, che parla della necessità di coinvolgere nel confronto gli uomini e le sopravvissute. La priorità è la tutela dallo sfruttamento e un aiuto concreto per consentire di uscire dalla prostituzione. Si accenna al DDL della senatricce Maturani, che va in questa direzione, prevedendo un inasprimento delle pene per gli sfruttatori (arresto in flagranza, confisca dei beni, interdizione da misure di pena alternative).
La senatrice Spilabotte replica brevemente, affermando la sua posizione in disaccordo rispetto alla risoluzione Honeyball (per maggiori informazioni qui, qui e qui), che pare non gradita anche a molti eurodeputati PD. Non riesco a reperire i voti dettagliati perché il sito Vote Watch consente l’accesso gratuito al database solo per la legislatura in corso.
Parla della necessità di una educazione sentimentale e alle relazioni, ora inserita nella Buona Scuola. Chiudiamo con una affermazione da brividi della senatrice: “dobbiamo evitare che le persone si trovino sotto casa le prostitute, che assistano a rapporti consumati in auto”, quindi basta non vedere e non conoscere la violenza, basta chiuderla in appartamento.
Ricordiamo che anche a Milano, c’é chi chiede di attivare lo zoning: così Yuri Guaiana, consigliere radicale in Zona 2 (qui e qui).
Avrei voluto chiedere alla senatrice Spilabotte se lei sceglierebbe mai per sé e per i suoi cari una vita di questo tipo. Visto che è una fan dell’autodeterminazione e dell’empowerment che deriva dal prostituirsi.

Avrei voluto intervenire e fare le osservazioni che ho riportato in questo post.

Non c’è stato tempo e spazio per gli interventi del pubblico, un vero peccato.
Ringrazio Rosaria Iardino per la chiarezza e la fermezza della sua posizione. Alla prossima!

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Ricordi? No, sono i nostri diritti!

Memories - Andrei Baciu

Memories – Andrei Baciu

“Le elaborazioni teoriche e le analisi del femminismo italiano sull’economia e sul lavoro sono eccellenti, estremamente intelligenti ed acute. Si moltiplicano, poi, i convegni e i seminari sulla crisi, le cui ripercussioni sulle donne sono particolarmente acute a causa della riduzione del welfare state e del maggior tasso di disoccupazione, di inattività e di precarietà femminile. Sarebbe importante diffondere on line gli atti prodotti e gli interventi pronunciati nel corso di questi convegni.
(..)
Quella che manca, a mio parere, è, però, l’espressione pubblica, da parte del femminismo italiano, di una posizione condivisa sui provvedimenti del governo Renzi e l’organizzazione di forme di mobilitazione e di resistenza contro il Jobs Act e, in genere, contro le politiche di austerità.
Una simile presa di posizione è possibile o non esistono punti di vista concordanti su queste questioni? Cosa possiamo fare per contrastare da femministe le politiche neoliberiste italiane ed europee?”

Maria Rossi (qui il post completo)

Provo a rispondere al bel post di Maria Rossi, che ha giustamente rilevato un’anomalia tutta italiana. La prima cosa che mi viene in mente è la scarsa propensione alla partecipazione in prima persona degli italiani. Particolare che si riflette in ogni compagine associativa, di classe, di gruppo, di collettivo ecc. Questa pigrizia fisica e mentale porta ad affidarsi a qualcuno/a altro/a che porti avanti per te le tue istanze, salvo poi lamentarti se questo non avviene. Questo morbo è presente da tempo immemore, ma c’è stato anche un periodo, una fase in cui è stato scelto come modalità operativa anche da alcune femministe.
Per quanto riguarda la produzione teorica in materia di crisi, disoccupazione, precarietà con le ripercussioni sul mondo femminile, si tratta di un lavoro importante, ma solo se viene condiviso, divulgato e reso compartecipato. Per giungere a questo dobbiamo rendere questi seminari, questi incontri, fruibili e non delle semplici vetrine per codesta o quella donna. Questi lavori restano lettera morta perché sono troppo spesso rivolti agli addetti ai lavori, oppure servono per fare curriculum. La divulgazione è un’arte delicata e complessa e non tutti ne sono capaci e non tutti sono interessati a trasmettere, a molti basta parlare per sé. Questo vale anche per le donne. Noi non siamo immuni dalle lusinghe delle passerelle dei convegni.
Ma siccome non esiste unicamente l’oratore, l’oratrice, dobbiamo considerare anche il ricevente, il pubblico. Siamo certi che il pubblico sia pronto e avvezzo ad essere interpellato? Il disinteresse è una piaga, ma è dovuto ad anni di immobilismo, di inerzia, di crisi profonda della politica, di crisi della rappresentanza, di crisi dei partiti e di una partecipazione diffusa alla politica, attraverso i corpi intermedi. Ma questo è il capitolo su come si può costruire una diffusa cultura politica e una sana affezione alla politica.
Per quanto riguarda poi la capacità di esternare pubblicamente e unitariamente il proprio dissenso al dilagare di politiche neo-liberiste da parte del femminismo italiano, azzardo un’ipotesi. Parlando di femminismi al plurale forse riesco a spiegarmi meglio. Gran parte dei movimenti delle donne hanno deliberatamente scelto una posizione esterna, facendo politica delle donne, ma concependola come una mobilitazione separata da quanto avveniva a livello della politica istituzionale, per non finire in un tritacarne ideologico e pericolosamente omologante. Questo non ha escluso che altre donne invece scegliessero una partecipazione e una militanza più istituzionalizzata. Una percentuale di queste donne ha fatto del marchio “femminismo”, un vero e proprio brand da adoperare all’occorrenza, ma senza troppa convinzione personale, tanto perché fa “spessore” e fa tanto intellettuale. Il risultato lo potete immaginare. Per chi ha un minimo di esperienza e bazzica i partiti, sa perfettamente che se vuole fare carriera interna e aspirare a fare politica nelle istituzioni deve rassegnarsi a ridimensionare la propria autonomia di pensiero e la possibilità di esternarlo. Diciamo che devi seguire la linea. Inoltre è molto difficile far sentire la propria voce e le proprie idee. C’è un sistema gerarchico, amicale, con logiche da bacino elettorale, che ingabbiano la circolazione delle idee. La varietà del prodotto della partecipazione è risicata. Le voci sono sempre quelle “autorizzate”, certificate, che vengono interpellate per tutte le stagioni e per condire ogni evento. Quindi, tranne rarissimi casi, di solito le donne fanno tappezzeria. Sì facciamo tappezzeria e se “rompi” vieni automaticamente ostracizzato. Ci sono le eccezioni, ma sono casi isolati. Quindi, riassumendo:
tra chi fa politica per carriera e non per passione
tra chi cavalca il femminismo per far carriera e per far colore nel cv
tra chi non si avvicina alla politica istituzionale
tra chi non si esprime e rimane passivo
tra chi non vuole sporcarsi le mani
tra chi non vuole rovinarsi la carriera
tra chi si occupa solo dei fatti suoi
tra chi “non mi alzo dal divano”
tra chi “tanto ho le spalle coperte”, chi me lo fa fare
tra chi “in fondo mi stanno bene Renzi & co.”
tra chi “faccio lotta per conto mio”
TUTTO RESTA FERMO.
Quindi, cosa fare? Entrare in campo e rompere gli schemi. Ci si prova, quanto meno.
Le porte in faccia sono all’ordine del giorno, ma almeno si prova a cambiare qualcosa.
Ma quel che manca è la dimensione collettiva e unitaria, che ci faccia prendere una posizione chiara e forte.
Un’ultima annotazione: dobbiamo perdere l’abitudine di guardare le cose unicamente dalla nostra ottica, dal punto di vista dei nostri interessi. Un problema è un problema anche quando non ci riguarda direttamente. Un problema va affrontato non solo nel momento in cui diventa un nostro problema. In questo senso dobbiamo approcciare tutto il tema dell’art. 18 o meglio di quel che ne resta. Non possiamo dire: “tanto non mi tange, non mi riguarda, non mi interessa”. Proprio ieri una donna che conosco mi ha detto di essere stata messa in mobilità. Indovinate il motivo..
Stesso discorso vale ogni qualvolta si viola una norma costituzionale e sono gli stessi organi istituzionali a farlo. Ci riguarda, perché sono in gioco i nostri diritti e quella cosa chiamata democrazia. A noi tocca dire BASTA!
Non ci bastano più i seminari, ma vogliamo le piazze in grado di abbracciare tutt* e parlare a tutt*.
Può servire per ricordarci e mettere a fuoco quali sono i nostri diritti. Per non farli diventare vecchi ricordi.
Grazie e Maria Rossi per il suo post.
Grazie a Giulia Siviero per questo articolo e per dare voce alle donne della realtà.
Grazie a tutte le donne che non smettono mai di interrogarsi, di approfondire, di cercare di dare risposte, di essere indipendenti, di pensare con la propria testa, di rimboccarsi le maniche, di essere magnificamente uniche!
Grazie a tutti coloro che sanno quando la misura è colma e sanno dire BASTA! Grazie Walter (non Veltroni, naturalmente).

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Il Complesso

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Vi consiglio innanzitutto di leggere per intero l’intervista alla sociologa Andrée Michel, perché si tratta di un condensato di suggerimenti e chiavi di lettura di primaria importanza, soprattutto per gli stretti legami tra società patriarcale e gli aspetti militari/economici di uno stato.
Mi vorrei soffermare sul Complesso Militare Industriale, una sorta di patto di fratellanza tra i grandi industriali dell’armamento e gli alti dirigenti dell’esercito. Una combinazione vincente che presuppone da sempre la definizione, la creazione di un nemico, che possa fungere da motivazione e garantisca il successo del rapporto simbiotico di poteri. Una corsa agli armamenti sfrenata, ingiustificata se non per il CMI. Oggi ogni intervento militare viene giustificato con fattori umanitari e per garantire la democrazia, sempre di stampo occidentale. Tutte queste spese militari sottraggono risorse pubbliche importanti ai servizi rivolti alla popolazione civile. Siamo qui a considerare necessario ciò che è solo il frutto di una sovrastruttura più in alto di noi. Non stiamo parlando di fantapolitica. La Michel ha studiato a lungo il sistema CMI francese, che oltre ai militari e agli industriali, include le banche, i laboratori scientifici che elaborano nuovi sistemi d’arma, i partiti politici e i mass-media. Un meccanismo capillare per la creazione di consenso a un assetto militarizzato della società e per il controllo del dissenso. Per questo il femminismo con il suo antimilitarismo storico è pericoloso: mette a repentaglio un lavorio incessante volto ad anestetizzare il giudizio critico sull’operato dei governi. La Michel suggerisce che “Per cambiare la società bisogna partire da sé, comportarsi con coerenza, e cercare soluzioni davvero umane e democratiche”. Sarebbe pertanto auspicabile mobilitarsi non appena si verificano dei tentativi di intervento militare strumentale, chiedendo e pretendendo che i negoziati e il dialogo abbiano sempre la precedenza rispetto alle armi e alla violenza. Basta con le deleghe a scatola chiusa. Dobbiamo pretendere che le donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti e rilevanti, soprattutto nell’ambito della difesa e della politica estera, non siano dei burattini nelle mani degli uomini, ma abbiano l’esperienza, la forza, le capacità per avviare un’altra politica, con il coraggio di sovvertire certi meccanismi per la soluzione dei conflitti. Le donne devono guardare in questa direzione. Ogni riferimento a fatti o a nomine recenti non è casuale.
Si legge nell’intervista che il CMI è una «una formazione sociale aggravata del patriarcato»:

“La militarizzazione rafforza e consolida a tutti i livelli il dominio patriarcale. Per funzionare il sistema militare necessita della sottomissione degli uomini, che devono obbedienza assoluta alla gerarchia. Perché questi accettino la loro strumentalizzazione, si permette loro di strumentalizzare le donne. Nei paesi dove da decenni vengono «esportate» le guerre, le basi e gli interventi militari dei Cmi occidentali, si concretizza nella prostituzione forzata, negli stupri e nei femminicidi, pratiche tollerate quando non autorizzate ufficialmente. Nella Repubblica Democratica del Congo, da anni le donne vengono sistematicamente violentate, torturate, uccise. L’obiettivo è traumatizzare la popolazione locale e forzarla all’esodo per sgomberare il loro territorio e permettere a certi capi di stato africani, e alle potenze occidentali che li sostengono, di impadronirsi delle ricchezze del sottosuolo. È per mettere fine all’impunità di questi crimini che chiediamo all’Onu l’istituzione di un tribunale penale internazionale per la Rdc che succeda a quello del Ruanda in chiusura alla fine di quest’anno”.

L’assetto militarizzato dei nostri rapporti sociali che si ripercuote nel rapporto tra i sessi può generare una escalation di violenza, e a farne le spese è proprio la donna. Per alcuni uomini diventa la giustificazione e l’unico modello da seguire. Facciamo caso, senza spostarci in zone di guerra ma restando in un contesto di “pace”, a quanti ambienti e situazioni sono intrisi di una mentalità militaresca e fortemente gerarchizzata. Da un lato c’è la coercizione e la forza e dall’altro un’obbedienza assoluta, che non ammette eccezioni. Le eccezioni vanno punite, sanzionate. Per alcuni uomini non è concepibile che vi sia ribellione alla gerarchia. Devo ammettere, anche per esperienza personale, che talvolta questo modello militaresco viene utilizzato anche dalle donne, specialmente in ambiente lavorativo e ha come bersaglio preferito proprio altre donne. Purtroppo queste sono le conseguenze di un’adesione nuda e cruda a un modello maschile: una falsa emancipazione e una triste riscossa.
La violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra.
Naturalmente il CMI è vivo e vegeto anche in Italia. È impossibile non accorgersi dei sintomi e delle sue ramificazioni.
Vi ricordo che in base alle nuove formule di conteggio del PIL, i costi per gli armamenti sono stati “riallocati” nel capitolo investimenti, non sono più costi.
Noi non ci stiamo ad essere stritolate in questi ingranaggi. Diamoci una mossa!
Vi lascio con questa bella canzoncina, in tema:

P.S. a proposito di violenza, vi segnalo che il prossimo 25 novembre, in occasione della Giornata contro la violenza maschile sulle donne, torna lo #ScioperoDelleDonne. Di cosa si tratta? Leggete bene qui:

Facebook

Sito

“Scioperiamo per fermare la cultura della violenza, per protestare contro tutte le ingiustizie che subiamo ogni giorno”.

Facciamoci sentire!

“Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone – fortissimo – a tutte le teste di questo paese”.

Anarkikka per #scioperodelledonne

Anarkikka per #scioperodelledonne

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Il giorno dopo e quelli che verranno

Ci siamo, le percentuali del PD sono da giubilo generale, panciute come solo la DC sapeva fare ed è forse anche per questo che vorrei non sentire più che è merito di Matteo. Perché se davvero ci si appoggia a questo passato, vuol dire che c’è poco di cui gioire. Abbiamo il partito plebiscitario che in molti desideravano e hanno costruito, un partito con un’immagine personalistica ben definita (basti pensare che molte schede (naturalmente annullate) portavano il marchio Renzi, come nei tempi felici si scriveva ovunque Berlusconi). Abbiamo la pancina piena di voti e dobbiamo stare attenti a non perdere la testa. Oggi vorrei sottolineare che la vittoria è patrimonio di tutte le anime che il PD contiene, nel bene e nel male. Mi fa venire un po’ di mal di stomaco, sapere che si è compiuto il miracolo di Matteo, che ha saputo intercettare i voti dei forzitalioti e di altri dispersi di centro-destra, attirati dalla rassicurante figura di Matteo il non-comunista, perché questo significherebbe ammettere che siamo diventati un’altra cosa.

Oggi, tuttavia, ho un mio personale motivo di gioia: Renata Briano andrà a Bruxelles. È come se un seme di buona politica sia riuscito a germogliare, nonostante tutto. Sono certa che farà un gran bene.
C’è tanto da fare e il PD ha tante forze positive che vanno ben al di là del potenziale di Renzi. Questi sono i motivi che mi hanno spinta a restare e a continuare ad aver fiducia nel PD.

Dovremo essere capaci di non subire un arretramento in chiave neo-democristiana. Siamo in pochi a non essere ancora stati folgorati da Matteo. Magari domani toccherà a me. Magari riusciamo a contenere la deriva personalistica. Mi dispiace, ma non dirò mai che è tutto merito di Matteo, non è nel mio DNA un approccio del genere.

Tornando al nostro Paese, ora ci aspettano tempi e riforme difficili, forse indigeste, ma visto il successo elettorale, dovremo tenercele così come sono. Questo non vale solo per l’Italia.

Vorrei tornare un attimo con i piedi per terra. Li avete visti i risultati altrove? Avete presente il sogno di Schulz presidente? Probabilmente ce lo dovremo dimenticare, ci toccherà Juncker, con quel che ne consegue. L’inversione di rotta che molti speravano potrebbe restare un miraggio. Perché a saper leggere i dati sotto una lente più attenta, potremmo scorgere una rinascita popolare, che molti davano per moribonda, di cui Renzi potrebbe benissimo esserne un sintomo. Scricchiola sotto il peso della Troika il risultato generale e dimostra come non c’è molto di cui gioire.

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Al di là del rosa

Red Water Lilies

Siamo qui a poche ore da queste europee. In Italia non c’è solo la dicotomia tra europeisti ed euroscettici, ma questa tornata elettorale è caricata di un aspetto ulteriore, che in qualche modo ha deformato la trasmissione dei contenuti: una verifica governativa, la ricerca di un plebiscito delle urne che legittimi un esecutivo auto-generatosi e auto-insediatosi. Il 26 avremo la risposta.
Al di là di questo aspetto, nel corso di questa campagna elettorale si è parlato tanto di pinkwashing, una sorta di lavaggio del cervello e di martellamento mediatico su quanto siano rilevanti e importanti le donne in politica. Ancora una volta siamo cadute in trappola, adoperate come strumento politico-pubblicitario dal meccanismo partitico. Il mondo politico maschile sembra essersi accorto di noi solo oggi, interessato a trainare le liste con uno specchietto elettorale, un po’ di smalto e rossetto per nascondere un’avversione profonda a molte delle istanze che tutte le altre donne, fuori dai partiti, portano avanti. Perchè appare abbastanza chiaro che poche di quelle donne candidate ci vorranno e ci potranno aiutare realmente. Ho sempre pensato che la scelta del voto dovesse passare per i contenuti programmatici e per il background del candidato. Per cui seguirò anche questa volta questa regola personale. Ho oculatamente selezionato le mie preferenze, basta ragionare autonomamente e documentarsi. Le persone valide ci sono, basta sceglierle con attenzione. Chi parla di sorellanza, non conosce bene le dinamiche di partito, perché molte donne (parlo di militanti e non) scelgono non per affinità di genere, bensì per interessi personali. Mi spiego meglio. Tra un candidato inadeguato e una donna capace, si sceglie spesso di sostenere il primo, se questo può assicurarti un vantaggio all’interno del partito o fuori. Così si creano correnti non in stile rosa, bensì in funzione delle probabilità di trarre vantaggi diretti dal sostegno a un candidato.
Penso che l’unica cattiva abitudine da sradicare sia appunto questa modalità di scelta.

Finché non saremo in grado di fare diversamente e di applicare un ragionamento appropriato, i risultati saranno sempre deludenti e naturalmente mai a vantaggio delle donne e tantomeno della collettività.

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Riflessione personale, a posteriori

Paola Bacchiddu è la dimostrazione e la testimonianza di come non contino più i contenuti, nemmeno in politica. Cerco di spiegarmi meglio e non linciatemi a priori. Lei ha cercato di far arrivare i veri contenuti per settimane, ma alla gente questo non interessa o interessa molto poco. Per cui a un certo punto ha scelto di adoperare un post provocatorio e ironico su Facebook per avere una visibilità che non sarebbe riuscita ad avere in altro modo, vista la scarsa informazione da parte dei media sulla Lista Tsipras. Dal mio punto di vista in linea teorica le posso dar ragione, però, in questo modo ha ceduto alle regole di un certo modo di far politica e i contenuti lo stesso non emergeranno. Io non sono moralista, ma la Bacchiddu non so se ha fatto un buon servizio alla campagna della Lista Tsipras. Se ne parla, ma ancora una volta il bel programma della Lista non viene alla ribalta. Eppure su diritti, autodeterminazione e questioni di genere la Lista Tsipras ha idee eccezionali e chiare, che mi sono piaciute molto. Ma ne possiamo parlare o dobbiamo per forza ricorrere all’immagine, all’azione eclatante? Interessano a qualcuno veramente? La Bacchiddu ha il merito di aver messo a nudo questo aspetto. Non giriamoci attorno, siamo noi, con la nostra superficialità a non porre attenzione alle cose realmente importanti che dovremmo chiedere in campagna elettorale ai candidati e al nostro partito di riferimento.

Vi consiglio questo articolo di Lorella Zanardo, che espone il suo punto di vista sulla questione.

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Un altro militante che abbandona la nave

William Frederic Ritschel

William Frederic Ritschel

Questo post di Pino Salerno trasuda di quell’universo culturale che componeva la struttura portante della sinistra. Tutto un bagaglio che oggi si va smarrendo, perché troppo oneroso da costruirsi, più facile parlare per slogan e per frasi a effetto. Aspettando l’imboccata del partito. Ci siamo persi anche un certo modo di ragionare e di costruire il pensiero attraverso il confronto dialettico. Forse sono in pochi a sentirne la mancanza, ma io sento un vuoto enorme. Continuando a semplificare e ad appiattire il linguaggio e i messaggi, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa e di non trasmettere nulla. Assomigliamo sempre più agli altri da cui dichiariamo di volerci distinguere. Cosa ci resterà dopo questa abbuffata di frasi glamour e infiorettate, da annuncio senza contenuto?
Quello che ci manca sono i contenuti e le parole chiare, nette su molti temi ormai abbandonati.
Sarà il nuovo vento, ma a me pare che si sia persa la rotta.

 

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I malanni della democrazia

democrazia

Che la democrazia non goda di ottima salute ultimamente è chiaro a tutti, ma a proposito suggerisco l’approfondimento dell’Economist, che cerco di adoperare come personale occasione di riflessione. Ho scritto questo post qualche settimana fa e ora vorrei condividerlo con voi.

Mi scuso se sarò prolissa.

La crisi ucraina è stata contraddistinta da richieste di democrazia e di un reale stato di diritto, almeno ufficialmente. Il mito della democrazia che porta con sé ricchezza, pace, benessere diffuso e possibilità di pianificare la propria vita e quella delle future generazioni, certezza del diritto e delle pene, persiste e affascina tuttora, se tante persone sono disposte ancora a lottare per questo obiettivo. Ma le cose non sono così e non sempre i risultati sono immediati e si giunge necessariamente a un modello migliore. Questa è solo la patina, perché spesso il nuovo non è meglio del vecchio governo. Non dimentichiamoci che la rivoluzione arancione aveva già mandato a casa Janukovic, tornato in auge nel 2010 dopo il fallimento dei governi post rivoluzione. L’opposizione spesso stenta a realizzare un progetto di cambiamento reale ed efficace, come accade nella stragrande maggioranza delle ultime rivoluzioni.

Qualcosa è cambiato rispetto alla seconda parte del secolo scorso, in cui la democrazia si è affermata ed è attecchita bene anche in contesti difficili e a pezzi come la Germania, l’India e il Sud Africa. Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Grecia. Il fenomeno è continuato soprattutto dopo la caduta dell’URSS.

Nel 2000 si segnava il trionfo della democrazia:
“Representatives of more than 100 countries gathered at the World Forum on Democracy in Warsaw that year to proclaim that “the will of the people” was “the basis of the authority of government”. A report issued by America’s State Department declared that having seen off “failed experiments” with authoritarian and totalitarian forms of government, “it seems that now, at long last, democracy is triumphant.”

In realtà, con l’arrivo del nuovo secolo, questo processo democratico sembra aver subito un arresto, se non un arretramento: non solo per una conversione autoritaria, ma anche perché, in alcuni casi, nonostante ci siano libere elezioni, diritti e istituzioni sono solo una crosta superficiale di mera facciata. Il modello democratico, aggiungerei occidentale, ha perso lo slancio vitale e si è dimostrato non sempre esportabile, nonostante qualcuno continui a pensarla diversamente. Perché a mio avviso è questo l’errore di fondo: voler esportare un modello dappertutto senza considerare le peculiarità di ciascun paese.

Nel saggio dell’Economist si suggeriscono alcune piste: la crisi finanziaria 2007-2008, che ha dimostrato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, incrinando la fiducia nei confronti del modello democratico e l’ascesa della Cina. L’erogazione di diritti e prestazioni ha gonfiato il debito pubblico, gli stati si sono illusi di riuscire a tenere sotto controllo i cicli economici e il rischio. In Italia abbiamo semplicemente applicato a dismisura il clientelismo sfrenato. Il salvataggio delle banche da un lato e i tagli al welfare dall’altro, hanno incrinato fortemente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Il modello di sviluppo cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Il rigido controllo da parte del Partito sembra più efficiente dei metodi democratici occidentali. Sinora gran parte dei cinesi ha preferito avere meno libertà, in cambio di una crescita costante. La Cina offre un’alternativa (anche se non priva di grosse crepe):

“Wang Jisi, also of Beijing University, has observed that “many developing countries that have introduced Western values and political systems are experiencing disorder and chaos” and that China offers an alternative model. Countries from Africa (Rwanda) to the Middle East (Dubai) to South-East Asia (Vietnam) are taking this advice seriously”.

I sintomi di una crisi del modello democratico occidentale sono stati la mancata democratizzazione dell’ex URSS, l’Iraq e l’Egitto.

“All this has demonstrated that building the institutions needed to sustain democracy is very slow work indeed, and has dispelled the once-popular notion that democracy will blossom rapidly and spontaneously once the seed is planted. Although democracy may be a “universal aspiration”, as Mr Bush and Tony Blair insisted, it is a culturally rooted practice. Western countries almost all extended the right to vote long after the establishment of sophisticated political systems, with powerful civil services and entrenched constitutional rights, in societies that cherished the notions of individual rights and independent judiciaries”.

Come dicevo prima, la democrazia, magari sarà un’aspirazione universale, ma deve essere radicata o quanto meno introiettata nella cultura di un paese. Altrimenti non è detto che fiorisca e ci si adatti secondo i modelli ideali occidentali. Non è detto che queste caratteristiche vadano a pennello per tutti i popoli della terra e soddisfino le loro aspirazioni.
Anche l’UE non ha sempre dimostrato di applicare le regole democratiche, prendendo decisioni con modalità elitarie.

“The decision to introduce the euro in 1999 was taken largely by technocrats; only two countries, Denmark and Sweden, held referendums on the matter (both said no). Efforts to win popular approval for the Lisbon Treaty, which consolidated power in Brussels, were abandoned when people started voting the wrong way. During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. The European Parliament, an unsuccessful attempt to fix Europe’s democratic deficit, is both ignored and despised. The EU has become a breeding ground for populist parties, such as Geert Wilders’s Party for Freedom in the Netherlands and Marine Le Pen’s National Front in France, which claim to defend ordinary people against an arrogant and incompetent elite. Greece’s Golden Dawn is testing how far democracies can tolerate Nazi-style parties. A project designed to tame the beast of European populism is instead poking it back into life”.

Sono cambiati i rapporti di forza: la democrazia si è espressa attraverso gli stati-nazione e i parlamenti, eletti dal popolo. Oggi il meccanismo è sotto pressione a causa della globalizzazione che agisce non solo a livello di rapporti economici, ma a livello di equilibri che diventano sovranazionali. Inoltre, con la crisi tornano a farsi sentire spinte separatiste (Scozia, Catalogna), che nella chiusura pensano di rispondere meglio ai contraccolpi globali.

Le tesi di Platone sembrano avverarsi:

“Plato’s great worry about democracy, that citizens would “live from day to day, indulging the pleasure of the moment”, has proved prescient. Democratic governments got into the habit of running big structural deficits as a matter of course, borrowing to give voters what they wanted in the short term, while neglecting long-term investment. France and Italy have not balanced their budgets for more than 30 years. The financial crisis starkly exposed the unsustainability of such debt-financed democracy”.

Siamo chiamati in causa, esattamente per il clientelismo di cui parlavo. La crisi finanziaria ha svelato l’insostenibilità di una democrazia fondata sul debito e aggiungerei di un rapporto democratico cittadini-rappresentanti falsato dalle convenienze personali.
Convincere gli elettori che è necessario adattarsi a una fase di austerity non è popolare. Le risorse sono poche ed è certo che ci saranno dei conflitti per “accaparrarsi” la propria fetta di torta. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione occidentale e dall’inevitabile scontro tra passato e presente, tra diritti acquisiti e investimenti per il futuro.
Per non parlare di una conclamata disaffezione alla politica, del fatto che la militanza politica è in declino, così come cresce l’astensione. Questi fenomeni non lasciano ben sperare per le nostre strutture democratiche.
Tornano utili i suggerimenti dei padri della democrazia moderna.
Alexis de Tocqueville sosteneva:

“Being able to install alternative leaders offering alternative policies makes democracies better than autocracies at finding creative solutions to problems and rising to existential challenges, though they often take a while to zigzag to the right policies. But to succeed, both fledgling and established democracies must ensure they are built on firm foundations”.

James Madison e John Stuart Mill consideravano la democrazia un meccanismo potente ma imperfetto, che doveva sì avvalersi della creatività dei cittadini, ma creando anche degli argini ad eventuali devianze. In pratica l’ingranaggio democratico andava continuamente manutenuto, calibrato e perfezionato.

“The key to a healthier democracy, in short, is a narrower state”, con un ritorno agli albori della democrazia statunitense.
La sfida sembrerebbe saper guidare le forze gemelle del globalismo e del localismo:
“The trick is to harness the twin forces of globalism and localism, rather than trying to ignore or resist them. With the right balance of these two approaches, the same forces that threaten established democracies from above, through globalisation, and below, through the rise of micro-powers, can reinforce rather than undermine democracy”.

L’intero articolo è chiaramente di matrice liberale, ma aiuta a soffermarsi su un particolare: la crisi è arrivata quando si è incrinato il rapporto stretto tra democrazia e stato liberale, tra i diritti civili e il diritto di proprietà.

 

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Quando mancano le parole

ragù

Ho provato a soprassedere, ma ho dovuto cedere. Le esternazioni della Picierno a dir poco “infelici”, sono dettate da superficialità e da una voluta (o meno) non conoscenza della realtà. Quando vivi in certi contesti perdi il contatto con la realtà, almeno che tu non sia animato da doti personali che ti portano a mantenere i piedi per terra. Ci sono questioni su cui sarebbe preferibile non aprir bocca, se questi sono i risultati. Se non si sa che dire e se non si ha qualcosa di intelligente e sensato da dire, meglio tacere. La non curanza con cui si parla è indice di pigrizia mentale e di mancanza di rispetto per i potenziali interlocutori e elettori. Come se il voto derivasse da un atto di fede o di amore spassionato nei confronti di un leader o di un partito. Se si vuole essere sinistra, non è sufficiente la parola o un’etichetta. Parlando in questo modo si è non dissimili dalla destra becera e qualunquista. Che siamo all’interno di una permanente campagna pubblicitaria lo abbiamo capito, ma almeno ci risparmino questi consigli per gli acquisti.

Qui non si tratta di elemosina o di social card, ma di usare bene le parole. La Picierno, per quanto possa essere un’ottima deputata (mi era sembrata tale sino a ieri), si è giocata la carta credibilità.

Queste toppe postume lasciamole a casa. Leggendo quest’ultima intervista mi va in tilt il sistema nervoso. La Picierno che da brava massaia cucina il ragù per ore ed ore. Con 80 euro riesce a comprare macinato “sceltissimo”. Se volete, potete gustarvi il video della Picierno che fa la spesa. Oppure vederla a Ballarò.

Non ci lamentiamo se diventiamo una barzelletta e risultiamo indifendibili.

Vi consiglio questo post di Abbatto i muri.

Basta così.

Una militante sconcertata, per usare un eufemismo.

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Oltre il carcere

Gramsci

Ci sono persone che non ci sono più (scusate il giro di parole sgrammaticato) eppure la loro presenza e il loro messaggio continuano a essere sempre più forti e importanti, col passare del tempo. Persone le cui idee e la cui capacità di ragionamento non hanno subito un arresto, mai, nemmeno quando la libertà è stata loro tolta, proprio per quelle idee. Anzi, la prigionia ha sprigionato le loro capacità analitiche e di progetto per il futuro, non pensando a sé, ma per tutti gli altri.

Su questo dobbiamo soffermarci, se molti di noi non sanno che farsene della libertà, se per molti non ha importanza difendere i diritti e le garanzie. Affinché non ci si abitui ad essere tenui e deboli spettatori degli accadimenti quotidiani.

Gramsci era un’anima autonoma, a volte in dissenso con la minestra che proponeva il suo partito. Ecco, dovremmo lasciar germogliare questo spirito, così daremo senso al nostro impegno.

Nino ci ha lasciati 77 anni fa. Vi lascio questo post, a cura dell’Associazione Casanatale Antonio Gramsci Ales.

 

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Opinione personale #Boschi

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Ci sono cose che dovrebbero restare private, esistono desideri e aspirazioni che sono talmente delicati e deperibili alle intemperie del mondo esterno, per cui è preferibile lasciarle accucciate dentro di noi e nella sfera intima delle persone a cui scegliamo di aprirci. La distanza tra pubblico e privato spesso si assottiglia talmente, da rendere impercettibile la linea di demarcazione. Questo può legittimamente avvenire per scelta personale o perché qualcun altro interferisce e oltrepassa quel confine.

A proposito della tanto citata Maria Elena Boschi, ho letto questo post, che trovo molto condivisible, perché l’analisi sull’intervista della Boschi su Vanity Fair, avviene in modo onesto e nella misura che giudico corretta. La nostra ministra ha parlato di sé come una qualsiasi altra donna, senza un ruolo pubblico tanto rilevante, farebbe. Ma ha valicato quel confine di cui parlavo prima, rivestendo la sua sfera personale di una patina artificiosa. Le critiche che le sono state più volte lanciate sono state tipiche del nostro mondo maschilista. Ma oggi arriva qualcosa che mi sommuove. Questa intervista è posticcia, io l’avrei evitata, perché ricade nei cliché da cui dovremmo cercare di svincolarci, c’è la rappresentazione di un qualcosa che magari non si condivide affatto, un’astratta idea di focolare domestico da appiccicare alla propria vita, per dare sostegno ai messaggi che il proprio partito vuole veicolare in questa ennesima campagna elettorale. Un figlio, o addirittura tre, un compagno, una famiglia non sono degli ammennicoli da accatastare sulla propria figura per abbellimento o legittimazione sociale. Non sono nemmeno dei passatempo. E se si confonde politico-personale-campagna elettorale, il pastone indigesto è servito. Ci ritroviamo tutti gli argomenti nello stesso pentolone: bellezza, intelligenza, maternità, famiglia etero, solitudine, triade di figli, un compagno da ricercare o da fabbricare, la figura di rappresentanza politica, il partito, la politica, la società maschilista e chi più ne ha, più ne metta. La Boschi per fugare tutte le chiacchiere da bar o da parrucchiera che girano, non avrebbe dovuto rilasciare una intervista siffatta, o magari non avrebbe dovuto ascoltare i suoi guru d’immagine. Avrebbe dovuto scegliere la via dei contenuti, si sarebbe dovuta dedicare alla costruzione di un personaggio diverso da come l’hanno sinora dipinta, magari prendendo delle posizioni autonome e coraggiose su temi vicini all’universo femminile e perché no materno, alle porzioni della nostra società meno considerate e tutelate. Avrebbe potuto parlare di temi concreti, di diritti civili, di diritti di conciliazione e condivisione. Si parla tanto di quote rosa, ci aspettiamo la forza e la sensibilità necessari per sostenere e affrontare certi temi. Bisogna fare da apripista e non appiattirsi sulle solite croste a olio. Facendo così avrebbe trasmesso un messaggio più verace del suo sentire, si sarebbe smarcata da certi modelli ed etichette e avrebbe dimostrato di essere fieramente libera in un contesto di servi, amici e nominati. Sono certa che la Boschi saprà sorprendermi in futuro, quanto meno me lo auguro.

Mi aspetto troppo? È da tempo che non abbiamo delle belle donne di carattere. Vorrei un ecosistema partitico di sinistra capace di esporre chiaramente le proprie posizioni, senza balbettare sui contenuti reali dei propri obiettivi. Non possiamo fare campagna elettorale con i quadretti di Peynet, dobbiamo scendere nel profondo, parlare distintamente, mai sottovoce. Altrimenti saremo la solita polvere fastidiosa e temporanea. La Boschi per lasciare il segno deve osare e usare la sua testolina.

La politica è coraggio delle idee, non fanno storia i ripetitori a pappagallo.

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Abituarsi a non pensare con la propria testa

 

Claude Monet - San Giorgio Maggiore Venezia

Claude Monet – San Giorgio Maggiore Venezia

 

Leggendo questo articolo, mi è sopraggiunta un’idea. Tutto questo affannarsi a dare la colpa della cattiva informazione, a un certo modo di fare giornalismo, non porta a capire le motivazioni che sono alla base di tutto questo fenomeno di appiattimento globale.
Queste modalità e questo ingrigirsi della penna, deriva essenzialmente da due fattori: le risorse scarse dell’editoria contemporanea, con annesso oligopolio, e la graduale e inesorabile pigrizia di buona parte dei cittadini italiani: a mala pena riescono a masticare le notizie trite e condensate di un’Ansa e riportate su uno di quei quotidiani gratuiti che si leggono in metro la mattina. Da qui, la sbagliata rinuncia a priori a spiegare bene le cose.
In questo deserto dei Tartari è facile proporre la vulgata quotidiana, omologata e predigerita. L’importante è non scomodare troppo gli stomaci già ulcerosi del cittadino medio e il buon umore dei nuovi politici tutti decorosamente allineati. Chi non lo è, fa parte dei rapaci notturni, meglio definiti gufi.
Ecco che le europee sono l’ennesima prova di costruzione di una dimensione fantastica da domenica sportiva, due fazioni e nulla più. I contenuti sono latitanti, nascosti e fruibili solo da quella esigua parte che non si rassegna a consegnare il proprio cervello al capo di turno. Ogni riferimento è puramente casuale. Quindi tutti in silenzio, raccolti in una reverenziale quiete, assistiamo al susseguirsi di notizie, a cui seguono smentite e correzioni, critiche e complimenti in un turbinio confuso. Tanto che alla fine, ci si arrende all’evidenza di non aver capito a che punto siamo. Non abbiamo nemmeno lasciato spazio all’alternativa, presi come siamo nella lotta tra europeisti ed euroscettici. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione la via di mezzo, la rimodulazione. Questo perchè ci hanno spiegato che non si può stare a metà, perché altrimenti si è doppiogiochisti e non si prende le parti di nessuno, come invece ci chiedono di fare. Io di solito prendo le mie parti, non amo abbracciare in toto ed esclusivamente una parte, così, tanto per simpatia e per fede dogmatica. Sono abituata a seguire la mia testa e a vagliare di volta in volta. Se poi è una cattiva abitudine ditemelo, magari ho bisogno di una purga cerebrale. Visti i tempi, non mi sorprende più niente.

Non si può parlare di TTIP, non si possono affrontare i temi sulla povertà (poi ci roviniamo la giornata), non si accenna al fatto che potremmo trovarci le larghe intese anche in UE, tra PPE e PSE, non si possono chiedere le coperture finanziarie, non si può parlare di detrazioni del coniuge a carico. Il lavoro diventa un oggetto confuso, relegato in un futuristico Act. Non si parla di diritti civili e di salute riproduttiva e delle posizioni su tali materie da parte dei candidati alle europee. Si sussurra lo slittamento del pareggio di bilancio, ma senza troppa enfasi.
Insomma, è tutto un sussurro, hanno messo la sordina e noi ci deliziamo in questo clima onirico crepuscolare. Quella dell’ultima spiaggia è una delle sirene che ci dovrebbero incoraggiare ad abbandonarci fiduciosi all’uomo magnifico.
Dov’è finita l’agorà? Si parla di postdemocrazia, che si potrebbe riassumere con l’assioma “divieto di discorso sui fini”. La critica non è un impedimento al discorso democratico, ma dovrebbe essere la linfa che ne dimostra la vitalità.

Vi consiglio questa lettura, che aiuta a smuovere un po’ i nostri stanchi neuroni.
Ancora una volta è una questione che gira attorno alla “scelta”.

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La chiamano deviazione: #dimissioniinbianco

Ci vorrebbe una bella capriola con doppio rovescio: riuscire a spiegare perché il DDL sulle dimissioni in bianco sia stato fatto confluire nel calderone unico del Jobs Act, anziché approvarlo anche al Senato.

Sacconi in commissione?

No, hanno precisato che si tratta semplicemente di una scelta dettata da un lungimirante e puro spirito di organicità degli interventi normativi in materia di lavoro.

Ok, andiamo avanti così, tanto per coerenza e chiarezza assoluta.

Questa come la spieghiamo in giro?

Mi date un ombrello per ripararmi dal lancio di uova?

Approvarla subito no?

Speriamo che non si perda nei meandri degli emendamenti al Jobs Act.

Speriamo e tanti auguri.
Una donna democratica, basita e infuriata.

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