Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A proposito dell’installazione donna-poltrona

 


Come mi aspettavo, come era accaduto a proposito della musica, del trap, son giunti alcuni commenti del tipo: “è arte, possibile che non la comprendete?”, “è un omaggio per i 50 anni della poltrona di Pesce del 1969, rivisitata, come ogni opera attiva discussioni”, “siamo alla censura”, “per me non è né volgare né sessista”, “non capisco perché ci debba essere tutta questa suscettibilità” e giù con citazioni di opere celebri di martiri, “io mi domando il senso di essere contro un’opera d’arte”.

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, folla e spazio all'aperto

 



Ve le annoto, così, tutte insieme, tutte valutazioni da parte di donne. Ma guardate che non è il nudo che ci sta creando dei problemi, non è nemmeno che siamo troppo suscettibili, non è nemmeno strumentalizzazione, è semplicemente che c’è qualcosa che ci ha profondamente fatto sentire quanto ancora non si riesca a centrare il problema e a comunicare diversamente.
E il simbolico non può essere sottovalutato soprattutto se l’arte vuole portare a una riflessione adeguata al fenomeno della VIOLENZA MASCHILE sulle DONNE.
Un maschile, una maschilità sempre ben tenuta in secondo piano, in questo caso addirittura animalizzata (sotto forma di teste di felini feroci, per una rappresentazione dell’autore della violenza come distante, lontano, appartenente al mondo animale, mai umano, mai come qualcosa che riguarda le nostre esistenze, ma relegato in un “altrove”). Non sia mai che si interroghino su ciò che di tossico c’è nella mascolinità e si sentano coinvolti gli uomini che passano davanti all’installazione… e che si inizi a cambiare registro.
Il corpo donna acefalo, non dotato di intelligenza e di pensiero autonomo, si contrappone a delle teste, il maschile, che sebbene “animalesco”, è sempre rappresentato con la testa, sede del cervello.

La figura maschile deresponsabilizzata perché è ancora meglio esporre in dimensioni su scala gigantesca un corpo di donna, senza testa, questa volta niente lividi o ferite solo trafitto da spilloni, passivo, immobile, poltrona sulla quale sedersi ossia come replicare la subordinazione, l’oggettivazione, una bambola gonfiabile, pezzo di corpo pornificato, una scena che tutto fa fuorché rompere modelli e stereotipi nocivi.

E forse occorre riflettere su cosa di recente il Consiglio d’Europa ha definito come sessismo:
“qualsiasi atto, gesto, rappresentazione visuale, parola scritta o orale, pratica, comportamento che abbia luogo nella sfera privata o pubblica, che si basi sull’idea che una persona o gruppo sia inferiore a causa del suo sesso.”

E come altre hanno detto, donne senza voce.
Perché non puntare una volta i riflettori e il focus su l’autore della violenza senza “cosificare” le donne come complementi di arredo? Sì è proprio un certo tipo di immaginario evocato a non andarci proprio giù e anche questo vostro non voler capire, questo vostro spostare il punto del disagio altrove, che crea ulteriori cortocircuiti.
Un prodotto della società, della sua cultura, di rapporti di potere, di sottovalutazioni, di consuetudini, di comportamenti e di una mentalità maschiocentrica, che si riflette nelle relazioni, questa è la violenza. E in una società del consumo, anche la sofferenza delle donne torna utile. Non ci si accorge nemmeno di aver superato il limite.

E per fortuna non sono da sola a pensarla così e non potete neanche dirmi “a che titolo affermi tutto questo?”. Elisa Giomi, sociologa, ha giustamente commentato: “se per denunciare un fenomeno (legame tra oggettualizzazione femminile e violenza sulle donne e relativo immaginario) ho bisogno di riprodurlo in modo didascalico anzi iperbolico, allora non lo sto denunciando, lo sto riproducendo. E alimentando.”

Ce la possiamo fare!

QUI UNA PETIZIONE INDIRIZZATA AL SINDACO SALA.

Non Una di Meno inaugura in Duomo l’opera d’arte contro la violenza sulle donne
Si è appena conclusa l’inaugurazione di Non Una Di Meno dell’opera “Ceci n’est pas une femme” in presenza del famoso artista francese Poisson. Poisson si è detto molto felice della presenza delle femministe perché: “Se il tema è la violenza sulle donne è giusto che parlino le donne”. Ha anche confessato di avere sempre con sé una copia del piano femminista contro la violenza di genere, da cui ha tratto ispirazione in particolare alla voce “Linee guida per una narrazione non sessista”. L’opera infatti non oggettivizza e non vittimizza le donne e soprattutto non estetizza la violenza. Ha dichiarato l’artista: “La violenza non è spettacolo, con quest’opera, a differenza di quanto avviene di solito, non ho voluto normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla, trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica)”. Nella didascalia dell’installazione si legge come la violenza sia un fatto sociale grave in “altri paesi”. Non Una di Meno ha evidenziato i dati riferiti all’Italia: una donna ogni 3 giorni è vittima di femminicidio, l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è al 70%, più di 1.400.000 donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro e la percentuale tocca l’85% nella categoria delle giornaliste. Se l’opera d’arte serve ad accendere i riflettori su una tematica sociale importante, ci auguriamo che il dibattito generato riconosca la strutturalità e sistemacità del problema della violenza di genere, e ci auguriamo altresì che artiste femministe e LGBTQIA+ non siano più invisibilizzate soprattutto quando il tema le riguarda in prima persona. Per trarre ispirazione dalle dichiarazioni dell’assessora alle politiche del lavoro a seguito dell’inaugurazione : se il dibattito generale intorno all’opera d’arte porterà alla donazione di 100.000 euro ai centri antiviolenza, questo Fuorisalone 2019 non sarà passato invano.

 

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Girare la frittata. Gli MRA e il negazionismo

In questo clima di negazionismo in ogni dove, in cui si pubblica di tutto, sullo spazio “Invece Concita”, dopo la lettera del padre “mancato” dopo la scelta della compagna di abortire, arriva la missiva di un uomo di 26 anni, con tanto di curriculum e pedigree politico che lo collocherebbe tra i social-liberali, che discetta come un perfetto MRA, ovvero i men’s right activists, i maschilisti che parlano di una discriminazione al contrario, di diritti maschili calpestati dalla narrazione distorta e misandrica delle femministe. Naturalmente va da sé che si negano secoli di dominio patriarcale, di potere in mano agli uomini, di una invisibilizzazione e subordinazione sistematica delle donne. Mica vero che gli uomini sono in una posizione privilegiata, ma sì, le donne se la passano assai bene, sono i numeri che lo dicono. Naturalmente si adopera strumentalmente anche il caso della donna che dava ripetizioni a un 14enne da cui ha avuto un figlio. E giù a fare di tutta l’erba un fascio.

“Credo che questa vicenda rappresenti un’opportunità per riflettere sui diritti maschili, sui doppi standard giudiziari e sulle discriminazioni che colpiscono gli uomini, in una società definita patriarcale e maschilista, ponendo fine alla retorica del “maschio privilegiato in quanto tale”. Numerosi dati confermano la totale assenza di privilegi nel nascere maschi: gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi, l’85% dei senzatetto, il 93% delle morti bianche sul lavoro.

Nell’oltre 90% dei casi di divorzio, la custodia dei figli viene affidata alla madre”.

Si noti bene, “totale assenza di privilegi”, così come coloro che negano le peculiarità della violenza di genere, che negano il gender gap (di cui però non parlano solo le femministe), che negano tutte le volte in cui una donna nella sua esistenza si trova di fronte a un muro, a gabbie derivanti dal suo essere donna, che negano la diffusione della violenza in ogni luogo e in molteplici forme, che negano il suo apice e i femminicidi delle donne in quanto donne, che negano tutte le miriadi di occasioni in cui i corpi delle donne vengono oggettivati, strumentalizzati e diventano terreno di battaglia politica. Si nega così tutto, e tutto finisce in un immenso buco nero, in cui si fa strada sempre più il tarlo che sia solo una grande costruzione e mistificazione di quelle odiatrici seriali delle femministe. Si sente anche quando entro nelle scuole, tra i professori e i ragazzi, quanto sia diffusa questa mentalità. Ogni due/tre giorni in Italia una donna viene uccisa da un uomo che non riconosce, non accetta la sua scelta autonoma di libertà, il suo diritto di autodeterminare la sua vita, anche in ambito sentimentale e relazionale. Una relazione non è come tanti testi di canzoni la rappresentano, tra un “mia”, un “ti pretendo”, un “mi appartieni, e una donna è “cosa mia”. Un rapporto affettivo si basa sul rispetto, che si esplica nel riconoscersi e darsi reciprocamente libertà. Non c’è amore dove abita la violenza, la gelosia, il possesso. La passione non deve continuare ad essere un alibi. Eppure siamo immersi/e nell’amore romantico, in una possessività in cui ci si annulla vicendevolmente, in cui l’appartenersi è misura di amore, in cui ci si culla in una dimensione altamente pericolosa.

Loredana e Romina sono le ultime donne vittime della cultura del possesso, della violenza machista patriarcale. Perché questa mentalità possa cambiare, occorre innanzitutto che ne prendiamo coscienza e consapevolezza in modo capillare, tutti e tutte, per non sentire più parlare di tempeste emotive, donne isteriche, false accuse, alibi negazionisti e assolutori degli uomini che scelgono deliberatamente di compiere violenza.

Eppure l’odio crescente sappiamo da dove viene, sappiamo da cosa monta, sappiamo che si tratta ancora una volta di un tentativo di backlash del patriarcato, un contrattacco in chiave di restaurazione, che negando l’evidenza cerca di riaffermare se stesso, la sua cultura e il suo dominio.

Tra le sue strategie c’è esattamente quel tarlo che tende a ridimensionare il problema, a spostare continuamente il focus, a negare che sia una questione maschile, che deriva da un lungo corso di discriminazioni, strutture sociali, dinamiche relazionali e di potere. Il contesto attuale in cui c’è un deterioramento del rispetto in ogni ambito e scarseggiano esempi positivi anche in ambito istituzionale, appare solo particolarmente adatto al perpetuarsi di schemi dalle radici antiche. Il differenziale di potere da difendere, la preoccupazione di perdere lo scettro e il comando, e con essi privilegi, status e certezze granitiche, rappresentano ciò che anima nel profondo uomini e ragazzi come colui che scrive a Concita De Gregorio. Una replica incessante e secolare di una virilità che ha mostrato più volte segni evidenti di ricadute negative.

Sui presunti doppi standard giudiziari. La realtà della violenza

Conosciamo quanti danni può fare una sentenza in cui si usano le parole “sbagliate”.

Conosciamo altrettanto bene cosa accade alle donne che denunciano e non si sentono protette, credute e tutelate a sufficienza, come dovrebbe essere loro diritto.

Due degli stupratori della ragazza di 24 anni, violentata nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano, sono stati scarcerati. Le sue parole.

“Bastano pochi minuti e ritorno col pensiero. Erano attimi di incapacità a reagire di fronte la brutalità e la supremazia di tre corpi. Erano attimi in cui la mente sembrava come incapace di comprendere, di totale perdizione dell’essere. E dopo che il corpo era diventato scarto e oggetto, ho provato una sorta di distacco da esso. Il mio corpo, sede della mia anima, così sporco. Mi sembrava di essere avvolta dalla nebbia mentre mi trascinavo su quella panchina dopo quelli che saranno stati 7 o 8 minuti. Mi sono seduta e non l’ho avvertito più. Ho cominciato ad odiarlo e poi a provare una profonda compassione per il mio essere. Compassione che ancora oggi mi accompagna, unita ad una sensazione di rabbia impotente, unita al rammarico, allo sdegno, allo sporco, al rifiuto e poi all’accettazione di un corpo che fatico a riconoscere perché calpestato nella sua purezza. Il futuro diviene una sorta di clessidra. Consumato il corpo e la mente dal tempo odierno ricerca una vita semplice. Mi piacerebbe essere a capo di un’associazione che si occupa della prevenzione, della tutela e della salvaguardia delle donne, ragazze, bambine a rischio, perché donare se stessi e il proprio vissuto per gli altri è l’unico modo per accettarlo.” Un invito agli uomini a “non far valere i propri istinti, né la coercizione fisica e mentale, ma la forza della parola e quella della ragione”.

E non chiedeteci più perché non denunciamo o perché ci mettiamo del tempo a farlo.

Negare, sostenendo di essere stati fraintesi e di non capire

Facendo una ricerca mi sono imbattuta nella canzone di Skioffi, Killer, che vorrebbe essere la replica uscita a dicembre scorso, dopo le numerose reazioni negative alla sua canzone Yolandi.

Naturalmente siamo noi a non capire e a volerlo censurare: “Questi non capiscono un cazzo di me” – “Mi vogliono tappare la bocca”. Lui “racconta storie” ci tiene a farci sapere, peccato che le donne siano sempre degradate a oggetti sessuali e Yolandi si concluda con: “La collana che costava troppo Adesso dimmi che mi ami, visto che l’ho presa e te la sto stringendo al collo” ed il video che a accompagna trasudi in ogni fotogramma una violenza esplicita inaudita.

Un po’ come quando qualcuno dice: “Le femministe esagerano, colpevolizzano gli uomini perché sono misandriche”… ecco anziché continuare a deresponsabilizzarsi e a scaricare sulle donne, forse sarebbe ora di farsi un viaggio dentro se stessi e sul proprio modo di essere uomini.

Intanto ci aspettiamo che si cambi cultura per miracolo, ma nulla avviene da sé specialmente se non si lavora strutturalmente a partire dalle scuole, dove questi temi sono ancora considerati “facoltativi”, con qualcuno che ancora tenta di sabotare l’ingresso di un po’ di aria nuova. Ebbene, forse occorre meno astio nei confronti delle femministe e più coraggio di cambiare finalmente modelli. Iniziando ad accogliere le proposte di approfondimento e di laboratori scolastici ad hoc, non subendole passivamente o peggio facendo ostruzionismo.

Non abbiamo bisogno di uomini che con una pacca sulla spalla si confortano a vicenda autoassolvendosi e dichiarando che la cosa non li riguarda, ma che sappiano riflettere schiettamente sulla propria idea di uomo, praticata e pensata, per riuscire a costruire modelli differenti, elaborare nuove forme del maschile, guardare in faccia debolezze e conseguenze di una cultura patriarcale, riconoscere cosa si perde (non solo ciò che si guadagna) dall’appartenere e dall’aderire a questa cultura, cosa storicamente ha rappresentato la subordinazione delle donne e l’affermazione del dominio su di esse. Non è allontanando da sé e negando il problema che si risolveranno le cose. Non è nemmeno pensabile di poter continuare in questo modo, perché vi sono evidenze, studi, ricerche, statistiche che evidenziano bene la realtà, che è più vicina di quanto si pensi, che è tanto diffusa da non poter far finta di niente. Tutto questo bussa alla porta delle nostre coscienze e implica un agire corrispondente.

Negate e invisibilizzate per secoli, le donne insorgono come soggetto inaspettato, inatteso, insubordinato della storia, ci siamo riappropriate di una esistenza e di un agire non più solo privato, ma pubblico ed è in questa direzione che occorre continuare a lavorare, sulla cultura e sul nostro ruolo, su rappresentazione e voce, su ciò che in nome della natura ci vorrebbe imporre un destino e un controllo sui nostri corpi e desideri. Nominiamo ogni cosa, senza paura, disveliamo i trucchi di una sovrastruttura culturale che per secoli ci ha negato esistenza e parola. Smontiamo ogni tentativo di ricondurci a un ruolo subordinato e controllabile. Non accettiamo chi paternalisticamente ci suggerisce parole, idee, chiavi di lettura e in che posizione porci. Tutto il discorso enfatico sulla famiglia, sulla protezione e sui vantaggi che ne deriverebbero, rientrano in una somministrazione di quel modello di controllo e di dominio patriarcale, che cozza con la realtà dei fatti, soprattutto in termini di violenza di genere. Insomma c’è la fregatura e soprattutto si tace ciò che la famiglia rappresenta come fulcro che tramanda e replica i modelli di cui sopra.

Non crediamo di avere diritti, quelli potrebbero andar via con un sol colpo di vento. La liberazione delle donne è una rivoluzione in cammino, tuttora da completare, ma soprattutto da accettare da parte di taluni soggetti.

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Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative, come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi


Il World Congress of Families di Verona si avvicina. Al contempo appare chiaro che negli ultimi mesi le parti politiche che sostengono il Congresso hanno seminato e hanno lavorato nell’ottica di porre le basi per un capovolgimento in merito ai diritti sessuali e riproduttivi.
Si spinge il piede sull’acceleratore in questa direzione, Pillon è in buona compagnia. Non si tratta solo di provocazioni, ma come spesso ripeto, è in atto un lavoro di rewind culturale, che goccia a goccia scava e determina un lavoro sulla sensibilità e sulle idee dell’opinione pubblica.

Ho già espresso le mie riflessioni qui sul Ddl 950 a prima firma del senatore Gasparri.

L’altro ramo del parlamento intanto vede la presentazione di una proposta di legge (a firma Stefani, deputato vicino al ministro Fontana) “Disposizioni in materia di adozione del concepito”, sottoscritta da una cinquantina di parlamentari.

Ma vediamo nella relazione introduttiva cosa troviamo.

“La legge n. 194 del 1978 si proponeva di legalizzare l’aborto (…) e di contrastare l’aborto clandestino, mentre, ad avviso dei proponenti, ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo e non ha affatto debellato l’aborto clandestino.”

Eppure, da evidenze ufficiali, secondo le relazioni annuali sullo stato di attuazione della legge predisposte dal Ministero della salute, gli aborti dal 1982 al 2017 sono passati da 234.800 a 80.733.
Anzi, in una situazione che negli anni ha visto una progressiva riduzione degli investimenti nei consultori pubblici, dell’impegno per assicurare una contraccezione accessibile e gratuita, di una ostilità di assicurare percorsi strutturati di educazione sessuale nelle scuole, direi che i risultati della 194 ci sono stati, al di là dei risultati derivanti dalla contraccezione di emergenza nel ridurre il numero di Ivg.
Altrettanto falso è il dato fornito nel preambolo della proposta leghista secondo cui: “nel periodo 1990-2010, gli aborti oltre la dodicesima settimana sono cresciuti del 182 per cento e costituiscono il 27 per cento di tutti gli aborti.”

L’ignoranza regna sovrana: “Gli aborti legali, effettuati dal 1978 ad oggi, sono circa 6 milioni, senza contare le «uccisioni nascoste» prodotte dalle pillole abortive e dall’eliminazione degli embrioni umani sacrificati nelle pratiche della procreazione medicalmente assistita.
Le statistiche annuali degli aborti mostrano un leggero calo negli anni, ma non tengono conto delle varie pillole abortive: manca all’appello una popolazione di 6 milioni di bambini, che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica.”

Come al solito c’è l’attacco alla procreazione medicalmente assistita.
Si confondono chiaramente le pillole di contraccezione di emergenza (che abortive non sono, nessun farmaco abortivo viene venduto in farmacia!) e la RU486, somministrata secondo protocollo in ambiente ospedaliero entro i 49 giorni di gestazione.

Ci si dimentica che la natalità in diminuzione segue fattori che non concernono certo la legalizzazione dell’aborto.
Si sceglie di fare figli sulla base di valutazioni precise, sulle prospettive di vita, su questioni economiche, lavorative, servizi di welfare e soprattutto è dimostrato che laddove c’è un più alto tasso di partecipazione femminile al mondo del lavoro si fanno anche più figli.
In mancanza di seri e strutturati interventi in merito, è diventato sempre più arduo progettare non solo di superare il figlio unico, ma anche solo di pensare di farne uno.

La natalità ha subito un declino anche nei paesi dove l’aborto era vietato, pensiamo alla cattolicissima Irlanda, che per anni ha dovuto attendere la legalizzazione, arrivata solo quest’anno, dopo un referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione.

Oggi il record di bassa natalità è della Polonia, che ha una delle leggi più restrittive in materia di aborto, previsto solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e grave malformazione del feto.
“Secondo alcuni studi, ogni anno nel paese avvengono tra gli 80 mila e i 200 mila aborti clandestini e molte donne sono costrette ad andare in Germania o in Repubblica Ceca per interrompere la gravidanza.”

https://www.internazionale.it/video/2019/03/08/battaglia-femminista-aborto-polonia

“Un dato preoccupante è la crescita del numero di aborti tra le minorenni dal 1992 al 2010: quello delle ragazze fino a 18 anni è cresciuto del 45,2 per cento, quello delle ragazze fino a 15 anni è cresciuto addirittura del 112,2 per cento.”

Peccato che la relazione ministeriale, a pagina 21, afferma che: “Nel 2017 continua la diminuzione del numero assoluto di IVG per le minori italiane e straniere. (…) In generale il contributo delle minorenni all’IVG in Italia rimane basso (2.8% di tutte le IVG nel 2017 rispetto a 3.0% nel 2016), con un tasso pari a 2.7 per 1000 nel 2017, valore molto più basso di quelli delle maggiorenni (6.7 per 1000).

Confrontato con i dati disponibili a livello internazionale, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale, in linea con la loro moderata attività sessuale e con l’uso estensivo del profilattico riscontrati in alcuni recenti studi (De Rose A., Dalla Zuanna G. (ed). Rapporto sulla popolazione – Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea. Società editrice il Mulino, 2013 e Istat. Come cambia la vita delle donne, 2004-2014. Istat, 2015).”

Dati IVG tra le minorenni, 2000-2017

“Non vengono in nessun modo pubblicizzati i dati scientifici relativi alle conseguenze sulla salute fisica e psichica della donna dell’aborto chirurgico e farmacologico.”

Su questi aspetti ero già intervenuta, chi volesse approfondire trova qui ciò che scrissi quie in occasione della presentazione della mozione Amicone in consiglio comunale a Milano e di una analoga nel Municipio 5.
Infine sempre su questo aspetto suggerisco il rapporto della task force APA sulla salute mentale e l’aborto, segnalato dalla pagina IVG, ho abortito e sto benissimo

Si adopera il numero elevato dell’obiezione per evidenziare come l’aborto ponga numerosi “conflitti di coscienza”, quando sappiamo benissimo che spesso non si tratta di problemi di coscienza, ma di valutazioni sulla carriera.

Leggiamo che: “Con la pillola abortiva RU486 si vuole permettere un aborto fai da te, al di fuori delle strutture ospedaliere, anche se la legge n. 194 del 1978 non lo prevede, contribuendo al diffondersi di una cultura dello scarto”

Siamo evidentemente alla mistificazione della realtà. La RU486 non viene somministrata fuori dagli ospedali e non c’è nessun fai da te. Le donne che si recano in consultorio, durante i colloqui, ricevono tutte le informazioni, sostegni del welfare, sulle possibili soluzioni alternative all’aborto, non si può lasciar intendere che non vengano accompagnate e che sia tutto un automatismo asettico, e che per evitare questo ci sia bisogno di far entrare i nochoice nelle strutture pubbliche.

Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative: come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi

La proposta di legge n. 1238 va sempre nella direzione di introdurre una revisione della posizione e qualità giuridica del concepito, in tal caso prevedendone l’adottabilità.

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Verona e dintorni. Paese Italia, anno 2019

Cosa sta accadendo in Italia e non solo, attorno ai diritti tanto faticosamente conquistati, che riguardano le nostre vite e i nostri corpi.

È fatto noto che a Verona il 29-30-31 marzo si terrà il World Congress of Families. Ufficialmente, da programma, vorrebbero semplicemente dare un sostegno alle famiglie, a superare le loro difficoltà quotidiane. I temi ufficiali del Congresso:

  • La bellezza del matrimonio
  • I diritti dei bambini
  • Ecologia umana integrale
  • La donna nella storia
  • Crescita e crisi demografica
  • Salute e dignità della donna
  • Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  • Politiche aziendali per la famiglia e la natalità

Eppure, c’è molto altro, sotto la superficie apparentemente innocua. Dietro c’è il lavoro di una rete internazionale, che di fatto ha pianificato e sostiene gli obiettivi politici dei movimenti più reazionari in Europa.

Per capire come sono organizzati, è utile leggere un documento di aprile 2018, pubblicato da EPF, una rete di parlamentari di tutta Europa, impegnati a tutelare la salute sessuale e riproduttiva delle persone nel loro paese ed all’estero, troviamo le “visioni degli estremisti religiosi per mobilitare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione”:

Agenda Europa

Per saperne di più: il documento completo, tradotto in italiano da SNOQ Torino. Qui un’intervista a Giulia Siviero molto interessante.

Tra i loro obiettivi quindi lo smantellamento dei diritti e delle libertà duramente conquistate negli ultimi decenni, assieme al ripristino di ruoli sociali ingabbiati e stereotipati per uomini e donne, il non riconoscimento di famiglie diverse da quelle eterosessuali unite in matrimonio.

Ritorna il tentativo di ripristinare un controllo sui corpi delle donne e di sottrarre loro il diritto ad autodeterminarsi:quindi stop a contraccettivi e aborto. Naturalmente segue l’abolizione delle unioni civili e del divorzio e tanto altro.

Quando a inizio anno ho appreso del Congresso mi è sembrato l’ennesimo tassello di un piano assai articolato e diffuso. Oggi ritengo che sia solo la punta dell’iceberg di un processo iniziato già negli anni ’80, a cui hanno alacremente partecipato, passino dopo passino, coloro che non hanno mai accettato determinati cambiamenti, che non si sono voluti fermare nemmeno davanti a due referendum, il cui risultato ha di fatto sancito un cambiamento culturale in atto. Ma i cambiamenti culturali non sono irreversibili, specialmente se negli anni non sono curati e manutenuti dalla collettività. Con il passare dei decenni molta polvere si è depositata, tante cose sono cambiate, anche le sensibilità, e la memoria di queste lotte non è sempre stata trasferita alle nuove generazioni. Intanto, c’è chi ha lavorato in background, entrando in modo capillare in ogni contesto e ambiente, radicalizzando le sue posizioni e idee e cercando di creare una lobby che lavorasse a una restaurazione reazionaria.

A leggere il retroterra culturale e il programma espressi da Agenda Europa sembra un’opera uscita dalla tragedia dell’assurdo o da una farsa, a noi pare roba venuta da un passato lontano che riteniamo ormai sepolto e irresuscitabile, a noi sembra qualcosa di improponibile, anacronistico, un accidente, un imprevisto in una visione di storia come progresso e miglioramento, che si rivela ancora una volta errata. Eppure, eppure sono interpreti e portavoci di un movimento internazionale di destra, che è al contempo sessista, omofobo, razzista e esplicitamente antifemminista. Sembrerebbe che si tratti anche di una “mobilitazione professionale” ispirata dal Vaticano.

In Italia abbiamo un visibile e innegabile scivolamento in atto che ha subito negli ultimi anni un’accelerazione, ma che come dicevo prima ha le radici ben più profonde nel tempo. Molto del lavoro è stato pianificato negli anni: contaminare piano piano e “occupare” spazi strategici, sottraendo spazi e aria alla laicità, lasciando penetrare associazioni niente affatto innocue all’interno degli ospedali pubblici, lasciando vagare per i reparti i volontari con il loro armamentario colpevolizzante, grazie ai numerosi accordi tra i centri di aiuto alla vita o similari e le strutture pubbliche lombarde.

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Una cofirmataria del Ddl Pillon ritira la propria sottoscrizione


Dopo mesi di analisi, dibattiti, confronti, oltre 100 soggetti auditi in merito al ddl 735, a prima firma del senatore Simone Pillon, sono apparse, evidenti e innegabili, non solo profonde criticità ed elementi pregiudizievoli ma anche punti inemendabili e insanabili, perché portatori di una visione e di una cultura che rischia di compromettere equilibri e tutele, faticosamente raggiunte negli anni. Sono stati, peraltro, evidenziati rilievi di possibili elementi di incostituzionalità, come anche si è detto quanto tale disegno di legge renderebbe di fatto più arduo e oneroso il percorso del divorzio, quanto conterrebbe aspetti in contrasto con la Convenzione di Istanbul e quanto non garantirebbe la tutela non solo delle vittime di violenza domestica, ma anche dei figli.

Le audizioni, consultabili sul sito del Senato, hanno fatto emergere le valutazioni tecniche/professionali di numerosi soggetti che hanno rilevato grossi pericoli insiti nel ddl Pillon, che fa da pilastro agli altri ddl ad esso collegati. 

Nello specifico il Movimento per l’infanzia e l’adolescenza ha parlato tra l’altro di “un disegno di legge a protezione degli imputati di violenza e abusi sessuali in famiglia e punitivo delle donne ed i bambini”, “di disposizioni a favore della pedofilia e dei padri violenti e maltrattanti”. Tale associazione ha peraltro sottolineato che l’impianto normativo aderisce alla “propaganda ideologica sulla scienza spazzatura della PAS e delle false accuse”, “che spezza in due la vita dei bambini, toglie loro sicurezze e serenità, per esasperare il conflitto dei genitori”.

Udi -Unione Donne in Italia- invece, attraverso un’approfondita analisi nella sua relazione ha rilevato che i ddl Pillon e collegati sono “in contrasto con le Convenzioni internazionali ratificate dallo Stato italiano e ledono i diritti fondamentali dei minori e delle donne che trovano fondamento nella Carta Costituzionale per come interpretata dalla Corte Costituzionale e applicata dalla Suprema Corte di Cassazione.”. La Casa Internazionale delle Donne ha descritto un tentativo “di ripristinare il primitivo ‘ordine familiare precostituito’ ”, assieme a un revival della potestà genitoriale che di fatto soffoca una genitorialità sana, fondata su una responsabilità condivisa. Lungi dal pensare di poter rigidamente regolare tutto nei minimi dettagli, la suddetta associazione ha sottolineato come alla quantità di tempo non corrisponda conseguentemente una relazione di qualità e ha concluso la sua audizione ribadendo che si tratta di “un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili.”.

Le stesse preoccupazioni le ha condivise la statistica Linda Laura Sabbadini, che ha rimarcato come “il disegno non mette al centro il loro benessere” e come “le madri sarebbero fortemente penalizzate dal punto di vista economico”. Ha poi evidenziato un ulteriore elemento, trasversalmente riconosciuto come cruciale, che è correlato anche alla mediazione familiare obbligatoria, sostenendo che “La violenza contro le donne da parte del partner è molto diffusa tra le donne che hanno vissuto una separazione; ciononostante il 90% non la denuncia neanche al momento della separazione”. La statistica ha pure precisato che “Più del 60% dei bambini assistono alla violenza del padre sulla madre ed è quindi ragionevole supporre che questa potrebbe essere la causa del rifiuto di vedere il padre. Ciò significa che il rifiuto del bambino a stare con il padre non può essere automaticamente imputato all’influenza negativa della madre. Non ci sono dati oggettivi per dimostrare la colpa della madre, mentre ci sono dati oggettivi per ipotizzare che se un bambino si rifiuta di vedere il padre ciò possa essere dovuto al fatto di aver visto il padre picchiare la madre”. Infine sul rischio povertà Linda Laura Sabbadini ha evidenziato come: “L’eliminazione dell’assegno di mantenimento dei figli provocherebbe quasi il raddoppio della povertà assoluta tra le madri.”.

La CGIL dal suo canto ha sottolineato come: “il combinato disposto tra la suddivisione paritaria del tempo, il mantenimento solo diretto e la tutela delle precedenti condizioni economiche del minore fanno sì che quest’ultimo venga trattato alla stregua della casa di proprietà e che si affermino criteri non già affettivi ma meramente economici.”

Infine, la segretaria di Magistratura democratica, Mariarosaria Guglielmi, ha affermato in un passaggio della sua relazione in apertura del Congresso nazionale dell’associazione che: “Ci troviamo di fronte a un progetto di controriforma che, in nome di un ordine morale ‘superiore’, che vuole farsi anche ordine giuridico, ridisegna la regolamentazione della crisi familiare in contrasto con il bene supremo da salvaguardare, rappresentato dall’interesse del minore e con il principio personalistico proclamato all’articolo 2 della Costituzione, che assegna alle ‘formazioni sociali’, come la famiglia, il fine di permettere e di promuovere lo svolgimento della personalità di ciascuno”.

Tante voci critiche, ordunque, si sono levate in questi mesi, non solo dentro le aule delle audizioni in Commissione Giustizia del Senato ma anche fuori da parte di esponenti della società civile. Appare sempre più chiaro che su certi temi, che coinvolgono le vite e i diritti di tante persone, ci sia bisogno di un lavoro necessitante di un approccio diverso, fondato su una cultura che, appunto, voglia concretamente migliorare il benessere in gioco, in primis quello dei figli. Occorre un percorso più ampio, più condiviso e meno calato dall’alto, che non sia scritto seguendo i desiderata e gli input di una sola parte, che il sen. Pillon si sente di rappresentare, dimenticandosi di dover ottemperare a interessi che dovrebbero realizzare un miglioramento per tutti i soggetti coinvolti, senza pregiudizi o modalità ostili e misogine.

A questo punto dell’iter dei disegni di legge in questione, con le audizioni terminate e con il senatore leghista che sta lavorando a un testo unico, occorre un forte senso di responsabilità in quanti ricoprano incarichi istituzionali e abbiano a cuore il futuro di tanti minori, donne ed uomini. Auspichiamo che facciano sentire la propria voce e prendano posizione contro questo tentativo di riportarci pericolosamente indietro e di colpire i soggetti più deboli in fase di separazione familiare. Abbiamo bisogno di creare una rete trasversale tra le forze politiche, che riesca a evidenziare come questi testi siano inemendabili e insanabili e che, se si vuole lavorare ad una riforma in materia, si debba cambiare metodo, cultura fondante e modalità di lavoro. Non si può legiferare con la stessa accetta che si vuole poi adoperare nella definizione dell’affido tra ex coniugi.

Pertanto, cogliamo come auspicio di speranza l’ordine del giorno sul ddl Pillon predisposto da Patrizia Cadau, consigliera e capogruppo del Movimento 5 Stelle al Comune di Oristano, che al riguardo si è augurata che “venga ritirato dalla Commissione Giustizia il disegno di legge Pillon perché costituisce un vero e proprio attentato alla sicurezza delle donne e dei bambini e perché propone una visione sociale di particolare arretratezza in merito alle pari opportunità e al dibattito sui diritti umani”. Sulla stessa linea riteniamo ancor più importante che lo scorso 5 marzo la senatrice Angela Anna Bruna Piarulli (M5S) abbia ritirato la propria firma dal ddl Pillon. Chiediamo, conseguentemente che anche le altre cofirmatarie, Grazia D’Angelo (M5S), Elvira Lucia Evangelista (M5S) e Alessandra Riccardi (M5S), seguano l’esempio della loro collega e che sempre più esponenti della maggioranza pentaleghista, come delle altre forze di minoranza, riconoscano la pericolosità e la dannosità di questi ddl. Invitiamo a prendervi le distanze per il tramite del ritiro delle correlate sottoscrizioni, atto che assumerebbe la valenza di un atto non solo simbolico ma anche sostanziale, perché dimostrerebbe non solo una capacità di ascolto e riflessione, con quanto avuto modo di apprendere durante le audizioni in Commissione Giustizia, ma anche di sintonia con la società e la cittadinanza che dall’autunno scorso sta protestando contro la paventata riforma dell’affidamento familiare prevista dal disegno di legge Pillon ed suoi collegati.

Chiediamo, in particolare, che si colga l’occasione offerta dalle due citate esponenti pentastellate per avviare all’interno del Movimento 5 Stelle uno stringente confronto sull’argomento, pur in presenza di un originario contratto di governo configurante una “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli” nell’ottica di realizzare “un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole”. E, nonostante in tale contratto fosse previsto di “assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale”, auspichiamo che questi impegni teorici, alla luce del serrato confronto istituzionale con gli esperti della materia, inducano a rivedere il proprio aprioristico consenso a quanto sottoscritto nell’accordo governativo.

Quell’impegno iniziale oggi richiede una sua responsabile rivisitazione sulla base di quanto emerso nelle audizioni parlamentari. A questo punto dell’iter del disegno di legge Pillon e dei suoi collegati, in attesa del conseguente testo unico, ciascun senatore della Commissione Giustizia dovrebbe coscientemente onorare i propri obblighi istituzionali. E, se una breccia si è aperta, soprattutto in riferimento al ritiro della firma dell’esponente pentastellata Piarrulli, evento passato sottotraccia sui media, auspichiamo che ciò serva ad aprire un reale confronto all’interno di tutto il Movimento 5 Stelle. Un passaggio imprescindibile che, al di là delle dichiarazioni pubbliche di suoi sottosegretari o singoli rappresentanti istituzionali, consenta di delineare finalmente una sua posizione chiara e netta, dentro e fuori le istituzioni, su questi ddl.

Dopo altri rappresentanti istituzionali locali pentastellati, che nel recente passato hanno votato contro il disegno di legge Pillon, ultimamente due esponenti femminili 5 Stelle hanno aperto un’ulteriore breccia. Nostra speranza è che si allarghi sempre più e lasci entrare una luce nuova, capace di rischiarare il buio in cui forze oscurantiste e retrograde vorrebbero fare calare i destini di tante donne e bambini italiani alle prese con i problemi conseguenti ad una separazione familiare.

Simona Sforza e Maddalena Robustelli

 

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AGGIORNAMENTO: IN DATA 28 MARZO anche il senatore Giarrusso, cofirmatario del Dll Pillon, ha ritirato la sua sottoscrizione.

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In che anno siamo? L’oggettivazione delle donne e una cultura ferma al passato.


 

È passato un decennio da quando Lorella Zanardo mise in rete il documentario Il corpo delle donne, un lavoro realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di svolgere non solo una precisa ricognizione, ma anche un’analisi dotata di un nuovo sguardo, per diffondere consapevolezza su quella che era l’immagine delle donne nella tv italiana. Arrivò come una doccia ghiacciata ma necessaria, perché fino ad allora, diciamocelo, eravamo rimaste anestetizzate da 20 anni di tv commerciale di un certo calibro.

E oggi? Oggi che dovremmo essere più consapevoli e in grado di reagire immediatamente a ogni nuova riproposizione di quei modelli e di quella rappresentazione? Ci ritroviamo in prima serata questo, un redivivo programma mediaset, che è una involuzione e una conferma che siamo ancora fermi/e a 10 anni fa. Stessa pappa, stessa minestra, stesse inquadrature ginecologiche, stessi immaginari, stessi ruoli, stesse costruzioni di una cultura che davvero non ci permette di fare nemmeno un passettino in avanti. Il vertice del gender gap del WEF sarà per noi sempre una montagna ardua da scalare anche per questo. Non si può non cogliere ciò che sottolinea Lorella Zanardo quando denuncia ancora una volta quello che la tv italiana ci somministra:

“questi programmi non aiutano. Ma il dramma è che in questi anni uomini e donne PROGRESSISTI hanno difeso questa roba: in nessun altro Paese lo avrebbero fatto, mi sono trovata in mille occasioni a discutere con simil- intellettuali che considerano questi programmi divertenti; gente che è così idiota da non considerare che chi guarda questi programmi spesso non ha strumenti educativi. Programmi che non liberano i corpi ma che bensì li oggettivano. Il Corpo nudo non è mai il problema!Il problema è come i corpi vengono inquadrati. Il presentatore è adorato dalla sinistra ed è stato l’ospite top della Leopolda.”

Questo è Ciao Darwin anno 2019:

Sappiamo che un certo tipo di mentalità, di retrogusto culturale è trasversale e ha simpatizzanti a destra come a sinistra. Ed è bello notare quanto tra le donne sedicenti progressiste ci sia una capacità di “separare”, di far finta di nulla, a seconda della convenienze, per non scomodare il padrone.

A volte suggeriscono alle femministe di “farsi una risata”, ebbene non c’è davvero nulla di divertente, perché quando si trattava di buttare giù il re della tv commerciale andava bene, oggi invece non si fa una piega e anzi. Quando si invitò Bonolis alla Leopolda, presi posizione cercando (spesso invano) di far capire dove fosse il problema:

“Il problema è la credibilità, la cultura che si esprime scegliendo di invitare Bonolis, la coerenza con una pratica di cambiamento a parole ma che, scegliendo come interlocutore un esponente della cultura nociva che produce solo involuzioni, viene meno, si incrina tutto. E ci andiamo di mezzo tutte, perché è un problema se non capiamo il punto. La cultura si cambia prendendo le distanze da certi modelli. I disastri di certe trasmissioni li conosciamo, Zanardo evidenzia un cortocircuito non solo nella comunicazione ma anche di scelte culturali. Al centro di tutte le pratiche politiche ci deve essere coerenza. Quale esempio potrà mai costituire Bonolis? Un’idea di progresso capace di smantellare stereotipi e ruoli ingessati dal patriarcato? Allarghiamo lo sguardo ed otterremo un quadro più chiaro. Soprattutto ci si aprirà un modo di leggere le critiche che potrà aiutarci a cambiare in meglio. Se non si riesce, avremo perso in partenza e davvero non riusciremo mai a produrre una cultura politica che sappia costruire e fare la differenza.”

A quando questo miracolo?

Quando ci decideremo a lavorare su un’offerta televisiva diversa? Quando comprenderemo l’importanza di investire finalmente nelle scuole per una educazione ai media, per costruire consapevolezza, per dare ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per comprendere e decodificare ciò che ci viene proposto dalla tv, ma anche da tutti i media. Imparare a leggere oltre la superficie. Manca un lavoro capillare, strutturato e permanente su questo, educazione alla cittadinanza è anche questo. A partire dalla corretta declinazione di genere, ma soprattutto al contrasto di hate speech o alle colpevolizzazioni e alle giustificazioni, contro ogni forma di sessismo e soprattutto dando una rappresentazione piena e realistica delle donne, in ogni molteplice ruolo e contesto. Questo è fondamentale, come mi ha insegnato Lorella Zanardo, attraverso un video del Geena Davis Institute on gender in media, “If she can see it, she can be it.” La parità, le medesime opportunità, la consapevolezza del proprio valore e capacità, la costruzione del sé e delle aspirazioni avviene anche se cambiamo prassi nei media. Non è un problema il nudo, ma l’oggettivazione con tutto ciò che reca con sé e che plasma la nostra percezione di noi stesse.

Scrive Graziella Priulla nel suo saggio La libertà difficile delle donne, 2016 Settenove:

“L’ostentazione esibita e reiterata del corpo femminile è il contesto che dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che le si accompagna in quanto padrone di un oggetto di valore”

la cultura visuale serve a convogliare e a diffondere proprio questa idea, di commercio e di sapersi vendere, i corpi femminili al pari di merci. Priulla cita anche Walter Benjamin: “Sotto il dominio del feticismo delle merci il sex-appeal della donna si tinge più o meno intensamente dei colori del richiamo della merce.”

Per non parlare poi di quali corpi e di quali modelli estetici la tv si fa veicolo, dando una rappresentazione del tutto fuorviante e lontana dalla realtà, con ricadute non proprio innocue nella vita del pubblico che assiste a queste messinscene, senza alcuno strumento spesso per effettuare una analisi critica.

Aggiunge Priulla:

“Alla base di tanti ricchi e articolati settori di attività c’è l’idea che il corpo così com’è sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato, messo a norma per adattarlo a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Direttamente o indirettamente il corpo a cui si pensa è quello adatto a stare in vetrina, a favore di telecamera, sotto i riflettori. Intere generazioni vivono la socializzazione attraverso la mediazione simbolica delle figure omologate che popolano lo star system. Anche le donne che fanno politica vengono valutate e selezionate in base a questi criteri. Inchiodate a un’ossessiva, eterna manutenzione che alimenta industrie sofisticate, ci è difficile viverci pienamente e accettarci serenamente. Soffriamo di una rincorsa infinita tra reale e impossibile. Sembriamo condannate a impietosi auto-giudizi e a quotidiane frustrazioni: a provare costantemente lo scarto tra il corpo reale cui ci sentiamo incatenate, e il corpo ideale cui ci sforziamo di somigliare, con un dispendio di energie che potrebbero essere dedicate a ben altre forme di autorealizzazione. L’auto-oggettivazione a livello individuale moltiplica le emozioni negative, riduce la percezione di benessere, aumenta i sintomi depressivi e i disturbi alimentari, crea disfunzioni nelle abilità cognitive. A livello sociale perpetua stereotipi, incentiva le disuguaglianze, ostacola la parità.

La stessa frequente distinzione di genere tra i ruoli e i rituali, assai più che l’impegnativa parità, serve a uno scopo funzionale all’industria: attenuare i segni della disuguaglianza per far credere alla donna/target di essere libera. Di scegliere merci, consumare merci: passaporti per la legittimazione sociale e fonti certe di felicità.

Se la grazia domestica era il modello antico, l’ideale di oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata. La femminilità è presentata come un costrutto che solletica il narcisismo di lei ma alla fine consiste in ciò che lui trova stimolante. Mutandine o tanga, bikini o topless. Pose lascive, allusioni pornosoft, ammiccamenti erotici. Sguardi preorgasmici, bocche socchiuse. Non si sta vendendo sesso, si stanno vendendo le rappresentazioni di soggetto e oggetto.”

@Timo Kuilder

Le inquadrature di pezzi di corpo, fanno parte di una precisa strategia, in pubblicità come in tv.

“La frammentazione del corpo vede la bellezza come somma delle singole imperfezioni, oltre che come passaporto unico per la seduzione. I particolari anatomici vengono inquadrati con ossessiva retorica feticistica. Ci hanno abituati/e a riconoscere come donna anche solo una parte (la testa è la meno importante, non è funzionale alla narrazione: né volontà, né pensiero, ndr vedasi i concetti di face-ism e body-ism). La seduzione femminile è fatta di lacerti da degustare al meglio. Le donne vengono dissezionate da zoomate intrusive che smembrano carni da degustare.”

Non è un problema di corpi, di nudità, ma di come essi vengono strumentalmente usati e il senso di certe rappresentazioni, di cosa si veicola e poi si sedimenta nello spettatore o nella spettatrice. Le donne come oggetti sessuali consumabili, disponibili sessualmente e da predare. Non è possibile ignorare le conseguenze. So già che i commenti saranno del genere, “sei una bacchettona, una moralista”.. ma giacché siamo in grado dopo decenni di studi su questi fronti di analizzare questo materiale, perché non provare a cambiare verso? La restaurazione avviene anche così, pensando che tutti questi contenuti in fondo siano innocui, che il patriarcato è moribondo, che alla fine è conveniente e che dovremmo essere più che liete di questo corso tipico del capitalismo neoliberista. Dovremmo reagire invece tutte e tutti, se davvero ci crediamo nella necessità di un cambiamento che deve partire proprio dalla cultura. Le cose non cambiano da sole, nemmeno se ce le propinano come fonti di liberazione e di emancipazione. Per questa operazione è necessario essere libere, autonome, indipendenti e non sodali con chi gattopardescamente ci vuole illudere e fregare.

Così come chiediamo libri di testo differenti, dobbiamo pretendere che si abbia cura di tutto ciò che i media vecchi e nuovi diffondono.

Scriviamo un racconto diverso, a ruoli e prospettive aperte e libere per le bambine, le ragazze e le donne. Costruiamo un immaginario più vasto e che sappia contemplare e valorizzare la molteplicità dell’essere, del pensare, dell’agire.

 

Per approfondire:

http://www.dols.it/2016/01/24/non-siamo-pezzi/

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Grazie a chi ha segnalato questo sito

segnalazione

Da stamattina sono state bloccate le condivisioni su Facebook. Veramente assurdo che vi interessiate di questo mini blog, di una femminista che cerca di fare informazione indipendente. In ogni caso si andrà avanti…

and Thanks for All the Fish!

AGGIORNAMENTO 14 MARZO 2019

Il mio blog è stato riammesso su Facebook! Grazie di ❤ a tutte/i coloro che mi hanno supportata! Adelante!

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Distrazione e disinformazione di massa. Nel caso non aveste ancora capito cosa stiamo attraversando…


8 Marzo 2019, Matteo Salvini: con la sua consueta imperturbabilità ribadisce il suo diritto di rispondere a ciascun attacco nei suoi confronti, senza alcuno sconto, quindi rivendica la sua abitudine di pubblicare sulla sua pagina Facebook, foto di donne che lo contestano, facendole sbranare dai follower con commenti di una violenza inaudita. Questa sarebbe per il ministro una sana modalità di azione, a me pare semplicemente un esempio dei tempi che viviamo.

Aggiunge che: “Il Ddl Pillon sarà il punto di partenza per la riforma del diritto di famiglia a tutela dei minori… certo si può migliorare, emendare, ma la parità di diritti di padri, madri e figli, su questo bisogna lavorare”. “Il diritto di famiglia va riformato nell’interesse delle donne, degli uomini, ma soprattutto dei minori, dei nonni che perdono i nipoti. Contro i padri che non danno gli alimenti pur potendoselo permettere, alle madri che con le false accuse, intasando i tribunali, trattano i figli come merce di scambio per ottenere quello che non sempre potrebbero ottenere. I bimbi sono usati troppo spesso per le beghe degli alunni”. Quindi per fare l’interesse dei minori, garantire loro maggior benessere, li equipariamo a pacchi postali, da spostare ogni tot giorni da un’abitazione all’altra, secondo piani genitoriali e schimi rigidi, costringendoli a cambiare abitudini, luoghi, contesti, per seguire il meccanismo delirante dei tempi paritetici, senza entrare nel merito delle specifiche e singole esigenze, senza consentire appunto ai figli, anche in relazione alla loro età, di avere condizioni di vita a loro veramente favorevoli.

Bernard Buffet

Il testo di Pillon vorrebbe attuare un modello di bigenitorialità rigido, chiuso, estraneo a considerazioni relative all’interesse del minore. Almeno che non ci siano le seguenti ipotesi ostative: violenza; abuso sessuale; trascuratezza; indisponibilità di un genitore; inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Violenze che devono però essere comprovate e passate in giudicato. Eppure sappiamo quanto differenti siano i tempi della giustizia penale e civile.

Gli affidi sono condivisi nell’89% dei casi, ma il collocamento prevalente è ancora a carico della madre. Il motivo lo spiega bene la giudice Monica Velletti, giudice tribunale civile Roma, nella puntata di Presa Diretta:

Né ci si può appellare all’Europa, sostenendo che ci dobbiamo adeguare a quanto prescritto a quel livello, perché le cose l’Europa le ha concepite in modo del tutto diverso da quanto la cultura, l’ideologia che sta alla base della riforma Pillon ha partorito. Perché è assai pericoloso asserire che Pillon di fatto recepisce e vorrebbe attuare qualcosa che è stata disegnata a livello europeo. Assai pericoloso pensare che questo testo, o gli altri ad esso collegati, sia recuperabile anche solo in parte: si corre il rischio non solo di lasciar intendere che sia cosa buona e giusta in alcune sue parti, ma che ne si condivida l’impianto, che da più soggetti è stato giudicato assai negativo. Non lascerò passare l’idea semplicistica e manipolatoria che Pillon stia semplicemente compiendo quanto a livello europeo si suggerisce di attuare, che ci si debba allineare a qualcosa che altrove è già realtà, ma guarda caso omettendo le specificità di ciascun paese e soprattutto senza tenere conto della diversa condizione della donna.

Siccome la questione del fatto che il Ddl Pillon sia in linea con un dettato europeo non sussiste e non è assolutamente adoperabile a mo’ di propaganda in nessuna sede, aggiungo uno stralcio della Risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa:

“introduce into their laws the principle of shared residence following a separation, limiting any exception to cases of child abuse or neglect, or domestic violence, with the amount of time for which the child lives with each parent being adjusted according to the child’s needs and interests”.

Pillon di fatto omette nel suo testo un fattore centrale e discriminante come la violenza domestica, in più fa finta di non aver visto che la risoluzione prevede la possibilità di modulare i tempi paritari sulla base delle necessità e dell’interesse del minore. Non c’è la rigidità e l’inflessibilità dei tempi previsti dall’art. 11 del Ddl Pillon nel testo europeo.

Scompare altresì ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa, che invece è espressamente previsto dall’art. 5.11 della Risoluzione 2079. Tale disposizione, con riferimento ai piani genitoriali, prevede che vi sia la “possibility for children to request a review of arrangements that directly affect them, in particular their place of residence”. È previsto quindi un ruolo attivo dei minori anche nella definizione di quanto deciso dai genitori, specialmente per quanto riguarda i luoghi di residenza. Si dovrebbe sempre verificare la praticabilità di certe previsioni, oltre che la loro costituzionalità.


Anche il nostro ordinamento riconosce la tutela del “best interest of the child”, principio di natura costituzionale, in quanto come Paese ci siamo impegnati ad ottemperare anche a normative sovranazionali (ex art. 117 Cost.), in riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed ad altri testi che salvaguardano l’interesse del minore. Nessuna legge può essere varata se contraria a quanto previsto dal nostro testo costituzionale, questione da non dimenticare mai.

Ve lo faccio spiegare anche da un ex ministro, giudicate voi se combacia o meno con quanto prescritto dal ddl 735 e da un intento che vuole criminalizzare le donne che denunciano le violenze domestiche o che vogliono separarsi per allontanarsi da compagni maltrattanti.

A ottobre 2016 l’ex ministro della Giustizia Orlando interveniva in risposta a una interrogazione:

“La risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2079 del 2015, firmata anche dai rappresentanti italiani, al par. 5.5 richiama gli Stati membri ad introdurre nella loro legislazione il principio della shared residence dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni alle ipotesi di abuso, negligenza o violenza domestica, e “ad organizzare i tempi di permanenza in funzione dei bisogni e dell’interesse dei bambini”. Pertanto, la shared residence si sostanzia in una “tendenziale” parità di permanenza del minore con entrambi i genitori al fine di garantire l’effettività del suo diritto alla continuità affettiva con ciascuno di essi: principio che, per sua natura, non può essere assoluto, dovendosi necessariamente commisurare ai bisogni ed al “superiore interesse” del minore, richiamato in tutte le convenzioni internazionali di protezione e di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Con tale chiave di lettura della shared residence, non condizionata da impostazioni adultocentriche, non pare in contrasto la disciplina dell’affido esistente nell’ordinamento italiano. Come è noto, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto l’istituto dell’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione dei coniugi, modificando il testo dell’originario art. 155 del codice civile ed introducendo gli articoli da 155-bis a 155-sexies. Successivamente, il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, ha abrogato tali ultime norme e modificato nuovamente il disposto dell’art. 155, il quale oggi si limita a rinviare, per l’affidamento dei figli in caso di separazione, agli art. 337-bis e seguenti del codice civile. Tali norme affermano, fra l’altro, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, ricevendo cura ed educazione da entrambi, dovendo il giudice valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori e potendo decidere per l’affido esclusivo ad uno solo dei genitori, ma, in ogni caso, assumendo ogni decisione “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale della prole”. La determinazione dei tempi e delle modalità di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori non è lasciata, pertanto, ad alcun arbitrio giurisprudenziale, ma è funzionale all’effettiva realizzazione del diritto che ha il figlio minore di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.”

e ancora aggiungeva:

“Nell’analisi delle fattispecie concrete, l’ordinamento interno ha demandato, infatti, al giudice il compito di adattare i tempi di permanenza con ciascun genitore alle esigenze di vita del minore, senza che possano trovare spazio pregiudizi che traggono fondamento su una presunta diversa capacità genitoriale scaturente da diversità di genere. È evidente che le esigenze di vita sono ontologicamente diverse per ogni singolo minore e sottoposte a variabili, da considerare caso per caso. Stabilire, in via di principio, l’affido materialmente condiviso, con analoghi periodi di permanenza del minore presso entrambi i genitori, significherebbe condizionare fortemente l’attività interpretativa in valutazione concreta dei fabbisogni del minore, calati nella realtà familiare.

Si può ricordare che, sulla base delle informazioni assunte dai competenti Dipartimenti, risulta che, nel nostro Paese, le separazioni consensuali siano la maggioranza ed in esse, com’è noto, il tribunale si limita ad omologare l’accordo raggiunto dalla coppia, potendo intervenire solo se tale accordo leda l’interesse dei figli minori. Ne consegue che nella maggioranza dei casi sono i genitori a volere l’assetto “sbilanciato” in favore di uno solo dei due (di solito, la madre).”

 

Sarebbe quindi da salvaguardare il potere del Giudice di valutare, caso per caso, quale sia l’interesse del minore, quindi avendo riguardo al “best interest of the child”. Naturalmente si auspica altresì una formazione specifica del giudice affinché sappia cogliere ogni dettaglio utile a fare l’interesse del minore. Soprattutto ci si augura che la violenza domestica possa emergere e non restare sommersa: nella valutazione dell’affidamento non può essere sottovalutata o non tenuta in debita considerazione. Ne parla il giudice Fabio Roia, che ci aiuta anche a confutare la tesi delle “false accuse” tanto care al senatore Pillon:

Pertanto, riportiamo i piedi per terra e ricostruiamo i fatti come sono, perché non si continui a diffondere disinformazione su questi temi. Sono testi irrecuperabili, inemendabili, totalmente corrotti alle radici, altamente pericolosi se introdotti nel nostro ordinamento. Nel caso questi disegni di legge dovessero essere approvati, non solo si introdurrebbe l’alienazione parentale nel nostro ordinamento, non solo si ostacolerebbe il divorzio, non solo si consentirebbe di assicurare al padre violento di continuare a frequentare i figli e a condividere l’affidamento, non solo si irrigidirebbe la vita dei figli, non solo si andrebbe contro gli interessi dei minori, ma, con il ddl 45 De Poli, ci sarebbero cambiamenti notevoli anche in materia penale, in tema di maltrattamenti, ma anche in merito alla fattispecie della “calunnia”, quindi in caso di indimostrabilità delle violenze subite e denunciate. C’è come detto in precedenza ben più che il mero intento di rivedere la materia dell’affidamento dei figli, si intravede un disegno in chiave misogina e regressiva di revisione del diritto di famiglia, ma anche di tutte le fattispecie che riguardano la violenza di genere. L’obiettivo sottinteso è obbligare le donne a non denunciare gli abusi e a non separarsi più.

Lo fanno per il nostro bene, come quando si è presentata la legittima difesa come uno strumento a tutela delle donne. Siamo noi che non abbiamo capito, siamo noi donne italiane a doverci allineare ai modelli europei, dobbiamo cambiare mentalità, sì come qualcuno l’ha definita, “parassitaria”. Peccato che ad alcuni uomini durante il matrimonio ha fatto comodo che la donna assumesse su di sé quasi tutto il carico di cura familiare, rinunciando spesso a carriera, lavoro, autonomia economica e prospettive future, riducendo orario di lavoro e cercando di conciliare tutto, seguendo il nostro marito e sostenendo le sue aspirazioni lavorative. Per poi sentirci anche dire che siamo noi a dover cambiare, fare come le donne degli altri Paesi europei. Chissà perché è a noi donne che viene richiesta versatilità, adattabilità, tuffi carpiati, acrobazie e possibilmente tutta una serie di disponibilità al mutamento delle situazioni. Chissà perché siamo noi donne, che oltre a vederci stravolgere la vita da una serie di discriminazioni e ostacoli, dobbiamo anche assistere al progressivo annientamento di quel po’ di diritti conquistati. Il pensiero di tanti seguaci di Pillon ha contaminato anche un sacco di donne, anche in contesti in cui si dovrebbe riuscire a discernere con la propria testa.

A colpi di sentenze e di ddl ci vogliono riportare indietro di decenni.

Un uomo ottiene una riduzione della pena per un femminicidio da lui commesso, poiché in preda a una “tempesta emotiva” soverchiante, dettata dalla gelosi. Dramma della gelosia e delitto d’onore di ritorno.

Tre giudici donne scrivono in sentenza: “Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto”. Così due giovani, condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale, vengono assolti in appello. Per fortuna interviene la Cassazione, che annulla la sentenza. Appello dunque da rifare.*

Ci sono segnali inquietanti dappertutto, ogni giorno. Non permetteremo che si compiano arretramenti e continueremo a far chiarezza ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Certo sarà assai complicato, anche grazie alle donne che vanno sottobraccio al patriarcato e fanno il gioco di queste falangi reazionarie.

 

*aggiornamento: Corte di Cassazione.

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Un 8 marzo oltre l’oppressione di genere. Sfide e istanze urgenti


Riprendo in mano il testo “Un silenzio assordante” di Patrizia Romito, che ho di recente ascoltato a lezione presso l’Università Bicocca. Il testo è un fondamentale per chi voglia avvicinarsi al tema della violenza su donne e minori, analizza benissimo e tratteggia le strategie di occultamento della violenza.


Ma ciò su cui vorrei soffermarmi è qualcosa di specifico, piuttosto utile nel contesto contingente attuale, necessario se vogliamo contrastare chi di fatto nega o tenta di ridimensionare i fatti.
Se stralciamo dal discorso la natura e le radici della violenza sulle donne, se non nominiamo a sufficienza gli autori, gli uomini, se non sottolineiamo che grandissima parte della violenza sulle donne e sui minori è da essi esercitata, se non parliamo di elementi culturali secolari patriarcali, se ci ritroviamo ad ascoltare spesso che la violenza è tutta uguale, ne facciamo un calderone unico, senza capire che discriminazioni e violenza di genere hanno delle peculiarità e che nasconderle implica non voler accettare quello che accade alle donne in quanto donne.
“La non conoscenza ha una funzione, per i dominanti come per i dominati, e cioè il mantenimento dell’ordine delle cose (…). È proprio tra gli oppressi che la negazione dell’oppressione è più forte.”
Nicole-Claude Mathieu (L’Anatomie politique. Catégorisations et idéologies du sexe, Paris, Côté-femmes,1991)
Conosciamo la diffusione della violenza e degli abusi, dei quali tutte siamo state testimoni dirette o indirette, tutte ne siamo state in qualche modo toccate, da vicino o per vicinanza.
Eppure, come evidenzia Romito, facciamo una enorme fatica, nonostante queste esperienze condivise, a raggiungere una “unanimità sul significato di queste esperienze”, facciamo fatica a solidarizzare, anzi a volte prevale la negazione e una sorta di torva diffidenza.
Si allontana da sé il problema, o si cerca di farlo.
Eppure sono soprattutto donne le insegnanti che ne vedono i segnali sui propri alunni e sulle proprie alunne e non sanno come intervenire o scelgono di non farlo.
Lo stesso per psicologhe e assistenti sociali che tra un padre abusante e una madre che cerca di proteggere suo figlio, credono al primo e ne prendono le difese.
Spesso sono donne anche le avvocate, le magistrate, le poliziotte che non comprendono la realtà dei fatti e perciò ratificano decisioni e provvedimenti che non tengono conto delle conseguenze e compiono danni incalcolabili per le vite delle donne e dei loro figli.
E non è possibile scoprire solo oggi, sotto i marosi del Ddl Pillon e affini, ciò che da anni si compie ai danni delle donne.
E mi sembra alquanto doloroso tuttora sentire donne (perché dagli uomini ce lo aspettiamo, così come le assurde argomentazioni dei filo Pillon e di Mantenimento diretto) che dicono “ma anche le donne”, “io avrei fatto questo e quello, io sarei andata via, le donne provocano ed esasperano gli uomini”.
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Il vento e la tempesta. Le sfide delle libertà delle donne.


Me lo vedo il solito rito, rituale dell’8 marzo. È qui, condito e farcito come ogni anno, tra chi si ostina a chiamarlo ancora “festa” e chi cerca di riportarci a una riflessione che sia la più ampia, diffusa e consapevole possibile. Impossibile quest’anno non sentire quel sentore di rogo che aleggia su tante delle nostre conquiste in tema di diritti. Impossibile non avvertire sempre più l’avanzata delle truppe reazionarie che marciano sui nostri corpi, sulla nostra autodeterminazione, sul cambiamento culturale che da anni stiamo cercando di portare avanti, nonostante fatica, divisioni e strumentalizzazioni.

E di fronte a ciò che avviene alle vite delle donne, alle loro scelte sempre più soffocate e limitate da nostalgiche formule patriarcali tuttora in voga e assai diffuse, abbiamo una estrema difficoltà a fare diventare questi attacchi qualcosa che stimoli e provochi una reazione a catena, compatta e unanime, un grido che invochi un’azione urgente e non più rinviabile. Abbiamo difficoltà di creare un linguaggio e un progetto comune, comprensibile a tutte. Abbiamo una difficoltà a riconoscere tuttora le radici di genere di alcuni fenomeni, di alcune disuguaglianze e discriminazioni. Concetti e lotte perse e disperse nel mare magnum di un calderone unico di una solidarietà, di un’umanità generalista, di un volemose bene disperso e confuso. Coscienza che si smarrisce in un rincorrersi un po’ da un appuntamento all’altro, tra una passerella e un selfie, senza un ordine e una definizione del come, dove vogliamo arrivare. Tutto annegato in un muoversi e mobilitarsi come se si stesse andando a una festa. Purtroppo occorre riconoscere che la festa la stanno facendo a noi da tempo e che davvero non c’è più tempo.

Alice Mizrachi

Alice Mizrachi

Accade che tra capo e collo il Ddl Pillon, marcia spedito verso l’inglobamento degli altri testi collegati, il suo ritiro si allontana, mostrando un iter che potrebbe essere non facilmente controllabile da chi da mesi ne evidenzia il pericolo. E l’unica carta che resta da giocare è evidenziare l’impianto ideologico e culturale, giuridico che è alla sua base, già contro i principi costituzionali e del nostro ordinamento. Occorre combattere sempre più su questo livello, mostrarne i reali intenti e le ricadute telluriche in materia civile e penale. E poi elaborare una seria strategia parlamentare di contrattacco. Cosa ci vuole per prendere le distanze da un siffatto disegno? Sappiate che anche da qui si è capaci di trarre le conclusioni di mesi di temporeggiamento.

Accade che tra capo e collo si vuole continuare a smantellare la già precaria condizione dei diritti sessuali e riproduttivi. Tra imbarazzi e ambiguità politiche, tra una picconata e un regionalismo che ci rende sempre più diseguali, tra fiumi di obiettori e l’avanzata dei nochoice, tutto può accadere. E questa atmosfera smorza qualsiasi voglia di tornare a rivendicare di più, a correggere quelle parti di legge 194 costruite furbamente per permettere questo progressivo sgretolamento. Non so se giocare in difesa e di rimessa alla lunga non sia controproducente.

E mentre in Spagna si galoppa in tema di genitorialità e congedi, in UE si parla di 10 giorni di congedo obbligatorio e retribuito dopo la nascita di un figlio, da noi spuntano come funghi tentativi di propagandare la maternità con toni idilliaci, tanto da passare sul Corrierone un grande spot sulla famiglia numerosa, inanellando parole come Provvidenza, benedizione, evento (mica frutto di una scelta), i figli vengono. Tutto questo nel 2019. Un bello spot per spingere la natalità, che in realtà potrebbe avere solo l’effetto contrario vista la situazione. Almeno che, almeno che non continuiate a considerare le donne degli uteri ambulanti, con “attitudini” naturali immutabili come ancora si sente dire. Sei tu che sei “refrattaria” alla chiamata della natura femminile, sei tu che “non ce la fai” e sei egoista. Il femminismo “ti ha dato alla testa”.

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Laboratorio Stereotipi di genere e sessismo. Disparità e discriminazioni. La sub-cultura alla base della violenza di genere.

Alice Mizrachi


Rompere il ghiaccio, rompere la naturale timidezza di fronte a due adulte sconosciute che arrivano proponendo un laboratorio contro gli stereotipi e la violenza di genere. Ogni volta che io e Carla Rizzi ci avviciniamo a una nuova classe, ogni volta che entriamo in punta di piedi nelle loro abitudini e nei loro spazi scolastici, siamo consapevoli della delicatezza del nostro compito e della sfida ardua che abbiamo di fronte. Catturare la loro attenzione o suscitare semplicemente un dubbio, una domanda non è affatto scontato. La sensazione più gratificante è quando mettono in discussione o si sentono parte in causa di ciò che racconti. Seguirli e affiancarli nelle loro argomentazioni e riflessioni, lasciandosi trasportare da loro su terreni e temi che per loro, in quel momento, sono prioritari e più interessanti da esplorare. Ecco perché il materiale che adoperiamo è solo un canovaccio, perché al 90% saranno i ragazzi e le ragazze al timone del laboratorio, e spesso il discorso spazia e si allarga finendo su rotte impreviste ed entusiasmanti.
Siamo noi grate loro di quanto ci restituiscono nel tempo passato insieme. Perché le loro domande, il loro punto di vista, la loro esperienza ci servono da calibro e da termometro.
Non abbiamo risposte o certezze, proponiamo delle proposte di riflessione, in questo tempo veloce e frettoloso in cui ci si indaga sempre meno dentro e nelle relazioni si pensa di sapere sempre tutto, dando troppe cose per normali e innocue. Ci torneranno poi con calma da sole/i, se vorranno, dando ciascuno/a la propria risposta, magari quando gli si presenterà una situazione che richiamerà gli scambi sui temi da noi affrontati. Partendo dal linguaggio, dalle parole, attraversando i contenuti dei vari media e le sollecitazioni proposte dalla società in cui siamo immerse/i, cerchiamo di evidenziare quanto non siano da sottovalutare elementi culturali, segnali, prassi e comportamenti che fanno da substrato e da veicolo delle varie forme di violenza contro le donne e di come ne anticipino e ne moltiplichino i risultati.
Noi restiamo in ascolto e a disposizione per approfondire in ogni direzione. Soprattutto ci interessa che loro conoscano e mettano in pratica nel loro quotidiano i mezzi e le lenti per leggere la realtà, i messaggi, gli episodi, in ogni contesto, in ogni situazione.
Più punti interrogativi, critiche, scricchiolii di certezze emergono, più efficace sarà stato il nostro contributo. Un primo campo in cui si riverseranno le nostre conversazioni sarà la progettazione e la realizzazione delle panchine rosse, che dovranno parlare, portare un messaggio che dovrà raggiungere tutti e tutte, per testimoniare e segnare un impegno collettivo contro la violenza contro le donne, in quanto donne. Ed è proprio a partire dalle basi e dalla condivisione dei termini, dei loro significati, dal riportare ciascun tassello al proprio posto per poter avere un quadro il più possibile reale e concreto di tutto ciò che sta alla base dei fenomeni di discriminazione e di violenza di genere.
Capita di dover costruire da zero, oppure di dover rimuovere insieme a loro un pulviscolo fatto di pregiudizi che si sono sedimentati tra infanzia e adolescenza, esperienze di vita che hanno forgiato già percezioni e punti di vista, non sempre scevri da stereotipi o inciampi culturali. Ecco che attraverso la narrazione di episodi ed eventi che hanno attraversato la storia delle donne, in tempi più o meno recenti, cerchiamo di far cogliere ai ragazzi e alle ragazze il lungo cammino dei diritti, verso una sempre maggiore uguaglianza sostanziale di genere, una parità che è ancora lungi dall’essere raggiunta e per la quale è necessario dedicare un impegno comune, attraverso un passaggio di testimone tra generazioni.
Spesso portare a loro conoscenza le storie e le testimonianze di donne come Franca Viola sono determinanti per scoprire da dove nascono i cambiamenti legislativi e come si è arrivati ad affermare principi che oggi diamo per scontati. Desideriamo trasmettere, attraverso la nostra attività di volontariato gratuito, ciò che il femminismo ha rappresentato e rappresenta per tante generazioni di donne. Uscire dalla bolla e prendere consapevolezza di sé, come individui e come collettività: noi cerchiamo semplicemente di donare loro la scintilla di innesco.
Simona Sforza e Carla Rizzi per Alida – Associazione Libere Donne Attive
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Lettera aperta a un militante democratico

“Cancella il verbo che non è adatto. La mamma: cucina, stira, tramonta”. E i papà? Sempre secondo questo esercizio di un libro di seconda elementare dovrebbero leggere e lavorare, l’intruso è il verbo “gracida”.
Un tipico esempio di residui di una mentalità e di stereotipi che non sono mai del tutto tramontati, né accantonati, né superati, e i libri di testo spesso fanno ancora fatica ad “aggiornare” esercizi e cultura che esprimono. I libri sono un po’ lo specchio di una sorta di consuetudine nel continuare a pensare in modo schematico ai ruoli di genere, tramandando e sostenendo materiale culturale che non fa altro che reiterare le discriminazioni e gli incasellamenti. Diciamo che su più piani e livelli la situazione rischia di restare intrappolata in una sorta di revival nostalgico.
A tal proposito mi hanno segnalato alcuni commenti a riguardo del post che segnalava l’esercizio dal sapore “antico”, anch’essi usciti da una cristalliera di fine ottocento. Il che è frequente, in rete, se non si trattasse di un iscritto a un circolo della zona di cui io sono la coordinatrice delle democratiche. Ebbene, mi sono resa conto, che mentre giro le scuole con un progetto sul contrasto di stereotipi e violenza di genere, in un contesto a me vicino, in cui si auspicherebbe una consapevolezza e una sensibilità maggiori, sussistono ancora retaggi culturali che non vanno nella giusta direzione e non sono per nulla coerenti con la militanza in un partito progressista.
Un giovane democratico asserisce così: “Cosa c’è di così scandaloso? È molto più scandalosa la donna che nega le sue attitudini.” e poi aggiunge: “la donna di oggi in molti casi ha perso la sua femminilità inseguendo una uniformità con l’uomo che non le appartiene. Non perché sia inferiore, ma perché è diversa. Sveglia donne, non siete come gli uomini (e per fortuna ..).?” e “le donne non lavorano come gli uomini . Sono diverse.”
Allora mi chiedo quali siano le “attitudini” di una donna? Siamo al biologismo? E in cosa consisterebbe di grazia la femminilità di una donna?
Le donne “nascerebbero” predisposte per cucinare, stirare, pulire casa, svolgere compiti di cura. Desumo quindi che alla nascita veniamo dotate di asse e ferro da stiro, il cervello sviluppa sinapsi speciali, in pratica siamo dotate di caratteristiche fisiologiche che spiegherebbero perché come è noto a tutte le donne, partorire femmine è assai più difficoltoso e doloroso… con tutta questa strumentazione a corredo, lo credo! Un po’ di ironia concedetemela. Una strumentazione “naturale”, per inclinazioni “naturali”, per adempiere a ruoli, funzioni naturalmente ascritte alle donne, per secoli, perché mutarle? Ruoli uniformati e ben distinti sulla base del sesso biologico, un ragionamento buono tutt’al più per un’epoca pre-Olympe de Gouges. Anche Olympe incitava le donne a svegliarsi ma per prendere consapevolezza dei propri diritti, fino ad allora negati, le cui esistenze erano legate e limitate da tante “catene”, pregiudizi e discriminazioni. “Uomo, sei tu capace di essere giusto? Chi ti pone questa domanda è una donna: questo diritto, almeno, non glielo toglierai. Dimmi. Chi ti ha dato il potere sovrano di opprimere il mio sesso? la tua forza? le tue capacità?”
In tutta questa pappa tra diversità e uniformità, alla fine si sente puzza di muffa. Questo giovane uomo ci sta suggerendo: “ognuno/a stia/torni al proprio posto”. Per il nostro bene, si badi bene, ci offre pure un suggerimento, “sveglia donne”, il sessista benevolo. Perché non sia mai che ci convincessimo troppo e per davvero di avere dei diritti e ci ostinassimo a lottare per quella cosetta scritta in Costituzione, chiamata uguaglianza. Donne, lasciate perdere quella roba folle della parità di opportunità, di aspirazioni, di poter scegliere cosa è meglio per voi stesse o di cosa volete occuparvi. Noi donne non lavoriamo come gli uomini: mi si spieghi il concetto.
Qualche delucidazione la ravvisiamo nella frase:
“la donna ha caratteristiche tendenzialmente diverse dall’uomo grazie alle quali può differenziarsi tutelando la propria femminilità.”
Cioè c’è un ben preciso e codificato modo di essere donna, caratteristiche ben definite, mica a caso, a scelta, per avere il bollino di donna 100%. Ci manca il decalogo della donna DOC e siamo a posto. E di grazia, siamo ancora alle gabbie di genere, siamo ancora alla figura di angelo del focolare. Poi mi si dice che sono troppo radicale, ma quando leggo certe argomentazioni mi rendo conto che il patriarcato e le sue strutture ideologiche sono ancora talmente radicate e floride che ci vorranno ancora generazioni e decenni di lavoro per superare questo armamentario. Desumo altresì che il giovane democratico consideri tutto l’immenso lavoro compiuto dalle diverse ondate del femminismo un enorme danno, la distruzione di un equilibrio a cui il nostalgico militante appare molto affezionato. A questo punto potrebbe tornare utile una lettura collettiva de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Mi offro di regalargli una copia e a questo punto è necessario che io organizzi un laboratorio ad hoc per gli e le iscritti/e della mia zona.
Una ulteriore testimonianza di quanto lavoro c’è ancora da compiere per liberarci da questi fardelli del patriarcato e di quanto trasversale siano i germi di questa cultura.

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Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Noi stiamo con #ledonnediormea


“Ad Ormea i rifugiati sono una risorsa (ha detto il sig. Sindaco) lo possono testimoniare alcune troie del posto che hanno usufruito di queste risorse. Sarebbe utile che l’amministrazione comunale chiedesse al prefetto l’invio di diverse rifugiate (massimo trent’anni) così anche i mariti beneficerebbero di suddette risorse”.
Questo riportava la scritta su un foglio consegnato a Salvini due anni fa (26 novembre 2016) in campagna elettorale, mentre si trovava a Mondovì (Cuneo). Salvini non solo ci ride su di gusto ma aggiunge convinto: “sono una risorsa per la prostituzione”, assecondando quindi le insinuazioni gratuite, becere e volgari del cartello. Accanto a lui tante persone, compresa una donna che, pur di farsi fotografare con il Capitano, è capace pure di passare sopra come uno schiacciasassi alla grave offesa sessista rivolta ad altre donne. Il tutto, all’indomani del 25 novembre, il che la dice lunga sull’impegno del Ministro contro la violenza sulle donne. Per provare dal vivo le nostre stesse sensazioni di costernazione e rabbia basta visionare il video, da cui è stato estrapolato il frame in questione, dal minuto 15.40 circa.
Il tutto è rispuntato l’altro giorno, dopo un post dello scrittore, politico ed ex magistrato italiano, Gianrico Carofiglio. Apprendiamo come lo scatto che sta girando fosse rimasto nel cellulare di un abitante di Ormea, che in questi giorni lo ha tirato fuori per vantarsene in alcuni gruppi WhatsApp del territorio. Questo video e il selfie sono utili per ricordarci, caso mai l’avessimo involontariamente rimosso, chi abbiamo come Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana e per evidenziare come la Lega sia tuttora profondamente razzista.
Nulla cambia al riguardo e così, come qualche anno fa il bersaglio erano i meridionali ovvero i terroni tornati alla grande nel titolone di Libero, oggi sono i migranti. Si sa, son cose radicate o meglio cose che, specie in campagna elettorale, tornano sempre utili. Ha ragione Nicola Fratoianni che commenta: “Terroni e negri, è sempre quello il cruccio dei certa gente. Possono cambiare nome e sbraitare “prima gli italiani”, ma l’unico italiano che conoscono è quello che vive sopra il Po, è ricco e anche un po’ evasore. Razzisti incalliti.” Non c’è molto da aggiungere a commento della figura di Matteo Salvini, ancor prima che politico, rappresentante istituzionale e oggi ministro che ride e appoggia ciò che è riportato su quell’ignobile cartello. Svegliamoci al più presto, perché le idee sono sempre le stesse e i fatti sono pericolosamente diventati sempre più gravi. Su donne e rifugiati si sta compiendo una barbarie inaudita, un vilipendio dei valori di civiltà, di rispetto e dei diritti umani. Non possiamo ignorare quanto sta accadendo oppure mostrare solidarietà a corrente alternata. Per questo abbiamo deciso di prendere posizione e di manifestare la nostra solidarietà e vicinanza alle donne di Ormea, che non accettano l’abuso consumato a loro danno avanzando un’esplicita richiesta al ministro Salvini: “Caro ministro, siamo Donne e come tali chiediamo di essere rispettate. La nostra campagna è appena cominciata e non si fermerà qui finché non avremo le sue scuse ufficiali.”
Il minimo che possiamo fare è non lasciar passare nessuna di queste ignobili modalità di propaganda, che deturpano e infangano il nostro Paese tutto. Sottolineando che è una questione riguardante sia gli uomini che le donne che credono ancora nei diritti sanciti dalla Costituzione e che si ergono a tutela della dignità e dei diritti umani. Non dimenticheremo mai la bambola gonfiabile e tutte le altre uscite sessiste e misogine, connotanti nel passato più o meno recente il politico Matteo Salvini.
Non lasceremo passare nemmeno il richiamo all’altro cavallo di battaglia del Ministro che, a quanto pare, ha il tarlo di riaprire le case chiuse e di revisionare la legge Merlin. Tutto torna, soprattutto alla luce delle dichiarazioni dell’ex tesoriere della Lega sulle passate modalità di utilizzo dei fondi della Lega Nord. Oggi invece la difesa delle donne di “stirpe italica” e lo sfruttamento/stupro legalizzato delle migranti connotano un quadro e una mentalità che fanno venire i brividi. L’indignazione e il rifiuto categorico di questi meccanismi e metodi sessisti e razzisti deve portarci a rispedire al mittente questo martellamento che, come possiamo constatare, è partito da molto tempo e si è consumato in una sonnolenta indifferenza, sottovalutazione e assuefazione a una escalation di un siffatto tipo di linguaggio e comunicazione.
Poiché il Ministro adopera i social a piene mani, facciamo arrivare a lui e ai suoi sostenitori una risposta proprio a partire dai social, che mostri che noi saremo sempre dalla parte delle donne, dalla parte delle #ledonnediormea. Sosteniamole! Questo Paese merita certamente di meglio e diamo al proposito il nostro contributo dichiarandoci non disponibili a ridere sulla pelle delle donne e dei migranti.
VI RICORDIAMO CHE PER SOSTENERE L’INIZIATIVA DELLE DONNE DI ORMEA: condividete la vostra foto con un cartello e l’hashtag #ledonnediormea”, invitando i vostri contatti a fare altrettanto. Grazie!
Sono aperte sottoscrizioni e adesioni, entro lunedì 14.
Simona Sforza
Maddalena Robustelli
Silvia Rossini
Claudinha Labiwa
Rosa Di Matteo
Arianna Di Vitto
Paola Pieri
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Buon anno nuovo, rendiamolo nuovo per davvero!


Non possiamo, non dobbiamo permettere che sulle donne si continui a compiere il consueto armamentario colpevolizzante, giudicante. E’ ormai indubbio che l’autonomia e il rendersi indipendenti delle donne è tuttora indigesto, ogni giorno di più. Vari tentativi, su vari fronti, segnalano un lavorio più o meno sotterraneo per riportarci indietro, inducendo in noi stesse l’ipotesi di tornare sui nostri passi, scegliendo di tornare a seguire modelli e ruoli che il patriarcato ci ha dedicato. Vari segnali di un invito all’omologazione, al silenzio, alla riduzione al privato. Vari suggerimenti su come essere una buona donna, una buona madre, una buona lavoratrice, una buona moglie e compagna e via dicendo. Tutte deliziosamente impacchettate in attese, comportamenti, reazioni, emozioni. Tutte sotto il ricatto di molteplici mannaie. Tutte sotto una lente senza pietà che ci costringe a rientrare in determinati parametri e sentire, emotivamente impostate così come ci si attende che le donne siano, agiscano e pensino. Tutti pronti a bollarci, a incasellarci, a etichettarci. Ecco, il primo segnale del rispetto nei nostri confronti sarebbe proprio quello di smettere di giudicarci a fronte di un presunto e stereotipato “so come ti senti”, “ti converrebbe”, “ti fai del male da sola”, non sostituitevi a noi, nessuno/a lo può e deve fare, solo noi conosciamo la situazione che stiamo vivendo e nessun manuale o teoria potrà coglierci appieno, nessuno/a potrà comprendere cosa percepiamo e pensiamo, perché ogni donna, ogni storia, ogni circostanza è a sé, unica, specifica, vale a se stante. Nell’anno che ci siamo gettate alle spalle abbiamo dovuto sperimentare notevoli segnali regressivi, in cui sensi di colpa, rivittimizzazioni, violenze, argomentazioni medievali sui nostri corpi si sono moltiplicate. Linciaggi mediatici che hanno segnato il livello con cui ci si rapporta alle donne. Siamo a un passo dal rogo per coloro che non si uniformano o che non seguono i consigli di un patriarcato sempreverde e onnipresente. Siamo a un passo dal vederci mettere il bavaglio e dal ricacciare nella dimensione privata tante questioni. Siamo a un passo dall’essere fregate su molti aspetti. Siamo a un passo dall’essere spacciate anche per mano di tante donne che hanno abbracciato maschilismo e patriarcato. Siamo a un passo dall’abisso. Pillon e l’abuso PAS sono solo la punta dell’iceberg, le mozioni no choice pure. Sono il sintomo di quell’azione che negli anni non si è mai fermata e che ha contaminato la nostra cultura, già in partenza in balia di una mancanza di anticorpi e presidi a difesa di tanti diritti. Se oggi facciamo due chiacchiere in giro ci rendiamo conto di come certi tarli si siano affermati alla grande. Contano sul nostro silenzio, che non avranno. Le donne hanno bisogno di occasioni, spazi in cui potersi raccontare, parlare, confrontare e sentirsi ascoltate senza giudizi. Le donne hanno bisogno di poter essere ciò che desiderano, senza doversi costringere in parti preconfezionate e predeterminate. Siamo diversissime, siamo molteplici e questo va rispettato. Non accetteremo ulteriori violazioni o imposizioni. Buon anno nuovo, rendiamolo nuovo per davvero!

 

Vi consiglio questo video di Monica D’Ascenzo “Cosa imparano le ragazze correndo dietro una palla”.

Per riflettere insieme.

Non credo che il problema delle donne sia unicamente la scarsa propensione a provarci, a tirare quel calcio, a fare quel gesto, a proporci. Può accadere, certo, ma chiediamoci anche perché negli anni questo istinto svanisce e facciamo a meno di continuare a insistere. Possiamo imparare a farlo, essere incoraggiate, ma penso che alla fine c’è il confronto con la realtà che ci troviamo a vivere che pesa sulla nostra propensione a “tentare” in ogni caso, a nuotare controcorrente, a sovvertire il consueto. L’esperienza per le donne segna molto. Segna quando dopo un bel mucchio di tentativi ti rendi conto che ci sono altri fattori e che tu quel muro non potrai abbatterlo con le tue sole forze e volontà. La caparbietà spesso verrà vista come una stupida ostinazione, un non voler accettare il tuo rango e i tuoi confini di donna, non voler capire che il sistema adopera altri criteri di premialità e di selezione. Ed è bene conoscerlo, per riuscire a rinunciare ad essere idonea ad esso, a non omologarsi. Certo sarà molto dura, non produrrà alcun frutto, ma la nostra meta non è necessariamente raggiungere l’obiettivo, perché dobbiamo essere consapevoli che impegno non significa risultati positivi. Ci saranno altri meccanismi che prevarranno. Conosciamo il nostro Paese e non possiamo negare la struttura, cosa non ci consente di accedere alle pari opportunità di partenza. Ci saranno tante persone che ti spiegheranno paternalisticamente cosa c’è che non va nel tuo atteggiamento. Ma tu insisterai, perché non puoi farne a meno, perché tu a ciò che fai e al cambiamento che vuoi costruire ci tieni e ci credi. Io ci credo, nonostante tutto, io insisto nonostante tutto. Non me lo hanno insegnato, non ho fatto sport di gruppo, non ho avuto grandi incoraggiamenti, anzi. La vita però nelle sue curve e nei suoi inciampi mi ha plasmata e fatta diventare diversa. Ho imparato a stare anche in grandi gruppi, in ogni ambito. Il cambiare meccanismi e regole non è semplice.
L’incontro con il femminismo mi ha dato la percezione che si tratta di un lavoro certosino, goccia a goccia, giorno dopo giorno. Il femminismo mi ha dato i mezzi per poter insistere e provare a cambiare.
Non ci sono risultati scontati, ma almeno del nostro cammino non dovremo essere debitrici e subordinate a nessuno.
Diffondiamo il femminismo e qualcosa di buono ne verrà fuori sicuramente.
Un’ultima cosa, insegniamo ai futuri adulti a cavarsela da soli, senza cercare continuamente strade privilegiate e più agevoli, senza ricorrere a mezzucci per scavalcare gli ostacoli, anche a danno degli altri, per ottenere benefici. Ne gioverà l’intera comunità, avremo meno prepotenti con il senso di onnipotenza e di impunità. Costruiamo parità, questo Paese ha bisogno di meno furbetti/e e più capacità di creare modalità nuove di relazione e di azione. Il sistema intriso di cultura patriarcale (con tutte le sue ramificazioni e implicazioni) è il vero problema.

 

Quest’anno saranno 40. Mi piace guardare a quel 1979 e pensare che sono figlia di un decennio eccezionale. 

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Laura siamo noi. La forza di una donna, di una madre.

27 dicembre 2018

Inizio a pensare in modo sempre più convinto che delle donne, delle madri e dei loro figli in questo Paese non interessa a nessuno. Lo dico soprattutto a chi si occupa di politica istituzionale, chi siede nelle istituzioni, chi milita nei partiti e si riempie la bocca ogni giorno di questioni femminili, di rosa e di belletti. Il problema è qui sotto i nostri occhi e continuate a non volerlo vedere. Il silenzio è evidente, ho scritto e postato appelli dappertutto e non è solo una questione di Natale. Che serve essere militante se poi nemmeno riesco a ricevere uno straccio di risposta? Ve lo ripeto, è una vergogna ciò che si sta consumando sulla pelle di Laura, di suo figlio e di tutte le madri nella stessa condizione. E voi cosa vi affannate a fare a inscenare la pantomima attorno al 25 novembre? Ciò che il 25 novembre rappresenta è davanti alle nostre porte di casa ogni giorno. E ci dovete dare una risposta, dovete ascoltare ciò che questa donna continua a raccontare, le sue richieste di aiuto non possono cadere nel vuoto, occorre intervenire ora prima che sia compiuto qualcosa di grave ed estremamente dannoso. Non possiamo sempre agire sulle emergenze, né possiamo pensare che tutto ricada sulle spalle dei singoli, quando c’è una responsabilità plurima, pubblica, politica, collettiva se si giungerà all’allontanamento coatto. Tutto avviene nei nostri tribunali e ci appare incomprensibile come si possa sulla base di una valutazione di una CTU intrisa di cultura pasista, mettere a rischio il futuro, il benessere e l’equilibrio di due persone. Anziché badare ai macrosistemi, muovete tutti gli ingranaggi che potete muovere. Fate qualcosa, intervenite! Rispondete alle sollecitazioni! Cosa serve andare in piazza a manifestare contro il ddl Pillon se poi nei casi concreti non ci siete????!!!!


Scrivo ciò che da settimane sta riempendo i miei pensieri. Da un lato la vicenda di Laura Massaro e di suo figlio mi fa pensare a quanto può essere spietato un sistema che arriva a dare valore a teorie del tutto infondate scientificamente pur di colpire le donne, di sottrarre loro la parte più preziosa della propria esistenza, un figlio, senza valutare bene nel merito né quanto denunciato da Laura, né quanto ribadito dall’assistente sociale, né soprattutto dando ascolto alla parte più sensibile, un bambino che da 6 anni è in balia di un iter giudiziario, avvocati, psicologiche, assistenti sociali.
Un bambino che sta bene nel suo attuale ambiente familiare, che a detta delle insegnanti è sereno e equilibrato sotto ogni punto di vista. Impensabile concepire di allontanarlo da sua madre e da un contesto in cui lui vive bene e cresce circondato da tanto affetto.

Dall’altro c’è il silenzio attorno a questa vicenda, che al di là di soggetti che stanno dando pieno sostegno a Laura, non vede risposte da quei livelli e da quegli ambiti che davvero potrebbero rappresentare e fare la differenza.

Perché qui è in gioco il futuro non solo di Laura, ma di un bambino che rischia a breve di essere soggetto a “prelevamento coatto” per essere portato in una casa famiglia, per un periodo di tempo transitorio e poi di essere affidato al padre in via esclusiva, come disposto dalla ultima Ctu (chiesta dal padre) su basi inconsistenti, che accusa Laura di grave alienazione genitoriale. Siamo ancora qui, giriamo attorno non solo a una valutazione sbagliata, ma che si poggia su presupposti teorici sbagliati, che in un sistema sano, civile non dovrebbero nemmeno poter essere proposti.

Siamo qui, sul ciglio di un provvedimento che pesa come una spada di Damocle su due vite e che rischia di lasciare un segno permanente se nessuno deciderà di intervenire.

Mi affido alla capacità e alla volontà di chi può farlo nelle sedi opportune e preposte.

Mi affido a un barlume di buon senso che affiori nelle coscienze di chi ha in mano questa situazione. Mi affido che si comprenda quanto male può fare un allontanamento siffatto. Personalmente la vedo come una violazione dei diritti umani.

Una donna che pur denunciando violenze psicologiche e atteggiamenti “persecutori” da parte del suo ex, riceve in risposta una valutazione che le getta addosso colpe inesistenti e infondate, attuando un disegno rivittimizzante e colpevolizzante. Laura è seguita da oltre un anno da un centro antiviolenza la cui relazione è stata messa agli atti ed è stata anche fornita alla Ctu, che però ha ritenuto di non considerarla affatto.

Tutta una serie di testimonianze, atti, fattori che avrebbero potuto ricostruire adeguatamente e più conformemente alla realtà i fatti, sembra che non siano stati ritenuti rilevanti in corso di valutazione.

Chiedo un aiuto per Laura e suo figlio, che sono in una situazione ogni giorno più grave, date loro una mano affinché la relazione della Ctu sia fermata, che nessuno intervenga ad allontanare il bambino da sua madre!

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E basta con Sfera Ebbasta


LETTERA APERTA
Alla spett.le attenzione del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e del Sottosegretario con delega alle Pari Opportunità e Giovani Vincenzo Spadafora
Vi scriviamo in un momento in cui assistiamo al riemergere di nuove polemiche in merito a brani musicali contenenti messaggi e linguaggio sessisti, dove le donne sono rappresentate in modo degradante e i contenuti fanno da substrato a comportamenti violenti e misogini, giustificando abusi e oggettivazioni delle donne e una sorta di modello maschile dominante e prevaricatore. Sfera Ebbasta giunge dopo altri artisti che si erano distinti sempre per questo tipo di prodotto musicale, tra i quali i rapper Skioffi e Emis Killa, ragione per cui oggi torniamo a sollecitare un intervento del Ministero dell’Istruzione e del Dipartimento P.O, come d’altronde avevamo già fatto l’anno scorso.
Non crediamo assolutamente nei benefici di una censura, che non ha mai funzionato. Piuttosto è ormai indifferibile e urgente lavorare affinché i fruitori, spesso giovanissimi, di questi prodotti e contenuti provenienti dalla musica e da più media siano in grado di decodificarne il senso, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, per capirne il significato ed elaborare un’opinione al riguardo.
Mettere gli adolescenti nelle condizioni di sviluppare il proprio pensiero critico su testi musicali di tal genere diventerebbe una sorta di cassetta per gli attrezzi utile non solo in caso di sessismo.
Per questo motivo torniamo a chiedere una progettazione sistematica nelle scuole di ogni ordine e grado, volta a proporre un’educazione alla parità tra i sessi, a tentare di prevenire la violenza di genere e tutte le discriminazioni, a consentire relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità e a contrastare gli stereotipi ed il linguaggio sessista.
Una siffatta progettazione ci appare l’unico, vero, strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, o quanto meno una riflessione, idonea a coinvolgere anche genitori e insegnanti. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a considerare normali certi comportamenti, perché la Storia ci insegna che i passi in avanti possono farsi. Come è successo, per esempio, abolendo il delitto d’onore, nonché il matrimonio riparatore, e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone, condannandoci ad un’impotenza senza via d’uscita.
Prendere posizione contro espressioni a carattere profondamente sessista non è una questione di cui si debbano occupare solo le femministe e le associazioni femminili. Non è questa la chiave univoca, perché non è esclusivamente materia da donne, ma riguarda sia uomini che donne perché intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi. Quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo, ma non lo è, soprattutto per le giovani generazioni prive di strumenti idonei al proposito.
C’è un effettivo bisogno di intraprendere un percorso di rinnovamento nella cultura che sappia diffondere una specifica consapevolezza, composta da tutti gli anticorpi necessari per costruire una società più equa e paritaria, in cui non vi sia più alcuno spazio per discriminazioni e violenza di genere.
Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma luoghi capaci di accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia in grado di contemplare rispetto e valorizzare le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.
È urgente lavorare oggi in modo capillare, per non ritrovarsi domani con la stessa situazione attuale, in cui gli stereotipi insistono gravemente nelle relazioni e nei ruoli, nelle aspettative su uomini e donne, rischiando conseguentemente di alimentare gabbie e comportamenti violenti. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie. Diversamente la violenza si radica sin da adolescenti perché viene a mancare una cultura del rispetto.
Fondamentale diventa allora il ruolo delle istituzioni scolastiche, che dovrebbero riconoscere l’importanza di comprendere cosa ci sia alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani. Per mirare bene gli interventi educativi, per far maturare in loro uno sguardo nuovo, per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti, su cui difficilmente nel prosieguo potrebbero porsi degli argini.
Simona Sforza
Maddalena Robustelli
Carla Rizzi
Donatella Caione
Robyn Lilith Kintsugi
Paola Gualano
Francesca Cau
Ketty Salaris
Roberta Schiralli
Paola Paladini
Silvia Rossini
Chiara Moradei
Chiara Zanotto
Helga Sirchia
Luisa Vicinelli
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Questo non è amore. Una riflessione a proposito dei dati sui femminicidi


La donna deve essere al centro di prassi fondate sulla capacità di ascolto e di sostegno concreto, soprattutto ci auguriamo che la rete tra pubblico e privato funzioni sempre meglio e arrivi ad aiutare sempre più donne.

A pochi giorni dallo scorso 25 novembre, alla presenza del Capo della Polizia Franco Gabrielli,  è stata presentata la seconda edizione della pubblicazione che porta il nome della campagna della Polizia di Stato, “Questo non è amore”, frutto della strategia della Direzione Centrale Anticrimine, guidata dal Prefetto Vittorio Rizzi, in materia di contrasto alla violenza contro le donne. Tale documento serve a fare il punto sui dati in materia di violenza di genere in possesso delle forze di polizia, sugli strumenti a disposizione delle donne per difendersi, sulle iniziative d´informazione e sulla strategia della Polizia di Stato.

Per quanto riguarda i dati, si registra per i primi nove mesi del 2018 una diminuzione degli omicidi volontari del 19% (da 286 a 231 morti), una conferma di un trend già registrato negli ultimi 10 anni: a fronte di questa flessione per gli omicidi di uomini, che diminuiscono del 28%, il numero delle donne uccise cala solo di 3 unità (da 97 a 94 casi).

Riporto uno stralcio del comunicato che fa riferimento al femminicidio:

“(termine non giuridico, ma di uso comune) è una sottocategoria in cui rientrano solo i casi di uccisione di una donna da parte di un uomo proprio in quanto donna, come atto estremo di prevaricazione e superiorità.

Comunemente si pensa che il femminicidio sia l´omicidio avvenuto in ambito familiare o affettivo e, infatti, il 78% delle uccisioni di donne avvengono tra le mura domestiche.

Non tutti gli omicidi di donne in ambito familiare o affettivo sono, però, da considerare femminicidi, nel senso di uccisioni di donne in ragione del proprio genere. Dei 94 omicidi di donne dei primi nove mesi del 2018, 73 si sono verificati in ambito familiare, ma l´esame puntuale di tutte le drammatiche dinamiche che hanno condotto all´uccisione evidenzia che solo in 32 casi si possa propriamente parlare di femminicidio, dovendosi escludere i casi in cui, ad esempio, il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza, il fratello ammazza la sorella per motivi economici o il nipote uccide la nonna per l´eredità. Sono stati analizzati anche quei casi in cui il femminicidio ha provocato altre vittime innocenti, come il caso in cui il marito uccide la moglie, ma poi non si ferma e ammazza anche i figli.”

datidati2A questo punto, ci sembra opportuno porre qualche domanda, compiere una riflessione, perché altrimenti si corre il rischio di appiattire tutto sulla base di numeri e di definizioni, perdendo di vista l’ampiezza dello spettro del fenomeno violenza e in particolare dei femminicidi.

La Polizia pur rilevando in un primo tempo che il femminicidio sia “l’uccisione di donne e bambine a causa del loro genere”, in seguito per censire il numero di casi adopera di fatto una definizione simile a quella “statistica” che ritroviamo sul sito Eige: “L’uccisione di una donna da parte di un partner intimo e la morte di una donna come risultato di azioni dannose per lei. Si può definire partner intimo un ex coniuge, un coniuge o un partner fisso, indipendentemente dal fatto che l’omicida abbia condiviso o condivida la stessa residenza della vittima.”

Eppure, il termine femminicidio, dallo spagnolo feminicidio, racchiude un significato molto più complesso, comprendendo soprattutto gli aspetti sociologici della violenza e le implicazioni politico-sociali del fenomeno. È necessario ricordare come lo adoperasse per prima  l’antropologa messicana Marcela Lagarde per evidenziare la drammatica situazione vissuta dalle donne in Messico, in particolare nella zona di Ciudad Juárez.

Per Marcela Lagarde il femminicidio rappresenta:

“la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”.

E aggiunge:

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un ciclo della violenza. “In questo senso, il femminicidio individua una responsabilità sociale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna occupa una posizione di subordinazione, divenendo soggetto discriminabile, violabile, uccidibile. Sul piano dei comportamenti individuali, il femminicidio può essere visto come la massima espressione del potere e del controllo dell’uomo sulla donna, l’estremizzazione di condotte misogine e discriminatorie fondate sulla disuguaglianza di genere.”

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Quindi ci aspetteremmo che si considerassero appieno certe dimensioni, il contesto e livelli di lettura di tali uccisioni di donne da parte di uomini, per riuscire a ricomprendere tutte le violenze e le discriminazioni legate al genere, che colpiscono la donna nella sua sfera fisica, psicologica e sociale.

In Italia molti soggetti si sono occupati negli anni di monitorare i femminicidi, redigendo report specifici: Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna, UDI Monteverde, In quanto donna, Corriere della Sera. Ma se i dati ufficiali vengono forniti dalla Polizia di Stato, che come abbiamo letto applica dei criteri di selezione che rischiano di escludere tanti casi di femminicidi che invece per altri soggetti e in base ad altri fattori lo sono pienamente, se le basi per pianificare interventi e politiche ad hoc fossero solo queste, quale potrebbe essere il risultato? Il vero problema è innanzitutto avere dei criteri univoci, condivisi a livello ufficiale, che possano essere adoperati per un’analisi e un report puntuale su questo fenomeno. Il pericolo è che si sottostimi e si sottovaluti ciò che accade, se non se ne comprende la complessità.

Occorre creare un organismo, meglio se interno al Dipartimento per le Pari Opportunità, che si occupi di questo tipo di rilevazione e soprattutto codifichi un metodo di analisi e di selezione dei dati, delle fonti, dei criteri. Inoltre, si potrebbe iniziare a ipotizzare di varare una verifica su cosa non ha funzionato in ciascun caso di femminicidio, per comprendere aspetti comuni, cosa non ha funzionato nelle azioni volte a proteggere le vittime, eventuali carenze nei servizi, sottovalutazioni del rischio, raccolta di spunti di miglioramento e perfezionamento degli strumenti in campo e a disposizione sul territorio.

Magari seguendo la procedura adottata in Gran Bretagna: “Nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?”

CONTINUA A LEGGERE SU DOL’S MAGAZINE…

Articolo pubblicato anche su Noi Donne qui.

Grazie a Maddalena Robustelli per aver condiviso con me le riflessioni e la scrittura di questo articolo.

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Quando ci troviamo senza gli strumenti per avviare un confronto e un’analisi nel merito


Il sessismo

Il sessismo permea ogni aspetto, luogo, contesto, ambito, dalla vita privata al lavoro, non è mai giustificato, ma qualcosa di adoperato quotidianamente in modo più o meno evidente, ostile, esplicito, per ripristinare l’ordine patriarcale, costruendo e alimentando una inferiorità della donna, la sua sottomissione, facendo da sponda a violenza e abusi, sfruttamento e oggettivazione. In pratica, conservare dominio e controllo sulle donne, tramandando e confermando la cultura patriarcale. Il sessismo, parte del bagaglio misogino, non è qualcosa di innocuo, ma è altamente dannoso per la sua capacità di penetrare nella mentalità e nel pensiero di chi lo assorbe, costruisce stereotipi che impediscono un ragionamento scevro da condizionamenti e pregiudizi, in questo caso maschilisti.

In questi giorni ho riflettuto molto sull’ultimo caso di Sfera Ebbasta, sui testi trap, rap, la musica. Mi sono data il tempo per ascoltare e per elaborare. E mi sono posta molte domande, a cui devo dire non ho trovato risposte certe. Posso solo tentare un ragionamento, un’analisi e proporle perché dal confronto possa nascere un dibattito, compiendo un passo in avanti, scorgendo sfumature che nelle contrapposizioni del bianco/nero non sono facili da trovare.

E le femministe?

Immancabile, direi. Questo articolo richiama le femministe, e già su questo dovrebbe accendersi una lampadina. Gli uomini ci spiegano le cose e ci suggeriscono anche su cosa, perché, quando e come mobilitarci, indignarci e prendere posizione. Si chiama mansplaining, che va a braccetto con il paternalismo. E no, troppo facile, soprattutto perché non è roba da donne, ma è una questione che riguarda sia uomini che donne, intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi, quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo ma non lo è. Per un approfondimento rimando all’ottimo articolo di Donatella Caione che su questi temi è attiva da anni.

Detto questo, il sessismo è pane quotidiano essenzialmente perché è il modo di agire più semplice e immediato per ristabilire una gerarchia, un gradino, per svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto, silenziare e per annichilire, anche per poter riaffermare l’inferiorità delle donne, all’occorrenza, qualora mai si pensasse di aver raggiunto parità e uguaglianza. Una questione insanata, tuttora aperta, se pensiamo ai fiumi di riflessioni femministe a partire da Simone de Beauvoir, per giungere al prezioso lavoro di Chiara Volpato in Deumanizzazione. Come si legittima la violenza e Psicosociologia del maschilismo. Pensare che sia solo un problema di rap/trap o di un genere musicale sarebbe assai riduttivo, semplicistico, quando in effetti è solo un pezzo del puzzle, basta leggere i giornali e guardare nel nostro quotidiano, le pubblicità, per accorgersi quanto diffuso sia questo mal-vezzo. Politici e rappresentanti istituzionali partecipano numerosi a questa affermata consuetudine. Tassello dopo tassello, goccia a goccia lo stillicidio scava e crea voragini grandi come grand canyon culturali. Una sorta di erosione mentale, da cui è complicato uscire.

Censura? Quali interventi?

Il primo vero enorme problema non è pensare di censurare, che sappiamo non ha mai funzionato, ma come lavorare affinché i fruitori di questi prodotti e contenuti, che provengono da più parti, siano in grado di decodificarne il senso, sezionarlo, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, elaborare un’opinione e capirne il significato, ovvero tutto ciò che compone il pensiero critico. Una cassetta per gli attrezzi che torna utile non solo in caso di sessismo. Per questo un’educazione di genere, alle differenze, a relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità, al contrasto degli stereotipi e linguaggio sessisti, ci appare l’unico vero strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, quanto meno una riflessione. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Altrimenti saremmo sempre fermi a considerare normali certi comportamenti. Invece le cose cambiano e in tanti aspetti si sono fatti passi in avanti, per esempio abolendo il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Evitiamo di applicare il solito metodo di di mettere sotto il tappeto le questioni, liquidandole come roba da bacchettone femministe che non comprendono l’arte. Non si tratta di questo e ancora una volta si tratta di un invito a non sottovalutare e ragionarci almeno un po’. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone. Come dire, chiudiamo qui la faccenda perché sull’arte non si discute, nulla di più sbagliato, perché l’arte e i fenomeni stessi ci spingono a far emergere elementi, generando una dialettica che possa produrre anche cambiamento.

Purtroppo sempre vero e attuale ciò che dicevamo l’anno scorso a proposito del brano Yolandi di Skioffi:

“Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.

Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.

Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.”

Al momento questo tipo di interventi restano a macchia di leopardo, non sono sistematici, anzi c’è chi li ostacola con forza, ed è proprio questo il punto. So bene, per esperienza diretta, quanto bisogno c’è di diffondere questo tipo di esperienze, quanto bisogno di confronto e di approfondimento c’è tra i ragazzi e le ragazze e quanto arricchimento reciproco si sprigiona quando si propongono certi percorsi.

Il sessismo, la violenza, la trasgressione

La trasgressione è qualcosa di naturale e alimento irrinunciabile dalla pre-adolescenza in poi. Una fase per misurare i propri limiti, conoscersi, esplorare, formarsi. Ci siamo passati/e tutti/e, con varie declinazioni e zig zag. Conosciamo e ricordiamo tutto quello che rappresenta quel senso del “proibito”, sconosciuto limite da superare ad ogni costo. Quindi non è possibile farne una questione di scontro generazionale, di adulti che non comprendono le nuove generazioni. Non possiamo nemmeno farne un elemento distintivo legato al nostro tempo attuale. Perché sappiamo che così non è. Dobbiamo però tener conto del rischio normalizzazione, emulazione della violenza e dei comportamenti veicolati, in totale assenza di mezzi e strumenti di decodifica e contestualizzazione.

Il disagio. La presa di coscienza

Esistono brani della storia del rock che raccontano disagio, rabbia, depressione, dolore e riescono a esprimerlo attraverso figure, metafore, non solo attraverso un linguaggio esplicito. Narrare una storia non è mai semplice, è una dote, un talento, qualcosa di speciale. Ecco ci sono modalità differenti che riescono a parlare del medesimo tema ma a proporlo in termini tali da attivare la riflessione. Non si intende fare una valutazione del livello artistico, semplicemente sarebbe bello educare all’ascolto e a scavare nei testi, proponendo un lavoro critico a riguardo. Un po’ come entrare in un romanzo, fare letteratura. Ricordo il metodo di insegnamento della mia insegnante di inglese delle superiori, per cui i brani musicali erano parte del percorso, al pari di una poesia, di un testo teatrale o del romanzo. Si può fare, anzi è un modo per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze, entrare in un mondo a loro più in sintonia. Ma occorre saperlo fare, senza alcuna presunzione e restando “in ascolto”. L’autore dell’articolo sopra citato sul Il Fatto Quotidiano, Fabrizio Basciano, musicologo, musicista, docente potrebbe iniziare ad occuparsi di questo, anziché chiedersi in modo retorico cosa fanno le femministe a riguardo.

Responsabilità. Mercato, produttori, industria discografica, domanda e offerta

Per Federica Sciarelli, Sfera Ebbasta non ha responsabilità per quanto accaduto a Corinaldo, però, a suo parere andrebbe fatta una seria riflessione sui messaggi che veicola con le proprie canzoni. Ma a questo punto occorre allargare lo sguardo. Riprendo le argomentazioni del rapper Kento: “la fruizione della musica è cambiata più negli ultimi 15 anni che nei precedenti 150 e ovviamente l’industria non può non tenerne conto. Un esempio per tutti: sono sempre più rari i contratti discografici che comprendano solo l’elemento discografico e i concerti e non anche il merchandising e i diritti d’immagine in generale. Il prodotto è l’artista, non più la musica. Ecco la gara all’estremizzazione del look, dell’attitudine, in un certo senso anche dei testi.”

In questo c’è chiaramente un richiamo a una responsabilità più vasta, che tira in ballo direttamente un elemento che traina tutto: il mercato e ciò che crea business. Un moloch al quale tutto diventa sacrificabile, subordinabile.

E Kento suggerisce: “Un altro filo conduttore abbastanza discutibile tra la trap e una parte del rap classico è certo machismo e sessismo ostentato del quale, a 45 anni dalla nascita del movimento Hip-Hop, potremmo forse cominciare a fare serenamente a meno.” Non è un’impresa semplice, deve partire dai soggetti interessati questo farne a meno. Ma chiaramente domanda e offerta si influenzano a vicenda, i gusti stessi sono qualcosa di raramente spontaneo. E il potere degli artisti per poter prendere le distanze da una industria discografica che continua a investire in questo senso non è poi così forte.

Tra l’altro NUDM alcuni mesi fa aveva redatto un manifesto antisessista, proprio mettendo in connessione sessismo e hip hop/rap: “non un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare.”


Insomma, la strada non ha soluzioni semplici e immediate. Né possiamo cucirci la bocca perché si tratta di arte o invocando la libertà di espressione.

Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma che sappiano accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia, che contempli rispetto e valorizzi le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.

Concludo, ragionando su quanto accade sempre più frequentemente negli ultimi tempi: attacchi verbali e fisici nei confronti di donne con ruoli istituzionali. Un effetto del clima d’odio che purtroppo viene alimentato anziché arginato. Dimostra quanto vasta e diffusa sia l’abitudine alla prevaricazione e a colpire le donne, una violenza che non deve trovare più sponde e che va stigmatizzata sempre. Siamo immersi in un clima pesante, difficile, ostile, e ad essere uno dei bersagli privilegiati sono ancora una volta le donne, soprattutto se libere e portatrici di valori e contenuti positivi e progressisti. Si deve andare avanti con coraggio e perseveranza nella costruzione di una società priva di violenza e intolleranza, ma è una cosa che riguarda tutti/e noi nel quotidiano, nessun ambito può essere escluso.

Per approfondimento:

http://www.lascuoladellemamme.net/node/5052

https://francescoprisco.blog.ilsole24ore.com/2018/05/18/sciroppo-babbuini-e-sessismo-la-trap-fatta-a-pezzi-dal-rapper-vecchia-scuola/

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Di femminismo e di autodeterminazione

Particolare del manifesto
8 marzo dei due no – 1981 – Fonte https://archiviodigitale.udinazionale.org/1981/03/08/8-marzo-dei-due-no/


Riprendo in mano il libro indagine di Elvira Banotti “La sfida femminile. Maternità e aborto”, 1971. Un testo che contribuisce a darci un quadro del prima del 1978, anno dell’approvazione della legge 194, della legalizzazione dell’aborto in Italia. Un lavoro che oltre ad accogliere i racconti delle esperienze delle donne, ci offre alcuni spunti di riflessione sui motivi di tanta ostilità tuttora presenti nella nostra società, volti a restringere il campo di applicazione della legge, volti a ostacolare il percorso delle donne. Ogni tanto fa bene tornare indietro per poter avere più strumenti per leggere e dare senso a ciò che avviene oggi.

Si pongono alcuni interrogativi, funzionali a discutere in un campo specifico: la maternità.

“Il diritto di realizzare la maternità può o non può essere iscritto tra i diritti personalissimi? Esiste per ora in questa materia “lesione” delle facoltà della donna?

Se il diritto non ha mai accolto la piena facoltà della donna a disporre del proprio corpo, ciò dipende dai rapporti di forza finora esistenti tra la comunità maschile e quella femminile. Tuttavia, se si tien conto che lo Stato è un’organizzazione titolare di poteri oggettivi e non di diritti, mentre la persona è titolare di diritti e poteri soggettivi, non potrà non essere chiaro che nel nostro caso dobbiamo appunto tentare di ridurre e abolire lo spazio di potere dello Stato per far posto all’autonomia della donna, ristabilendo la preminenza del contenuto individuale nella maternità. Peraltro, non è solo nella eliminazione di questo assurdo ostacolo del divieto di aborto che si deve discutere, ma delle libertà compromesse della donna. Siccome la maternità è ancora fissata e regolata su una vasta scala di valori oggettivi (in conflitto con i valori soggettivi che la donna cerca) il relegamento della procreazione tra i “fenomeni naturali” ha prodotto uno strano sistema di corrispondenze: concepita come qualità impersonale della donna, la filiazione viene sottratta ed estraniata dalle sue proprie esigenze diventando così esperienza oggettiva. Tuttavia, la strumentalizzazione a cui la donna è costretta viene accuratamente mascherata attraverso il concetto estemporaneo di “vocazionalità”; un concetto che implicitamente si fa portatore della soggettività, rivalutandola. Ma come è possibile ingannare la donna su un piano così scoperto? Come può esistere vocazionalità per un atto imposto? Arrivare a questo difficile connubio è compito del mito, con il quale si tenta, attraverso l’esaltazione parossistica di una maternità astratta, di far dimenticare alla donna che lei è madre non per libera scelta. Abbiamo quindi tutta una serie di contrasti sul piano dei fatti e dell’etica e, come conseguenza, la prima incrinatura sul piano politico. Poiché molti fattori culturali hanno costretto la donna a mascherare la propria personalità, essa non è ancora giunta all’individuazione della vita emotiva e, in stretta connessione, ad affermare la propria individualità fisica. Da qui partono le successive mistificazioni ed i pregiudizi che danno origine al divieto di aborto volontario, nel quale, rispetto a un mitico “istinto”, prevale una ben più precisa volontà di individuazione della propria persona e di liberazione da coercizioni organiche. L’aborto diventa così l’affermazione della coscienza e della conoscenza di sé, un momento di chiarificazione personale e interpersonale.

Il divieto di aborto condensa una secolare verbalizzazione che è servita da copertura ad una delle più grandi violenze che la misoginia maschile abbia consumato sul corpo delle donne. Sottratta alla valutazione di colei che materialmente la viveva e subordinata alle valutazioni dell’uomo, la maternità si è infatti trasformata in un’esperienza terroristica e umiliante, attraverso la quale la donna si è vista privata del piacere della sessualità e dell’espressa e dichiarata partecipazione alla gestazione. Ancora oggi, laddove l’aborto è vietato, la donna è persino privata del diritto a interrompere la gestazione quando questa si svolge patologicamente; la si costringe a rischiare la propria vita per crearne un’altra.

Oggi dopo secoli di violenza psichica e sessuale, la donna che sceglie tra maternità e non maternità scavalca prima di ogni altro questo pregiudicante assorbimento fatto da parte maschile di una esperienza non propria. Facendo della maternità un problema individuale, la donna si affaccia ad un orizzonte più vasto, che le permette di verificare e superare la falsa seduzione del sistema di riferimento definito per lei dall’uomo.” (Pagg. 21-22)

In queste pagine che ho riportato c’è molto di una verità che deve essere ribadita e riaffermata ancora oggi, contiene una tensione tuttora non totalmente risolta, con pericolosi e vivissimi tentativi di riportare le donne ancora all’interno, subordinate a quel sistema maschile patriarcale. Persistono e si ripresentano gli incrollabili miti del “naturale”, del “destino”, dell’”istinto”, di un ruolo femminile al servizio e che si dona al maschile, ai suoi piani, desideri, ambizioni, costruzioni, con i nostri corpi funzionali a tutto questo.

La legge 194 è sotto un quotidiano attacco, non necessariamente a causa di qualcosa sotto forma di mozioni o di processioni no-choice, di associazioni che si infiltrano negli ospedali pubblici e nei consultori e fanno azione colpevolizzante e di violenza psicologica, di numeri abnormi di obiettori. Non è solo attraverso le varie tipologie di movimenti per la vita che si insinuano nelle scuole con i loro sistemi diseducativi, pericolosi, terroristici, violenti, mistificatori, al posto dei consultori familiari pubblici e laici. Una vergogna, un fallimento per uno Stato civile che dovrebbe educare e informare seriamente, anziché permettere simili ingerenze nocive e traumatizzanti. Quando prenderemo in mano la situazione e interverremo per bloccare questo scempio? È tanto difficile capire i danni compiuti da costoro? Eppure la realtà è sotto i nostri occhi, in tutto il suo disastro.

Il lento e progressivo rimaneggiamento delle idee, il rovesciamento dei termini della questione, avviene anche a causa di qualcosa di più sottile, che cerca di fatto di manipolare l’opinione pubblica, instillando quotidiane dosi no-choice. Accade che anche scegliere di pubblicare la lettera di un padre “mancato” su uno dei principali quotidiani nazionali, serva di fatto a sfondare e a bombardare ancora una volta uno dei principali fondamenti della legge 194: che spetti alla donna l’ultima parola, la sola che abbia valore, la donna autodeterminandosi sceglie se proseguire o meno la gravidanza. Pubblicare una lettera di un uomo che rivendica invece un suo ruolo decisionale, è un chiaro segnale di arretramento, non solo per i suoi contenuti, ma per spalleggiare un pericoloso movimento tellurico che oggi è abbastanza contenuto ma che visti i tempi potrebbe arrivare a subordinare le nostre scelte riproduttive a un volere, potere maschile ancora sui nostri corpi. Non ci sto, non concepisco questo voler dare sostegno a un tentativo di incrinare qualcosa che non va assolutamente toccato. La donna che ha deciso per l’IVG lo ha fatto perché lei ha valutato cosa rappresentasse quella gravidanza, non era desiderata e non voleva portarla a termine per mille motivi su cui nessuno deve intervenire e permettersi di giudicare, e solo lei poteva decidere in merito. Questo non deve essere mai messo in discussione, altrimenti che succederà, ci incateneranno come nel racconto dell’Ancella fino al parto?

Nemmeno su questo siamo più legittimate a decidere, a scegliere? Non metterò il link all’articolo, mi fa male pensare a quanto indietro stiamo tornando. Non decidiamo di abortire “di nascosto”, è nostro diritto non coinvolgere il “padre del concepito”. Questo è il quadro:

“Premetto che sono padre di una bambina di 17 mesi ed ho una compagna. Circa 6 mesi fa la mia ex-fidanzata C., con cui mi vedevo frequentemente anche dopo la nascita di mia figlia, è rimasta incinta dopo una notte di amore. Ho scoperto per caso questa situazione perché C. aveva deciso di fare l’interruzione volontaria di gravidanza di nascosto. Su questo punto secondo me la legge 194 è lacunosa: possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed esclusivamente dalla decisione della madre? Ho provato in tutti i modi a persuadere C. nel portare avanti la gravidanza ma non c’è stato nulla da fare ed a distanza di mesi mi porto ancora questo lutto nel cuore”.

Ed è di fronte a questo mettere continuamente in discussione la capacità autonoma della donna di decidere, per rientrare in un sistema di controllo, in cui ciò che avviene nei nostri corpi è funzionale, deciso, stabilito al di fuori di noi, altrove, dove il maschile ha pieni poteri e pretende di conservarli. Questo richiama anche tutti i tentativi di somministrarci ulteriori inganni, favole che si servono di un linguaggio suadente, che ci illude di essere protagoniste, per ridurci ancora una volta a meri strumenti, oggetti, involucri, su cui sospendere l’umanità e i diritti di ciascun essere umano, per renderli obbedienti all’ennesima strategia patriarcale.

Ritorniamo alle origini delle parole e continuiamo ad adoperarle non dimenticandocene mai il significato, il valore storico delle lotte che recano con sé. Non è concepibile la rottamazione delle parole e della storia che le ha attraversate. Le parole non sono intercambiabili o questione secondaria, servono a dare corpo ai significati intrinseci, a maggior ragione se si tratta di diritti. Come per esempio il diritto all’autodeterminazione, quale riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente dell’individuo. È una nostra rivendicazione, di una “capacità”, di un riconoscimento pieno di ciò, a partire dalle questioni della sessualità e della riproduzione. Significa rivendicare la totale autonomia della gestione del proprio corpo, che significa innanzitutto comprensione e valorizzazione di sé, affermazione di un sé, consapevoli di possibili manipolazioni. Costituì un po’ il punto di innesco fondamentale per denunciare, come abbiamo letto, le mille forme di violenza, coercizione e discriminazione subite dalle donne in ambito privato e sociale, da secoli di cultura di stampo patriarcale.

Con le lotte femministe si scoprono nuove percezioni di sé. Demolendo tutti i pregiudizi che oggi si cerca di riaffermare in alcune mozioni no-choice, in merito alle conseguenze dell’aborto, da Trieste al Municipio 5 di Milano.

Leggo sempre un paragrafo di Elvira Banotti, che introduce la sua indagine:

“Verificheremo così come le donne che hanno il coraggio del loro “peccato” non abbiano depressioni, traumi, ma sentano rafforzata la propria predisposizione ad esistere. Una volta uscite dalle restrizioni programmate esse assimilano le modificazioni attinte dentro di sé e vivono l’aborto come una ricomposizione della propria autonomia emotiva.

Potrà anche verificarsi che una volta sperimentato questo processo alla natura si riscontrino a livello inconscio presenze di confusi sensi di colpa. Questa fenomenologia è il riflesso immediato e diretto delle condizioni culturali e fornisce appunto la prova dell’introiezione del rapporto autoritario e punitivo e dell’ansia per aver voluto vivere un comportamento proibito. Siccome è proprio l’inconscio a incamerare i valori ereditati dalla tradizione, condensata in una serie infinita di fattori esogeni (idee, sentimenti dominanti, condizioni di vita materiale, regole politiche, pressioni da circostanze d’ordine collettivo, rapporti tra persona e persona e tra persone e gruppi sociali), esso tenta di imporre immagini ancestrali che si sedimentano in ogni singolo individuo; per cui ogni affermazione della persona e della volontà si scontra sempre con una resistenza e un condizionamento. Ed è proprio la capacità di distaccarsi da questi “filtri” delle esperienze personali ad operare come momento di affermazione dell’autocoscienza.”

È evidente che tutto il senso di colpa nasca e fuoriesca da una cultura che abbiamo assorbito fin da piccole, come nonostante oggi una legge ci consenta di effettuare una legittima decisione, c’è qualcosa di più profondo e tuttora radicato dentro di noi, quella cultura patriarcale che tuttora esplica i suoi effetti, perché è ancora fortemente presente, agisce nel profondo e cerca di riaffermare se stessa anche attraverso i sensi di colpa e lo stigma. Come se tutte le donne dovessero reagire allo stesso modo, come se si volesse appiattire il vissuto di ciascuna, per non consentire altro se non senso di solitudine, trauma e colpa. Abbiamo da rimuovere tuttora una enorme quantità di polvere di pregiudizi che si è sedimentata sulle donne, e non dimentichiamoci che secoli di lavaggio del cervello non si risolvono facilmente, considerando anche tutte le forme di resistenza che un certo tipo di cultura continua ad esercitare. Continuano a suggerirci, imporci come una donna deve rispondere, comportarsi, reagire in ogni occasione, accade anche quando subiamo violenza.

È sempre più vero che i corpi delle donne sono campi di varie battaglie consumate per mano patriarcale, e quando dico patriarcale mi riferisco a una cultura che pensa e agisce in tutti/tutte per controllare, dominare, schiacciare, assoggettare, annientare, invisibilizzare, sottomettere le donne. Attorno a noi crescenti segnali di una liberazione e emancipazione incompiute e illusorie. Su alcuni fronti purtroppo dobbiamo anche registrare una palese sconfitta, in primis perché allearsi col maschile che tutto può e promette tanto, è assai più conveniente che guardare a fondo, capire le implicazioni di ciò che avviene, stare dalla parte di chi per secoli non ha avuto voce e non ha potuto decidere. Si sceglie di difendere i privilegi e i desideri maschili, per i quali restiamo oggetti sessuali o riproduttivi. Libertà e scelta sono i nuovi mantra che ci somministrano per convincerci, quando poi nei fatti ci usano come beni di consumo, uteri, corpi al servizio, stendardi da pink washing, ricacciandoci indietro di decenni. Ci sottraggono diritti e tutele e non ne capiamo la portata. Ci continuano a chiedere di non disturbare. Molte di noi ci hanno vendute già ai manovratori patriarcali. Per assecondare le “varie sensibilità”, non disturbare, non essere scomode, mediare, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci ritroviamo con i diritti che cadono a pezzi e vengono messi in discussione. Molte di noi ringraziano per le briciole ricevute in cambio, gioiose di un vantaggio personale, chiuso su se stesso. Molte di noi ci chiedono di pazientare. Non è tempo di avere pazienza, le cose non cambiano da sole. Molte di noi non si sono ancora arrese. Molte di noi continueranno a pretendere non semplici pannicelli consolatori, commemorativi di una situazione da destino immutabile, ma una differenza piena di azione, un cambio di passo concreto, per contrastare e fermare la violenza sulle donne che si presenta sotto innumerevoli forme. Sulle nostre vite vogliono passare con lo schiacciasassi, non lo permetteremo.

La conquista di sé è un percorso, un cammino da costruire, che ogni persona deve poter, saper vivere, sperimentare, ascoltando e facendo attenzione ogniqualvolta si passa da una dimensione di assoggettamento a qualcosa di esterno, di gruppo, sociale, a una voce personale di coscienza soggettiva, di sé. La responsabilità in primis verso se stessa, non come forma di subordinazione a qualcosa o a qualcuno, ma esercizio di libertà, rispetto di sé. Un passo necessario di assunzione di una libertà più consapevole e alta, capace di riconoscere e di vedere quando viene calpestata, manipolata, alterata, distorta, tanto da ritorcersi contro noi stesse. Una libertà che sia autenticamente nostra e non un surrogato che altri desiderano somministrarci, ancora una volta.

 

Per approfondire:

L’Irlanda ce l’ha fatta!

Al fianco delle donne di Napoli:

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