Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

#DdlPillon. Abbiamo bisogno di resistenza per non perdere la speranza


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta la prima riunione del neonato Comitato NoPillon di Milano. Ciò che è importante in questa fase politica è che vi siano tracce di mobilitazione, che ci si trovi attorno a una causa e che si abbia la forza per contrastare venti che potrebbero riportarci nel passato.

Non farò una cronaca passo passo, né in ordine cronologico degli interventi, ma mi preme evidenziare ciò che di buono ho portato a casa e da cui partire.

Positivo che l’obiettivo comune e unanime sia quello di ottenere il ritiro del ddl 735.

Parto dall’intervento vibrante e caloroso di Laura Boldrini. Mai come adesso mi è sembrato necessario il suo richiamo all’unità delle donne, alla non divisione e dispersione in mille rivoli che non collaborano fra loro, alla necessità del femminismo da praticare tutti i giorni. Occorre una mobilitazione per riuscire a parlare con una sola voce a questo attacco globale alle donne, avviando una stagione di resistenza, esercitando un ruolo attivo, la responsabilità di cambiare, attraverso una nuova rivoluzione femminista. Una conditio sine qua non per non tornare indietro. Boldrini parla giustamente di segnali che denotano l’avanzare di una ideologia oscurantista, su più temi. Il senatore Pillon non è un caso isolato, circoscritto, espressione di una tendenza, ma gode di un nutrito sostegno proprio all’interno del Governo. La formazione dell’esecutivo, con i numeri che non assicurano parità di genere, è la rappresentazione plastica di un Governo più simile a quello di Kabul che di Madrid. Un governo del “cambiamento talebano”. Questo ddl esprime una visione maschilista del matrimonio e della genitorialità, con minori che diventano pacchi postali, non interessa il loro benessere, con l’ossessione di mantenere unita la famiglia ad ogni costo, perché avviare la separazione diventerebbe un percorso a ostacoli. È chiaro che in parallelo si prospetti anche una maggiore difficoltà per le donne che desiderano separarsi per allontanarsi da situazioni di violenza domestica. Visto che la maggior parte dei femminicidi avviene quando la donna pone fine alla relazione, chiede il divorzio, Pillon risolve questo problema non permettendo più che le donne escano dalla famiglia. “Le donne devono stare zitte e a occhi bassi”. Le donne sono sempre state sottomesse, umiliate, picchiate: non sembrerebbe proprio il caso di cambiare secondo i fautori del ddl. Occorre diffondere informazioni, sensibilizzazione dappertutto, perché le persone non sono consapevoli di quanto questo ddl vorrebbe introdurre. È necessario arrivare a tutte le donne, anche a coloro che non vedono le discriminazioni. Fa bene Boldrini a ricordare la vicinanza di Salvini ad Orban, all’ossimoro della “democrazia illiberale”. Il modello corrente è questo, qualcosa che è contro tutti i principi di uno stato di diritto. Come donne dobbiamo esigere rispetto, ciò che ci spetta.

Manuela Ulivi di Cadmi interviene evidenziando le conseguenze nefaste di una mediazione familiare obbligatoria, richiamando anche l’esplicito divieto della Convenzione di Istanbul in casi di violenza. Appare evidente come spesso i tempi per l’accertamento della violenza in sede penale non collimino con quelli dell’iter civile di separazione. Motivo per cui sarebbe troppo alto il rischio a cui si esporrebbero le donne se questo ddl dovesse essere approvato. Si va verso una privatizzazione dei diritti, le parti trattano ma quasi mai sono sullo stesso piano, questo è innegabile, soprattutto dal punto di vista economico. Chi ha maggiori risorse potrà permettersi i professionisti e i consulenti migliori e quindi otterrà maggiori benefici. Si ha come l’impressione che si voglia pesantemente condizionare l’altro genitore. Viene ricordato il funambolesco strumento del piano genitoriale in cui i genitori dovrebbero accordarsi su frequentazioni parentali e amicali, percorsi di studio, attività, vacanze dei figli: con un probabile aumento del conflitto. Questo ddl inoltre manipola la causa di pericolo per il minore che prevede l’uso di ordini di allontanamento dal soggetto che ne è la fonte, introducendo nel nostro ordinamento l’aspetto dell’alienazione (causa di pericolo). Se la persona che chiede protezione non può, non riesce a dimostrare la violenza, il rischio è che si affidi al minore proprio al soggetto che la agisce, con la previsione dell’inversione della residenza.

 

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Per un ulteriore approfondimento su questo incontro.

 

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Le cose illuminate

Ho trascorso un weekend che mi ha ricaricata di speranza. Sabato 29 settembre è stato inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7.


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Una panchina che segna un piccolo ma importante passo in una delle periferie del mio cuore, nato dalla ferma volontà di chi lo ha proposto e realizzato. Uno spontaneo moto che questa estate mi ha fatto cogliere al volo questa opportunità (quando Corrado Angione mi ha informata dell’apertura di questo nuovo giardino), per seminare un segnale e un simbolo permanente dell’impegno collettivo per aiutare le donne che vivono situazioni di violenza. Il gruppo è più che collaudato, insieme a Dario Pruonto, in arte Mister Caos, artefice della panchina e Carla Rizzi. Questa panchina spero diventi un luogo di riferimento, e che attraverso il passaparola si diffonda nel quartiere il messaggio che reca con sé. Mi è sufficiente pensare alle parole di una signora che ho incrociato e per la quale questa panchina ha un significato speciale. Non c’è nulla che sia in grado di esprimere meglio il significato di questa panchina. Come sempre quando scrivo e metto in ordine i pensieri lo faccio per condividere le mie sensazioni dal mio punto di osservazione, spesso lascio che si interponga il tempo necessario per assorbire e comprendere meglio quanto è accaduto. Ringrazio chi ha saputo avvicinarsi a questa idea con il giusto spirito, qualcosa che è diventata realtà con la giusta attenzione e sensibilità, ringrazio chi la ha sinceramente sostenuta, chi ne ha compreso l’obiettivo. Ringrazio Parvaneh Hassibi e il team del Casd (Centro ascolto soccorso donna) per aver partecipato, per essere sempre disponibili e con le quali speriamo di proseguire nel cammino di informazione e  consapevolezza sul territorio.


Queste sono le cose davvero importanti. Il noise esterno non ci fermerà. Porto dentro me la sensazione che i simboli, accompagnati da un autentico impegno, riescono a dare un contributo notevole. Le donne hanno bisogno di punti di riferimento, specie se si trovano a vivere esperienze di violenza, per questo ci è sembrato importante far fiorire una panchina rossa, per donare un messaggio di speranza: uscire dalla violenza è possibile e le donne hanno diritto a vivere un’esistenza libere da ogni forma di abuso, controllo o sopraffazione. In passato questo era più complicato, oggi abbiamo gli strumenti e i servizi che ci possono aiutare. Noi possiamo nel nostro quotidiano diffondere una nuova cultura e far conoscere i presidi territoriali che possono dare un concreto sostegno, l’ascolto giusto.
Domenica pomeriggio ho recepito altrettante vibrazioni positive dalla manifestazione Intolleranza zero. Insomma, altri modi di pensare, di vivere il presente, di costruire futuro, di fare politica, di recuperare valori ed etica sono possibili. Recuperare e diffondere speranza, costruire una comunità solidale, sono nostre dirette responsabilità, scacciando via l’indifferenza e partecipando attivamente.


Consigli di lettura:

http://www.corrierealtomilanese.com/2018/09/30/milano-al-municipio-7-una-panchina-rossa-parlante-contro-la-violenza-sulle-donne/
http://narrazionidifferenti.altervista.org/intolleranza-zero-voci-dalla-piazza-di-milano/

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Quando la tv produce “diseducazione di massa”


Nel flusso ininterrotto e interminabile delle forme attraverso le quali si normalizza la violenza, non vi è dubbio che la tv concorra a sfornare una consistente fetta dei produttori di “diseducazione di massa”.
Quando si tratta di far passare messaggi nocivi pur di fare audience, i reality sono al primo posto e purtroppo, avendo un buon seguito, riescono a fare danni su un gran numero di persone, specialmente giovani e giovanissimi. Non c’è filtro, non c’è controllo, nemmeno a posteriori, tutto passa e scorre come l’acqua, pur essendo spesso altamente pericoloso. Tra luci, lustrini e vip, che di importante non hanno nulla, passa veramente ogni cosa come, ad esempio, al Grande Fratello Vip, che ha già in passato dato prova di riuscire a sfornare episodi pessimi, serviti senza la capacità di fornire un freno, una stigmatizzazione, un limite. Quest’anno, è la volta di Ivan Cattaneo che ha tranquillamente formulato questo pensiero:

“Rifiutare una donna è peggio che violentarla. Perché nel secondo caso almeno si sente oggetto del desiderio”.

Abbiamo davanti una ennesima declinazione del concetto per cui “alle donne alla fine, tutto sommato, piace subire violenza”. Nessun trauma, nessuna ferita psicofisica, nessuna traccia, solo benefici a quanto pare per le donne, che restano oggetti sessuali, si badi bene, a disposizione e conseguentemente da consumare. Non è comprensibile la genesi di una frase di questo genere, indigesta, intrisa di pregiudizi, ma soprattutto tagliente, malefica e capace di reiterare la violenza, addirittura moltiplicandola.
Chi ha subito uno stupro si sente annientata sentendo quelle parole andate in onda, mentre chi lo ha commesso viene riabilitato, apparendo quasi un benefattore. In questo giro di frittata, viene servita su un piatto d’argento una porzione di puro machismo nostrano, che davvero appare talmente radicato nella mentalità da essere espresso con naturalezza e disinvoltura in ogni occasione, nella colpevole assenza di chi avrebbe potuto stigmatizzare a sufficienza e riconoscere come inaccettabili e altamente lesive certe espressioni.
Se tutto andato in onda su Mediaset Extra, che segue la diretta del programma di Canale 5, mercoledì sera intorno alle 23.30, ci pensa anche la carta stampata a peggiorare ulteriormente il livello. Difatti Il Giornale al riguardo della frase di Cattaneo si interroga: “Ma si può dire che una donna si senta oggetto del desiderio quando viene violentata?”. Ci si sente arbitri di un ipotetico confronto ideale sull’argomento, così come i giudici della trasmissione in questione. Tanto immersi nel loro preconfezionato ruolo che paventano al cantautore l’espulsione per essere rimasto nudo davanti alle telecamere in fascia protetta e poi non considerano più che sufficiente mandarlo via per quanto affermato in merito alla violenza sessuale.
Certo sappiamo quanto siamo ben lontani in certi ambiti dal dare il giusto peso e valore alle parole, visto che ognuno si sente legittimato a esprimere concetti sempre più indegni, a sdoganare e accarezzare i peggiori comportamenti, deformando la realtà, negando quanto devastante sia l’esperienza di uno stupro, sottraendo forza al lavoro di quanti da anni si impegnano per cambiare la cultura alla base della violenza. Dovremmo imparare a fare ascolti senza assecondare la cultura dello stupro.
Non possiamo voltare la testa dall’altra parte e considerare quanto avvenuto al Grande Fratello Vip parte dello show, perché questa spazzatura servita spesso e volentieri non ci permette di costruire un immaginario diverso, una società in cui la violenza sulle donne non abbia alibi e non sia qualcosa su cui costruire battute.
La violenza lascia segni indelebili, non dimentichiamolo mai. Come ammenda Mediaset dovrebbe innanzitutto chiedere scusa e poi accogliere le testimonianze delle donne che hanno subito violenza, mostrare la realtà così com’è, perché si ha come l’impressione che non la conoscano o non vogliano vederla.
Simona Sforza e Maddalena Robustelli per Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Violenza di genere. Chi sensibilizzare?


Ci sono violenze che non emergono mai, fino a che non accade qualcosa di irreparabile, il femminicidio. La violenza è ancora percepita come un fatto privato e invece dobbiamo dire che no, non è così, a più livelli, ciascuno con le proprie competenze e responsabilità, dobbiamo accompagnare le donne affinché riescano a intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza, affinché riescano a denunciare ciò che hanno subito.

Scrivo perché desidero poter dare il mio micro contributo per diffondere informazioni, notizie, condividere battaglie e in qualche modo a creare consapevolezza. Ci sono tanti modi per farlo, io lo faccio con i mezzi e gli strumenti che ho a disposizione. Scrivere serve anche a me stessa per mettere a fuoco pensieri, opinioni, riflessioni, dati e fonti. Ma soprattutto penso da sempre a un punto essenziale: le donne non devono essere lasciate sole, non devono restare isolate con ciò che la vita mette loro davanti, devono sentire che al loro fianco c’è chi le sostiene, le ascolta, gli crede e può aiutarle. Per questo è importante mettere in circolo le informazioni e fare passaparola. Ho ricevuto più volte dei segnali che le mie parole riescono ad essere utili, soprattutto riescono a fare emergere il desiderio di raccontare le proprie esperienze, di condividere la propria storia, perché non accada ad altre, affinché le cose cambino, ci sia un miglioramento. Questo vale a maggior ragione quando si tratta di un caso di violenza, quando si vive una delle esperienze più dolorose, capaci di segnarti nel profondo. Spesso si chiede alle vittime di violenza perché non hanno denunciato prima, perché hanno aspettato. Ci sono violenze che non emergono mai, fino a che non accade qualcosa di irreparabile, il femminicidio. La violenza è ancora percepita come un fatto privato e invece dobbiamo dire che no, non è così, a più livelli, ciascuno con le proprie competenze e responsabilità, dobbiamo accompagnare le donne affinché riescano a intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza, affinché riescano a denunciare ciò che hanno subito. Dobbiamo mettere in campo tutti gli strumenti per proteggerle effettivamente ed efficacemente, e se hanno figli minori, assicurare loro altrettanta protezione. In caso di stupro o stalking non dobbiamo sfoderare il consueto armamentario volto a rivittimizzare le donne.

Ringrazio V. (iniziale fittizia) la donna che ha voluto condividere la sua storia. Penso che la sua testimonianza, insieme a quella di altre donne, possa servire a ribadire ciò di cui le donne hanno bisogno, a chiedere che le cose cambino al più presto. Ho rimosso ogni riferimento che potesse rendere riconoscibile questa donna, la sua esperienza ha un valore universale.

Quando trovi la forza e il coraggio di uscire dalla “gabbia” della paura, e decidi di chiedere aiuto, la violenza che hai subito fino a quel momento, in qualche modo l’hai accettata, vorresti e cerchi di voltare pagina.

Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l’insensibilità e l’omertà intorno a te, ma l’omertà e l’abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto…PROPRIO NO, NON SI PUO’ E NON SI DEVE ACCETTARE!!!!”

Esordisce così, V. in quella che è una esperienza di stalking da parte dell’ex, “un’enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere”. Prova “un senso finalmente di sollievo”, pensando che la accoglieranno, dandole tranquillità e serenità e un senso di protezione; “invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili”. V. vorrebbe sentirsi dire “tranquilla, ora ci siamo noi”, invece trova scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarla, sguardi solo di curiosità, nessuno che le creda. Si è ritrovata sballottata da un ufficio all’altro, una pratica che passa da un dipendente all’altro. Rimbombano le parole “non accoglienza”, “leggerezza”, avverti tutte le difficoltà che le si sono frapposte davanti alla denuncia, nel momento in cui ha finalmente trovato la forza di farlo. La documentazione allegata, l’insistenza con cui il suo stalker non demorde e continua a perseguitarla non sembrano sufficienti per un intervento tempestivo di allontanamento.

 

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Oggi è nato un fiore rosso

Vi aspettiamo domani pomeriggio a Quarto Cagnino per l’inaugurazione!

Circolo Pd Fratelli Cervi - Milano7

di Simona Sforza

Oggi è nato un fiore rosso, nel quartiere di Quarto Cagnino, nel nuovo giardino Zoia 105, riconsegnato alla cittadinanza. Vista da lontano questa panchina spicca come un fiore rosso all’orizzonte.

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Riconoscere valore, dare esistenza


Non avrei voluto tornarci su. Un po’ per non voler alimentare le consuete atmosfere da trincee contrapposte, un po’ perché ho già in passato lungamente cercato di spiegare il mio punto di vista, partendo da me. Ed è da qui e solo da qui, da questa piccola finestra, che posso partire ed esprimermi, perché oltre mi sostituirei alle altre donne. Se c’è una cosa che ho imparato dal femminismo è la sospensione e la rinuncia ad atteggiamenti e pensieri giudicanti, la necessità di un esercizio costante di ascolto, un partire da se stesse senza la presunzione, l’intenzione, l’abitudine a sostituirsi all’altra. Le esperienze sono molteplici, diverse, uniche anche se sembrano simili, i caratteri, le possibilità diverse e mutevoli, le scelte mille, le soluzioni variegate.

Mi sono trovata davanti a questo articolo.

“la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù.”

“Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione.

(…) Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.”

Mi ha fatto piacere constatare che l’autore di questo articolo fosse un uomo, perché sembra a volte che ce la cantiamo e ce la suoniamo da sole.

Due giorni fa sono stata contattata per una indagine Doxa proprio sul tema lavoro. Mi sono trovata a rispondere alle domande che di solito leggo nelle statistiche, mi è stato anche chiesto se le leggessi. Sono anni che le leggo, le analizzo e ne scrivo (qui uno dei miei ultimi scritti). Ma siamo sempre lì. Lo so che ci sarà qualche voce femminile che mi dirà che un lavoro se non è retribuito non può definirsi lavoro. Lo so che ci faremo ancora del male tra di noi. Lo so che continueremo a lapidare le donne. Lo so che molte donne mi diranno che senza busta paga si è parassite e improduttive. Eppure, forse basterebbe chiamare le cose con il loro nome. Sapete, nell’indagine Doxa c’era anche qualche quesito che serviva a rilevare l’ascensore sociale, i titoli di studio ecc. Mi sono accorta ancora una volta che non solo è fermo, ma non fanno manutenzione da un pezzo. Mi sono resa conto che mentre rispondevo alle domande era come quando ho compilato il modulo per confermare le mie dimissioni. Una x in una casella e poi tutti a casa.

La sensazione di un disinteresse si fa strada, e poi le leggi per toglierci anche quelle poche briciole, per schiacciarci. Siamo quelle delle “rendite parassitarie” come dice Timperi. Siamo quelle da annientare, e in questo gioco al massacro partecipano anche tante donne. Perché siamo sempre in prima fila quando si tratta di essere le prime e più efficienti nemiche di noi stesse. Sempre pronte a ferirci, sempre pronte a strapparci di mano un sogno, una speranza, un desiderio.

Questo articolo ci ricorda come siamo messe, finché non dimostreremo un po’ di solidarietà tra noi, saremo sempre ferme. Prima o poi dovremo affrontare questo passaggio, quanto meno parlarne. Per farlo occorrerà far tesoro di tutte le riflessioni che ci hanno regalato le donne delle generazioni precedenti, poi dovremo perdonarci, dovremo accettare le scelte delle altre, anche se non le comprendiamo o non le condividiamo, anche quelle che scelte non sono, dovremo accogliere le storie di ciascuna come un unicum e rispettarle, dovremo non anteporre le soluzioni ai desideri di ciascuna, dovremo essere capaci di smontare certezze che ci siamo costruite per poter andare avanti, dovremo non avere l’ansia di poter dover far tutto, dovremo abbandonare l’idea che un tipo di vita e di occupazione sono migliori di altre, dovremo smantellare modelli di lavoro costruiti dagli uomini e a loro convenienti, dovremo rifiutare la minestra e la ricetta che ci è stata imposta quando secoli fa siamo entrate nel mondo del lavoro retribuito. Dovremo sovvertire il sistema non solo di produzione, ma anche di welfare pubblico, che al momento si assottiglia sempre più e che necessità una ristrutturazione. Il lavoro che doveva emanciparci e liberarci non è stato la chiave delle nostre catene. Questo dobbiamo ammetterlo. Ci ha elargito qualche briciola, ma la sostanza che appesantisce la qualità delle nostre vite non cambia.

Forse occorrerebbe uscire da sé e ampliare l’ottica, liberarsi di catene e di ansie da prestazioni, con il bilancino alla mano. Il reddito fuori casa non sempre toglie le catene, altrimenti non ci sarebbero certi fenomeni e come donne avremmo raggiunto altri traguardi. Io mi guardo in giro e non ritrovo benessere ma equilibrismi. Essere qualcosa che gli altri ci suggeriscono non è mai gratificante. Io posso parlare però esclusivamente per me e guardare cosa accade fuori da me. Esistono innumerevoli donne che pur lavorando perpetuano modelli opposti all’autodeterminazione e profondamente arcaici.

Se l’autonomia economica genera vantaggi, più capacità di autodeterminarsi, non si spiegherebbe la violenza economica su donne che lavorano, negarla non si può .

Forse c’è qualcosa che ci inchioda di più profondo dell’assenza di un reddito proprio, una cultura che rende possibile il controllo anche laddove si potrebbe ipotizzare una maggiore possibilità di liberarsene e di sottrarvisi. La cultura genera prassi che rendono di fatto tutto più complicato e meno scontato. Non è per sentito dire che ne parlo.

Spiegatemi perché si continua a voler invisibilizzare una quota di produttività. Perché non si riesce ad andare oltre le statistiche e attuare politiche che valorizzino e inizino a comprendere quali meccanismi reggono il sistema. Chiediamoci perché tanta resistenza al trovare fondi per un congedo di paternità obbligatorio di durata pari a quello materno, perché continuano a ripeterci la frase “basta organizzarsi”, perché seri strumenti di work life balance sono ancora chimere e rarità, perché le donne sono sempre più chiuse in una dimensione privata e come gli struzzi hanno perso l’energia e l’abitudine ad alzare la testa, perché il welfare è ancora prepotentemente qualcosa di femminile e di autogestito, perché non è visibile, gratuito e lo si dà per scontato. Non è che se si parla di reddito alle casalinghe ci vogliono fregare, ci stanno già fregando da tempo e forse non ce ne accorgiamo nemmeno.

Spiegatemi perché si continua a mantenere un modello lavorativo di stampo maschile.

Due anni fa scrivevo:

“La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima.

Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini. L’accettazione e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.”

Forse occorrerebbe guardare ciò che abbiamo accettato passivamente e a cui abbiamo rinunciato a dare un’altra forma, un altro corso. Perché farci sopraffare dall’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa agli altri, per interpretare ruoli che ci ingabbiano. La libertà è nella nostra testa, nel non dover “per forza”, nell’insubordinarsi a meccanismi mentali indotti da una cultura secolare.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà”, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare i compiti di pubblico e privato. Trovare un nuovo centro, ma che ciascuna possa definire.

Pretendere un intervento pubblico nei servizi di sostegno al care, significa colmare una grave fonte di discriminazione tra donne di censi diversi.

La divisione sessuale del lavoro (produzione-uomo; riproduzione-donna) non è mai passata di moda, e le condizioni socio-economiche attorno la alimentano. La gestione emergenziale, ognuna per sé, reggere a ogni costo, dimostrare sempre qualcosa in più per poter esistere, avere un posto nella società, nella famiglia, nel lavoro.

Sarebbe da proporre un nuovo contratto sociale, in cui si dovrebbe creare una rinegoziazione dei tempi del lavoro tra uomini e donne.

Cambiare cultura del lavoro serve a cambiare le relazioni tra i generi. Riorganizzare il lavoro nella sua complessità e globalità.

I compiti di cura fanno parte pienamente del sistema economico, anche nell’invisibilità e nella scarsa considerazione di cui hanno goduto. In questo vortice di “lavori” la nostra forza politica è sempre stata silenziata, sbriciolata, la nostra lotta sacrificata su un modello di partecipazione fittizia.

Non sbraniamoci sul reddito alle casalinghe, non restiamo a questo livello di interazione, non arrocchiamoci nella polemica per evitare di discutere di altro. Il punto non è reddito sì vs reddito no, alziamo lo sguardo e riflettiamo su cosa potrebbe essere davvero utile. A mio avviso il senso dell’articolo è riportare alla luce un dato che spesso viene invisibilizzato, è uno stimolo a sviluppare un’analisi, un confronto, al di là della proposta che può essere condivisibile o meno, ma che non deve generare lotte intestine o tra porzioni di popolazione. Dobbiamo essere capaci di analizzare una realtà complessa e fuori dalle banali reazioni. Oltrepassiamo la monetizzazione di ogni minima cosa, chiediamoci cosa continuano a nasconderci. Per esempio, pensiamo al fatto che la retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa. Per questo c’è tuttora il gap salariale di genere e il tentativo di escludere le donne dai lavori meglio retribuiti.

Oggi che sono adulta, sono madre, vorrei solo dire a mia madre di perdonarsi, di non avere più sensi di colpa. Ogni tanto parliamo di quando ero piccola. Io ho ricordi precisi, come se fosse ieri, lei li ha persi nel turbine che è stata la sua vita di insegnante, madre, care giver per decenni. Le mancano questi avvenimenti, i dettagli, le sensazioni, ciò che abbiamo vissuto insieme le è scivolato via per i ritmi indiavolati di quegli anni. Io ho avuto un’esperienza analoga ma per tempi più brevi. Ma so che per ognuna di noi è diverso per ennemila motivi e so che raffronti non si possono, non si devono fare. Qualcosa si perde inevitabilmente, così come qualcosa si guadagna ma ripeto, dobbiamo salvarci e perdonarci, qualsiasi scelta facciamo. E ne possiamo fare di diverse nel corso della nostra vita. Dobbiamo capire che ci sono situazioni e situazioni, circostanze e variabili imprevedibili, fuori dal nostro controllo diretto, cose che lasciamo indietro, bivi che prendiamo.

Precarietà, retribuzioni incerte e basse, tempi di lavoro e modalità di lavoro super-flessibili come si conciliano con l’autodeterminazione delle donne, quanto determinano scelte obbligate e vere e proprie nuove forme di schiavitù?

Quante di noi hanno la possibilità di contrattare nuove forme di vita e di lavoro?

Adele Pesce a metà degli anni ’80 (in Lavoratrici e Lavoratori) parla di dilemma uguaglianza/differenza:

“rivendicare una trasformazione dei rapporti di potere tra uomini e donne nello spazio di lavoro senza omologarsi al modello maschile, cioè conservando e rendendo significativo il valore della propria differenza senza che questo porti a una svalorizzazione del proprio lavoro e della propria identità.”

È giunto il tempo del non giudicare e di smetterla di punirci. Siamo produttivi e produttive in vario modo, al di là di ciò che il sistema capitalistico ci ha fatto credere. Il contributo delle donne è visibile, basta avere occhi per guardarlo. Basta sensi di colpa, basta generalizzazioni, basta con la rassegnazione. La doppia presenza ci dovrebbe consentire di sviluppare soluzioni, modelli, cultura del lavoro nuove e diverse. Dovremmo davvero smetterla di accettare una pappa secolare patriarcale, paternalistica, che regge anche per un sistema che si fonda su un accesso al mondo del lavoro non sempre sano e paritario. Adoperare le variabili a nostro vantaggio, plasmare una flessibilità che non ci riduca in poltiglia e schiacciate dalla precarietà, agire empatia e solidarietà. A volte vedo solo che ci hanno abituato a ragionare per orticelli. Occorre comprendere che “attività produttiva” contiene molte più sfaccettature di quelle che ci hanno abituato a vedere. Si tratta di una rivoluzione in primis culturale. Parliamone, senza fraintendere il senso di emancipazione, con gli occhi che sappiano accogliere e includere le differenze. Riconoscere la realtà è riconoscere il valore di ciascun contributo.


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Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

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Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?


Riprendo dall’ultima frase adoperata in questo mio recente articolo, per aprire un approfondimento, che vuole anche essere una proposta di lavoro congiunta, che abbisogna di più forze, di più competenze e di più canali perché emerga e si faccia largo in questa ripresa settembrina, prima che sia troppo tardi. E valgono pure tutte le considerazioni precedentemente fatte, sulla necessità di trovare un modo per sospendere quell’atmosfera da fazioni permanentemente in disaccordo e avviare una fase di concentrazione produttiva degli sforzi e di condivisione delle questioni più urgenti. Usciamo dal pensiero utilitaristico, le cose migliori sono arrivate da modalità diverse, da un mettersi a disposizione senza se e senza ma.

In pratica si tratta del DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon (conosciuto come organizzatore del Family day, per il suo “allarme strega” e per la sua recente affermazione “Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina“). Il testo dal titolo “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, è stato assegnato in pieno agosto alla II Commissione permanente Giustizia del Senato in sede redigente (tradotto, la commissione redigerà un testo che dovrà passare in aula per il voto senza alcuna possibilità di discuterlo ed emendarlo).

A brevissimo sarà in discussione in Commissione e l’iter scelto è già un segnale di una volontà di accelerazione e di incassare al più presto l’approvazione del pacchetto completo. Testo che innocuo non è ed appare come uno stravolgimento non solo di capisaldi del diritto di famiglia, ma di principi che ledono anche i diritti delle donne e soprattutto di pilastri che dovrebbero tutelare i figli, che non sono pacchi, ma esseri umani che devono crescere in un clima, contesto, ritmi e abitudini idonee.

C’è di tutto:

– obbligo di mediazione familiare (ex art.7 e art. 22, e chissene dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul), con la creazione di un albo ad hoc per queste figure professionaliche (art. 1). La mediazione familiare (art. 24, “Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”), è a carico di chi si separa.

– l’eliminazione, tranne poche eccezioni (ove strettamente necessario e solo in via residuale, art.11), dell’assegno di mantenimento a favore del genitore meno capace economicamente. Non importa se per svolgere i compiti di cura al lavoro si è dovuto rinunciare, non importa se il tasso occupazionale femminile è ancora troppo basso per una serie di motivi che conosciamo fin troppo bene. Non importa se spesso le donne hanno una retribuzione più bassa, una situazione lavorativa più precaria, con evidenti ricadute pratiche, per buona pace del principio di proporzionalità sulla base del reddito.

– chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi “paritetici”. Nell’art. 11 possiamo leggere nel dettaglio al punto 5:

Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di:

1) violenza;

2) abuso sessuale;

3) trascuratezza;

4) indisponibilità di un genitore;

5) inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

– sulla casa coniugale: se essa viene, in via del tutto eccezionale, assegnata a uno dei due genitori, costui deve versare all’altro un’indennità di occupazione, quota soggetta a tassazione.

– all’art. 18 troviamo la volontà di introdurre un nuovo articolo nel codice civile, il 342-quater:

“di cui all’articolo 342-bis il giudice ordina al genitore che ha tenuto la condotta pregiudizievole per il minore la cessazione della stessa condotta; può inoltre disporre con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della sua responsabilità genitoriale. Il giudice può applicare in tali casi anche di ufficio e inaudita altera parte uno dei provvedimenti previsti dall’articolo 709-ter del codice di procedura civile. Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342-bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata, previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore, nonché dell’indicazione del responsabile dell’attuazione di tale programma.”

In pratica entrano in gioco soggetti terzi, case famiglia, il sempre più consueto girone che conosciamo.

 

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Never surrender. Never give up the fight.

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Le ondate del femminismo, numerate, incastonate in varie epoche, temporalmente divise ma interconnesse, si susseguono e contengono ciascuna sempre il medesimo seme, nucleo fondativo che è quello da secoli, pur differenziando man mano gli obiettivi e i meccanismi nei vari periodi. Non si tratta solo la parità o del diritto di voto, c’è essenzialmente qualcosa di più basilare: la vita può, deve poter seguire un corso diverso, migliore, non essere per destino un percorso accidentato e infernale solo perché si è nate donne.

“L’idea che c’è un altro modo di viverla questa vita”.

Le donne sono la metà della popolazione e le loro istanze non possono essere cancellate, neutralizzate, strumentalizzate, invisibilizzate, ignorate.

Prendere coscienza, ciascuna a suo modo, di questa verità che ci accomuna, è la miccia che innesca tutto il resto e che rompe col passato.



Poter camminare senza mannaie, giudizi e sensi di colpa elargiti a grandi mani da una società maschio centrica. Si può vivere diversamente, uomini e donne, insieme. Guardando il film Suffragette, si scorgono molte delle questioni cruciali scoperchiate dal femminismo, tessendo un intreccio tra istanze sociali e di genere, alcune delle quali tuttora irrisolte: il lavoro minorile, l’assenza di tutele per la salute, la necessità di servizi per l’infanzia e di sostegni per permettere alle donne madri di lavorare, le violenze sul lavoro, le discriminazioni negli studi, le conseguenze di un ruolo e “posto” sociale esclusivamente “di madre e moglie”, non di cittadina e di lavoratrice portatrice di pari diritti, la durezza e la fatica dell’esistenza e della lotta, il giudizio sociale, le disparità salariali, la violenza domestica, le difficoltà dell’attivismo e le sue conseguenze, la patria potestà e un diritto di famiglia discriminante per le donne (solo nel 1925 vennero riconosciuti i diritti delle madri sui propri figli, in precedenza assegnati in esclusiva al padre), soprattutto in caso di divorzio e di questioni legate ai figli.

Ridicolizzate, svilite, vilipese, schernite, offese, silenziate, oscurate, imprigionate e colpite con ogni mezzo: questo ha accompagnato da sempre il lungo cammino delle donne per i diritti, per essere artefici della propria vita, per non essere più considerate proprietà, oggetti, appendici maschili. Un percorso difficile, per nulla privo di conseguenze dolorose sulle singole esistenze, perché nulla può essere come prima.

“Credo che, al di là delle vicende esistenziali di ognuna, l’eredità più grande che il femminismo ha lasciato alle donne, anche alle più giovani, sia quella di non accettare la vita come qualcosa di inevitabile e scontato, ma iniziare a chiedersi perché, ascoltare i propri desideri, chiedersi di cosa si ha bisogno, che cosa manca.”

Da “Come il mercurio” di Carla Marcellini

Un cambiamento che doveva passare attraverso il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, perché solo l’elezione di donne in parlamento poteva permettere alle donne di “fare” le leggi, partecipando a un processo che per anni è stato appannaggio esclusivo maschile. Certo, il raggiungimento della rappresentanza non è mai stata e non è la garanzia di un lavoro dalla parte delle donne, questo credo che lo abbiamo già ampiamente sperimentato. Non è roba da pallottoliere. Così come sappiamo che può esistere un lavoro trasversale tra donne di diversi colori politici per il raggiungimento di obiettivi importanti. In ogni caso, una rappresentanza consapevole del poter compiere la differenza è fondamentale. Purtroppo, possiamo ampliamente sostenere che finché la selezione sarà grandemente in mano maschile, non potremo aspettarci molto. Ma lo stesso vale per le collezioniste di poltrone, di ruoli, di candidature e di incarichi, esattamente come da secoli fanno gli uomini. La strada è tutta in salita finché non cambierà a fondo la cultura e l’atteggiamento/rapporto con il potere.



Avere piena gestione della propria vita, avere un posto pienamente riconosciuto e agibile nella società, poter partecipare per mutare l’assetto imposto da leggi che hanno tuttora un sapore maschile, sono questioni tuttora aperte. Sapere da dove vengono tutti i diritti che oggi il nostro ordinamento sancisce e tutela potrebbe aiutarci.

C’è qualcosa che ci accomuna alle lotte delle varie ondate: il coinvolgimento e la diffusione delle lotte, l’essere libere, senza catene, perché solo così si ha la forza e il coraggio per portare avanti le battaglie. Non avere nulla da perdere, questa è la chiave. Ciò che ci azzoppa: essere imbrigliate principalmente in convenienze personali, in rapporti che “possono servirci”, in subordinazioni a “poteri” che ci possono aiutare, in “non belligeranze” utilitaristiche, in un fare politica per se stesse, in un esserci esattamente come ci starebbe un uomo, in una brodaglia di attivismo che si perde in piccole e innocue insenature. Ecco perché c’è sempre un compromesso, un germe che mina da dentro le conquiste. Basti pensare alla legge 194. Ed anche laddove si pensava di aver compiuto passi in avanti, dobbiamo constatare che briciola dopo briciola, si son mangiati o si vogliono rimangiare l’intera torta.

A completare il quadro, ci sono le divisioni, le puntualizzazioni che spesso fanno riferimento solo alla propria persona e opera, autorità che sembrano voler sostituire in toto il vecchio padrone, il vecchio potere. Sinceramente, l’arte e l’esercizio di collocazione, catalogazione e di etichettatura mi è sempre stata stretta. Perché mai stare sempre in trincea tra noi, o bianco o nero, senza riuscire a sbarazzarsi di posizioni monolitiche o di giudizi? L’assurda regola della fedeltà, “o stai con me su tutto, o sei contro di me”. Il permesso da chiedere prima di ogni passo. Non sarebbe “differentemente rivoluzionaria” la possibilità di dissentire e di avviare un dibattito rispettoso pur nelle diversità di opinioni? Il sindacare continuo sulla “purezza” e sul pedigree femminista. L’entrare a gamba tesa in ogni dove per affermare una supremazia dal sapore assurdamente machista. Quante catene, che se vengono sommate alle delusioni, rischiano di avere l’effetto di movimenti tettonici! Una restaurazione anche se femminista è pur sempre una restaurazione, il gattopardismo resta sempre tale. Per questo ci perdiamo i pezzi e andiamo in pezzi. E ci sono fughe da tutto questo metodo che crea disagio, sfiducia, sensazione di non accoglienza, non poter avere voce, non poter esistere se non “affiliata”, incardinata in una categoria, in una fazione. In fondo sembra davvero che non ci sia differenza, “madri” al posto di “padri” dalle quali dovremmo passivamente prendere “ordini” e alle quali subordinarci. Di protezione in protezione, secondo schemi sempiterni. Altro che sullo stesso piano, altro che uguaglianza di genere, quando abbiamo difficoltà anche tra noi. E nel calderone delle polemiche smarriamo gli obiettivi e questo anche se a malincuore lo devo dire. Spesso lasciamo macerie e per questo dovremmo fermarci. Capire che è il momento del “sospendere” certe prassi. Stiamo facendo il gioco del patriarcato, e il femminismo per me non è un luogo di produzione in stile capitalistico o di autosostentamento. Non siamo raccoglitrici, non siamo alla ricerca di benefici, non siamo elemosinatrici di briciole di diritti. Non siamo alla ricerca di un posto per noi, non è da idealista folle iniziare a pensare, tornare a pensare in senso collettivo, come se non ci fosse un domani o un dopodomani a cui rimandare. Abbiamo da perdere solo le occasioni per migliorare la vita delle donne, non solo quelle che che hanno voce e riescono a trarre vantaggi da un sistema tuttora fortemente a guida machile, nel pensiero e nella pratica.

E se il 25 settembre si svolgerà l’udienza nella quale il giudice deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, continuo a chiedere cosa pensiamo di fare. Sento un po’ di vuoto.

Lo dico chiaramente cosa stiamo smarrendo: l’opportunità di dimostrare solidarietà a una donna e al contempo a tutte le donne che hanno sperimentato e sperimentano molestie e violenze sul lavoro. Soprattutto non si deve lasciar passare tutto il corollario espresso dalla pm che ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di noi. Il #metoo, sbeffeggiato e infangato da più parti, non è roba da social, se vogliamo che abbia una qualche ricaduta nella realtà. Le molestie e le violenze non possono diventare poltiglia nel tritatutto di un potere maschile che discredita e nega la realtà.

Abbiamo da perdere qualcosa? Questo lo chiedo, perché ho come la sensazione che sia questo il problema. Ci avvitiamo attorno a un limite, un grosso e grande muro, che noi stesse ci siamo costruite, per poterci riservare un “posto unico”, bastante a sufficienza per noi stesse, disposte a svendere tutto. Eppure il femminismo dovrebbe avere una dimensione e un respiro collettivo per poter giungere a qualcosa. La facciata e la prassi. L’effetto? Un pericoloso e comprensibile ripiegamento nel proprio privato, stanchezza, rinuncia, rassegnazione, senso di vuoto e di smarrimento. Nel chiacchiericcio sterile, nella debolezza di non riuscire a mostrare l’urgenza di certe rivendicazioni, di fissare determinare argini, di prendere posizione passano fiumi e tempeste.

Con lo sguardo del distacco estivo, vedo meglio tutto questo. Metto a fuoco prima di ripartire, distante dal modello “qui, oggi, ora, domani chissà”. Ho lasciato decantare e sedimentare il flusso di accadimenti estivi. Ho compreso quanto arduo sia riuscire a far chiarezza, a superare il taglio superficiale e fugace che ci impone il veloce processo di produzione-consumo. Ci siamo dentro. Vorrei che ci prendessimo però il tempo necessario per concentrarci, perché a furia di perdere i pezzi, di sottovalutare, di pensare che siano questioni secondarie, di non accorgerci delle cose, di frammentarci, di non riconoscerci tra di noi e di non sentirci parte di una storia comune che va al di là delle nostre esistenze, di non occuparci di noi in senso collettivo, rischiano di far passare i più pericolosi arretramenti. Un po’ come accadde sulla questione dello stalking. “L’ognuna per sè”, la difficoltà a creare e a fare rete per davvero tra i vari livelli (politica istituzionale, attivismo, associazionismo, base) crea questi cortocircuiti.

Prendiamoci il tempo per mettere in fila le priorità, le questioni che potrebbero essere per noi delle spade di Damocle, qualcosa che in breve tempo potrebbe annullare molte delle conquiste e dei principi tanto faticosamente raggiunti. Pensiamo al DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon, sul quale mi soffermerò prossimamente, alla catena interminabile di violenze e di femminicidi che sempre più passano in sordina, al lavoro femminile. In poche parole, come pensiamo di costruire le basi oggi per un futuro differente, che sia più dalla parte delle donne? Quanto ci accorgiamo che anche i diritti “acquisiti” possono essere messi in discussione e cancellati? Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?

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Molestie e violenze sessuali sul lavoro: arretramenti e pregiudizi

Tra le mille difficoltà che incontrano le sopravvissute per ottenere giustizia, a quanto pare se ne aggiungono altre, nuove e inaspettate, che rischiano di portarci pericolosamente indietro sulla strada dei diritti e del contrasto alla violenza di genere.

Altro che rivoluzione #metoo. Da noi, in Italia, parlare di molestie, denunciare è un boomerang, una strada che si contorce e si inerpica fino a quando le ragioni, i motivi, si disperdono in un nulla di fatto, con motivazioni da teatro dell’assurdo. Di fatto si apre una voragine nella quale il coraggio di parlare viene demolito, intimidito, sezionato, ridotto a brandelli, chi denuncia si ritrova sul banco degli imputati, tutto si ribalta in un assurdo gioco che stenta a dare credito alle donne, tra un “se l’è cercata, era compiacente, era corresponsabile” e un “troppo tardi, poco attendibile, approfittatrice”. E quindi, si dissolve la gravità di quanto agito da questi uomini, c’è anche chi parla di “poverini”, vittime di una caccia al mostro, una esagerazione messa in piedi da quelle misandriche delle femministe. In Italia è evidentemente andata così, tutto storto, capovolto, annacquato. Ed ora possiamo aggiungere un altro tassello: “troppo amica, troppo vecchia”, non è compatibile con uno stato di soggezione. Il 25 settembre si svolgerà l’udienza (la denunciante ha fatto opposizione all’archiviazione) n


deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, presidente della Ss Lazio Calcio femminile, nei confronti di Carlo Tavecchio, all’epoca dei fatti presidente FIGC. La Pm ha chiesto l’archiviazione pur ritenendo veritieri e realmente accaduti i fatti denunciati.

(…)
Dimostrando solidarietà a Elisabetta daremo una spallata al sistema e un aiuto a tutte le donne che denunciano. Non si deve consentire che passi la cultura che sottende la richiesta di archiviazione. Con l’estate di mezzo, il 25 settembre è ravvicinato e non è ammissibile che si rischi di lasciare passare sotto traccia ciò che sta avvenendo. Che messaggio trasmetteremo alle donne, come potremo sollecitare e sostenere il loro coraggio nel denunciare?

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AGGIORNAMENTO

Queste sono notizie che riempiono il cuore di speranza e di fiducia. Un segnale importante per Elisabetta e per tutte le donne che hanno il coraggio e la forza di denunciare. Non ci fermerete!

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Conciliazione: scoperchiamo il vaso di Pandora

Avevo letto questa lettera. L’avevo lasciata andare, scorrere via. Mi parlava, mi toccava ma per una serie di motivi personali l’ho accantonata. Dopo qualche giorno si è ripresentata, quasi a sollecitarmi e a interrogarmi. Scrivo dal cellulare, in modo precario, ma non riuscivo a farmi uscire queste parole dalla testa.

Non è una sconfitta personale ma collettiva direi, e forse al di là della sentenza della magistrata che ha applicato freddamente e alla lettera un tessuto normativo che non riconosce nel part – time un diritto, non è mai una sconfitta quando si tentano tutte le strade per trovare una soluzione a misura umana.
Perché di questo si tratta, provare, non arrendersi, crederci perché rassegnarsi in partenza significa accettare lo status quo, anche se palesemente lontano dai bisogni, in contrasto con il benessere, lesivo della piena realizzazione della persona, limitante della partecipazione serena e produttiva al mercato del lavoro. Perché questo resta. Una dipendente che proseguirà a lavorare con questo esito, con il capo che non le ha fatto mancare il suo immediato commento di “incoraggiamento”, asserendo che nessuno la trattiene con le catene, che può tranquillamente andare via. Questo il clima, il contesto, l’atmosfera che l’accompagneranno.

Una risoluzione del conflitto pessima e che denota lo schiacciamento sempre più spinto di qualsiasi forma di conciliazione e flessibilità. Nessun beneficio reale nemmeno per l’azienda che con questa prova di forza perde un’occasione per migliorare le sue prassi aziendali e costruire un clima favorevole alla produttività e lungimirante. C’è solo l’arroccamento su un piccolo misero mondo aziendale di stampo arcaico-padronale.

Silvia non è l’unica ad aver “scoperchiato un vaso di Pandora” fatto di “arroganza, maschilismo, incompetenza e indifferenza.”

Giustamente registra una difficoltà a far valere le proprie ragioni, una resa da parte delle donne e forse ne è responsabile l’intera comunità, in primis le donne, visti certi commenti che ho letto in rete, se c’è così scarsa solidarietà.

“Ed è un vero peccato che tante donne e madri pieghino la testa e non facciano valere i propri diritti per paura…. ma paura di cosa?! Davvero non lo capisco, di cosa si ha paura?! La sera quando poso la testa sul cuscino mi dico.. ok Silvia è andata male, ma ci hai provato. E sono assolutamente convinta che se ognuno di noi, nel suo piccolo, si facesse valere per ciò che ritiene giusto, senza piegarsi a questo sistema malato, questa società sarebbe decisamente migliore”.

Le abbiamo provate tutte e chi non arriva in tribunale spesso trova il modo per alzare la testa in altri ambiti, con altri strumenti.

Si cerca di superare la barriera della solitudine e delle colpevolizzazioni.

Si scopre una voce che ti fa urlare dentro “Così non va” e la si adopera per cercare di cambiare e di sensibilizzare fuori da sé, di scoperchiare il pentolone a beneficio di altre donne. Parlo per esperienza vissuta. È un percorso, niente affatto scontato e semplice. Spesso c’è lo scoramento o cose peggiori, traumi più profondi.

Eppure ci si gonfia le piume disquisendo di smart working, welfare aziendale, flessibilità e semplificazione e di magie del lavoro in remoto da ogni angolo del globo. Parole che restano tali e che a beneficio dell’andamento aziendale vengono subitaneamente scordate. Quello del part time sembra un terreno impervio tra chi te lo impone e chi te lo nega.
Non sarebbe andata diversamente se a chiedere flessibilità fosse stato il padre, ci sono numerosi casi di mobbing, discriminazioni e ostruzionismo aziendale a carico degli uomini.

Eppure altrove da tempo si ragiona diversamente e si procede con idee e diritti più avanzati. È la nostra Italietta a non comprendere e a non voler ascoltare le sollecitazioni che ci arrivano anche dal livello dell’Unione europea.
Ne parlavo in questo mio articolo dettagliato e ci sono degli aggiornamenti che fanno ben sperare, con l’iter della nuova direttiva europea sui congedi parentali e dei caregiver che prosegue.

“Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato la sua proposta di direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio. La proposta si basa sull’articolo 153 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che prevede la procedura legislativa ordinaria.
L’obiettivo generale della proposta è migliorare l’accesso ai meccanismi per conciliare attività professionale e vita familiare, quali congedi e modalità di lavoro flessibili, nonché aumentare il numero di uomini che si avvalgono di congedi per motivi familiari, sostenendo pertanto la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In particolare, la proposta rafforzerebbe le attuali disposizioni minime riguardanti i) il congedo parentale e ii) le modalità di lavoro flessibili, e introdurrebbe nuove disposizioni minime per iii) il congedo di paternità e iv) il congedo per i prestatori di assistenza.”

Insomma, non siamo all’anno zero, basta solo intraprendere coraggiosamente un cambiamento nella cultura aziendale e nell’organizzazione del lavoro. Non sempre numero di ore fanno rima con buoni risultati e produttività. Qui non si tratta di spingere le donne al part time, di segregarle come si potrebbe temere, ma di consentire una piena e libera scelta, di lasciare aperta una possibilità di flessibilità anche solo per periodi circoscritti per entrambi i genitori, senza alcuna penalizzazione, discriminazioni o ripercussione di carriera. Stiamo parlando di scegliere quale è il nostro personale equilibrio vita – lavoro nelle varie circostanze in cui ci troviamo a vivere, sia da genitori che da prestatori di assistenza. Tradotto in parole umane: dare serenità di vita. Il benessere e il clima aziendale aumentano la qualità del lavoro svolto. Intimidazioni, oppressione, mobbing, ostruzionismo comportano solo perdite per ogni parte coinvolta. Non otterremo alcun beneficio assecondando e accettando passivamente qualsiasi condizione di lavoro, anche se massacrante, frutto di enormi sacrifici e rinunce. Se continuiamo così a quali condizioni saremo costretti a lavorare pur di ottenere e conservare quel posto di lavoro? È innegabile che sia un problema che l’intera società si deve assumere.
Leggete la testimonianza di Silvia e delle tante donne che hanno il coraggio di far emergere le loro storie di vita senza giudicare. Non diciamo le solite frasi in stile lapidazione, “doveva pensarci prima di fare un figlio”, “basta organizzarsi”, “in tante c’è la fanno comunque con il full time”, “l’impresa non è assistenzialismo, è interessi economici”. Peccato che se l’occupazione femminile è tuttora sotto il 50% e continuiamo a scoraggiare la partecipazione delle donne ne risente l’intera economia e si perdono risorse importanti. Gran parte del tessuto produttivo è stagnante e sordo a queste sollecitazioni. Scordiamoci la crescita se questo è il contesto.

Non tutti i lavori sono uguali, non si può giudicare se non si è nella situazione specifica, non reagiamo tutte allo stesso modo, non tutte le città offrono gli stessi supporti, non tutti hanno una rete familiare/amicale di sostegno, non si tratta spesso solo di orario (in molti casi supera le 8 ore) ma di trasferte anche prolungate in Italia e all’estero, di affrontare gli imprevisti che un bambino comporta senza scapicollarsi. Insomma, almeno tra donne non diventiamo le prime nemiche di noi stesse.
Ascoltiamo e agiamo empatia.
Altrimenti davvero non si va da nessuna parte. Solo Silvia sa quanto ci ha provato, quanti sacrifici ha fatto, quante strade ha tentato e così le altre donne che hanno avuto una simile esperienza: solo chi vive queste difficoltà e si sente colpevolizzato ogni volta che chiede un permesso per un figlio che non sta bene, perché non ha supporti familiari e non guadagna abbastanza per pagare una tata. Quando non trovi un briciolo di solidarietà in azienda quando ritorni dalla maternità o non ti concedono flessibilità perché hai bisogno di seguire tuo figlio per una patologia o invalidità. Lo stesso discorso vale per i prestatori di assistenza per un familiare.

Mettiamo in campo solidarietà e tutto quanto possiamo mettere in campo per modificare queste distorsioni nelle vite. Non possiamo più rinviare. Questi problemi riguardano sia le donne che gli uomini, non sono affari da donne, dobbiamo assumerci la responsabilità di portare un’inversione di rotta. Staremo meglio tutti. Una piena emancipazione delle donne non può essere raggiunta finché permarranno situazioni come questa. Quindi, maggiori possibilità di reali scelte libere, meno stigmatizzazione qualsiasi scelta si compia, meno sottovalutazione dei vissuti e delle esperienze, razionalizzazione delle politiche di conciliazione/sostegno alle famiglie, politiche aziendali al passo con i tempi e con le esigenze delle persone. Ricordiamoci infine, che senza il lavoro invisibile, di cura, informale, non retribuito, il sistema non reggerebbe, come ci ricordano spesso le Ladynomics.

Un abbraccio a Silvia e a tutte le donne dalla mia terra, la Puglia.

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Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Con le giuste parole la lingua è una danza


La lingua come una danza: come non essere d’accordo con il verso finale della filastrocca contenuta nello “scrigno” ideato dall’Associazione Donne in Rete “La grammatica la fa… la differenza”, illustrazioni di Gabriella Carofiglio, edito da Matilda Editrice (ex Casa Ed. Mammeonline). Le autrici (di Anna Baccelliere, Annamaria Piccione, Flavia Rampichini, Chiara Valentina Segrè, Luisa Staffieri e Giamila Yehya) si avvicendano e accompagnano bambini e bambine, attraverso racconti, filastrocche e giochi, alla scoperta di un universo linguistico che può avere orizzonti ampi o ristretti, a seconda delle scelte che si fanno quando parliamo o scriviamo, quando trasformiamo i pensieri in parole.



Un percorso didattico ma non solo, che riesce con la sua formulazione ad oltrepassare l’ambito scolastico e può essere un valido strumento per tutti/e per avvicinarsi a questi temi, grazie anche agli approfondimenti dell’appendice che raccoglie i contributi di Lina Appiano, Daniela Finocchi, Gemma Pacella, Graziella Priulla, Debora Ricci, Maria Teresa Santelli. Era da tempo che volevo leggere questo lavoro e posso dire che ha superato di gran lunga le aspettative e ha suscitato l’interesse di mia figlia, che a settembre farà la prima elementare. Mi ha chiesto di cosa parlasse e le ho letto la filastrocca “Dubbi grammaticali”. Abbiamo parlato di cose un po’ complesse ma in modo molto semplice. Lei mi sente spesso parlare di questi argomenti, avverte e comprende certe sfumature, confermando che mai è troppo presto. La possibilità di cambiare prassi e mentalità è a portata di mano, a partire dal linguaggio, perché la lingua è materia viva, forma della nostra cultura. Anche perché poi tutto viene più naturale e non risulta più cacofonico e strano, ma appunto adoperare correttamente le parole e declinarle per genere è una preziosa abitudine. Le regole grammaticali appaiono più sensate se avviene una riflessione su di esse e su ciò che possono rappresentare, costruire, realizzare. Il linguaggio prende forma e diventa davvero una rete amica, non un corpo estraneo, ma una chiave per avventurarsi in un mondo più ricco e vario, senza perdere pezzi interessanti e utili. Così anche i diritti e l’uguaglianza non son più concetti astratti, svincolati dalla quotidianità, ma costituiscono qualcosa che plasticamente diventa vivo e pratica incessante, anche attraverso la lingua. Tutto appare per ciò che è: strettamente interconnesso. Azioni, relazioni, interazioni, strutture mentali prendono forma attraverso il linguaggio.

Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:

“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. (…) Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”

Ma oltre agli insulti e alle ingiurie delle parole, nelle loro mille sfumature e varietà (dal sessismo al razzismo), tuttora molto diffuse, accade che di sottovalutazione in sottovalutazione, si finisce col tollerare cose che innocue non sono. Una escalation di odio dagli effetti nefasti, con i social che amplificano ciò che è già presente nel mondo reale. Tutto questo normalizza e dona una sorta di dignità subculturale a uno stile espressivo, fino a giustificarne l’uso: parlare così, quindi pensare così ti rende parte del gruppo dominante, ma anche complice di una deriva molto pericolosa, dagli effetti altamente nocivi.

Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare.

Le parole sono importanti sempre e vanno usate con cura. Per dare esistenza e per tendere all’uguaglianza. L’uso corretto del linguaggio di genere non è un esercizio elitario, sterile, inutile, bensì ne paghiamo tutti le conseguenze: senza una reale comprensione delle ricadute, più arduo sarà riuscire a stabilire un dialogo costruttivo, composto da un doppio binario mittente-destinatario.

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Lettera aperta alla Ministra della Salute


Spett.le Ministra della Salute On. Giulia Grillo,

Abbiamo atteso il suo insediamento per portarLe all’attenzione un aspetto che riguarda l’ultimo aggiornamento della Farmacopea Ufficiale, rilasciato dal tavolo tecnico istituito dalla ex Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a cui hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia italiana del farmaco, della Federazione ordini professionali e dell’industria farmaceutica. Con il decreto del 17 maggio 2018 è stato introdotto un primo aggiornamento e i lavori del tavolo proseguiranno anche nei prossimi mesi.
Dopo la liberalizzazione della vendita delle “pillole dei giorni dopo” senza obbligo di ricetta per le maggiorenni, permane un fattore che rende non sempre semplice reperirle in farmacia. All’interno del documento della Farmacopea Ufficiale sono evidenziate le categorie di farmaci che ciascuna farmacia è tenuta ad avere “in casa”, per l’immediata disponibilità all’utenza (“quanto deve essere tenuto in farmacia come sostanza e/o come prodotto medicinale”). Tra queste categorie è prevista quella dei “Contraccettivi sistemici ormonali”, con l’annotazione specifica che la farmacia ne deve possedere almeno “Una del gruppo”.

In pratica è stabilita una categoria unica, che va dalla pillola ormonale di uso quotidiano a quelle contraccettive di emergenza. Ma si tratta di due entità totalmente differenti. Conseguentemente per il farmacista è sufficiente averne un solo tipo, per essere in regola. Da tempo la SMIC (Società medica italiana per la contraccezione) ha evidenziato le conseguenze negative di siffatta categoria unitaria. Infatti era stato già da tempo richiesto che venisse inserita una categoria specifica, dedicata ai farmaci per la contraccezione d’emergenza, contraddistinti da scopo e modalità di utilizzazione diverse e specifiche. Con una categoria ad hoc si potrebbe offrire alle donne italiane la sicurezza di riuscire a reperire in ogni farmacia del territorio nazionale un anticoncezionale d’emergenza (pillola del giorno dopo, levonorgestrel, Norlevo, Lonel, Levonelle ed altri, o dei 5 giorni dopo, ulipristal acetato EllaOne), senza essere costrette, come tuttora capita, a passare da una farmacia all’altra.
Il Ministero della Salute nella sua ultima Relazione annuale sulla Legge 194 presentata al Parlamento nel dicembre 2017 ha evidenziato che:

“L’andamento di questi ultimi anni ( ndr: il forte decremento delle IVG di questi ultimi anni), come già presentato lo scorso anno, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015) che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”.

Più precisamente sembrerebbe che questa flessione dipenda dall’incremento della pillola dei cinque giorni dopo, che è passata da meno di 17mila confezioni del 2014 a più di 145mila nel 2015, a 200mila nel 2016 ed a 255mila nel 2017, pari a quasi il 50% del totale delle vendite della contraccezione d’emergenza. Ne discende che, non consentire che la contraccezione d’emergenza sia una categoria specifica all’interno della Farmacopea Ufficiale, pregiudica una sua tempestiva assunzione dopo il rapporto, inibendo un’efficace prevenzione e di conseguenza impedendo un ulteriore calo delle interruzioni volontarie di gravidanza.
Chiaramente è altrettanto auspicabile che vi sia una maggiore informazione sui metodi contraccettivi di uso quotidiano, pillole o dispositivi, finalizzata ulteriormente a consolidare l’abitudine a prendersi cura di sé ed a conoscere il proprio corpo, con un sistema costante di prevenzione delle gravidanze indesiderate. Occorre accompagnare le donne nella scelta del metodo anticoncezionale che meglio si adatta alle proprie esigenze. In tal senso, accanto ad una revisione delle categorie nella Farmacopea, auspichiamo un intervento che incentivi e consenta un uso consapevole e responsabile della contraccezione, ripensando a interventi diffusi di educazione sessuale ad opera di rivitalizzati Consultori e prevedendo una riclassificazione degli anticoncezionali in fascia A. L’efficacia della prevenzione passa per una contraccezione accessibile a tutte, che non sia più un lusso per una minoranza. Conseguentemente la rimborsabilità dal SSN è il primo passo, se davvero si vuole stare dalla parte delle donne.
Al riguardo della nuova Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana siamo al corrente che il Ministero ha precisato che si tratta soltanto di un primo aggiornamento della lista e che verranno fatti successivi aggiustamenti. Speriamo in un Suo intervento in tali sedi, che tenga conto delle perplessità espresse sulla non individuazione di una categoria specifica per la contraccezione d’emergenza, come anche di una maggiore e migliore accessibilità della contraccezione ordinaria. Riteniamo che queste nostre istanze vadano nella direzione di quanto da Lei stessa dichiarato sulla piattaforma Rousseau: “Ridurre le disuguaglianze di cura e assistenza fra cittadini” impegnandosi per una sanità pubblica “giusta, efficiente e accessibile attraverso un adeguato finanziamento, una seria programmazione, una revisione della governance farmaceutica, un potenziamento dell’assistenza territoriale”. Certo “ambiziosi intenti”, per usare le sue stesse parole, ma non più procrastinabili per chi abbia realmente a cuore le sorti della sanità pubblica e i bisogni dei suoi utenti, come nel caso delle precipue richieste portate alla Sua attenzione.

Roma, 12 giugno 2018
UDI-Unione Donne in Italia

http://www.udinazionale.org/


 

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La lettera in formato pdf

 

Ringraziamo il Dott. Emilio Arisi, Presidente della Società medica italiana per la contraccezione, per la supervisione e per i dati/contributi forniti per la redazione di questa lettera.

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Parità in ogni contesto


La rappresentazione delle donne e la considerazione che hanno i loro successi in ogni ambito costituiscono la misura del grado di progresso del processo di attuazione del principio di uguaglianza e di parità di un Paese. Nell’ambito dello sport al femminile persistono ancora numerosi limiti, discriminazioni, stereotipi, resistenze e tentativi di mantenere nell’ombra i meritevoli e faticosi traguardi raggiunti. Non serve dettagliare ciò che è sotto ai nostri occhi, la palese disinformazione e sottorappresentazione delle donne nello sport sui media tradizionali e digitali, con le calciatrici considerate ancora “dilettanti” per lo Stato italiano, tanto da non poter essere tutelate dalla Legge n. 91/1981 sul professionismo sportivo, che consentirebbe loro di accedere a un contratto di lavoro, ai contributi previdenziali, alla tutela della maternità, a una adeguata tutela infortunistica. Poco più che un hobby. Meno di tutto. Eppure i risultati e gli sforzi sono gli stessi, anzi viste le difficoltà pratiche che le donne si trovano ad affrontare, forse denotano una marcia in più. Non è solo una questione di ingaggi e di compensi, molto c’è ancora da sistemare. Sarebbe un segnale di civiltà.

Continuiamo ad assistere a un evidente tentativo di delegittimazione delle nostre sportive. A partire dal silenzio sui successi delle nostre atlete della Nazionale di ginnastica ritmica, fino all’amara constatazione che le partite delle azzurre non meritano di essere mandate in onda sulle principali reti pubbliche. A tal proposito segnalo una petizione “Calcio femminile: Azzurre sulla Rai!” .

Una storia che si ripete e non si riesce a scalfire, nonostante gli enormi sforzi di associazioni impegnate da anni su questi fronti, in primis le battaglie condotte da Assist – Associazione Nazionale Atlete. C’è da prendere atto del fatto che il mondo maschile riesce sempre a fare muro, quadrato, ostacolando qualsiasi tentativo di cambiamento. Per questo è auspicabile che tra donne si unisca sempre meglio le forze.

La Nazionale azzurra dopo 19 anni si qualifica ai mondiali e viene relegata in fondo alle pagine dei quotidiani sportivi, resa volontariamente microscopica. Il Paese sembra in preda al lutto nazionale dopo l’esclusione della compagine maschile dai mondiali e quindi si manda nell’oblio tutto l’enorme sforzo delle nostre Azzurre, non sia mai sconvolgere e ribaltare decenni di mentalità maschile. Così notiamo con rammarico come sulla pagina Facebook della Lega nazionale dilettanti non vi sia traccia delle nostre Azzurre e del loro straordinario traguardo. Pochi i post dei successi delle donne in generale. Non mancano però immagini tipiche dell’ordinario immaginario maschile, che quando si tratta di donne, le riesce a rappresentare quasi sempre attraverso schemi e inquadrature immancabilmente irrispettose. Un chiaro segnale della considerazione che si dedica alle donne, un rimarcare stereotipi e cliché sui corpi femminili, perché questo è l’importante, tutto il resto non conta. Cornici, vallette, ombrelline, figuranti, involucri da addobbo, una narrazione ferma ai tempi della trasmissione “Drive in”. Riteniamo che sia ora di cambiare.




 

Pertanto chiediamo a tutti gli attori interessati, che si cambi registro e si faccia entrare aria nuova nell’informazione e nel modo di raccontare lo sport al femminile, dando il giusto risalto e valorizzando quanto compiuto dalle donne, affinché si attui un trattamento paritario, che contribuisca a cambiare la mentalità, a scardinare consuetudini svilenti, per dare testimonianza di ciò che è in grado di fare l’altra metà dello sport, che salvo casi eccezionali, continua a essere snobbato e sottovalutato. Dallo sport può partire una rivoluzione importante per la piena emancipazione e affermazione delle donne in ogni contesto di vita.

 


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Il cambiamento che auspichiamo

@OlimpiaZagnoli


Il femminicidio è l’atto finale e consapevole di uomini portatori di una cultura che gli attribuisce un dominio incondizionato, l’esercizio di un potere assoluto sulla donna. Una cultura patriarcale, machista, misogina, fondata sulla sopraffazione. Il femminicidio è l’epilogo tragico e terribile che pone fine alla vita di tante, troppe donne. Il “prima” è composto da una serie di avvenimenti, parte del ciclo della violenza. Una sequenza ciclica che non si risolve da sé, ma replica atti violenti di diverso tipo e li alterna a fasi di “calma apparente”, tali da far sperare alle donne che li vivono che ci sia una speranza di cambiamento nel comportamento dei compagni.

La teoria del “ciclo della violenza”


Da dentro non è così semplice come appare, non è così scontato e ovvio che dopo aver vissuto in relazioni violente si abbia la possibilità, si scelga di spezzare le catene e allontanarsi da esse. Non è semplice assolutamente prendere certe decisioni, soprattutto i tempi non sono uguali per tutte, occorre rispettare e comprendere tutto questo. Sono molteplici i fattori che pressano sulle decisioni delle donne. Qui il punto vero è come sostenere le donne e accompagnarle nel modo giusto, affinché la violenza non sia una questione privata e non restino sole. Prima che si arrivi a situazioni di non ritorno. Per non dover continuare a registrare nuove vittime di femminicidio.

Ma è altrettanto necessario ripensare al sistema procedurale, di attenuanti e sconti di pena in questi casi. Pensiamo al rito abbreviato*, sul quale chiedevamo di intervenire prima della conclusione della legislatura precedente:

“Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.”

È ciò che auspico sia assicurato non solo per le donne vittime di violenza maschile, ma anche per i familiari che devono poter ottenere un pieno riconoscimento di quanto grave sia l’atto compiuto. Occorre dare un segnale e questo puo giungere solo ripensando seriamente e in modo completo sul fenomeno della violenza di genere. Occorre che si valuti attentamente quali devastanti conseguenze ci sono e riuscire a trovare soluzioni legislative e giurisprudenziali che ne tengano sufficientemente conto.

Oggi il mio pensiero è per Valentina Belvisi: domani si discuterà il ricorso in appello dei legali di suo padre che chiedono uno sconto della pena. Valentina è la figlia di Rosanna Belvisi, che il 15 gennaio dell’anno scorso fu devastata da 29 coltellate dal marito, a Lorenteggio, un quartiere di Milano. In primo grado è stato condannato a 18 anni: non sono state riconosciute le aggravanti per crudeltà e ha potuto beneficiare di uno sconto di un terzo della pena legato al rito abbreviato richiesto dall’imputato.

Non potremo riavvolgere il nastro e riportare tra noi le donne che come Rosanna non ci sono più. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di segnali e di iniziare a lavorare per correggere ciò che non funziona, sia prima che dopo, e non è dalla parte delle sopravvissute o dei familiari delle vittime della violenza maschile. Lo dobbiamo a Valentina e sua madre e a tutte le donne le cui vite sono state attraversate dalla violenza. Per questo c’è bisogno di femminismo, perché altrimenti si procede zoppicando. Il cambiamento che auspichiamo riguarda benefici ampi e destinati a tutte le donne, con e dalla loro parte sempre. Non ci serve una solidarietà a corrente alternata. Occorrono ancora una volta soluzioni strutturali e di ampio respiro politico.

 


AGGIORNAMENTO 6 GIUGNO 2018:

Il giudice di secondo grado non ha concesso ulteriori sconti di pena. Ribadisco che oggi, se davvero vogliamo che le cose cambino, occorre lavorare affinché per talune fattispecie non sia possibile richiedere il rito abbreviato e ottenere i conseguenti benefici. Per far sì che a determinati crimini sia attribuito il giusto peso e le commisurate conseguenze di pena, è necessario lavorare a livello legislativo, procedere al più presto in questo senso. I magistrati applicano le leggi vigenti, ricordiamolo sempre.

* In merito al rito abbreviato, ho chiesto ragguagli all’avvocata Roberta Schiralli, che ringrazio per la sua chiarezza e per il suo contributo: “Un giudice non si può rifiutare di concedere il rito abbreviato, lo chiede la parte (imputato). Il giudice può rigettare il rito abbreviato se la parte lo chiede “condizionato” all’espletamento di una prova, che lui non ritiene di ammettere. Solitamente il rito abbreviato “semplice/secco” si attiene allo stato degli atti (ndr, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo del PM). Ammette quindi la richiesta come abbreviato secco, senza ulteriori approfondimenti.”

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Un rinnovato impegno per la cittadinanza di genere


La storia è attraversata da uomini e donne, ma per secoli i passi compiuti dalle donne sono stati marginalizzati e relegati in un angolo, subordinati e oscurati da una narrazione monosessuata al maschile. Una storia che è relazioni e intrecci tra i generi sarebbe zoppa senza considerare il genere femminile. Pertanto nella ricostruzione è fondamentale ricomporre un modello relazionale, di rapporto e di incontro/scontro tra i generi. La cittadinanza è un concetto che irrompe con la Rivoluzione francese, con l’avvento dei diritti universali dell’uomo. E l’altra metà, le donne che posto occupavano? Nel 1791, Olympe De Gouges con la sua Dichiarazione dei diritti delle donne e della cittadina, rimise ordine e cercò di portare un equilibrio per il quale pagò con la ghigliottina, dimentica delle “virtù che convengono al suo sesso e di essersi immischiata nelle cose della Repubblica. Olympe, insieme a Théroigne de Méricourt (che aveva proposto la formazione di un battaglione di donne per partecipare alla guerra, fu rinchiusa in manicomio) rappresentano il tentativo di mobilitare le donne per la causa della liberazione dall’oppressione di un potere gestito solo dagli uomini.

Nel 1792, a Londra, Mary Wollstonecraft pubblicava “La rivendicazione dei diritti delle donne”, le donne per superare la loro condizione subalterna dovevano prendere coscienza del loro valore sociale attraverso l’educazione, dando centralità al valore pubblico e politico della dimensione personale.

Quando parliamo di “cittadinanza di genere” cosa intendiamo, di quali specificità è portatrice? L’essere donne, uguali e differenti, essere partecipi della vita sociale, politica, comunitaria significa garantire benessere e miglioramenti per tutte le componenti. Questo è il farsi e il potersi fare cittadina, esercitando consapevolmente e pienamente i propri diritti, conoscendone in primis l’origine e il cammino che ci ha portato ad acquisirli. Quali soluzioni, quali risposte, quale qualità della vita, quale grado di attenzione, quale priorità sono state accordate alle donne? Quale la nostra autonomia e quale la nostra capacità di incidere e di cambiare il corso degli eventi e della storia, quali sono state le nostre parole davanti alla storia e alle sue sfide? Quanto è solida e ampia la nostra democrazia? Quanto dipende dalla presenza e da un’azione delle donne? E se si smarrisce ciò che è stato il contributo delle donne per pigrizia o per una solerte “operazione dimenticanza”, cosa accade?

E lo notiamo quando in un momento di crisi e di difficoltà, quando si parla di riforma e di costruire una nuova stagione per un partito, ritroviamo ancora una volta tra i relatori di un evento solo degli uomini.

Nessuna discontinuità. Tutto cambia attorno, ma non sembra che ci sia la volontà di accorgersene e di dimostrare di voler intraprendere un cammino diverso. E non crediate che non ci siano donne in grado di spingere e di segnare una nuova stagione. Le energie ci sono, ma a furia di non includerle e di non valorizzare ciò che è autenticamente differente, si ha la sensazione di un immobilismo ripiegato su se stesso. D’altronde cosa e chi si pensa di rappresentare se non ci si accorge di queste anomalie?

A volte sembra tutto molto simile nelle difficoltà a quando nella Consulta del 1945 si discuteva sull’opportunità di estendere il diritto di voto alle donne, con i partiti di massa che ne temevano le conseguenze, tra calcoli politici e dubbi sulle loro capacità di scelta. Le donne andavano educate alla partecipazione: “C’era da “alfabetizzare” un intero popolo alla politica, alla partecipazione, all’espressione delle proprie istanze, alla democrazia rappresentativa. Ancora più importante diventava la formazione delle donne, escluse da sempre, ritenute non idonee alla politica e alla vita pubblica.” 

Pio XII allertava le conseguenze sugli equilibri del focolare domestico. Nel febbraio del 1946 con 179 voti contro 156 contrari, le donne riuscirono a conquistare il suffragio. Il 2 giugno 1946, 21 donne vennero elette all’Assemblea costituente. Solo 5 donne entrarono a far parte della Commissione Speciale, detta “dei 75”, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula: Maria Federici (DC), Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSI), Nilde Iotti (PCI) e Ottavia Penna Buscemi (UOMO QUALUNQUE).

Fu l’occasione di riscatto civile per tutte le donne, la testimonianza di una volontà di voler rappresentare le italiane tutte. Ci riuscirono facendo squadra. Numeri esigui ma che seppero segnare l’anima della nostra Carta costituzionale: il principio di uguaglianza (art. 3), la famiglia e il matrimonio (artt. 29, 30, 31) il lavoro femminile e la parità di retribuzione (art. 37), il diritto di voto (art. 48), l’accesso alle cariche politiche elettive e amministrative (art. 51). Il clima ostile non permise da subito l’ammissione delle donne nella Magistratura, ma non per questo si smise di lottare: dovremo attendere il 9 febbraio del 1963.

Un contributo ampio, oltre le questioni femminili, volto a costruire un nuovo tessuto democratico, con un pensiero e soluzioni con sguardo di donna, che fosse finalmente anche a misura di donna.

Il tema della cittadinanza femminile non è un orpello decorativo da commemorazione, lo si vede plasticamente quando viene messo nell’ombra: gli effetti e i risultati sono in frenata, in retromarcia.

Teresa Mattei intervenne nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente:

“Il riconoscimento della raggiunta parità esiste per ora negli articoli della nuova Costituzione. Questo è un buon punto di partenza per le donne italiane, ma non certo un punto di arrivo. Guai se considerassimo questo un punto di arrivo, un approdo”.

Il passaggio dalla carta alla pratica nella realtà è tuttora in atto, un’eredità di cui dobbiamo innanzitutto essere consapevoli. Un lavoro che implica uno sforzo comune tra uomini e donne, che rileva il grado di maturità di un Paese e il livello di superamento dei muri di genere.

Stando alle vicende di questi ultimi mesi/giorni, si stenta a credere che ci sia sufficiente senso di responsabilità e senso del valore di istituzioni e della nostra Carta. Se manca il passaggio intergenerazionale, il rischio di tornare indietro è purtroppo molto concreto. Ciò che è accaduto ha mostrato alcuni gravi segnali di un cortocircuito prodotto da una sorta di smarrimento delle fondamenta comuni della nostra casa. Nel chiacchiericcio e nei calcoli da perenne campagna elettorale si sono disciolte, rendendo più arduo un discorso politico serio e di qualità. Tutto e il contrario di tutto, in un modello gattopardesco che parla di “cambiamento”, in un gioco pericoloso di ribaltamento di significato.

E noi donne di cosa abbiamo paura? Cosa stiamo aspettando? Ci andranno ancora bene i meccanismi di stampo maschile che ci sottraggono opportunità di rappresentanza autentica e puzzano di tanfo patriarcale? Ci andranno bene soluzioni e proposte politiche che non tengono conto della nostra voce e del nostro punto di vista?

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine.

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Dall’Italia all’Irlanda per rispettare la volontà e la scelta delle donne


I primi 40 anni della Legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. A che punto siamo?

Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società. Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito. Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane. Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna. Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.

Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.

Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.

Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl Fortuna nel 1971.

Occorreva trovare nuove strategie per diffondere la discussione anche oltre gli ambiti istituzionali, tra le donne, ma anche per iniziare a rompere il silenzio delle pratiche clandestine e aprire una nuova stagione. A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG. Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974). Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto. Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto. Il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte, era marzo 1976. Il 2 aprile DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato. Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

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AGGIORNAMENTO 26 maggio 2018:

Di gravidanza non si dovrà più morire, l’Irlanda ha votato sì al referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento, il 66,4% dei voti ha permesso finalmente di sbloccare una situazione grave che dal 1983 consentiva l’interruzione solo nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Il premier irlandese ha promesso una norma entro l’anno per consentire alle donne irlandesi di scegliere, per un aborto sicuro, legale e senza dover andare all’estero.

Non riesco ad esprimere la gioia per questa conquista delle sorelle irlandesi… hanno davvero scritto la storia. Una storia che riguarda tutte noi!

Prendiamo esempio dalla perseveranza delle irlandesi e lavoriamo sodo per mutare la situazione disastrosa in cui versano i nostri diritti sessuali e riproduttivi.

 

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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Donne: equilibri e disequilibri di una condizione che merita cure adeguate

@Anna Parini


Passata la festa della mamma, in occasione della quale sono stati sciorinati dati, dolciumi e zuccherini, le mamme si trovano sempre nella medesima condizione e di dolce resta ben poco, che possa garantire una qualità della vita soddisfacente, altro che indice bes.

Per chi se lo fosse perso, Save the Children ha elaborato un report “Le equilibriste, la maternità in Italia”, un indice sulla condizione delle madri in collaborazione con ISTAT.

L’occupazione è una questione di genere, perché non solo il numero è differente a discapito delle donne, ma varia molto a seconda se ci sono figli e del loro numero. Ma questo già è assai risaputo.

“Decidono di diventare madri sempre più tardi (l’Italia è in vetta alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva).”

D’altronde, i numeri delle dimissioni volontarie non accennano a diminuire e sono ancora una volta le donne che compongono la fetta maggioritaria.

Non è solo una questione di accesso, ma di permanenza e a quali condizioni. L’ultimo Global gender gap parla da sé: siamo ottantaduesimi su 144 Paesi, abbiamo fatto tanti passi indietro soprattutto a causa della voce lavoro, siamo al 118° posto.

Disuguaglianze socio-economiche che penalizzano non solo le donne, ma l’intero sistema Paese.

I dati sulla divisione dei tempi del lavoro familiare, inclusi nel rapporto annuale Istat 2018(pagina 219, n. b. fanno riferimento a un report del 2014!), rivelano che le donne “dedicano circa 3 ore in più degli uomini alle attività domestiche e di cura dei familiari, la differenza supera le 4 ore nelle coppie con figli, e arriva a 4 ore e 40 nelle coppie in cui lavora solo lei.” Hanno all’incirca 84 ore al mese (più di mille in un anno) in meno di un uomo per sé e per il lavoro.

Lavare e stirare, pulire la casa sono ancora appannaggio delle donne tra il 70-80%. I carichi familiari determinano poi le motivazioni per cui le donne sono circa i 3/4 dei part-time, che diventa quasi un obbligo, almeno che non si possa usufruire di aiuti esterni quali familiari o collaboratori domestici. Anche il tasso di partecipazione alla comunità con attività di volontariato risente dai compiti di cura familiari.

Gli uomini risultano ancora più propensi a condividere la cura dei figli, occuparsi della spesa e seguire la contabilità familiare.

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