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Per un’etica femminista della cura

su 28 aprile 2015

cura

 

 

La mia riflessione di oggi parte dalla lettura di alcuni passaggi del testo di Carol Gilligan La virtù della resistenza. Siamo nel 1973, anno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli USA. La sentenza Roe versus Wade, rese l’altruismo, virtù femminile per eccellenza, qualcosa di problematico, per niente scontato. Scrive Gilligan: “Ascoltando le donne, fui colpita più e più volte da come l’opposizione tra egoismo e altruismo aveva il potere di informare i loro giudizi morali e guidare le loro scelte”. Per alcune era “egoista” qualunque scelta, di avere o meno un figlio, mentre erano disposte (la consideravano una buona cosa) a seguire quanto un’altra persone gli chiedeva di fare. “Nina raccontò che stava per abortire perché il suo ragazzo voleva finire la facoltà di legge e contava sul suo appoggio. Quando le domandai cosa voleva lei, rispose: “Cosa c’è di male nel fare qualcosa per qualcuno che ami?”. Viene considerato positivo essere empatici con gli altri, mentre diviene egoista essere sensibile ai propri bisogni.

Questo chiaramente evidenzia un’interferenza culturale notevole, che spinge le donne verso questo ragionamento automatico e che ammutolisce la loro voce interiore che esprime ciò che sono e desiderano realmente. Quella voce non è scomparsa, ma è sepolta sotto una coltre culturale di stampo patriarcale. In questo universo, la cura è un’etica femminile, non universale. Prendersi cura è ciò che rende la donna virtuosa, chi si prende cura di qualcosa o di qualcuno sta compiendo un “lavoro da donne”. Coloro che si dedicano agli altri, sono sensibili ai loro bisogni, attenti alla voce degli altri sono persone altruiste. “In una cornice democratica, la cura è un’etica dell’umano. Un’etica femminista della cura, in una cultura patriarcale, rappresenta una voce differente, poiché associa la ragione all’emozione, la mente al corpo, il sé alle relazioni, gli uomini alle donne, resistendo alle divisioni che sostengono l’ordine patriarcale”. Un’etica femminista della cura si fonda su un’interpretazione della democrazia più densa che superficiale (mutuando la distinzione sulle culture operata dall’antropologo Clifford Geertz). Un’interpretazione superficiale omologa le differenze nel nome dell’uguaglianza, al contrario una “densa” si basa sul fatto che voci differenti sono sintomo di vitalità di una realtà democratica. E questo si potrebbe applicare a tanti aspetti della nostra realtà contingente.
Le difficoltà di un affermarsi di un’etica femminista, secondo Gilligan, risiedono nel fatto che a essere contrastato è lo stesso femminismo. Negli USA si sono evidenziati i conflitti tra aspirazioni democratiche nelle istituzioni e nei valori fondanti la federazione di stati, e un perpetuarsi di una tradizione fondata su privilegi e potere patriarcale. Le sfide degli anni ’60 e ’70 inclusero questo attacco frontale all’ordine patriarcale, per raggiungere una piena democrazia, per ridefinire i concetti di virilità e di femminilità, con un movimento trasversale: pacifisti, movimento delle donne e di liberazione gay.
Per la prima volta essere uomo non significava automaticamente essere soldato, per una donna il destino non era unicamente quello di essere madre. La sessualità e la famiglia assumevano nuove forme. Ancora oggi il dibattito è acceso su aborto, matrimonio gay e guerra (sono temi caldi su cui si scontrano ancora i candidati repubblicani e democratici), ma qualcosa è cambiato per sempre. Si sono compresi molti aspetti, e per quanto concerne il nostro tema, cura e prendersi cura son passati da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano.
Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. Iniziamo a scardinare un primo elemento.
Gilligan poi, trattando di giustizia vs cura, introduce una contrapposizione tipica del patriarcato: la giustizia sta dal lato della ragione, della mente e del sé (attributi maschili), mentre la “cura” sta dal lato del corpo, delle emozioni delle relazioni (associati alla donna). Attraverso questa divisione il ruolo della donna viene al contempo idealizzato e svalutato, subordinando la cura alla giustizia, asservendola e relegandola a una dimensione relazionale. In questo quadro è facile che in nome della femminilità si chieda alla donna di sacrificare i suoi diritti in nome di relazioni pacifiche, per non incrinare gli equilibri e garantire una vita serena, priva di conflitti (naturalmente all’uomo). Demolendo le separazioni e le gerarchie patriarcali, si potrebbe affermare un modello di relazioni in cui ognuno possa avere voce, essere ascoltato con attenzione e rispetto, indipendentemente dal genere.

Invece, siamo tuttora schiavi di certi meccanismi, per cui la donna che tiene alla relazione è virtuosa, mentre l’uomo indipendente, autonomo è moralmente integro. La morale finisce con l’allinearsi “ai codici di genere dell’ordine patriarcale, rafforzandoli”. Il “curarsi di” finisce con l’essere intrinseco di un genere. Sulla donna si riversano aspettative e oneri, con una lotta incessante a incarnare quel modello. Quel mettere da parte “noi stesse”, per curarci di qualcosa o di qualcuno è una incarnazione di regole secolari fondate su una “dissociazione di genere”, la chiamerei così. Quel rimboccarci le maniche e rinunciare alla nostra voce perché così hanno fatto per secoli altre donne prima di noi. Ce lo sentiamo ripetere continuamente, un richiamo all’ordine dei ruoli femminili, e anche se dentro di noi sappiamo benissimo a cosa corrisponde, ci risulta tuttora arduo scardinare queste “usanze”, principalmente perché alla fine siamo sole. L’unica nostra forma di resistenza è affermare che abbiamo preso coscienza che c’è altro, che si può concepire diversamente le relazioni e gli equilibri di genere. E che è possibile uscire dalle gabbie culturali unicamente dandoci delle alternative, oggi noi donne abbiamo una alternativa, possiamo studiare, leggere, parlare tra noi, capire che quello che ci si aspetta da noi può non corrispondere con i nostri bisogni e con i nostri diritti.

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11 responses to “Per un’etica femminista della cura

  1. Paolo ha detto:

    altruismo ed egoismo possono appartenere ad uomini come a donne.
    virilità e femminilità si vivono in tanti modi quanti sono gli uomini e le donne nel mondo, modi statisticamente frequenti e modi meno frequenti ma tutti autentici.

    Quanto al resto in una relazione amorosa ci si cura l’uno dell’altro e se l’altro ha una difficoltà lo si aiuta (anche se non è facile) senza distinzioni di genere, questa è la mia concezione.
    La vera sfida è mantenere il positivo dell’etica della cura togliendo le incrostazioni maschiliste

    (non centra nulla forse ma Simona, hai letto Furore di Steinbeck? Lo sto leggendo e la figura di Ma’ Joad mi ha colpito)

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    • simonasforza ha detto:

      Proprio perché altruismo ed egoismo sono presenti in uomini e donne, con pari probabilità, quando li si connota diversamente, li si attribuisce a un genere piuttosto che all’altro, si stanno esplicitando delle influenze culturali, tipiche del patriarcato. La cura dovrebbe riguardare l’umano, ma così non è. Ho letto Furore tempo fa. La figura della madre è un po’ la colonna portante della famiglia, colei che infonde speranza e fiducia. Ecco, quello che ci si aspetta da una donna, da una madre.. tutto questo non è scontato, magari non è così, non è così naturale e fa parte di un’aspettativa che spesso costringe le donne a incarnare un ruolo, che non si è propriamente scelto. Io sono per un aiuto reciproco e spontaneo, ripeto il “prendersi cura di” non può essere solo femminile. Il carico spesso è diseguale e ha conseguenze serie nella vita delle donne: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=72873&typeb=0&Le-donne-con-il-marito-in-casa-lavorano-4-ore-in-piu-

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      • Paolo ha detto:

        Concordo.
        Comunque Ma’ Joad è un bellissimo personaggio, è la vera capofamiglia che decide molto più di Pa’ Joad (a un certo punto lui lo ammette esplicitamente di non essere il vero capofamiglia)l, donne come lei esistevano nelle famiglie contadine degli anni ’30 e forse esistono ancora oggi, raccontarle non è uno “stereotipo maschilista” ed è legittimo per quanto il romanzo rispecchi il suo tempo e i personaggi sono pur sempre contadini poveri degli anni ’30.

        “in una relazione amorosa ci si cura l’uno dell’altro”
        e ognuno fa cose belle per l’altro, ovviamente

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  2. simonasforza ha detto:

    Sono in gioco fattori culturali, modelli trasmessi da secoli, che ci insegnano cosa e come essere in ogni contesto. Uomini e donne sono immersi in questo “patriarcato permanente”. Il primo passo per tentare un superamento credo consista nell’accorgersi di questi fattori, svelare i meccanismi e tentare di resistere. Poi naturalmente ci sono tutta una serie di ostacoli pratici che spesso ci costringono in certi ruoli. Torna in gioco il nostro farci avanti e il fatto che si conta che volenti e nolenti noi siamo disposte a immolarci. Più verosimilmente ci portano a immolarci, perché non ci sono alternative e per quella solitudine di cui parlavo. Questo per quanto riguarda la “cura” sotto il profilo pratico, familiare, quotidiano. Vorrei però fare una piccola precisazione. La “cura” di cui parla Gilligan riveste uno spettro più ampio rispetto all’accezione comune. Si tratta infatti di “attenzione”, ascolto, rispetto, empatia che sottendono le relazioni umane. E’ un accogliere tutte le voci, perché questo ci permette di tenere insieme equità e giustizia e non dissociare gli aspetti spesso contrapposti mente-corpo, ragione e sentimento, e quindi uomo-donna. Questo aspetto attiene alla vita pubblica, e ne avremmo un gran bisogno (parlando di democrazia e diritti).

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  3. […] Sull’onda della relazione (qui) fatta dall’Istat per la Commissione lavoro del Senato, nella quale si parla di orario di lavoro domestico per donne e per uomini, urge una riflessione e un approfondimento sul tema della “Cura”. Fin quando non usciremo dalla dimensione individuale e ci muoveremo in senso universalistico, andando al fondamento dei fenomeni, non risolveremo granché. Occorre un approfondimento su un’attitudine umana alla cura, ne avevo parlato anche in un mio recente post. […]

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  4. Federica ha detto:

    Bellissimo questo post. Vorrei poterlo scrivere sui muri e farlo entrare nelle teste della gente, delle donne, farlo entrare nelle loro coscienze.
    è assai difficile portare avanti questa visione delle cose, della femminilità, la coscienza di quello che si vuole essere (coscienza che non può che nascere dalla scoperta, e quindi dall’analisi di sé).
    Vedo ancora molte donne che credono di poter camminare a spalle aperte solo quando parlano di quanto, e quanto bene, accudiscono i loro mariti-figli, che non osano lamentarsi dell’assenza della figura paterna nella crescita del proprio figlio – che sentono responsabilità solo loro, portatrici di quella croce patriarcale della quale sono inconsapevoli vittime, e che in fondo un po’ le lusinga anche; donne che “non sono” se non c’è una figura maschile (non necessariamente da intendere come “maschio).
    Bellissimo post, bellissima riflessione di cose pensate, sentite, ma non sempre dette così bene.

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