Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A bordo di un Titanic culturale e politico. Tra personale e politico.


C’era una volta e c’è ancora una attivista che credeva e crede di potersi impegnare e cambiare di un mm il mondo. Poi le cose col tempo certo cambiano, prendono la piega della realtà, fatta di muri e il solito sistema amicale, ricattatorio, connivente, padronale e volgare della politica. Dove un mare di gente naviga alla ricerca di benefici.

Quindi, visto che tuttora ci credo, adopero l’unica dote che ho: raccontare, denunciare, divulgare, solo perché forse rimanga agli atti nero su bianco il perché c’è sempre più sfiducia nella politica ed è sempre più probabile che nella vita reale delle persone non cambi mai nulla. Altrimenti questo Paese non sarebbe ridotto così, a mancette e provvedimenti hic et nunc senza respiro futuro. Non spetta a me dire se sono una persona onesta e dignitosa. Parla il mio percorso e sfido chiunque a dimostrare il contrario, oggi come ieri, quando mi si disse che sputavo nel piatto in cui mangiavo, peccato che già allora ero precaria e disoccupata e lo sono ancora oggi. Però la mia libertà di parlare nessuno me la può togliere e quindi parlo e denuncio cosa mi accade personalmente e cosa non va. Sono precaria e disoccupata per quella cosa lì che si chiamava e si chiama impossibilità di conciliazione, a cui in tante e tanti hanno sempre risposto, arrangiati, sei tu che non riesci. Ma come si può notare, non ho mai cercato e avuto benefici dal mio impegno politico, l’ho sempre fatto come servizio volontario, ho sempre e solo contato sulle mie forze, continuando a studiare, sì, come sto facendo anche in questo periodo. Non ho mai cercato affiliazioni e protezioni, corsie preferenziali. Continuo perché so che è l’unico modo per mantenere la mia mente oliata al punto giusto e per restare coerente con me stessa. Il mio “personale” è un racconto dalla realtà, quella che in tanti ormai non bazzicano da tempo, troppo presi dalle loro vite dorate a 300 all’ora, magari con l’aiuto di qualche sostanza. Perché esattamente come Genovese, li vedi come trottole h24, con il loro bagaglio di linguaggio prepotente e violento, pronti a cannibalizzare ogni essere umano, soprattutto se dissente. Io sono abituata a vivere osservando, lo faccio da quando sono nata, da quando a 3 anni si domandavano perché parlassi poco e fossi timida. Io non avevo bisogno di parlare, osservavo e registravo, crescevo. Ci ho messo almeno un paio di decenni perché quel bisogno di parlare non si potesse più contenere, ho iniziato a scrivere, per me, per gli altri e anche se non ho il patentino, eccomi qua che scrivo ancora, perché io sono ancora dotata di passioni e lotto. Non smetterò di lottare. Sia chiaro. In questo articolo ho fatto una mini rassegna delle problematiche che ho denunciato e per cui ho lottato per anni.

In queste ultime settimane ho parlato molto spesso della scuola, ma anche delle problematiche sanitarie collegate in tempo di pandemia. Ho scelto di non rimanere in silenzio e di non partecipare alla narrazione del “va tutto bene, scuole aperte ad ogni costo”, tanto poi a essere rimaste aperte sono state solo le scuole dell’infanzia ed elementari, prima media, composte evidentemente da soggetti sacrificabili. O peggio, le si è lasciate aperte come stampelle del mondo produttivo, come servizio di parcheggio pubblico per figli da custodire, che non potevano essere lasciati a casa da soli. I problemi non sono uguali dappertutto, lungi da me voler generalizzare, dipende dalla grandezza della scuola, la sua ubicazione in una città piccola o metropolitana, l’organizzazione interna, gli spazi, il numero di alunni, la situazione della medicina territoriale e l’organizzazione sanitaria in cui è inserita, la presenza di genitori di buon senso o meno, che si interessano o meno della salute dei figli, di un sufficiente senso di responsabilità e civico, dalla capacità o meno di mantenere in piedi le 3 T. Non potendo generalizzare, ho sempre chiesto interventi capillari, laddove la situazione era sfuggita di mano da settimane, laddove i numeri dei contagi erano evidentemente sottostimati e fuori controllo, laddove le classi e gli spazi scolastici erano rimasti identici al pre-Covid. Ma anche qui la mia esperienza personale era a detta di molti carta straccia, me la dovevo ingoiare, oppure mi si diceva che avevo ragione, ma che se la maggioranza dei genitori voleva il tempo pieno pienissimo e la scuola in presenza anche sotto le granate del virus, io dovevo rassegnarmi. Se ne è sempre fatta una questione di consenso, di assecondare una sorta di maggioranza, o meglio di compiacere chi faceva più baccano e chi adoperava ricatti elettorali per poter avere quello spazio parcheggio pubblico aperto, nonostante contagi a go go stessero travolgendo personale e studenti. Ma ancora una volta si doveva mettere tutto sotto il tappeto. Il dogma del luogo, involucro scuola aperta come l’unica possibilità di istruzione efficace, eppure è indubbio che già prima della pandemia quel medium, quel luogo, quelle relazioni non sempre erano vive, utili, funzionanti, efficaci, con risultati misurabili e ottimali. Semplicemente non interessava ai più occuparsi di questioni pedagogiche, modelli scolastici, strumenti educativi, efficacia dell’azione della scuola per promuovere una reale crescita e preparazione. Si tirava avanti e in tanti chiedevano anzi di tagliare fondi alle scuole. In piena pandemia, per poter meglio propagandare il “va tutto bene”, a un certo punto sono stati sospesi i questionari di rilevazione sulla situazione epidemiologica nelle scuole e già ai primi di ottobre si procede con una revisione al ribasso delle regole per il rientro in comunità/scuola dopo un caso positivo.

Vi faccio una piccola cronistoria per farvi capire che di tutela della salute c’è ben poco, le ragioni che avevano giustamente spinto a misure stringenti a inizio anno scolastico, si sono sciolte come neve al sole di fronte alla frana organizzativa del sistema delle 3T.

Visto che abbiamo la memoria corta, ricostruiamo cosa è accaduto.

Circolare del Ministero della Salute n. 17167 del 21.8.2020

Norme per il rientro a scuola del 24 settembre

Certo, anche allora si contava sulla collaborazione del genitore, che doveva segnalare i sintomi al pediatra, ma per qualche giorno questo ha retto. I genitori per la prima/seconda settimana hanno cercato di attenersi. Poi vedendo che altri non rispettavano le raccomandazioni e mandavano ugualmente i figli malati a scuola, si è diffusa la sensazione che tanto controlli non si facevano e che ognuno era libero di fare come meglio credeva.

Ai primi di ottobre il sistema di tracing, test, monitoraggio era già in affanno. Allora esce questa nuova regola il 12 ottobre.

In pratica si allentano gli obblighi di tampone, bastano 14 giorni di quarantena e via liberi tutti di tornare in comunità.

Capite che abbiamo iniziato in un modo e dopo nemmeno un mese eravamo già ko con il sistema dei tamponi, per cui tagli nei protocolli.

Abbiamo iniziato con nessun obbligo di mascherine al banco, bastava il metro tra le rime buccali, poi vista l’impennata di casi, si è resa obbligatoria la mascherina, peccato che nella realtà non sempre si rispetti la regola.

Quindi, la gestione è a maglie assai larghe.

Ciò che si chiede è il ripristino dell’obbligatorietà del tampone per chiunque sia contatto stretto di positivo, per il rientro in comunità. Una semplice e razionale azione di contenimento dei contagi, perché se consentiamo che positivi asintomatici o sintomatici che si sentono “furbi” vadano in giro, non ne usciremo mai. QUESTO E’ POLITICAMENTE RILEVANTE. QUESTA E’ UNA BATTAGLIA POLITICA E DI SALUTE PUBBLICA.

Eppure, mi si torna a dire che se reclamo un intervento celere su questo punto e se chiedo il ripristino urgente dell’obbligo di tamponi per i contatti stretti di positivi asintomatici o sintomatici, mi si dice che faccio battaglie individuali. Quindi dalla regia borghesotta e tronfia mi arriva un verace suggerimento dall’alto: io, denunciando e chiedendo risposte a problemi che riscontro nella mia esperienza quotidiana starei facendo solo il mio tornaconto personale e mi si informa che invece la politica serve a migliorare le condizioni della collettività, questa fa il paio con lo “sputi nel piatto in cui mangi”. Che poi se nessuno parla mai delle cose concrete che non funzionano, lassù, nei meandri dei decisori amministrativi e politici, si finisce col credere veramente che si sta facendo un ottimo lavoro e che le scuole “tutte” siano davvero il posto più sicuro del mondo, perché il virus si spaventa di fronte ai protocolli stilati. Ma come ho sempre detto, finora si è scaricato tutto e si è contato sulla collaborazione piena e leale dei genitori. Che non sempre c’è stata o è stata sufficiente. Ci sono maglie larghe nelle regole fissate, che permettono a chiunque di aggirare raccomandazioni utili al contenimento dei contagi. Non raccontiamo che durante le quarantene preventive abbiamo tutti ma proprio tutti ligi al dovere. C’è chi esce, c’è chi porta i bambini in quarantena dai nonni, c’è chi non legge tempestivamente le circolari scolastiche o fa finta di non vederle o comprenderle, pure essendo di madrelingua italiana. C’è chi non riesce a capire nemmeno l’importanza di chiamare il pediatra in presenza di raffreddore, in concomitanza con un caso positivo in classe. C’è chi sostiene con menefreghismo puro che tanto il Covid19 crea problemi solo agli anziani e ai malati, quindi non rientrando nella categoria, ce ne si può bellamente fregare. Attorno abbiamo sofferenza e dolore, morti a centinaia al giorno, che svelano quanto crudele e falsa sia questa narrazione minimizzatrice e negazionista.

Ebbene, il mio racconto di più di un episodio e di un problema che si stanno verificando nella vita reale delle scuole mai chiuse, sarebbe solo un punto di vista, di cui non frega niente a nessuno. Ma, non è che mi offende questo derubricare i problemi a priori, mi offende questo etichettarli come insignificanti, quando basterebbe farsi un giro per le scuole e parlare con chi ci lavora, fuori dai riflettori, per capire il clima che c’è. Ufficialmente è tutto sotto controllo, ma se si andassero ad applicare screening di massa nelle classi con positivi o nell’intera scuola in cui si sono succedute numerose quarantene, si scoprirebbero situazioni non proprio semplici, un po’ come è accaduto a Bolzano. Perché il problema reale non è scovare i positivi con sintomi, quelli se un genitore è attento e collabora si trovano subito e si circoscrivono, bensì trovare chi è asintomatico e inconsapevolmente è veicolo di contagio. Si tratta di aiutarci l’uno con l’altro e trovare soluzioni forse complicate da mettere in atto, ma necessarie. Adesso abbiamo anche gli hub drive through con i tamponi rapidi per il mondo della scuola, usiamoli e obblighiamo i genitori ad adoperarli, sono gratuiti e se c’è stato un positivo in classe è interesse di tutti sapere come stiamo.

Quindi invito tutti coloro che sostengono che gli episodi che denuncio non sono meritevoli di ascolto e di tutela (perché evidentemente quello che sta accadendo nella mia cerchia ristretta di quartiere è solo un granello nell’oceano e non ha senso né registrarlo, né ascoltarlo), a dirlo pubblicamente. Ciò che quotidianamente sperimentano maestre e studenti in questi mesi è un interesse individuale, particolare, mica collettivo di carattere di salute pubblica, di tutela del benessere e di condizioni minime di sicurezza. Insomma, avete capito bene, insegnanti e genitori che vi state battendo per avere condizioni realmente sicure a scuola, non siete degni di essere ascoltati, io perché denuncio cose da sola, voi perché non avete le giuste entrature e un forte potere contrattuale, ovvero di scambio politico elettorale. Quindi di fronte al totem delle scuole aperte ad ogni costo non abbiamo nemmeno diritto di parola, né quanto meno la speranza di poter tutelare la salute collettiva, né la possibilità che si approntino soluzioni adeguate a una fase di pandemia.

Se io ho cura della mia salute, mi faccio il tampone, mi assicuro di non essere contagioso, se non sto bene resto a casa e tengo a casa i miei figli finché non mi accerto della causa, sto tutelando la salute collettiva. Ed anche se il reato di epidemia colposa non è per voi un deterrente, poi non dovrebbe sconcertarvi il fatto che gli ospedali sono pieni e che non vi possono accogliere. Questo disastro è anche responsabilità di chi ha negato e se ne è fregato delle regole. Sì certo, c’è stato tempo per organizzarsi rispetto a marzo, ma tra di noi c’è un sacco di gente che ha sostenuto e votato chi ha permesso tagli continui alla sanità e l’espansione esponenziale del privato ai danni del pubblico. Abbiamo per anni tagliato anche investimenti in personale e strutture scolastiche. Ed anche questo è parte di una mia vecchia battaglia. Perché son cose assai vetuste, ma proprio tanto, che si ripetono da anni. Quale consenso è stato inseguito e cavalcato? Ma che volete, sono questioni personali, mi si dice, la politica si occupa di altro. Sì, come quando da anni decine di medici di base e pediatri vanno in pensione e non vengono sostituiti e si dice “trovatevi la soluzione da soli”, anche a km da casa. Migliaia e migliaia di assistiti ogni anno vagano alla ricerca di una ricollocazione, ma i medici sono sempre meno e non possono certo offrire un’assistenza di qualità se hanno un portafoglio utenti strabordante. Che risposte si danno? Ma voi che da anni avete il medico privato all’occorrenza che ne sapete? D’altronde il dibattito fino a poco tempo fa era “ma chi ci va più dal medico di famiglia?”

Nemmeno vi vergognate più, nemmeno vi sembra possibile che uno non venga curato nemmeno per un mal d’orecchie. Questo è un problema personale, collettivo, politico. Me lo ha insegnato il femminismo.

“Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Carol Hanisch

Che significa? In origine fu l’autocoscienza, parlare nei gruppi per comprendere che ciò che le donne sperimentavano quotidianamente nel privato poteva avere una lettura, una dimensione politica, comprendere come la propria esperienza di oppressione o privilegio potesse essere analizzata e inscritta in una dimensione più allargata, collettiva, pubblica e che per risolverla occorreva appunto lavorare in senso collettivo. Tutto partiva dalla consapevolezza, dalla dissoluzione del confine tra privato e pubblico, per far emergere i problemi, dare voce e spazio a coloro che fino ad allora non avevano potere e ascolto. Se le norme e le prassi sociali e istituzionali comprimono e influenzano la dimensione privata occorre un’azione sociale e politica per correggerne gli effetti. Pensiamo alla violenza domestica: è allo stesso tempo una questione personale, ma che ne evidenzia una sociale, ovvero, un attacco politico alle donne che si sostanzia in una società che tuttora è incapace di educare al rispetto, alle differenze e alla parità di genere. È un problema culturale e politico, che necessita interventi politici diffusi e strutturali, capaci di scardinare le radici della cultura dello stupro e della violenza maschile.

Per scardinare indifferenza, rassegnazione e senso di impotenza, occorre che le persone possano riconoscere e comprendere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi quotidiani, privati, ed organizzarsi per cambiare lo status quo. Mettere in connessione esperienze individuali e il contesto sociostorico: questo permette di passare dai problemi personali a una dimensione allargata, pubblica. Rompere l’illusione che vada tutto bene, nel privato, per poter svelare quanto di politico c’è in queste difficoltà, sofferenze quotidiane. La condivisione delle esperienze, si pensi al #metoo, sono la chiave di questo percorso e di questo passaggio osmotico necessario.

Ma voi che ne sapete di percorsi di consapevolezza, vi basta che il popolo si beva un mucchio di promesse e qualche elemosina a pioggia, per sentirvi a posto con la coscienza. Meglio un popolo di analfabeti funzionali e cognitivi che non si pongano mai domande e si rendano agevolmente schiavi del sistema neoliberista del produci-consuma-crepa. Avete annientato la dimensione collettiva, sbriciolando di senso tutte le lotte, annegandole e negandole, precarizzando ogni aspetto della vita, inondando ogni angolo di familismo, affarismo, corruzione, connivenza, lasciafare, mazzette, nepotismo e corruttele varie. Se ripenso agli anni dell’università, vedo quanto sono sempre stata poco realista. Mi ha fregato la speranza e la fiducia incrollabile tuttora in un progresso e in un miglioramento. A volte penso che mia madre abbia ragione a dirmi che perdo tempo. Ma se rinuncio e mi ripiego nella mia dimensione privata, muoio. Quindi, continuo a cercare incessantemente il politico nel personale: partire dal personale, per giungere a un ascolto più allargato, sollecitare un’azione collettiva per una soluzione collettiva, per uscire dalla rassegnazione o peggio dalla negazione dei problemi.

Ma si sa che il dibattito politico istituzionale è poco avvezzo a un approccio da autocoscienza di questo tipo.

Se ci guardiamo con uno sguardo prospettico, se osserviamo la politica italiana e le decisioni messe in campo in questa era pandemica, abbiamo già perso attraverso le lenti della storia, abbiamo già vilmente subordinato la salute ad altro. C’è una debolezza, che si para dietro l’idea democratica, ma in fondo è semplicemente ciò che esplicita Merkel, che tratta i suoi cittadini come adulti e dice pane al pane vino al vino, si prendono decisioni drastiche solo quando si vede il sistema collassare, gli ospedali saturi. Da noi i decessi che viaggiano tra i 700 e gli 800 giornalieri non fanno nemmeno più cronaca, nemmeno un brivido. Il sottofondo quotidiano è fatto di sirene di ambulanze, perfino durante la DAD, qualcosa che attraversa ed entra da una casa all’altra e dovrebbe renderci più consci. Invece ci troviamo a parlare di vacanze sulla neve e cenoni, di riaprire le scuole senza aver pensato a mettere in sicurezza niente e continuando a tenere altri a scuola senza alcuna reale tutela. Il consenso è ciò che spinge taluni a negare ciò che da settimane racconto, salvo poi in sede privata dirmi che ho ragione, ma poi vale la legge di chi porta voti maggiori o fa la voce grossa, dei genitori che chiedono scuole aperte ad ogni costo, che sono maggioranza e pretendono, così come a seconda del momento, albergatori, ristoratori, autonomi ecc. Così diventa un inseguimento senza fine, un po’ irrazionale, compulsivo, col fiato corto di chi non sa programmare e indirizzare, nonché una dispersione di energie e risorse che andrebbero incanalate in una direzione unica, garantire cure tempestive e di qualità, diagnosi e interventi celeri, non abbandono e faidate. Se fossimo un popolo sano e solidale questo dovremmo chiedere, non che ci venga consentito di fare quello che ci passa per la mente o che individualisticamente ed egoisticamente perseguiamo. Ed allora, si va tutti verso il macello, contenti di aver dato il miglio a tanti gallinacei nell’aia italiana.

Vale la legge del consenso hic et nunc. Altro che futuro, altro che diritto all’istruzione, altro che attenzione a costruire qualcosa di diverso, qui stiamo più terra terra, assecondando la pancia di quell’Italietta falsamente produttiva e operosa, ben nota per evasione e sfruttamento. Tanto che nemmeno gli sfruttati si accorgono più di quanto sono stati fregati. Tra un black friday e lo shopping natalizio, tra un ristoro e un bonus, tra chi ormai vive solo l’oggi o al massimo la prossima scadenza elettorale e non è capace di essere interprete di una politica del domani e del dopodomani. In una riedizione della ballata dell’uomo ragno, a bordo di un Titanic culturale e politico.

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Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Lettera aperta di solidarietà alla senatrice Maiorino


Da quando ho appreso la notizia del senatore PD Mauro Laus che per silenziare o “argomentare” a modo suo, si è rivolto alla senatrice del M5S Alessandra Maiorino con la frase: “Vai in cucina”, mi risuona nella testa la frase “Houston abbiamo un problema”, e non è la prima volta. Sessismo, becero maschilismo, espressioni di una politica che hal’orticaria al rispetto, una malabitudine dettata da una misoginia culturalmente iniettata, mai scalfita, mai messa in discussione. Anzi, magari punto di orgoglio di un maschile che al posto di argomentazioni significative, nel merito, come si addice a chi fa politica, indipendentemente dallo schieramento, si limita a sparare ciò che automaticamente associa alla figura femminile. Un “torna a casa, sei nel posto sbagliato, al massimo puoi pulire casa e cucinare, cambiare i pannolini, il tuo luogo naturale non è un’aula parlamentare”: questo il senso. Ma questo è un quadretto che poteva sembrare storicamente “normale” in una società come quella del contesto della fase Costituente, ma oggi appare come qualcosa di fortemente nocivo, testimonianza di come una certa mentalità è ancora tutta lì, radicata. È quella lucina del “io valgo più di te” di cui parlava la femminista e poeta romana Edda Billi, nell’intervista andata in onda domenica. Certe espressioni vanno a sedimentarsi e fuoriescono incontenibili e normali. Segna un “sappi stare al tuo posto”, non oltrepassare la linea che per il tuo genere è stata secolarmente definita dal patriarcato. Significa che anche se i tempi sono cambiati, o così sembra, anche se oggi godiamo dell’elettorato attivo e passivo, dobbiamo ricordarci che chi detiene il potere sono sempre gli uomini, che ci “consentono” di fare politica, di partecipare alla vita economica, sociale, solo nella loro ombra. Il segnale di un sistema che strizza l’occhio al paternalismo, dove per poter avere peso devi poter contare su una “protezione”, devi essere mansueta, l’angelo del focolare a cui rimanda Laus. Allora sarai premiata e forse se ti comporterai bene avrai la poltroncina. E ci fa ancora più paura un certo silenzio, come se quella frase potesse essere lasciata scorrere via, senza indignarci. Non cambierà nei fatti molto, se continueremo a predicare parità di genere, valorizzazione delle competenze e del contributo delle donne, maggiore partecipazione delle donne in ogni ambito, senza praticare nemmeno un briciolo di rispetto. Sarà un puro esercizio retorico per rubare la buona fede, per illuderci. E questo vale anche per le donne, perché dal maschilismo introiettato non siamo immuni. In questo essere femministe può segnare una differenza, perché hai fatto un percorso che ha smascherato questi aspetti e li ha portati alla luce, hai toccato con mano le implicazioni e le ricadute negative della cultura patriarcale, sai riconoscerne le caratteristiche. Il segnale va dato, perché altrimenti tutto il lavoro che si compie con le nuove generazioni sarà vano, se i modelli resteranno questi. Coerenza vuole che l’indignazione nei confronti di simili atteggiamenti sia sempre esplicitata, agita, ogni qualvolta qualcuno cerca di rimandare la donna al “suo posto”, meglio se anche muta. La mia solidarietà alla senatrice Maiorino. Non lasceremo passare questo tipo di comportamenti, mai stare zitte. Per coerenza io parlo. Il linguaggio denota i limiti del mondo di chi lo adopera, non dimentichiamolo.

Simona Sforza
Coordinatrice Democratiche Municipio 7

Milano, 7 novembre 2018

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Un rinnovato impegno per la cittadinanza di genere


La storia è attraversata da uomini e donne, ma per secoli i passi compiuti dalle donne sono stati marginalizzati e relegati in un angolo, subordinati e oscurati da una narrazione monosessuata al maschile. Una storia che è relazioni e intrecci tra i generi sarebbe zoppa senza considerare il genere femminile. Pertanto nella ricostruzione è fondamentale ricomporre un modello relazionale, di rapporto e di incontro/scontro tra i generi. La cittadinanza è un concetto che irrompe con la Rivoluzione francese, con l’avvento dei diritti universali dell’uomo. E l’altra metà, le donne che posto occupavano? Nel 1791, Olympe De Gouges con la sua Dichiarazione dei diritti delle donne e della cittadina, rimise ordine e cercò di portare un equilibrio per il quale pagò con la ghigliottina, dimentica delle “virtù che convengono al suo sesso e di essersi immischiata nelle cose della Repubblica. Olympe, insieme a Théroigne de Méricourt (che aveva proposto la formazione di un battaglione di donne per partecipare alla guerra, fu rinchiusa in manicomio) rappresentano il tentativo di mobilitare le donne per la causa della liberazione dall’oppressione di un potere gestito solo dagli uomini.

Nel 1792, a Londra, Mary Wollstonecraft pubblicava “La rivendicazione dei diritti delle donne”, le donne per superare la loro condizione subalterna dovevano prendere coscienza del loro valore sociale attraverso l’educazione, dando centralità al valore pubblico e politico della dimensione personale.

Quando parliamo di “cittadinanza di genere” cosa intendiamo, di quali specificità è portatrice? L’essere donne, uguali e differenti, essere partecipi della vita sociale, politica, comunitaria significa garantire benessere e miglioramenti per tutte le componenti. Questo è il farsi e il potersi fare cittadina, esercitando consapevolmente e pienamente i propri diritti, conoscendone in primis l’origine e il cammino che ci ha portato ad acquisirli. Quali soluzioni, quali risposte, quale qualità della vita, quale grado di attenzione, quale priorità sono state accordate alle donne? Quale la nostra autonomia e quale la nostra capacità di incidere e di cambiare il corso degli eventi e della storia, quali sono state le nostre parole davanti alla storia e alle sue sfide? Quanto è solida e ampia la nostra democrazia? Quanto dipende dalla presenza e da un’azione delle donne? E se si smarrisce ciò che è stato il contributo delle donne per pigrizia o per una solerte “operazione dimenticanza”, cosa accade?

E lo notiamo quando in un momento di crisi e di difficoltà, quando si parla di riforma e di costruire una nuova stagione per un partito, ritroviamo ancora una volta tra i relatori di un evento solo degli uomini.

Nessuna discontinuità. Tutto cambia attorno, ma non sembra che ci sia la volontà di accorgersene e di dimostrare di voler intraprendere un cammino diverso. E non crediate che non ci siano donne in grado di spingere e di segnare una nuova stagione. Le energie ci sono, ma a furia di non includerle e di non valorizzare ciò che è autenticamente differente, si ha la sensazione di un immobilismo ripiegato su se stesso. D’altronde cosa e chi si pensa di rappresentare se non ci si accorge di queste anomalie?

A volte sembra tutto molto simile nelle difficoltà a quando nella Consulta del 1945 si discuteva sull’opportunità di estendere il diritto di voto alle donne, con i partiti di massa che ne temevano le conseguenze, tra calcoli politici e dubbi sulle loro capacità di scelta. Le donne andavano educate alla partecipazione: “C’era da “alfabetizzare” un intero popolo alla politica, alla partecipazione, all’espressione delle proprie istanze, alla democrazia rappresentativa. Ancora più importante diventava la formazione delle donne, escluse da sempre, ritenute non idonee alla politica e alla vita pubblica.” 

Pio XII allertava le conseguenze sugli equilibri del focolare domestico. Nel febbraio del 1946 con 179 voti contro 156 contrari, le donne riuscirono a conquistare il suffragio. Il 2 giugno 1946, 21 donne vennero elette all’Assemblea costituente. Solo 5 donne entrarono a far parte della Commissione Speciale, detta “dei 75”, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula: Maria Federici (DC), Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSI), Nilde Iotti (PCI) e Ottavia Penna Buscemi (UOMO QUALUNQUE).

Fu l’occasione di riscatto civile per tutte le donne, la testimonianza di una volontà di voler rappresentare le italiane tutte. Ci riuscirono facendo squadra. Numeri esigui ma che seppero segnare l’anima della nostra Carta costituzionale: il principio di uguaglianza (art. 3), la famiglia e il matrimonio (artt. 29, 30, 31) il lavoro femminile e la parità di retribuzione (art. 37), il diritto di voto (art. 48), l’accesso alle cariche politiche elettive e amministrative (art. 51). Il clima ostile non permise da subito l’ammissione delle donne nella Magistratura, ma non per questo si smise di lottare: dovremo attendere il 9 febbraio del 1963.

Un contributo ampio, oltre le questioni femminili, volto a costruire un nuovo tessuto democratico, con un pensiero e soluzioni con sguardo di donna, che fosse finalmente anche a misura di donna.

Il tema della cittadinanza femminile non è un orpello decorativo da commemorazione, lo si vede plasticamente quando viene messo nell’ombra: gli effetti e i risultati sono in frenata, in retromarcia.

Teresa Mattei intervenne nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente:

“Il riconoscimento della raggiunta parità esiste per ora negli articoli della nuova Costituzione. Questo è un buon punto di partenza per le donne italiane, ma non certo un punto di arrivo. Guai se considerassimo questo un punto di arrivo, un approdo”.

Il passaggio dalla carta alla pratica nella realtà è tuttora in atto, un’eredità di cui dobbiamo innanzitutto essere consapevoli. Un lavoro che implica uno sforzo comune tra uomini e donne, che rileva il grado di maturità di un Paese e il livello di superamento dei muri di genere.

Stando alle vicende di questi ultimi mesi/giorni, si stenta a credere che ci sia sufficiente senso di responsabilità e senso del valore di istituzioni e della nostra Carta. Se manca il passaggio intergenerazionale, il rischio di tornare indietro è purtroppo molto concreto. Ciò che è accaduto ha mostrato alcuni gravi segnali di un cortocircuito prodotto da una sorta di smarrimento delle fondamenta comuni della nostra casa. Nel chiacchiericcio e nei calcoli da perenne campagna elettorale si sono disciolte, rendendo più arduo un discorso politico serio e di qualità. Tutto e il contrario di tutto, in un modello gattopardesco che parla di “cambiamento”, in un gioco pericoloso di ribaltamento di significato.

E noi donne di cosa abbiamo paura? Cosa stiamo aspettando? Ci andranno ancora bene i meccanismi di stampo maschile che ci sottraggono opportunità di rappresentanza autentica e puzzano di tanfo patriarcale? Ci andranno bene soluzioni e proposte politiche che non tengono conto della nostra voce e del nostro punto di vista?

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine.

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Segnali che sono misura della condizione femminile 

Chissà come sarebbe svegliarsi in un Paese in cui non fossimo più costrette ad assistere alla minimizzazione, sottovalutazione, normalizzazione della violenza sulle donne. Se i diritti umani fossero uguali per tutti e tutte, se non facessero sempre da contorno a questioni più importanti, se le donne in questo Paese non fossero una presenza trasparente, utile solo per riempire qualche scranno ma tenute attentamente subordinate e sotto controllo. Le istituzioni non sono sufficientemente e uniformemente pronte a scardinare la cultura della violenza e dello stupro, compresa la cultura che ritiene le donne degli esseri umani di serie b o addirittura oggetti. Donne che devono saper stare al proprio posto grate di poter fare da figuranti, portaombrelli, estremità di un oggetto per riparare i sacri corpi e le preziose menti maschili. E non c’è alcuna percezione e consapevolezza nelle donne di questo ordine della subordinazione obbligata. Non può essere altrimenti perché i partiti non investono su questo tipo di caratteristiche, le donne parlanti e ragionanti sono sempre una percentuale da tenere sotto controllo, da isolare e da sfiancare a furia di vedere certe questioni politiche rimosse e insabbiate. Non è assolutamente facile per le donne abituate a usare la propria testa, resistere in certi contesti e restare se stesse. Alcune pressioni e atteggiamenti sono autentiche forme di violenza. Aspetti di sessismo in politica di cui si parla molto poco.

C’è una paura cieca quando si parla di dignità, benessere, diritti delle donne, che al massimo si ritrovano a dover ringraziare per un bonus e per essere ammesse sul palco non come relatrici ma come parapioggia e parasole umani. Le donne prede del sessismo benevolo, più sottile, subdolo, tanto da essere poco riconoscibile. Perché non si insegna alle donne a cogliere certi segnali. Così i ruoli stereotipati di genere passano di generazione in generazione. 

I ruoli sono fissati sempre verso una restaurazione/conservazione del passato. I ruoli immobilizzati tra quello di mamme e di ausili funzionali da cura, di questi uomini potenti ma ancora incelofanati dalle ragnatele di un maschilismo becero e gretto. Nessuno dei relatori, chiaramente tutti uomini, ha avuto un moto umano spontaneo per afferrare l’ombrello. Qui è il nodo culturale. 

E come ci ricorda Graziella Priulla, negare i danni all’immaginario e alle battaglie femminili di decenni, fa parte del sessismo interiorizzato. 

“Le ragazze portaombrello che sono contente della loro umiliazione non dimostrano altro che l’esistenza del sessismo interiorizzato (rileggere Bourdieu: Più l’ordine delle cose è percepito come naturale e legittimo da parte dei dominati, più tranquillamente si realizzano forme di dominio da parte dei dominanti).”

Subordinate a tal punto da non avvertire niente sulla propria pelle e sull’effetto all’esterno.

Mi chiedo perché dopo aver recuperato gli ombrelli non li abbiamo semplicemente dati in mano ai relatori e abbiano avvertito la necessità di mantenerli loro. Se solo una delle volontarie avesse fatto questo gesto, ma non è scattato nulla. E quegli uomini di potere si sono sentiti investiti del diritto di avere qualcuno che reggesse l’ombrello al loro posto. I commenti a posteriori lo dimostrano. 

Volontaria non significa sobbarcarsi tutto passivamente. Non significa stare zitte o difendere posizioni indifendibili per ragioni di fedeltà partitica (questo porta a essere conniventi) come qualcuno mi ha più volte richiesto. E vi assicuro che purtroppo i compiti diversificati per genere non sono rari. È un problema trasversale, non importa il colore politico. A questo punto ci dobbiamo chiedere dove si sia cacciata quella dose di sana insubordinazione che ci fa scattare e dire “no, non ci sto!” Che meraviglia poter riscoprire e praticare il rifiuto all’esecuzione cieca richiesta agli automi. Prima capiamo che è una trappola meglio sarà. Non ci sarà alcun beneficio, solo servitù. 

Non riuscire a vedere la realtà in cui si è immerse fa parte di un programma e di uno schema maschilista collaudato. Fare finta che tutto appartenga alle nebbie del passato, quando il femminismo smascherava appunto il sistema androcentrico. Infatti è molto presente, tutt’altro che raro. 

Le donne devono ancora essere grate, pentirsi per aver espresso la propria opinione, essere genuflesse e fare a meno di evidenziare questioni più che giuste. L’idea che alle donne si chiede sempre di rinnegare se stesse e la propria voce autentica, fare un passo indietro, stare sempre un passo indietro, seguire il capo, non autodeterminarsi perché ci deve essere sempre un uomo a decidere per noi, non sia mai che ci venga in mente di scegliere con il nostro cervello in preda al ciclo e agli sbalzi dell’utero.

Ci chiedono di annullarci, di affidarci agli uomini così tutto si sistemera’, anche le storture, le discriminazioni, anche la violenza. 

Chiaramente un teatro dell’assurdo, che ci strozza e ci allontana dalla meta.

E per di più devo rilevare che  a questa costruzione concorrono i tanti che continuano a restringere gli ambiti e i confini delle discriminazioni, considerandoli separati. Tempo fa scrissi di quanto le non conformità al modello maschile dominante portassero alle discriminazioni di coloro che non si adeguavano e non vi rientravano. 

Come dicevo siamo di fronte a una classe politica che non sempre è adeguata per scardinare i meccanismi di una cultura nociva. Non solo: non è in grado di assumersi le proprie responsabilità e di fungere da esempio positivo di cambiamento. Tanto da riuscire a dichiarare che lo stupro di 12 adolescenti su una quindicenne sia una “bambinata”, un gioco puerile. Stupro di gruppo, una cosetta da poco. Mai chiedersi come ci sono arrivati e cosa non ha funzionato da parte di coloro che avrebbero dovuto educarli. Come se educazione, valori e rispetto delle persone non dovessero già mettere radici sin dai primi anni e iniziare a dare frutti sin da subito. I limiti si insegnano. Come pure a relazionarsi adeguatamente. Perché assolvere e continuare a normalizzare e a banalizzare la violenza potrà generare solo mostri, mostri culturali che non sarà semplice cacciare via, perché evidentemente funzionali a una visione ancora connivente con chi stupra. Deboli e blandi tentativi di contrastare la violenza. Ricordando che le istituzioni sono lo specchio della società, che non si può dichiarare migliore, perché ancora troppo diffusa è la rivittimizzazione della vittima di violenza, corresponsabile e come colei che se l’è cercata. 

Non ci sarà via d’uscita finché non capiremo di dover prendere posizione con forza contro tutto questo, sempre, anche nei contesti più difficili, nei quali facilmente verremo bollate come femministe, isteriche, squilibrate, esagerate e misandriche. Non potremo accettare una via collaborazionista. È necessario sfondare questo muro con coraggio, spiegando alle donne quanto è importante non perdere l’unità e la coerenza in questo lungo e duro cammino di cambiamento. Basta veramente poco per tornare a quando la violenza era un reato contro la morale e non contro la persona. Accade ogni qualvolta si assume un atteggiamento indulgente nei confronti degli uomini violenti, si emettono sentenze che non recano giustizia alle vittime, si accusano le donne di produrre fake news, si sottovalutano i segnali di violenza, non si protegge adeguatamente la donna. Non passa, non può passare, anche se così commenta il sindaco di Pimonte, Michele Palummo. La violenza sottrae un pezzo di vita a chi la subisce e nulla potrà essere più come prima. 

Per questo forse a volte posso sembrare troppo veemente e emotiva nei miei interventi. Io non accetto che si minimizzi, siamo stanche di tutta questa mega giostra del “ci sono altre priorità “. Sì siamo stufe di essere pazienti. Abbiamo bisogno di istituzioni in primis che sappiano fare la loro parte, seriamente. Di parole che non collimano con i fatti ne abbiamo sentite già troppe. 

Liberiamoci di queste prigioni culturali, libereremo energie finora sconosciute. Ne ha bisogno l’intera comunità. 

Abbiamo molto lavoro da fare, iniziando da quanto rilevato dall’ultimo rapporto ombra Cedaw. Un segnale della considerazione data a questo report la possiamo assumerlo dal fatto che a Ginevra fossero presenti solo funzionari governativi e non rappresentanti del governo.

Consiglio di lettura: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2017/07/06/la-bambinata/

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Siamo molto di più. Donne.

@Anna Padovani

Per superare un po’ le battute, gli slogan e per rispondere a chi ci etichetta come “oche starnazzanti e donnette isteriche” (nel caso specifico è una donna), per dimostrare da dove vengono le parole “lavoro, casa, mamme”, citate nel corso dell’ultima assemblea nazionale PD, occorre immergersi nel clima culturale attuale.

A parte che “casa” viene associata alla faccenda della legittima difesa. Mi fermo qui.

I social network (ma anche altri media) hanno un rapporto bulimico con le parole, siamo invasi dalle parole, le classifichiamo, le inseguiamo, le usiamo, le stra-usiamo, le usiamo a sproposito il più delle volte, e tra hashtag e parole chiave si coagulano nei trend topic, nelle tendenze di un attimo, giornaliere o un po’ più stabili se si analizzano tempi più lunghi. Un minestrone che se non maneggiato usando la testa, produce distorsioni e disastri analitici. Che tratti ha una rappresentazione (e interpretazione) della realtà che si basa su questa bulimia e trend di parole? Una rappresentazione parziale, volutamente parziale direi. Una rappresentazione che potrebbe a volte coincidere con una direzione dettata da fattori direi non proprio oggettivi, che possono dare una visione distorta del mondo e della vita delle persone. Soprattutto le parole possono essere strumentalizzate. Attraverso un loro uso distorto, smodato possono perdere vigore, forza, senso, insomma finire sfilacciate, cambiare significato.

Quello che è accaduto all’assemblea nazionale non è un caso, non è che non vogliamo capire. Semplicemente sappiamo, abbiamo imparato a leggere quelle parole e come vengono generate e adoperate. Certo che lavoro e casa sono centrali, ma si è deciso di aggiungere qualcosa a questo trend, un elemento rassicurante, sempiterno: la mamma. Questo totem italiano che tanto piace e rievoca un ritorno ancestrale al grembo, a ruoli incatenati e punti fermi della nostra cultura secolarmente immutabile. Siamo vicini alla festa della mamma, da poco si sono aperte le domande per i bonus mamme e poi la mamma è sempre la mamma.

L’azione della ministra Lorenzin non si spiegherebbe altrimenti. Tutto torna. A distanza solo conferme.

Lasciandoci cullare da questo materno che tutto pretende ancora di racchiudere e di parlare a nostro titolo, perdiamo anni. Evidentemente secoli di battaglie per scollegare i termini donna-mamma, che significa dare valore e riconoscere uno status autonomo e molteplice, non sono stati sufficienti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti indietro. Io sono una donna, un essere umano, una persona. Punto. Le politiche devono partire da qui.

Non lo dico per far polemica sterile. Chi mi conosce sa che parlo a ragion veduta, per esperienza personale, ma soprattutto perché anche io sono capace di leggere e di analizzare. Sì, i miei studi e il mio percorso formativo mi hanno abituato a fare questo. Non ci posso fare niente. Lo faccio da anni. È il mio modo di fare politica. Mi piace capire.

Ho l’impressione che i fiumi di inchiostro scritti in materia, decenni di riflessioni femministe, tomi di saggistica italiana e straniera, non siano mai stati letti o giunti da noi. Qui sulle sponde italiche. Ho cercato anche io nel mio piccolo di trattare la materia.

Questo è il mio ultimo contributo, in cui non si parla di mamme, ma di genitorialità e di compiti di cura da condividere sempre più: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo

Vi invito a leggerlo, perché aiuterebbe a non adoperare più certi epiteti. Davvero, mi sembra che arrivare sulla mia bacheca facebook, aperta al dialogo, usando certe parole denota in primis una mancanza di rispetto, oltre che una certa dose di violenza, frutto di un maschilismo e misoginia interiorizzate.

Lo ribadisco ancora una volta. Per colmare il gender gap uno dei passi più utili è partire dalla donna, in tutte le sue declinazioni e espressioni, possibili scelte di vita. Il fatto che una di esse, la scelta di essere madri, sia ancora un ostacolo nel lavoro deriva dal fatto che è ancora vista come una questione sulle spalle delle donne, una roba da donne. Se si iniziasse a lavorare in chiave di genitorialità e in modo sistemico, avremmo un riequilibrio delle parti, un quadro più attuale e non ci si inchioderebbe sui bonus mamme a pioggia.

Interventi strutturali per non trovarci come a Bologna, dove i posti nelle scuole dell’infanzia pubblici non riescono a soddisfare il fabbisogno e il Comune decide di destinare 150mila euro alle scuole private cattoliche, integrando le rette. Roba che accade già per i nidi a Milano, ma i nidi sono considerati ancora un optional. Ci viene da pensare che è sbagliata la strategia, che manca un disegno strutturato.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro: con l’ultima Legge di stabilità il Governo lo ha stabilizzato e portato a 502 milioni. Con buona pace dell’educazione laica e pubblica.

Pensiamo a quanta fatica abbiamo fatto sul congedo di paternità e su altre misure. Eppure se fossimo più coraggiosi potremmo cambiare notevolmente l’immaginario e la cultura aziendale. Pensiamo a quanto facciamo fatica a riconoscere il valore del lavoro di cura, che non significa solo figli, si tratta di compiti ben più vasti. Pensiamo alla cura degli anziani o di familiari non autosufficienti. Pensate davvero che tutto si riduca alla maternità?

La politica dei bonus di fatto nega il welfare, che significa programmazione, lungimiranza a medio-lungo termine, a volte intergenerazionale. Invece la politica dei bonus ha il fiato corto, varia di anno in anno, in funzione della tornata elettorale più ravvicinata. Ha il fiato corto con il suo fiume di spesa. Non investire in politiche di welfare significa dare spazio al business sociale, che significa ritiro dello Stato e via libera al privato. Naturalmente resta il sempreverde welfare familiare, insomma il faidate. Poi ogni tanto qualche mancia per tacitare le coscienze e per dire che lo Stato si occupa delle donne, pardon delle mamme.

Quel lavoro invisibile, gratuito e dato per scontato non riguarda solo le mamme. Dobbiamo fare un passaggio culturale necessario. Care work is work, qualcuno già ne parla, ma non è una questione da declinare sempre e necessariamente al femminile. È quel non detto, quel dare per assodato che appartenga alle donne, che piaccia alle donne, che loro lo sappiano fare meglio perché da secoli lo fanno. Perché ci viene “naturale”. Ma anche basta.

Abbiamo le capacità per superare tutto questo bagaglio ingombrante di stereotipi e aspettative.

Basterebbe farsi un giro per capire che le donne della realtà sono altre. Affranchiamoci una volta per tutte, affermiamo, pratichiamo, difendiamo, realizziamo i diritti delle donne, in quanto esseri umani, non in funzione di un ruolo. Come facciamo a praticare tutto questo se ancora il nostro punto di partenza è donna = mamma? Sapete perché siamo discriminate? Perché non guardano a noi come esseri umani, ma come utero munite, pericolose mine vaganti, isteriche, raramente veniamo valutate per le nostre competenze. Per le assunzioni vale ancora lo stato di famiglia, prima ancora dell’esperienza e del curriculum. Per i licenziamenti o le “dimissioni volontarie” idem. Per le retribuzioni si ragiona di conseguenza. Non parlo per sentito dire, le ho vissute sulla mia pelle tutte queste cose. Nell’immaginario siamo tuttora noi ad essere considerate “scomode” o “inaffidabili”, perché sono ancora pochi gli uomini che si prendono congedi per motivi familiari, quando lo fanno a volte subiscono anche loro mobbing o blocchi di carriera. Qui occorre lavorare, smantellando certi automatismi e abusi.

“Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. E’ la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo”.

Sono mamma, ma non è merito del partito, né tanto meno di Renzi, se mi occupo di politica.

Ricordo che l’impegno delle donne in politica ha una storia, pensiamo solo alle donne della Costituente. Per quanto mi riguarda l’ho deciso io e non ho bisogno di input. Lo faccio da sempre, anche e soprattutto fuori dal partito. Non sono telecomandata e non ho padroni o suggeritori, lo ripeto. Non sopporto il paternalismo con cui si dicono certe cose.

La politica istituzionale si occupi delle donne tutte. Basta con questo desiderio smodato di riportarci indietro nei secoli. La questione politica del nostro tempo è contrastare le discriminazioni ovunque/comunque esse si manifestino. La questione politica attuale è affermare i diritti delle donne. D.O.N.N.E.

Ogni tanto ascoltateci, non fate affidamento esclusivamente ai guru della comunicazione.

A volte è utile un bel bagno di realtà.

Semplice, chiaro, nothing more to say.

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Quando il sessismo è il sintomo di qualcos’altro

sessismo
Il “bambolina imbambolata” è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo del sessismo e del maschilismo che permea stabilmente il linguaggio e gli atteggiamenti degli uomini nostrani, che facciano politica e siano dei rappresentanti istituzionali poi getta una luce fosca sul loro background valoriale e sulla palese incompatibilità con le loro funzioni.
Perché sappiamo che il sessismo non si compone di eventi eccezionali, ma quotidiani, tante pillole di becera in-saggezza che vengono gentilmente elargite da maschi che non riescono a porsi neanche per sogno in un atteggiamento paritario e rispettoso nei confronti delle donne, che non sono oggetti, suppellettili, vuoti soprammobili, ma persone, cittadine al 100%. Non tenere conto di questo, apostrofarle continuamente in questo modo, attaccarle per silenziarle con frasi sessiste, considerarle solo in funzione sessuale o come docili ancelle che obbediscono mansuete a ogni input maschile, sono cattive abitudini che devono essere sradicate.
Perché sessismo, maschilismo, misoginia sono sintomi di un ben più ampio morbo, si tratta di una egemonia dell’inciviltà, dello sberleffo dei valori della convivenza civile e rispettosa di tutt*, delle regole, delle norme. Questi sono sintomi di un modo malato di fare politica, che non si pone limiti di alcun tipo, capaci di passare sopra ogni cosa o persona si frapponga, che mette in campo metodi para-mafiosi, in cui la Politica diventa evanescente e restano solo i bacini elettorali, le clientele, gli scambi, gli accordi extra-politici, destra e sinistra si confondono e si mescolano in una medesima gestione del potere.
Finché le competenze e l’esperienza, il rispetto delle/degli altre/i, l’osservanza dei valori di civiltà e democratici e di convivenza paritaria, non torneranno al centro della Politica, questo avrà ripercussioni negative sull’intera comunità. E’ una questione di esempi e di modelli culturali. Ci sono personaggi che si credono superiori e onnipotenti, tanto da dimenticarsi delle regole alla base dell’appartenenza a una comunità composta da uomini e donne, con regole uguali per tutt*. Costoro pensano che la componente femminile sia una costola di quella maschile, da manipolare e da oggettivizzare all’occorrenza.
A questo e a tutte le altre prassi che ne derivano dobbiamo dire nettamente NO, BASTA! E’ ora di applicare una nuova etica, perché non basta parlare di pari opportunità e di valori come la trasparenza, l’antimafia, l’anticorruzione, si devono tradurre in realtà quotidiana, devono essere parte di noi stessi. Ripensiamo alla questione morale di cui parlava Berlinguer. I fenomeni sono strettamente interconnessi.
Ci sono sintomi da non sottovalutare. Non voglio più sentire da nessuno che gli attacchi sessisti e misogini sono problemi secondari, risolvibili conciliando in via privata. Sono questioni pubbliche, politiche, sintomi di un morbo molto più esteso, sono prassi perniciose e vigliacche, sintomi di una gestione del potere malata e dannosa. Noi non staremo zitte!
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Nessuna paura

jo cox

 

Jo Cox era una donna e una politica coraggiosa. Aveva il coraggio di portare avanti le proprie battaglie, una dote molto rara, in un contesto dove sempre più si cerca di rischiare il meno possibile e di avere posizioni buone per tutte le stagioni.
Una laburista, una donna con profondi valori progressisti, europeista convinta. Nel suo primo discorso alla Camera dei Comuni del 3 giugno 2015 sosteneva con orgoglio come multiculturalismo e immigrazione fossero delle preziose opportunità di arricchimento per il proprio paese.

“La regione che rappresento è stata profondamente arricchita dall’immigrazione, sia che si tratti di cattolici irlandesi o di musulmani provenienti da Gujarat in India o dal Pakistan. Mentre noi celebriamo la nostra diversità, quello che mi sorprende di volta in volta quando giro in quei territori è che siamo molto più uniti e abbiamo tante cose in comune l’un l’altro, molto più di quelle che ci dividono”

Questa dovrebbe essere la bussola dell’Europa, eppure i venti reazionari, xenofobi, dei muri, delle trincee sono sempre più forti e stanno mettendo a repentaglio proprio i valori fondanti dell’UE.

Jo Cox aveva un passato da volontaria, al fianco delle vittime del Darfur, delle donne congolesi e dei profughi siriani. Conosceva quelle situazioni e quando si esponeva e agiva come politica lo faceva con cognizione di causa. Jo Cox voleva dar voce a tutto questo. Probabilmente la scelta di essere contraria alla Brexit risiedeva nella speranza, nella convinzione che l’Europa potesse e dovesse continuare a rappresentare un baluardo, un’idea di inclusione, in difesa dei deboli e della pace mondiale. Sicurezza e stabilità possono realizzarsi solo in un contesto unitario. Non è chiudendosi ognuno a casa propria che i problemi scompaiono o si risolvono, i muri servono solo ad incrementarli. Arroccarsi come propongono alcuni partiti in Europa porta solo a comunità più chiuse, incattivite, che si sentono braccate da fantasmi creati ad arte per creare tensione, paura e spingere le persone ad accettare una politica che sottrae libertà e diritti.

Questo clima è forte, lo si avverte andando in giro. Parlando con la gente nei mercati o ai giardini, con i commercianti. La paura che sento in giro è un frutto di un pregiudizio, un elemento pericolosissimo, una bomba a orologeria. In Italia, negli anni ’90 il “pericolo” da combattere e da tenere lontano era rappresentato da chi dal Sud andava al Nord e rubava il lavoro e portava delinquenza, violenza e problemi di vario genere. Ancora nel 2003, quando mi trasferii da Bari a Milano, mi trovai di fronte a questo tipo di pregiudizi. Oggi sono i migranti dall’estero. Stesse argomentazioni, niente è mutato se non chi subisce queste accuse.

I media e un certo tipo di politica hanno alimentato un clima di odio e di diffidenza, hanno costruito il fantoccio di un nemico esterno, creando una percezione alterata della realtà. Campagne d’odio, razziste hanno creato un contesto in cui molte persone finiscono col sentirsi accerchiate. E via con politiche sulla sicurezza, che non servono ad altro che ad alimentare l’intolleranza.

Una politica chiusa in sé, che basta a se stessa e che foraggia un individualismo sempre più diffuso nelle nostre comunità. Un modo di fare politica in antitesi al concetto di Politica come bene per la comunità, aperta e che sappia accogliere chi una casa, diritti e prospettive di vita non le ha più nel proprio paese. La politica dovrebbe fornire soluzioni per dare a tutti un’opportunità e una vita dignitosa.

Quando porti avanti campagne d’odio e xenofobe, quando inciti alla difesa del proprio orticello con ogni mezzo, crei mostri, mostri che arrivano a concepire azioni come quelle che hanno tolto la vita a Jo. Come se togliendole la vita si potessero al contempo cancellare le sue verità, le sue battaglie e ciò per cui lottava quotidianamente attraverso il suo impegno politico. Abbiamo un’occasione: possiamo cambiare strada e pensare che la politica sia capace di migliorare la vita delle persone, come Jo faceva. Abbiamo la possibilità di dire basta all’intolleranza e di aprire a un mondo, a un paese, a una società che rispetta e accoglie tutti, che offre una opportunità a tutti, che sia dialogante con tutti. Basterebbe ricordarsi quando stranieri e indesiderati siamo stati noi. Basterebbe ricordarsi che le divisioni non portano mai buoni frutti, solo odio, violenza e morte. Se la politica si arrende e non è in grado di parlare una lingua diversa, fondata sui valori dei diritti e dell’uguaglianza, ma si preoccupa solo di difendere la pancia dei propri bacini elettorali, ha perso. Abbiamo perso.

La politica è bene comune, non è salvaguardia di orticelli o privilegi. La politica non è una cosa semplice, implica scelte anche difficili, implica essere scomodi, controcorrente, fare azioni coraggiose ed esporsi in prima persona. Tutto il resto è solo una sua pallida imitazione, una meschina pantomima, atta solo a intercettare voti fondati su timori o ragioni egoistiche. Jo ci ha dimostrato che fare politica implica schierarsi e assumersi responsabilità in prima persona. Jo ha scelto di non seguire scorciatoie, ma di portare avanti le sue idee, senza paura, proprio per sconfiggere quel muro di gomma fatto di pregiudizi e indifferenza. Jo ha dimostrato cosa significa fare la differenza.

Una visione politica autentica di cui le saremo sempre grati. Jo che sapeva e desiderava dare voce a chi di solito non ha voce. Scegliamo da che parte stare e che tipo di futuro vogliamo costruire. Fare politica non è solo una questione di voti, come molti vorrebbero ridurla. Jo con la sua esperienza e competenza, con i suoi progetti, le sue azioni, con il suo volersi confrontare aperto ci ha testimoniato un modo di far politica alto, autentico.

La differenza c’è. Nessuna paura. Resistiamo e testimoniamo con le nostre azioni che la differenza c’è, che c’è ancora un territorio per fare politica tenendo la schiena dritta, senza scendere a compromessi e senza scegliere strade comode.

Jo Cox ci ricorda che la cultura che incita all’odio nei confronti di minoranze o di determinate categorie di persone, al rifiuto delle differenze, alla sopraffazione e all’annientamento di chi non la pensa come te, è all’origine di quanto di più devastante e pericoloso ci sia per una comunità. Quando si costruisce un muro tra Noi e gli Altri i risultati sono quelli che conosciamo. Vogliamo davvero che il nostro futuro sia dettato dai nazionalismi e dalla xenofobia? Creiamo ponti, corridoi, non trincee.

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Testimoniare e dare corpo a un’azione differente

 

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Non si tratta solo di parità, ma di differenza. La partecipazione delle donne all’interno delle istituzioni può essere sostenuta, incoraggiata, ma la parità non è garanzia di un cambiamento significativo. Perché se dobbiamo esserci come gli uomini, ricalcare le loro orme, forse siamo sulla strada sbagliata. Siamo d’accordo su questo, vero?

Se l’esperienza della donna è nulla o appiattita su temi, soluzioni, proposte, stili, priorità maschili, dove ci stanno traghettando? L’esperienza e l’attenzione pluriennale su certi temi sono indispensabili, per sapersi orientare, scegliere i giusti metodi e le politiche più adatte. L’improvvisazione non è consigliabile. Da una donna io chiedo preparazione, tenacia e autonomia di pensiero, ovvero senso critico. Chiediamo risposte e non silenzi di fronte a questioni che ci riguardano, come la violenza contro le donne. Non è “in quanto donne”, torno a ripetere che a volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani. Altrimenti non dovremmo assistere a certe dichiarazioni, per esempio in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne e sulla 194. Altrimenti non avremmo donne nelle istituzioni che di fronte agli ennesimi femminicidi non proferiscono parola. Non ci si ferma nemmeno di fronte a questo. Desumo sempre più spesso che per molte la violenza contro le donne è una faccenda di scarso valore. Continuate a fare i vostri selfie e la promozione di voi stesse, mi raccomando, non sia mai che dimostriate di avere un po’ di autonomia e di sensibilità. Continuate a fare la vostra quieta vita, pensando che la violenza sia un problema a voi estraneo. Quindi è necessario scegliere attentamente le nostre rappresentanti. Abbiamo bisogno di ben altro, di ben altre sensibilità.

Le vite delle donne non sono qualcosa di secondario, se non ci si interverrà adeguatamente, l’intera società sarà segnata da questa scelta.

Quando ci consigliano di soprassedere sui temi che sentiamo più vicini e prioritari, che così ci auto-ghettizziamo, è già un’intromissione e il segnale che stiamo percorrendo una strada sgradita a chi ci vuole mansuete. Un segnale che dovrebbe indurci a continuare su quel versante. Ma non per tutte è così. Quando parlo di differenza, parlo di un vissuto, di una riflessione, di un approfondimento, di una ricerca diversa. Un processo e un cammino che non sono tracciati da nessuna parte, ma che maturano e dovrebbero maturare con le donne stesse, in modo libero, differente appunto. Il partecipare senza tutto questo bagaglio è un partecipare che prima o poi rischierà di subire passivamente e magari anche inconsciamente il modello maschile: senza basi non saprà riconoscerlo, resistergli, proponendo un’alternativa concreta, tangibile. La presa di coscienza, insieme a una consapevolezza della necessità di esprimere altro, di trovare nuove parole e nuove espressioni politiche, nuovi metodi e nuove soluzioni realmente e autenticamente nostre, devono avvenire spontaneamente, a volte avviene per vicinanza, accostandosi a coloro che questo percorso lo hanno già avviato. A volte ci arrivi dopo ripetuti scossoni nella vita di donna. Ciò che si deve fare è invertire la tendenza per le generazioni che verranno.

Hanno ammazzato l’idea di conflitto positivo, l’idea di lotta sana e rigenerativa per non abbandonare a priori l’idea di un mutamento possibile, ci hanno fatto credere che l’unica via fosse quella segnata, ancora una volta dagli uomini. Ci hanno illuso di poter esserci, quasi sempre raccomandandoci di essere “brave” nel senso di mansuete, di seguire i consigli e di esserci in vece di qualcun altro. Burattine neanche tanto inconsapevoli, perché non credo che non ci si possa accorgere di essere semplicemente questo. Pallide imitazioni di una rappresentanza delle istanze delle donne piena. Le eccezioni ci sono certo, ma sono ancora troppo rare. Dov’è la nostra voce autentica? Quella che da sempre hanno cercato di soffocare?

Rispondo a Alessandro Bertante, che ha tracciato un ritratto vero di Milano e di ciò che è movimento o meglio del movimento che dovrebbe esserci. La mia generazione è quella del grunge, degli anni ’90, di coloro che hanno attraversato il berlusconismo e si sono ritrovati ad essere i primi precari, tramortiti, impegnati a sopravvivere, accartocciati sui propri problemi, in un contesto sempre più individualizzato, sempre più chiuso. La mancanza della dimensione collettiva, da vivere e dalla quale leggere i fatti e per trovare soluzioni, è tutta qui. C’è chi ci definisce la generazione perduta, eppure una manciata di noi è ancora qui che resiste e ci crede. Danno per scontato che siamo tutti ormai assuefatti e rassegnati. Non è caricatura se mettiamo a disposizione il terremoto che ha frantumato le nostre esistenze e cerchiamo di invertire la rotta. Io porto con me questo vissuto e non è roba posticcia. Metto a disposizione me stessa, sono scomoda e pago in prima persona, se c’è da manifestare io ci sono, perché tuttora penso che non si possa lasciare il campo al vuoto, all’indifferenza, all’individualismo, all’opportunismo, al clientelismo, al familismo.

La mia testimonianza politica lotta contro tutto questo, ma sono consapevole che se resta isolata, non ci si schioda dal pantano. Sono cresciuta pensando che non si potesse restare indifferenti, che vivere aveva senso solo se fossi restata coerente, ma non per mera testa dura (che tra l’altro ho) o in modo sterile, ma perché convinta pienamente che l’omologazione sarebbe stata la forma di autolesionismo più nociva. Mi rendo conto che bisognerebbe osare di più, che spesso siamo innocue, l’ho rilevato più volte, ma quando manca la dimensione collettiva, tutto è molto più annacquato.

Finché non riusciremo a tornare lì, resteremo innocue, finché non rinunceremo a quelle briciole di parità che ci fanno sentire dentro il sistema e che ci rendono inefficaci e mansuete, non produrremo DIFFERENZA e non sentiremo nemmeno la spinta a tornare a lottare per contrastare un pericoloso arretramento in tema di diritti. Pensiamo solo a quanto la dimensione individualista ha minato il movimento delle donne.

Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità è tipico delle nostre società postmoderne. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, con uno sguardo ampio sui problemi, sulla società, sull’economia, sui diritti, sul mondo del lavoro e del welfare, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo.

Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica che ci permette un confronto ed è in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove.

Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri.

Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”, ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personali. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone.

Tornando al tema della partecipazione delle donne nelle istituzioni, per me non può mancare quanto sinora rimarcato. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, tornando a nominare e a evidenziare che il patriarcato nelle sue mille forme non è mai morto, anzi è vivo e vegeto ed è purtroppo introiettato nella vita e nella mentalità di tante donne.

Le differenze economiche e sociali dobbiamo guardarle dritto in faccia, la situazione di emarginazione e di lesione dei diritti in cui vivono tante tantissime donne non può essere buttata in un calderone unico, abbandonata alla buona volontà (mai scontata) di una politica che continua ad avere un approccio neutro e che non riesce ad ascoltare adeguatamente le donne. Io quelle voci le ascolto da sempre e sono loro il motivo della mia militanza, del mio attivismo in ogni occasione e in ogni luogo, in ogni contesto, porto avanti le loro istanze. Porto con me i loro volti che dicono a volte più delle parole. Sono loro che mi danno il coraggio, che mi rigenerano ed è per loro che non mi fermo. In ogni mia azione politica è come se le portassi con me, come se ci tenessimo per mano. Perché è la solitudine che va sconfitta. Non ho rendite di posizione da difendere. Rivendico la necessità di una cura, di un’attenzione adeguata e dotata della giusta sensibilità su lavoro, salute, servizi pubblici, diritti fondamentali che siano affrontati finalmente con un’ottica di genere. Torniamo a chiedere interventi permanenti, strutturali, che non siano privilegio di pochi e che non siano oboli una tantum. Non ci accontentiamo. Rimuoviamo gli ostacoli di ordine economico e sociale che azzoppano i nostri diritti di cittadine, come sancisce la nostra Carta. Potremo partecipare pienamente solo se ci accorgeremo di questo. Resilienti, mai rassegnate. Perché le prime a pagare siamo sempre noi donne e quando il welfare familiare finirà o sarà prosciugato, non avremo vie d’uscita, dovremo inevitabilmente fare i conti con il fatto che non siamo state in grado, al momento giusto, di incidere sulle decisioni e sulle politiche di questo Paese, forse perché molte di noi hanno preferito difendere il proprio orticello, seguendo i suggerimenti di padri o padrini. Non potremo lamentarci se avremo privilegiato altre questioni e avremo messo da parte l’idea di una politica capace di interpretare anche le esigenze delle donne. Svegliamoci, non smetterò mai di ripeterlo! L’accesso è bloccato? Sblocchiamolo insieme, ma con regole e linguaggi diversi. Sinora abbiamo replicato. Promettiamoci un futuro diverso, differente. Torniamo a mobilitarci in piazza periodicamente per i nostri diritti! Non c’è altro modo. Il fallimento è non tentare. Il fallimento è non ascoltarci.

La politica mancante di voci autenticamente femminili non è mai un bene.

Il voto delle donne ha compiuto 70 anni. Onoriamolo sempre.

 

Suggerimenti di lettura:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/12/20/capitalismo-e-oppressione-delle-donne/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/15/autonomia-redistribuzione-parita-di-genere/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/03/29/classe-e-patriarcato-due-variabili-per-il-controllo/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/27/piacere-o-dire-la-verita/

https://simonasforza.wordpress.com/2014/07/03/le-donne-e-le-classi/

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Il rispetto che non c’è

Immagine tratta dalla copertina del libro "Non è un paese per donne"

Immagine tratta dalla copertina del libro “Non è un paese per donne”

 

Ho saltato la giornata dell’8 marzo, anche se bollivo in pentola qualcosa. Ho pensato di tornare a parlare quando il brusio e l’eco della giornata si fossero dissolti. Tanto poi si torna nell’ombra e le questioni delle donne tornano sotto il tappeto, insieme alla polvere di una sorta di indifferenza allergica a tutto ciò che non va al suo posto e si ostina, ma guarda un po’, a non andarci. Ma come, non ci aiutiamo da sole? Ma come non ce la facciamo? Ma sì, lasciateci pure dove siamo, dimenticatevi di noi per il prossimo anno, fino alla prossima “festa”. Tanto nel nostro Paese non è obbligatorio rispondere alle domande, alle richieste, non sembra necessario dare conto delle cose che non vanno e che andrebbero sanate. Si può soprassedere, passandoci sopra tra una mimosa e un occhio pesto.

Secondo il recente report di Job Pricing, il trend di presenza di donne nel mercato del lavoro è cresciuto negli ultimi dieci anni, nonostante la disoccupazione incomba e pesi su uomini e donne; preoccupa l’incremento del dato disoccupazionale del 12,1% per la fascia di donne 15-29 anni.

Il gender pay gap, calcolato da Job Pricing nel 2015 sulla base della RAL, vede le donne guadagnare il 10,9% in meno degli uomini, anche considerando la flessione dello 0,7% delle retribuzioni femminili. La media è € 29.985 per gli uomini e € 26.725 per le donne. Secondo i dati Eurostat sul 2014, calcolati sul salario orario lordo medio, l’Italia è all’8° posto su 31 stati, in termini di pay gap. La differenza retributiva è più evidente nei servizi. A pagina 20 sono evidenziati i settori con differenze salariali a favore degli uomini o delle donne.

Siamo più istruite, e questo trend è in crescita, basta guardare il numero di laureati/e.

C’è un dato da brividi, il gender pay gap tra i laureati raggiunge quota 36,3%. Raccapricciante. E non penso che sia destinato a salire il salario delle donne, se partiamo basse non riusciremo mai ad eguagliare gli uomini. A guardare queste medie mi accorgo che ero proprio fuori range, fuori mercato. La mia RAL come consulente ultraspecializzata era da fame, ben al di sotto di quota 25, come se avessi fatto fino alla scuola dell’obbligo. La media come al solito funziona come nelle statistiche dei consumatori di pollo. E poi mi si chiede come mai non ho resistito.

Secondo Manageritalia in collaborazione con AstraRicherche, l’Italia è “al 41° posto su 145 paesi (22° in Europa su 45 paesi) sul fronte delle pari opportunità: gli stereotipi socio-familiari resistono e il 71% degli italiani (50% la media europea) ritiene che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgimento dei compiti domestici e il 43% (29% media europea) crede che un padre debba anteporre la carriera al doversi occupare dei figli piccoli”. Insomma, con soli due giorni di congedo di paternità retribuito, il futuro sembra roseo, cambiamo con calma la cultura…

Il Centro studi di Bnl In Italia, ci trasmette una nota positiva: nel 2015 il numero delle imprese fondate da donne è cresciuto di 14.352 unità. Mi piacerebbe anche conoscere la longevità di queste imprese.

I dati Ocse ci dicono che una donna su due non lavora.

Questo grafico realizzato da The Economist, che rappresenta l'”indice del tetto di cristallo”, evidenzia bene come siamo posizionati noi italiani.

Italy glass-ceiling index

Italy glass-ceiling index

 

Un diagramma che dal 2013 recupera vari dati di 29 Paesi (l’accesso delle donne all’istruzione superiore, la loro partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, programmi di alternanza studio-lavoro, la rappresentanza nel senior management, i costi di cura dei bambini, e da quest’anno la misurazione dei congedi di maternità/paternità retribuiti) evidenzia i punti deboli italiani. Non occorrono commenti. Vorrei solo evidenziare l’arretratezza sui congedi di paternità retribuiti. Numerosi studi dimostrano che laddove i neo-papà prendono il congedo parentale, le madri tendono a reinserirsi nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile è più alta e il divario di reddito tra uomini e donne è più basso. I nostri due giorni sono veramente ridicoli. L’idea di fondo è che applicando periodi di congedo similari, si riduce il divario di carriera tra uomini e donne, e lo slittamento di carriera tra le donne in età fertile è ridotto. Ma le culture sono difficili da cambiare e lo sappiamo che è principalmente un fattore culturale che impedisce la risoluzione di questo tipo di gap. Inoltre, sappiamo benissimo quanto può costare anche agli uomini richiedere le ore di allattamento o i congedi, non sono rari i casi di neo-papà mobbizzati che si sono rivolti alla Consigliera di parità per essere tutelati e che sono andati in causa per questo tipo di discriminazioni.

A tal proposito, anche l’OCSE dedica il suo policy brief di marzo al tema del congedo di paternità. Sul grafico risulta ancora la vecchia normativa di un giorno retribuito, ma la sostanza non è cambiata.

paternità

 

Il mondo del lavoro italiano vede ancora come una sciagura la genitorialità, che porta con sé i compiti di cura e di accudimento che devono essere condivisi. Diventare genitori non può essere percepito come un disastro dal datore di lavoro, ma va gestito, va sostenuto, va organizzato. Due son le cose, o non si è capaci o non si ha la minima intenzione di progredire verso un modello più sostenibile di lavoro e produzione. La ri-produzione sembra restare “roba da femmine”, considerate ancora individui di secondo livello, sacrificabili e alle quali si chiede di sacrificarsi.

L’Unione Europea continua a produrre report, roadmap, suggerimenti per raggiungere un equilibrio di genere. Da ultimo questo documento della Commissione Europea “Impegno strategico per la parità di genere 2016-2019” , frutto di una consultazione pubblica e di una valutazione dei punti di forza e di debolezza della Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015). Esso identifica più di trenta azioni chiave da attuare in cinque settori prioritari, con scadenze e indicatori per il monitoraggio. Inoltre, si sottolinea la necessità di integrare una parità di genere nella prospettiva di tutte le politiche dell’UE, nonché nei programmi di finanziamento comunitari. La Strategia del 2010-2015 focalizzava la sua azione su queste macroaree:

– pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;

– parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore;

– parità nel processo decisionale;

– dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne;

– promozione dell’uguaglianza di genere fuori dai confini dell’UE;

– questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

Sono stati compiuti passi in avanti, come ad esempio, il più alto tasso di occupazione mai registrato per le donne (64% nel 2014) in UE e la loro crescente partecipazione ai processi decisionali in ambito economico. Tuttavia, questa tendenza al rialzo è compensata dalla disuguaglianza persistente in altre aree (retribuzione).

Nel suo programma di lavoro, la Commissione ha ribadito il suo impegno a continuare il lavoro di promozione della parità tra uomini e donne. Ciò significa mantenere al centro della politica di parità di genere le cinque aree tematiche prioritarie esistenti:

1. incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e degli uomini;

2. riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, quindi lotta alla povertà tra le donne;

3. promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

4. lotta contro la violenza basata sul genere e la protezione e il sostegno alle vittime;

5. promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

 

Qui di seguito una presentazione riassuntiva sugli obiettivi che si intendono raggiungere:

Altro aspetto rilevante è l’integrazione di una prospettiva di genere in ogni tipologia di intervento UE. Naturalmente è necessario assicurare anche un finanziamento di queste politiche per raggiungere una parità di genere, cooperando strettamente con tutti gli attori responsabili.

Fin qui un mondo ideale, in cui tutto può migliorare e volgere al meglio. E tanti Paesi europei sono sulla buona strada, quanto meno ci provano.

Che dire sull’Italia, dove le pari opportunità sono relegate nell’angolino, non meritevoli neppure di un dicastero dedicato? Che dire del clima che si respira nel Bel Paese medievale degli attacchi quotidiani alle donne? Il cammino per noi è tutto in salita.

Dopo la campagna disgustosa per il referendum sulle trivelle, che non linko perché preferisco non rilanciare simili livelli di disumanità e di degrado culturale, leggo un’altro esempio di tale degrado. Inqualificabili e di una violenza inaudita i metodi con cui in questo Paese ci si rivolge alle donne. Solidarietà a Patrizia Bedori e a tutte le donne che quotidianamente ricevono attacchi sessisti, misogini e indegni di un Paese civile. Chiaramente si tratta di un grosso ritardo culturale e di una sorta di resistenza al cambiamento. Trovo altrettanto grave quanto detto da Bertolaso a Giorgia Meloni. Noi donne, come gli uomini, possiamo fare ed essere tante cose, rivestire più di un ruolo nonostante ci sia ancora chi ci vuole mantenere in determinati ruoli e ghetti. Non ci lasceremo ingabbiare e fregare ancora. Possiamo scegliere di avere più ruoli, anche diversi nelle varie fasi della nostra vita, ma assegnarci un destino in quanto donne è violenza. Insultare e considerare una donna inadeguata perché non conforme a un canone che ci vuole tutte giovani e belle, è violenza. E questo purtroppo avviene anche da parte di molte donne che hanno interiorizzato questa mentalità. Mi sembra che gli attacchi si moltiplichino. A quando un Paese che sappia esprimere e praticare rispetto verso le donne? Quando capiremo che il benessere e la realizzazione piena delle aspirazioni delle donne porta vantaggi per tutti? Se partecipano le donne progredisce tutto il Paese, se non partecipano resterà quella provincia sperduta, arretrata, distante anni luce dalla civiltà e da una cultura del rispetto. La nostra partecipazione a tutti gli aspetti della vita culturale-sociale-economica-politica dell’Italia è fondamentale se vogliamo competere e crescere.

Qualche giorno fa avevo pubblicato questo appello per la mia zona, per sostenere la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e nelle istituzioni di ogni livello. A quanto pare il mio auspicio è più che attuale.

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La rivoluzione di cui abbiamo bisogno

donna al voto

 

Parto dalla notizia di Bernie Sanders che sta dando non pochi pensieri alla campagna di Hillary Clinton. A quanto pare le nuove generazioni di donne non la amano e preferiscono il progetto di Bernie, una bella testimonianza del bisogno di un’alternativa, di un cambio di paradigma in un sistema che ormai dà tante cose per scontate e stride con la realtà di tanti cittadini e cittadine. E noi donne esigiamo di più, ci radicalizziamo, chiediamo che si osi di più quando le nostre vite subiscono degli schiacciamenti, quando ci troviamo all’angolo, quando siamo emarginate, quando non riusciamo più a guardare fiduciose al futuro. Molte giovani democratiche non ci stanno al trucco di una donna privilegiata, che ha sempre stentato sul terreno delle donne, che in passato è stata molto tiepida, distante. Certe cose non si possono imparare semplicemente studiando, mettendosi a tavolino con qualche stratega da campagna elettorale, il risultato rischia di essere posticcio. E poco importano le insinuazioni irricevibili della storica femminista Gloria Steinem “molte donne vanno ai comizi di Sanders non per lui, ma per incontrare maschi giovani”. Pura violenza, che nessuno, tanto meno una femminista, dovrebbe permettersi di usare. Le ragazze hanno bisogno di altro, di poter credere in un cambiamento che parla di eguaglianza e di rivoluzione socialista. Non sono sogni, come li ha liquidati Hillary stizzita. Sono la testimonianza che ci può essere un’altra visione e un progetto che parli in modo diverso. Certe cose non si possono gestire, appiccicare, o sei o non sei. Le diversità per quanto riguarda le visioni del mondo non si possono camuffare facilmente. E non basta suggerire alle donne di essere la persona giusta, che l’ora di una donna alla Casa Bianca è giunta. In questo mondo in crisi, che crolla, con un sistema economico che erode le nostre vite, abbiamo bisogno di orizzonti diversi. Ci dobbiamo svegliare e dobbiamo rifiutare schemi che tutelano sempre gli stessi. Sul sito di Sanders leggiamo:

“The American people must make a fundamental decision. Do we continue the 40-year decline of our middle class and the growing gap between the very rich and everyone else, or do we fight for a progressive economic agenda that creates jobs, raises wages, protects the environment and provides health care for all? Are we prepared to take on the enormous economic and political power of the billionaire class, or do we continue to slide into economic and political oligarchy? These are the most important questions of our time, and how we answer them will determine the future of our country.”

Contro i poteri oligarchici e le disparità socio-economiche crescenti. Perché occorre fare scelte coraggiose, anche in temi di ambiente e di immigrazione, perché non bisogna dimenticare la storia e il nostro passato da migranti. Un contributo importante quello di Sanders, che richiama i democratici alla riflessione. Anzi, come sottolinea qui The Nation: “Americans are waking up to this reality, and they are demanding change.”

E richiama a un ragionamento complesso e articolato anche qui in Italia.

Dignità, è questa la parola chiave e l’obiettivo a cui dovremmo guardare e mirare. Una vita dignitosa per tutti, perché l’obiettivo deve essere migliorare la vita di quelle persone che vivono con sussidi di trecento euro al mese, se va bene. E di donne sole che vivono in queste condizioni ce ne sono tante. La lotta per la dignità significa garantire un minimo di condizioni per uscire da quell’incertezza e dalla povertà, quella vera. Significa aiutare le bambine a conoscere l’importanza dello studio e consentire loro di avere un’istruzione pubblica di buon livello. Significa consentire di uscire da un destino predefinito, dando le stesse opportunità a tutt*. Perché in un contesto di opportunità “diminuite” anche far valere i propri diritti risulta difficile e questi si affievoliscono, non si può continuare a tacere. E siamo noi donne coloro che più subiscono le conseguenze negative di un contesto in cui si allargano sempre più le distanze tra chi ha e può e chi ha meno e non può.

 

 

Esprimo il mio parere da donna femminista: la mia solidarietà, il mio sostegno, la mia adesione non sono a priori, necessitano di contenuti, di elementi concreti pregressi e non solo creati ad hoc in ambito di campagna. Il mio sostegno non può essere in base al genere, bensì su cosa quel candidato o quella candidata mi comunicano, mi trasmettono in termini programmatici e di visione politica e delle questioni che ci riguardano più da vicino. Per me non vale la regola “purché sia donna”, “in quanto donna”, perché non può e non deve essere semplicisticamente così. Inoltre, abbiamo visto come il problema della rappresentanza non sia risolto automaticamente dall’aumento di donne in politica o nelle istituzioni. Questo serve solo a scalare la classifica del Global Gender Gap del WEF. Siamo saliti al 41° posto nel 2015, ma la situazione nei sottoindici come quello del lavoro non è rosea. Si desume che sono altri gli elementi che determinano il cambiamento, tangibile e concreto. E aggiungo anche che la filosofia secondo cui “una donna vale l’altra, purché fossimo rappresentate”, ci ha azzoppate in più di una occasione. Ho bisogno di scorgere una vicinanza di idee e di battaglie, un percorso coerente, dimostrato sul campo della vita politica. Devo poter intravedere una Politica, con la maiuscola, una declinazione più alta, ma sempre con uno sguardo che parte dal basso, capace di immergersi nei problemi e nella realtà, per non perdersi ai vertici e nella stratosfera. La parola rivoluzione, non è vuota, ma è piena di un senso di fare le cose in concreto, con quell’attenzione al fatto che non si può più rimandare, che il diritto a una esistenza dignitosa deve essere al primo posto. Questa Politica richiama #inclusione e #partecipazione. Il tratto distintivo non è la delega e l’affidarsi, si chiede partecipazione.

Ben-essere, pari diritti che si esplicano in una forma solidale e diffusa.

Ribadisco che non è sufficiente essere donna per comprendere e saper rappresentare appieno gli interessi delle donne. Questo dovremmo averlo capito. Come ho detto più volte su questo blog, possiamo fare la differenza, mantenendo la schiena dritta e gli occhi ben aperti sul mondo reale. Un movimento di cambiamento con le energie delle periferie umane, non solo geografiche, protagoniste. Ecco perché mi piacerebbe che anche da noi si riuscisse a guardare verso un Sanders, se dall’altra parte c’è una donna che non ci rappresenta e non ci convince appieno. Madelene Albright anche in questi giorni ripete il mantra: “Sappiate che c’è un posto specifico all’Inferno per le donne che non si aiutano l’un l’altra”. Un incoraggiamento a sostenere le donne va benissimo in linea di massima, ma siccome noi donne siamo esseri umani capaci di ragionare sulla materia contingente e abbiamo bisogno di sostanza, non possiamo sostenere la donna a priori, perché faremmo un grave torto a noi stesse e alle nostre capacità analitiche. In questo contesto sembra quasi uno schiaffo alle capacità di decisione autonoma delle donne. E giustamente questa capacità va rispettata e non soffocata. Non facciamoci mai usare, non prostriamoci, non seguiamo il flusso se quel flusso ci porta alle catene. E non mi interessa se risulterò poco malleabile o allineabile, dirò sempre quello che penso e saprò usare il mio senso critico. L’ho dimostrato anche in questa tornata di primarie milanesi. La mia risposta è tutta racchiusa in un non voler seguire orientamenti preconfezionati o scontati per la mia appartenenza di genere. Nonostante ci si aspettasse questo da me.

Il senso del fare politica parte dal presupposto di un rispetto profondo delle persone. Per alcuni fare politica nasconde interessi personali, tornaconti e obiettivi bassi. Sono sconcertata quando si pensa che io abbia chissà che interessi in gioco. Vi invito a guardare la mia quotidianità, la mia vita in 40 mq di casa, quel periodo di quasi dieci anni passato in case condivise dopo essermi trasferita da Bari a Milano per lavorare (perché nella mia città natale non avevo sostegni e mi sono dovuta rimboccare le maniche da sola), la mia precarietà, la mia cassa integrazione, i miei mesi senza stipendio, la mia esperienza post-maternità e tanti altri piccoli dettagli. Nella mia esperienza da attivista politica e non solo, mi sono sempre battuta per i diritti delle donne, gratuitamente, mi sono messa a disposizione per passione, con l’unico obiettivo di riuscire a diffondere un po’ di consapevolezza, di informazioni, far circolare le idee. Non ho mulini personali a cui portare l’acqua. Se per alcune persone questo non è un impegno utile, ma strumentale, liberi di pensarlo. Ricevo più colpi bassi e critiche che grazie o complimenti, ma vado avanti, convinta tutto questo forse vuol dire che sono abbastanza scomoda, che qualcosa riesco a fare e a smuovere. Se avessi stuoli di sostenitori probabilmente significherebbe che sono nel mainstream e che faccio e dico cose tiepide, facili, scontate. Mi piace vederci chiaro e non ragionare per pregiudizi o sulla base di voci di corridoio. Siccome sono fiera di essere una rompiscatole, non voglio perdere questa mia caratteristica e piacere a tutti i costi..

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Non solo dimissioni in bianco, c’è bisogno di infondere un respiro d’innovazione alle politiche che riguardano le donne

@ Olimpia Zagnoli

@ Olimpia Zagnoli

 

Nel mio nuovo articolo per Mammeonline.net sono partita da un’analisi sulle politiche a favore dell’occupazione femminile, per ragionare più ampiamente della zavorra che ci impedisce in vari ambiti di spiccare il volo e di avere pari opportunità nella vita. BUONA LETTURA! 🙂

Un estratto:

Per poter fare politiche organiche, strutturali, che abbiano impatti significativi e positivi sulle nostre vite, occorre una regia che conosca bene la materia e che sappia recepire i suggerimenti degli organismi internazionali che studiano tutti i fattori che aiutano le donne a lavorare. Per fare questo occorre non tagliare i fondi e le risorse al Dipartimento delle Pari Opportunità, alla ricerca universitaria in materia, e costituire un Ministero specifico, perché non è solo un fattore simbolico, ma deve servire da organismo permanente, il cui ministro possa sedere nel governo e partecipare alle sue attività, dando apporti e suggerendo i giusti correttivi in ottica di genere all’azione politica governativa.

È necessario un radicale cambiamento nella cultura imprenditoriale. Insomma, le idee e le alternative ci sono, basta avere il coraggio e la lungimiranza per sperimentarle e applicarle.
Noi donne quindi non dobbiamo mai dimenticarci di lottare, in prima persona, perché non è sufficiente avere “il Parlamento con la più grande rappresentanza femminile nella storia”, occorre capire se quelle donne sanno e sapranno rendersi autonome rispetto agli uomini e portare avanti politiche per le donne, per migliorare la vita di tutte le donne, non solo quelle che viaggiano nella troposfera dei ruoli apicali. Non voglio più sentire che un’ottica di genere non è necessaria, perché si è visto quali svantaggi porta la delega a persone che non ne sono dotate e non mettono in campo questo tipo di approccio alle problematiche delle donne.
Carla Lonzi diceva: “Sul mio corpo passano tutte le tempeste, non c’è cosa che io non capisca a mie spese.” Questo vivere sul proprio corpo, sulla propria pelle, questo fa la differenza quando ci dobbiamo mettere al lavoro per correggere le tante, troppe cose che ancora non rendono questo paese a misura di donna.
Una classe politica di donne (che si collocano a sinistra) composta per lo più da persone che prendono le distanze dal femminismo, che dichiarano candidamente di non provenire da quella storia, quasi a volerne segnare la distanza, sono il segnale di uno smarrimento culturale enorme. Quindi una domanda è: come ricostruire un background culturale solido e recuperare le nostre radici, un humus necessario per proseguire? Perché chiaramente procedere senza passato porta solo ad una navigazione a tentoni, come se si dovesse partire da zero.
I nostri diritti conquistati con tanta fatica, la nostra emancipazione (reale o presunta, parziale o completa?), la nostra partecipazione e i nostri contributi alla “cosa pubblica”: quanto corrispondono a un nuovo tessuto, a nuove forme di vita e di relazioni, a un sovvertimento di regole secolari, e quanto invece sono stati dei risultati mutuati attraverso concessioni maschili, quanto e se sono stati effimeri, quanta parte di essi abbiamo lasciato cadere dopo i primi segnali di cambiamento e che non abbiamo curato a sufficienza, quanto delle nostre lotte abbiamo delegato nelle mani sbagliate e perché abbiamo scelto di delegare e di accontentarci?

 

L’ARTICOLO COMPLETO SU Mammeonline.net

http://www.mammeonline.net/content/non-solo-dimissioni-bianco-c-bisogno-infondere-respiro-dinnovazione-alle-politiche-che

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Ricordi? No, sono i nostri diritti!

Memories - Andrei Baciu

Memories – Andrei Baciu

“Le elaborazioni teoriche e le analisi del femminismo italiano sull’economia e sul lavoro sono eccellenti, estremamente intelligenti ed acute. Si moltiplicano, poi, i convegni e i seminari sulla crisi, le cui ripercussioni sulle donne sono particolarmente acute a causa della riduzione del welfare state e del maggior tasso di disoccupazione, di inattività e di precarietà femminile. Sarebbe importante diffondere on line gli atti prodotti e gli interventi pronunciati nel corso di questi convegni.
(..)
Quella che manca, a mio parere, è, però, l’espressione pubblica, da parte del femminismo italiano, di una posizione condivisa sui provvedimenti del governo Renzi e l’organizzazione di forme di mobilitazione e di resistenza contro il Jobs Act e, in genere, contro le politiche di austerità.
Una simile presa di posizione è possibile o non esistono punti di vista concordanti su queste questioni? Cosa possiamo fare per contrastare da femministe le politiche neoliberiste italiane ed europee?”

Maria Rossi (qui il post completo)

Provo a rispondere al bel post di Maria Rossi, che ha giustamente rilevato un’anomalia tutta italiana. La prima cosa che mi viene in mente è la scarsa propensione alla partecipazione in prima persona degli italiani. Particolare che si riflette in ogni compagine associativa, di classe, di gruppo, di collettivo ecc. Questa pigrizia fisica e mentale porta ad affidarsi a qualcuno/a altro/a che porti avanti per te le tue istanze, salvo poi lamentarti se questo non avviene. Questo morbo è presente da tempo immemore, ma c’è stato anche un periodo, una fase in cui è stato scelto come modalità operativa anche da alcune femministe.
Per quanto riguarda la produzione teorica in materia di crisi, disoccupazione, precarietà con le ripercussioni sul mondo femminile, si tratta di un lavoro importante, ma solo se viene condiviso, divulgato e reso compartecipato. Per giungere a questo dobbiamo rendere questi seminari, questi incontri, fruibili e non delle semplici vetrine per codesta o quella donna. Questi lavori restano lettera morta perché sono troppo spesso rivolti agli addetti ai lavori, oppure servono per fare curriculum. La divulgazione è un’arte delicata e complessa e non tutti ne sono capaci e non tutti sono interessati a trasmettere, a molti basta parlare per sé. Questo vale anche per le donne. Noi non siamo immuni dalle lusinghe delle passerelle dei convegni.
Ma siccome non esiste unicamente l’oratore, l’oratrice, dobbiamo considerare anche il ricevente, il pubblico. Siamo certi che il pubblico sia pronto e avvezzo ad essere interpellato? Il disinteresse è una piaga, ma è dovuto ad anni di immobilismo, di inerzia, di crisi profonda della politica, di crisi della rappresentanza, di crisi dei partiti e di una partecipazione diffusa alla politica, attraverso i corpi intermedi. Ma questo è il capitolo su come si può costruire una diffusa cultura politica e una sana affezione alla politica.
Per quanto riguarda poi la capacità di esternare pubblicamente e unitariamente il proprio dissenso al dilagare di politiche neo-liberiste da parte del femminismo italiano, azzardo un’ipotesi. Parlando di femminismi al plurale forse riesco a spiegarmi meglio. Gran parte dei movimenti delle donne hanno deliberatamente scelto una posizione esterna, facendo politica delle donne, ma concependola come una mobilitazione separata da quanto avveniva a livello della politica istituzionale, per non finire in un tritacarne ideologico e pericolosamente omologante. Questo non ha escluso che altre donne invece scegliessero una partecipazione e una militanza più istituzionalizzata. Una percentuale di queste donne ha fatto del marchio “femminismo”, un vero e proprio brand da adoperare all’occorrenza, ma senza troppa convinzione personale, tanto perché fa “spessore” e fa tanto intellettuale. Il risultato lo potete immaginare. Per chi ha un minimo di esperienza e bazzica i partiti, sa perfettamente che se vuole fare carriera interna e aspirare a fare politica nelle istituzioni deve rassegnarsi a ridimensionare la propria autonomia di pensiero e la possibilità di esternarlo. Diciamo che devi seguire la linea. Inoltre è molto difficile far sentire la propria voce e le proprie idee. C’è un sistema gerarchico, amicale, con logiche da bacino elettorale, che ingabbiano la circolazione delle idee. La varietà del prodotto della partecipazione è risicata. Le voci sono sempre quelle “autorizzate”, certificate, che vengono interpellate per tutte le stagioni e per condire ogni evento. Quindi, tranne rarissimi casi, di solito le donne fanno tappezzeria. Sì facciamo tappezzeria e se “rompi” vieni automaticamente ostracizzato. Ci sono le eccezioni, ma sono casi isolati. Quindi, riassumendo:
tra chi fa politica per carriera e non per passione
tra chi cavalca il femminismo per far carriera e per far colore nel cv
tra chi non si avvicina alla politica istituzionale
tra chi non si esprime e rimane passivo
tra chi non vuole sporcarsi le mani
tra chi non vuole rovinarsi la carriera
tra chi si occupa solo dei fatti suoi
tra chi “non mi alzo dal divano”
tra chi “tanto ho le spalle coperte”, chi me lo fa fare
tra chi “in fondo mi stanno bene Renzi & co.”
tra chi “faccio lotta per conto mio”
TUTTO RESTA FERMO.
Quindi, cosa fare? Entrare in campo e rompere gli schemi. Ci si prova, quanto meno.
Le porte in faccia sono all’ordine del giorno, ma almeno si prova a cambiare qualcosa.
Ma quel che manca è la dimensione collettiva e unitaria, che ci faccia prendere una posizione chiara e forte.
Un’ultima annotazione: dobbiamo perdere l’abitudine di guardare le cose unicamente dalla nostra ottica, dal punto di vista dei nostri interessi. Un problema è un problema anche quando non ci riguarda direttamente. Un problema va affrontato non solo nel momento in cui diventa un nostro problema. In questo senso dobbiamo approcciare tutto il tema dell’art. 18 o meglio di quel che ne resta. Non possiamo dire: “tanto non mi tange, non mi riguarda, non mi interessa”. Proprio ieri una donna che conosco mi ha detto di essere stata messa in mobilità. Indovinate il motivo..
Stesso discorso vale ogni qualvolta si viola una norma costituzionale e sono gli stessi organi istituzionali a farlo. Ci riguarda, perché sono in gioco i nostri diritti e quella cosa chiamata democrazia. A noi tocca dire BASTA!
Non ci bastano più i seminari, ma vogliamo le piazze in grado di abbracciare tutt* e parlare a tutt*.
Può servire per ricordarci e mettere a fuoco quali sono i nostri diritti. Per non farli diventare vecchi ricordi.
Grazie e Maria Rossi per il suo post.
Grazie a Giulia Siviero per questo articolo e per dare voce alle donne della realtà.
Grazie a tutte le donne che non smettono mai di interrogarsi, di approfondire, di cercare di dare risposte, di essere indipendenti, di pensare con la propria testa, di rimboccarsi le maniche, di essere magnificamente uniche!
Grazie a tutti coloro che sanno quando la misura è colma e sanno dire BASTA! Grazie Walter (non Veltroni, naturalmente).

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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Una Dichiarazione dal passato

Marie-Olympe de Gouges

Marie-Olympe de Gouges

Con questo post tornerò un po’ indietro nel tempo, per raccontarvi una piccola storia. La Rivoluzione francese portò con sé numerosi e importanti venti di cambiamento. Per le donne fu la prima vera occasione per maturare una coscienza della propria condizione e dei propri diritti negati e rivendicarne l’attuazione. Nella Petizione delle donne del Terzo Stato al Re, le autrici coperte dall’anonimato si azzardano a chiedere il diritto all’istruzione e al lavoro. Si chiese di avere accesso agli Stati Generali e l’istituzione di un tribunale femminile, con compiti specifici in tema di separazione e prostituzione.
Nel 1791, Marie-Olympe de Gouges scrive la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un documento nato dalla necessità di colmare le “lacune” della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, redatta quello stesso anno, ma con idee e stile prettamente maschili e che dimenticava di fatto l’altra metà dei cittadini.
La Dichiarazione di Olympe fu il primo documento a invocare l’uguaglianza giuridica e legale delle donne in rapporto agli uomini.
“La donna nasce libera e ha uguali diritti all’uomo e non ha altri limiti se non quelli della tirannia che questi esercita su di lei. In nome delle leggi della natura e della ragione si chiede pertanto che questi limiti vengano rimossi”.
Oggi abbiamo dei diritti sanciti per legge, ma abbiamo ancora molta strada da compiere per una loro piena e certa applicazione. Siamo ancora qui per difendere quegli stessi diritti e a sottolineare il nostro posto nella storia, una storia troppo spesso raccontata al maschile.
Oggi chiediamo una significativa rappresentanza femminile in Parlamento, che non sia soggetta al controllo e al benestare dei leader uomini di partito. Perché non vogliamo l’investitura del politico di turno, subordinata a chissà quali condizioni. Questi zuccherini funzionano solo con le allodole. La partecipazione alla res politica è ben altra cosa.
Oggi chiediamo che l’istruzione pubblica non venga svilita, perché sarebbe un pericolo per tutte le future generazioni. Il diritto allo studio non deve essere subordinato alle disponibilità economiche della famiglia e dev’essere di qualità per tutti. Non permettiamo che si compia un disastro nella scuola pubblica e chiediamo maggiori investimenti.
Le battaglie di Olympe non sembrano poi tanto lontane dai nostri giorni e non tutto è stato risolto, completamente: la difesa delle madri nubili, la tutela dei figli naturali, la creazione di laboratori pubblici per i disoccupati e la lotta contro lo sfruttamento degli schiavi.
Sono tutti temi che adeguatamente rimodulati e adattati ai nostri tempi troviamo ancora oggi sotto forma di questioni da affrontare.
Olympe pagherà con la ghigliottina le sue idee e per essersi opposta all’esecuzione di Luigi XVI. Nel 1793, in pieno Terrore, la Convenzione si muove verso istanze antifemministe. Olympe morirà “per aver voluto essere uomo di Stato e dimenticare le virtù che si convengono al suo sesso”. Non era rimasta al suo posto. Si preferì tornare ai costumi per così dire sobri e rassicuranti di una società patriarcale. Contro la richiesta di pari diritti, avranno la meglio posizioni conservatrici.
E noi, oggi, cosa abbiamo intenzione di fare?

 

Fonti e informazioni

– Storia dei Movimenti e delle idee – Femminismo – Rosantonietta Scramaglia, 1997 Editrice Bibliografica, Milano

– Saggi di filosofia e storia della filosofia, a cura di Annamaria Loche e Marialuisa Lussu, 2012 Franco Angeli, Milano (qui)

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Al di là del rosa

Red Water Lilies

Siamo qui a poche ore da queste europee. In Italia non c’è solo la dicotomia tra europeisti ed euroscettici, ma questa tornata elettorale è caricata di un aspetto ulteriore, che in qualche modo ha deformato la trasmissione dei contenuti: una verifica governativa, la ricerca di un plebiscito delle urne che legittimi un esecutivo auto-generatosi e auto-insediatosi. Il 26 avremo la risposta.
Al di là di questo aspetto, nel corso di questa campagna elettorale si è parlato tanto di pinkwashing, una sorta di lavaggio del cervello e di martellamento mediatico su quanto siano rilevanti e importanti le donne in politica. Ancora una volta siamo cadute in trappola, adoperate come strumento politico-pubblicitario dal meccanismo partitico. Il mondo politico maschile sembra essersi accorto di noi solo oggi, interessato a trainare le liste con uno specchietto elettorale, un po’ di smalto e rossetto per nascondere un’avversione profonda a molte delle istanze che tutte le altre donne, fuori dai partiti, portano avanti. Perchè appare abbastanza chiaro che poche di quelle donne candidate ci vorranno e ci potranno aiutare realmente. Ho sempre pensato che la scelta del voto dovesse passare per i contenuti programmatici e per il background del candidato. Per cui seguirò anche questa volta questa regola personale. Ho oculatamente selezionato le mie preferenze, basta ragionare autonomamente e documentarsi. Le persone valide ci sono, basta sceglierle con attenzione. Chi parla di sorellanza, non conosce bene le dinamiche di partito, perché molte donne (parlo di militanti e non) scelgono non per affinità di genere, bensì per interessi personali. Mi spiego meglio. Tra un candidato inadeguato e una donna capace, si sceglie spesso di sostenere il primo, se questo può assicurarti un vantaggio all’interno del partito o fuori. Così si creano correnti non in stile rosa, bensì in funzione delle probabilità di trarre vantaggi diretti dal sostegno a un candidato.
Penso che l’unica cattiva abitudine da sradicare sia appunto questa modalità di scelta.

Finché non saremo in grado di fare diversamente e di applicare un ragionamento appropriato, i risultati saranno sempre deludenti e naturalmente mai a vantaggio delle donne e tantomeno della collettività.

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L’individuo e la collettività

Marc Chagall - Campo di grano in un pomeriggio d'estate, 1942

Marc Chagall – Campo di grano in un pomeriggio d’estate, 1942

 

L’unica possibilità di ottenere risultati concreti e duraturi per tutti coloro che si sentono vittime di discriminazione è data dall’appellarsi alla categoria del “morale”.

La mentalità contemporanea ultraliberale pone l’accento sulla totale libertà dell’individuo di fare come meglio gli aggrada (anche a scapito di una lesione dello speculare diritto altrui?), questo al di là di una concezione di società come unione di persone che intessono relazioni basate su paradigmi e regole implicite. Bisogna però stare attenti alle conseguenze a cui questa mentalità può portare. Se in astratto la teoria ultraliberale potrebbe essere considerata come pleonastica, in realtà essa racchiude un vizio di forma, poiché non fa alcun riferimento alla storicità della società. In altre parole considera lo stato delle cose come se fosse sempre a un punto zero, da dove partire e sviluppare “il migliore dei mondi possibili”, mentre in realtà bisogna affrontare il fatto che nella società si agisce all’interno di strutture di sudditanza storicamente affermatesi e di cui non si può far finta di niente. Non sarà certo riferendosi alla libertà dell’individuo, per quanto questa possa essere un valore reale, che si possono sostituire ai rapporti di forza esistenti, nuovi rapporti sociali, poiché è evidente che le libertà di chi si trova in una situazione di superiorità sociale avrà sempre uno spettro piu ampio di coloro che lottano per la sola sopravvivenza. Solamente la volontà di cambiare le strutture al di fuori dell’interesse personale e della propria libertà, in vista di una società essenzialmente libera (e non di una società di individui liberi) può portare all’eliminazione dei rapporti di forza così come sono sempre stati. Ma questa volontà è per forza sviluppabile in quella categoria di valori astratti legati al “giusto” e allo “sbagliato” del morale.

Per concretizzare quanto ho cercato di spiegare, poniamo l’esempio della contrattazione sul lavoro e sulla retribuzione. Ci sono indubbiamente tipologie di persone più o meno forti in sede di colloquio o quando si stanno stabilendo diritti e paga. Se si è dipendenti da una necessità impellente di lavorare, per svariati motivi (che possono andare dalla famiglia da mantenere fino all’impossibilità di avere un altra fonte di sussistenza anche solo per sé), di certo non si avrà la stessa quota di libertà e di autonomia, la stessa forza contrattuale di una persona che ha comunque le spalle coperte e che ha alternative di sopravvivenza e di vita, derivanti da rendite familiari o da altro.

La libertà ha tante misure diverse e tanti ostacoli: dobbiamo avere il coraggio di constatare questa naturale differenza e cercare di trovare soluzioni eque, che riequilibrino al meglio queste distanze, di varia origine. Per questo occorre ragionare in termini più ampi, superando la dimensione meramente individualistica. Qui entra in gioco la dimensione politica del nostro agire e del nostro pensare a soluzioni.

Aggiornamento del 19 maggio 2014

Vi consiglio questo bel post di Cristina Morini.

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Pugna?

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

 

Visto che siamo nel pieno di una diatriba, una sorta di guerra dei Roses, su chi incarna al meglio le sacre vesti della femminista ideale e su cosa la caratterizzi, iniziamo a chiarirci un po’ le idee.
Ho trovato molto sensato, corretto e condivisibile il post di Ida Dominijanni.
Nel mio post avevo espresso le mie perplessità in merito a un certo modo di interpretare la libertà di usare il proprio corpo, nel nome di un femminismo originario (il corpo è mio e lo gestisco io) e che oggi occorrerebbe rileggere e ricontestualizzare, se non si vuole correre il rischio di cadere in errate letture e semplificazioni. Quello che ipotizzavo era una stretta connessione tra meccanismi simil-femministi e un impianto liberal-capitalistico, che fa rima con neoliberismo. In pratica, il femminismo si è vestito dell’ideologia neoliberale, facendo un bel cortocircuito di mezzi, metodi, idee e finalità. Quello che prefiguravo nel mio post era una sorta di “lasciapassare” per qualsiasi cosa. Le affermazioni di questo tipo di femminismo sono strumentali per far passare l’idea che un “consumatore finale di sesso” come Berlusconi fondamentalmente sia una persona perfettamente nella norma, così come il suo giro di escort. “Facciamo quello che ci pare” è stato il cavallo di battaglia del Silvio nazionale.
Tutto diventa mercificabile, messaggio pubblicitario, ogni contenuto si svuota e si riempie con la parolina magica dell’emancipazione e dell’affrancamento femminista, che serve ormai a vendersi per avere un po’ di visibilità. Si è schiave di un sistema di produzione e di battage pubblicitario costante, spacciandolo per autodeterminazione consapevole della donna. Non basta però l’etichetta per dire qualcosa di sensato.
Sotto l’egida delle leggi di mercato si sviluppa un tappeto di una miriade di trovate che anche a un ingenuo apparirebbero per quel trucco che rappresentano. Così abbiamo la tinta rosa delle quote in politica (salvo poi non occuparci delle dimissioni in bianco), la Bacchiddu, la Chirico, la Conchita Wurst ecc. Tutti prodotti di consumo, di marketing che si rendono tali, indispensabili simulacri della nostra contemporaneità post-capitalista, di un usa e getta. Questo fa davvero bene alla causa di chi non ha lo stesso potere e che vive ogni giorno senza possibilità di scelta, senza una vera alternativa? Un sistema che si autoalimenta, mettendoci tutti nello stesso calderone di consumatori e prodotto, semplificando messaggi, ideali e contenuti per rendere tutto più sorridente al marketing onnipresente.

Io non ci sto a farmi incasellare dalla Chirico di turno. In questo modo vengon meno le peculiarità delle donne, quando si riutilizzano gli stessi metodi e schemi maschili per affermarsi, rivestendoli di semplice apparenza fisica, senza sostanza. Qui non c’è sorellanza che tenga, c’è unicamente il voler per forza costruire un universo femminile ad uso e consumo degli uomini, consapevolmente o meno. Abbiamo superato in parte alcuni aspetti del patriarcato, ed ora qualcuna di noi sente la nostalgia del passato.
Il fatto di aver scollegato le lotte femministe da certi ideali di sinistra, di aver creato un femminismo apolitico e allergico alla “categoria del politico”, ha in qualche modo portato a questi risultati e a questa revisione degli stessi principi, che un tempo servivano a tenere ben lontane le intromissioni da parte di speculatori padronali. Con una base culturale politica più solida non saremmo cadute nella trappola di renderci merce. Il politico serve a portare le riflessioni e il ragionamento “fuori da noi”, dalla nostra dimensione individuale. Il politico serve a smascherare lo sfruttamento e la manipolazione di corpi e pensieri da parte del sistema produttivo o di accumulazione contemporaneo.
Inoltre, aver rifiutato la categoria “morale” nelle battaglie delle donne, ha prodotto delle deviazioni strane. La morale è mutevole e cambia a seconda delle epoche, intercettandone i cambiamenti. Per cui, non si può linciare a priori tutto ciò che coincide o che si può annoverare con la morale. Tacciare di colpevole moralismo un certo femminismo che cerca di fare un’analisi un po’ più profonda e meno superficiale non aiuta alla riflessione sulle tematiche femminili. Rischiamo di perderci qualche pezzo importante e fondamentale, e soprattutto si apre la porta a qualunque assurdità.
La libertà di prostituirsi, così come propagandata ultimamente, fa coincidere in capo a un unico soggetto l’“operaio”, il prodotto e l’imprenditore. Ripeto la domanda del mio post precedente: “Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta”? Solo questo accumulo strano di elementi dovrebbe portarci a riflettere e a comprendere che qualcosa non quadra.

Non occorre scomodare la saggistica a riguardo, per capire che si tratta di interpretazioni del femminismo strumentali a un sistema postcapitalista e ultraliberale, in cui tutto e tutti sono attori e merci del mercato al tempo stesso, preferibilmente in assenza di regole e di diritti collettivi. Siamo giunti ad auspicare un diritto che ogni singolo individuo si può confezionare a seconda della convenienza personale, anche in contrapposizione con delle regole collettive, che garantiscano tutti indistintamente. Questo modo di ragionare apre le porte a forme autoritarie o entropiche, in cui tutto è ammesso, in cui si lotta con ogni mezzo e vince chi è più forte, furbo e scaltro. Nel nome della mia libertà personale non posso e non devo mai calpestare i diritti altrui, ignorando le sue problematiche e le sue sofferenze. Questo non era il mondo che sognavano le nostre madri e che noi ora dovremmo aggiustare, pena il fallimento di tutte le nostre lotte.

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Opinione personale #Boschi

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Ci sono cose che dovrebbero restare private, esistono desideri e aspirazioni che sono talmente delicati e deperibili alle intemperie del mondo esterno, per cui è preferibile lasciarle accucciate dentro di noi e nella sfera intima delle persone a cui scegliamo di aprirci. La distanza tra pubblico e privato spesso si assottiglia talmente, da rendere impercettibile la linea di demarcazione. Questo può legittimamente avvenire per scelta personale o perché qualcun altro interferisce e oltrepassa quel confine.

A proposito della tanto citata Maria Elena Boschi, ho letto questo post, che trovo molto condivisible, perché l’analisi sull’intervista della Boschi su Vanity Fair, avviene in modo onesto e nella misura che giudico corretta. La nostra ministra ha parlato di sé come una qualsiasi altra donna, senza un ruolo pubblico tanto rilevante, farebbe. Ma ha valicato quel confine di cui parlavo prima, rivestendo la sua sfera personale di una patina artificiosa. Le critiche che le sono state più volte lanciate sono state tipiche del nostro mondo maschilista. Ma oggi arriva qualcosa che mi sommuove. Questa intervista è posticcia, io l’avrei evitata, perché ricade nei cliché da cui dovremmo cercare di svincolarci, c’è la rappresentazione di un qualcosa che magari non si condivide affatto, un’astratta idea di focolare domestico da appiccicare alla propria vita, per dare sostegno ai messaggi che il proprio partito vuole veicolare in questa ennesima campagna elettorale. Un figlio, o addirittura tre, un compagno, una famiglia non sono degli ammennicoli da accatastare sulla propria figura per abbellimento o legittimazione sociale. Non sono nemmeno dei passatempo. E se si confonde politico-personale-campagna elettorale, il pastone indigesto è servito. Ci ritroviamo tutti gli argomenti nello stesso pentolone: bellezza, intelligenza, maternità, famiglia etero, solitudine, triade di figli, un compagno da ricercare o da fabbricare, la figura di rappresentanza politica, il partito, la politica, la società maschilista e chi più ne ha, più ne metta. La Boschi per fugare tutte le chiacchiere da bar o da parrucchiera che girano, non avrebbe dovuto rilasciare una intervista siffatta, o magari non avrebbe dovuto ascoltare i suoi guru d’immagine. Avrebbe dovuto scegliere la via dei contenuti, si sarebbe dovuta dedicare alla costruzione di un personaggio diverso da come l’hanno sinora dipinta, magari prendendo delle posizioni autonome e coraggiose su temi vicini all’universo femminile e perché no materno, alle porzioni della nostra società meno considerate e tutelate. Avrebbe potuto parlare di temi concreti, di diritti civili, di diritti di conciliazione e condivisione. Si parla tanto di quote rosa, ci aspettiamo la forza e la sensibilità necessari per sostenere e affrontare certi temi. Bisogna fare da apripista e non appiattirsi sulle solite croste a olio. Facendo così avrebbe trasmesso un messaggio più verace del suo sentire, si sarebbe smarcata da certi modelli ed etichette e avrebbe dimostrato di essere fieramente libera in un contesto di servi, amici e nominati. Sono certa che la Boschi saprà sorprendermi in futuro, quanto meno me lo auguro.

Mi aspetto troppo? È da tempo che non abbiamo delle belle donne di carattere. Vorrei un ecosistema partitico di sinistra capace di esporre chiaramente le proprie posizioni, senza balbettare sui contenuti reali dei propri obiettivi. Non possiamo fare campagna elettorale con i quadretti di Peynet, dobbiamo scendere nel profondo, parlare distintamente, mai sottovoce. Altrimenti saremo la solita polvere fastidiosa e temporanea. La Boschi per lasciare il segno deve osare e usare la sua testolina.

La politica è coraggio delle idee, non fanno storia i ripetitori a pappagallo.

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