Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Manifestarsi

su 10 gennaio 2016

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Leggo da più parti che si sta parlando di manifestare contro la violenza di genere. Cosa è cambiato in questi ultimi mesi, da quando a settembre scrivevo questo post (seguito da altri qui e qui, qui e qui e qui) e iniziava un tentativo di organizzare un percorso unitario per giungere a una manifestazione nazionale o multicittà, sulla scia di quella di Madrid, in un contesto di certo più neutrale e meno strumentalizzabile di quello odierno?

Quando parlavo di tornare per le strade, nelle piazze, tra e con le donne mi son giunti commenti di ogni genere. Tra mancate comprensioni del contenuto dell’appello “Care compagne”, letture sbagliate, “niet” a priori, “non si può fare”, “state strumentalizzando la violenza”, “perché guardare all’estero?”, “chi si credono di essere”, “non va bene la piazza”, “manifestare è maschile, non si addice alle donne”, “ci vuole ben altro”, “manifestare non è la strada giusta per la lotta”, “non serve a niente”, silenzi e chiacchiericci, accuse di voler cancellare la storia e i movimenti associativi femminili e femministi con un colpo di stato dittatoriale unificatore, accuse di ignorare la Storia delle donne italiane ed altre amenità, è andata in scena la magnificenza della difesa dei mille orticelli personali.

L’appello, poi sfociato nella pagina collettiva Noi non ci stiamo, era una proposta, che speravamo si espandesse e trovasse sostegni trasversali, non volevamo egemonizzare un bel niente, come qualcuno ha obiettato, volevamo che ciascuna desse il proprio contributo per realizzare, con i tempi necessari, quanto accaduto in Spagna il 7 novembre scorso. E se leggete bene, non avevo scritto alcun manifesto, come qualcuna ha ingiustamente suggerito, ma chiedevo che ci lavorassimo a più mani. Quel primo appello era un sassolino lanciato in un piccolo stagno, che aveva prodotto un piccolo cerchio di adesioni, anche molto entusiaste. La costellazione femminile e femminista italiana avrebbe dovuto poi creare i cerchi successivi. Se il tessuto fosse stato più vitale e non in sofferenza, avrebbe dovuto rispondere con entusiasmo o quanto meno pensarci almeno un po’, senza scartare velocemente questa ipotesi di azione. Sarebbe potuto partire un lavoro collettivo, da elaborare e costruire nel tempo, potevamo prenderci anche un anno. Non è avvenuto per vari motivi, ma ritengo che forse da qualche parte si sia pensato che fosse meglio perseguire un obiettivo non pubblico, ma “riservato”. Riservato in senso “non diffuso” e allargato. anche ad ambiti, modalità e forze inconsuete per una parte del panorama femminista nostrano. Legittimo pensarlo, ma necessitante comunque del confronto con il dato obiettivo di un Paese ove la violenza è “diffusa”. Penso che questa dimensione di protesta pubblica, “aperta”, imprevedibile e poco gestibile, “senza rete” a molte non piaccia.
Aderire alla manifestazione spagnola, portando in risalto anche in Italia le tante sfaccettature della violenza maschile e patriarcale, sarebbe stato un segnale di vita, di lotta sana, libera da input e da altre strumentalizzazioni. Questo è fondamentale, evitare di essere strumento, ancora una volta “arieti”, se davvero vogliamo che al centro ci sia l’attenzione sulla violenza agita dagli uomini sulle donne. Mobilitarsi attraverso un moto spontaneo e libero per rivendicare i nostri diritti. Sarebbe stato lontano da schemi e calcoli di ogni sorta. Non lo si è capito per vari motivi. Al presidio di solidarietà a Milano il 7 novembre eravamo un manipolo di donne. Un segnale di come se non si accendono i riflettori per altro, le questioni delle donne non interessano a nessuno. A quanto pare in Spagna si inizia a intravedere qualche segnale interessante QUI.
Le Sisters Uncut nel Regno Unito fanno continuamente flash mob e ci dimostrano che di motivi per fare attivismo in luoghi pubblici, per le strade ce ne sono tanti e che lottare è un esercizio quotidiano, senza bisogno di autorizzazioni, investiture, eventi, input politici o altro. Si manifesta perché c’è una caterva di motivi per cui noi donne non ci stiamo e non accettiamo più questa società e questo sistema che ci ignora e ci manipola a seconda delle esigenze. Si deve rompere il silenzio che avvolge le donne e tutte le violenze di vario tipo che devono attraversare nel corso delle loro vite. Si deve rompere il silenzio.

Manifestare oggi, nel contesto contingente, è possibile unicamente condividendo la prospettiva delle donne di Colonia: #NoRazzismo e #NoSessismo. Unendoci trasversalmente, così come trasversale è la violenza agita nei nostri confronti. Non devono però affiancarsi seguaci di Salvini, della Meloni, di Casa Pound o di Forza Nuova e similari. La domanda centrale è: come fare? Come riaffermare la nostra libertà di azione e di rivendicazione dopo tanto silenzio e tanto torpore nelle piazze? Con tutto il carico di problematiche che avevamo incontrato già a settembre. Dobbiamo avere la forza di ribadire che la violenza contro noi donne è violenza, è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Nessuna “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene suggerito da altri? Come avevo detto a settembre, se si aspetta la congiuntura astrale perfetta non si scende mai in piazza, bisogna praticare ed esercitare l’abitudine a manifestare pubblicamente, ripetutamente insieme.. Questione di allenamento e di volontà di non restare in silenzio.

Un’ultima domanda, a proposito della (non)cultura dello stupro. Secondo voi, uno che cerca sul motore di ricerca la seguente stringa: “donne stuprate in guerra e metropolitana film porno gratis”, fa parte della più volte citata cultura occidentale laica, civile e progredita? Vi pare in linea con una sana prospettiva/cultura che rispetta le donne? Dobbiamo lavorare proprio su questa assenza di rispetto diffusa, diffusissima, onnipresente. Questi sono soggetti che si nutrono di violenza e poi un bel giorno si svegliano e decidono di praticarla nella realtà, perché il film porno non gli basta più. Questo è solo uno degli esempi di frasi ricercate sul web che portano al mio blog e che vengono registrate da wordpress e che vedo nel mio menù di amministratrice di questo sito. Potrei segnalarne altre dello stesso tenore, ma ve le risparmio.

Segnalo questa interessante intervista alla scrittrice Nina George su La Repubblica del 10 gennaio 2016 (FONTE QUI).

“FATTI GRAVI E CRIMINALI, MA LA GERMANIA È UN PAESE SESSISTA”

«Quello che è successo a Colonia la notte di San Silvestro è una vergogna. Ma sono comportamenti frequenti in Germania. I tedeschi, che oggi si scandalizzano per gli atroci fatti di Capodanno, fanno finta di non vedere. Nel mio Paese le donne sono sempre state discriminate. E lo sono ancora. È arrivato il momento di dirlo». È glaciale il j’accuse di Nina George, 42enne scrittrice tedesca, pluripremiata autrice del bestseller mondiale Una piccola libreria a Parigi (Sperling & Kupfer). Lei si dice « ancora scossa dopo Colonia». Ma «non ha paura».

Perché ce l’ha così con il suo Paese?
«Perché ora questa vicenda viene strumentalizzata dai razzisti, come abbiamo visto ieri con la manifestazione di Pegida. Ma sono cose che sono sempre successe. È sconvolgente l’omertà dei tedeschi. Perché le nostre donne non dicono niente quando sono i connazionali ubriachi a molestarle durante l’Oktoberfest (la celebre sagra della birra a Monaco, ndr) o lo stesso Carnevale a Colonia? Che vergogna».

Però una violenza collettiva del genere, forse coordinata, non si era mai vista.
«Sono criminali che non hanno niente a che fare con l’-Islam e che vanno puniti con estrema severità, non c’è dubbio. Ma sono cose che, in silenzio, sono sempre successe in Germania. Perché, nonostante i bei proclami, qui le donne non vengono mai difese. Abbiamo visto come le loro denunce agli agenti siano rimaste inascoltate quella notte a Colonia. Oppure come gli uomini presenti non le abbiano difese. In Germania manca il coraggio. E le donne raramente denunciano le violenze, perché sanno che non vengono ascoltate. Questo è un Paese che discrimina le donne».

Come fa a dirlo, scusi? Perfino il cancelliere è una donna.
«Ma la concezione della donna in Germania è molto particolare. Fa male dirlo, ma è così. La donna da noi viene vista principalmente come una potenziale mutti, una “mamma”, e questo influisce molto sulla vita quotidiana, sui salari, sul rispetto. Basta vedere la percentuale di artiste o scrittrici famose. Sono pochissime. Due anni fa c’è stata una clamorosa protesta delle donne, la Aufschrei (una sorta di “grido scandalizzato”, ndr) che denunciò pubblicamente il clamoroso sessismo nel nostro Paese. Ma tutti l’hanno già rimossa. E nulla è cambiato».

Niente? Nemmeno dopo il decennio di Angela Merkel?
«Anche se oggi mi ha un po’ deluso associando spudoratamente i fatti di Colonia all’immigrazione, lei è un vero esempio di donna, lontano da ogni stereotipo di “ragazza copertina”. Certo, oggi i tempi sono migliori rispetto a quando c’erano Kohl o Schröder. Ma il problema rimane. Del resto, la Germania non ha mai avuto un vero femminismo. È ora di plasmarne uno per il XXI secolo. Non sarà facile. Ma ora il problema vero è un altro».

Quale?
«Il razzismo che pervade sempre di più la nostra società. Si faccia un giro sui social network in Germania: è inquietante la valanga di bufale xenofobe che ogni giorno circuiscono sempre più persone. Online c’è una propaganda invisibile che sta inquinando le radici dello Stato democratico tedesco. Una mia amica era alla stazione di Colonia la sera di San Silvestro e poco dopo su Facebook ha scritto un post in difesa dei migranti. Ha ricevuto minacce di morte. E qualcuno le ha detto: “Meritavi di essere stuprata”».

 

Altro articolo interessante, Signorelli: a Colonia una guerra tra maschilisti, in cui viene intervistata l’antropologa Amalia Signorelli QUI.

 

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5 responses to “Manifestarsi

  1. Paolo ha detto:

    possiamo per favore smetterla di negare la realtà dicendo che le culture sono tutte uguali? Non sono uguali! Il maschilismo c’è ovunque ma quel che è successo a Colonia e in altre città ha poco a che fare con l’Oktoberfest! Possiamo iniziare a dire che la condizione femminile in Germania è migliore di quella di molti Paesi di cultura musulmana? Possiamo dire che la cultura occidentale laica post-moderna è migliore di una in cui una donna scopre mezza caviglia e le viene detto che è “senza onore”? Su questa storia di Colonia destra e sinistra danno il peggio di sè: la eestra se ne esce col solito becerume razzista, la sinistra di fatto sta minimizzando le violenze di Colonia e il loro specifico per non essere accusata di razzismo
    questo articolo lo riassume bene:

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  2. Paolo ha detto:

    mi spiace ma Nina George mi pare una dei molti che in nome dell’anti-razzismo (nobile concetto) minimizzano i fatti di Colonia
    questo articolo è più equilibrato:
    https://beizauberei.wordpress.com/2016/01/10/koln-concert/

    e sì una cultura occidentale laica, con tutti i suoi difetti, è migliore di una in cui le donne che scoprono mezza caviglia sono ritenute “sgualdrine”

    Mi piace

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