Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Molestatori

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Le analisi e le considerazioni di Laurie Penny sui fatti di Colonia mi sembrano molto interessanti (e vicine alle considerazioni che avevo fatto qui) e per questo pubblico il pezzo che compare su Internazionale numero 1136 di questa settimana. Buona lettura.

In un certo senso è un passo avanti. Dopo mesi di malcelata xenofobia, in Europa le autorità hanno cominciato a trattare gli immigrati come normali cittadini: quando a Colonia decine di donne sono state aggredite durante la notte di capodanno da gruppi di “arabi”, la polizia è stata lenta a intervenire e il comune ha risposto consigliando alle donne di tenersi lontane dagli estranei. L’unica differenza è che stavolta la stampa di destra non ha dato la colpa delle aggressioni alle donne, ma ai progressisti che difendono i migranti.
Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Le aggressioni di Colonia sono un episodio gravissimo, ma lo stesso vale per la reazione delle autorità e degli islamofobi che ne hanno approfittato per definire “selvaggi” tutti i musulmani e gli immigrati. A Colonia ci sono state manifestazioni di protesta organizzate da Pegida, un’organizzazione xenofoba di estrema destra non certo famosa per la sua dedizione alla causa del femminismo.
La cancelliera Angela Merkel ha risposto con norme più rigide sul diritto d’asilo, ma per molti commentatori questo non è sufficiente. È un miracolo: finalmente la destra si occupa della cultura dello stupro! È bastato che avesse una scusa per attaccare i migranti e i musulmani e dire alle femministe che non hanno idea di come risolvere i problemi delle donne. Quest’appropriazione della retorica femminista in nome dell’imperialismo e del razzismo va avanti da secoli e in occidente fa parte del dibattito politico dal 2001. Alcuni uomini hanno deciso che avevano il dovere di spiegare alle femministe che solo i musulmani sono sessisti, e lo hanno fatto insultando tutte le donne che non erano d’accordo con loro. Queste persone mi hanno chiesto ripetutamente di “condannare” gli attacchi di Colonia.
Quindi mettiamolo bene in chiaro: la violenza sessuale non è mai accettabile. Né per motivi culturali né per motivi religiosi né perché commessa da individui emarginati e arrabbiati. La misoginia non dev’essere tollerata. Se partiamo da questo presupposto, non c’è paese o cultura al mondo che non debba farsi un profondo esame di coscienza. Io sto dalla parte dei molti migranti arabi, musulmani e asiatici che combattono il sessismo nelle loro comunità. Nessuno ha pensato di chiedergli qual è il modo migliore per combattere la violenza sessuale, eppure gli attacchi contro le donne musulmane sono aumentati dopo gli attentati di Parigi.

La cosa più ragionevole da fare per rispondere ai fatti di Colonia sarebbe chiedere (come stanno facendo molte  femministe tedesche) più intransigenza nei confronti degli stupri e delle molestie sessuali in tutta Europa.
Invece la soluzione che si sente proporre più spesso è limitare l’immigrazione.
Tutto questo risponde all’idea secondo cui solo gli stranieri selvaggi e i criminali stuprano e molestano le donne, anche se in Germania e altrove la maggior parte degli stupri sono commessi da persone conosciute dalle vittime e non ci sono dati a sostegno della tesi che i migranti sono più inclini a molestare rispetto agli altri gruppi sociali. Come sempre, il patriarcato bianco si preoccupa della sicurezza e della dignità delle donne solo quando gli abusi possono essere attribuiti agli emarginati.
L’oppressione delle donne è un fenomeno globale perché il patriarcato è un fenomeno globale. È radicato nelle strutture economiche e sociali in quasi tutte le comunità del mondo. Il sessismo e la misoginia, però, hanno risvolti diversi a seconda degli ambienti culturali o religiosi e dell’appartenenza etnica, di classe e generazionale.
Il fatto è che la misoginia non ha né etnia né religione. Viviamo in una società abituata a tollerare un certo livello di sessismo e violenza sessuale quotidiana. Ma allora, se pensiamo che questo tipo di violenza non sia diverso da tutti gli altri e che i migranti debbano essere trattati come gli altri cittadini europei, forse dovremmo accettare che tutti siano liberi di trattare le donne come pezzi di carne ambulanti, giusto?
Sbagliato. È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Questo significa che i rifugiati devono imparare a rispettare la dignità delle donne, che gli uomini di tutte le religioni devono imparare che non si può stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Vogliamo rendere l’Europa un faro dei diritti delle donne? Fantastico. Facciamolo.

Se improvvisamente viviamo in un continente con una politica di tolleranza zero sulla violenza sessuale e la misoginia, ottimo, approfittiamo del momento. Vediamo se lo stato e i cittadini cominceranno a impegnarsi realmente per punire i colpevoli e aiutare le vittime. È più facile accusare gli emarginati di essere responsabili della misoginia piuttosto che ammettere che a qualunque altitudine gli uomini devono comportarsi meglio. Tutto il resto è ipocrisia.

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Manifestarsi

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Leggo da più parti che si sta parlando di manifestare contro la violenza di genere. Cosa è cambiato in questi ultimi mesi, da quando a settembre scrivevo questo post (seguito da altri qui e qui, qui e qui e qui) e iniziava un tentativo di organizzare un percorso unitario per giungere a una manifestazione nazionale o multicittà, sulla scia di quella di Madrid, in un contesto di certo più neutrale e meno strumentalizzabile di quello odierno?

Quando parlavo di tornare per le strade, nelle piazze, tra e con le donne mi son giunti commenti di ogni genere. Tra mancate comprensioni del contenuto dell’appello “Care compagne”, letture sbagliate, “niet” a priori, “non si può fare”, “state strumentalizzando la violenza”, “perché guardare all’estero?”, “chi si credono di essere”, “non va bene la piazza”, “manifestare è maschile, non si addice alle donne”, “ci vuole ben altro”, “manifestare non è la strada giusta per la lotta”, “non serve a niente”, silenzi e chiacchiericci, accuse di voler cancellare la storia e i movimenti associativi femminili e femministi con un colpo di stato dittatoriale unificatore, accuse di ignorare la Storia delle donne italiane ed altre amenità, è andata in scena la magnificenza della difesa dei mille orticelli personali.

L’appello, poi sfociato nella pagina collettiva Noi non ci stiamo, era una proposta, che speravamo si espandesse e trovasse sostegni trasversali, non volevamo egemonizzare un bel niente, come qualcuno ha obiettato, volevamo che ciascuna desse il proprio contributo per realizzare, con i tempi necessari, quanto accaduto in Spagna il 7 novembre scorso. E se leggete bene, non avevo scritto alcun manifesto, come qualcuna ha ingiustamente suggerito, ma chiedevo che ci lavorassimo a più mani. Quel primo appello era un sassolino lanciato in un piccolo stagno, che aveva prodotto un piccolo cerchio di adesioni, anche molto entusiaste. La costellazione femminile e femminista italiana avrebbe dovuto poi creare i cerchi successivi. Se il tessuto fosse stato più vitale e non in sofferenza, avrebbe dovuto rispondere con entusiasmo o quanto meno pensarci almeno un po’, senza scartare velocemente questa ipotesi di azione. Sarebbe potuto partire un lavoro collettivo, da elaborare e costruire nel tempo, potevamo prenderci anche un anno. Non è avvenuto per vari motivi, ma ritengo che forse da qualche parte si sia pensato che fosse meglio perseguire un obiettivo non pubblico, ma “riservato”. Riservato in senso “non diffuso” e allargato. anche ad ambiti, modalità e forze inconsuete per una parte del panorama femminista nostrano. Legittimo pensarlo, ma necessitante comunque del confronto con il dato obiettivo di un Paese ove la violenza è “diffusa”. Penso che questa dimensione di protesta pubblica, “aperta”, imprevedibile e poco gestibile, “senza rete” a molte non piaccia.
Aderire alla manifestazione spagnola, portando in risalto anche in Italia le tante sfaccettature della violenza maschile e patriarcale, sarebbe stato un segnale di vita, di lotta sana, libera da input e da altre strumentalizzazioni. Questo è fondamentale, evitare di essere strumento, ancora una volta “arieti”, se davvero vogliamo che al centro ci sia l’attenzione sulla violenza agita dagli uomini sulle donne. Mobilitarsi attraverso un moto spontaneo e libero per rivendicare i nostri diritti. Sarebbe stato lontano da schemi e calcoli di ogni sorta. Non lo si è capito per vari motivi. Al presidio di solidarietà a Milano il 7 novembre eravamo un manipolo di donne. Un segnale di come se non si accendono i riflettori per altro, le questioni delle donne non interessano a nessuno. A quanto pare in Spagna si inizia a intravedere qualche segnale interessante QUI.
Le Sisters Uncut nel Regno Unito fanno continuamente flash mob e ci dimostrano che di motivi per fare attivismo in luoghi pubblici, per le strade ce ne sono tanti e che lottare è un esercizio quotidiano, senza bisogno di autorizzazioni, investiture, eventi, input politici o altro. Si manifesta perché c’è una caterva di motivi per cui noi donne non ci stiamo e non accettiamo più questa società e questo sistema che ci ignora e ci manipola a seconda delle esigenze. Si deve rompere il silenzio che avvolge le donne e tutte le violenze di vario tipo che devono attraversare nel corso delle loro vite. Si deve rompere il silenzio.

Manifestare oggi, nel contesto contingente, è possibile unicamente condividendo la prospettiva delle donne di Colonia: #NoRazzismo e #NoSessismo. Unendoci trasversalmente, così come trasversale è la violenza agita nei nostri confronti. Non devono però affiancarsi seguaci di Salvini, della Meloni, di Casa Pound o di Forza Nuova e similari. La domanda centrale è: come fare? Come riaffermare la nostra libertà di azione e di rivendicazione dopo tanto silenzio e tanto torpore nelle piazze? Con tutto il carico di problematiche che avevamo incontrato già a settembre. Dobbiamo avere la forza di ribadire che la violenza contro noi donne è violenza, è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Nessuna “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene suggerito da altri? Come avevo detto a settembre, se si aspetta la congiuntura astrale perfetta non si scende mai in piazza, bisogna praticare ed esercitare l’abitudine a manifestare pubblicamente, ripetutamente insieme.. Questione di allenamento e di volontà di non restare in silenzio.

Un’ultima domanda, a proposito della (non)cultura dello stupro. Secondo voi, uno che cerca sul motore di ricerca la seguente stringa: “donne stuprate in guerra e metropolitana film porno gratis”, fa parte della più volte citata cultura occidentale laica, civile e progredita? Vi pare in linea con una sana prospettiva/cultura che rispetta le donne? Dobbiamo lavorare proprio su questa assenza di rispetto diffusa, diffusissima, onnipresente. Questi sono soggetti che si nutrono di violenza e poi un bel giorno si svegliano e decidono di praticarla nella realtà, perché il film porno non gli basta più. Questo è solo uno degli esempi di frasi ricercate sul web che portano al mio blog e che vengono registrate da wordpress e che vedo nel mio menù di amministratrice di questo sito. Potrei segnalarne altre dello stesso tenore, ma ve le risparmio.

Segnalo questa interessante intervista alla scrittrice Nina George su La Repubblica del 10 gennaio 2016 (FONTE QUI).

“FATTI GRAVI E CRIMINALI, MA LA GERMANIA È UN PAESE SESSISTA”

«Quello che è successo a Colonia la notte di San Silvestro è una vergogna. Ma sono comportamenti frequenti in Germania. I tedeschi, che oggi si scandalizzano per gli atroci fatti di Capodanno, fanno finta di non vedere. Nel mio Paese le donne sono sempre state discriminate. E lo sono ancora. È arrivato il momento di dirlo». È glaciale il j’accuse di Nina George, 42enne scrittrice tedesca, pluripremiata autrice del bestseller mondiale Una piccola libreria a Parigi (Sperling & Kupfer). Lei si dice « ancora scossa dopo Colonia». Ma «non ha paura».

Perché ce l’ha così con il suo Paese?
«Perché ora questa vicenda viene strumentalizzata dai razzisti, come abbiamo visto ieri con la manifestazione di Pegida. Ma sono cose che sono sempre successe. È sconvolgente l’omertà dei tedeschi. Perché le nostre donne non dicono niente quando sono i connazionali ubriachi a molestarle durante l’Oktoberfest (la celebre sagra della birra a Monaco, ndr) o lo stesso Carnevale a Colonia? Che vergogna».

Però una violenza collettiva del genere, forse coordinata, non si era mai vista.
«Sono criminali che non hanno niente a che fare con l’-Islam e che vanno puniti con estrema severità, non c’è dubbio. Ma sono cose che, in silenzio, sono sempre successe in Germania. Perché, nonostante i bei proclami, qui le donne non vengono mai difese. Abbiamo visto come le loro denunce agli agenti siano rimaste inascoltate quella notte a Colonia. Oppure come gli uomini presenti non le abbiano difese. In Germania manca il coraggio. E le donne raramente denunciano le violenze, perché sanno che non vengono ascoltate. Questo è un Paese che discrimina le donne».

Come fa a dirlo, scusi? Perfino il cancelliere è una donna.
«Ma la concezione della donna in Germania è molto particolare. Fa male dirlo, ma è così. La donna da noi viene vista principalmente come una potenziale mutti, una “mamma”, e questo influisce molto sulla vita quotidiana, sui salari, sul rispetto. Basta vedere la percentuale di artiste o scrittrici famose. Sono pochissime. Due anni fa c’è stata una clamorosa protesta delle donne, la Aufschrei (una sorta di “grido scandalizzato”, ndr) che denunciò pubblicamente il clamoroso sessismo nel nostro Paese. Ma tutti l’hanno già rimossa. E nulla è cambiato».

Niente? Nemmeno dopo il decennio di Angela Merkel?
«Anche se oggi mi ha un po’ deluso associando spudoratamente i fatti di Colonia all’immigrazione, lei è un vero esempio di donna, lontano da ogni stereotipo di “ragazza copertina”. Certo, oggi i tempi sono migliori rispetto a quando c’erano Kohl o Schröder. Ma il problema rimane. Del resto, la Germania non ha mai avuto un vero femminismo. È ora di plasmarne uno per il XXI secolo. Non sarà facile. Ma ora il problema vero è un altro».

Quale?
«Il razzismo che pervade sempre di più la nostra società. Si faccia un giro sui social network in Germania: è inquietante la valanga di bufale xenofobe che ogni giorno circuiscono sempre più persone. Online c’è una propaganda invisibile che sta inquinando le radici dello Stato democratico tedesco. Una mia amica era alla stazione di Colonia la sera di San Silvestro e poco dopo su Facebook ha scritto un post in difesa dei migranti. Ha ricevuto minacce di morte. E qualcuno le ha detto: “Meritavi di essere stuprata”».

 

Altro articolo interessante, Signorelli: a Colonia una guerra tra maschilisti, in cui viene intervistata l’antropologa Amalia Signorelli QUI.

 

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Farsa e realtà

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

 

Qui di seguito la mia traduzione* di un pezzo di Mira Sigel (QUI l’originale The farce of #Cologne).

 

Un numero imprecisato di donne sono state violentate e derubate la notte di Capodanno a Colonia. Circa 150 vittime [7 gennaio 2015] hanno fatto denuncia alla polizia, alcune parlano di stupro. Secondo quanto riferito, gli autori erano di origine nord africana e araba. La gente sui social network si divide tra coloro che parlano di accuse razziste, e chi ancora si interroga sul senso del declino dell’Occidente. I politici parlano di “polso duro della giustizia”. Le vittime sembrano scomparire in questo fermento.

Capodanno, una notte diversa dalla norma. Ognuno è in festa, tutti restano in piedi fino a tardi, molti si lasciano andare. A causa della paura di attacchi terroristici, polizia e polizia federale erano in presidio alla stazione ferroviaria di Colonia centrale. Grandi folle si trovano sulla piazza, alcuni gruppi lanciano petardi e fuochi d’artificio tra la folla. Le donne sono state palpate, circondate, minacciate, rapinate e anche violentate. Gli astanti che cercavano di dare una mano sono stati minacciati. Descrizioni concordanti raccontano che gli autori avevano tra i 15 e 35 anni, del Nord Africa e di origine araba. La polizia non si è accorta di nulla. Nella loro relazione sulla situazione hanno detto che il Capodanno è stato pacifico. Le prime notizie di attacchi sono apparse sui social network, in cui le vittime e i testimoni hanno segnalato quello che era successo a loro o ciò che avevano visto. Alcuni quotidiani locali hanno diffuso l’argomento. I mass media hanno cercato di ignorarlo, temendo di suscitare risentimenti razzisti o per non diffondere bufale. Si è scatenato un putiferio, ci sono accuse, assegnazioni di colpa, allarmi. Ma l’intera agitazione è una farsa totale, che prende in giro le vittime.

L’ex ministro della Famiglia, Kristina Schröder, non ci ha messo molto a postare su Twitter a proposito della violenza misogina insita nell’Islam. Gli attacchi di Colonia sono un chiaro risultato dell’immigrazione e della cosiddetta crisi dei rifugiati? È facile dare la colpa agli altri, ai non-nativi. Perché la società musulmana dovrebbe essere la ragione per cui degli uomini stranieri hanno aggredito le donne qui? È ipocrita e ridicolo affermare che noi mostriamo agli uomini migranti come trattare correttamente le donne. Al contrario: arrivano in un paese dove trovano pubblicità pornificata su ogni cartellone e su ogni video. Le donne sono offerte apertamente come un prodotto. L’acquisto di sesso è diventato mainstream da molto tempo e lo stupro è un reato non sempre punito. Tariffe flat e i facial abuse sono alcuni delle individuali e occidentali libertà di cui gode un uomo tedesco in una cosiddetta società civile, e anche i media supportano queste libertà in ogni modo; nessuno vuole riconoscere la violenza sessuale, quando l’uomo medio tedesco eiacula per una donna che viene picchiata e perde i sensi in un film porno. Se qualcuno è ancora in dubbio sulla questione se la prostituzione è violenza sessuale, lui o lei dovrebbe guardarsi intorno un po’ nei forum degli acquirenti di sesso. “Onlyintheass” o “whore destroyer” sono alcuni comuni nickname degli utenti. Si dovrebbe evitare di leggere i messaggi che scrivono, il rischio di reazioni a catena è enorme.

Il più grande tabloid tedesco, il BILD, titola “The sexmob in our cities”, e Alice Schwarzer, sulla rivista femminista EMMA, parlano di stupri di gruppo alla stazione ferroviaria, e chiamano gli autori terroristi. Può sembrare astruso, ma entrambi hanno ragione. Ma non sono i non-nativi, gli altri, i profughi, che producono quel clima, ma la nostra, la società disonesta, che accetta una cultura dello stupro, che la riflette in testi di canzoni, nella pubblicità e in innumerevoli film e articoli, e di una società dove le vittime di stupro sono denigrate e i colpevoli la fanno franca nonostante quello che hanno fatto. La “sexmob nelle nostre città” esiste – giorno dopo giorno – in tutte le grandi città tedesche – in particolare lungo i marciapiedi, nei bordelli, nelle saune-club e negli appartamenti.

Gli uomini stranieri, che provengono da paesi musulmani, di solito non sono abituati a forme di aperto sfruttamento sessuale delle donne. Prostituzione e pornografia esistono anche nei loro paesi, ma sono nascoste e fuorilegge dalla società. C’è una rigida separazione dei sessi, che di solito prevede che la donna, che deve mettersi il velo, rimanga in aree private e si autolimiti. Gli uomini nei paesi musulmani hanno più libertà e anche un concetto di sé diverso. È possibile argomentare se questo sia il risultato della religione o della cultura, ma una cosa è certa: non è nei loro geni. Questi uomini vengono in un paese dove tutto è porno, e questo “tutto è porno” di nuovo riguarda esclusivamente le donne. Sono gli oggetti sui cartelloni pubblicitari, le carni fresche nei bordelli, distese seminude, ornamenti femminili – sono pubblicizzate accessibili e appariscenti. Le donne nella nostra cultura sono una merce, ostentata, disumanizzata, umiliata. Con queste premesse, come possiamo essere sorpresi, che gli uomini provenienti da un contesto culturale diverso, non capiscano fin da subito, che va bene solo per il buon tedesco abusare e assalire le donne in vicoli bui, in metropolitana, al carnevale , nella propria casa o sullo schermo del televisore, ma non in gruppo o in spazi pubblici? Andiamo. Dovremmo garantire un po’ di integrazione. Poi i migranti violenti sicuramente impareranno come possono usare le donne e i loro corpi senza affrontare il tribunale. Milioni di uomini tedeschi mostrano loro ogni giorno come farlo – totalmente legale e senza punizioni.

L’acquisto di sesso è ufficialmente legale in Germania dal 2002 ed è anche accettato. Le donne che si prostituiscono non hanno alcun diritto, nessuna protezione, non ci sono limiti. Anche con la nuova legge a protezione della prostituzione non sembra cambiato nulla. Gli uomini possono fare ciò che vogliono con le donne, purché paghino dieci dollari per questo. Le organizzazioni che gestiscono il commercio di sesso suggeriscono alle prostitute di evitare di indossare sciarpe e orecchini, in modo da non essere ferite facilmente. Le donne come merce sono pubblicizzate alla portata di tutti, gli acquirenti celebrano le loro visite ai bordelli con video dedicati.

Coloro che non vogliono andare in un bordello e pagare per il sesso, possono utilizzare altri modi ed essere abbastanza sicuri che non gli succeda niente, se decidono di commettere violenze sessuali sulle donne. Lo stupro è quasi escluso dalla punizione giudiziaria in Germania, solo una piccola quantità di vittime continua a sporgere denuncia e di quei delinquenti solo un ridicolo 8,4 % viene condannato a pene sempre più ridicole. Prima di andare in tribunale le vittime devono passare attraverso mortificanti verifiche della loro credibilità e nel caso abbiano più di un partner sessuale, l’avvocato della difesa sarà lieto di chiamarle troie. Questo è legale in Germania e questa è la realtà del nostro sistema legale!

Quelli con la voce più forte su Twitter e sugli altri social media che chiedono di punire i colpevoli, sono quelli che di solito prendono in giro le femministe che lottano contro il sessismo e le vittime di violenza sessuale. Sono coloro che di solito sono i primi a pensare che le vittime di violenza sessuale mentano e utilizzino questa menzogna come atto di vendetta. Le vittime di Colonia sono usate da loro per propaganda razzista, non gliene frega niente delle donne, della loro sicurezza o dei loro diritti. Se gli aggressori di Colonia fossero stati i tifosi di calcio tedeschi, le vittime sarebbero state chiamate nazi isteriche e nessuno avrebbe neppure osato credere loro. Non abbiamo bisogno della figura dello straniero, dell’immigrato per far sentire le donne insicure in Germania. Durante il carnevale a Colonia ogni anno accadono numerosi attacchi, ma, in questa occasione, le vittime sono “avvertite” dei rischi del carnevale, che pertanto devono bere di meno e indossare gonne più lunghe. Non riescono a capire quanto queste dichiarazioni siano vicine alla tradizione islamica in cui le donne indossano il velo, entrambe sono forme di #victimblaming.

La sindaca Reker di Colonia ha proseguito sullo stesso versante, quando ha iniziato a dare consigli di comportamento per le donne dopo gli incidenti e di mantenere la distanza di un braccio dagli sconosciuti. Lei stessa è stata attaccata da un delinquente di destra con un coltello solo qualche settimana fa. Invece di prendersi cura della sicurezza delle donne negli spazi pubblici, le donne vengono dichiarate la parte-colpevole per essere state molestate sessualmente. Gli uomini sono scusati, come al solito. Son ragazzi! Molto prima degli incidenti accaduti a Colonia, in Germania, le donne sapevano di non essere sicure di notte, sui trasporti pubblici e negli spazi pubblici. Un terzo delle donne in Europa ha subito violenza sessuale.

La vera beffa per le vittime è, che non esiste una garanzia legale per quello che è successo loro. “Governare con fermezza”, su cui i politici vogliono esercitarsi ora, non ha nemmeno una base giuridica in Germania. Il Ministro della Giustizia Maas dovrebbe saperlo. Secondo la legge tedesca è stupro, solo se una vita è stata minacciata o è stata commessa una violenza di massa. Un semplice “no” o un “distanza di un braccio” non conta nelle aule dei tribunali tedeschi, l’autore del reato potrebbe aver interpretato questo come parte del flirt. A partire da “Cinquanta sfumature di grigio” un “No” significa “Sì” e la violenza è tollerata con gioia e volontariamente. L’elemento criminale definito come molestie sessuali non esiste nemmeno nel diritto tedesco. Le 150 vittime di Colonia sono lasciate sole con la speranza di un segnale politico, perché Berlino teme per la pace sociale in Germania, legalmente non avranno mai giustizia, proprio come le centinaia di migliaia di altre vittime di stupro in Germania ogni anno.

Le vittime di Colonia non appaiono neppure in questo dibattito per le parti maggioritarie. Alcuni le usano per la propaganda xenofoba, altri temono il razzismo così tanto, che preferirebbero che le vittime tacessero. Entrambi gli atteggiamenti sono atti di codardia, entrambi sono sbagliati. La cosa giusta da fare è quella di riconoscere la violenza sessuale come parte della nostra società. Quindi se vogliamo evitare che gli immigranti la pratichino, dobbiamo prima assicurarci di sanzionarla nel modo giusto. Abbiamo bisogno di ascoltare le vittime, rispettarle e proteggerle. Chi si deve vergognare e chi è fuori legge sono gli aggressori. In tutta questa discussione le vittime vengono trascurate, tutte queste donne traumatizzate, che sono lasciate sole, sono dichiarate colpevoli per quello che gli è successo o sono adoperate per scopi politici. Sono loro che dovremmo ascoltare e a loro dovremmo mostrare la nostra profonda solidarietà. A tutte loro.

* This is a not authorized translation. I decided to translate it in order to give the possibility to read this excellent post in italian. I apologize if it could be a problem, but from my point of view it’s necessary to diffuse this text to clarify the situation about Cologne facts.

 

 

Se tu parli di una guerra nel cuore dell’Europa, di una jihad sessuale e generalizzi, esporti/estendi gli attributi di questi uomini violenti a tutti gli stranieri, ai musulmani, chiaramente non potrai perseguire più la politica dell’accoglienza e forse questo ai governi fa comodo. Il fatto che il fenomeno da Colonia sembra estendersi ad altre città europee, indica che questi fatti stanno diventando qualcosa di più, qualcosa su cui giustificare politiche di restrizione in materia di immigrazione. Si parla sempre più di revisione delle procedure di asilo, di limiti al numero di immigrati, di sospensioni di Schengen.

Inoltre, a mio avviso c’è in atto la costruzione di un ingroup e di un outgroup. Se vengono da noi, sostiene Dacia Maraini, devono adattarsi alla nostra civiltà, quindi fatemi capire: se restano da loro possono continuare a fare i violenti, tanto non ce ne frega niente? Allora c’è una differenza ontologica tra le donne occidentali e le altre? Si stanno definendo le caratteristiche dell’ingroup e dell’outgroup, cosa va preservato e cosa va allontanato e ostracizzato, dentro e fuori, civiltà e natura, Noi/Loro.

Spacchiamo il capello cercando di capire il grado e il tipo di misoginia, di sessismo, di violenza, degli atti di molestie, quando sarebbe più utile condannare la violenza contro le donne in toto, senza se e senza ma, senza orpelli e declinazioni di altro tipo. Per me la violenza è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Se invece si punta a sottolineare un aspetto “etnico”, io sento puzza di “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene imbeccato da persone che non sanno nemmeno cosa significa discriminazione e le conseguenze di essa? Come donne conosciamo bene cosa sia la discriminazione e la deumanizzazione, quindi mi chiedo se siamo consapevoli dell’operazione in atto, in cui noi donne siamo adoperate e la violenza rischia di passare in secondo piano. Stiamo creando un nuovo ghetto, un Nemico interno, uno straniero che porta inciviltà nelle nostre candide città. Come se violenza, sessismo e misoginia fossero fenomeni alieni a cui i nostri uomini europei/occidentali sono immuni, grazie alle nostre leggi che colpiscono questi reati. Come abbiamo visto, queste sono solo favole. Questa cultura dello stupro e della violenza è dappertutto e va sradicata comprendendone (e nominando) la matrice patriarcale. Mi chiedo davvero tutto questo sostegno all’odio cosa di buono ci può portare. La (non)cultura dello stupro è diffusa ovunque, non mi sembra che sia necessario importarla. Questo dovremmo ripetere e non continuare il racconto xenofobo che si sta facendo. Sì xenofobo, perché quando si arriva a generalizzare e a creare il Mostro, si stanno ponendo le basi per una lotta razzista ed etnica. Io ripeto che non ci sto, ripeto che per me la violenza non ha colore, etnia, religione, ha le radici che ho evidenziato prima.

In Germania ci sono tantissimi bordelli, però delle violenze che gli uomini commettono su queste donne nessuno si preoccupa, siamo ancora alla divisione tra donneperbene e donnepermale, come se dovessimo preoccuparci a compartimenti stagni. La violenza non dovrebbe avere territori in cui è tollerata, le vittime sono tutte uguali e la violenza serve a sottomettere le donne, tutte, a umiliarle, considerandole oggetti di proprietà maschile. Forse si tratta veramente di un backlash del patriarcato che è in crisi e cerca di resistere riproponendo la violenza per ricondurre le donne alla sottomissione.

Dice Ida Dominijanni: “Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.”

Una lettura consigliata sulle minoranze e la deumanizzazione di gruppi estranei, Chiara VolpatoDeumanizzazione. Come si legittima la violenza:

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Prostituzione e tratta di esseri umani non possono essere disgiunte

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

 

Riprendo il tema, dopo l’importante testimonianza di Mia de Faoite che avevo tradotto qui.

Questa volta il punto di vista è quello di un poliziotto, Manfred Paulus. Non condivido in pieno le soluzioni che suggerisce, ma l’analisi è interessante, soprattutto perché evidenzia come sia diventato complicato perseguire tratta e sfruttamento in Germania. Buona lettura.

 

Manfred Paulus conosce molto bene l’ambiente a luci rosse. Per più di 30 anni è stato responsabile dell’unità di controllo penale che si occupava di prostituzione e tratta di donne a Ulm. Anche prima del suo pensionamento, l’UE lo aveva inviato come esperto “nei paesi di reclutamento” delle donne che finiscono nei bordelli tedeschi, negli appartamenti e per le strade. Paulus era alla ricerca dei percorsi utilizzati dai trafficanti in Romania e in Bielorussia per portare le donne vittime di tratta in Germania.

L’SPD enfatizza il fatto che si deve distinguere tra prostituzione e tratta di esseri umani.

In Germania oggi siamo arrivati al 100% di donne importate dall’estero per la prostituzione. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che una ragazza bielorussia della zona di Chernobyl o una Roma proveniente da un ghetto in Romania non può compiere da sola il viaggio per arrivare in Germania per poi finire nella prostituzione. Non hanno soldi, nessuna persona di riferimento, nessun contatto. Le donne sono vittime della tratta nel loro Paese, e in questo settore si sono sviluppate organizzazioni criminali altamente strutturate. La criminalità organizzata controlla il business. La richiesta di tenere distinte prostituzione e tratta ci fa temere per il peggio.

Ma come si spiegano queste valutazioni non realistiche?

Ovviamente ci sono le persone coinvolte che non sono per niente o troppo poco informate sul contesto, e che, consapevolmente o meno, cedono al mito della prostituzione “pulita”, suggerito loro dai lobbisti. Questo si è verificato già nel 2001, quando SPD e Verdi hanno scritto l’attuale legge sulla prostituzione. Ad esempio, la legge ha dato esplicitamente “poteri direttivi” ai gestori dei bordelli. Siamo probabilmente l’unico Paese al mondo a dare esplicitamente il potere di decidere per le donne ai proprietari dei bordelli.

L’SPD ha recentemente organizzato un incontro con esperti, incluse l’Association of erotic trade entrepreneurs in Germany (Bundesverband der Unternehmer im Erotikgewerbe) e la Professional association for erotic and sexual services (Berufsverband erotische und sexuelle Dienstleistungen). Anche se non rappresenta nemmeno l’1% delle prostitute, questa lobby dichiara costantemente che la stragrande maggioranza delle prostitute lavora “volontariamente” e che la prostituzione forzata è un “fenomeno marginale”.

Condivido l’opinione di molti colleghi per cui il 98% delle donne che si prostituiscono in Germania è costretta da qualcuno. C’è un solo posto dove incontro prostitute volontarie, i talk show. Lì, dopo 30 di lavoro in questo settore, ho conosciuto per la prima volta donne che fin da giovani non avevano avuto altro obiettivo che rendere gli uomini felici in questo modo, convinte della loro scelta, che non avevano mai avuto un magnaccia. Ma “volontaria” è solo una parola magica. Se la prostituzione avviene in modo volontario, il proprietario del bordello, del bar e il cliente non hanno più alcun problema. In questo modo la polizia, la magistratura e i sistemi politici sono impotenti. Questo è il motivo per cui molte persone amano questo termine. Ma la verità è ben diversa. Parlare di volontarietà, a mio avviso, è francamente molto cinico.

Che cosa dovrebbe quindi essere previsto in una nuova legge sulla prostituzione?

È molto importante che i “poteri direttivi” vengano aboliti e che la prostituzione sia consentita unicamente come attività autonoma. È anche essenziale che la prostituzione non possa essere esercitata sotto i 21 anni, perché molte delle vittime hanno meno di 21 anni. Una registrazione obbligatoria e la cancellazione delle prostitute è importante, così come reintrodurre un esame sanitario. Deve essere reintrodotto il libero accesso degli agenti di polizia ai bordelli. In pratica, tutte le richieste presentate dalla CDU/CSU devono essere incluse nel testo. Stabilire un obbligo di licenza per i bordelli e alcune piccole regole non sarebbe sufficiente. Potrebbe essere addirittura controproducente.

Perché, i proprietari dei bordelli vorrebbero avere una sorta di certificazione dallo stato?

Esattamente. Oggi abbiamo bordelli nobili, decorati con marmi e acciaio inossidabile. Questo non esclude che i papponi si nascondano dietro questa facciata o dietro misteriose compagnie come “GmbH & Co. KG”. E se andassimo a indagare dietro questa società-cassetta della posta, potremmo scoprire clan albanesi, la cosiddetta mafia russa, o gli Hells Angels. E allora abbiamo a che fare con la criminalità organizzata che controlla ogni cosa. Per poter abbattere queste strutture, non è sufficiente chiedere la registrazione del proprietario del bordello, che potrebbe essere semplicemente un prestanome, così poi va tutto a posto. Non deve accadere che la riforma risulti l’ennesimo patchwork per agevolare coloro che traggono profitti dalla prostituzione.

Ha scritto nel suo libro che la gente scuote la testa incredula di fronte alla legislazione tedesca.

Recentemente ho avuto a che fare con il procuratore capo di Palermo, che combatte la mafia in Italia. Era stupito e mi ha chiesto: “Davvero non notate quello che sta accadendo nel vostro Paese? Siete ancora convinti a non varare nuove leggi?” In Romania e in Bulgaria sento dire le medesime cose. Penso che la pressione sulla Germania dai Paesi di origine delle donne aumenterà. In tutti quei Paesi, ciò che accade alle donne è ben noto. E c’è molto disprezzo nei nostri confronti per il fatto che non prendiamo misure efficaci per prevenire questo stato di cose. Ciò che noi qui chiamiamo libertà è una totale mancanza di libertà per innumerevoli donne – questa è la schiavitù sessuale.

Nella sua Relazione annuale sulla tratta di esseri umani (« Lagebild Menschenhandel ») il BKA, Ufficio federale di polizia criminale (Bundeskriminalamt) riporta circa 700 casi all’anno. Questo dato è utilizzato come prova per sostenere che il problema non è troppo grande in Germania.

Per me questo non è un “rapporto”, quanto piuttosto la documentazione del fallimento della politica! Nel nostro Paese abbiamo centinaia di migliaia di donne indifese in un contesto ad alta densità criminale. Il fatto che solo 500-700 casi vengano segnalati annualmente al BKA attesta un gigantesco mondo sommerso e invisibile. Prima di tutto, il reato di tratta è definito in modo complesso, e gli ostacoli per dimostrarlo sono piuttosto grossi. Il secondo problema è con i processi giudiziari: il settore a luci rosse è riuscito come nessun altro a bloccare nei tribunali l’applicazione della legge. Per esempio, gli avvocati del settore adducono mozioni alle prove che portano alla Bielorussia, all’Ucraina o all’Absurdistan (termine satirico per indicare il blocco sovietico, ndr). Così poi i tribunali sono costretti ad accordi – a favore dei delinquenti e a detrimento delle vittime e degli inquirenti. E alla fine si stappa lo champagne in aula. Quindi non è una sorpresa che le poche donne che osano testimoniare ritirino le dichiarazioni nel corso di questi processi.

La Germania non ha ancora recepito la Direttiva Europea del 2011 per combattere il traffico di esseri umani. 

Questo dimostra che in questo Paese si continua a dare troppo poca importanza a questo crimine (organizzato). È ancora possibile invertire il corso degli eventi? Non potremo certo cambiare tutto in una notte, perché la criminalità organizzata è ben salda in questo settore. Ma nel breve termine, possiamo almeno evitare un’ulteriore crescita, se non continuiamo ad avere una legge così “amica dei criminali”. Perché con la legge del 2002 abbiamo preparato il terreno per i responsabili della questa situazione attuale. Con le libertà di cui godono in questo Paese, li abbiamo praticamente attirati in Germania. Un po’ dappertutto in Germania si vede com’è facile far funzionare il business con le donne in vendita. E se ora rovesciamo queste libertà di 180° contro i criminali, ce la faremo.

Quindi secondo lei cosa dovrebbe avvenire ora?

La grande coalizione non deve cedere a questi lobbisti! Dovremo vivere per un lungo tempo con la nuova legge sulla prostituzione. E se dovessero ancora una volta essere fatti dei compromessi, i trafficanti da Odessa a Bucarest si stropicceranno le mani.

 

Source: http://www.emma.de/artikel/prostitution-menschenhandel-sind-untrennbar-317541
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Manfred Paulus is the author of the recently published book « Organisierte Kriminalität MENSCHENHANDEL. Tatort Deutschland: Frauenhandel, Kinderhandel, Zwangsprostitution, Organhandel, Handel von Arbeitskräften » (Organized crime – HUMAN TRAFFICKING in Germany: Trafficking in women, child trafficking, forced prostitution, organ trafficking, trafficking in labor); Verlag Klemm + Oelschläger, Münster/Westphalia, Germany.

 

Fonte in inglese da cui ho tradotto:
https://ressourcesprostitution.wordpress.com/2014/09/03/prostitution-and-human-trafficking-cannot-be-separated-interview-with-manfred-paulus/

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Lettera aperta di una ex-prostituta

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Pensate che la Germania sia il paradiso per le donne che sono nella prostituzione? Ripensateci. Una ex prostituta ha scritto a Manuela Schwesig, una ministra del governo che ha il compito di aggiornare la legge tedesca che regolamenta la prostituzione. Ciò che ha da dire circa la proposta di modifica è importante, anche se non è una lettura facile:

Cara signora ministra Schwesig,
colgo l’occasione per scriverle perché ho visto che la proposta (QUI) di riforma della legge sulla prostituzione appena presentata porta i chiari segni delle lobby dei bordelli e dei papponi. È per questo che desidero chiederle di affrontare finalmente la realtà dei quartieri a luci rosse, invece di andare ad ascoltare le persone che raccontano la favola della prostituta felice e autodeterminata.
Sono uscita dalla prostituzione, dopo 10 anni. Perciò so bene di cosa si sta parlando. I motivi per cui ho iniziato sono tanti: una situaizione difficile nella mia famiglia di origine, nella quale sono stata massicciamente soggetta, insieme a mia madre, a violenze, anche sessuali, cosa che ha avuto un’influenza su di me, così come lo ebbe allora la favola della prostituta felice. Anche le necessità economiche e la mancanza di un aiuto psicologico e sociale hanno avuto il loro peso.
Sì, se vogliamo, sono entrata “volontariamente”. Io sono una delle prostitute volontarie, così spesso citate. Ma cosa significa volontaria, signora Schwesig, quando sei una persona traumatizzata da abusi sin dall’infanzia, arriva a prendere una decisione di questo tipo? Secondo me, la prostituzione ha significato un passo in avanti, perché avevo già imparato, che io in quanto ragazza, ero senza difese e senza diritti ed ero stata sessualmente abusata. In questo modo ho avuto modo di guadagnare soldi immediatamente e almeno garantirmi la sopravvivenza.
Se pensa che io sia un triste caso isolato, devo contraddirla. In questi dieci anni ho incontrato molte prostitute e non c’era nessuna tra di loro che non fosse stata abusata da bambina, picchiata o violentata da adulta. Ho riscontrato un comportamento compulsivo a continuare a rivivere il trauma attraverso la prostituzione, l’autostima spezzata dalla violenza, in molte prostitute. Sul tema della violenza nell’ambiente, da parte dei clienti – che ci fanno cose che non potete nemmeno immaginare, non ho neanche voglia di iniziare a parlarne qui.
Questa è la realtà dell’ambiente prostitutivo, signora Schwesig, e stiamo parlando di prostitute “volontarie”. E sì, anche loro soffrono di disturbi post-traumatici da stress, di dissociazione, di dipendenze da droga e alcol, perché non riescono a sopportarlo. Non voglio nemmeno parlare del fatto che il 90% delle prostitute in Germania non sono tedesche. Lascio a voi immaginare quali siano le loro condizioni di vita.
Lo scorso novembre scrissi una lettera aperta (QUI), perché non sopportavo più che la lobby pro-prostituzione continuasse a raccontare certe favole, come quella della libera puttana autodeterminata. La allego, nel caso lei desideri leggere cosa significa davvero prostituirsi. Perché se ne sente parlare così poco? Prima di tutto, perché la lobby pro-prostituzione ci intimorisce e ci minaccia (dopo quella lettera ho ricevuto delle email davvero brutte, piene di odio e di minacce), e in secondo luogo perché noi che siamo uscite siamo troppo traumatizzate per parlare.
Anche le donne non prostitute sono in qualche modo toccate dalla prostituzione, perché i clienti sono i loro uomini, che portano con sé ciò che hanno imparato nei bordelli – cioè a disprezzare le donne, a comprarle per torturarle – quando tornano a casa, nelle camere da letto delle loro stesse donne. La società viene brutalizzata, signora Schwesig. Si tratta di un ciclo infinito: quando la prostituzione è legalizzata, la domanda cresce, perché gli uomini imparano che è normale comprare un corpo di una donna, oltrepassare i limiti, avere il potere di violentare. La disponibilità cresce, il che significa che aumenta la prostituzione forzata. Questo a sua volta incrementa l’accettazione della prostituzione nella società, così la domanda cresce e così via.
Il 90% degli uomini tedeschi è già stato in un bordello. Un terzo di loro lo fa abitualmente. Signora Schwesig, sa cosa passa per la testa di questi uomini? Lo so perché ho vissuto in un bordello. Quegli stessi uomini a cui stringe la mano in modo amichevole oggi, domani sputeranno in faccia a una prostituta durante l’atto, oppure la costringeranno a ingoiare lo sperma, e impareranno a godere della sofferenza delle donne. Le piacerebbe vivere in una tale società? Non può essere la vostra prospettiva!
Non ci sarà mai una società sessualmente paritaria finché gli uomini compreranno le donne per poterle violentare. E non esiste nemmeno la prostituzione “pulita”!
È per questo motivo che le sto chiedendo di non ascoltare solo quelli favorevoli alla prostituzione, che sono tra l’altro spesso in gran parte guidati dai proprietari dei bordelli. Immergetevi un po’ più a fondo nella palude e incontrerete trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata. Ascolti anche i professionisti che si occupano di curare i traumi e le sopravvissute. La lobby della prostituzione non deve parlare al posto delle prostitute o delle sopravvissute! È composta da nemmeno 100 persone, che non ci rappresentano, 300.000 prostiute in Germania, ma che ci minacciano e lavorano contro i nostri interessi!
Noi non vogliamo fare questo lavoro. Non abbiamo bisogno della legalizzazione! Non abbiamo bisogno di qualcuno che sostenga che non vogliamo la registrazione, l’uso obbligatorio del preservativo, ecc.! Sì, noi vogliamo queste cose! E vorremmo più di ogni altra cosa non dover più fare questo lavoro. E che gli uomini che ci violentano siano puniti. Abbiamo bisogno di alternative, non essere più imbrigliate nei distruttivi poteri disumani dell’ambiente prostitutivo!
Cara signora Schwesig, non è passato molto tempo da quando ho lasciato la prostituzione: 3 anni. Ho avuto il mio primo cliente a 18 anni. Sapete di cosa avrei avuto bisogno durante i dieci anni in cui sono stata prostituta, nel corso dei quali sono stata picchiata, violentata, traumatizzata, disprezzata, e malata anima e corpo? Un aiuto e una società sensibilizzata, che non pensasse che io desiderassi “godermela” e che fossi felice di essere abusata.
Non conosco nessuna prostituta che lo fa volentieri. Non conosco nessuna sopravvissuta che non soffra di disordini post-traumatici da stress. Tutte le donne che conosco sono state distrutte dalla prostituzione.
Si prega di vietare questa disumana, indegna prostituzione. E se questo per lei non è possibile, occorre cercare di ridurla il più possibile. Grazie per aver letto la mia lettera.
Huschke Mau

 

Ciò che viene spacciato per Paradiso esiste solo per i capitalisti del sesso – papponi, trafficanti di esseri umani, proprietari di bordelli che fanno pagare tariffe esorbitanti alle donne per l’affitto della stanza – e anche per i clienti, che possono sfogare tutte le loro fantasie violente grazie a tariffe forfait sempre più basse, da portare a casa dalla mogliettina. Assieme a una buona dose di gonorrea, finché non li costringerete a usare il preservativo (è pubblicizzato nel menù offerto dal bordello come AO – “Alles Ohne” ossia “tutto senza”). Le uniche che non traggono benefici da tutto questo sono come al solito le donne, tedesche e non, prostitute e non. Per loro si tratta di un inferno e il governo ancora non gli presta ascolto.

 

FONTE: http://www.sabinabecker.com/2015/04/dear-madame-minister-a-german-ex-prostitutes-open-letter.html

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Non esiste luogo

Gabriella Giandelli

© Gabriella Giandelli

 

Ormai si parla con approssimazione, lo fanno tutti anche coloro che si autodefiniscono “esperti”. Lo si fa perché la profondità a molti stanca, perché le argomentazioni sostenute da fonti, dati e letture specifiche sono troppo complesse da masticare e digerire. Lo vedo quotidianamente, anche tra coloro che si definiscono “impegnate”. Mi chiedo come diavolaccio possiamo andare avanti così. Argomento su cui si disserta del più e del meno è la prostituzione, dimenticandosi che non si può essere superficiali quando si parla delle vite di donne, che non sono solo corpi, come qualche maschietto e qualche donna ritengono. Quando ti senti dire che tutto sommato è normale che qualche donna si sacrifichi.. che rispondi a una così? Per la serie, ci si volta dall’altra parte e si va a messa la domenica. Questa è la prassi diffusa. La facciata va salvaguardata. Tutto il resto non conta. Per non parlare del fatto che quei clienti non sono dei fantasmi, ma possono essere i nostri parenti, amici, vicini, figli, mariti ecc.

Se le opinioni della maggior parte delle persone si formano unicamente sulla tv, sui talk che ti forniscono la pappa pronta per riempirti il cervello, è chiaro che i risultati siano pessimi. La vulgata sul provvedimento sulla red zone a Roma (per fortuna rientrato, anche se c’è chi chiede a gran voce una legge nazionale che spazzi via la legge Merlin) è che tale provvedimento nasce con “premurosi” intenti. Controllare e proteggere meglio le ragazze. La SICUREZZA. Poi scopri che un mucchio di gente è soddisfatta perché non vede più le prostitute sotto casa. Sono stata attaccata perché trovavo questa soluzione inaccettabile, frutto di una colpevole ipocrisia e non solo. Mi è stato detto che è più decoroso così, lontano dagli occhi: “Chi vuole aiutare queste donne, lo faccia, ma sinceramente non me ne frega niente, almeno così non si vedono certe scene”, “meglio così, poveri bambini che vivevano con questa roba sotto gli occhi”, “poi sai, gli uomini sono fatti così”, “non puoi combattere una cosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà”. E poi, se riaprono i bordelli meglio così, lo Stato incassa. Così la gente sembra più contenta, ma io non lo sono perché spostare il problema fisicamente, non significa risolverlo. Nessuno, né tanto meno una istituzione, può procedere così. Non puoi dire, ti sposto e continua pure a stuprare, a usare le donne. C’è chi mi ha detto che si tratta di una soluzione tampone, poi si vedrà. Ma allora dico: “vai tu per strada a prostituirti e attendi provvedimenti che ti possano tirar fuori da questo inferno”. Questa è connivenza, questo significa dire ai maschietti, “guarda come siamo stati bravi, ora hai una zona in cui sei libero di usare le donne a tuo piacimento, con la nostra protezione e supervisione, sai l’importante è che non lo fai in un luogo frequentato, tra i palazzi”. Poi mi dovete spiegare se le organizzazioni criminali che gestiscono queste ragazze (anche minorenni) accetteranno mai di entrare nella red zone o preferiranno spostare la loro merce altrove, per non avere controlli.

Un paese in cui non si riesce a spiegare che occorre intervenire su una cultura che vede le donne come oggetti di cui servirsi. Un paese che sa ma preferisce non vedere. Un mucchio di cittadini che non legge, non è capace di ascoltare, di capire cosa significhi veramente prostituirsi. Leggete le testimonianze delle sopravvissute, di coloro che lavorano ancora per strada o nei bordelli. Lo so, fa molto male, ma solo così si costruisce rifiuto e repulsione per questi uomini che sono liberi di violentare le donne. Lo stigma deve essere sui clienti e sugli sfruttatori. Solo da questo si costruisce un’opinione pubblica che non si aspetta più free sex zone, ma uno stato che persegue e combatte il fenomeno, perché viola i principali diritti di una persona. Finora si è preferito ignorare e buttare la polvere sotto il tappeto. Per strada, in appartamento, o in mega bordelli, la sostanza non cambia. Questo donne subiscono violenze quotidiane per anni. Spesso pagano con la propria vita. Per cosa? Per un uomo che ha un’idea malata della sessualità? La mia indignazione massima deriva dal fatto che buona parte di queste argomentazioni le ho sentite fare da donne. Allora, mettiamoci in testa che forse sarebbe giunto il momento di dare un bel calcio ai non-uomini che vanno a prostitute, finiamola col difenderli. Non hanno bisogno di essere compresi! Va combattuta la domanda, punto e basta. Rendiamo questa schifezza di abitudine impossibile da praticare. Essere abolizionista non significa essere una utopista. Semplicemente non voltiamo la testa dall’altra parte. Nessun corpo può essere mercificato. Son cose che si insegnano, sin da piccoli. E poi, soprattutto, diamo delle alternative di vita a queste donne. Questo dovrebbe essere uno dei nostri principali obiettivi. Diciamo basta a questa vera e propria schiavitù. Questo mi aspetto, non soluzioni ipocrite e populiste. Non venite a parlarmi di autodeterminazione delle donne, che serve solo a mascherare tutto il resto.

Quando cerchi di portare la conversazione su clienti e papponi, ti rispondono così:

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Non avete idea di quante volte ho dovuto ripetere che in Italia prostituirsi non è reato, lo è invece lo sfruttamento. Per cui, nessuno può affermare che si voglia colpire chi si prostituisce. Girare la frittata è meschino, oltre che indice di ignoranza.

In questo blog ho da sempre privilegiato la scelta accurata e la citazione delle fonti. Un motivo c’è. Le mie opinioni non nascono come dei funghi nella mia testa, ma sono il risultato di letture e approfondimenti. Altrimenti non avrei mai il coraggio di scrivere. Non pretendo di sapere tutto, non mi posso definire una specialista. Non lo sono, ma quanto meno cerco di capire, di trovare risposte, meglio se numerose e diverse. Mi pongo domande e cerco di capire cosa c’è dietro i fenomeni. Per questo spesso propongo articoli che trovo in giro per il mondo, per avere uno sguardo diverso, perché spesso l’ottica nostrana è viziata e piena di lacune volute. Ecco, allora, quando qualcuno sosterrà che leggere non è necessario, sappiate che questa persona non vi ascolterà nemmeno durante la conversazione, perché le basteranno le sue idee e le sue torri mentali.
Documentarsi è fatica, ascoltare idem. Ma qui la si pensa diversamente.
Per cui, oggi vi propongo questa mia traduzione. Per chi ancora pensasse che i bordelli possano essere dei paradisi del sesso per le donne che vi lavorano.

Se ritieni che la depenalizzazione possa rendere la prostituzione sicura, dai un’occhiata ai mega-bordelli in Germania. È il titolo di un articolo pubblicato su New Statesman (qui), firmato Sarah Ditum. Mi piacerebbe che anche da noi ci fossero giornaliste come Sarah. Da noi invece si è sempre troppo preoccupate di bruciarsi la carriera. Dopo i fatti di Roma e della giunta Marino, che aveva proposto una red zone per ghettizzare la prostituzione, e chi spinge per una celere approvazione del Ddl Spilabotte, occorre davvero una mobilitazione collettiva. Non possiamo rimanere indifferenti e lasciar passare questi provvedimenti, che ammettono lo sfruttamento e lo stupro delle donne.

Qui di seguito la mia traduzione dell’articolo di Sarah Ditum.

 

I democratici liberali e i verdi supportano la depenalizzazione della prostituzione – nella speranza di renderli “sicuri”. Ma la Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002 e tuttora non si tratta di un lavoro come un altro.
C’è un luogo giusto per la prostituzione? Nel 2006, Steve Wright ha ucciso 5 donne a Ipswich. Tutte erano tossicodipendenti, e tutte si prostituivano per finanziare la loro dipendenza. Wright era un cliente, come tanti, ovviamente non più violento di tanti uomini che abbordano le prostitute sulle strade di Ipswich. Le donne che temevano per la propria vita, non avevano paura di Wright. “Era sempre una persona tranquilla con cui uscire, girava un paio di volte e poi sceglieva la donna che voleva”, ha detto Tracey Russell al Guardian (la sua amica Annette Nicholls era la quarta vittima di Wright). “Noi li chiamiamo solitamente “ritardati mentali”. Lui era uno di loro. Noi non avremmo mai sospettato di lui”.
A quei tempi, l’opinione pubblica sosteneva che quelle cinque donne erano morte perché si trovavano nel posto sbagliato – e che la penalizzazione della prostituzione le aveva messe lì. In un pezzo pubblicato sul New Statesman (qui), the English Collective of Prostitutes (ECP) ha accusato la legge sulla prostituzione, affermando che “le donne sono sono costrette sulle strade, piuttosto che prostituirsi nei locali, dove è più sicuro lavorare”. Ai tempi ero convinta che con un altro tipo di legislazione quelle cinque donne sarebbero state ancora vive. Tornando indietro ad analizzare quei casi, però, i fatti non si adattano alle tesi dell’ECP. Anche se una delle vittime, Tania Nicol, era stata costretta ad abbandonare il salone di massaggi, finendo per strada, non era stata spinta dai controlli di polizia: secondo uno dei gestori di un salone, era stata allontanata a causa della sua tossicodipendenza.
Le donne assassinate da Wright non erano “sex workers” spinte verso il pericolo da misure illiberali in merito alla loro “professione”; erano donne con vite fragili, caotiche, spinte verso la frontiera della violenza maschile a causa della loro dipendenza. Questa non è stata una scelta. (Russel descrisse al Guardian la prostituzione come qualcosa di “orribile”: “Si impara a cancellare tutto con il passare del tempo, solo perché sei sotto l’effetto di droghe, riesci a pensare ad altro. So che sembra strano, ma si fa. Ci si abitua a ciò, ed è finita in pochi secondi. Speriamo”.) Anche se ci fosse stato un bordello legale a Ipswich, mi sembra improbabile che queste cinque donne sarebbero state lì dentro.
Eppure la tesi secondo cui la depenalizzazione renderà sicura la prostituzione permane – nel Regno Unito è la politica perseguita dai Liberali Democratici e dai Verdi. In cosa consista questa maggiore sicurezza per le donne nella pratica è poco discusso, ma abbiamo un esempio a poche centinaia di chilometri da noi dal quale possiamo imparare. La Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002, seguendo il ragionamento (come Nisha Lilia Diu riporta al Telegraph qui) che questo sia un “lavoro come un altro”. Sex work come lavoro, con contratti, benefits, tutele sul posto di lavoro e nessuno stigma, che i sostenitori della legalizzazione spesso rilevano come il danno peggiore per coloro che si prostituiscono.

L’esperimento tedesco non è andato come previsto: le donne (spesso migranti alla ricerca di veloci guadagni per poi andar via dal paese di nuovo) non hanno registrato benefici, e i bordelli sorti non volevano garantire i contratti o prendersi il rischio delle altre responsabilità. Invece i proprietari dei bordelli sembrano più dei padroni di casa, riscuotono una sorta di tassa/caparra per poter far accedere gli uomini e per far lavorare le donne, ciò significa che una donna inizierà a guadagnare per sé solo dopo il secondo o terzo cliente. E cosa deve fare per ottenere quel denaro? Questa settimana, il documentario The Mega Brothel trasmesso da Channel 4 (qui), è andato a visitare la filiale di Stoccarda della catena Paradise (sì, in Germania ci sono catene di bordelli, come i fast food o i negozi di abbigliamento) e ha intervistato le donne, i clienti e il proprietario del bordello.

Se voi coltivate qualche aspettativa che il Paradise possa rappresentare una scena da Eden della sessualità liberata, sarebbe meglio che vi arrendeste subito. All’inizio, uno dei clienti ha spiegato la sua filosofia agli intervistatori. “Il sesso è un servizio,” ha detto, “Se tu vuoi ottenere del buon sesso, devi pagare abbastanza per esso.” (L’idea che il “buon sesso” possa includere il rispetto, l’intimità o il mutuo consenso non gli passa per la testa: è semplicemente un servizio, una prestazione tra uomo e donna, come se si trattasse della lavanderia o delle pulizie domestiche)  L’intervistatore domanda: “Che effetto ha questo sulle ragazze?” e il cliente sembra sinceramente perplesso. Dopo un attimo di silenzio, ammette: “Non so, non ci ho mai pensato”.
Sembra che un sacco di uomini non pensino a ciò che stanno facendo alle donne che pagano per fare sesso. Quando Josie, che lavora come prostituta al Paradise, mostra il contenuto della sua borsa alle telecamere, offre un inventario triste di dolore – vissuto, previsto ed evitato. “Ho un vibratore.. uno piccolo perché a volte i clienti sono un po’ aggressivi, un po’ rudi”, spiega. Una confezione di medicinali, anestetici genitali: “è come una piccola assicurazione se il dolore diventa troppo forte”, spiega.
Che tipo di “lavoro” può essere questo, per cui le donne devono assumere anestetici per sopportare la penetrazione da parte di uomini che nemmeno pensano che la persona che hanno davanti sia capace di sentimenti? Certo non si tratta del tipo di lavoro per cui le donne sono rispettate per farlo. Michael Beretin, il responsabile del marketing del Paradise, parla delle donne con il massimo disprezzo: “Queste persone sono totalmente fottute, un gruppo di persone senza funzione. Poche di loro hanno ancora un briciolo di anima… è molto triste ma è quello che sono.” (Questa strana contabilità dell’essenza umana mi ricorda una risposta di una tenutaria di un bordello in Nevada a Louis Theroux, nel 2003, contenuta nel documentario Louis and the Brothel: “Una ragazza è brava in ciò che fa se ogni volta lascia un pezzettino della sua anima.”) La teoria secondo cui la stigmatizzazione scomparirebbe con la legittimazione (del lavoro di prostituta, ndr) si rivela pura fantasia, scompare quando si scontra con la realtà dei fatti.
In Germania ci sono ancora magnaccia (i “loverboys” che manipolano le donne nei bordelli e gli rubano i guadagni). Ci sono ancora i trafficanti, che cercano di piazzare i loro prodotti umani nei Paradise. C’è ancora odio nei confronti delle donne. E fondamentalmente, c’è ancora la prassi brutale che le donne vengono scopate per soldi, scopate che fanno male, come se non si sentissero a casa nel proprio corpo. La prostituzione è violenza contro le donne, inflitta dagli uomini. La violenza di essere malmenata con un vibratore, è inferiore alla violenza di essere soffocata, ma anche il fatto di dover fare un confronto è nauseante. Non esiste nessuna “sicurezza” qui – quando i corpi delle donne sono aperti per l’uso maschile, stiamo semplicemente discutendo il confine tra “terrorizzata” e “morta”. La prostituzione non è semplicemente un lavoro con qualche sfortunato, ma inevitabile (maschio, violento) pericolo, che può essere migliorato: è un’istituzione che insiste sulla disumanizzazione delle donne, lo strappar via l’anima per renderle più facili da scopare, da usare, da uccidere. Sotto il cielo o sotto un soffitto, le cose non cambiano. Nessuno sospettava di Steve Wright. Era un cliente abituale. Sono gli “abituali” il problema.

 

Appuntamenti sul tema:

Mercoledì 18 febbraio 2015 – Dalle ore 17,30 alle ore 20,00
Presso la sede della Caritas Ambrosiana in via S. Bernardino 4, Milano

si svolgerà il seminario: “Tratta e prostituzione. Corpi in vendita: il denaro, il grande mediatore” (qui i dettagli).

 

Approfondimenti:

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/02/13/gli-intoccabili-diritti-del-c-o-la-consigliera-di-parita-del-governo-difende-i-quartieri-a-luci-rosse/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2014/05/lesperimento-fallito-della-prostituzione.html

http://femminismoinstrada.altervista.org/autodeterminazione-e-forse-il-sogno-vecchio-e-moderno-dellautonomia-del-se-conversando-partire-da-altre-partire-da-noi/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/02/cosa-accade-nei-paesi-dove-esistono-le.html

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/02/09/news/prostituzione-106916632/?ref=HREC1-4

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Locomotive a più velocità

Il prossimo 17 marzo Renzi sarà ricevuto dalla Merkel, non sarà una visita semplice, ma ci sono delle novità sul versante tedesco, che potrebbero ammorbidire la Cancelliera di ferro.

Un documento interno del governo tedesco, pubblicato in esclusiva dalla Süddeutsche Zeitung, per la prima volta riconosce che il surplus di export fatto registrare dalla Germania negli ultimi anni ha danneggiato la stabilità dell’Eurozona. “Un’eccessiva e duratura diseguaglianza dei bilanci commerciali fra i singoli Stati europei costituisce un danno per la stabilità dell’Eurozona”. Finora solo i paesi colpiti dalla crisi, come Italia, Portogallo, Spagna, Francia ma anche gli USA avevano sostenuto che i surplus eccessivi conseguiti da un solo paese producono inevitabilmente indebitamenti rilevanti in altri paesi. La Merkel aveva sinora respinto qualsiasi richiesta di “imbrigliare la locomotiva produttiva tedesca”, indicando come motivi del successo l’abilità dei suoi imprenditori, un costo del lavoro competitivo, la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti, la capacità di sostenere l’export. Tutte queste considerazioni hanno creato i presupposti per le politiche di austerity finora applicate, per risanare i conti pubblici e far ripartire le economie dei Pigs. Oggi si riconosce che quelle disuguaglianze andavano tenute sotto controllo. Il rallentamento dei Brics, impone una sterzata alla Germania, se vuole continuare ad avere dei mercati di consumatori per i suoi prodotti, e tutti sappiamo che quei mercati sono principalmente europei.

La Commissione europea il 5 marzo ha invitato la Germania a varare iniziative che facciano crescere le importazioni. Bruxelles sta indagando sull’ipotesi che la Germania abbia infranto le regole europee, producendo uno squilibrio tra i paesi membri, che si realizza nel caso in cui uno Stato abbia per lungo tempo un disavanzo o un attivo superiori al 6% del PIL. La Germania ha sempre fatto finta di ignorare questo limite.

Per questo l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a cogliere l’occasione, nel caso si procedesse verso un riequilibrio dell’export tedesco.

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