Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

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E basta con Sfera Ebbasta


LETTERA APERTA
Alla spett.le attenzione del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e del Sottosegretario con delega alle Pari Opportunità e Giovani Vincenzo Spadafora
Vi scriviamo in un momento in cui assistiamo al riemergere di nuove polemiche in merito a brani musicali contenenti messaggi e linguaggio sessisti, dove le donne sono rappresentate in modo degradante e i contenuti fanno da substrato a comportamenti violenti e misogini, giustificando abusi e oggettivazioni delle donne e una sorta di modello maschile dominante e prevaricatore. Sfera Ebbasta giunge dopo altri artisti che si erano distinti sempre per questo tipo di prodotto musicale, tra i quali i rapper Skioffi e Emis Killa, ragione per cui oggi torniamo a sollecitare un intervento del Ministero dell’Istruzione e del Dipartimento P.O, come d’altronde avevamo già fatto l’anno scorso.
Non crediamo assolutamente nei benefici di una censura, che non ha mai funzionato. Piuttosto è ormai indifferibile e urgente lavorare affinché i fruitori, spesso giovanissimi, di questi prodotti e contenuti provenienti dalla musica e da più media siano in grado di decodificarne il senso, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, per capirne il significato ed elaborare un’opinione al riguardo.
Mettere gli adolescenti nelle condizioni di sviluppare il proprio pensiero critico su testi musicali di tal genere diventerebbe una sorta di cassetta per gli attrezzi utile non solo in caso di sessismo.
Per questo motivo torniamo a chiedere una progettazione sistematica nelle scuole di ogni ordine e grado, volta a proporre un’educazione alla parità tra i sessi, a tentare di prevenire la violenza di genere e tutte le discriminazioni, a consentire relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità e a contrastare gli stereotipi ed il linguaggio sessista.
Una siffatta progettazione ci appare l’unico, vero, strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, o quanto meno una riflessione, idonea a coinvolgere anche genitori e insegnanti. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a considerare normali certi comportamenti, perché la Storia ci insegna che i passi in avanti possono farsi. Come è successo, per esempio, abolendo il delitto d’onore, nonché il matrimonio riparatore, e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone, condannandoci ad un’impotenza senza via d’uscita.
Prendere posizione contro espressioni a carattere profondamente sessista non è una questione di cui si debbano occupare solo le femministe e le associazioni femminili. Non è questa la chiave univoca, perché non è esclusivamente materia da donne, ma riguarda sia uomini che donne perché intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi. Quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo, ma non lo è, soprattutto per le giovani generazioni prive di strumenti idonei al proposito.
C’è un effettivo bisogno di intraprendere un percorso di rinnovamento nella cultura che sappia diffondere una specifica consapevolezza, composta da tutti gli anticorpi necessari per costruire una società più equa e paritaria, in cui non vi sia più alcuno spazio per discriminazioni e violenza di genere.
Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma luoghi capaci di accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia in grado di contemplare rispetto e valorizzare le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.
È urgente lavorare oggi in modo capillare, per non ritrovarsi domani con la stessa situazione attuale, in cui gli stereotipi insistono gravemente nelle relazioni e nei ruoli, nelle aspettative su uomini e donne, rischiando conseguentemente di alimentare gabbie e comportamenti violenti. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie. Diversamente la violenza si radica sin da adolescenti perché viene a mancare una cultura del rispetto.
Fondamentale diventa allora il ruolo delle istituzioni scolastiche, che dovrebbero riconoscere l’importanza di comprendere cosa ci sia alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani. Per mirare bene gli interventi educativi, per far maturare in loro uno sguardo nuovo, per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti, su cui difficilmente nel prosieguo potrebbero porsi degli argini.
Simona Sforza
Maddalena Robustelli
Carla Rizzi
Donatella Caione
Robyn Lilith Kintsugi
Paola Gualano
Francesca Cau
Ketty Salaris
Roberta Schiralli
Paola Paladini
Silvia Rossini
Chiara Moradei
Chiara Zanotto
Helga Sirchia
Luisa Vicinelli
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Quando la tv produce “diseducazione di massa”


Nel flusso ininterrotto e interminabile delle forme attraverso le quali si normalizza la violenza, non vi è dubbio che la tv concorra a sfornare una consistente fetta dei produttori di “diseducazione di massa”.
Quando si tratta di far passare messaggi nocivi pur di fare audience, i reality sono al primo posto e purtroppo, avendo un buon seguito, riescono a fare danni su un gran numero di persone, specialmente giovani e giovanissimi. Non c’è filtro, non c’è controllo, nemmeno a posteriori, tutto passa e scorre come l’acqua, pur essendo spesso altamente pericoloso. Tra luci, lustrini e vip, che di importante non hanno nulla, passa veramente ogni cosa come, ad esempio, al Grande Fratello Vip, che ha già in passato dato prova di riuscire a sfornare episodi pessimi, serviti senza la capacità di fornire un freno, una stigmatizzazione, un limite. Quest’anno, è la volta di Ivan Cattaneo che ha tranquillamente formulato questo pensiero:

“Rifiutare una donna è peggio che violentarla. Perché nel secondo caso almeno si sente oggetto del desiderio”.

Abbiamo davanti una ennesima declinazione del concetto per cui “alle donne alla fine, tutto sommato, piace subire violenza”. Nessun trauma, nessuna ferita psicofisica, nessuna traccia, solo benefici a quanto pare per le donne, che restano oggetti sessuali, si badi bene, a disposizione e conseguentemente da consumare. Non è comprensibile la genesi di una frase di questo genere, indigesta, intrisa di pregiudizi, ma soprattutto tagliente, malefica e capace di reiterare la violenza, addirittura moltiplicandola.
Chi ha subito uno stupro si sente annientata sentendo quelle parole andate in onda, mentre chi lo ha commesso viene riabilitato, apparendo quasi un benefattore. In questo giro di frittata, viene servita su un piatto d’argento una porzione di puro machismo nostrano, che davvero appare talmente radicato nella mentalità da essere espresso con naturalezza e disinvoltura in ogni occasione, nella colpevole assenza di chi avrebbe potuto stigmatizzare a sufficienza e riconoscere come inaccettabili e altamente lesive certe espressioni.
Se tutto andato in onda su Mediaset Extra, che segue la diretta del programma di Canale 5, mercoledì sera intorno alle 23.30, ci pensa anche la carta stampata a peggiorare ulteriormente il livello. Difatti Il Giornale al riguardo della frase di Cattaneo si interroga: “Ma si può dire che una donna si senta oggetto del desiderio quando viene violentata?”. Ci si sente arbitri di un ipotetico confronto ideale sull’argomento, così come i giudici della trasmissione in questione. Tanto immersi nel loro preconfezionato ruolo che paventano al cantautore l’espulsione per essere rimasto nudo davanti alle telecamere in fascia protetta e poi non considerano più che sufficiente mandarlo via per quanto affermato in merito alla violenza sessuale.
Certo sappiamo quanto siamo ben lontani in certi ambiti dal dare il giusto peso e valore alle parole, visto che ognuno si sente legittimato a esprimere concetti sempre più indegni, a sdoganare e accarezzare i peggiori comportamenti, deformando la realtà, negando quanto devastante sia l’esperienza di uno stupro, sottraendo forza al lavoro di quanti da anni si impegnano per cambiare la cultura alla base della violenza. Dovremmo imparare a fare ascolti senza assecondare la cultura dello stupro.
Non possiamo voltare la testa dall’altra parte e considerare quanto avvenuto al Grande Fratello Vip parte dello show, perché questa spazzatura servita spesso e volentieri non ci permette di costruire un immaginario diverso, una società in cui la violenza sulle donne non abbia alibi e non sia qualcosa su cui costruire battute.
La violenza lascia segni indelebili, non dimentichiamolo mai. Come ammenda Mediaset dovrebbe innanzitutto chiedere scusa e poi accogliere le testimonianze delle donne che hanno subito violenza, mostrare la realtà così com’è, perché si ha come l’impressione che non la conoscano o non vogliano vederla.
Simona Sforza e Maddalena Robustelli per Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Non si cambia la cultura se questi sono i messaggi


Alla cortese attenzione di:
Presidente Rai Monica Maggioni 
Direttore RAI Andrea Fabiano
Direttrice di RAI Fiction Eleonora Andreatta
Presidente AGCOM Angelo Marcello Cardani 
Presidente Com. Media e Minori Donatella Pacelli
Loro Sedi
Oggetto: Segnalazioni sulla Fiction Il Capitano Maria, in onda su RAIUNO

Gentilissime e Gentilissimi,
vi scriviamo per segnalare e porre alla vostra attenzione e riflessione, ciascuno per le proprie competenze e il proprio ruolo, la fiction Il Capitano Maria.

Già a partire dal titolo, che non declina al femminile il grado militare e adopera il semplice nome di battesimo per designare la protagonista (al pari del Commissario Rex, la nota fiction su un cane pastore), si evidenzia un primo elemento di discriminazione e di mancanza di attenzione a un pari trattamento, che parte dal linguaggio adoperato.

Nel corso del primo episodio possiamo evidenziare alcuni messaggi che un servizio pubblico dovrebbe evitare di proporre e di divulgare.
1. Iniziamo dal fatto che la Capitana adopera il cognome del marito, quando secondo l’ordinamento italiano tale cognome si può posporre al proprio da nubile, che non scompare e non è sostituito da quello del coniuge. L’errore della fiction è sintomo del retaggio di una mentalità patriarcale, in cui si passava da un cognome all’altro, che ignora la Riforma del diritto di famiglia del 1975.
2. Un bambino, liberato dalla cintura di esplosivo, è affidato a una carabiniera, dopo aver scartato l’omologo con laurea in psicologia, in virtù della sua storia personale di figlia maggiore all’interno di una “famiglia numerosa”. Per la serie, mai rompere gli schemi e i ruoli stereotipati in cui sono ingabbiate le donne anche nella rappresentazione mediatica che ne fa il servizio pubblico.
3. Nell’ora di religione nella classe della figlia della Capitana, all’interno di un dibattito che sembra suggerire che i musulmani sarebbero terroristi, si ascolta una sua frase che veicola il sempiterno binomio amore e violenza: “Se io amo un ragazzo, lui mi tradisce o anche solo mi manca di rispetto, io lo ammazzo. L’amore è violenza, altrimenti che amore è?”. Luce Guerra fa un’affermazione pesante come un macigno e nessuno interviene a stigmatizzarla o ad evidenziarne la pericolosità e le conseguenze che recano con sé, neppure l’insegnante.
4. Verso la fine si assiste alla scena del preside che cerca di conquistarsi un posto prioritario nel piano di evacuazione della scuola. Una sorta di novello Schettino, che getta discredito su un’intera categoria.

Uno scenario di luoghi comuni, composto per non scomodare troppo le menti del pubblico televisivo, che si devono crogiolare nei consueti stereotipi, schemi, pregiudizi e aspettative sempre uguali. Perché cambiare linguaggio, messaggio, ruoli, comportamenti, scardinare mentalità secolari? Meglio proporre un prodotto televisivo neutro, finanche innocuo? A nostro parere l’effetto è contrario perché innocuo non lo è assolutamente, visto che di messaggi nocivi, errati e fuorvianti ne lancia parecchi.

Eppure, a leggere le Linee guida editoriali per la produzione della fiction Rai, lo spirito dell’Azienda appare assai diverso: “Un’offerta che dovrà sempre essere improntata al rispetto della dignità della persona ed alla non discriminazione e che dovrà contribuire al superamento degli stereotipi culturali attraverso una rappresentazione veritiera della società civile, orientata al recupero di identità valoriali e rispettosa delle diverse sensibilità”.

Lo scorso 8 marzo è stato siglato il nuovo contratto che regolamenta il servizio pubblico radiotelevisivo e digitale per i prossimi 5 anni, affidato alla Rai in base ad una convenzione rinnovata nel 2017 per 10 anni. Nella prima parte “Principi generali” sono stati inseriti specifici impegni in tema di rispetto delle diversità di genere (Art. 2, comma 1 lettera b)…avere cura di raggiungere le diverse componenti della società, prestando attenzione alla sua articolata composizione in termini di genere (Art. 2, comma 3 lettera g)… assicurare il superamento degli “stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione” (Art. 8, comma 2 lettera c) …promuove modelli di riferimento, femminili e maschili, paritari e non stereotipati, mediante contenuti che educhino al rispetto della diversità di genere e al contrasto della violenza” (Art. 9, comma 1) “La Rai assicura nell’ambito dell’offerta complessiva, diffusa su qualsiasi piattaforma e con qualunque sistema di trasmissione, la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società, nonché la realizzazione di contenuti volti alla prevenzione e al contrasto della violenza in qualsiasi forma nei confronti delle donne” (Art. 9, comma 2 lettera a) ….promuovere la formazione tra i propri dipendenti, operatori e collaboratori esterni, affinché in tutte le trasmissioni siano utilizzati un linguaggio e delle immagini rispettosi, non discriminatori e non stereotipati nei confronti delle donne”(Art. 8, comma 2 lettera d) … si caratterizzi per una cura prioritaria per il linguaggio, con riferimento a un uso appropriato della lingua italiana.

Ci sembra che, rispetto al suddetto Contratto di servizio, numerosi punti della fiction in questione, già nella prima puntata siano stati disattesi e che gli scopi si siano persi per strada. Non sappiamo se sia un problema di scelta degli autori o dei prodotti, ma qualcuno in RAI dovrebbe verificare preventivamente cosa sia mandato in onda, qualcuno in RAI dovrebbe interrogarsi se i programmi siano o meno in linea con i principi e gli impegni presi. 

Far crescere i cittadini e le cittadine è un compito importante ma delicato, motivo per il quale ci attendiamo che in seguito a questa nostra segnalazione la RAI, in quanto servizio pubblico, dia attuazione ai citati impegni assunti e adotti in merito strumenti e procedure di verifica prima della messa in onda.
Rimaniamo in attesa di un cortese riscontro e inviamo i nostri saluti.

14 maggio 2018

Gruppo d’ascolto RAI
Rosanna Oliva de Conciliis, Presidente della Rete per la Parità
Donatella Martini, Presidente DonneInQuota
Maddalena Robustelli, SNOQ-Vallo di Diano
Simona Sforza, blogger
Serenella Molendini, Consigliera nazionale di Parità supplente
Mariella Crisafulli, Consigliera di Parità Provincia di Messina
Annamaria Barbato Ricci, comunicatrice, scrittrice, giornalista e avvocata
Carla Cantatore, UDI Monteverde
Donatella Caione, editrice di libri per l’infanzia
Alba Coppola, docente
Ester Rizzo, scrittrice
Concetta Callea, docente
Angela Nava Mambretti, Presidente CNU
Annamaria Isastia, storica – Soroptimist
Marilisa D’Amico, Università degli Studi di Milano
Roberta Schiralli, avvocata
Patrizia Tomio, Pres. Conferenza Naz. C.P.O. delle Università italiane
Giuliana Giusti, linguista Università Cà Foscari Venezia
Suny Vecchi, Snoq-Ancona Comitato 13 febbraio
Fabrizia Boiardi, DonneInQuota
Maria Pia Ercolini, Presidente Ass. Toponomastica Femminile
Giusy Agueli, Presidente Ass. Palma Vitae
Elisa Giomi, Università Roma Tre
Donne in Rete Foggia
Mariolina Di Salvo, Consigliera Ordine Professionale Assistenti Sociali-Sicilia
Marcella Mariani, giornalista-Il Paese delle Donne
Pina Arena,FINISM Catania
Grazia Mazze’, sindacalista
Vera Parisi, docente
Francesca Riggi, fotografa
Clelia Lombardo, scrittrice
Roberta Schenal, docente
Daniela Pasquali
Maria Angela Bonas Brizzi
Vincenza Amato
Nadia Boaretto
Carla Rizzi
Titta Vadalà
Giovanna Lauricella
Paola Testa
Giovanna Tomassini

La raccolta delle firme è ancora aperta

Contatti: 3356161043
info@donneinquota.org – segreteria.reteperlaparita@gmail.com

 

Lettera aperta pubblicata anche su Noi Donne

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Mi hanno detto che è iniziato un nuovo anno

emmeline

 

Leggo qui che:

“secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia in occasione della giornata contro la violenza sulle donne i femminicidi stanno – anche se di pochissimo – diminuendo. Nel nostro Paese muore una donna ogni tre giorni: speriamo di non leggere anche nel 2017 queste cifre, queste tragedie. Qui la speranza non deve abbandonarci: se le donne vengono ammazzate nel 93% dei casi da uomini vuol dire che la disparità di potere è fortissima. Solo con il lavoro, con il guadagno, le donne possono e devono rendersi autonome e mettersi in salvo dalla furia omicida di compagni ed ex mariti.”

Io non condivido l’abitudine di continuare a misurare il fenomeno della violenza maschile sul numero di femminicidi, come se le oltre 120 donne che hanno perso la vita nel 2016 fossero una cosa normale e la flessione del numero ci desse la misura di un fenomeno in via di risoluzione. Così non è, a questo punto dovremmo andare più a fondo, scavando dentro tutta la violenza che non emerge o emerge grazie al lavoro dei centri antiviolenza e delle reti territoriali. Il femminicidio va prevenuto e contrastato, non dobbiamo fermarci ai numeri in calo, “non una di meno” è la frase che dobbiamo ripetere, l’obiettivo da perseguire, perché vogliamo essere tutte vive e libere dalla violenza. Il femminicidio è la punta dell’iceberg di un fenomeno diffusissimo e molto grave che blocca e soffoca la vita delle donne. Perché noi non accettiamo che nemmeno una donna possa ancora subire violenza o perdere la vita, perché questa violenza è un fatto pubblico, politico, una questione che lacera, avvelena le nostre comunità, devasta il nostro sistema di diritti e tutele, garanzie a vivere libere e autonome. La vita di ciascuna donna è importante, nessuna deve avere diritti affievoliti o meno opportunità di una vita dignitosa e libera.

La nostra autoderminazione è fortemente lesa e messa in discussione dalle tante forme di violenza che siamo costrette a vivere. L’oppressione delle donne è sotto i nostri occhi e contro questo dobbiamo fortemente combattere, senza ricorrere a forme autoconsolatorie. Abbassare la guardia solo perché c’è una flessione è pericolosissimo, così come è pericoloso pensare che un lavoro ci possa rendere immuni o salvare da solo dalla violenza. Certo può aiutarci, ma non è in grado di liberarci. Pensiamo a quante donne che lavorano subiscono violenza economica (e non solo) e non sono libere di autogestire il proprio stipendio. La violenza è trasversale e non risparmia nessuna, per censo, per cultura, per occupazione, per contesto sociale. Non vedere questo significa perdere di vista una porzione consistente del problema.

Lo vediamo dai dati delle donne occupate che si rivolgono alla rete antiviolenza milanese.

L’autonomia materiale non è una garanzia totale, altrimenti non ci sarebbe bisogno di avviare percorsi in grado di sostenere l’autostima delle donne, l’autodeterminazione, la consapevolezza della propria persona e dei propri diritti. Tutto questo in un contesto di violenza è fortemente carente, la donna viene azzerata come essere umano, la ricostruzione dell’identità è fondamentale per risultati duraturi e realmente di fuoriuscita dalla violenza. Ci sono circoli di violenza che portano le donne a non riuscire a riconoscere il proprio valore, ciò che è giusto e normale in un rapporto e ciò che non lo è. Dobbiamo stare a contatto con le donne reali, non con prototipi immaginari, conoscere le loro realtà quotidiane.

Non ci sarà uguaglianza, parità di diritti, pari opportunità, finché non debelleremo le radici culturali della violenza contro le donne, le disparità di potere troppe volte assecondate e alimentate, le varie forme di discriminazioni troppo spesso taciute, minimizzate e normalizzate, le connivenze per briciole di potere maschile, i muri eretti per ostacolare una piena partecipazione delle donne alla vita sociale, economica e culturale di questo Paese.

Non sarà un anno nuovo, ma la prosecuzione senza discontinuità dei secoli precedenti.

Non sarà un anno nuovo finché non promuoveremo con forza e convinzione programmi e progetti di sensibilizzazione contro le numerose forme di violenza che abitano le vite delle donne, finché il rispetto non sarà un valore insegnato, condiviso e diffuso, finché non riterremo inammissibile che vi siano spazi o porzioni di popolazione per cui rispetto e diritti umani fondamentali non valgano.

Non sarà un anno nuovo finché la trasformazione non includerà anche il benessere e la serenità delle donne.

Non vogliamo un po’ di rosa qua e là, buono solo per lavarci le coscienze. Non vogliamo ricordarci delle donne e sentire bilanci solo di circostanza.

Perché il patriarcato, quel substrato violento e velenifero che infesta le nostre esistenze di donne è tutto ancora lì, vivo e vegeto, forte, alla ricerca della prossima donna da sottomettere e su cui usare violenza.

Molti continuano a ripetere “non tutti gli uomini”, è vero, ma questi sono alcuni dei termini di ricerca che vengono tracciati dal mio blog, le frasi adoperate sui motori di ricerca per arrivare sul blog.

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Questo solo il 31 dicembre. A questo si pensa a fine anno e per gli altri 364 giorni.

 

Non sarà un anno nuovo finché non diffonderemo consapevolezza a tutte le donne, informandole sui servizi e sulle possibili soluzioni ai loro problemi.

Non sarà un nuovo anno e nemmeno buono finché non cambieremo le parole, il linguaggio, le visioni, gli approcci, le fondamenta delle relazioni, i comportamenti, a partire dai più semplici atteggiamenti.

Non sarà l’alba di un nuovo anno finché non riusciremo a raccontare la violenza con le parole giuste. Nonostante anni di appelli a un cambiamento del lavoro giornalistico, ci troviamo ripetutamente di fronte a questo tipo di narrazione tossica sul Messaggero:

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Un racconto con accenti inaccettabili, forse diretti a compiacere i tanti uomini che vorrebbero emulare questo gesto atroce. Un atto che poteva segnare la fine della vita di questa donna, viene descritto come se fosse un’abitudine tutto sommato “simpatica” e consolidata, perché si sa è “tradizione” considerare le donne degli oggetti, da buttare via all’occorrenza quando si decide di liberarsene. In memoria permane ancora l’attacco originale dell’articolo (poi cancellato) che richiama la tradizione. Troviamo il consueto richiamo al momento d’ira, il solito raptus di questo uomo che voleva liberarsi della moglie, il suo “guaio”. Parole, stile, ricostruzione tutto fuori luogo e ci chiediamo a cosa risponda questa giovane giornalista. Proprio non sappiamo fare di meglio, imparare a comunicare in modo differente? Un sintomo di come tanti giornalisti e giornaliste vivono nel proprio mondo, insonorizzato evidentemente, se non vengono raggiunti dai tanti appelli (Giulia giornaliste) e decaloghi dell’Ifj per l’informazione sulla violenza contro le donne a un cambiamento dei media, se non capiscono che comunicare in questo modo significa replicare all’infinito stereotipi e modelli negativi, assecondare comportamenti e mentalità altamente pericolose.

Forse per vendere o ottenere qualche click, ci piace pensare che tutto sommato non causeranno poi tanti danni? I danni sono evidenti, basti considerare la percezione della violenza che emerge da questa indagine europea.

Questo il quadro in cui ci muoviamo, quindi abbiamo ancora molta strada da fare per diffondere consapevolezza e lavorare sulla cultura e sul linguaggio.

Abbiamo anche un altro fronte su cui lavorare: ci sono tante realtà e reti a sostegno delle donne, ma spesso si fa fatica a farle conoscere.

Per questo condivido queste informazioni* riguardanti la rete antiviolenza milanese, attiva già dal 2006. Vi consiglio di leggere con attenzione questi documenti, utili a diffondere una panoramica del lavoro svolto in questi anni sul territorio, un percorso che ha bisogno di essere condiviso, conosciuto, da continuare a costruire, migliorare insieme, magari allargando la rete ad altri soggetti che possano arricchire con un sentire “femminista”. Più se ne parla, più si aprono le collaborazioni e le interazioni, migliori risultati si ottengono. Soprattutto occorre individuare chi è realmente idoneo e in grado di occuparsi di violenza.

Le risorse:

 

Mi auguro che si adottino strumenti di divulgazione e di informazione più accessibili alle donne tutte. Torno a ribadire che strumenti come Disamorex potrebbero fornire utili “ganci” di riflessione e di diffusione di consapevolezza, soprattutto tra le più giovani e perché no, se tradotto in più lingue, anche tra le donne migranti.

Per questo occorre avere degli spazi in periferia dedicati alle donne, il più possibile autonomi e autogestiti, per rendere questo passa parola ancora più efficace. Qui una raccolta di “desideri” e bisogni delle donne del mio municipio, frutto di uno degli incontri che stiamo promuovendo. C’è un gran bisogno di incontrarsi e condividere. Restiamo in ascolto reciproco. Questa è l’unica vera regola essenziale. Non restiamo sole, siamo in tante. La nostra resistenza collettiva a chi ci vuole controllare e sottomettere.

E che rivoluzione femminista sia! Non c’è altra via.

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*p.s. ringrazio la consigliera comunale Diana De Marchi, presidente commissione Pari Opportunità, per i dati sulla rete antiviolenza milanese.

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Giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Come vivono i bambini italiani?

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Il mio articolo per Mammeonline sulla Giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Qui un estratto:

 

Cosa è il futuro, cosa rappresenta, come (e se) riescono a proiettare i loro sogni e interessi nel loro domani?

Senza un sistema che li motivi, li sproni a investire nell’oggi per un futuro migliore, è come se si lasciasse appassire una prospettiva per le generazioni dei prossimi adulti: “assieme al futuro muore la speranza, il piacere di vivere per crescere e diventare se stessi” (Charmet 2012).

L’incertezza degli adulti di oggi, la precarietà, l’emarginazione, il disagio diventano delle zavorre per i più piccoli. Se l’ascensore sociale è fermo da tempo, e nessuno pensa a intervenire in modo strutturale, se la sensazione generale è che non siamo un Paese meritocratico, bensì il successo appare legato alle risorse o alle reti familiari e amicali, piuttosto che alle capacità e alle competenze, se le istituzioni non investono in crescita e promozione sociale, il sistema entra in una crisi molto complessa, dalla quale è complicato uscire.

Si riaffaccia l’idea che studiare non serva, tanto poi tutto è vano, ci sono altri fattori. Così si compromette il futuro di intere generazioni.

 

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Violenza contro bambine e ragazze. Dal mondo all’Italia

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@Amanda Cass

 

I diritti fondamentali di donne e bambine sono stati al centro di un impegno costante negli ultimi anni. È aumentato il numero di bambine che vanno a scuola, le donne sono più presenti nel mercato del lavoro e hanno maggiore accesso a metodi contraccettivi. Ma abbiamo ancora molte cose da aggiustare. La violenza contro le donne e le ragazze “persiste a livelli pericolosamente elevati” come ha denunciato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Nel nostro Paese la situazione non è rosea.

Dal rapporto Indifesa di Terres des Hommes, apprendiamo che: “Secondo l’ultima indagine ISTAT la violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita almeno una forma di violenza sessuale o fisica, pari al 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Il 10,6% delle donne intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di almeno una forma di violenza sessuale prima dei 16 anni. In particolare, nel 10% dei casi la donna è stata toccata sessualmente contro la propria volontà, nel 3% è stata costretta a toccare le parti intime dell’abusante e nello 0,8% ha subìto forme più gravi come lo stupro.”

Gli autori delle violenze sono: quasi l’80% persone conosciute, soprattutto parenti e familiari (19,5%), amici di famiglia (11,4%), compagni di scuola (8%), amici (7,4%), seguono i conoscenti (23,8%). Solo il 20,2% sono sconosciuti.

Nei primi 6 mesi del 2015 il centro SVSeD (Soccorso Violenza Sessuale e Domestica) della Clinica Mangiagalli di Milano ha registrato 64 ingressi di minori, dei quali 13 casi vittime di violenza fisica e/o emotiva e 51 casi vittime di sospetto abuso sessuale. Tra questi la stragrande maggioranza erano femmine, mentre la rappresentanza maschile è sempre dell’1-2%, come riferisce a TdH Lucia Romeo, Responsabile Pediatra del servizio SVSeD dell’IRCCS Policlinico Milano.

 

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https://simonasforza.wordpress.com/2016/10/13/dalla-parte-delle-bambine-e-delle-ragazze/

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I messaggi sbagliati

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Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” convintamente si schiera al fianco del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, in merito alle sue considerazioni sul brano musicale 3 messaggi in segreteria di Emis Killa.
È una storia di stalking, di una ossessione che ha alla base il solo desiderio di possesso della donna, un oggetto che ha l’ardire di insubordinarsi e di negarsi, è la descrizione di una escalation di violenza che giunge a “Ma preferisco saperti morta che con un altro”. Questo brano mitizza un punto di vista, gli atti di uno stalker, di un uomo violento che sta per mettere in atto un femminicidio, dipingendone l’autore come povera vittima di una donna che racconta bugie e lo mette nei guai denunciandolo.
In questo quadro stride la parola “cuore” perché alla base di tante tragedie, che finiscono col togliere la vita ad altrettante donne, c’è la violenza machista, quella messa in campo quando si nega a loro la libertà di scegliere la fine di una relazione ossessiva e violenta. Come si evince dal brano in questione, “tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia”, è resa evidente la negazione di questa libertà in nome di un legame basato sull’idea della proprietà esclusiva della donna.
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“3 messaggi in segreteria”, con il suo epilogo annunciato, rischia di plasmare tanti emuli perché ora si sentirebbero anche ben rappresentati in un brano di un rapper, che ha un gran seguito. E noi che lottiamo contro questi modelli negativi, non possiamo permettere che vengano veicolati certi messaggi, senza preoccuparci delle loro conseguenze. Noi non vogliamo che altre donne perdano la vita, che gli venga strappata, che “fugga via dai loro occhi”, come si augura il protagonista del brano. Noi non vogliamo che la violenza venga raccontata come qualcosa di normale in un rapporto, come un modo per obbligare una donna ad amarti, come se l’unica conclusione possibile sia l’annientamento e la morte della donna quando decide di sottrarsi a questo incubo, che amore non è.
Fermiamo questa carneficina messa in musica, questa strage rappata di donne. Fermiamo questo treno in corsa, cambiamo le parole, il racconto, l’immaginario, i modelli, la cultura, partendo anche dalle canzoni, che hanno un impatto enorme visto il potenziale di diffusione.
Conseguentemente chiediamo alla casa discografica Carosello Records di prestare maggiore attenzione a questo suo prodotto, perché il linguaggio, e a maggior ragione quello contenuto in un brano musicale, può diventare un veicolo di effetti pericolosi, incontrollabili. Sappiamo quanto complessa e lunga sia la battaglia per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, chiediamo che anche l’industria discografica faccia la sua parte.
Purtroppo il testo di Emis Killa è esplicitamente un modello negativo. La realtà della violenza la si può raccontare, ma non in questo modo. Se l’autore avesse combinato il punto di vista dello stalker con un narratore fuori campo, inserendo qualcosa che evidenziasse che questo non è un comportamento normale, il risultato sarebbe stato diverso. Invece non c’è traccia di condanna, il brano rischia di alimentare un immaginario nocivo.
Per questo motivo chiediamo alle radio di non trasmettere questo brano, di non farsi mezzo di propaganda per messaggi tanto devastanti, di dimostrare solidarietà nei confronti delle tante donne che subiscono violenza e di rispetto nei confronti di quelle donne che non possono più parlare perchè ammazzate come conclude la canzone.
Servono a poco tutte le campagne o gli interventi educativi contro la violenza, se poi si passano in radio simili brani. La vita delle donne appartiene solo a loro, nessun uomo deve strappargliela.
Insegniamo un altro genere di relazioni, fondate sul rispetto e non sull’abuso e il sopruso.
Questi messaggi e la cultura che trasmettono vorremmo rispedirli all’autore, affinché impari un uso diverso delle parole, perché esse non diventino mai assassine.
Qui la nota originale del gruppo.
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Per fare chiarezza, auspicando un ruolo attivo dei media nel contrasto alla violenza

Accadono fatti incredibili nel nostro Paese, che considera alcuni individui superiori alle leggi, grazie al loro impeccabile abito e al loro ruolo. Una società che si stupisce ma che non sa scegliere da che parte stare nemmeno quando la verità è stata accertata.

Accade che si organizzi un evento a Mantova (il 14 ottobre) per celebrare don Walter Mariani, il sacerdote che è in carcere dopo una condanna definitiva per violenza sessuale su due donne.

Accade che un gruppo di amici e parrocchiani si schierino a difesa del parroco, nonostante la pronuncia della magistratura, organizzando una serata per ricordare il sacerdote e dimostragli solidarietà in questo difficile momento della sua vita.

Accade che si pubblichi la notizia della serata sulla Gazzetta di Mantova, che evidentemente non si pone in maniera sufficientemente critica nei confronti dell’iniziativa e del soggetto “celebrato”.

serata

Accade che ci sia un gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” che dopo la segnalazione di Claudia Forini, decide di scrivere una lettera per denunciare quanto si stava organizzando e chiarendo i dettagli della vicenda. Cosa che avrebbe dovuto fare anche il quotidiano prima di pubblicizzare l’iniziativa, sembrando che la suffragasse, per completezza dell’informazione e per evitare di gettare ulteriore fango sulle vittime. Non prendere le distanze da una iniziativa del genere rischia di apparire come voler solidarizzare con uno stupratore, significa reiterare violenza.

Accade che si raccolgano un centinaio di sottoscrizioni e che tale lettera venga poi pubblicata dalla Gazzetta di Mantova. Tra le firme di tante donne e uomini, anche la mia.

https://www.facebook.com/GazzettadiMantova/posts/10154583459737288

Accade che qualche sostenitore del don cerchi di difenderlo definendo fascistelli i sottoscrittori della lettera, etichettata come “una trappola della non documentazione e una bufala della falsa solidarietà“. In poche parole, la condanna definitiva del don è una bufala. Tra i commenti leggiamo che “Don Walter ha aiutato un sacco di gente e chi lo conosce sa che queste sono tutte falsità. .purtroppo la gente si affida alla mediocrità ed alla opinione di massa x portare avanti una causa che nemmeno conoscono!”

Quindi in virtù del bene fatto dal don dovremmo soprassedere sulle violenze che ha commesso su donne che avrebbe dovuto proteggere?

Insomma, secondo i suoi difensori, la condanna al don stupratore, che ha abusato di fatto della sua posizione di potere e ha ricattato le donne di cui ha abusato, è avvenuta per mano dell’opinione pubblica. Eppure, abbiamo dimostrato che è stata la magistratura e tutta una serie di testimonianze contro a portare il don in carcere.

I primi due gradi di giudizio:

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Qui la sentenza di terzo grado: QUI

Come sono emerse le condotte criminose del don Walter:

denuncia

Il contesto in cui sono avvenute le violenze:

contesto

Lo stato di minaccia delle vittime, il tentativo di subordinazione operato dall’imputato:

minaccia

Ebbene don Walter dimostra di avere un concetto distorto e personale di carità cristiana, visto che ha abusato di loro, considerandole oggetti, troie, esseri sub-umani.

Una risposta alle accuse di RadioBase a firma di Roberto Storti, da parte del gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”:

Sembra incredibile che la Gazzetta di Mantova abbia dapprima ospitato sulle sue pagine la notizia della iniziativa pro don Walter, continuando a pubblicare lettere di solidarietà come questa:

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e poi abbia continuato a consentire certi commenti sulla sua pagina Facebook, senza che intervenissero i moderatori per riequilibrare i contenuti della discussione, sotto il post sopra linkato.

Mi appare grave se i media non riescono a prendere posizione su una vicenda come questa, stando dalla parte della giustizia e rispettando le vittime delle violenze, senza buttare sotto il tappeto la verità processuale.

Qui c’è una responsabilità forte dei media, non si può dare spazio a certe posizioni, senza commentarle adeguatamente, perché questa non è libertà di informazione, questo è non capire che in primis vanno rispettate e difese le vittime. Nessuna pietà cristiana può sostituire e cancellare le pene comminate dal sistema giudiziario del nostro Paese. Altrimenti, la legge sarà subordinata al sentire del popolo, all’affezione della comunità del reo, anziché privilegiare un oggettivo giudizio e la piena applicazione delle norme penali. Un soggetto che si è reso colpevole di reati sì gravi, non può subire trattamenti di favore, deve scontare la sua pena come qualsiasi altra persona dichiarata colpevole. La pena ha anche un valore rieducativo, ma l’assegnazione ai servizi sociali, che molti invocano, non pare al momento adeguata all’intento, perché non è per sollevazione popolare che può essere commutata e trasformata una condanna. Devono essere messe in atto misure tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza della conseguenza delle proprie azioni da parte del reo. Si deve creare una base che induca a un comportamento socialmente corretto. Solo qualora il reo abbia preso coscienza di quanto commesso e solo dopo aver seguito un percorso che gli consenta un reinserimento sociale, solo allora si potrà seguire il corretto iter per definire eventuali misure premiali.

Basta leggere questi stralci della sentenza della Cassazione, per farvi un’idea del reo, i cui atti lesivi si sono protratti per lungo tempo, determinando la grave compromissione del bene dell’autodeterminazione della libertà sessuale delle vittime, offese e tradite ulteriormente in strutture che avrebbero dovuto accoglierle e salvarle da ulteriori violenze:

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Tutto molto comune, sacerdoti che abusano della propria posizione.

http://www.milanotoday.it/cronaca/don-alberto-lesmo-sesso-minorenne-muggiano.html

http://www.secoloditalia.it/2016/03/milano-prete-adescava-minori-in-strada-sospeso-dalla-curia/

Dovrebbe essere interesse di tutti fare luce su questi episodi, condannare i colpevoli, ma a quanto pare c’è chi è disponibile a coprire e a cancellare le violenze commesse, ad attenuarle in virtù di una tonaca e del fatto che questi soggetti di fatto gestiscono le loro parrocchie e zone come dei piccoli feudi, con una parte della comunità disposta a chiudere un occhio, anzi due. C’è qualcosa di morboso se non riusciamo a prendere posizione su questi fatti, se i media non collaborano per smontare quel clima di connivenza che alimenta la cultura dello stupro e la giustifica. Il ruolo di chi fa informazione è fondamentale. Per questo trovo inaccettabile e grave quanto accaduto.

 

P.s. Questa è stata la serata, molto partecipata. A voi le considerazioni. Io confermo quanto precedentemente detto, non si può soprassedere. Una serata in onore di uno stupratore è veramente troppo. 

http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2016/10/15/news/walter-un-amico-pienone-alla-serata-dei-parrocchiani-1.14255326?ref=fbfma

 

 

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Cambiamo linguaggio, cambiamo cultura

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Quando parliamo di educazione al rispetto e a relazioni paritarie tra uomini e donne, quando rimarchiamo la necessità di azioni di prevenzione e contrasto alla violenza in ogni ambito e in modo deciso, pretendiamo che non ci siano “recinti” in cui sia dato libero spazio per diffondere impunemente messaggi che legittimano la violenza contro le donne.
L’ultimo esempio è andato in onda su Mediaset, precisamente su Canale 5, all’interno del Gf Vip, una produzione Endemol. Il dialogo tra Stefano Bettarini e Clemente Russo inizialmente rappresenta in pieno la solita rappresentazione machista della donna deumanizzata, oggetto sessuale, accostata anche al mondo animale. Tutto già visto nel suo squallore, peccato che lo si veicoli tranquillamente ad un vasto pubblico, prevalentemente giovane, indotto così a cementare e stratificare ulteriormente quella subcultura che giustifica la sottomissione e l’inferiorità delle donne. Poi arriva l’ulteriore esternazione di Russo che, sempre parlando con Bettarini, fabbrica un’autentica incitazione a punire le donne con la morte, in caso di tradimento: “Io al posto tuo l’avrei lasciata lì morta”, riferendosi a Simona Ventura. Si è così assistito ad una manifestazione tipica del femminicidio come “soluzione” normale, anche se in un contesto televisivo.
Troviamo inaccettabile che vadano in onda questo tipo di messaggi e non è sufficiente cacciare il pugile dalla trasmissione, perché c’è chi ha approvato e mandato in onda la conversazione, incurante delle conseguenze, se non a polemiche scoppiate. C’è una sorta di autoassoluzione dei media quando trasmettono certi contenuti per attrarre pubblico. Non possiamo permettere un’assuefazione a questo tipo di meccanismi altamente pericolosi, con ricadute incontrollabili nella realtà e nelle vite delle persone. Per questo i responsabili di certe trasmissioni, così come per ogni tipo di media, devono assumersi le proprie responsabilità e pagare le conseguenze delle loro negligenze, scelte e superficialità. Lavorare sulla cultura alla base della violenza di genere significa partire innanzitutto da un adeguamento di tutti i media e da un lavoro sul linguaggio.
Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:
“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. Le offese più grevi prendono di mira l’identità sessuale: l’eccesso – o la mancanza – di virilità o di femminilità; la disponibilità sessuale della donna; la preferenza omosessuale dell’uomo, vista come espressione di incapacità, come pericolosa mancanza di potere. Quando si urla a una donna che è una troia, a un omosessuale che è un frocio o a una persona di colore che è uno sporco negro, non lo si fa per avere una risposta. Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”
Questo genere di insulti, nelle loro mille sfumature e varietà, non sono scomparsi, sono ancora molto diffusi e tollerati, come risulta evidente anche dalla trasmissione suindicata.
Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare. Né vale assimilare questo tipo di linguaggio ad uno scherzo, un gioco, una chiacchiera come un’altra, perché così si ingenera e fomenta ancora altra violenza. Quella che incide sul modo di relazionarsi, facendolo divenire reazionario e pericoloso perchè degrada gli individui, li disprezza, gli impedisce di sviluppare un sano rispetto tra le persone, intaccando la mentalità e pregiudicando un auspicabile cambiamento culturale. Queste trasmissioni e i loro contenuti legittimano modelli sessisti e violenti e non è più tollerabile che si soprassieda, asserendo che in fondo si è sempre fatto così, che per fare audience tutto va bene.
Se non cambia l’approccio e non si mettono al bando i comportamenti quali quelli evidenziati nella trasmissione in oggetto, non riusciremo a scalfire l’abitudine di alcuni uomini a considerare le donne esseri inferiori da rieducare, punire, sottomettere, ridurre al silenzio attraverso la violenza e la loro eliminazione fisica. Le parole ascoltate dalla viva voce di Clemente Russo e di Stefano Bettarini ci indignano, ma se a quelle offese ed a quelle minacce aggiungiamo le conseguenze della loro divulgazione mediatica il nostro sdegno è maggiore. Cosa dovrebbero intendere gli adolescenti che visionano spettacoli del genere, che la loro virilità necessariamente debba passare attraverso l’umiliazione, il controllo, il dominio, la forza delle loro simili, che non possano esistere relazioni paritarie, che l’unico modo di rapportarsi tra i generi sia quello improntato alla violenza ed alla sopraffazione?
Contro questo tipo di approccio culturale, fortemente diseducativo delle giovani generazioni, chiediamo l’intervento del “Comitato Applicazione Codice Media e Minori“, visto che nel 2004 approvava un importante testo sulla “La rappresentazione della donna in televisione“. Sono passati degli anni da allora, ma la rappresentazione della donna sui media non è molto cambiata e continua ad influire sull’equilibrato sviluppo dei minori. Eppure già in quel testo si leggeva che:
“Il pericolo di una rappresentazione schematica della femminilità secondo l’equazione donna = sesso è che l’infinita potenziale ricchezza del dialogo uomo donna si trasformi in riduttivo e mercantile “do ut des”. Migliaia di coppie, per fortuna, malgrado le mille difficoltà, costruiscono ogni giorno un vissuto in cui si tende a rispettare la reciproca pienezza espressiva dell’uomo e della donna, in uno scambio che è ricchezza, seppur faticosa, per entrambi, alla ricerca della piena realizzazione della persona umana.”
Poiché riteniamo che i media debbano riconsiderare il proprio ruolo, per poter lavorare in ottica di prevenzione e di corretta educazione delle nuove generazioni, chiediamo al Comitato di attivare le sue procedure di verifica sul caso in oggetto, soprattutto alla luce del disposto presente a pag. 6 del Codice di autoregolamentazione Tv e minori: “Le Imprese televisive si impegnano a non trasmettere quegli spettacoli che per impostazione o per modelli proposti possano nuocere allo sviluppo dei minori”. Qualora se ne ravvisino i correlati presupposti sollecitiamo il Comitato a procedere di conseguenza, trasmettendo una sua eventuale delibera all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per le opportune adempienze del caso in esame.
Prestare maggiore attenzione al linguaggio e a come le donne vengono rappresentate non è un optional, dovrebbe essere l’abc della comunicazione. Altrimenti avremo ancora un appiattimento dell’immaginario delle donne, meri oggetti sessuali, con meccanismi deumanizzanti, che ignorano la ricchezza e la complessità dell’essere donna.
Qualora le istituzioni preposte individuino i media che non vogliano far crescere e maturare i consumatori, trattandoli ancora come degli ominidi che non riescono a trattenere gli impulsi e non riescono ad articolare discorsi privi di volgarità e violenza, diventerà inevitabile comminare le probabili sanzioni.
Contro il dettato imperante dell’audience e degli incassi commerciali a tutti i costi, lo Stato deve ergersi a strenuo difensore di valori educativi nuovi, gli unici in grado di opporsi a quanto invece alimenti una cultura insana e fortemente lesiva della dignità delle donne, tanto nella televisione pubblica che in quelle private.
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Mettere fine alla cultura dello stupro e della violenza. Quali azioni?

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Le mie riflessioni per un contrasto efficace alla violenza contro le donne, che richiede un intervento a 360° e la sinergia di più parti.

Qui di seguito un estratto.

Non basta dire che non deve più succedere. Perché poi si rimuove e nulla cambia, nulla cambia nella cultura del possesso e machista patriarcale. Il dominio maschile resta indiscusso, giustificato e queste violenze alla fine sembrano sempre colpa delle donne, che incrinano gli equilibri e i ruoli precostituiti. Chi per omertà, chi per indifferenza, coprono con connivenza questi orrori.

La violenza è compiuta da uomini normali, imbevuti però di una cultura che li assolve dalla violenza, abituati a compierla per sostenere un’idea di una virilità malata e distorta.

Secoli, secoli di questa mentalità son difficili da sradicare, per questo non si può e non si deve fare affidamento sull’educazione familiare, ma su un’educazione al rispetto che sia scevra da questo bagaglio, fardello pesante di cultura della violenza e dello stupro.
In fondo, certe reazioni dei compaesani ricalcano la stessa matrice che copre le organizzazioni mafiose e criminali, la mentalità va sradicata fornendo modelli alternativi, anziché tramandare questi abomini. I modelli devono cambiare e ci devono al contempo essere gli strumenti concreti per sostenere questo cambiamento, oltre le parole.

Dobbiamo percorrere insieme una strada nuova, finalmente fuori dagli stereotipi, dalle discriminazioni, dalla violenza in ogni forma. Le istituzioni non possono permettersi di mancare in questo percorso.

A Melito come in tutta Italia, donne e uomini della società civile e istituzioni devono essere presenti, compatti, uniti e farsi sentire sui territori, stando al fianco delle vittime per assicurare loro solidarietà e aiuti concreti, giustizia celere, cultura del rispetto e della legalità per uscire dalla nebbia fitta fatta di omertà e indifferenza.

Per dare la speranza e la prospettiva di un futuro diverso. Tutto questo deve diventare una prassi consolidata e deve essere applicata in ogni caso di violenza.

Quando si spegneranno i riflettori, si dovrà essere ancora più vicini alla ragazza, perché la speranza di giustizia si trasformi in certezza, affinché non accada più una violenza simile. La parte della comunità solidale con la ragazza deve avere le stesse certezze, che ciò che è accaduto non sia accaduto invano. Perché ci vorrà tanta forza e coraggio per costruire quel futuro.

 

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#nessunalibi #nessunascusa #nessunatolleranza

“Laura Boldrini va eliminata fisicamente”. Questo è l’ultimo attacco in ordine di tempo rivolto alla presidente della Camera su Facebook da parte della capogruppo leghista in consiglio comunale a Musile di Piave (Venezia) Monica Bars. È già arrivata una interrogazione parlamentare al Ministro Alfano in merito. Ma questo tipo di comportamenti richiamano tutti e tutte noi cittadini/e sul fatto che la misura è colma. Chiedere a ciascuno di assumersi le proprie responsabilità contro la violenza trova attorno questo humus terribile. Su questo dobbiamo lavorare per invertire la rotta e non precipitare sempre più giù in termini di rispetto dei diritti umani. Ne va della nostra civiltà. Una valanga inarrestabile quella degli attacchi violenti e sessisti contro le donne. Una quotidiana guerra contro le donne tutte, nel segno dell’annientamento e della incitazione all’odio puro. Scompare il rispetto per un essere umano. La disumanizzazione è servita, immersa e avallata in una società cristallizzata, immobilizzata in un medioevo culturale che discrimina e non riesce a prendere le distanze da una sub cultura del dominio patriarcale. Un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash, tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Linguaggio e pratiche al servizio del potere maschile. Ancora attacchi di una violenza inaudita che non dovrebbero esistere in nessun contesto, invece sembra un’abitudine malsana e radicata del nostro Paese. Così si colpiscono le donne, che siano figure istituzionali o semplici cittadine. Non è un Paese per donne e la loro eliminazione fisica espressa e invocata da queste frasi ci richiama all’urgenza di un cambiamento radicale nella cultura, che sappia stigmatizzare e bandire questo linguaggio. Da chi ricopre incarichi istituzionali ci attendiamo che sappiano esprimere e praticare valori di civiltà e di rispetto, messaggi di ben altro spessore, perché siano da esempio per tutta la comunità di cittadini. Queste esternazioni sono palesemente incompatibili con il ruolo di rappresentanza che questi esponenti politici rivestono. Intanto il genocidio e la violenza contro le donne continuano, in questo clima che assolve simili comportamenti, perché considera ‘normale’ affondare coltelli reali o verbali nei corpi delle donne. La cultura che legittima la violenza è interiorizzata e agita da tutti e tutte purtroppo. Anche dalle donne come testimonia questo ultimo episodio. Le coscienze si addormentano e vengono assuefatte da questo linguaggio. Nessuno/a è immune, finché non agiremo in modo compatto per sancire che non può essere tollerato alcuno spazio a questo tipo di attacchi. Non ci stancheremo di ripetere che noi non ci stiamo a una normalizzazione di questi metodi. Non ci fermeremo finché tutto questo non sarà bandito in ogni contesto. Nessun alibi, nessuna scusa, nessuna tolleranza. 

Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”
 
La nota su Facebook:

https://m.facebook.com/notes/chi-colpisce-una-donna-colpisce-tutte-noi/nessunalibi-nessunascusa-nessunatolleranza/1659273884390482/

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Essere femministe

Giovedì scorso il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” ha inviato una richiesta di replica al Direttore dell’Unità, in riferimento agli articoli a firma di Alessandra Serra, apparsi sul quotidiano. Non abbiamo ancora ricevuto alcun cenno di riscontro. La pubblichiamo perché tutt* possano leggere questo contributo. Ci sono donne che quotidianamente danno senso e corpo al movimento delle donne, al femminismo e a queste donne dobbiamo dare voce, nessuna esclusa. Accogliere solo repliche “favorevoli” o innocue significa non dare  spazio ad argomentazioni diverse, cosa che un buon giornalismo dovrebbe invece garantire, per la costruzione di una informazione completa e corretta.

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Essere femministe 
Il femminismo non è asfittico, né tanto meno noi femministe, tutt’altro. Di certo la stanza tutta per sé, tanto cara a Virginia Woolf e menzionata da Alessandra Serra, rappresenta tuttora una importante prassi, un luogo interiore fondamentale per le donne, dove realizzare il “partire da sé” per giungere a una dimensione più ampia, collettiva e multisfaccettata. È proprio questo il punto d’inizio e d’arrivo di ogni ragionamento che si faccia sul femminismo in Italia, ossia che non esiste un’unica strada di stare tra le donne, per le donne. Esistono prassi e metodi diversi, da conoscere per evitare luoghi comuni o semplificazioni, come quelle enunciate nell’articolo a cui replichiamo.  
Da questa preliminare constatazione occorre partire, perché è fondamentale riconoscere eguale legittimazione alle varie modalità di impegno femminista finalizzato ad intervenire ogni qualvolta la dignità e i diritti di una donna vengano lesi. In forma associata o individuale tante sono le donne che si confrontano sulle situazioni che nella quotidianità affrontano, e soprattutto sui propri bisogni insoddisfatti e denegati. 

Noi del gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, dialogando da nord a sud,  lavoriamo sulla condizione delle donne italiane che riteniamo siano collocate sempre di più un gradino sotto agli uomini. 

La violenza, sia psicologica che fisica, è solo l’aspetto più eclatante e riprorevole dello stato di subordinazione a cui si è sottoposte, qualora vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita. E così succede, in una successione logica conseguenziale, che si passi da essere apostrofate come “cagne” ad essere oltraggiate ed abusate, fino a morirne. I media d’altronde non aiutano a fermare questa spirale di violenza, soprattutto quando leggiamo articoli che paiono arringhe difensive dei femminicidi ed atti di accusa alle donne uccise.
Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è invece la realtà quotidiana a essere intrisa di questo approccio. Non ci stiamo a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore, ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. 

Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza? Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un ulteriore sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 
L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”. Spostare il punto di osservazione è rischiare di rimuovere nuovamente le donne, nelle loro peculiarità e nelle loro molteplicità. Vogliamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo.
Sulla questione dei camper della Polizia di Stato, tirato in ballo nell’articolo di Alessandra Serra, ci siamo espresse in tante, unanimemente, ritenendo insufficiente l’ennesima forma di protezione paternalistica delle donne che, una volta denunciata la violenza, rimarrebbero comunque in balia del loro aguzzino. Dalle Istituzioni ci aspettiamo un approccio diverso, non certo la riduzione della violenza a un hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che non c’è bisogno di solo materiale informativo da distribuire nelle piazze dove sosterà il camper, ma di soldi da destinare ai progetti di chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. Servizio, perché i centri antiviolenza sono un presidio fondamentale per la tutela ed il recupero delle donne vittime della violenza di genere, obiettivi  che devono continuare a poter assicurare senza se e senza ma. Le difficoltà e i ritardi con cui arrivano a destinazione i fondi destinati al contrasto della violenza vanno invece nella direzione opposta.  In questo contesto ci tocca anche assistere alla distribuzione di braccialetti in tinta estiva fluo, in bella mostra accanto ai camper della polizia di Stato. Siamo addirittura giunti ai gadgets, scelta anormale quando poi si giustifica la stretta sui fondi pubblici da destinare al contrasto alla violenza sessuata con la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche. E mentre i centri antiviolenza continuano a stare in apnea, se non a chiudere, spendiamo soldi in braccialetti fluorescenti con inscritto Questo non è amore. 
Per noi di “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, essere femministe è chiedere una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti, nonché i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. Essere femministe è chiedere al Governo di interloquire con chi vive quotidianamente in situazioni critiche, e smetterla di ergersi a distributori di soluzioni che poi, numeri alla mano, non risolvono nulla. Essere femministe è richiamare i media e il giornalismo ad assumersi le proprie responsabilità in un’ottica di cambiamento culturale, che non può prescindere da un linguaggio rispettoso e da una rappresentazione delle donne priva di stereotipi sessisti e maschilisti. 
Nella prospettiva più lunga vogliamo che ci si occupi seriamente con interventi celeri ed efficaci di queste priorità:
 – La violenza machista contro le donne (tra cui la certezza del gratuito patrocinio per le vittime di violenza, una rete antiviolenza ampia che riesca a creare punti di ascolto e di prima accoglienza in collaborazione con le Asl)
– La sinergia tra tutti i componenti del sistema statale, in ottica di una politica del rispetto 
– L’arretramento in tema di diritti e di garanzie
– Il livello culturale sul rispetto di genere praticamente assente 
– Il taglio ai servizi
– La 194 schiacciata dall’obiezione
– I tagli alla Sanità
– I consultori pubblici che vanno rilanciati e sostenuti
– Le tutele per le lavoratrici che si ammalano (supporto malattie oncologiche per esempio). 
Di questo dovremmo occuparci, tutt*, nessun* esclus*, anziché continuare a dividerci e ad attaccare le femministe che la pensano così. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo hanno bloccato il raggiungimento degli obiettivi sperati. Salviamo il pluralismo e salveremo tutte le voci delle donne, proprio tutte. Anche quelle silenziose delle nuove generazioni di donne, che crescono pensando erroneamente di avere tutto ciò che serve per sentirsi libere e rispettate con una sorta di assuefazione ai miti del corpo piuttosto che a quelli della testa. Vi sembra che il femminismo sia agonizzante, poco pragmatico e chiuso in una torre d’avorio autoreferenziale e anacronistica? Ascoltateci e non incasellateci in un immaginario stereotipato che serve solo a preservare lo status quo.
Buona lotta femminista a tutt*!
Con l’occasione portiamo a conoscenza questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa: 
https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”





Riferimenti ad articoli correlati:

http://www.unita.tv/opinioni/perche-non-vogliamo-essere-piu-femministe/
http://www.cheliberta.it/2016/07/17/cara-serra-non-confondiamo-diritti-civili-e-liberta-delle-donne/#comment-1959
http://www.unita.tv/opinioni/la-battaglia-delle-donne-in-un-mondo-non-piu-binario-ma-variegato/

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La lotta non si ferma… continua!

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Maria Elena Boschi ci ha degnate di un mini post su Fb sui femminicidi, con calma, con molta calma, come se ci fossero questioni più urgenti. Null’altro, solo un messaggio impostato, dovuto dalle circostanze, con tanto di colpo al cuore.

 

Nessun accenno al fatto che la non-cultura del possesso e del controllo delle donne in una relazione produce violenza, un assoggettamento totale dell’oggetto di proprietà, la donna, che se manca diventa per alcuni uomini “giustificazione” di ogni azione. Siamo di fronte a uomini che ci considerano ancora incapaci di libere scelte e non titolari di tale diritto. C’è chi paternalisticamente dice di volerci proteggere, consigliare, indirizzare. Noi donne siamo pienamente in grado di dare una direzione alle nostre scelte e alle nostre vite. Ci siamo stancate di essere ostaggio di un machismo che ci annienta e ci minaccia se non obbediamo, se non siamo docili ancelle. Questo avviene dappertutto, in ogni ambito. Abbiamo le nostre idee e siamo capaci di ragionare liberamente, che piaccia o no.

Non esistiamo solo in funzione di un uomo e di quanto possiamo essere utili agli uomini. Non ci silenzierete perché per secoli si è fatto così. Non ci ridurrete a seguire padri o padrini. Se non si è compreso il concetto che siamo tutt* liber* e uguali, da rispettare sempre, bene questo è il punto su cui dobbiamo intervenire. Lo spettro del gender ci ha già fatto perdere troppo tempo per quegli interventi urgenti da fare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le radici vanno estirpate altrimenti alimenteranno il circolo di violenza e femminicidi.

Non è più tempo di parrocchie, non può essere un contesto idoneo, basta leggere le sacre scritture e aver frequentato un po’ gli oratori. Siamo e vogliamo essere laici. Non è più tempo di commissioni di valutazione, con chi, con che tempi, con che scopi? Stiamo perdendo tempo prezioso e in questo tempo perdiamo anche donne e in alcuni casi i loro bambini. I fondi e le azioni non arrivano e mi sembra di capire che non si ha intenzione di cambiare passo. Non si chiamano nemmeno alle loro responsabilità i ministeri dell’Istruzione, della Salute e della Giustizia. La violenza non può essere affrontata a compartimenti stagni.

Finora ci hanno trattate come dei soggetti deboli, categoria assimilata in un calderone indistinguibile, volutamente io penso. Ci rappresentate e ci trattate come se fossimo un gradino sotto, invece vogliamo essere considerate esseri umani, pienamente portatrici di diritti e di tutele, come da Costituzione.

Ricordo alla ministra Boschi che a perdere la vita non sono solo “ragazze”, ma donne di ogni età. Dobbiamo intervenire per tempo sulla violenza, perché ci sono donne che passano l’intera esistenza in queste condizioni disumane. Basta temporeggiare ed essere tiepidi.
LA LOTTA NON SI FERMA, CONTINUA!

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Occhio non vede…

miro

 

Ho come l’impressione che in questo strano Paese si preferisca non vedere, non capire, non sapere. Per non farsi troppo male oppure per non guastare il clima di sospensione e di ottimismo artefatto in cui siamo immersi. La mitologia ci piace più della realtà.

Non ci piace avere qualcuno che ci dica che le cose non vanno proprio nel verso favoleggiante che da tempo ci viene somministrato.

Me ne accorgo quando pubblico articoli come questo in cui parlo del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) a cura dell’Istat, a quanti interessa questo tipo di approfondimento? Quanti si pongono domande e desiderano capire come vanno le cose? Quanto le nostre politiche riescono ad adoperare adeguatamente le analisi che periodicamente vengono pubblicate?

La mia impressione quando parlo di adoperare un’ottica di genere nell’azione politica, di programmazione, di progettazione, di visione sul futuro, di pianificazione degli interventi locali o nazionali, è di profondo smarrimento. “Ah, ma tu sei sempre quella in trincea per i diritti delle donne, ma non puoi occuparti d’altro?”

Forse darò un dispiacere a qualcuno, ma continuerò ad occuparmene, perché penso che lavorando in questo senso ne possa beneficiare l’intero sistema socio-economico.

Diamo fastidio se ci preoccupiamo di occupazione, flessibilità, condivisione, work-life balance cercando di applicare le differenze di genere e di evidenziare le problematiche peculiari di certi temi?

Cosa c’è di normale per esempio nel fatto che nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, secondo i dati Istat, nel 2015, il tasso di occupazione è del 73,9% per le single, mentre per le donne in coppi con figli scivola al 44%, e crolla al 20,1% quando il numero dei figli è pari o superiore a tre?

Dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali di Istat, che cessa di esistere per grandi lavori di ristrutturazione dell’Istituto.

Davvero pensiamo che cancellando un dipartimento, che interrompendo il prezioso lavoro nel campo delle statistiche sociali e di genere svolto da Sabbadini, si riuscirà a silenziare le voci di coloro che quotidianamente sottolineano che questo non è ancora un Paese per donne, per lavoratrici, paritario? Le discriminazioni ci sono ancora, gli sforzi fatti sinora evidentemente non hanno risolto un granché, perché la realtà è più complessa e delicata delle rappresentazioni iconografiche da twitter. La realtà è quella che emerge dalle statistiche e dai lavori che il dipartimento di Sabbadini ha sinora elaborato. E non ci stiamo alla vulgata secondo cui le donne italiane se la passerebbero meglio rispetto al passato.

Non è evitando di leggere che le discriminazioni, i problemi del lavoro delle donne sono tuttora vivi e laceranti che potremo superarli. La fotografia periodicamente scattata dall’Istat non deve venire a mancare, le buone pratiche non devono andare perdute. Le indagini su salute, sicurezza, benessere, violenza, lavoro, abusi ambientali e povertà non devono smarrire la loro forza, la loro capacità di mettere in luce le distorsioni della realtà. C’è da lavorare per sanare la ferita dell’occupazione femminile, gravata dai compiti di cura che ancora pesano maggiormente sulle donne, dalla mancanza di sostegni reali per un benessere diffuso, a misura anche di donna. Non abbiamo bisogno di una mano di tinteggiatura rosa, ma di vedere i fenomeni delle differenze di genere, delle discriminazioni, delle spaccature della società per come sono realmente.

Non possiamo di punto in bianco arrivare a sotterrare tutto perché non ci piace ciò che si rileva. Non sbuffate ogni volta che vedete un grafico che evidenzia come per noi donne è ancora una vita tutta in salita, in trincea. Non sbuffate dicendo che ormai donne e uomini hanno gli stessi problemi in campo lavorativo. Non sbuffate e reagite quando si vuole mandare in fumo anni di ricerche e di un approccio finalmente corretto e innovativo, di genere agli studi statistici. Dobbiamo preoccuparci se qualcuno vuole sottrarci gli strumenti per capire come stanno andando veramente le cose per noi donne e per l’intera società, per quelle fasce invisibili e poco considerate della popolazione.

Abbiamo cancellato la figura della Ministra delle Pari Opportunità o di una qualche delegata, le politiche di genere sono alla mercé della buona volontà dei/delle singoli/e, si azzerano i fondi alle Consigliere di parità, i diritti delle donne sono sempre più incerti e sotto attacco, arriva la notizia della Sabbadini, mi sembra un quadro tutt’altro che rassicurante. Ci vogliono cancellare? Vogliono passare la gommapane sulle voci delle donne? Lasceremo che questo accada? Mi auguro proprio di no, e auspico che ci sia un moto di azione collettivo, siamo stanche di aspettare e di vederci messe nell’angolo, all’ultima pagina dell’agenda politica. In un Paese civile e che vuole progredire non si sottrae informazione indipendente e critica, ma la si incrementa.

Quanto la situazione deve ancora peggiorare per mobilitarci seriamente tutte insieme?

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Manifestarsi

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Leggo da più parti che si sta parlando di manifestare contro la violenza di genere. Cosa è cambiato in questi ultimi mesi, da quando a settembre scrivevo questo post (seguito da altri qui e qui, qui e qui e qui) e iniziava un tentativo di organizzare un percorso unitario per giungere a una manifestazione nazionale o multicittà, sulla scia di quella di Madrid, in un contesto di certo più neutrale e meno strumentalizzabile di quello odierno?

Quando parlavo di tornare per le strade, nelle piazze, tra e con le donne mi son giunti commenti di ogni genere. Tra mancate comprensioni del contenuto dell’appello “Care compagne”, letture sbagliate, “niet” a priori, “non si può fare”, “state strumentalizzando la violenza”, “perché guardare all’estero?”, “chi si credono di essere”, “non va bene la piazza”, “manifestare è maschile, non si addice alle donne”, “ci vuole ben altro”, “manifestare non è la strada giusta per la lotta”, “non serve a niente”, silenzi e chiacchiericci, accuse di voler cancellare la storia e i movimenti associativi femminili e femministi con un colpo di stato dittatoriale unificatore, accuse di ignorare la Storia delle donne italiane ed altre amenità, è andata in scena la magnificenza della difesa dei mille orticelli personali.

L’appello, poi sfociato nella pagina collettiva Noi non ci stiamo, era una proposta, che speravamo si espandesse e trovasse sostegni trasversali, non volevamo egemonizzare un bel niente, come qualcuno ha obiettato, volevamo che ciascuna desse il proprio contributo per realizzare, con i tempi necessari, quanto accaduto in Spagna il 7 novembre scorso. E se leggete bene, non avevo scritto alcun manifesto, come qualcuna ha ingiustamente suggerito, ma chiedevo che ci lavorassimo a più mani. Quel primo appello era un sassolino lanciato in un piccolo stagno, che aveva prodotto un piccolo cerchio di adesioni, anche molto entusiaste. La costellazione femminile e femminista italiana avrebbe dovuto poi creare i cerchi successivi. Se il tessuto fosse stato più vitale e non in sofferenza, avrebbe dovuto rispondere con entusiasmo o quanto meno pensarci almeno un po’, senza scartare velocemente questa ipotesi di azione. Sarebbe potuto partire un lavoro collettivo, da elaborare e costruire nel tempo, potevamo prenderci anche un anno. Non è avvenuto per vari motivi, ma ritengo che forse da qualche parte si sia pensato che fosse meglio perseguire un obiettivo non pubblico, ma “riservato”. Riservato in senso “non diffuso” e allargato. anche ad ambiti, modalità e forze inconsuete per una parte del panorama femminista nostrano. Legittimo pensarlo, ma necessitante comunque del confronto con il dato obiettivo di un Paese ove la violenza è “diffusa”. Penso che questa dimensione di protesta pubblica, “aperta”, imprevedibile e poco gestibile, “senza rete” a molte non piaccia.
Aderire alla manifestazione spagnola, portando in risalto anche in Italia le tante sfaccettature della violenza maschile e patriarcale, sarebbe stato un segnale di vita, di lotta sana, libera da input e da altre strumentalizzazioni. Questo è fondamentale, evitare di essere strumento, ancora una volta “arieti”, se davvero vogliamo che al centro ci sia l’attenzione sulla violenza agita dagli uomini sulle donne. Mobilitarsi attraverso un moto spontaneo e libero per rivendicare i nostri diritti. Sarebbe stato lontano da schemi e calcoli di ogni sorta. Non lo si è capito per vari motivi. Al presidio di solidarietà a Milano il 7 novembre eravamo un manipolo di donne. Un segnale di come se non si accendono i riflettori per altro, le questioni delle donne non interessano a nessuno. A quanto pare in Spagna si inizia a intravedere qualche segnale interessante QUI.
Le Sisters Uncut nel Regno Unito fanno continuamente flash mob e ci dimostrano che di motivi per fare attivismo in luoghi pubblici, per le strade ce ne sono tanti e che lottare è un esercizio quotidiano, senza bisogno di autorizzazioni, investiture, eventi, input politici o altro. Si manifesta perché c’è una caterva di motivi per cui noi donne non ci stiamo e non accettiamo più questa società e questo sistema che ci ignora e ci manipola a seconda delle esigenze. Si deve rompere il silenzio che avvolge le donne e tutte le violenze di vario tipo che devono attraversare nel corso delle loro vite. Si deve rompere il silenzio.

Manifestare oggi, nel contesto contingente, è possibile unicamente condividendo la prospettiva delle donne di Colonia: #NoRazzismo e #NoSessismo. Unendoci trasversalmente, così come trasversale è la violenza agita nei nostri confronti. Non devono però affiancarsi seguaci di Salvini, della Meloni, di Casa Pound o di Forza Nuova e similari. La domanda centrale è: come fare? Come riaffermare la nostra libertà di azione e di rivendicazione dopo tanto silenzio e tanto torpore nelle piazze? Con tutto il carico di problematiche che avevamo incontrato già a settembre. Dobbiamo avere la forza di ribadire che la violenza contro noi donne è violenza, è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Nessuna “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene suggerito da altri? Come avevo detto a settembre, se si aspetta la congiuntura astrale perfetta non si scende mai in piazza, bisogna praticare ed esercitare l’abitudine a manifestare pubblicamente, ripetutamente insieme.. Questione di allenamento e di volontà di non restare in silenzio.

Un’ultima domanda, a proposito della (non)cultura dello stupro. Secondo voi, uno che cerca sul motore di ricerca la seguente stringa: “donne stuprate in guerra e metropolitana film porno gratis”, fa parte della più volte citata cultura occidentale laica, civile e progredita? Vi pare in linea con una sana prospettiva/cultura che rispetta le donne? Dobbiamo lavorare proprio su questa assenza di rispetto diffusa, diffusissima, onnipresente. Questi sono soggetti che si nutrono di violenza e poi un bel giorno si svegliano e decidono di praticarla nella realtà, perché il film porno non gli basta più. Questo è solo uno degli esempi di frasi ricercate sul web che portano al mio blog e che vengono registrate da wordpress e che vedo nel mio menù di amministratrice di questo sito. Potrei segnalarne altre dello stesso tenore, ma ve le risparmio.

Segnalo questa interessante intervista alla scrittrice Nina George su La Repubblica del 10 gennaio 2016 (FONTE QUI).

“FATTI GRAVI E CRIMINALI, MA LA GERMANIA È UN PAESE SESSISTA”

«Quello che è successo a Colonia la notte di San Silvestro è una vergogna. Ma sono comportamenti frequenti in Germania. I tedeschi, che oggi si scandalizzano per gli atroci fatti di Capodanno, fanno finta di non vedere. Nel mio Paese le donne sono sempre state discriminate. E lo sono ancora. È arrivato il momento di dirlo». È glaciale il j’accuse di Nina George, 42enne scrittrice tedesca, pluripremiata autrice del bestseller mondiale Una piccola libreria a Parigi (Sperling & Kupfer). Lei si dice « ancora scossa dopo Colonia». Ma «non ha paura».

Perché ce l’ha così con il suo Paese?
«Perché ora questa vicenda viene strumentalizzata dai razzisti, come abbiamo visto ieri con la manifestazione di Pegida. Ma sono cose che sono sempre successe. È sconvolgente l’omertà dei tedeschi. Perché le nostre donne non dicono niente quando sono i connazionali ubriachi a molestarle durante l’Oktoberfest (la celebre sagra della birra a Monaco, ndr) o lo stesso Carnevale a Colonia? Che vergogna».

Però una violenza collettiva del genere, forse coordinata, non si era mai vista.
«Sono criminali che non hanno niente a che fare con l’-Islam e che vanno puniti con estrema severità, non c’è dubbio. Ma sono cose che, in silenzio, sono sempre successe in Germania. Perché, nonostante i bei proclami, qui le donne non vengono mai difese. Abbiamo visto come le loro denunce agli agenti siano rimaste inascoltate quella notte a Colonia. Oppure come gli uomini presenti non le abbiano difese. In Germania manca il coraggio. E le donne raramente denunciano le violenze, perché sanno che non vengono ascoltate. Questo è un Paese che discrimina le donne».

Come fa a dirlo, scusi? Perfino il cancelliere è una donna.
«Ma la concezione della donna in Germania è molto particolare. Fa male dirlo, ma è così. La donna da noi viene vista principalmente come una potenziale mutti, una “mamma”, e questo influisce molto sulla vita quotidiana, sui salari, sul rispetto. Basta vedere la percentuale di artiste o scrittrici famose. Sono pochissime. Due anni fa c’è stata una clamorosa protesta delle donne, la Aufschrei (una sorta di “grido scandalizzato”, ndr) che denunciò pubblicamente il clamoroso sessismo nel nostro Paese. Ma tutti l’hanno già rimossa. E nulla è cambiato».

Niente? Nemmeno dopo il decennio di Angela Merkel?
«Anche se oggi mi ha un po’ deluso associando spudoratamente i fatti di Colonia all’immigrazione, lei è un vero esempio di donna, lontano da ogni stereotipo di “ragazza copertina”. Certo, oggi i tempi sono migliori rispetto a quando c’erano Kohl o Schröder. Ma il problema rimane. Del resto, la Germania non ha mai avuto un vero femminismo. È ora di plasmarne uno per il XXI secolo. Non sarà facile. Ma ora il problema vero è un altro».

Quale?
«Il razzismo che pervade sempre di più la nostra società. Si faccia un giro sui social network in Germania: è inquietante la valanga di bufale xenofobe che ogni giorno circuiscono sempre più persone. Online c’è una propaganda invisibile che sta inquinando le radici dello Stato democratico tedesco. Una mia amica era alla stazione di Colonia la sera di San Silvestro e poco dopo su Facebook ha scritto un post in difesa dei migranti. Ha ricevuto minacce di morte. E qualcuno le ha detto: “Meritavi di essere stuprata”».

 

Altro articolo interessante, Signorelli: a Colonia una guerra tra maschilisti, in cui viene intervistata l’antropologa Amalia Signorelli QUI.

 

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Secondo passo

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Bando alle ciance, procediamo.

Molte donne hanno risposto con un “io ci sto” a questo appello, per dire basta, per dire che è giunto il momento di raccontare i nostri “io non ci sto” a un Paese che ha mille cose che non vanno per le donne, mille aspetti in cui si esplica la violenza nei loro confronti. E allora urliamo gli “io non ci sto” in un corale racconto del nostro presente e i nostri “io ci sto” per suggerire ipotesi di cambiamento per il futuro di tutte. Per le donne che vogliono lavorare ad un nuovo spazio, per coloro che con entusiasmo hanno accolto il mio sassolino nello stagno, con loro e per loro vado avanti.

Così iniziava il Manifesto di Rivolta Femminile:

“Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?”

(Olympe de Gouges, 1791).

Sono trascorsi oltre due secoli, eppure sembra che ad oggi la risposta a quella domanda sia ancora no. Anzi dopo un tentativo e un’ illusione di aver smontato questa abitudine alla divisione, ci siamo ricascate alla grande con l’ulteriore rischio di perdere importanti pezzi di pensiero e di riflessioni femministe. Spesso ci perdiamo nei meandri di personalismi e di una infinità di micro-conflitti al nostro interno, con la conseguente incapacità di lavorare in modo unitario o quanto meno solidale. Altre volte ci si ritrova di fronte ad un femminile, che per il potere ha scelto di mimare il maschile e di ripeterne valori, linguaggio, modi e relazioni, condannando al silenzio le voci dissonanti.

Allora per fare da cassa di risonanza a chi voglia dire la propria opinione su come vive la sua condizione femminile in un Paese certamente non all’altezza di corrispondere ai bisogni delle donne, lancio qui un tentativo di presa di parola collettiva:

Io non ci sto a una donna definita in rapporto all’uomo, che non può costituire il modello di lettura di noi stesse e del mondo;

Io non ci sto al perpetuo monologo patriarcale;

Io non ci sto a una suddivisione tra donne vincenti e perdenti;

Io non ci sto alle discriminazioni sul posto di lavoro;

Io non ci sto alle differenze salariali uomo-donna;

Io non ci sto al mobbing;

Io non ci sto alle molestie sul lavoro;

Io non ci sto alla precarietà lavorativa, con le sue ricadute sulle nostre esistenze;

Io non ci sto all’esclusione lavorativa e sociale per chi sceglie di diventare madre;

Io non ci sto a un welfare che poggia quasi esclusivamente sulle donne e sul loro contributo gratuito;

Io non ci sto agli stereotipi;

Io non ci sto all’equazione donna-madre;

Io non ci sto all’imposizione dei ruoli di genere sin dalla prima infanzia;

Io non ci sto ai ruoli sociali imposti e attesi;

Io non ci sto ai servizi per le donne, come i consultori che vengono sempre più ridotti e trasformati ;

Io non ci sto all’obiezione di coscienza che mi impedisce di esercitare il mio diritto ad una maternità libera e consapevole;

Io non ci sto all’abuso e oggettificazione del corpo delle donne;

Io non ci sto alla stigmatizzazione delle donne per la loro condotta sessuale;

Io non ci sto alla mercificazione delle donne;

Io non ci sto alla sopraffazione ed alla discriminazione;

Io non ci sto alla violenza sulle vittime di tratta;

Io non ci sto alla normalizzazione della violenza in ogni sua forma;

Io non ci sto alla violenza psico-fisica, che ci annienta e per alcune comporta la perdita della vita.

Non basta più solo parlarne tra di noi, ora penso sia giunto il momento di dare corpo e voce unitarie e fare rete, gruppo, come le sorelle spagnole, dando vita a qualcosa di concreto. Non lasciamo cadere nel vuoto questa voglia di cambiamento che è dentro di noi, facciamola uscire! Coraggio, raccontiamo i nostri “io non ci sto” e come potremmo dire “io ci sto a un Paese che…”, “io ci sto a lottare per chiedere/pretendere/costruire…”. Potrebbe essere questa la formula del nostro manifestare il 7 novembre, in concomitanza con la manifestazione delle nostre sorelle spagnole, in varie città, paesi, borghi, unite insieme da un filo che ci porta a non poter più stare zitte. Perché cambiare è possibile se lo vogliamo.. partendo dal basso, da un movimento spontaneo. Quanto meno proviamoci! A breve ci sarà un terzo passo di questo cammino che abbiamo intrapreso insieme e ci aspettiamo i vostri racconti, la vostra partecipazione per comporre questo mosaico collettivo.

 

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Chi è responsabile delle violenza contro le donne migranti?

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

 

Come le disuguaglianze di genere e i rapporti di potere tra uomini e donne si aggravano nel corso delle migrazioni. Jane Freedman* traccia una analisi lucida che ci aiuta a comprendere i fattori che peggiorano le condizioni di queste donne e di quanto sia pericolosa la normalizzazione della violenza a cui sono sottoposte.

 

 

I leader dell’UE si sono affrettati a dare la colpa dell’attuale crisi migratoria ai contrabbandieri/trafficanti, e sono stati messi in atto piani per cercare di rompere le reti di contrabbando/traffico che presumibilmente minacciano la sicurezza dei migranti. Tuttavia, esaminando da vicino l’esperienza dei migranti risulta evidente che le politiche sempre più restrittive dell’UE di controllo delle migrazioni costituiscono una delle principali fonti di insicurezza. L’eliminazione di vie legali per emigrare, costringono i migranti ad affidarsi a contrabbandieri e a tentare sempre più spesso percorsi tortuosi per raggiungere l’Europa. Queste incertezze possono essere particolarmente gravi per le donne migranti, in quanto i rapporti di potere in base al genere creano differenti forme di violenza e di vulnerabilità per le donne.
Questi rapporti di potere spesso sfociano in varie forme di violenza, i cui responsabili includono i compagni dei migranti (in alcuni casi membri della famiglia della donna o compagni di viaggio), trafficanti/contrabbandieri, la polizia e gli agenti statali. Queste molteplici forme di violenza sono il risultato delle disuguaglianze di genere che possono già preesistere, ma che sono ingrandite e rafforzate durante la migrazione. Le politiche che tentano di limitare la migrazione fanno poco o nulla per controllare questa violenza e in molti casi vi contribuiscono direttamente o la intensificano.
Ricerche in varie zone del mondo hanno evidenziato l’interconnessione tra genere, migrazione, violenza e insicurezza. I diversi pull e push factors, le prassi di controllo delle migrazioni, così come le condizioni economico-sociali presenti nei Paesi d’origine, di transito e di destinazione crea vari tipi di insicurezza e violenza per uomini e donne. Questa variante dipende in gran parte dalle posizioni sociali ed economiche dei diversi attori e dalle relazioni di potere che esistono tra di loro. La divisione sessuale del lavoro sia nei Paesi di origine che di destinazione, la presenza o l’assenza di restrizioni spaziali dello spazio pubblico e della mobilità per le donne, e gli effetti di una economia capitalista riorganizzata e globalizzata sono tutti fattori che contribuiscono a spiegare le variabili di genere nella migrazione. In cima a questi problemi specifici della posizione, le disuguaglianze di genere nella distribuzione della ricchezza tra i sessi sono un fattore globale che spinge molte donne a migrare al fine di garantire la sopravvivenza per sé e per le loro famiglie.
L’insicurezza economica è spesso associata ad altre forme di insicurezza, comprese le forme di violenza di genere. Alcune donne emigrano per sfuggire alla minaccia di un matrimonio forzato o alle mutilazioni genitali femminili, mentre altri sono vittime di violenza domestica, violenza sessuale o stupro, o della persecuzione a causa della loro orientamento sessuale. La prevalenza della violenza sessuale contro le donne è fin troppo evidente nei vari conflitti in atto in tutto il mondo di oggi, che danno alle donne un motivo in più per cercare di lasciare i loro paesi d’origine. Tutti questi fattori, così come molti altri, influenzano la decisione di una donna quando contempla o meno l’idea di lasciare il suo paese e per la relativa sicurezza rappresentata dall’Europa.

Le forme di persecuzione di genere, come ad esempio la minaccia di matrimonio forzato o le mutilazioni genitali femminili, o la violenza sessuale durante la guerra, sono state riconosciute dalla agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e rientrano nel campo di applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951. Le donne in fuga da tali forme di persecuzione dovrebbero quindi poter beneficiare della protezione dei rifugiati, ma nonostante i membri dell’UE abbiano visto un aumento di richiedenti asilo sulla base di persecuzione legate al genere, molti migranti donne quando arrivano sono ancora all’oscuro della possibilità di una richiesta di asilo. Questo può essere attribuito ad un non riconoscimento più generale della violenza di genere, che è spesso normalizzato come parte di un regime patriarcale e interiorizzato dalle sue vittime. Le autorità politiche e le organizzazioni internazionali presenti nei Paesi di transito e di destinazione non riescono neanche a fornire informazioni adeguate a queste donne sui loro diritti a chiedere asilo. Inoltre, anche quelle donne che riescono a presentare domanda di asilo sulla base di persecuzioni legate al genere devono affrontare grandi ostacoli quando devono dimostrare la credibilità della loro domanda.
La violenza è una caratteristica dei viaggi delle donne tanto quanto lo è in qualità di causa delle migrazioni, come la decisione di una donna di affrontare uno spazio pubblico per poter migrare è spesso letta da altri come un ‘invito’ ad avere rapporti sessuali. La frequenza con cui si verificano tali (in)comprensioni ha, per molti versi, “normalizzato la violenza sessuale che si verifica nei confronti di migranti donne – per molti è diventato solo una “parte del viaggio”. Il tentativo di difendersi da questo, viaggiando con un partner di sesso maschile, non significa necessariamente garantirsi una sicurezza perché egli stesso si potrebbe rivelare una fonte di violenza o sfruttamento. Nei casi in cui ciò si verifica, molte donne si sentono in dovere di stare con i loro aguzzini per paura di subire qualcosa di peggiore, viaggiando da sole.
Anche i contrabbandieri che acquistano sesso sono diventati la norma. A volte questo è consensuale, quando le donne che non hanno soldi a sufficienza, decidono di scambiare rapporti sessuali per poter raggiungere l’Europa, ma spesso sono costrette. Molte donne sembrano accettare la possibilità di essere costrette a subire rapporti con contrabbandieri, compagni o guardie di frontiera, al fine di sopravvivere e di raggiungerela loro destinazione, come se fosse una parte inevitabile dei loro viaggi. La violenza della polizia contro le donne migranti è stata documentata in Marocco, Libia, così come in centri di detenzione negli stati dell’UE. La criminalizzazione dei migranti e l’attuale intensità con cui l’UE cerca di ostacolare la migrazione verso l’Europa hanno legittimato tale violenza sia nei Paesi di transito che in Europa.
Le cause delle migrazioni delle donne sono complesse e coinvolgono fattori relativi alle insicurezze economiche, fisiche e sociali. Queste cause di migrazione è improbabile che scompaiano nel prossimo futuro. Parlare di queste insicurezze di genere in tema di migrazione non implica in alcun modo che le donne coinvolte siano semplici “vittime”, dal momento che hanno chiaramente sviluppato molte strategie per affrontare le insicurezze che si trovano a sperimentare. Tuttavia, queste strategie di sopravvivenza non devono essere viste come alternative alle azioni messe in campo dagli stati e dalle organizzazioni internazionali per difendere i diritti di queste donne. Nel lungo periodo, l’unico modo per migliorare la sicurezza di queste donne è di mettere in atto un vero e proprio impegno per fornire percorsi sicuri e legali per la migrazione e / o per ricorrere alla richiesta di asilo.

 

*Jane Freedman is a Professor at the Université Paris 8, and member of the Centre de recherches sociologiques et politiques de Paris (CRESPPA). She has researched and published widely on gender and migration.

Articolo originale: https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/jane-freedman/who%E2%80%99s-responsible-for-violence-against-migrant-women

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Il traffico di minori dalla Nigeria

In uno slum di Lagos, in Nigeria - Ton Koene, Hollandse Hoogte - Contrasto

In uno slum di Lagos, in Nigeria – Ton Koene, Hollandse Hoogte – Contrasto

 

Come preannunciato nel mio post di ieri, pubblico la parte del dossier di Save the Children Italia Onlus che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Il numero di coloro che arrivano da soli è in crescita. Solitamente ci si ferma a leggere i comunicati stampa o dei brevi articoli. Il rischio è che questa ricostruzione preziosa fatta da Save the Children si perda e che nessuno la legga. Vi chiedo di compiere un piccolo sforzo e di leggere tutto, è l’unico modo per smettere di fare discorsi superficiali. Dobbiamo sapere quello che accade e il mostruoso traffico a cui sono sottoposti questi minori, poco più che bambini. Non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo agire, chiedendo che il nostro Paese vari al più presto una strategia anti-tratta efficace, che si impegni seriamente a combattere questo business criminale. Inoltre, penso che sia opportuno tornare a ragionare di migrazioni, rendendole più sicure, politiche restrittive non fanno altro che incrementare il business dei trafficanti di esseri umani, la via illegale resta l’unica possibilità. Tenere le frontiere serrate non ci permetterà di incrinare la tratta, renderà solo più pericoloso il viaggio dei migranti.

 

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Nel primo semestre del 2015 sono 300 i minori nigeriani arrivati da soli via mare, mentre erano 196 nello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre sono 357 i minori non accompagnati nigeriani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presenti in comunità per minori.
Nonostante i dati ufficiali non indichino la percentuale di minori femmine presenti, secondo Save the Children tale presenza è decisamente rilevante e si presume vi sia un numero elevato di vittime di tratta all’interno di questo gruppo.
Secondo organizzazioni e istituzioni impegnate nel settore, l’attraversamento del Mar Mediterraneo e l’Italia costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire le minori
nigeriane in Europa. Un fenomeno simile si era registrato nel 2011, durante la crisi libica, quando, tra aprile ed agosto, erano arrivati 4.935 migranti nigeriani, di cui 194 minori non accompagnati con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui erano arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine).
Oggi questo trend trova riscontro anche nell’aumento di presenze di minori nigeriane presenti su strada in Italia, rilevato dagli operatori sociali attraverso le unità di strada che si occupano delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
Molto limitati, rispetto allo scorso anno, i casi di minori che arrivano in aereo, con voli spesso diretti in diversi aeroporti europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Russia e Grecia). In questi casi, è tuttavia confermata la rotta già rilevata: le ragazze partono prevalentemente da Benin City, si muovono con voli aerei per raggiungere Lagos o Abidjan in Costa d’Avorio, dove si imbarcano su altri aerei diretti verso i paesi europei dai quali raggiungono l’Italia in autobus, macchina o treno.
Le ragazze partono prevalentemente da Benin City, Edo State, Delta State e Yoruba State, aree rurali della Nigeria.
L’incubo dello sfruttamento sessuale comincia nel loro paese di origine in cui le minori vengono adescate con la promessa di un futuro migliore in Europa. Vengono irretite talvolta da un uomo o una donna che loro chiamano “sponsor” o “trolley” che talvolta le accompagnano personalmente fino al paese di destinazione oppure ne organizzano i passaggi di paese in paese (da sfruttatore a sfruttatore).
Sono in prevalenza analfabete e sognano di diventare parrucchiere, modelle o lavorare come babysitter o commesse. Vengono dunque spinte a lasciare la Nigeria e le condizioni di povertà in cui vivono per poi essere intrappolate nel circuito dello sfruttamento e della prostituzione forzata, anche se purtroppo ci sono tra loro ragazze che sono consapevoli che lavoreranno con il proprio corpo. Ad alcune viene infatti anticipato già prima della partenza che l’attività che svolgeranno in Italia sarà la prostituzione, ma può succedere che le ragazze non riescano a comprendere cosa significhi veramente e quali siano le reali condizioni di sfruttamento e controllo alle quali verranno sottoposte. Ci sono casi di ragazze che hanno riferito di aver capito il significato della parola prostituzione solo dopo aver lasciato il proprio paese o addirittura quando sono state portate per la prima volta in strada a prostituirsi nel paese di destinazione.

L’adescamento iniziale presenta in genere una modalità molto soft di convincimento e persuasione.
Questo primo contatto viene gestito da una donna che prospetta alle minori e alle loro famiglie enormi opportunità di guadagno. Di fronte a tali proposte le famiglie tendono ad ignorare il futuro delle proprie figlie e i rischi annessi, talvolta invece sono consapevoli dei rischi di sfruttamento delle proprie figlie, in alcuni casi alcuni familiari sembrano essere persino coinvolti direttamente nella tratta delle stesse minori.
Secondo le testimonianze raccolte, ci sono casi in cui ex compagne di scuola o le stesse sorelle maggiori (magari figlie di altra madre e/o padre) già partite per l’Europa, invitano le ragazze a raggiungerle, prospettando una vacanza in Europa per qualche settimana o un soggiorno di studio.
Accade anche che le ragazze vengano cedute dalle proprie famiglie a Pastori del villaggio o della comunità, dai quali spesso fuggono a seguito delle violenze sessuali subite da parte degli stessi e in questi casi diventano minori di strada, vulnerabili e facile preda di adescatori.
Dalla Nigeria le minori possono essere trasferite in Europa da un’unica organizzazione criminale che organizza l’intero viaggio. Oppure il tragitto avviene sotto il controllo di diversi trafficanti, e le ragazze vengono dunque vendute e comprate più volte da varie organizzazioni criminali.
Nel caso di un’unica organizzazione, le ragazze vengono affidate in Nigeria ad un loro connazionale, che è la figura chiave almeno fino all’arrivo in Libia, dove sono spesso gli uomini libici che se ne occupano. A volte è coinvolta anche un’altra persona, spesso una donna di fiducia più grande di età che fa parte del gruppo e funge da aggancio con la rete degli sfruttatori in Italia.
Le minori partono dalla Nigeria in direzione Niger, e gli stupri iniziano spesso nel deserto e nella primissima parte del viaggio. Testimonianze raccolte rivelano che in Niger avviene l’induzione forzata alla prostituzione indoor, ossia presso case chiuse. In questo caso, lo sfruttamento sessuale forzato viene imposto alle vittime al fine di iniziare a ripagare i trafficanti del debito contratto per il viaggio. Dal Niger il viaggio delle minori prosegue verso la Libia. Qui, spesso vengono chiuse in guest house dalle quali non possono uscire e dove si recano gli uomini per obbligarle ad avere rapporti sessuali o a prostituirsi. In Libia il soggiorno e lo sfruttamento prosegue per mesi, prima della partenza per l’Italia: sono forzate alla prostituzione indoor senza protezioni di alcun tipo o subiscono stupri e alcune di loro rimangono incinte.

Le minori che arrivano in Italia sono prevalentemente adolescenti di 15-17 anni; ci sono poi ragazze che si dichiarano maggiorenni e che hanno anche documenti di dubbia veridicità che confermano la maggiore età. Durante il viaggio le ragazze vengono “indottrinate” sulla storia da raccontare alle forze dell’ordine e agli operatori che le contatteranno in Italia al momento dell’arrivo. Secondo le informazioni raccolte, all’arrivo in Italia, le ragazze, se pur minorenni, si dichiarano maggiorenni, come disposto dai propri trafficanti al fine di evitare di rientrare in un programma di protezione per minori che renderebbe più complesso il riaggancio delle minori da parte dei trafficanti stessi. Inoltre, secondo gli accordi presi con chi le sfrutta, le ragazze sanno che dopo lo sbarco devono chiamare un numero di telefono di riferimento in Italia. Molto spesso, vengono costrette a prostituirsi già dopo il primo collocamento nelle strutture di accoglienza per adulti..
Il “turnover” sul territorio nazionale è molto frequente e legato principalmente alle più giovani. Le ragazze vengono spostate dai loro sfruttatori in diversi luoghi, per evitare il controllo della polizia e legami con i clienti o con altre persone nella zona. Le ragazze dispongono di un telefono cellulare per avvertire i propri clienti sugli spostamenti di zona. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo. Lo sfruttamento può avvenire su strada, ma anche in luoghi chiusi, come appartamenti o hotel, una volta che, su strada, le minori hanno stabilito un contatto con i loro “clienti”.
Le ragazze che arrivano alla frontiera sud, tendono a restare nelle strutture in cui vengono trasferite per un paio di mesi, trascorsi i quali si allontanano. Sulla base delle informazioni acquisite da operatori del settore, le minori vengono trasferite a Napoli, che sembra essere il centro di smistamento delle ragazze, principale centro di passaggio, dove avviene anche la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata.
Prima della partenza viene effettuato un rituale voodoo che ha una valenza simbolica molto forte, può essere utilizzato in diverse circostanze e avere diverse funzioni. Vengono utilizzati rituali molto potenti strumento di controllo e di consolidamento della relazione di sottomissione da parte degli sfruttatori, oltre che per sigillare l’accordo sul pagamento del debito contratto dalle ragazze per raggiungere l’Europa. Il rituale vodoo sancisce l’accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio e soprattutto per sancire l’accordo indissolubile di segreto e fedeltà verso l’organizzazione che si fa garante del viaggio e permanenza in Italia. Una volta in Italia, il voodoo è utilizzato strategicamente in una nuova valenza simbolica: diviene uno strumento di controllo e di ricatto a cui ricorrere anche in aspetti della vita quotidiana. I soldi che guadagnano le minori devono essere restituiti alla maman per ripagare il debito e ogni sospetta rottura di questo patto va compensata/controbilanciata da un nuovo giuramento. Nel rituale vodoo vengono utilizzati indumenti delle minori, spesso capelli ed unghie e questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha una valenza psicologica devastante sulle minori perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono.
La Mamam è una donna che esercita ruoli chiave in tutte le fasi del ciclo di sfruttamento. In particolare, essa regola ogni aspetto della quotidianità delle ragazze, ossia ha il controllo assoluto del loro debito e della loro vita. Infatti, decide la destinazione finale in Italia e gli eventuali successivi trasferimenti. Decide inoltre i luoghi, i tempi e modi delle attività di prostituzione delle minori, per esempio se devono fare il doppio turno, o se lavorano solo di giorno o solo di notte.
Una volta che entrano in contatto con la sfruttatrice nigeriana che è in Italia, possono essere rinchiuse in un appartamento per alcuni giorni prima di iniziare a lavorare, ma in tanti casi “finiscono” in strada la sera stessa. Generalmente si ripete il rituale voodoo all’arrivo delle ragazze in Italia, per rafforzare l’accordo sul pagamento del debito con la promessa di non rivelare a nessuno tale situazione, soprattutto alla polizia. Può essere usata violenza dalla sfruttatrice ma è molto frequente che sia il suo compagno, o un altro uomo complice, a punire o sottomettere la vittima se cerca di ribellarsi. Infatti, le ragazze possono essere vittime di violenza da parte di figure maschili legate alle maman, che le puniscono o sottomettono,soprattutto in caso di ribellione.
Inizialmente le ragazze sono controllate a vista durante il lavoro in strada e questo avviene in diversi modi: presenza della mamam direttamente in strada, affiancamento di una ragazza più grande (minimamam) o semplicemente di chi svolge per conto della sfruttatrice il controllo e a sua volta si prostituisce insieme alle ragazze, o in alcuni casi, tramite frequenti passaggi di auto con uomini nigeriani a bordo che operano il controllo della situazione.
Le ragazze non vengono sempre controllate direttamente dalle mamam, spesso il controllo avviene attraverso altre minori, usando anche il cellulare o contattandole su facebook o per mezzo di altri social network.
Il debito iniziale da ripagare varia dai 30.000 ai 60.000 euro. Una cifra molto alta per le minori e che deve essere ripagata nel più breve tempo possibile (di solito dai 3 ai 7 anni). Per questo motivo le ragazze si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute particolarmente gravi. Il gruppo di minori contattate nell’ultimo trimestre da operatori, ha riferito di dover pagare 20 euro a testa al giorno per l’affitto di un appartamento condiviso da 6-8 ragazze. A tutto ciò si aggiunge una ulteriore speculazione da parte della maman che gestisce l’economia domestica (bollette, spesa, vestiario, spese sanitarie) dell’intero di gruppo-appartamento. In genere i costi di utenze non viene diviso tra le coinquiline, ma viene chiesto a ciascuna inquilina di coprire l’intero costo. Le ragazze devono inoltre pagare un affitto periodico per lo spazio sul marciapiede dove si prostituiscono, che può variare da 100 a 250 euro.
Fino all’estinzione del debito, la maman ha il pieno controllo materiale e psicologico di ciascuna ragazza. In caso di controlli in strada da parte della Polizia le ragazze sono costrette a dichiarare sempre la maggiore età per evitare la collocazione forzata in comunità per minori. Per questa ragione sono molto spaventate dalle forze dell’ordine, non meno che dei rituali voodoo e delle minacce della sfruttatrice. Sempre più spesso le ragazze diventano vittime anche delle “Mini-Maman”, cioè minori vittime che reclutano a loro volta proprie pari in Nigeria, perché sfruttando un’altra ragazza possono finire di saldare il proprio debito più velocemente.
Oppure, è stato rilevato anche lo sfruttamento perpetrato da giovani donne, che dopo essere state a loro volta vittime, avendo dopo l’estinzione del debito, hanno avviato un loro “business” di compravendita di minori.
Frequentemente, le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla mamam o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali. Si tratta di farmaci a base di misoprostolo, che possono essere comprati in farmacia o attraverso il commercio illegale, nati per curare l’ulcera, ma, in sovradosaggio, possono provocare delle fortissime contrazioni fino a procurare un aborto.. Tra gli effetti collaterali si possono annoverare emorragie potenzialmente letali per le minori, oltre a convulsioni, dolori addominali, palpitazioni, vertigini e cefalee. Spesso riportano segni di violenze fisiche irreversibili subite durante il viaggio o nei tentativi di svincolarsi dallo sfruttamento, o in aggressioni subite sulla strada da clienti o da altre ragazze.
Inoltre, frequentemente, i clienti chiedono rapporti non protetti che espongono le minori a seri rischi di salute a causa dell’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili.

 

La storia di Glory, 16 anni, nigeriana
Glory ha 16 anni, è nigeriana, dello stato di Yarouba, racconta di aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale nel suo paese e di essere quindi stata affidata ad una zia, sorella della madre che, fin da subito, la maltratta, la picchia violentemente, fino a lasciale anche alcune cicatrici, e la obbliga a lasciare la scuola per andare a lavorare, vendendo acqua a la mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato.
Un giorno, viene avvicinata, circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sé ed è costretta a subire una violenza sessuale. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l’accaduto alla zia che non la soccorre e vuole solo che lei recuperi il denaro perso. Glory decide allora di vivere da sola, facendo l’elemosina per strada, dove incontra una donna (miss Huruz), che la consola e si offre di aiutarla. In effetti la donna inizia a prendersi cura di lei, le compra vestiti nuovi e la nutre, ma le dice che la porterà in Europa dove potrà trovare un lavoro come domestica e ricominciare gli studi. In realtà, viene portata, dopo un lungo viaggio alla sola età di 13 anni, in Libia, a Tripoli, dove Glory capisce di essere stata ingannata e ha paura. Viene costretta a prostituirsi in una connection house, per circa 1 anno e 6 mesi, con altre 8 ragazze e una piccola paga di 15 dinari per ogni prestazione sessuale. La tappa successiva è l’attraversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia, dove viene collocata in una struttura di prima accoglienza. Da lì, dopo qualche tempo, decide di contattare con una presunta zia a Roma, che, ripetutamente, l’aveva cercata su Facebook, e che le ordina di raggiungere subito la capitale. Nel frattempo entra anche in rapporto con gli operatori di Save the Children, e, grazie al progetto Vie d’Uscita, vengono avviate con successo le pratiche di affido familiare. Ora Glory è da quasi 1 anno in Italia, sta bene, si sta integrando, ha imparato a parlare italiano e vuole continuare a studiare.

 

Fonte: http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=273&id_category=29

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Private del diritto al rispetto

 

Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

 

 

P.S.

– La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

http://www.controradio.it/sentenza-sullo-stupro-alla-fortezza-unite-in-rete-lancia-lidea-manifestazione-notturna/

AGGIORNAMENTO:

La manifestazione di Firenze alle 21 del 28 luglio: La libertà è la nostra “fortezza”.  https://uniteinrete.wordpress.com/2015/07/24/la-liberta-e-la-nostra-fortezza/

Qui l’evento su FB: https://www.facebook.com/events/1013313712014907/

 

– Vi invito a firmare questa petizione online:

https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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