Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Bread and roses

su 1 maggio 2015
© Ricardo Levins Morales

© Ricardo Levins Morales

 

Questo motto è estrapolato da una frase pronunciata da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista della WTUL (Woman Trade Union League), durante un discorso del 1912 in cui rivendicava il diritto di voto femminile di fronte ad una platea di suffragette benestanti a Cleveland.

Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere.

Da allora ne abbiamo fatte di conquiste in ogni campo, eppure i nodi al pettine per quanto riguarda il lavoro (e non solo) delle donne sono ancora tanti (Qui un bilancio di Alessandra Casarico e Daniela Del Boca). Sono ancora molte le differenze tra le donne sulla base del censo. La riflessione deve contemplare lavoro domestico gratuito e quello che si svolge fuori di casa, retribuito. Ci portano a pensare che una parte della nostra identità coincida con il lavoro, retribuito naturalmente. Ci portano a pensare che il nostro tempo di vita coincida con quello del lavoro fuori casa. Il nostro valore e le qualità personali sembrano valutate e commisurate a questo essere lavoratrici o lavoratori. Ma siamo proprio certe che non si debba ridisegnare questo tipo di mentalità indotta? Mi sembra molto limitante ragionare e dare valore unicamente al lavoro retribuito, che mi sembra una impostazione tipica di un modello di società e di economia capitalistiche. Soprattutto perché esistiamo e abbiamo valore anche se quel lavoro manca o viene a mancare, non dobbiamo dimenticarcelo. Perché sono tanti i modi attraverso i quali ci possiamo esprimere e possiamo contribuire. Perché sappiamo che c’è un lavoro invisibile che si compie in silenzio tra le mura domestiche o anche come impegno sociale o politico. Sappiamo che il tempo di vita ha un valore  e dei diritti che vanno ben oltre, come ci diceva Rose. Dovremmo ricordarcelo e rivendicarli.

In questo post ho raccolto una serie di riflessioni sparse che ho fatto di recente, che tornano utili per questa giornata.

Sull’onda della relazione (qui) fatta dall’Istat per la Commissione lavoro del Senato, nella quale si parla di orario di lavoro domestico per donne e per uomini, urge una riflessione e un approfondimento sul tema della “Cura”. Fin quando non usciremo dalla dimensione individuale e ci muoveremo in senso universalistico, andando al fondamento dei fenomeni, non risolveremo granché. Occorre un approfondimento su un’attitudine umana alla cura, ne avevo parlato anche in un mio recente post.

Sono in gioco fattori culturali, modelli trasmessi da secoli, che ci insegnano cosa e come essere in ogni contesto. Uomini e donne sono immersi in questo “patriarcato permanente”. Il primo passo per tentare un superamento di questa disuguaglianza, credo consista nell’accorgersi di questi fattori, svelare i meccanismi, tentare di resistere e di creare alternative. Questo il senso del femminismo. Poi naturalmente ci sono tutta una serie di ostacoli pratici che spesso ci costringono in certi ruoli. Torna in gioco il nostro farci avanti e il fatto che si conta che volenti e nolenti noi siamo disposte a immolarci. Più verosimilmente ci portano a immolarci, perché non ci sono alternative e per quella solitudine di cui parlavo. Questo per quanto riguarda la “cura” sotto il profilo pratico, familiare, quotidiano. Vorrei però fare una piccola precisazione, un salto di livello. La “cura” di cui parla Gilligan riveste uno spettro più ampio rispetto all’accezione comune. Si tratta infatti di “attenzione”, ascolto, rispetto, empatia che sottendono le relazioni umane. E’ un accogliere tutte le voci, perché questo ci permette di tenere insieme equità e giustizia e non dissociare gli aspetti spesso contrapposti mente-corpo, ragione e sentimento, e quindi uomo-donna. Questo aspetto attiene alla vita pubblica, e ne avremmo un gran bisogno (parlando di democrazia e diritti).

La vera rivoluzione sta nel comprendere un concetto di cura molto più ampio e complesso, che concerne l’umano, con uno spettro di “senso” veramente liberatorio e multistrato.

Occorre lavorare in senso trasversale e non legato al genere, legando il discorso ad aspetti relazionali, di rispetto, di ascolto, di inclusione, di diritti, di equità, di interdipendenza, di reciprocità.. finché rimarremo al livello base delle cure materiali, correremo il rischio di sentirci richiamare concetti come “la donna è naturalmente portata a curarsi di”, la sensibilità e l’altruismo sono donna e così via. La palla resta a noi anche perché ci concentriamo sull’obiettivo sbagliato, che non deve essere quello di scaricare su un altro (per esempio colf, tate, badanti, nonni) ma lavorare sui tratti culturali e che sono alla base di una automatica assegnazione di mansioni e ruoli alla donna. E’ un lavoro che va fatto uscendo dalla realtà privata, personale e individuale, per giungere a vedere gli aspetti universali. Purtroppo siamo impegnate a mettere le toppe nelle nostre vite, occupate in una dimensione individualistica. Si conta su questa frammentarietà e sul fatto che poi ognuna fa da sé o trova una modalità per delegare. Parlando in senso pratico, non voglio che il mio peso di cura venga scaricato su qualcun altro, perché questo non sarebbe equo, ma desidero e chiedo che lo stato ponga le basi affinché questo lavoro di cura sia equamente distribuito, in primis per esempio con orari di lavoro compatibili, condizioni di lavoro flessibili, che vadano incontro alle esigenze di ciascuno, che sia uomo o donna, che siano accessibili per tutti. Non mi aspetto che parti della società siano sacrificabili, ma dovrebbe affermarsi un senso di solidarietà che ci permetta di assumerci tutti naturalmente i compiti di cura quotidiani.

Se non recuperiamo la capacità di fare riflessioni profonde, resteremo ferme. L’unico modo per non rimanere imbrigliate in semplificazioni e appiattimenti di ogni tipo è ragionare, anche recuperando i passi compiuti in passato. Il nostro pensiero è necessario alla nostra prassi. Senza riflessione teorica rischiamo di non avere gli strumenti necessari né per prendere coscienza, né tanto meno per raggiungere qualche obiettivo pratico. Dobbiamo agire nel mondo, avendo le idee chiare, l’improvvisazione ci rende facilmente “attaccabili”. Dobbiamo tornare ad avere uno sguardo più ampio, se guardiamo solo al nostro orticello, rischiamo di perderci dei dettagli importanti del resto del mondo.

Il mio sogno per il 1 maggio. Non sentire più le seguenti affermazioni: “Potevi fare a meno di fare un figlio, se volevi continuare a lavorare, se ci tenevi tanto a lavorare. Nessuno ti ha costretta a diventare madre, perché si sa che poi bisogna fare delle scelte e la donna si deve sacrificare”. La verità? Siamo sole, estremamente sole, e queste parole sono state pronunciate da una donna.

Vi lascio alla lettura di questo scritto di Pina Nuzzo, tutto da leggere! (QUI il testo completo)

“Si chiama cura l’insieme dei gesti amorosi e gratuiti di un soggetto verso un altro, la cura può essere maschile o femminile, materna e paterna e non è negoziabile. La cura richiede impegno e un pensiero costante e attento per qualcuno o per qualcosa. Essa non è solo accudimento, ma attraverso la cura si impara/insegna la relazione con le persone con il mondo e si apprendono/insegnano i comportamenti.
Si chiama manutenzione quell’insieme di operazioni quotidiane di cui ogni donna ha esperienza, senza le quali una casa piomba nel caos. Questa fatica è invisibile, è gratuita e non è riconosciuta. Una retribuzione è prevista solo se questo lavoro lo fa un’altra, più raramente anche un altro, in genere a ore. La manutenzione si può condividere e negoziare, addirittura contrattualizzare, la cura chiama in causa entrambi i genitori o i soggetti di una relazione.
La cura non è lavoro, anche quando è faticosa, essa è la cifra di una relazione, ma allo stato attuale è difficile separarla dalla manutenzione, da tutte quelle azioni che fanno di una casa uno spazio vivibile ed armonioso. Tale confusione è data dal fatto che sono tutte e due a carico nostro, e questo inquina i rapporti di convivenza, dove diventa difficile distinguere cosa si può o cosa non si può negoziare. Fino a quando il genere maschile non comprenderà il valore della cura, a cominciare dalla cura di sé – manutenzione compresa – potrà pensare che i rapporti tra i generi, ma anche con il mondo, possano essere regolati con l’uso del potere o del denaro. Il mancato riconoscimento, che da sempre si perpetua nei confronti del sapere di cui le donne sono portatrici, impoverisce la cultura di tutto un popolo e priva le donne di decisioni autonome e a pari titolo con gli uomini.
E, cosa ancora più grave, la politica continuerà a riproporre una convivenza sociale in cui i ruoli sono scalfiti solo sulla superficie, nonostante le leggi, e nei luoghi dove si decide le donne saranno tenute ai margini e ovunque moderate, attraverso la paura della violenza, anche tra le pareti domestiche.
Molte delle cose che ho detto avrebbero bisogno di essere dipanate e ragionate perché ognuna di esse ha una ricaduta nel pensare e nel progettare un welfare che corrisponda alle reali necessità di tutti i soggetti coinvolti. Oggi vogliamo metteremo le basi per un costruire un discorso condiviso”.

 

Buon 1 maggio a tutt*!

 

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4 responses to “Bread and roses

  1. cristinadellamore ha detto:

    Buon primo maggio anche a te, con i negozi aperti ed uomini e donne che ci lavoravano

    Mi piace

  2. Paolo ha detto:

    ogni coppia, ogni famiglia deve potersi organizzare come vuole e può ma sarebbe auspicabile maggior equilibrio oggi

    Liked by 1 persona

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