Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Questione di gender gap: la partecipazione al mercato del lavoro ha un costo

gendergap

 

Lo so, dobbiamo partecipare al mercato del lavoro, fa bene al Pil, fa bene al Paese, ma a noi fa bene? Dopo tante analisi alla fine il consiglio è sempre quello di tenersi stretto il lavoro. Quale e a che condizioni non sembra importare, perché si sa che poi i figli crescono e che uno stipendio in più fa sempre comodo, che i matrimoni finiscono e l’autonomia è sempre meglio, che senza un lavoro per la società non esisti.
Non sia mai discostarsi dal mantra “produci-consuma-crepa”. Non importa altro, solo denaro e successo, ammesso poi che uno faccia un lavoro gratificante o per lo meno con qualche soddisfazione.
Ammesso che lo si abbia, regolare e non a tempo determinato, a singhiozzo o in nero.
Ammesso che il tuo datore di lavoro non lo lasci scadere senza rinnovarlo.
Ammesso che” davvero troppe cose.

(…)

Si pretende troppo da noi donne, si pretende che sappiamo resistere, mantenere un lavoro, occuparci della cura familiare, sembra che i figli siano ancora una questione prettamente da donne.

 

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Per un’etica femminista della cura

cura

 

 

La mia riflessione di oggi parte dalla lettura di alcuni passaggi del testo di Carol Gilligan La virtù della resistenza. Siamo nel 1973, anno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli USA. La sentenza Roe versus Wade, rese l’altruismo, virtù femminile per eccellenza, qualcosa di problematico, per niente scontato. Scrive Gilligan: “Ascoltando le donne, fui colpita più e più volte da come l’opposizione tra egoismo e altruismo aveva il potere di informare i loro giudizi morali e guidare le loro scelte”. Per alcune era “egoista” qualunque scelta, di avere o meno un figlio, mentre erano disposte (la consideravano una buona cosa) a seguire quanto un’altra persone gli chiedeva di fare. “Nina raccontò che stava per abortire perché il suo ragazzo voleva finire la facoltà di legge e contava sul suo appoggio. Quando le domandai cosa voleva lei, rispose: “Cosa c’è di male nel fare qualcosa per qualcuno che ami?”. Viene considerato positivo essere empatici con gli altri, mentre diviene egoista essere sensibile ai propri bisogni.

Questo chiaramente evidenzia un’interferenza culturale notevole, che spinge le donne verso questo ragionamento automatico e che ammutolisce la loro voce interiore che esprime ciò che sono e desiderano realmente. Quella voce non è scomparsa, ma è sepolta sotto una coltre culturale di stampo patriarcale. In questo universo, la cura è un’etica femminile, non universale. Prendersi cura è ciò che rende la donna virtuosa, chi si prende cura di qualcosa o di qualcuno sta compiendo un “lavoro da donne”. Coloro che si dedicano agli altri, sono sensibili ai loro bisogni, attenti alla voce degli altri sono persone altruiste. “In una cornice democratica, la cura è un’etica dell’umano. Un’etica femminista della cura, in una cultura patriarcale, rappresenta una voce differente, poiché associa la ragione all’emozione, la mente al corpo, il sé alle relazioni, gli uomini alle donne, resistendo alle divisioni che sostengono l’ordine patriarcale”. Un’etica femminista della cura si fonda su un’interpretazione della democrazia più densa che superficiale (mutuando la distinzione sulle culture operata dall’antropologo Clifford Geertz). Un’interpretazione superficiale omologa le differenze nel nome dell’uguaglianza, al contrario una “densa” si basa sul fatto che voci differenti sono sintomo di vitalità di una realtà democratica. E questo si potrebbe applicare a tanti aspetti della nostra realtà contingente.
Le difficoltà di un affermarsi di un’etica femminista, secondo Gilligan, risiedono nel fatto che a essere contrastato è lo stesso femminismo. Negli USA si sono evidenziati i conflitti tra aspirazioni democratiche nelle istituzioni e nei valori fondanti la federazione di stati, e un perpetuarsi di una tradizione fondata su privilegi e potere patriarcale. Le sfide degli anni ’60 e ’70 inclusero questo attacco frontale all’ordine patriarcale, per raggiungere una piena democrazia, per ridefinire i concetti di virilità e di femminilità, con un movimento trasversale: pacifisti, movimento delle donne e di liberazione gay.
Per la prima volta essere uomo non significava automaticamente essere soldato, per una donna il destino non era unicamente quello di essere madre. La sessualità e la famiglia assumevano nuove forme. Ancora oggi il dibattito è acceso su aborto, matrimonio gay e guerra (sono temi caldi su cui si scontrano ancora i candidati repubblicani e democratici), ma qualcosa è cambiato per sempre. Si sono compresi molti aspetti, e per quanto concerne il nostro tema, cura e prendersi cura son passati da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano.
Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. Iniziamo a scardinare un primo elemento.
Gilligan poi, trattando di giustizia vs cura, introduce una contrapposizione tipica del patriarcato: la giustizia sta dal lato della ragione, della mente e del sé (attributi maschili), mentre la “cura” sta dal lato del corpo, delle emozioni delle relazioni (associati alla donna). Attraverso questa divisione il ruolo della donna viene al contempo idealizzato e svalutato, subordinando la cura alla giustizia, asservendola e relegandola a una dimensione relazionale. In questo quadro è facile che in nome della femminilità si chieda alla donna di sacrificare i suoi diritti in nome di relazioni pacifiche, per non incrinare gli equilibri e garantire una vita serena, priva di conflitti (naturalmente all’uomo). Demolendo le separazioni e le gerarchie patriarcali, si potrebbe affermare un modello di relazioni in cui ognuno possa avere voce, essere ascoltato con attenzione e rispetto, indipendentemente dal genere.

Invece, siamo tuttora schiavi di certi meccanismi, per cui la donna che tiene alla relazione è virtuosa, mentre l’uomo indipendente, autonomo è moralmente integro. La morale finisce con l’allinearsi “ai codici di genere dell’ordine patriarcale, rafforzandoli”. Il “curarsi di” finisce con l’essere intrinseco di un genere. Sulla donna si riversano aspettative e oneri, con una lotta incessante a incarnare quel modello. Quel mettere da parte “noi stesse”, per curarci di qualcosa o di qualcuno è una incarnazione di regole secolari fondate su una “dissociazione di genere”, la chiamerei così. Quel rimboccarci le maniche e rinunciare alla nostra voce perché così hanno fatto per secoli altre donne prima di noi. Ce lo sentiamo ripetere continuamente, un richiamo all’ordine dei ruoli femminili, e anche se dentro di noi sappiamo benissimo a cosa corrisponde, ci risulta tuttora arduo scardinare queste “usanze”, principalmente perché alla fine siamo sole. L’unica nostra forma di resistenza è affermare che abbiamo preso coscienza che c’è altro, che si può concepire diversamente le relazioni e gli equilibri di genere. E che è possibile uscire dalle gabbie culturali unicamente dandoci delle alternative, oggi noi donne abbiamo una alternativa, possiamo studiare, leggere, parlare tra noi, capire che quello che ci si aspetta da noi può non corrispondere con i nostri bisogni e con i nostri diritti.

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Esercizi di sottrazione a 360°

Magritte - La firma in bianco (1965)

Magritte – La firma in bianco (1965)

 

Qualche tempo fa, mi soffermavo ad analizzare le derive della frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”.

Oggi ho recuperato questo post su FemminilePlurale, che in qualche modo mi ha richiamato quegli stessi rischi di cui parlavo nel mio post. La cura che si dedica e che si concentra sull’attività lavorativa diventa un’arma a doppio taglio, una sorta di autorizzazione e legittimazione dello sfruttamento, come se si desse il via libera a un sistema in cui il lavoro è senza regole, limiti, garanzie, dove tutti siamo sostituibili e per non farci sostituire siamo disposti ad accettare qualsiasi carico e obbligo. La cura che noi mettiamo in un lavoro che ci piace è il mezzo con cui diventiamo “ricattabili”, facendo rientrare queste dissonanze in un tunnel dal quale non usciamo più. Il nostro appagamento ci deve bastare, i diritti e il rispetto per un minimo di norme di base possono venir rinnegate. Noi donne poi siamo naturalmente abituate ad amplificare questo spirito di cura altruistica, al limite dell’auto-immolazione sull’altare del “faccio tutto io e faccio tutto al meglio”. Questo sia nel privato che nella nostra attività lavorativa fuori casa. Ci facciamo sfruttare e ci sfruttiamo fino allo sfinimento e in questo loop ci viene rubata la vita autentica. Così la nostra piacevole precarietà ci vede complici, almeno fino a che non decidiamo di svegliarci e di dire basta. Ma qui si presuppone un passaggio dall’individuale al politico.
Per noi donne la cura ha risvolti molteplici e ci porta a espandere il nostro ruolo di dispensatrici di cura in varie direzioni e ambiti: dal lavoro, alla casa, alla famiglia, ai genitori, agli anziani, ai figli.
Nel post di FemminilePlurale si legge:

“almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione”.

In pratica, significa sottrarsi alla obbligatorietà diffusa e farne oggetto di una libera scelta consapevole. Concordo con questa dichiarazione di libertà di scelta in tema di maternità, ma aggiungerei che dobbiamo far sì che ci sia sempre una possibilità di scelta e quindi di “sottrazione” (in varia misura e secondo diverse modalità) in ogni occasione in cui ci curiamo di qualcosa o di qualcuno. Io non mi rassegno a una impossibilità di incidere e di cambiare le cose sia nel privato che nel pubblico. Non accetto che i miei diritti e la mia libertà possano essere schiacciati nel nome di un’omologazione e di un appiattimento di orizzonti, di natura culturale o economica. Non accetto che la mia disponibilità venga scambiata per un benestare a ogni nuova forma di schiavitù, specie nel lavoro.
Nel post di FemminilePlurale si legge in conclusione:

“Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo”.

Si ritorna, a mio avviso, alle preziose intuizioni e riflessioni di Ina Praetorius, di cui avevo parlato qui.
Dobbiamo anche riabituarci a recuperare il politico che è nelle nostre vite, perché ciò che permette la deturpazione dei diritti è il pensarci sempre declinati in maniera individuale, quando basterebbe osservare la moltiplicazione degli impatti che hanno i nostri comportamenti, le nostre pigrizie, la nostra rassegnazione a livello collettivo. Occorre tornare a ragionare in termini inclusivi e collettivi, alzando lo sguardo oltre il nostro ombelico.
A proposito di libera scelta sulla maternità, vi segnalo che a Milano il 6 giugno alle 19:30, nel contesto della Ladyfest , si terrà lo SpeeDebate | IO MADRE? DOMANI, FORSE, MAI! con Eleonora Cirant autrice del libro “Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte” (FrancoAngeli, 2012) e con Daniela Danna, autrice di numerosi testi sul tema tra cui “Contro la procreazione”. Qui il sito della Ladyfest.

Mi dispiace un sacco non poter partecipare! Con la bimba piccola, la sera diventa un po’ complicato uscire 🙂

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Work life balance

A trip to the beach, 1920

A trip to the beach, 1920

Ritorno sul tema ancora una volta, spinta da questo articolo di Tiziana Canal. Che la work life balance non sia una questione di genere potrebbe avere un senso se in Italia fossimo culturalmente diversi e se i ruoli genitoriali fossero realmente interscambiabili. Ma sappiamo benissimo che non ci siamo proprio.
In un mondo perfetto, anche soluzioni come i nidi sarebbero sufficienti a garantire una buona via per questo bilanciamento. Evidentemente siamo nel mondo reale e quindi dobbiamo fare i conti con le mille variabili esistenti. In un contesto occupazionale difficoltoso, in cui le regole sono sempre più arbitrarie, tendenti alla massimizzazione del margine di profitto, il benessere, i diritti e la conciliazione vanno a farsi benedire. La precarizzazione confermata anche dall’incerto testo del Jobs Act ha un’unica matrice: non si tratta di garanzie, ma di un alleggerimento delle regole, e non basta l’idea di estendere l’indennità di maternità a tutte le categorie di lavoratrici per indorare la pillola.
Si prevede di incentivare gli accordi collettivi per favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività. Questo teoricamente potrebbe essere un aspetto positivo, ma occorre conoscere il nostro sistema produttivo, per capire che la tendenza generale va verso una contrattazione sempre più particolareggiata, one to one, dove la donna (e non solo) è da sola, schiacciata in un gioco con un’unica regola “prendere o lasciare”. Se da un alto con la crisi cresce il part-time, per troppe donne questo resta una chimera. La regola principale è la flessibilità, o meglio la totale disponibilità a lavorare quando, come, dove il tuo padrone desidera. In un contesto simile le probabilità di riuscire a conciliare sono prossime allo zero.
L’abolizione della detrazione per il coniuge a carico e l’introduzione della tax credit quale incentivo al lavoro femminile va a penalizzare chi si fa carico del lavoro di cura familiare, che nella maggior parte dei casi grava sulla donna. In pratica, il lavoro di cura resta a nostro carico e in più veniamo bacchettate.
Se l’obiettivo è lavorare a tutti i costi, ecco che ogni regola e ogni condizione sono lecite. Il tema della conciliazione resta molto femminile, ma questo non è a mio avviso un problema, soprattutto se dietro c’è la libertà di scelta. Mi spiego meglio. Se alle donne fosse data una reale possibilità di scegliere quale equilibrio creare tra vita privata e lavoro, se non ci fosse una discriminazione di genere in molte professioni, se non ci fosse un marchio di pericolosità per tutte le donne in età fertile, se il lavoro di cura fosse considerato come un valore aggiunto per la società anziché come un peso e un flagello per la nostra industria/economia, se accettassimo che ci sono delle peculiarità che fanno delle donne una risorsa di cui tener conto e da sostenere, forse avremmo compiuto qualche passo in avanti. Non dobbiamo negare il ruolo delle donne, che non va assolutamente confuso con quello degli uomini. Il punto debole sinora è stato che alla donna non si è data una reale possibilità di scelta. Finora, chi può (per varie motivazioni di carattere economico o di contesto familiare o lavorativo) è riuscito a conciliare; chi non ha potuto, si è sacrificato e ha accettato la mortificazione, con annessi sensi di colpa inflitti nel caso non riuscisse a mantenere i piatti della bilancia in equilibrio.
Conciliare è quando non sei costretto a soffocare uno dei due aspetti, conciliare è quando non ti senti un impaccio per l’azienda e/o la società se devi dedicarti alla cura familiare, conciliare è non diventare un fantasma per nessuno. Non ricordatevi di noi donne solo per il PIL o per le quote rosa. Noi siamo parte dello scheletro portante di questa società, quanto i maschietti. E se qualcosa non va da questa parte, anche l’altra ne risente. Negare questo è una forma di cecità egoistica.

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Il concetto di humanitas

Humanitas: mi interessa la tua vita?

Una riflessione importante, preziosa, che vi consiglio di leggere, realizzata da @donnesconnesse. Sul confine del concetto di Cura/Care.

Le mie riflessioni sul paradigma della cura.

 

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Il paradigma del nutrimento e della cura

Afrodite

Ultimamente sto cercando di approfondire il tema della “cura”, esplorando nuove idee e soluzioni. Vorrei richiamare il mito di Cura, tramandato da Igino e ripreso poi da Heidegger. Premetto che il termine “cura “si può rendere nell’accezione di preoccupazione, inquietudine, ansia.

Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo. Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì. A questo punto, Cura chiese di poter dare il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, poiché gli aveva infuso la vita. Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: riteneva di avere il diritto di attribuire il nome in quanto era sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la questione, fu chiamato Saturno: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato “uomo”, perché creato dall’humus.

Vorrei, a questo punto, suggerirvi alcuni stralci di un intervento di Ina Praetorius, come spunti di riflessione, in quanto si riprende il tema della cura, meglio reso con l’inglese care.

[..] Quello che mi sta a cuore è il paradigma del nutrimento: il lavoro deve nutrire ciò che nutre. Abbiamo ricevuto tante cose in dono: dunque per me il criterio per un buon lavoro è che ogni lavoro deve essere un lavoro di cura. Non importa se produco una macchina o se coltivo un giardino o curo un bambino, tutto deve essere un lavoro di cura.

A me piacerebbe che il concetto di cura si potesse applicare a qualsiasi settore della produzione, un grattacielo, una macchina… vorrei discutere su che tipo di produzione ci sarebbe se si potesse applicare il concetto di cura. Non “in modo accurato” ma secondo il concetto di care, che è una postura nei confronti del mondo. [..]

Capite cosa significa introdurre un concetto di care in ogni aspetto della nostra vita, traslarlo dal livello materno a quello di ogni nostra attività quotidiana, personale, familiare, lavorativa ecc? Questo aspetto della “cura” estesa aggancia anche i termini dipendenza e relazione, per cui si parla di libertà nella dipendenza.

[..] È un fatto che l’umanità ha funzionato per tanto tempo senza soldi, ma non ha mai funzionato senza aria e senza acqua. Questo è un fatto. Ma il capitalismo e il patriarcato hanno fatto sì che i soldi, che all’inizio erano un mezzo di base per garantire la sopravvivenza, oggi non la garantiscano più, lo vediamo dalle cifre che indicano la distribuzione della ricchezza. La sinistra propone la ridistribuzione della ricchezza attraverso la piena occupazione: tutti devono lavorare per avere i soldi. Poi c’è la posizione di chi dice che anche il lavoro di cura va pagato, cioè propone la professionalizzazione del lavoro di cura. Io sono assolutamente contraria perché il lavoro di cura per un neonato che altrimenti morirebbe non è traducibile in un lavoro pagato. Chi fa il lavoro di cura è molto più ricattabile di chi fa il lavoro industriale: quest’ultimo può smettere di lavorare, fare sciopero, ma se interrompi il lavoro di cura l’altro muore. Le donne fanno questo lavoro da migliaia di anni senza incentivi economici: questo ci dice che, se il lavoro ha senso, non ci vuole un incentivo economico per farlo. [..]

Ina Praetorius con le sue parole e le sue argomentazioni è come se sollevasse finalmente una coltre di polvere secolare fatta di silenzio, di consuetudini, di strutture mentali, sociali ed economiche mai messe in discussione, accettate come normali, ma che se ci pensiamo bene, sono alla base dei più pericolosi meccanismi che gli esseri umani hanno messo in pratica. Secoli di società patriarcali su cui si è poggiato il capitalismo, hanno costruito un modello senza scelte reali. Ci ha chiuso tutti in delle gabbie, con ruoli e tempi difficilmente modulabili sulla base delle nostre inclinazioni. Ci ha convinti che l’unico mezzo per sopravvivere fosse quello di lavorare duramente e senza troppe possibilità di scelta. Il termine sopravvivere è correttissimo, perché mentre da una parte c’è chi arricchisce ben oltre le sue esigenze di sopravvivenza, dall’altra i comuni lavoratori riescono a malapena a sopravvivere. Il fatto di non avere alternative ci rende meglio “gestibili” dal datore di lavoro. Se invece potessimo contare su un reddito di base che ci assicurasse il livello di sopravvivenza, potremmo scegliere se quel lavoro è necessario, se è nocivo a noi stessi (fisicamente o psicologicamente), se è consono alle nostre aspirazioni, se è utile, se è interessante. Insomma sarebbe una rivoluzione culturale, sovvertirebbe il nostro approccio di schiavi del lavoro. Se si è liberi dalle angosce della sopravvivenza si può avere maggior potere contrattuale. Mi rendo conto che questo comporterebbe sovvertire l’ordine a cui molti sono aggrappati e affezionati. Ma è necessario se vogliamo superare questa fase di crisi dei modelli, che comporta solo un imbarbarimento sociale e umano.

[..] Il reddito di base incondizionato ci mette nella posizione di non avere più nessuna scusa per appoggiare il capitalismo, per produrre cose insensate, ma possiamo fare solo lavori che ci sembrano sensati. Questa è una posizione rivoluzionaria. [..]

Il reddito di base incondizionato (senza dover continuamente dimostrare di essere bisognoso) non abolirebbe lo stipendio. In una società fondata sui soldi, la misura di questo reddito è la sopravvivenza. Tutto ciò che esula da questa misura appartiene al territorio dello stipendio.

Oggi, noi donne ci accontentiamo di una riduzione dell’orario di lavoro per poterci occupare dei nostri altri mille lavori di cura. Per molte non c’è nemmeno questa possibilità. Ma questi part-time ci condannano a una vecchiaia difficile, una pensione misera. In più con questo sistema, non c’è la garanzia che cambi qualcosa nella condivisione effettiva delle funzioni di care.

Siamo molto lontani, almeno in Italia, da un passaggio tanto significativo. A mio parere siamo materialmente, ma soprattutto culturalmente impreparati e immaturi. Dovremmo partire dal chiarire prima di tutto chi siamo come esseri umani, come esseri relazionali. Riconsiderare la nostra essenza che ci rende vicendevolmente legati gli uni agli altri, in una relazione di dono reciproco, verso noi stessi e verso gli altri. Noi siamo in quanto riusciamo ad uscire da noi stessi, dal nostro essere monadi e ci proiettiamo verso l’esterno, siamo in quanto entriamo in relazione con gli altri e con il mondo esterno.

Essere impegnati a sopravvivere non ci consente di avere la lucidità e il tempo per riflettere sull’importanza di una rimodulazione delle nostre vite. Su questo contano i capitalisti e tutti coloro che vogliono difendere le loro posizioni privilegiate. Vogliono farci credere che il loro è l’unico modello possibile di vita. Non siamo abituati a pensare nei termini di Ina, ci hanno abituato ad altro. Da alcuni potrebbe essere etichettato come idealismo senza fondamento. Questo solo perché non siamo abbastanza elastici da guardare oltre quello che ci hanno insegnato, al modus vivendi consueto e codificato nei secoli, che ci rende “accettati” e inquadrati socialmente nel sistema produttivo, subordinando o sacrificando la dimensione relazionale e di care. Proviamo a cambiare schema. Personalmente non mi fido di chi mi dice che non ci sono alternative o che potrei pentirmi: puzza di bruciato.

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