Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Concertone. Discriminazione e sessismo, pane quotidiano di una invisibilizzazione

@Pat Carra – Annunci di lavoro -Ediesse


Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che viene da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto.

La piena liberazione deve ancora arrivare. Finora ci hanno somministrato fumo. Non c’è altro, solo la cosciente e deliberata volontà di non realizzare questi fondamentali principi. Continuate a rappresentare così la realtà, tronca, monca, monogenere, con una maschilità di successo che celebra se stessa in ogni ambito. Sciò sciò che mi rubi la scena. Che non vuole essere disturbata nella sua esibizione e corsa al potere. Questo vale in ogni ambito, ogni giorno ripeto. Senza pensare quanto ci perde il Paese in questo secolare valzer che ignora le donne. E di donne da coinvolgere e da valorizzare ve ne sono. Prima di perdere queste energie, sì lo so che non ve ne frega niente. Sono proprio vicinissime, non serve guardare troppo in là. E poi riflettete, sta proprio male come messaggio, continuare a omettere altri punti di vista. E badate bene che questo non è solo un problema dei sindacati, ma ci riguarda tutti i giorni, soprattutto nella dimensione micro. Innocenti dimenticanze, casuali frangenti, ingenue (per così dire) sottovalutazioni che diventano macigni simbolici ma assai reali di una discriminazione di fatto.

Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che continua ad essere suffragata da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto. Invisibilizziamo le donne in molti modi, non dimentichiamo la riluttanza all’uso di un linguaggio declinato in base al genere.

“Sessuare il linguaggio implicava la consapevolezza della propria soggettività, latente in ogni donna ma che deve rivelarsi per dirsi nella sua pienezza, autonoma rispetto al maschile. Un problema più complesso era costituito dalla mancanza di un ordine simbolico di riferimento per il soggetto donna. Ricostruire e dar conto dell’agire politico delle donne, significa anche affermare la validità di quei presupposti e di quelle esperienze che ancora oggi proponiamo. Essere donna o uomo, essere due soggetti autonomi che hanno corpi sessuati e che parlano, si esprimono, usano e producono linguaggio, sono evidenze taciute dal linguaggio “neutro”, cioè quello comunemente usato, marcato al maschile, che ingloba il femminile e che, in realtà, è espressione e dominio del “Logos maschile (inteso come pensiero, linguaggio, cultura)” in Piussi, 1989, p.174. Il pensiero occidentale, infatti, ha assunto la differenza sessuale non nella sua interezza di espressione di soggettività differenti ma come oggetto di conoscenza, come contenuto di sapere, entro cui ha definito il femminile o come complementare/inferiore al maschile o assimilandolo al maschile, secondo i parametri di parità/uguaglianza. Quanto avviene nel linguaggio è lo specchio della realtà presente e trascorsa, è il risultato di millenni di patriarcato e ordine simbolico maschile dominante, malgrado decenni di femminismo e malgrado la condizione delle donne nella società sia innegabilmente migliorata. Il rapporto tra linguaggio e identità sessuata è ancora un nodo da sciogliere.”

Emi Monteneri, pag. 154 in “Insegnare la libertà a scuola” a cura di Mariella Pasinati, Carocci 2017.

Ci sono numerose modalità con cui si cerca di perpetuare questo dominio maschile, in cui si evidenzia quella sorta di backlash ben definito e analizzato da Susan Faludi nel suo Backlash: The Undeclared War Against American Women. Oggi come nel 1991 è in atto una “controreazione” maschile o per meglio dire patriarcale alle conquiste e alle rivendicazioni mosse dalle femministe negli ultimi decenni.

Proprio il 1 maggio, dal significato e dal portato simbolico enorme, decide di non rappresentarci. Non ci si sorprenda poi della stagnazione di fatto della partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne. Non c’è attenzione sincera e concreta alle donne, non c’è voglia di includerle e di migliorare le loro condizioni di vita, la loro partecipazione politica, sociale, lavorativa. Confinate e rappresentate in gabbie e ruoli ben precisi, la tv e i media hanno abbracciato, non da oggi, un preciso indirizzo, per la serie indietro tutta, per riportarci a casa, mamme, mogli non di più. Se non ve ne siete accorti, hanno da pochi giorni incardinato in Commissione finanze della Camera la proposta di legge che prevede sgravi fino a 20mila euro per gli under 35, ma solo per i matrimoni religiosi. Vi fa venire in mente qualcosa, insieme a figli/ettari di terra, mozioni no-choice, Pillon?

Decenni di battaglie per affermare i nostri diritti nel mondo del lavoro, vengono di fatto dimenticati, non ci siamo, non fa comodo ricordarli evidentemente.

E no, purtroppo proprio non riesco a farmene una ragione dei tanti segnali quotidiani che cercano di riportarci indietro. Il concertone è la dimostrazione di ciò che avviene ogni giorno. Spero che ci rendiamo conto della vetusta strutturazione della nostra società e dei modelli che continuiamo a veicolare a piene mani.

Se non lo nomino non esiste, se non lo vedo non posso immaginarmi di poter essere un giorno io stessa in quella dimensione, in quel ruolo o professione, a parlare di certi temi. Non son concetti che ho coniato io ma che dovrebbero essere alla base del nostro agire, dovrebbero entrarci dentro, senza la necessità di ribadirli a più riprese. Semplicemente stiamo defraudando l’immaginario delle future generazioni, con le donne ancora poste uno scalino più in basso o assenti, utili al massimo come oggetti sessuali.

Un primo maggio che trasmetterà in diretta tv e radio questo messaggio: settantasette artisti sul palco e solo quattro donne, nessuna per altro come artista solista.

In risposta è arrivato l’evento dal titolo “Musica, femminile plurale”, all’Angelo Mai, il 1 maggio, a partire dalle 19, #MaiCosìTante.

 

La classifica del Wef sul gender gap è fin troppo generosa, per svegliarci forse occorrerà raggiungere l’ultimo posto. Ma siamo sulla buona strada a quanto pare.

Noi continueremo a parlare, ad agire, a esserci in ogni ambito e a fare la Differenza, libere!

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Il vento e la tempesta. Le sfide delle libertà delle donne.


Me lo vedo il solito rito, rituale dell’8 marzo. È qui, condito e farcito come ogni anno, tra chi si ostina a chiamarlo ancora “festa” e chi cerca di riportarci a una riflessione che sia la più ampia, diffusa e consapevole possibile. Impossibile quest’anno non sentire quel sentore di rogo che aleggia su tante delle nostre conquiste in tema di diritti. Impossibile non avvertire sempre più l’avanzata delle truppe reazionarie che marciano sui nostri corpi, sulla nostra autodeterminazione, sul cambiamento culturale che da anni stiamo cercando di portare avanti, nonostante fatica, divisioni e strumentalizzazioni.

E di fronte a ciò che avviene alle vite delle donne, alle loro scelte sempre più soffocate e limitate da nostalgiche formule patriarcali tuttora in voga e assai diffuse, abbiamo una estrema difficoltà a fare diventare questi attacchi qualcosa che stimoli e provochi una reazione a catena, compatta e unanime, un grido che invochi un’azione urgente e non più rinviabile. Abbiamo difficoltà di creare un linguaggio e un progetto comune, comprensibile a tutte. Abbiamo una difficoltà a riconoscere tuttora le radici di genere di alcuni fenomeni, di alcune disuguaglianze e discriminazioni. Concetti e lotte perse e disperse nel mare magnum di un calderone unico di una solidarietà, di un’umanità generalista, di un volemose bene disperso e confuso. Coscienza che si smarrisce in un rincorrersi un po’ da un appuntamento all’altro, tra una passerella e un selfie, senza un ordine e una definizione del come, dove vogliamo arrivare. Tutto annegato in un muoversi e mobilitarsi come se si stesse andando a una festa. Purtroppo occorre riconoscere che la festa la stanno facendo a noi da tempo e che davvero non c’è più tempo.

Alice Mizrachi

Alice Mizrachi

Accade che tra capo e collo il Ddl Pillon, marcia spedito verso l’inglobamento degli altri testi collegati, il suo ritiro si allontana, mostrando un iter che potrebbe essere non facilmente controllabile da chi da mesi ne evidenzia il pericolo. E l’unica carta che resta da giocare è evidenziare l’impianto ideologico e culturale, giuridico che è alla sua base, già contro i principi costituzionali e del nostro ordinamento. Occorre combattere sempre più su questo livello, mostrarne i reali intenti e le ricadute telluriche in materia civile e penale. E poi elaborare una seria strategia parlamentare di contrattacco. Cosa ci vuole per prendere le distanze da un siffatto disegno? Sappiate che anche da qui si è capaci di trarre le conclusioni di mesi di temporeggiamento.

Accade che tra capo e collo si vuole continuare a smantellare la già precaria condizione dei diritti sessuali e riproduttivi. Tra imbarazzi e ambiguità politiche, tra una picconata e un regionalismo che ci rende sempre più diseguali, tra fiumi di obiettori e l’avanzata dei nochoice, tutto può accadere. E questa atmosfera smorza qualsiasi voglia di tornare a rivendicare di più, a correggere quelle parti di legge 194 costruite furbamente per permettere questo progressivo sgretolamento. Non so se giocare in difesa e di rimessa alla lunga non sia controproducente.

E mentre in Spagna si galoppa in tema di genitorialità e congedi, in UE si parla di 10 giorni di congedo obbligatorio e retribuito dopo la nascita di un figlio, da noi spuntano come funghi tentativi di propagandare la maternità con toni idilliaci, tanto da passare sul Corrierone un grande spot sulla famiglia numerosa, inanellando parole come Provvidenza, benedizione, evento (mica frutto di una scelta), i figli vengono. Tutto questo nel 2019. Un bello spot per spingere la natalità, che in realtà potrebbe avere solo l’effetto contrario vista la situazione. Almeno che, almeno che non continuiate a considerare le donne degli uteri ambulanti, con “attitudini” naturali immutabili come ancora si sente dire. Sei tu che sei “refrattaria” alla chiamata della natura femminile, sei tu che “non ce la fai” e sei egoista. Il femminismo “ti ha dato alla testa”.

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Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Di femminismo e di autodeterminazione

Particolare del manifesto
8 marzo dei due no – 1981 – Fonte https://archiviodigitale.udinazionale.org/1981/03/08/8-marzo-dei-due-no/


Riprendo in mano il libro indagine di Elvira Banotti “La sfida femminile. Maternità e aborto”, 1971. Un testo che contribuisce a darci un quadro del prima del 1978, anno dell’approvazione della legge 194, della legalizzazione dell’aborto in Italia. Un lavoro che oltre ad accogliere i racconti delle esperienze delle donne, ci offre alcuni spunti di riflessione sui motivi di tanta ostilità tuttora presenti nella nostra società, volti a restringere il campo di applicazione della legge, volti a ostacolare il percorso delle donne. Ogni tanto fa bene tornare indietro per poter avere più strumenti per leggere e dare senso a ciò che avviene oggi.

Si pongono alcuni interrogativi, funzionali a discutere in un campo specifico: la maternità.

“Il diritto di realizzare la maternità può o non può essere iscritto tra i diritti personalissimi? Esiste per ora in questa materia “lesione” delle facoltà della donna?

Se il diritto non ha mai accolto la piena facoltà della donna a disporre del proprio corpo, ciò dipende dai rapporti di forza finora esistenti tra la comunità maschile e quella femminile. Tuttavia, se si tien conto che lo Stato è un’organizzazione titolare di poteri oggettivi e non di diritti, mentre la persona è titolare di diritti e poteri soggettivi, non potrà non essere chiaro che nel nostro caso dobbiamo appunto tentare di ridurre e abolire lo spazio di potere dello Stato per far posto all’autonomia della donna, ristabilendo la preminenza del contenuto individuale nella maternità. Peraltro, non è solo nella eliminazione di questo assurdo ostacolo del divieto di aborto che si deve discutere, ma delle libertà compromesse della donna. Siccome la maternità è ancora fissata e regolata su una vasta scala di valori oggettivi (in conflitto con i valori soggettivi che la donna cerca) il relegamento della procreazione tra i “fenomeni naturali” ha prodotto uno strano sistema di corrispondenze: concepita come qualità impersonale della donna, la filiazione viene sottratta ed estraniata dalle sue proprie esigenze diventando così esperienza oggettiva. Tuttavia, la strumentalizzazione a cui la donna è costretta viene accuratamente mascherata attraverso il concetto estemporaneo di “vocazionalità”; un concetto che implicitamente si fa portatore della soggettività, rivalutandola. Ma come è possibile ingannare la donna su un piano così scoperto? Come può esistere vocazionalità per un atto imposto? Arrivare a questo difficile connubio è compito del mito, con il quale si tenta, attraverso l’esaltazione parossistica di una maternità astratta, di far dimenticare alla donna che lei è madre non per libera scelta. Abbiamo quindi tutta una serie di contrasti sul piano dei fatti e dell’etica e, come conseguenza, la prima incrinatura sul piano politico. Poiché molti fattori culturali hanno costretto la donna a mascherare la propria personalità, essa non è ancora giunta all’individuazione della vita emotiva e, in stretta connessione, ad affermare la propria individualità fisica. Da qui partono le successive mistificazioni ed i pregiudizi che danno origine al divieto di aborto volontario, nel quale, rispetto a un mitico “istinto”, prevale una ben più precisa volontà di individuazione della propria persona e di liberazione da coercizioni organiche. L’aborto diventa così l’affermazione della coscienza e della conoscenza di sé, un momento di chiarificazione personale e interpersonale.

Il divieto di aborto condensa una secolare verbalizzazione che è servita da copertura ad una delle più grandi violenze che la misoginia maschile abbia consumato sul corpo delle donne. Sottratta alla valutazione di colei che materialmente la viveva e subordinata alle valutazioni dell’uomo, la maternità si è infatti trasformata in un’esperienza terroristica e umiliante, attraverso la quale la donna si è vista privata del piacere della sessualità e dell’espressa e dichiarata partecipazione alla gestazione. Ancora oggi, laddove l’aborto è vietato, la donna è persino privata del diritto a interrompere la gestazione quando questa si svolge patologicamente; la si costringe a rischiare la propria vita per crearne un’altra.

Oggi dopo secoli di violenza psichica e sessuale, la donna che sceglie tra maternità e non maternità scavalca prima di ogni altro questo pregiudicante assorbimento fatto da parte maschile di una esperienza non propria. Facendo della maternità un problema individuale, la donna si affaccia ad un orizzonte più vasto, che le permette di verificare e superare la falsa seduzione del sistema di riferimento definito per lei dall’uomo.” (Pagg. 21-22)

In queste pagine che ho riportato c’è molto di una verità che deve essere ribadita e riaffermata ancora oggi, contiene una tensione tuttora non totalmente risolta, con pericolosi e vivissimi tentativi di riportare le donne ancora all’interno, subordinate a quel sistema maschile patriarcale. Persistono e si ripresentano gli incrollabili miti del “naturale”, del “destino”, dell’”istinto”, di un ruolo femminile al servizio e che si dona al maschile, ai suoi piani, desideri, ambizioni, costruzioni, con i nostri corpi funzionali a tutto questo.

La legge 194 è sotto un quotidiano attacco, non necessariamente a causa di qualcosa sotto forma di mozioni o di processioni no-choice, di associazioni che si infiltrano negli ospedali pubblici e nei consultori e fanno azione colpevolizzante e di violenza psicologica, di numeri abnormi di obiettori. Non è solo attraverso le varie tipologie di movimenti per la vita che si insinuano nelle scuole con i loro sistemi diseducativi, pericolosi, terroristici, violenti, mistificatori, al posto dei consultori familiari pubblici e laici. Una vergogna, un fallimento per uno Stato civile che dovrebbe educare e informare seriamente, anziché permettere simili ingerenze nocive e traumatizzanti. Quando prenderemo in mano la situazione e interverremo per bloccare questo scempio? È tanto difficile capire i danni compiuti da costoro? Eppure la realtà è sotto i nostri occhi, in tutto il suo disastro.

Il lento e progressivo rimaneggiamento delle idee, il rovesciamento dei termini della questione, avviene anche a causa di qualcosa di più sottile, che cerca di fatto di manipolare l’opinione pubblica, instillando quotidiane dosi no-choice. Accade che anche scegliere di pubblicare la lettera di un padre “mancato” su uno dei principali quotidiani nazionali, serva di fatto a sfondare e a bombardare ancora una volta uno dei principali fondamenti della legge 194: che spetti alla donna l’ultima parola, la sola che abbia valore, la donna autodeterminandosi sceglie se proseguire o meno la gravidanza. Pubblicare una lettera di un uomo che rivendica invece un suo ruolo decisionale, è un chiaro segnale di arretramento, non solo per i suoi contenuti, ma per spalleggiare un pericoloso movimento tellurico che oggi è abbastanza contenuto ma che visti i tempi potrebbe arrivare a subordinare le nostre scelte riproduttive a un volere, potere maschile ancora sui nostri corpi. Non ci sto, non concepisco questo voler dare sostegno a un tentativo di incrinare qualcosa che non va assolutamente toccato. La donna che ha deciso per l’IVG lo ha fatto perché lei ha valutato cosa rappresentasse quella gravidanza, non era desiderata e non voleva portarla a termine per mille motivi su cui nessuno deve intervenire e permettersi di giudicare, e solo lei poteva decidere in merito. Questo non deve essere mai messo in discussione, altrimenti che succederà, ci incateneranno come nel racconto dell’Ancella fino al parto?

Nemmeno su questo siamo più legittimate a decidere, a scegliere? Non metterò il link all’articolo, mi fa male pensare a quanto indietro stiamo tornando. Non decidiamo di abortire “di nascosto”, è nostro diritto non coinvolgere il “padre del concepito”. Questo è il quadro:

“Premetto che sono padre di una bambina di 17 mesi ed ho una compagna. Circa 6 mesi fa la mia ex-fidanzata C., con cui mi vedevo frequentemente anche dopo la nascita di mia figlia, è rimasta incinta dopo una notte di amore. Ho scoperto per caso questa situazione perché C. aveva deciso di fare l’interruzione volontaria di gravidanza di nascosto. Su questo punto secondo me la legge 194 è lacunosa: possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed esclusivamente dalla decisione della madre? Ho provato in tutti i modi a persuadere C. nel portare avanti la gravidanza ma non c’è stato nulla da fare ed a distanza di mesi mi porto ancora questo lutto nel cuore”.

Ed è di fronte a questo mettere continuamente in discussione la capacità autonoma della donna di decidere, per rientrare in un sistema di controllo, in cui ciò che avviene nei nostri corpi è funzionale, deciso, stabilito al di fuori di noi, altrove, dove il maschile ha pieni poteri e pretende di conservarli. Questo richiama anche tutti i tentativi di somministrarci ulteriori inganni, favole che si servono di un linguaggio suadente, che ci illude di essere protagoniste, per ridurci ancora una volta a meri strumenti, oggetti, involucri, su cui sospendere l’umanità e i diritti di ciascun essere umano, per renderli obbedienti all’ennesima strategia patriarcale.

Ritorniamo alle origini delle parole e continuiamo ad adoperarle non dimenticandocene mai il significato, il valore storico delle lotte che recano con sé. Non è concepibile la rottamazione delle parole e della storia che le ha attraversate. Le parole non sono intercambiabili o questione secondaria, servono a dare corpo ai significati intrinseci, a maggior ragione se si tratta di diritti. Come per esempio il diritto all’autodeterminazione, quale riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente dell’individuo. È una nostra rivendicazione, di una “capacità”, di un riconoscimento pieno di ciò, a partire dalle questioni della sessualità e della riproduzione. Significa rivendicare la totale autonomia della gestione del proprio corpo, che significa innanzitutto comprensione e valorizzazione di sé, affermazione di un sé, consapevoli di possibili manipolazioni. Costituì un po’ il punto di innesco fondamentale per denunciare, come abbiamo letto, le mille forme di violenza, coercizione e discriminazione subite dalle donne in ambito privato e sociale, da secoli di cultura di stampo patriarcale.

Con le lotte femministe si scoprono nuove percezioni di sé. Demolendo tutti i pregiudizi che oggi si cerca di riaffermare in alcune mozioni no-choice, in merito alle conseguenze dell’aborto, da Trieste al Municipio 5 di Milano.

Leggo sempre un paragrafo di Elvira Banotti, che introduce la sua indagine:

“Verificheremo così come le donne che hanno il coraggio del loro “peccato” non abbiano depressioni, traumi, ma sentano rafforzata la propria predisposizione ad esistere. Una volta uscite dalle restrizioni programmate esse assimilano le modificazioni attinte dentro di sé e vivono l’aborto come una ricomposizione della propria autonomia emotiva.

Potrà anche verificarsi che una volta sperimentato questo processo alla natura si riscontrino a livello inconscio presenze di confusi sensi di colpa. Questa fenomenologia è il riflesso immediato e diretto delle condizioni culturali e fornisce appunto la prova dell’introiezione del rapporto autoritario e punitivo e dell’ansia per aver voluto vivere un comportamento proibito. Siccome è proprio l’inconscio a incamerare i valori ereditati dalla tradizione, condensata in una serie infinita di fattori esogeni (idee, sentimenti dominanti, condizioni di vita materiale, regole politiche, pressioni da circostanze d’ordine collettivo, rapporti tra persona e persona e tra persone e gruppi sociali), esso tenta di imporre immagini ancestrali che si sedimentano in ogni singolo individuo; per cui ogni affermazione della persona e della volontà si scontra sempre con una resistenza e un condizionamento. Ed è proprio la capacità di distaccarsi da questi “filtri” delle esperienze personali ad operare come momento di affermazione dell’autocoscienza.”

È evidente che tutto il senso di colpa nasca e fuoriesca da una cultura che abbiamo assorbito fin da piccole, come nonostante oggi una legge ci consenta di effettuare una legittima decisione, c’è qualcosa di più profondo e tuttora radicato dentro di noi, quella cultura patriarcale che tuttora esplica i suoi effetti, perché è ancora fortemente presente, agisce nel profondo e cerca di riaffermare se stessa anche attraverso i sensi di colpa e lo stigma. Come se tutte le donne dovessero reagire allo stesso modo, come se si volesse appiattire il vissuto di ciascuna, per non consentire altro se non senso di solitudine, trauma e colpa. Abbiamo da rimuovere tuttora una enorme quantità di polvere di pregiudizi che si è sedimentata sulle donne, e non dimentichiamoci che secoli di lavaggio del cervello non si risolvono facilmente, considerando anche tutte le forme di resistenza che un certo tipo di cultura continua ad esercitare. Continuano a suggerirci, imporci come una donna deve rispondere, comportarsi, reagire in ogni occasione, accade anche quando subiamo violenza.

È sempre più vero che i corpi delle donne sono campi di varie battaglie consumate per mano patriarcale, e quando dico patriarcale mi riferisco a una cultura che pensa e agisce in tutti/tutte per controllare, dominare, schiacciare, assoggettare, annientare, invisibilizzare, sottomettere le donne. Attorno a noi crescenti segnali di una liberazione e emancipazione incompiute e illusorie. Su alcuni fronti purtroppo dobbiamo anche registrare una palese sconfitta, in primis perché allearsi col maschile che tutto può e promette tanto, è assai più conveniente che guardare a fondo, capire le implicazioni di ciò che avviene, stare dalla parte di chi per secoli non ha avuto voce e non ha potuto decidere. Si sceglie di difendere i privilegi e i desideri maschili, per i quali restiamo oggetti sessuali o riproduttivi. Libertà e scelta sono i nuovi mantra che ci somministrano per convincerci, quando poi nei fatti ci usano come beni di consumo, uteri, corpi al servizio, stendardi da pink washing, ricacciandoci indietro di decenni. Ci sottraggono diritti e tutele e non ne capiamo la portata. Ci continuano a chiedere di non disturbare. Molte di noi ci hanno vendute già ai manovratori patriarcali. Per assecondare le “varie sensibilità”, non disturbare, non essere scomode, mediare, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci ritroviamo con i diritti che cadono a pezzi e vengono messi in discussione. Molte di noi ringraziano per le briciole ricevute in cambio, gioiose di un vantaggio personale, chiuso su se stesso. Molte di noi ci chiedono di pazientare. Non è tempo di avere pazienza, le cose non cambiano da sole. Molte di noi non si sono ancora arrese. Molte di noi continueranno a pretendere non semplici pannicelli consolatori, commemorativi di una situazione da destino immutabile, ma una differenza piena di azione, un cambio di passo concreto, per contrastare e fermare la violenza sulle donne che si presenta sotto innumerevoli forme. Sulle nostre vite vogliono passare con lo schiacciasassi, non lo permetteremo.

La conquista di sé è un percorso, un cammino da costruire, che ogni persona deve poter, saper vivere, sperimentare, ascoltando e facendo attenzione ogniqualvolta si passa da una dimensione di assoggettamento a qualcosa di esterno, di gruppo, sociale, a una voce personale di coscienza soggettiva, di sé. La responsabilità in primis verso se stessa, non come forma di subordinazione a qualcosa o a qualcuno, ma esercizio di libertà, rispetto di sé. Un passo necessario di assunzione di una libertà più consapevole e alta, capace di riconoscere e di vedere quando viene calpestata, manipolata, alterata, distorta, tanto da ritorcersi contro noi stesse. Una libertà che sia autenticamente nostra e non un surrogato che altri desiderano somministrarci, ancora una volta.

 

Per approfondire:

L’Irlanda ce l’ha fatta!

Al fianco delle donne di Napoli:

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Never surrender. Never give up the fight.

Design by Soli Rachwal


Le ondate del femminismo, numerate, incastonate in varie epoche, temporalmente divise ma interconnesse, si susseguono e contengono ciascuna sempre il medesimo seme, nucleo fondativo che è quello da secoli, pur differenziando man mano gli obiettivi e i meccanismi nei vari periodi. Non si tratta solo la parità o del diritto di voto, c’è essenzialmente qualcosa di più basilare: la vita può, deve poter seguire un corso diverso, migliore, non essere per destino un percorso accidentato e infernale solo perché si è nate donne.

“L’idea che c’è un altro modo di viverla questa vita”.

Le donne sono la metà della popolazione e le loro istanze non possono essere cancellate, neutralizzate, strumentalizzate, invisibilizzate, ignorate.

Prendere coscienza, ciascuna a suo modo, di questa verità che ci accomuna, è la miccia che innesca tutto il resto e che rompe col passato.



Poter camminare senza mannaie, giudizi e sensi di colpa elargiti a grandi mani da una società maschio centrica. Si può vivere diversamente, uomini e donne, insieme. Guardando il film Suffragette, si scorgono molte delle questioni cruciali scoperchiate dal femminismo, tessendo un intreccio tra istanze sociali e di genere, alcune delle quali tuttora irrisolte: il lavoro minorile, l’assenza di tutele per la salute, la necessità di servizi per l’infanzia e di sostegni per permettere alle donne madri di lavorare, le violenze sul lavoro, le discriminazioni negli studi, le conseguenze di un ruolo e “posto” sociale esclusivamente “di madre e moglie”, non di cittadina e di lavoratrice portatrice di pari diritti, la durezza e la fatica dell’esistenza e della lotta, il giudizio sociale, le disparità salariali, la violenza domestica, le difficoltà dell’attivismo e le sue conseguenze, la patria potestà e un diritto di famiglia discriminante per le donne (solo nel 1925 vennero riconosciuti i diritti delle madri sui propri figli, in precedenza assegnati in esclusiva al padre), soprattutto in caso di divorzio e di questioni legate ai figli.

Ridicolizzate, svilite, vilipese, schernite, offese, silenziate, oscurate, imprigionate e colpite con ogni mezzo: questo ha accompagnato da sempre il lungo cammino delle donne per i diritti, per essere artefici della propria vita, per non essere più considerate proprietà, oggetti, appendici maschili. Un percorso difficile, per nulla privo di conseguenze dolorose sulle singole esistenze, perché nulla può essere come prima.

“Credo che, al di là delle vicende esistenziali di ognuna, l’eredità più grande che il femminismo ha lasciato alle donne, anche alle più giovani, sia quella di non accettare la vita come qualcosa di inevitabile e scontato, ma iniziare a chiedersi perché, ascoltare i propri desideri, chiedersi di cosa si ha bisogno, che cosa manca.”

Da “Come il mercurio” di Carla Marcellini

Un cambiamento che doveva passare attraverso il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, perché solo l’elezione di donne in parlamento poteva permettere alle donne di “fare” le leggi, partecipando a un processo che per anni è stato appannaggio esclusivo maschile. Certo, il raggiungimento della rappresentanza non è mai stata e non è la garanzia di un lavoro dalla parte delle donne, questo credo che lo abbiamo già ampiamente sperimentato. Non è roba da pallottoliere. Così come sappiamo che può esistere un lavoro trasversale tra donne di diversi colori politici per il raggiungimento di obiettivi importanti. In ogni caso, una rappresentanza consapevole del poter compiere la differenza è fondamentale. Purtroppo, possiamo ampliamente sostenere che finché la selezione sarà grandemente in mano maschile, non potremo aspettarci molto. Ma lo stesso vale per le collezioniste di poltrone, di ruoli, di candidature e di incarichi, esattamente come da secoli fanno gli uomini. La strada è tutta in salita finché non cambierà a fondo la cultura e l’atteggiamento/rapporto con il potere.



Avere piena gestione della propria vita, avere un posto pienamente riconosciuto e agibile nella società, poter partecipare per mutare l’assetto imposto da leggi che hanno tuttora un sapore maschile, sono questioni tuttora aperte. Sapere da dove vengono tutti i diritti che oggi il nostro ordinamento sancisce e tutela potrebbe aiutarci.

C’è qualcosa che ci accomuna alle lotte delle varie ondate: il coinvolgimento e la diffusione delle lotte, l’essere libere, senza catene, perché solo così si ha la forza e il coraggio per portare avanti le battaglie. Non avere nulla da perdere, questa è la chiave. Ciò che ci azzoppa: essere imbrigliate principalmente in convenienze personali, in rapporti che “possono servirci”, in subordinazioni a “poteri” che ci possono aiutare, in “non belligeranze” utilitaristiche, in un fare politica per se stesse, in un esserci esattamente come ci starebbe un uomo, in una brodaglia di attivismo che si perde in piccole e innocue insenature. Ecco perché c’è sempre un compromesso, un germe che mina da dentro le conquiste. Basti pensare alla legge 194. Ed anche laddove si pensava di aver compiuto passi in avanti, dobbiamo constatare che briciola dopo briciola, si son mangiati o si vogliono rimangiare l’intera torta.

A completare il quadro, ci sono le divisioni, le puntualizzazioni che spesso fanno riferimento solo alla propria persona e opera, autorità che sembrano voler sostituire in toto il vecchio padrone, il vecchio potere. Sinceramente, l’arte e l’esercizio di collocazione, catalogazione e di etichettatura mi è sempre stata stretta. Perché mai stare sempre in trincea tra noi, o bianco o nero, senza riuscire a sbarazzarsi di posizioni monolitiche o di giudizi? L’assurda regola della fedeltà, “o stai con me su tutto, o sei contro di me”. Il permesso da chiedere prima di ogni passo. Non sarebbe “differentemente rivoluzionaria” la possibilità di dissentire e di avviare un dibattito rispettoso pur nelle diversità di opinioni? Il sindacare continuo sulla “purezza” e sul pedigree femminista. L’entrare a gamba tesa in ogni dove per affermare una supremazia dal sapore assurdamente machista. Quante catene, che se vengono sommate alle delusioni, rischiano di avere l’effetto di movimenti tettonici! Una restaurazione anche se femminista è pur sempre una restaurazione, il gattopardismo resta sempre tale. Per questo ci perdiamo i pezzi e andiamo in pezzi. E ci sono fughe da tutto questo metodo che crea disagio, sfiducia, sensazione di non accoglienza, non poter avere voce, non poter esistere se non “affiliata”, incardinata in una categoria, in una fazione. In fondo sembra davvero che non ci sia differenza, “madri” al posto di “padri” dalle quali dovremmo passivamente prendere “ordini” e alle quali subordinarci. Di protezione in protezione, secondo schemi sempiterni. Altro che sullo stesso piano, altro che uguaglianza di genere, quando abbiamo difficoltà anche tra noi. E nel calderone delle polemiche smarriamo gli obiettivi e questo anche se a malincuore lo devo dire. Spesso lasciamo macerie e per questo dovremmo fermarci. Capire che è il momento del “sospendere” certe prassi. Stiamo facendo il gioco del patriarcato, e il femminismo per me non è un luogo di produzione in stile capitalistico o di autosostentamento. Non siamo raccoglitrici, non siamo alla ricerca di benefici, non siamo elemosinatrici di briciole di diritti. Non siamo alla ricerca di un posto per noi, non è da idealista folle iniziare a pensare, tornare a pensare in senso collettivo, come se non ci fosse un domani o un dopodomani a cui rimandare. Abbiamo da perdere solo le occasioni per migliorare la vita delle donne, non solo quelle che che hanno voce e riescono a trarre vantaggi da un sistema tuttora fortemente a guida machile, nel pensiero e nella pratica.

E se il 25 settembre si svolgerà l’udienza nella quale il giudice deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, continuo a chiedere cosa pensiamo di fare. Sento un po’ di vuoto.

Lo dico chiaramente cosa stiamo smarrendo: l’opportunità di dimostrare solidarietà a una donna e al contempo a tutte le donne che hanno sperimentato e sperimentano molestie e violenze sul lavoro. Soprattutto non si deve lasciar passare tutto il corollario espresso dalla pm che ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di noi. Il #metoo, sbeffeggiato e infangato da più parti, non è roba da social, se vogliamo che abbia una qualche ricaduta nella realtà. Le molestie e le violenze non possono diventare poltiglia nel tritatutto di un potere maschile che discredita e nega la realtà.

Abbiamo da perdere qualcosa? Questo lo chiedo, perché ho come la sensazione che sia questo il problema. Ci avvitiamo attorno a un limite, un grosso e grande muro, che noi stesse ci siamo costruite, per poterci riservare un “posto unico”, bastante a sufficienza per noi stesse, disposte a svendere tutto. Eppure il femminismo dovrebbe avere una dimensione e un respiro collettivo per poter giungere a qualcosa. La facciata e la prassi. L’effetto? Un pericoloso e comprensibile ripiegamento nel proprio privato, stanchezza, rinuncia, rassegnazione, senso di vuoto e di smarrimento. Nel chiacchiericcio sterile, nella debolezza di non riuscire a mostrare l’urgenza di certe rivendicazioni, di fissare determinare argini, di prendere posizione passano fiumi e tempeste.

Con lo sguardo del distacco estivo, vedo meglio tutto questo. Metto a fuoco prima di ripartire, distante dal modello “qui, oggi, ora, domani chissà”. Ho lasciato decantare e sedimentare il flusso di accadimenti estivi. Ho compreso quanto arduo sia riuscire a far chiarezza, a superare il taglio superficiale e fugace che ci impone il veloce processo di produzione-consumo. Ci siamo dentro. Vorrei che ci prendessimo però il tempo necessario per concentrarci, perché a furia di perdere i pezzi, di sottovalutare, di pensare che siano questioni secondarie, di non accorgerci delle cose, di frammentarci, di non riconoscerci tra di noi e di non sentirci parte di una storia comune che va al di là delle nostre esistenze, di non occuparci di noi in senso collettivo, rischiano di far passare i più pericolosi arretramenti. Un po’ come accadde sulla questione dello stalking. “L’ognuna per sè”, la difficoltà a creare e a fare rete per davvero tra i vari livelli (politica istituzionale, attivismo, associazionismo, base) crea questi cortocircuiti.

Prendiamoci il tempo per mettere in fila le priorità, le questioni che potrebbero essere per noi delle spade di Damocle, qualcosa che in breve tempo potrebbe annullare molte delle conquiste e dei principi tanto faticosamente raggiunti. Pensiamo al DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon, sul quale mi soffermerò prossimamente, alla catena interminabile di violenze e di femminicidi che sempre più passano in sordina, al lavoro femminile. In poche parole, come pensiamo di costruire le basi oggi per un futuro differente, che sia più dalla parte delle donne? Quanto ci accorgiamo che anche i diritti “acquisiti” possono essere messi in discussione e cancellati? Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?

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Ideologica?

@Anna Parini


Ieri ho fatto un ennesimo tentativo di far comprendere quanto la riproposizione sorda della parola “mamme” fosse carica non solo di un mancato ascolto delle donne, ma anche di un ingabbiamento, di una visione parziale e discriminatoria, di un linguaggio lontano anni luce da un progresso nell’immaginario e nei fatti. Ne avevo già parlato qui.

Durante il mio intervento sin da subito ho sentito davanti a me un muro, che sin dopo qualche secondo si è tramutato in parole, “non hai capito niente”, “va bene lo hai detto, ma ora basta”. Insomma un successo di reazioni empatiche e in ascolto. Ma non posso dire che non me lo aspettassi. Era solo un altro tentativo di interloquire su questi temi. Era solo l’ultimo dei momenti desolanti a cui ho partecipato.

Quei sussurri scomposti e stizziti “non hai capito niente” fatti per scompormi e interrompere le mie argomentazioni mi hanno ricordato tanto il noise su Facebook, il disturbo nei commenti per silenziare qualsiasi tentativo di presa di parola autonomamente ragionata. Mi ha ricordato un atteggiamento paternalistico ma condito da un fastidio per qualcosa di aspettato ma comunque senza diritto di cittadinanza. Perché lì doveva filare tutto liscio. Perché io sono nessuno e quindi devo essere grata che il partito si sia ricordato delle mamme. Eppure io dal mio partire da me stessa, dalla mia storia e dalla mia esperienza non ho tratto un accanimento e una mono direzione. Dalla mia storia personale dopo aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mia scelta di diventare madre sul mio lavoro, ho sempre tenuto la barra dritta e non mi sono ripiegata sulla figura totem della mamma. Ho sempre lucidamente continuato a guardare alle donne, a lottare per l’uguaglianza, la riduzione delle discriminazioni, l’inclusione in ogni ambito delle donne. Questo blog ne è la prova. Perché parlare di donne significa non escludere e non sacrificare nessuna. Significa saper ascoltare tutte le donne. Significa uscire dalle gabbie e rifiutare le riserve protette. Significa non legarci alla biologia, significa pensare a chi donna biologica non è ma si sente tale. Significa parlare di care work non solo in termini di maternità ma in tutte le sue declinazioni, significa parlare di condivisione. Significa pensare in termini di genitorialità. Significa che anche se non hai figli è tuo diritto poter conciliare vita privata e lavoro, si chiama benessere e qualità della vita. Parlare di donne significa aver compreso finalmente la complessità e le difficoltà di tutte le donne. Significa parlare di diritti a 360°, finalmente non subordinati, non legati all’essere madri.

Quindi le parole, queste parole buttate al vento producono l’effetto allontanamento. Ci danno la sensazione di non avere spazio e ascolto reale. Ci danno la sensazione che la società sia rimasta cristallizzata. Parlare in termini di “mamme” vuol dire non volerci guardare in faccia, non accettarci come esseri umani completi, come portatrici autonome di diritti. Ieri pensavo a tutte le mie compagne di battaglie e di come siamo unite da tanto altro.

Tutto molto ordinato al tavolo, sin dall’introduzione di Nannicini che convintamente ripeteva la triade “lavoro, casa, mamme”. Con la stessa convinzione che aveva portato gli organizzatori a non smentire il capo e a riproporre “mamme” come parola d’ordine e come priorità dell’agenda politica.

Sì priorità dell’agenda politica.

Ho pensato alle donne italiane e a quanto mortificante possa suonare questa impostazione.

Forse perché per me le parole hanno un peso e una ricaduta importanti. Ma ancora una volta ho compreso cosa significa trincerarsi e barricarsi dietro una scelta che reca con sé la conseguenza naturale che se non sei mamma la politica non farà molto per te, o che farà molto poco, non sei prioritaria come cittadina. Tu donna sei meritevole di sostegno se sei fattrice, altrimenti sei una boicottatrice dei progetti nazionali. Io donna non ho cittadinanza e diritti in quanto essere umano, ma in quanto procreatrice. Nel disegno politico sono scolorita e quasi scompaio in tutte le mie declinazioni, molteplicità. Anche la mia storia personale non vale e mi si vuole insegnare la vita. Cosa vuoi che ne sappia dell’essere una mamma lavoratrice? È mancato l’ascolto delle donne. Manca. Ero lì in carne e ossa ma non è stato sufficiente per essere ascoltata. Ero lì perché faccio politica anche con il mio corpo e la mia voce, per testimoniare il mio pensiero in un luogo fisico. Per un confronto. Perché ci fosse accoglienza a un punto di vista, che proprio perché critico voleva spingere a riflettere e a interrogarsi. Eppure alcune si autodefinivano femministe. Quanto stropicciato è questo termine. Sì deformato e trasfigurato. Irriconoscibile. In questi contesti è assai rara la sua forma originale.

Probabilmente avranno pensato fossi una estremista infiltrata che era lì solo per fare polemica. Mica hanno capito il mio reale sconcerto e sgomento. Mica hanno capito che ero una donna iscritta. Mica si son posti il problema di capire ciò che stavo dicendo. Mica si sono interrogati sul fatto che fuori ci fossero tante donne che la pensavano proprio come me.

L’onorevole Teresa Bellanova ha bollato il mio punto di vista come “lettura ideologica” di un termine. Ossia: condizionato da idee preconcette, da pregiudizi: la mia vita e la mia esperienza vengono buttate nella spazzatura e senza appello vengono categorizzate come un mucchio di niente. Sarei accecata dal pregiudizio. Grazie per l’informazione.

Quindi mamme è solo una parola che hanno usato e svuotato di senso, sostitutendola a donne.

Così come privo di senso appare a questo punto il loro essere donna nelle istituzioni. È il risultato di un programma di “pinkwashing” istituzionale che non è in grado di capire nient’altro se non quel che prescrive il capo. Quale differenza fa l’essere donna così? Puoi girare mille città, mille quartieri, mille luoghi, ma se questo è il modo di porsi poco raccoglierai. La neutralizzazione delle donne è questo. Lo abbiamo visto anche dalle prese di posizione delle donne delle istituzioni sulla vicenda dello stalking e del nuovo art. 162 ter.

In verità ho anche pensato che si volesse riferire letteralmente al frutto di un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori vicini a un approccio vetero comunista. Tutto ci può stare, ma l’effetto finale non cambia.

Alcuni mi dicono che non mancano gli spazi aperti nel partito per confrontarsi. Che tutti hanno la medesima agibilità. Ebbene, fatemeli conoscere questi spazi perché ultimamente l’accoglienza è sempre “Non è il momento”, “non ora”, “non hai capito”, “le tue modalità non vanno bene”, “se non ti trovi bene la porta è aperta”, “ti abbiamo dato fiducia e tu ci ripaghi così?”. Ci ho provato a portare nei luoghi di partito discussioni sul sessismo, violenza di genere, discriminazioni, lavoro, prostituzione. Ma quanta fatica, quale accoglienza, quale sostegno, quale partecipazione, cosa è cambiato, come ha modificato la realtà quella più vicina, quanta influenza sul modo di relazionarsi, quali risultati sul linguaggio, quali effetti sul rispetto? Io non faccio politica per il Pd, faccio politica per dare voce alla mia comunità. Sono sempre stata così e non da ora. Non sono mai stata una trasformista e non faccio le capriole come tante persone fanno, specialmente ultimamente. Mi sono sempre espressa liberamente, ragionando, approfondendo e credo che siano qualità, non marchi negativi. Sono stata coerente con il mio passato, con le mie idee e i miei valori. Spesso però la mia appartenenza mi ha portato strali e accuse di non essere affidabile, ma io non sono il mio partito, non posso caricarmi sulle spalle tutte le scelte prese dai suoi dirigenti e non ho responsabilità per altri. Per questo prendo parola per me stessa.

Sono andata via, con il magone, smarrita, prima della fine. Ero nel posto sbagliato. Ho pensato che avevo ascoltato abbastanza e che la mia ora abbondante di viaggio sui mezzi mi aveva condotto a sentire certe cose. Ho capito che sanno molto poco non solo delle mamme, ma soprattutto delle donne. I risultati si vedono. Non avete idea della reazione quando ho detto “basta bonus”. Ne prendo atto e volto pagina.

All’ingresso mi hanno passato il metal detector e frugato nella borsa. Avevo con me dei fogli A4 su cui avevo scritto delle brevi frasi nel caso in cui non mi facessero intervenire. Hanno voluto leggerli ad uno ad uno. Avrei dovuto capire che il vento è cambiato da tempo.

Lo scollamento con il Paese non è una storia da gufi. È questo. Ma tanto io non ho capito niente. Nonostante ciò mi sono chiesta come ci si deve sentire ogni giorno a dover eseguire e affermare ciò che dice il vertice del partito. E allora ho pensato che tutto sommato sono fortunata.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno. Le donne non sono ologrammi o soggetti da strumentalizzare. Svegliamoci e pratichiamo un femminismo autentico, che parte dalla nostra esistenza, dalla nostra esperienza, da noi stesse, si esprime e agisce direttamente nella collettività.

Rifletto, parlo, mi confronto, racconto ciò che accade nella speranza che si muova qualcosa. Sono questioni politiche. Questo è fare politica.

Ricostruire l’entusiasmo di partecipare alla vita politica, condividendo progetti, valori, contenuti, orizzonti. Spesso le parole sono pietre, ma dovrebbero essere ponti e mani tese. Le parole sono importanti perché possono cambiare clichè, immaginari e ruoli antichi. Io proprio non ho nessuna intenzione di guardare indietro.

 

Ringrazio Valeria Borgese per questa testimonianza e per le sue importanti riflessioni:

http://www.valeriaborgese.it/blog/p/donne-o-mamme


AGGIORNAMENTO: notizia di oggi 23 luglio, nel Pd viene creato il dipartimento “mamme” con Titti Di Salvo a capo.

Appare chiaro che non  si è compreso un bel niente, la riserva protetta mamme è ancora lì. Un terzo schiaffo a tutte le donne. Ascolto zero. La mia dimensione donna è azzerata, non c’è altro oltre le mamme. 

La maternità è una scelta. Io difendo le donne indipendentemente dalla scelta che fanno su questo o altri aspetti. Mi piacerebbe che si parlasse di opportunità scevre da qualsiasi scelta, genere o appartenenza. Un esempio fra tanti: ci sono compiti di cura che esulano dalla maternità, questo spesso causa lo stesso tipo di mobbing e discriminazioni, fino al licenziamento. Per non parlare poi del numero di padri mobbizzati per aver chiesto congedi o orari più compatibili con il ruolo di genitore. L’ufficio della consigliera di parità regionale segue anche questi casi. Mi piacerebbe un orizzonte più vasto, riconoscendo le difficoltà connesse all’essere donna o al non comportarsi secondo ruoli “conformi al genere di appartenenza. Le italiane e gli italiani si aspettano altre parole, che non escludano, riportandoci indietro di decenni. Perché la scelta di essere o non essere madre resti paritaria. Nessuna agitazione attorno alla parola mamma, solo incredulità di fronte al fatto che non facciamo nemmeno un passo per cambiare paradigma culturale. Pretendo pari diritti in quanto donna, essere umano, cittadina.
Titti Di Salvo, a capo del “dipartimento mamme”, è anche colei che ha negato la relazione art 162ter con la monetizzazione del reato di stalking, bollando tutto come notizia infondata. Ma chiaramente a questo punto dovremmo aver compreso.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/23/pioggia-di-nomine-nel-pd-renzi-designa-40-responsabili-di-dipar_a_23043572/

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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

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Perché è stata una giornata speciale

 

Una giornata speciale, come lo sono tutte le giornate in cui le donne si uniscono e condividono un cammino. Non è affatto semplice, a volte è difficile, arduo far coincidere pienamente orizzonti, obiettivi, pratiche e modalità, linguaggi, formule. La sintesi a volte sembra un obiettivo in salita e complicato, non sempre riesce. Ma alla fine quando ci si trova fianco a fianco, avviene uno scambio di energia positiva immenso, inimmaginabile se non ci si trova a viverlo. Perché le nostre vite, il nostro vissuto, il nostro sentire sono lì, una accanto alle altre. Siamo lì anche per chi non c’è più. Perché se siamo lì, conosciamo pienamente i motivi che ci hanno portate a manifestare, in una piazza che assomiglia sempre più alla nostra casa, perché ci è familiare, è accogliente e piena di calore e desiderio di non essere sole nella nostra lotta quotidiana. Con noi la molteplicità di ciò che siamo. Con noi, le nostre esperienze, che nel bene e nel male ci hanno rese le noi di oggi.

Una giornata speciale questo 8 marzo, che torna ad essere di lotta, privo di stanchezze e di memoriali stantii. Lo abbiamo vissuto, con uno sciopero che ognuna ha declinato come ha desiderato, in alcuni casi “adattandosi” alle circostanze di un mondo lavorativo terremotato nelle sue regole e nelle sue garanzie. Lo abbiamo riempito di senso. Nonostante le differenti opinioni su alcuni aspetti, hanno prevalso le motivazioni comuni. Lo abbiamo vissuto preparandoci insieme, a partire dalle donne dei quartieri in cui viviamo.

Ci siamo unite e qualcosa si è creato spontaneamente: per una parità piena (retributiva e di trattamento, accesso) nel mondo del lavoro, per una vita libera dalla violenza, per una piena garanzia dei nostri diritti sessuali e riproduttivi e per una tutela vera della nostra salute, per una eguaglianza che significa piena cittadinanza per tutte. Contro ogni discriminazione, che sia di genere, culturale, religiosa o etnica.

 

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Mi hanno detto che è iniziato un nuovo anno

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Leggo qui che:

“secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia in occasione della giornata contro la violenza sulle donne i femminicidi stanno – anche se di pochissimo – diminuendo. Nel nostro Paese muore una donna ogni tre giorni: speriamo di non leggere anche nel 2017 queste cifre, queste tragedie. Qui la speranza non deve abbandonarci: se le donne vengono ammazzate nel 93% dei casi da uomini vuol dire che la disparità di potere è fortissima. Solo con il lavoro, con il guadagno, le donne possono e devono rendersi autonome e mettersi in salvo dalla furia omicida di compagni ed ex mariti.”

Io non condivido l’abitudine di continuare a misurare il fenomeno della violenza maschile sul numero di femminicidi, come se le oltre 120 donne che hanno perso la vita nel 2016 fossero una cosa normale e la flessione del numero ci desse la misura di un fenomeno in via di risoluzione. Così non è, a questo punto dovremmo andare più a fondo, scavando dentro tutta la violenza che non emerge o emerge grazie al lavoro dei centri antiviolenza e delle reti territoriali. Il femminicidio va prevenuto e contrastato, non dobbiamo fermarci ai numeri in calo, “non una di meno” è la frase che dobbiamo ripetere, l’obiettivo da perseguire, perché vogliamo essere tutte vive e libere dalla violenza. Il femminicidio è la punta dell’iceberg di un fenomeno diffusissimo e molto grave che blocca e soffoca la vita delle donne. Perché noi non accettiamo che nemmeno una donna possa ancora subire violenza o perdere la vita, perché questa violenza è un fatto pubblico, politico, una questione che lacera, avvelena le nostre comunità, devasta il nostro sistema di diritti e tutele, garanzie a vivere libere e autonome. La vita di ciascuna donna è importante, nessuna deve avere diritti affievoliti o meno opportunità di una vita dignitosa e libera.

La nostra autoderminazione è fortemente lesa e messa in discussione dalle tante forme di violenza che siamo costrette a vivere. L’oppressione delle donne è sotto i nostri occhi e contro questo dobbiamo fortemente combattere, senza ricorrere a forme autoconsolatorie. Abbassare la guardia solo perché c’è una flessione è pericolosissimo, così come è pericoloso pensare che un lavoro ci possa rendere immuni o salvare da solo dalla violenza. Certo può aiutarci, ma non è in grado di liberarci. Pensiamo a quante donne che lavorano subiscono violenza economica (e non solo) e non sono libere di autogestire il proprio stipendio. La violenza è trasversale e non risparmia nessuna, per censo, per cultura, per occupazione, per contesto sociale. Non vedere questo significa perdere di vista una porzione consistente del problema.

Lo vediamo dai dati delle donne occupate che si rivolgono alla rete antiviolenza milanese.

L’autonomia materiale non è una garanzia totale, altrimenti non ci sarebbe bisogno di avviare percorsi in grado di sostenere l’autostima delle donne, l’autodeterminazione, la consapevolezza della propria persona e dei propri diritti. Tutto questo in un contesto di violenza è fortemente carente, la donna viene azzerata come essere umano, la ricostruzione dell’identità è fondamentale per risultati duraturi e realmente di fuoriuscita dalla violenza. Ci sono circoli di violenza che portano le donne a non riuscire a riconoscere il proprio valore, ciò che è giusto e normale in un rapporto e ciò che non lo è. Dobbiamo stare a contatto con le donne reali, non con prototipi immaginari, conoscere le loro realtà quotidiane.

Non ci sarà uguaglianza, parità di diritti, pari opportunità, finché non debelleremo le radici culturali della violenza contro le donne, le disparità di potere troppe volte assecondate e alimentate, le varie forme di discriminazioni troppo spesso taciute, minimizzate e normalizzate, le connivenze per briciole di potere maschile, i muri eretti per ostacolare una piena partecipazione delle donne alla vita sociale, economica e culturale di questo Paese.

Non sarà un anno nuovo, ma la prosecuzione senza discontinuità dei secoli precedenti.

Non sarà un anno nuovo finché non promuoveremo con forza e convinzione programmi e progetti di sensibilizzazione contro le numerose forme di violenza che abitano le vite delle donne, finché il rispetto non sarà un valore insegnato, condiviso e diffuso, finché non riterremo inammissibile che vi siano spazi o porzioni di popolazione per cui rispetto e diritti umani fondamentali non valgano.

Non sarà un anno nuovo finché la trasformazione non includerà anche il benessere e la serenità delle donne.

Non vogliamo un po’ di rosa qua e là, buono solo per lavarci le coscienze. Non vogliamo ricordarci delle donne e sentire bilanci solo di circostanza.

Perché il patriarcato, quel substrato violento e velenifero che infesta le nostre esistenze di donne è tutto ancora lì, vivo e vegeto, forte, alla ricerca della prossima donna da sottomettere e su cui usare violenza.

Molti continuano a ripetere “non tutti gli uomini”, è vero, ma questi sono alcuni dei termini di ricerca che vengono tracciati dal mio blog, le frasi adoperate sui motori di ricerca per arrivare sul blog.

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Questo solo il 31 dicembre. A questo si pensa a fine anno e per gli altri 364 giorni.

 

Non sarà un anno nuovo finché non diffonderemo consapevolezza a tutte le donne, informandole sui servizi e sulle possibili soluzioni ai loro problemi.

Non sarà un nuovo anno e nemmeno buono finché non cambieremo le parole, il linguaggio, le visioni, gli approcci, le fondamenta delle relazioni, i comportamenti, a partire dai più semplici atteggiamenti.

Non sarà l’alba di un nuovo anno finché non riusciremo a raccontare la violenza con le parole giuste. Nonostante anni di appelli a un cambiamento del lavoro giornalistico, ci troviamo ripetutamente di fronte a questo tipo di narrazione tossica sul Messaggero:

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Un racconto con accenti inaccettabili, forse diretti a compiacere i tanti uomini che vorrebbero emulare questo gesto atroce. Un atto che poteva segnare la fine della vita di questa donna, viene descritto come se fosse un’abitudine tutto sommato “simpatica” e consolidata, perché si sa è “tradizione” considerare le donne degli oggetti, da buttare via all’occorrenza quando si decide di liberarsene. In memoria permane ancora l’attacco originale dell’articolo (poi cancellato) che richiama la tradizione. Troviamo il consueto richiamo al momento d’ira, il solito raptus di questo uomo che voleva liberarsi della moglie, il suo “guaio”. Parole, stile, ricostruzione tutto fuori luogo e ci chiediamo a cosa risponda questa giovane giornalista. Proprio non sappiamo fare di meglio, imparare a comunicare in modo differente? Un sintomo di come tanti giornalisti e giornaliste vivono nel proprio mondo, insonorizzato evidentemente, se non vengono raggiunti dai tanti appelli (Giulia giornaliste) e decaloghi dell’Ifj per l’informazione sulla violenza contro le donne a un cambiamento dei media, se non capiscono che comunicare in questo modo significa replicare all’infinito stereotipi e modelli negativi, assecondare comportamenti e mentalità altamente pericolose.

Forse per vendere o ottenere qualche click, ci piace pensare che tutto sommato non causeranno poi tanti danni? I danni sono evidenti, basti considerare la percezione della violenza che emerge da questa indagine europea.

Questo il quadro in cui ci muoviamo, quindi abbiamo ancora molta strada da fare per diffondere consapevolezza e lavorare sulla cultura e sul linguaggio.

Abbiamo anche un altro fronte su cui lavorare: ci sono tante realtà e reti a sostegno delle donne, ma spesso si fa fatica a farle conoscere.

Per questo condivido queste informazioni* riguardanti la rete antiviolenza milanese, attiva già dal 2006. Vi consiglio di leggere con attenzione questi documenti, utili a diffondere una panoramica del lavoro svolto in questi anni sul territorio, un percorso che ha bisogno di essere condiviso, conosciuto, da continuare a costruire, migliorare insieme, magari allargando la rete ad altri soggetti che possano arricchire con un sentire “femminista”. Più se ne parla, più si aprono le collaborazioni e le interazioni, migliori risultati si ottengono. Soprattutto occorre individuare chi è realmente idoneo e in grado di occuparsi di violenza.

Le risorse:

 

Mi auguro che si adottino strumenti di divulgazione e di informazione più accessibili alle donne tutte. Torno a ribadire che strumenti come Disamorex potrebbero fornire utili “ganci” di riflessione e di diffusione di consapevolezza, soprattutto tra le più giovani e perché no, se tradotto in più lingue, anche tra le donne migranti.

Per questo occorre avere degli spazi in periferia dedicati alle donne, il più possibile autonomi e autogestiti, per rendere questo passa parola ancora più efficace. Qui una raccolta di “desideri” e bisogni delle donne del mio municipio, frutto di uno degli incontri che stiamo promuovendo. C’è un gran bisogno di incontrarsi e condividere. Restiamo in ascolto reciproco. Questa è l’unica vera regola essenziale. Non restiamo sole, siamo in tante. La nostra resistenza collettiva a chi ci vuole controllare e sottomettere.

E che rivoluzione femminista sia! Non c’è altra via.

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*p.s. ringrazio la consigliera comunale Diana De Marchi, presidente commissione Pari Opportunità, per i dati sulla rete antiviolenza milanese.

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Prospettive e propositi

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La Corte di Cassazione ha di recente ritenuto legittimo il licenziamento se l’azienda vuole aumentare i profitti. Una decisione sulla base dell’art. 41 della Costituzione, “se l’attività dei privata è libera, deve esserlo anche la possibilità di organizzarla al meglio.”

Dipende dai punti di vista. Se coltiviamo il miraggio di un sistema liberista che si autoregola, può essere anche una buona notizia. Al contrario ci troviamo di fronte a una ennesima pillola amara che segna l’abisso in termini di diritti dei lavoratori.

Un sistema produttivo estremamente cambiato, in cui il prodotto del lavoro si è smaterializzato, molte tipologie di lavoro sono diventate in via d’estinzione, i lavoratori sono intercambiabili e i contratti sempre più strozzati e al ribasso, le retribuzioni abbastanza ferme e stagnanti verso il basso. In questo contesto si continua a privilegiare il bene dell’impresa, fregandosene del bene dell’individuo che vede precarizzare la sua posizione lavorativa e di vita sine die. Ma sappiamo che il bene dell’impresa ormai si riduce a una navigazione a vista, alla ricerca di incentivi, sponde governative, sgravi, gare, appalti amicali, politici, cessioni di rami di azienda, acquisizioni in cui far affogare le perdite, speculazioni varie. Non importa il futuro. Ci siamo mangiati l’alimentare e tanto altro. Ci siamo mangiati professionalità perché tutti siamo o sembriamo sostituibili e intercambiabili, salvo poi avere risultati mediocri che qualcuno dovrà rattoppare a paghe misere.

Da qui dovremo ripartire, da questa pagina triste per tornare a sanare le ferite di un affievolimento dei diritti dei lavoratori sempre più devastante. Per chi non ha paracaduti.

In questi giorni riflettevo su una questione. Per molte persone è veramente difficile capire di cosa si sta parlando, quali sono i termini reali in gioco, perché non ascoltano. Fanno fatica a comprendere realmente la storia di una persona vicina, una persona che non è stata licenziata, nonostante fosse ancora in vigore l’art. 18, ma che è stata “invitata a dimettersi” se non tornava a “pieno ritmo” dopo la maternità (straordinari non pagati e orari che si dilatavano fino alla sera e nei weekend di lavoro non retribuiti, trasferte prolungate fuori regione e fuori Italia, reperibilità h24). Perché il pieno ritmo è lavorare senza limiti e soprattutto gratis. Una persona che per un po’ ci ha anche provato, che si è vista cancellare premi di fine anno, che a un certo punto ha chiesto un part-time temporaneo per reali esigenze anche inerenti a problemi di salute, vedendosi naturalmente negata questa opzione. Una persona che avrebbe potuto fare causa, ma ha mollato perché aveva ben altri pensieri più urgenti. Certo accade anche di peggio, ma rassegnarci non migliorerà la situazione. E noi donne solitamente siamo coloro che pagano più duramente un arretramento in termini di diritti e tutele.

Di questo dovremo occuparci, in un sistema che premia chi ha le spalle coperte e suggerisce agli altri di arrangiarsi. Un sistema che tiene dentro chi ha protezioni e non qualità. Un sistema che non offre grandi prospettive a chi vuole restare o che non può permettersi di andare all’estero. Un sistema che ignora le conseguenze negative di politiche deboli e poco diffuse di conciliazione e condivisione (molto più di un mini congedo di paternità obbligatorio di due giorni, che si prospetta diventeranno 4 dal 2018, coperture permettendo). Un sistema che non riesce a interpretare le esigenze delle donne che vogliono lavorare e non rinunciare a una vita privata. Per questo dovremo tornare a combattere nel 2017 e negli anni a venire, nonostante qualcuno dica che tornare a garantire tutele ai lavoratori è anacronistico e una zavorra per la ripresa e lo sviluppo economico. Dovremo tornare a ripensare al welfare tutto, pensando a un mondo che è cambiato ma non può rinunciare a garantire diritti e dignità alle persone. Pensando che le disparità non sono affare privato, ma politico.

Non dimentichiamo le parole del ministro Poletti. Non dimentichiamo i differenziali di potere, non facciamoci fregare per le briciole e per una guerra tra poveri, dove trova spazio chi può contare su influenti sponsor. Non dimentichiamo chi vuole rientrare nel mondo del lavoro e trova solo condizioni schiaviste, chi lavora in nero perché altrimenti non lavorerebbe, chi non ha altra prospettiva che un voucher.

Fare politica è innanzitutto porsi in ascolto. Marta descrive bene la situazione del lavoro in Italia. Non cerchiamo la luna nel pozzo, ma quanto meno rispetto per chi resta, per le condizioni che si è costretti ad accettare, per chi va via, per le difficoltà che si assumono. Perché di presa di responsabilità si parla, quando compiamo delle scelte molto spesso dettate dall’esterno, su cui noi abbiamo poco margine per incidere. Ci prendiamo le nostre responsabilità perché in un Paese dove è forte il familismo e l’ascensore sociale bloccato, non siamo rimasti a guardare. Ciascuno di noi ha preso la sua strada, ha investito il suo tempo in anni di studio, ha scelto l’emigrazione interna o all’estero, ha sperato con tutte le sue forze che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato in meglio. C’è chi dopo anni di precariato ha visto finalmente arrivare il contratto a tempo indeterminato e poi lo ha visto sgretolarsi all’arrivo di un figlio. C’è tutta la storia di intere generazioni che hanno dovuto cambiare prospettiva talmente di frequente che è diventata un’abitudine non riuscire a programmare non dico il dopodomani, ma nemmeno il domani. Quanto meno lasciateci la dignità, il rispetto di non schernirci, di non abbatterci. Non volete vederci, ma almeno il rispetto dato dal silenzio. Perché intervenire sul lavoro non può avvenire a suon di bonus, perché il domani si può rendere meno oscuro se tornate a darci i diritti che ci sono stati tolti con la prospettiva di un’economia capace di risolvere le disparità e le differenze sociali. C’è chi è tornato indietro nella scala sociale, nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici propri e dei genitori. C’è chi si accontenta di non avere garanzie e tutele pur di lavorare, perché questa è la prospettiva che gli è stata insegnata, a volte l’unica che ha conosciuto. Perché ci sono comparti in cui non arriva più nemmeno il sindacato, fortini dei “Padroni” dove la contrattazione avviene tra datore e prestatore di lavoro, senza intermediari, col nodo scorsoio che si stringe al collo, un affitto da pagare, una cig in corso da cui scappare (dal 2017 la Naspi, l’indennità di disoccupazione, sostituirà la cassa in deroga), una famiglia da mantenere. Se questi sono diritti, se questa può definirsi normalità. E intanto ti senti ripetere che questo è quello che c’è per chi non ha le spalle coperte. Se sei una donna le prospettive le viviamo sulla nostra pelle, scavano fino a riportarci nei nostri ruoli secolari. Per questo ho firmato per i referendum Cgil. Perché la nostra dignità è stata calpestata a favore del mercato e della concorrenza. Mi rimane solo l’orgoglio di aver trovato lavoro sempre con le mie sole forze, senza bisogno di sponsor familiari o amicali. Così continuo a far politica. Irrisa sì, ma libera da catene. Capace di un senso critico autonomo che non è servo di nessuno. Capace di evidenziare le cose che non vanno, senza paura di ritorsioni.

Tempo fa una giovane rampolla “lanciata” in politica da illustri capibastone, mi ha detto che le competenze in politica non sono una condizione necessaria, che l’importante è il cognome, la famiglia, le relazioni che può assicurare, il resto poi si farà, se proprio necessario. Una vera e propria resa di fronte a una cultura politica fondamentale, a un progetto, a un sistema di valori, a una direzione politica, a un impegno solido e profondo, con radici solide costituite di approfondimento autentico e personale, non finalizzato a una tornata alle urne o al mantenimento di bacini elettorali. Se non abbiamo una direzione e obiettivi di lungo periodo, una cultura politica che ci faccia da guida e legittimi le nostre scelte, senza costruire benessere diffuso e progettualità che salvaguardino tutti i cittadini, si tornerà (si è già tornati) alla politica delle clientele, degli scambi, del potere di capibastone e gestori di bacini elettorali, delle strane interconnessioni tra interessi privati e individuali e politica, di una prevalenza delle reti amicali, familiari e clientelari. Non risponderemo che a questo sistema, tralasciando tutte le istanze reali di tante/i cittadine/i.

Ogni tanto sarebbe utile allargare lo sguardo e capire che la crescita economica da sola non basta ad affrontare e risolvere la crescente disuguaglianza, che aumenta e non si risolve a suon di PIL. La politica si deve occupare anche di altri fattori se non vuole aumentare la forbice delle diseguaglianze.

Vi riporto questo articolo del Wef. Ogni tanto leggere non guasta per chi fa politica. Perché non si fa politica limitandosi a guardare ombre di realtà in una caverna buia. La realtà va compresa immergendovisi e comprendendo le istanze, ascoltandola e guardandola con i propri occhi, senza filtri.

“Un quarto di secolo dopo la pubblicazione nel 1990 del primo Human Development Report, il mondo ha fatto importanti passi nella riduzione della povertà, per migliorare la salute, l’istruzione, le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.Tuttavia è impressionante osservare come miglioramenti di questo tipo non siano stati equamente distribuiti. Permangono profonde disparità di sviluppo umano nei e tra i Paesi.

L’aspettativa di vita dei bambini come sappiamo non è omogenea, con fattori discriminanti che riguardano non solo il Paese di nascita, il reddito familiare, ma anche il livello di istruzione delle madri.

(…)

Queste differenze derivano da una serie di motivi. Esistono “disuguaglianze verticali”, causate da una distribuzione del reddito distorta, così come “le disuguaglianze orizzontali”, derivanti da fattori razziali, di genere ed etnia, e quelle che si formano tra le comunità, a causa della segregazione residenziale.

Molte persone sperimentano diverse e contemporanee forme di discriminazione, e il grado di esclusione è il risultato dell’interazione tra le diverse forme di discriminazioni. Una combinazione di disuguaglianze verticali e orizzontali possono causare forme di esclusione ed emarginazione estreme, che a loro volta perpetuano povertà e disuguaglianze di generazione in generazione.

Fortunatamente, il mondo è diventato sempre più consapevole degli effetti perniciosi della disuguaglianza sulla democrazia, la crescita economica, la pace, la giustizia e lo sviluppo umano. È diventato chiaro che la disuguaglianza erode la coesione sociale e aumenta il rischio di violenza e instabilità.

In ultima analisi, le politiche economiche e sociali hanno due facce della stessa medaglia.

Oltre al dibattito morale per ridurre le disuguaglianze, vi è anche quello economico. Se la disuguaglianza continua ad aumentare saranno necessari indici di crescita più elevati per sradicare la povertà estrema, che se i vantaggi economici fossero più uniformemente distribuiti.

Alti livelli di disuguaglianza sono correlati alla presenza di élite di potere che intendono unicamente difendere i propri interessi, bloccando le riforme egualitarie. Il problema non è solo di disuguaglianza, ma di come essa ostacoli il perseguimento di obiettivi collettivi e del bene comune; inoltre erige ostacoli strutturali allo sviluppo, per esempio, attraverso la tassazione insufficiente o regressiva e blocchi degli investimenti nel campo dell’istruzione, della sanità, o delle infrastrutture.

La crescita da sola non può garantire la parità di accesso a beni e servizi pubblici di alta qualità; sono necessarie politiche adeguate. La recente storia dell’America Latina, la regione più diseguale del mondo, fornisce un buon esempio di ciò che è possibile quando sono messe in atto certe politiche. La regione ha visto significativi miglioramenti in ambito di inclusione sociale, durante il primo decennio di questo secolo, attraverso una combinazione di dinamismo economico e di impegno politico per la lotta alla povertà e disuguaglianza, come i problemi interdipendenti.

Grazie a questi sforzi, l’America Latina è l’unica regione al mondo che è riuscita a ridurre la povertà e la disuguaglianza, pur continuando a crescere economicamente. Più di 80 milioni di persone sono entrate nella classe media, che per la prima volta ha superato la quota di popolazione dei poveri.

A dire il vero, alcuni hanno sostenuto che questo è stato reso possibile dalle condizioni esterne favorevoli, compresi i prezzi elevati delle materie prime, il che ha sostenuto l’espansione economica. Tuttavia, il World Bank’s LAC Equity Lab conferma che la crescita spiega solo una parte dei guadagni sociali dell’America Latina. Il resto è frutto della redistribuzione attraverso la spesa sociale.

Infatti, politiche progressiste erano al centro dell’espansione economica stessa: una nuova generazione di lavoratori più istruiti ha fatto ingresso nella forza lavoro, in grado di guadagnare salari più alti e raccogliendo dividendi di spesa sociale. I maggiori incrementi salariali si sono verificati nelle fasce di reddito più basse.

Ora che l’America Latina è entrata in un periodo di crescita economica più lenta, questi risultati sono stato messi alla prova. I governi hanno meno spazio fiscale, e il settore privato è meno in grado di creare posti di lavoro. Gli sforzi per ridurre la povertà e la disuguaglianza sono a rischio di stallo – o anche di perdere le conquiste fatte a fatica. I politici della regione dovranno lavorare duramente per mantenere i miglioramenti dello sviluppo umano a lungo termine.

L’importanza di affrontare le questioni legate alla disuguaglianza è sancita negli ideali della Rivoluzione francese, nelle parole della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, e negli obiettivi per uno sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Uno sforzo fondamentale per plasmare non solo un mondo giusto, ma anche pacifico, prospero e sostenibile. Se, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dice, “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, non dovremmo tutti essere in grado di continuare a vivere in quel modo?”

 

Un augurio per un 2017 in grado di mettere seriamente come priorità la lotta alle discriminazioni e alle disuguaglianze. Un 2017 che sappia essere ACCOGLIENTE e migliore per tutti. Per una vita dignitosa per tutti, nessuno escluso.

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Consapevolezza, prevenzione, educazione e servizi

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Sembra un salto nel vuoto, il sesso per tanti ragazz* tra gli 11 e i 25 anni, l’età dei circa 7.000 studenti intervistati per l’indagine promossa Skuola.net e SIC – Società Italiana della Contraccezione.

“Quelli che fanno sesso “senza niente” sono circa il 33% degli intervistati, e pure quando usano un metodo contraccettivo non badano molto all’affidabilità.” 1 su 10 di chi ha avuto rapporti non usa mai il preservativo o altri metodi contraccettivi.

Il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) colloca l’Italia al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Manca una sistematicità dell’informazione nelle scuole e fuori, carente la consapevolezza sulle MST e sulla salute riproduttiva, latita un’educazione alla prevenzione e della cura e del rispetto del proprio corpo.

Tutto troppo casuale, tutto fermo a un bagaglio che pensavamo archiviato, ma che è tuttora vivo e vegeto nei passaparola tra ragazzi: circa il 12% del campione ritiene che lavarsi con la Coca Cola dopo un rapporto prevenga il concepimento. Certo, se l’approccio alla sessualità passa attraverso il porno ed è assente un accompagnamento adeguato, che faccia comprendere realmente tutto ciò che concerne una sessualità sicura e consapevole, avremo di fronte sempre questi risultati un po’ sconcertanti.

Tra i contraccettivi quello preferito è il condom, scelto dal 77% degli intervistati, seguito dalla pillola (al 13%). Poi c’è circa 1 ragazzo su 10 che afferma di adottare con frequenza il coito interrotto o il calcolo dei giorni (2%).

C’è un gran bisogno quindi di veicolare le informazioni, attraverso un linguaggio che sappia captare dubbi, preoccupazioni, ansie dei più giovani.

Dal sito mettiche.it, della Smic (Società medica italiana per la contraccezione), nato con l’intento di fornire ai giovani informazioni corrette sulla contraccezione, è nato un ebook con “200 e più domande e risposte sulla contraccezione e sulla contraccezione d’emergenza”. Il volume, firmato Emilio Arisi, presidente della Smic, e curato da Maria Luisa Barbarulo. Il testo è suddiviso in diversi capitoli, ciascuno dedicato a un metodo anticoncezionale. Le parti finali sono dedicate alle MST, alle curiosità sul sesso e alla conoscenza del proprio corpo. Da anno è disponibile sempre sullo stesso sito un’APP informativa sulle problematiche più frequenti in tema di contraccezione e contraccezione d’emergenza.

Insomma, si cerca di arrivare a informare il più possibile. Eppure si potrebbe arrivare in modo più sistematico, se solo ci fossero programmazioni periodiche di interventi nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile.

Perché contraccezione non significa uso improprio delle pillole del giorno o dei 5 giorni dopo, come emerge da questo articolo. Se grazie a questi farmaci sembrano calare gli aborti (dato comunque in naturale flessione da quando esiste la Legge 194) non dobbiamo pensare che le nostre preoccupazioni e i nostri sforzi per una contraccezione consapevole e adeguata siano terminati.

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Anzi. Prendere la pillola o adoperare altri contraccettivi che svolgono la loro attività quotidianamente, non ha gli stessi impatti sulla salute di un farmaco studiato per le “emergenze”. Quindi, puntiamo su una corretta informazione, insegniamo a usare una profilassi corretta e solo per le emergenze ad adoperare le pillole del giorno o dei 5 giorni dopo.*

Se fossimo stati lungimiranti avremmo dato piena applicazione alla legge sui Consultori pubblici del 1975. Invece la situazione è veramente disarmante. Se guardiamo alla Lombardia: i consultori pubblici sono stati dimezzati dal 2005 ad oggi, da 230 a 138, con una impennata dei consultori privati che passano da 38 a 98. In totale abbiamo 236 consultori. La legge ne prevede uno ogni 20mila abitanti, oggi sono 0,4 consultori ogni 20mila e la riforma li ridurrà ancora (la media nazionale è al 0,7).

Nel 2010 Regione Lombardia aveva accreditato ben 36 centri di aiuto alla vita, che sono entrati a far parte del sistema sociosanitario regionale, convenzionati con funzioni consultoriali, che naturalmente nessuno obbliga ad applicare la 194.

“Tra tagli e razionalizzazioni che, nei fatti, sono chiusure, i consultori pubblici in Lombardia sono in sofferenza”, sostiene Sara Valmaggi, consigliera regionale PD. I privati sono in crescita e sappiamo che purtroppo sempre più spesso “privato” fa rima con “confessionale”, che non applica di fatto la Legge 194. Certo ci sono i consultori privati laici, ma non sono nei disegni del Pirellone. Secondo i dati raccolti dal Pd, i privati nel 2005 erano il 14,2 per cento, nel 2010 il 29,6, oggi il 42%. Al contrario i pubblici, spogliati di fondi e in molti casi trasformati in “centri per la famiglia” nei quali oltre alla salute della donna ci si occupa di soggetti fragili come minori soli e padri separati, diminuiscono: nel 2005 in Lombardia erano l’85,5 per cento del totale, oggi il 52%.

 

 

A Milano la razionalizzazione dei consultori va avanti da anni: l’Asl di Milano, ora Ats, vi ha lavorato, sostenendo la necessità di accorpare sedi tra loro divise, per poter risparmiare sui costi. Un tema che ritorna in quanto da gennaio, a causa della riforma della sanità, i consultori passeranno sotto la gestione degli ospedali. Con il rischio di ulteriori trasformazioni: per non parlare del fatto che Milano è tra le poche città lombarde per le quali non è stato ancora stabilito a quali ospedali saranno assegnati i consultori.

Non vogliamo che la soluzione “contraccettiva” sia aiutare le donne che si accorgono di essere incinte a proseguire ad ogni costo, con bonus e promesse di aiuto, che sappiamo bene non sono risolutive. Un figlio deve essere una scelta responsabile, non casuale. Una gravidanza indesiderata, soprattutto se in giovanissima età, va prevenuta, attraverso una adeguata contraccezione e informazione. Questo dovrebbe essere l’approccio corretto, non cercare di tamponare a posteriori. Prevenzione dovrebbe essere la parola d’ordine.

Dobbiamo tornare a parlare di salute di genere e in particolare di politiche di prevenzione e sulla contraccezione. Dopo il Fertility day e la notizia dei contraccettivi passati in fascia C, così come è stato previsto un piano nazionale per la fertilità, perché non lavorare a un Piano nazionale per la salute e i diritti riproduttivi? Perché non pretendere che vi sia un potenziamento reale dei servizi socio-sanitari territoriali, laici, quali sono i consultori pubblici, rendendoli nuovamente competitivi e di qualità? Soprattutto ricordiamoci di consentire che salute e prevenzione siano veramente alla portata di tutti, non sono un lusso e non può essere tutto lasciato al caso e alle disponibilità economiche. Per molte donne anche pagare un ticket diventa oneroso.

Per questo accolgo favorevolmente la mozione sulla salute riproduttiva, approvata, in Senato lo scorso 11 ottobre e spero che sia recepita interamente dall’Esecutivo e venga concretamente applicata.

La mozione sembra andare in una direzione positiva, seguendo le indicazioni europee.

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Ci sono novità anche in Regione Lombardia per quanto riguarda i consultori. È stata approvata all’unanimità la risoluzione per rilanciare e valorizzare la rete dei consultori familiari, rispettando la percentuale di presenza sul territorio prevista dalla normativa nazionale, così da assicurare la piena realizzazione delle attività e degli obiettivi di sostegno alla famiglia e alla coppia e promuovere e tutelare la procreazione responsabile (come da emendamento presentato dal PD). Il documento impegna la Giunta regionale e gli assessori competenti a non disperdere ma a rendere continuative le esperienze sperimentali e le buone pratiche portate avanti negli ultimi anni. L’obiettivo è non sguarnire l’offerta, soprattutto in quelle zone della Regione dove il numero è già al di sotto della media regionale e delle linee guida nazionali, come la provincia di Bergamo. Per questo è necessario stabilizzare le sperimentazioni. Ora la palla passa in mano alla Giunta che deve allocare anche finanziamenti certi. Quindi sarebbe il momento giusto per fare pressione.

Ricordo che nel 2012 si stabilì il tariffario delle prestazioni soggette a prescrizione (tutte quelle sanitarie- non le psicologiche) e a ticket (escluse esenzioni ed escluse le prestazioni psicologiche in numero limitato). La contraccezione non è esente. Ricordo inoltre che non sono presenti ecografi presso i consultori familiari pubblici. Sulla gratuità delle prestazioni, della contraccezione (quanto meno per le under 18, come avviene in Germania) e sugli ecografi dovremmo lavorare.

Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Vivendo in una periferia cittadina, di gravidanze precoci, precocissime ne vedo tante, vedo anche le conseguenze sul medio periodo. In condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Una serie di problematiche, di ricadute pesanti sulle vite delle donne, che potrebbero essere evitate con una semplice azione informativa ed educativa. Dal 2010 a oggi le adolescenti che diventano mamme sono aumentate del 31% e nella sola Lombardia sono, ogni anno, 2.600.

Secondo alcuni studi incidono soprattutto fattori socio-economici e culturali: quanto più si è poveri e meno si è istruiti, tanto più si è a rischio di gravidanze precoci. C’è anche un fattore familiare: secondo una ricerca condotta in Norvegia , chi ha una sorella, che ha partorito giovanissima, ha una probabilità doppia, rispetto alle altre, di rimanere incinta precocemente. Chi ha un contesto che aiuta ad avere un progetto di vita e di studio, ha altre prospettive e un approccio più consapevole al sesso.

Quindi violenza è anche non garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione e conoscenza e cura del proprio corpo, non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus per crescere bene un figlio. Leggo che questa idea torna anche nella Legge di Bilancio: sono previsti il buono asilo nido di 1.000 euro/anno e il piano mamma domani che consta di 800 euro destinati agli esami diagnostici per la mamma in gravidanza e le prime spese per il bambino. Ma prevedere prezzi calmierati per tutti coloro che vogliono usufruire dei nidi, politiche di conciliazione strutturati che impegnino anche le aziende? Far sì che gli esami in gravidanza vengano tutti passati dal SSN?

Non replichiamo all’infinito l’approccio dei fondi Nasko e Cresco di Regione Lombardia, dei movimenti per la vita che fanno pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza ad ogni costo. La donna deve scegliere autonomamente, le dovono essere fornite tutte le informazioni, questo accanimento deve finire. Non devono più accadere aggressioni di questo tipo.

Questa è una violenza di cui non si parla, che interessa a pochi, ma che per me non può essere taciuta.

 

Ringrazio la consigliera regionale Sara Valmaggi per avermi fornito i dati sui consultori lombardi.

 

* P.S. Anche quest’anno ci dovremo sorbire la litania che gli aborti sono in calo, che pertanto i medici non obiettori sono in numero più che sufficiente per far fronte alle richieste di IVG. Anche quest’anno metteremo sotto il tappeto il ritorno preoccupante degli aborti clandestini. Anche quest’anno ci chiederemo se fidarci dei metodi di raccolta ed elaborazione dati della relazione annuale ministeriale sull’applicazione della 194. Anche quest’anno ci chiederemo cos’altro ci aspetta, dove si insinueranno gli obiettori e se riusciranno ad avere una legittimazione anche nelle farmacie. Anche questo convegno è un segnale dei tempi.

 

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#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

1974

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Su legge 194 l’Europa porta Consiglio!

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Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto, in una pronuncia resa pubblica oggi, che l’Italia ha violato l’art. 11 della Carta Sociale Europea, con la quale vengono riconosciuti i diritti umani e le libertà, e stabiliti i meccanismi di controllo per garantirne il rispetto da parte degli Stati comunitari.
La decisione afferisce ad un reclamo presentato dalla Cgil, avente ad oggetto la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all’IVG ai sensi della Legge 194 e la violazione dei diritti dei medici non obiettori.

L’organismo comunitario ha stabilito che nel nostro Paese continuano a prevalere situazioni per le quali le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l’appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto, che hanno invece diritto a ricevere ai sensi della legge 194.

A detta del Comitato, inoltre, la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera, consentendo così al Comitato stesso di rilevare che le strutture sanitarie italiane non hanno ancora adottato misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dall’alta presenza di personale obiettore di coscienza.
Si osserva anche che il governo “non ha fornito nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato”.

Solo pochi mesi fa, a novembre 2015, nella relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194, si continuava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità.”
Risulta evidente la distanza tra la relazione del Ministero della Salute e la realtà evidenziata dal Comitato europeo.

Le enormi difficoltà che incontrano le donne per poter accedere al servizio di IVG sono da anni sottovalutate, ridimensionate, derubricate a casi sporadici.
Oggi ci troviamo di fronte a un’altra condanna europea della condotta dell’Italia, alla quale ci auguriamo si dia questa volta una risposta efficace.

Le donne di #ObiettiamoLaSanzione, impegnate da tempo affinché in Italia ci sia una corretta applicazione della legge 194, tornano a chiedere agli organismi istituzionali competenti di attivarsi fattivamente nell’adempimento degli obblighi di legge, per sanare la situazione e assicurare il diritto alla salvaguardia della salute psico-fisica della donna.

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione

Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini giornalista
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande attivista
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore Onlus
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger, attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

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Quando i diritti diventano acquistabili

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Vivere in una società individualista, dove l’Io diventa metro e misura dell’etica.

Ci hanno abituato a pensare e ad agire come monadi. Celebriamo il successo individuale, non sono concepibili fallimenti. Non sono concepibili limiti. Non ci sono più istanze collettive e politiche. L’Io diventa autosufficiente e l’unico metro di giudizio, l’unica misura dell’umano. Una chiusura e una mancanza di comprensione della realtà molto pericolose. Questo individualismo esasperato ha vari effetti, alcuni invisibili, che arrivano però a minare la stessa etica che fonda il nostro vivere sociale.
Il partire da sé è stato trasformato, deformato, come se la soluzione potesse risiedere dentro ciascuno di noi. La risposta dentro noi stessi. Come se la responsabilità fosse su noi stessi, come se non ci fosse relazione con altri. Monadi appunto, con diritti individuali che possono benissimo schiacciare quelli altrui, perché alla fine si lotta unicamente per il proprio benessere, felicità, successo, orticello di interessi. E se oggi decido che posso procurarmi un corpo che mi generi un bambino, risulta tutto regolare, l’ottica dell’io sopra ogni cosa prevale. Una società in cui ci sono rapporti di forza che prevalgono e vengono legittimati nel nome del desiderio. I bisogni solitamente non sono argomento gradevole, e quando si parla di bisogni che possono portare una donna a scegliere di essere la “portatrice”, l’involucro, solitamente si cerca di negarli, di imbellettarli con parole dolci, come dono altruistico. Anche il partire da sé non aiuta se c’è troppa distanza tra il farei e il “lo faccio”. Perché se l’ipotesi del mettere in pratica è remota, lontana, improbabile, forse perde forza, diventa un bel discorso di teoria. Non riusciamo a gestire emozioni e questioni molto più semplici, possiamo essere in grado di donarci e di mantenere il distacco? Cosa significa provare empatia? Cosa significa usare un’altra persona come mezzo? Cosa significa prendere possesso di un altro individuo, imponendogli doveri e regole per contratto? La questione di fondo non è impedire di, ma di ragionare sul contesto in cui queste nuove forme di business si sviluppano, in modo ampio, sulle ricadute che non sono solamente quelle del mettere al mondo un bambino.

 

Continua a leggere su Dol’s Magazine: 

http://www.dols.it/2016/03/17/quando-i-diritti-diventano-acquistabili/

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L’otto per le donne. E tu?

copertina fb page base

 

Le donne di ObiettiamoLaSanzione e tutte le persone che hanno aderito all’iniziativa, non abbassano la guardia!

L’8 marzo dalle 12,00 alle 14,00 nuovo tweetbombing a Matteo Renzi Responsabile Pari Opportunità, con il tweet:
A @matteorenzi Responsabile Pari Opportunità: L’OTTO PER LE DONNE. E TU? #‎ObiettiamoLaSanzione
con in allegato la vignetta qui in alto.

Condividete, fate girare!
Abbiamo bisogno di tutt* voi per continuare a tenere alta l’attenzione sull’ingiusto aumento di sanzioni alle donne costrette all’aborto clandestino e su una corretta applicazione della legge 194. Per vincere ci vuole costanza e determinazione!
Grazie a tutt*.

Le donne promotrici di ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

Per saperne di più:
#ObiettiamoLaSanzione
#ObiettiamoLaSanzione Lettera aperta alle donne del Parlamento.
#ObiettiamoLaSanzione Al sottosegretario Gennaro Migliore
Intervento di Paola Tavella (a nome di tutte) alla conferenza stampa dell’Onorevole Nicchi
su ”Modifica della norma sulla super sanzione per l’interruzione di gravidanza al di fuori della legge 194”

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Non è giunto forse il momento di chiedere rispetto?

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Non è giunto forse il momento di chiedere rispetto? Rispetto per i numerosi problemi che affliggono le donne e che giacciono accantonati, assieme alle Pari opportunità, ancora saldamente nelle mani della Presidenza del Consiglio.

Nella legge di stabilità 2016 gli stanziamenti per le Pari Opportunità subiscono un taglio di 2,8 milioni di euro l’anno nel triennio 2016-2018.
Nel 2018 gli stanziamenti passeranno dai circa 28 milioni previsti inizialmente per il 2016 (e ridotti a circa 25) a 17.597.000.

Da settembre manca il direttore dell’Unar (un organismo del dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri che vigila sulle discriminazioni e lavora per rimuoverle). Anche i 15 esperti che curano i progetti e molte delle attività dell’Unar non ci sono più. Questo ha una ricaduta non da poco: sono fermi circa 50 milioni di euro di fondi comunitari (FSE). La consigliera Giovanna Martelli non ha rilasciato dichiarazioni. Leggiamo su L’Espresso: “È una questione amministrativa», riferisce l’ufficio comunicazione del dipartimento, «una decisione che spetta a palazzo Chigi».

E’ fresca di qualche giorno la notizia che riguarda Giovanna Martelli, consigliera di Parità del governo Renzi, che abbandona il suo incarico e il PD. La ricostruzione dei fatti ce la riferisce Marina Terragni qui.

Sembra che siano in atto trattative per far tornare Martelli sui suoi passi, ma da quanto riporta Terragni, un ministero ad hoc non sarebbe tra le condizioni precise che Martelli sta ponendo: “Non credo che sarebbe lo strumento più efficace”.

Allora, chiedo, cosa intendiamo fare di fronte a una assenza di un ruolo che funga da capo di una cabina di regia, sempre attivo e capace di pungolare il Governo sui temi  e sulle questioni più urgenti relative ai diritti delle donne? Non sappiamo cogliere questo momento critico per chiedere finalmente una ministra per la salvaguardia dei diritti delle donne? Possibile che ci si è assestati sul colore rosa che ha acceso questo parlamento ma che nei fatti non ha prodotto significativi risultati? Possibile che le questioni prioritarie debbano essere sempre altre? Possibile che non si riesca a riconoscere l’importanza di una ministra che sappia dialogare e lavorare con il relativo dipartimento, che non risulti come un corpo estraneo nei lavori dipartimentali? Possibile che si lasci cadere questa opportunità? Qualcuno può farci capire cosa sta accadendo in maniera sincera, trasparente? Perché, una cosa è certa, di manovre di Palazzo siamo stufe. Siamo stufe di promesse e di briciole senza progetti strutturali e organici. Se davvero il benessere della società e dell’economia dipende dal benessere delle donne e dal superamento delle discriminazioni di genere, diamo corpo a questa verità innegabile, sostenendo il cambiamento e il progresso di questa nostra Italia, per una volta dalla parte delle donne. Dalla parte delle donne, perché nessuno deve strumentalizzare le nostre istanze e i nostri problemi. Lo chiedo alle istituzioni e a tutti i corpi intermedi che possono fare massa critica in questi momenti, che possono dare un segnale di attenzione e fare pressing affinché la situazione si sblocchi veramente, nella sostanza dei fatti.

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Il femminismo è un cammino

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Qualche giorno fa avevo scritto questo articolo per Dol’s Magazine, a proposito dello stato di salute del femminismo. Buona lettura!

Qui un estratto:

L’Espresso della scorsa settimana ha pubblicato un’inchiesta, titolata “Le donne hanno perso”, centrata proprio sul femminismo, ma con un titolo che contiene già un giudizio finale.

Forse sarebbe stato meglio usare una domanda, piuttosto che affermare. Anche perché se ci guardiamo attorno di femminismo ce n’è, dispiace che buona parte sia invisibile dai media e dai riflettori mainstream. È arrivato il 14 ottobre un articolo sullo stesso L’Espresso, che cerca di integrare l’inchiesta sul numero 41/2015.
Ma appunto, sarebbe stato meglio un segno di interpunzione che ci aiutasse a interrogarci tutte/i, al di là del solito scontro tra blocchi ha vinto/ha perso, chi ha ragione/chi ha torto che annullano ogni via di mezzo, ogni sfumatura e prospettiva differente. Il femminismo non è una partita di calcio, che ha una durata limitata e sancisce un risultato. Che senso ha ragionare in questi termini se siamo “in cammino”?
Per questo recupero dal saggio La virtù della resistenza di Carol Gilligan, la domanda: noi donne dove siamo ora? Il tema è “le vite delle donne”. Forse occorre centrare innanzitutto la nostra collocazione, oggi, nella sua molteplicità.

 

Per leggere l’articolo completo: http://www.dols.it/2015/10/18/il-femminismo-e-un-cammino/

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Private del diritto al rispetto

 

Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

 

 

P.S.

– La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

http://www.controradio.it/sentenza-sullo-stupro-alla-fortezza-unite-in-rete-lancia-lidea-manifestazione-notturna/

AGGIORNAMENTO:

La manifestazione di Firenze alle 21 del 28 luglio: La libertà è la nostra “fortezza”.  https://uniteinrete.wordpress.com/2015/07/24/la-liberta-e-la-nostra-fortezza/

Qui l’evento su FB: https://www.facebook.com/events/1013313712014907/

 

– Vi invito a firmare questa petizione online:

https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Raccogliamo la sfida?

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Cosa ne hai fatto della tua libertà? Domanda che Virginia Woolf formulava in Tre Ghinee e che pongo a me stessa e a te che stai leggendo. Il saggio di Woolf parla di uomini, donne e guerra (scritto alla vigilia della Seconda Guerra) e parte da un ennesimo quesito: in che modo le donne possono impedire la guerra?
C’è un legame tra fascismo e patriarcato, “la parola pubblica e privata sono inseparabilmente intrecciate; che il dominio e la sottomissione dell’uno coincidono con il dominio e la sottomissione dell’altro.” La lotta per la difesa della Giustizia, dell’Eguaglianza e della Libertà unisce uomini e donne contro i regimi autoritari. Ma quale condivisione della lotta ci può essere per la donna, se prima non raggiunge una propria libertà, che significa indipendenza delle idee e materiale?

Secondo Virginia Woolf erano necessari degli step per realizzare questa libertà: studiare (possibilmente avere un’istruzione universitaria), lavorare, avere un’opinione autonoma e una rendita autonoma. E quindi “salvaguardare la libertà in una Società delle Estranee”. In pratica era la ricerca di una via propria, “anziché ripetere le parole degli uomini e seguire i loro metodi”. Mettere a frutto la libertà conquistata per definire nuovi metodi e nuove parole per scongiurare le guerre, lavorando insieme agli uomini, tra pari, in difesa di quei valori sopra citati. Questo discorso si estende anche a un impegno politico, sociale, anti-autoritario in senso lato.
Ma cosa ci può spingere a agire e a pensare in modo originale, nostro, indipendente, autentico, libero? Perché nonostante tutti i passaggi di cui parlava Virginia Woolf, ancora oggi stentiamo a far sentire la nostra voce, a scrivere un nuovo corso delle relazioni, del mondo, dei diritti? Cosa ci impedisce di raggiungere una piena presa di coscienza e una piena libertà di espressione non stereotipata di donna? Lo studio di antropologia evolutiva di Sarah Hrdy pone in rilievo alcune qualità umane: empatia, intuito e capacità di collaborazione. L’adattamento e la duttilità sono altri tratti tipici. Sia chiaro, umani, non esclusivamente femminili. Siamo il risultato di esperienza ed emozioni, ogni frammento del nostro “vivere il mondo” viene registrato e conservato e concorre alla nostra percezione ed elaborazione dei nostri modelli, del significato che diamo ad azioni e alle parole. Come riusciamo a creare qualcosa di autentico, di originale? In un mio post (qui) precedente parlavo di scissione e di resistenza ai vari tipi di separazione di elementi prescritta socialmente. Resistenza e aggiungerei resilienza significa lasciare che la nostra vera voce emerga, nonostante i rischi e i probabili attacchi. La nostra possibilità di cogliere il senso di ciò che accade attorno a noi, di entrare in relazione, in modo empatico, passa anche per un rifiuto di soluzioni conformate, tradizionali, preconfezionate, facili, stereotipate che ci evitano i conflitti, gli “scontri” e i confronti. Per non essere sgradite e scomode ci svendiamo e ci auto-censuriamo. Woolf parlava di “adulterio del cervello”, ovvero il tradimento del proprio pensiero, in funzione di un’assimilazione a un potere, a un’autorità, a un gruppo egemone e potente, a un’idea, al dominio maschile, a posizioni più comode. Per noi donne c’è una sfida in più: non cadere nella trappola del noi vs voi. Invece di esaminare un fatto in modo globale, lo si guarda da un’unica prospettiva, e ci si barrica dietro di essa. Per esempio, invece di scannarci madri vs non madri nel mondo del lavoro, impariamo a fare barricata per un sano rispetto del tempo per la vita, da salvaguardare sempre e comunque. C’è uno spaventoso tempo del lavoro che mangia le nostre vite e nessuno se ne preoccupa. Potremmo realizzare molto se ampliassimo lo sguardo e imparassimo a superare gli steccati. Per quel nuovo corso delle relazioni e dei diritti, che può partire proprio dalle donne. E invece molte volte osserviamo ripetersi alcuni meccanismi maschili, donne che recuperano e riutilizzano strumenti per silenziare altre donne. Chiamatelo come volete, ma questo comportamento esiste.

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