Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La necessità di colmare i gap di genere


Di report in report, la fotografia che emerge in tema di eguaglianza di genere e di riduzione delle distanze in ogni ambito tra uomini e donne non è rassicurante. Il traguardo sembra allontanarsi, vediamo perché.

 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto per la prima volta dal Forum Economico Mondiale nel 2006 con l’intento di fornire un quadro sulle diseguaglianze basate sul genere e monitorare il loro progresso nel tempo. L’edizione di quest’anno mette a confronto 144 paesi, valutando il divario tra donne e uomini su salute, istruzione e gli indicatori economici e politici. Si prefigge di capire se i Paesi stiano distribuendo le loro risorse e opportunità equamente tra donne e uomini, indipendentemente dai loro livelli di reddito complessivi. Il rapporto misura le dimensioni del divario di disuguaglianza di genere in quattro settori:

– Partecipazione economica e opportunità – stipendi, partecipazione e leadership

– Istruzione – accesso ai livelli di istruzione di base e superiore

– Empowerment politico – rappresentanza nelle strutture decisionali

– Salute e sopravvivenza – aspettativa di vita e rapporto tra il numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione

I punteggi dell’indice possono essere interpretati come la percentuale del divario colmato tra donne e uomini, consentendo ai paesi di confrontare le loro prestazioni attuali rispetto alla loro performance passata. Inoltre, le classifiche consentono confronti tra paesi.

Il Wef misura le disparità uomo-donna e quindi la distanza, le differenze in ciascuna area di analisi tra condizione femminile e maschile.

Le classifiche sono progettate per creare una consapevolezza globale sulle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create dalla riduzione dei gap. Questo report nasce come base per progettare misure efficaci per ridurre queste disparità di genere.

Saadia Zahidi of the WEF said gender equality was ‘both a moral and economic imperative’.

Com’è la situazione generale quest’anno?

“A bad year in a good decade: the World Economic Forum Global Gender Gap Report 2017 finds the parity gap across health, education, politics and the workplace widening for the first time since records began in 2006.”

Non proprio un anno d’oro, visto che per la prima volta dal 2006 la forbice si allarga in tutte le dimensioni oggetto del report. In passato, seppur i miglioramenti siano sempre stati lenti, i progressi non erano mai mancati. Vediamo nel dettaglio perché c’è stato un arretramento e dove è stato più consistente.

Il divario globale di genere potrà essere colmato esattamente in 100 anni, rispetto agli 83 anni previsti lo scorso anno. Le differenze di genere più considerevoli restano nelle sfere economiche e della salute. Per cancellare il divario economico di genere ci vorranno 217 anni. Ciò rappresenta un’inversione del progresso ed è il valore più basso misurato dall’Indice dal 2008.

 

Pur registrando una riduzione del gap di genere rispetto a 11 anni fa, occorre non smettere di investire per accelerare il progresso. Allo stato attuale del progresso, il gap globale in termini di genere può essere chiuso in 61 anni in Europa occidentale, 62 anni in Asia meridionale, 79 anni in America Latina e nei Caraibi, 102 anni in Africa subsahariana, 128 anni in Europa orientale e l’Asia centrale, 157 anni in Medio Oriente e Nord Africa, 161 anni in Asia orientale e nel Pacifico e 168 anni in Nord America.

Alcuni paesi, tra cui Francia e Canada, l’anno scorso hanno fatto grandi passi in avanti verso la parità. L’Islanda rimane il paese con la migliore condizione di parità tra i generi.

Una varietà di modelli e di studi empirici hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significative ricadute in termini economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare.

 

Le ricadute economiche della parità

Vari studi hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significativi dividendi economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare. Notevoli stime recenti suggeriscono che la parità di genere economica potrebbe aggiungere un ulteriore 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari rispetto a quelli degli Stati Uniti, 550 miliardi di dollari per il Giappone, 320 miliardi di dollari per la Francia e 310 miliardi di dollari al PIL della Germania.

Altre stime recenti suggeriscono che la Cina potrebbe vedere un aumento di PIL da 2,5 trilioni di dollari dalla parità di genere e che il mondo nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 se chiudesse il divario di genere nella partecipazione economica del 25% nello stesso periodo.

La questione della parità si rileva anche a livello industriale e aziendale, con segregazioni di genere: secondo una ricerca in collaborazione con LinkedIn, emerge che gli uomini sono sotto-rappresentati nell’istruzione, nella salute e nel benessere, mentre le donne sono sotto-rappresentate nell’ingegneria, nella produzione e nella costruzione, nell’informazione, nella comunicazione e nella tecnologia. Tale segmentazione per genere si traduce nel fatto che ogni settore perde i vantaggi potenziali di una maggiore diversità di genere: maggiore innovazione, creatività e ritorni. Esistono poi differenze significative quando si parla di posizioni di leadership, con un vantaggio degli uomini ancora molto rilevante. Di conseguenza, non basta concentrarsi sulla correzione degli squilibri nell’istruzione e nella formazione; il cambiamento è necessario anche all’interno delle aziende.

E l’Italia come si classifica?

Direi che per capire le ragioni del fatto che quest’anno siamo precipitate all’82ma posizione, possiamo leggere a pagina 25 del report. Il divario di trattamento tra donne e uomini nel nostro Paese torna, per la prima volta dal 2014, a superare il 30%.

“Italy (82) sees a drop in wage equality for similar work and women in ministerial roles, and widens its gender gap to more than 30% for the first time since 2014.”

 

Italy

Nero su bianco, in barba a tutti quelli che sostengono che ormai donne e uomini sono quasi alla pari nel mondo del lavoro. I dati occupazionali forse possono dare l’occupazione femminile in crescita, ma a queste condizioni, restando sempre all’89mo posto per partecipazione al mondo del lavoro.

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Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

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#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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(iStockphoto)

 

Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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Non c’è più tempo

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Non è più il tempo dei tavoli di lavoro per ragionare sulla violenza, non è più sufficiente per lo meno. Abbiamo riflettuto fin troppo, ma forse non è stato condiviso e diffuso abbastanza. In realtà, nessuna azione è più sufficiente se non c’è di fatto alcuna presa di posizione da parte di chi ricopre incarichi nelle istituzioni.

Prima del flash mob in varie città italiane del 2 giugno, attendevamo che una delle Ministre rompesse il silenzio sulle violenze e sui femminicidi. Ci attendevamo dei messaggi forti e che si arrivasse a chiedere un’azione incisiva, con mezzi adeguati, per intervenire sul macigno della violenza che annienta le donne e che in molti casi gli strappa la vita.

Abbiamo lasciato passare i giorni, Laura Boldrini ha mostrato una vicinanza, ma come ho detto quel drappo rosso alla finestra si deve incarnare in un’azione tangibile di cambiamento di rotta.
Poi è arrivato un post su Facebook e una intervista della Ministra Boschi che ha la delega alle P.O. Poi ancora silenzio e la solita cronaca.

Intanto da Nord a Sud (Roma, Napoli, Palermo, Pisa, Corsico) alcuni centri antiviolenza hanno chiuso e altri stanno vivendo grosse difficoltà a portare avanti le loro attività. Intanto i fondi stentano come sempre ad arrivare e non c’è un monitoraggio adeguato, una verifica puntuale di come vengono stanziati i fondi e spesi. In una parola sola: trasparenza.
Intanto le donne continuano a perdere la vita a causa della violenza machista e ritorna lo stupro di gruppo, nuovamente definito dai genitori “una ragazzata”. Questa ragazza che ha coraggiosamente denunciato quanto le è successo e oggi si vede piovere addosso parole ignobili, di vigliacchi da tastiera.
Intanto Maria, 10 anni è stata uccisa, dopo essere stata violentata. Intanto ci si chiede se giustizia sarà fatta.
Intanto vorremmo poter riportare indietro le lancette dell’orologio per poter cambiare il destino di queste donne.

Finora le parole sono state tante. I media, nonostante gli appelli di varie donne e di associazioni come Giulia (Giornaliste Libere Autonome), hanno per lo più deformato i fatti, continuato a raccontare i femminicidi come atti causati dal troppo amore, le foto di coppie felici ha alimentato solo un’immaginario che non corrisponde alla realtà, come molte di noi continuano a ripetere. Una vetrina in cronaca, con un vuoto assordante nella pagina politica.

Non ci ascoltano e quando chiediamo dei media di qualità ci scontriamo ogni volta con questa stanca esibizione di una normalità che non è tale, perché la violenza in ogni forma non può esserlo. Non varranno gli appelli a denunciare se verrà ancora propagandato questo come amore. La narrazione è sempre deformata, sembra quasi che la violenza sia un fulmine a ciel sereno. Come se le denunce non fossero mai state presentate, come se non ci fossero mesi, anni di calvario. Sappiamo che così non è.

Questo paese ha un approccio del tutto sbagliato, perché negando le discriminazioni, le distanze che tuttora separano uomini e donne è come se si cancellasse ciò che di fatto è il substrato socio-culturale che alimenta tutta una serie di violenze sulle donne. La visione della donna, del suo ruolo, la sua oggettivazione, la sua subordinazione, i continui tentativi di riportarla sotto controllo, perché non si accetta la libertà della donna, perché non la si percepisce come essere umano pienamente titolare di diritti al pari dell’uomo, sono elementi su cui riflettere.

Il due giugno abbiamo rotto il silenzio.

Propongo di tornare a un presidio permanente settimanale, mensile, decidiamo insieme dove e come è preferibile farlo. Così in ogni città. Un presidio in ogni città. Decidiamo insieme la modalità, ma facciamoci sentire. Scuotiamo le città. Creiamo tanti presidi e manifestazioni che uniscano la penisola in questa lotta alla violenza machista. Auto organizziamoci. Chiediamo che le istituzioni intervengano. Portiamoli avanti finché non ci verranno date risposte. Replichiamoli in ogni città che sceglierà di unirsi. Dobbiamo rendere visibile che noi non siamo disposte ad accettare questa indifferenza. DOVE SIETE???

Cosa facciamo per ottemperare alla Convenzione di Istanbul , ratificata dal governo italiano? Non voglio sentire dire da nessuno che ci sono problemi più importanti e prioritari. Non possiamo continuare a rinviare gli interventi educativi e di prevenzione.

Pretendiamo risposte da chi ha le deleghe all’educazione nelle amministrazioni locali e al Ministero dell’Istruzione, con a capo Stefania Giannini. Pretendiamo pianificazioni ad hoc dai sindaci e dalle sindache, dalle Regioni.

In Regione Lombardia attendiamo i fondi 2014 del Piano nazionale antiviolenza. In Regione si trincerano dietro il patto di stabilità. Regole, solo burocrazia, intanto ne paghiamo le conseguenze.

Pretendiamo educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. L’iter parlamentare sta iniziando, ma va seguito, indirizzato e corretto. Seguendo la linea suggerita da Graziella Priulla: “da considerare trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline, e non confinata in uno spazio che tra l’altro rischia di fare la fine dell’educazione civica e dell’ educazione alimentare.” Qui un articolo che vi consiglio di leggere.

Ognuno nel suo ambito e ruolo si prenda le sue responsabilità e intervenga. Non c’è più tempo.

Quando tante donne e i loro bambini continuano a subire violenze, fino a vedersi sottrarre la vita, mi chiedo come si faccia a voltarsi dall’altra parte e dedicarsi ad altro. Secondo l’indagine ISTAT del 2006 il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner o ex partner.

Come ho detto più volte, pretendiamo misure e investimenti certi e celeri, per contrastare e prevenire la violenza, non briciole di interventi e di investimenti. Il cambio culturale necessita volontà politica. Non restiamo sole! La solitudine ci frega, ci vogliono frammentate e disorientate per silenziarci o per non degnarci di risposta. A tutto questo dobbiamo opporci!

Iniziamo a lavorare insieme, coinvolgendo associazioni, gruppi, singole donne e torniamo in piazza. Organizziamoci per costruire gruppi di donne su ciascun territorio, che facciano presidi costanti e periodici…  Verso l’autunno. Qualche bel segnale c’è già, va solo amplificato. E ancora la parola d’ordine è: non importa quante siamo, manifestiamoci!

 

Ho creato un gruppo Fb da raccordo tra le varie iniziative che riusciremo a mettere in piedi in varie città, da qui all’autunno, iniziamo!

https://www.facebook.com/groups/281979335489696/

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La lotta non si ferma… continua!

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Maria Elena Boschi ci ha degnate di un mini post su Fb sui femminicidi, con calma, con molta calma, come se ci fossero questioni più urgenti. Null’altro, solo un messaggio impostato, dovuto dalle circostanze, con tanto di colpo al cuore.

 

Nessun accenno al fatto che la non-cultura del possesso e del controllo delle donne in una relazione produce violenza, un assoggettamento totale dell’oggetto di proprietà, la donna, che se manca diventa per alcuni uomini “giustificazione” di ogni azione. Siamo di fronte a uomini che ci considerano ancora incapaci di libere scelte e non titolari di tale diritto. C’è chi paternalisticamente dice di volerci proteggere, consigliare, indirizzare. Noi donne siamo pienamente in grado di dare una direzione alle nostre scelte e alle nostre vite. Ci siamo stancate di essere ostaggio di un machismo che ci annienta e ci minaccia se non obbediamo, se non siamo docili ancelle. Questo avviene dappertutto, in ogni ambito. Abbiamo le nostre idee e siamo capaci di ragionare liberamente, che piaccia o no.

Non esistiamo solo in funzione di un uomo e di quanto possiamo essere utili agli uomini. Non ci silenzierete perché per secoli si è fatto così. Non ci ridurrete a seguire padri o padrini. Se non si è compreso il concetto che siamo tutt* liber* e uguali, da rispettare sempre, bene questo è il punto su cui dobbiamo intervenire. Lo spettro del gender ci ha già fatto perdere troppo tempo per quegli interventi urgenti da fare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le radici vanno estirpate altrimenti alimenteranno il circolo di violenza e femminicidi.

Non è più tempo di parrocchie, non può essere un contesto idoneo, basta leggere le sacre scritture e aver frequentato un po’ gli oratori. Siamo e vogliamo essere laici. Non è più tempo di commissioni di valutazione, con chi, con che tempi, con che scopi? Stiamo perdendo tempo prezioso e in questo tempo perdiamo anche donne e in alcuni casi i loro bambini. I fondi e le azioni non arrivano e mi sembra di capire che non si ha intenzione di cambiare passo. Non si chiamano nemmeno alle loro responsabilità i ministeri dell’Istruzione, della Salute e della Giustizia. La violenza non può essere affrontata a compartimenti stagni.

Finora ci hanno trattate come dei soggetti deboli, categoria assimilata in un calderone indistinguibile, volutamente io penso. Ci rappresentate e ci trattate come se fossimo un gradino sotto, invece vogliamo essere considerate esseri umani, pienamente portatrici di diritti e di tutele, come da Costituzione.

Ricordo alla ministra Boschi che a perdere la vita non sono solo “ragazze”, ma donne di ogni età. Dobbiamo intervenire per tempo sulla violenza, perché ci sono donne che passano l’intera esistenza in queste condizioni disumane. Basta temporeggiare ed essere tiepidi.
LA LOTTA NON SI FERMA, CONTINUA!

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Di cosa abbiamo veramente bisogno

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“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” Così leggiamo in questo recente articolo.
Spreco che non interessa a nessuno di coloro che riducono la conciliazione/condivisione all’arte di arrangiarsi. Manca la cultura d’impresa, manca il coraggio di scelte radicali, non si tratta di tethering, di adoperare strumenti tecnologici innovativi o di giornate aziendali “solidali”. Parliamo di cose serie, di quante chiedono flessibilità (che non significa schiavismo) e ricevono come risposta un invito alle dimissioni. Grandi, medie e piccole aziende, la situazione non cambia se non c’è la giusta sensibilità. Parliamo di quante si vedono sbattere la porta in faccia quando chiedono un part-time per un familiare malato. Sì, nemmeno se chiedi di lavorare 6 ore per un periodo circoscritto ti viene consentito. La porta è aperta e non si ha scelta.

Perché al contrario di quanto si pensi o si teorizzi, il part-time in alcune situazioni è l’unica soluzione per poter restare nel mondo del lavoro. Pensiamo sia preferibile essere costrette a lasciare il lavoro oppure preferiamo agevolare le donne che desiderano lavorare part-time? Al di là del fatto che i servizi (sui quali bisognerebbe lavorare con maggior convinzione e realismo) non si adattano affatto ai tempi del full-time e di percorrenza delle distanze casa-lavoro-scuola. Al di là del fatto che solo chi ha un familiare da accudire conosce l’impegno necessario. Facile parlare quando si ha qualcuno che se ne occupa al tuo posto e si hanno le disponibilità economiche perché qualcuno si occupi della gestione del quotidiano e della casa.
Basta regolare il tempo parziale e renderlo conveniente, non sarà preferibile per tutt*, ma a qualcun* servirà e sarà l’ancora di salvezza. Se poi ragioniamo in termini di produttività reale e lo diffondiamo nella nostra cultura aziendale ferma all’800, forse il tempo parziale non verrà più considerato il ghetto delle donne, e sarà scelto anche dagli uomini. Anche perché non tutti possiamo permetterci di esternalizzare i servizi di cura. Ammesso che esternalizzare poi sia il desiderio di tutt*, soprattutto quando si vorrebbe fare i genitori non soltanto la sera alle 21 o nel weekend.

Ogni tanto un po’ di sincerità non guasta e occorrerebbe chiedersi perché la nostra cultura insegue il mantra del lavoro come metro del senso della nostra vita. Forse bisognerebbe emanciparsi dall’idea che lavorare tanto paga in modo proporzionale. Spesso non è così, basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro. Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi anche di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro.
Per questo guardo con attenzione a questa proposta di legge: “Politiche regionali di sostegno obbligatorie, con aiuti quali sollievo programmato e d’emergenza, sostegno psicologico, informazione, formazione ai caregiver; accordi con i datori di lavoro per favorire orari flessibili e con compagnie assicurative per offrire polizze mirate e scontate. Sono alcuni punti della proposta di legge-quadro sui caregiver, cioè quanti devono assistere un familiare non autosufficiente.”

Le pressioni che le donne subiscono non sono eccezioni rare, ma sono molto diffuse, anche se si continua a ridimensionare queste storie. Raccontiamo e non stiamo zitte! “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fate? Continuate a sostenere che ci lamentiamo troppo????

Dobbiamo scegliere formule che siano realmente innovative.

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Sapete che non sono molto d’accordo sull’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Se durante le primarie milanesi si parlava di reddito di cittadinanza, quindi si aveva un approccio redistributivo della ricchezza, che permettesse di vivere in condizioni dignitose attraverso l’erogazione di un reddito minimo indipendente dal tempo di lavoro prestato o da prestare, oggi, a distanza di qualche mese ce lo siamo già dimenticato. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno.

Mi piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. E’ questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo.
Stessa perplessità su soluzioni tampone per famiglie in difficoltà, che se diventano l’unico “sistema” producono effetti non propriamente volti a disinnescare il vortice della difficoltà. Non è scaricando in modo permanente sulla beneficenza e sulla solidarietà dei singoli cittadini che si risolvono i problemi. Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini non passivi. Dobbiamo uscire da meccanismi che rischiano di alimentare le situazioni di disagio. Che senso ha continuare a fare figli se si è senza lavoro, si è precari in tutti i sensi? Ne vedo troppe di queste situazioni e in gran parte non sono affatto temporanee, ma finiscono col durare decenni, coinvolgere più di una generazione.

In alcuni contesti c’è un’assoluta mancanza di una cultura di pianificazione familiare. Ricordo che dal 2010 c’è stato un aumento del 31% delle gravidanze precoci in Lombardia. Ci affidiamo ancora al caso? Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di una parte consistente di persone che non si pongono nemmeno questo problema e vivono nell’emergenza permanente, insieme ai loro figli. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento lavorativo, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800.

Io non penso che dobbiamo creare nuove dipendenze, dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne. Dobbiamo evitare che questo disagio, questo contesto di difficoltà, degrado, a volte accompagnato da violenze familiari, porti queste persone in situazioni di emarginazione permanenti.

Auspico un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale. Con questi numeri è urgente iniziare a progettare un reddito di base di cittadinanza, anche in funzione delle prossime generazioni che (se andrà bene) andranno in pensione a 75 anni. Per contrastare il fenomeno del lavoro in nero senza garanzie e senza diritti, dello sfruttamento e dell’arruolamento tra le fila delle organizzazioni criminali. La libertà dal bisogno è il primo passo per l’affrancamento pieno di una persona e per l’emancipazione materiale e del pensiero.

bambine-a-scuola
Allo stesso tempo dobbiamo cercare di sondare le cause che portano le bambine e le ragazze a crescere nella convinzione che l’unica forma di emancipazione è quella dalla famiglia di origine, per crearne una propria, non importa con chi o come, non importano le conseguenze. Purtroppo lo vedo anche sul mio territorio. Il contesto familiare e sociale spesso influisce ben più della scuola, è come se non si riuscisse a interrompere cicli generazionali in cui il genere femminile ha un destino segnato e predestinato. Il lavoro culturale da fare è enorme. Anche perché quando si è ragazze sfuggono molti dettagli e non proseguire gli studi ha un impatto devastante e irreversibile in molti casi.

Troppe ragazze ancora oggi non vengono aiutate a percepire l’importanza di un investimento nello studio o anche nell’apprendimento di un lavoro, di capacità e abilità che possano essere reinvestite e portare a una reale autonomia. Se vogliamo oggi è peggio degli anni ’60, in cui la percezione dell’istruzione aveva un valore enorme in termini di riscatto personale. Questa regressione coinvolge italiane e ragazze di origine straniera di seconda generazione. Una regressione che ha degli impatti negativi enormi. Vogliamo strappare le ragazze da questi cicli di destini predestinati? Vogliamo fargli capire che forse conviene investire meglio sul proprio futuro, lavorando su prospettive e obiettivi diversi? Vi consiglio questo articolo.

Le risorse per realizzare programmi ad hoc, forme per uscire da situazioni difficili, educare le giovani donne e dargli opportunità diverse di emancipazione ci sarebbero, ma finché la sottrazione di risorse attraverso l’evasione fiscale non sarà percepita come un crimine verso l’intera comunità, le cose non cambieranno. Hanno pienamente ragione Chiara Capraro e Francesca Rhodes nella loro analisi, che vi consiglio di leggere, di diffondere e di tenere sempre presente. È una questione di maturazione culturale e di presa di coscienza.

Azioni di redistribuzione della ricchezza sono necessarie, non accessorie, altrimenti il sistema collassa e non serviranno le collette che i singoli si impegneranno a sostenere. Mi rendo conto che è più facile e più immediato ragionare fornendo aiuti immediati, ma poi? Non possiamo fermarci a soluzioni semplicistiche. Se non si risveglia la coscienza civile e non si investirà su altri fronti e leve, non usciremo mai da un pantano che sarà sempre più soffocante. Interroghiamoci, riflettiamo. Non è utopia, è giustizia sociale, quella di cui si parla anche nella nostra Costituzione.

Sempre sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” attualmente in sede di esame al Senato. Non è il telelavoro introdotto dalla legge Bassanini ter mai decollato. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, e si fonda su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale. Restano in piedi le regole su sicurezza e sul controllo che non può eccedere rispetto a quanto previsto dall’art. 4 della legge 300 del 20 maggio 1970 (QUI). Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.

lavoro agile

 

Chiaramente lo smart working non risolverà tutti i problemi del nostro contesto post-industriale, delle nostre economie, della gig economy che avevo affrontato qui, ma se ben regolato, con i giusti incentivi per le imprese e i correttivi per non slegare il dipendente dalla realtà aziendale, può servire a supportare alcuni lavoratori dipendenti.
Speriamo che il Ddl venga approvato presto e che soprattutto venga adottato dalle aziende. Il lavoro agile come strumento e non come tipologia contrattuale.

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Conciliazione famiglia e lavoro e buone pratiche di welfare aziendale: le indicazioni UE

maternità

 

Il mio nuovo articolo per Mammeonline tra pratiche per la conciliazione e qualche considerazione sull’urgenza di avere una rappresentanza istituzionale in grado di portare in primo piano nell’agenda politica le questioni delle donne.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link: 

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

 

Come promesso, in pieno solleone estivo, la commissione europea ha appena pubblicato una roadmap (quanto ci piace fare tabelle di marcia chepoi nessuno tradurrà in fatti) che definisce le opzioni politiche in programma per affrontare le sfide della conciliazione lavoro-famiglia per genitori che lavorano.
Il sole di agosto produce questo documento. A poco serviranno delle tabelle di marcia, se poi non ci metteremo in marcia seriamente.

(…)
L’UE in definitiva consiglia soluzioni “mix”. Ma in pratica la roadmap appare debole, indebolita da quella sussidiarietà di cui parlavo in precedenza e che ha portato al fallimento della direttiva a giugno. Ci si scontra sempre con i veti interni e le difficoltà interne di ogni singolo Paese a varare soluzioni che vadano in una direzione unitaria.

(…)
Non abbiamo più ritenuto necessario e urgente avere un ministero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale, qualcuno che sia una interfaccia credibile in sede europea, che sappia dialogare con le parti sociali. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne.

 

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Lettera aperta di una ex-prostituta

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Pensate che la Germania sia il paradiso per le donne che sono nella prostituzione? Ripensateci. Una ex prostituta ha scritto a Manuela Schwesig, una ministra del governo che ha il compito di aggiornare la legge tedesca che regolamenta la prostituzione. Ciò che ha da dire circa la proposta di modifica è importante, anche se non è una lettura facile:

Cara signora ministra Schwesig,
colgo l’occasione per scriverle perché ho visto che la proposta (QUI) di riforma della legge sulla prostituzione appena presentata porta i chiari segni delle lobby dei bordelli e dei papponi. È per questo che desidero chiederle di affrontare finalmente la realtà dei quartieri a luci rosse, invece di andare ad ascoltare le persone che raccontano la favola della prostituta felice e autodeterminata.
Sono uscita dalla prostituzione, dopo 10 anni. Perciò so bene di cosa si sta parlando. I motivi per cui ho iniziato sono tanti: una situaizione difficile nella mia famiglia di origine, nella quale sono stata massicciamente soggetta, insieme a mia madre, a violenze, anche sessuali, cosa che ha avuto un’influenza su di me, così come lo ebbe allora la favola della prostituta felice. Anche le necessità economiche e la mancanza di un aiuto psicologico e sociale hanno avuto il loro peso.
Sì, se vogliamo, sono entrata “volontariamente”. Io sono una delle prostitute volontarie, così spesso citate. Ma cosa significa volontaria, signora Schwesig, quando sei una persona traumatizzata da abusi sin dall’infanzia, arriva a prendere una decisione di questo tipo? Secondo me, la prostituzione ha significato un passo in avanti, perché avevo già imparato, che io in quanto ragazza, ero senza difese e senza diritti ed ero stata sessualmente abusata. In questo modo ho avuto modo di guadagnare soldi immediatamente e almeno garantirmi la sopravvivenza.
Se pensa che io sia un triste caso isolato, devo contraddirla. In questi dieci anni ho incontrato molte prostitute e non c’era nessuna tra di loro che non fosse stata abusata da bambina, picchiata o violentata da adulta. Ho riscontrato un comportamento compulsivo a continuare a rivivere il trauma attraverso la prostituzione, l’autostima spezzata dalla violenza, in molte prostitute. Sul tema della violenza nell’ambiente, da parte dei clienti – che ci fanno cose che non potete nemmeno immaginare, non ho neanche voglia di iniziare a parlarne qui.
Questa è la realtà dell’ambiente prostitutivo, signora Schwesig, e stiamo parlando di prostitute “volontarie”. E sì, anche loro soffrono di disturbi post-traumatici da stress, di dissociazione, di dipendenze da droga e alcol, perché non riescono a sopportarlo. Non voglio nemmeno parlare del fatto che il 90% delle prostitute in Germania non sono tedesche. Lascio a voi immaginare quali siano le loro condizioni di vita.
Lo scorso novembre scrissi una lettera aperta (QUI), perché non sopportavo più che la lobby pro-prostituzione continuasse a raccontare certe favole, come quella della libera puttana autodeterminata. La allego, nel caso lei desideri leggere cosa significa davvero prostituirsi. Perché se ne sente parlare così poco? Prima di tutto, perché la lobby pro-prostituzione ci intimorisce e ci minaccia (dopo quella lettera ho ricevuto delle email davvero brutte, piene di odio e di minacce), e in secondo luogo perché noi che siamo uscite siamo troppo traumatizzate per parlare.
Anche le donne non prostitute sono in qualche modo toccate dalla prostituzione, perché i clienti sono i loro uomini, che portano con sé ciò che hanno imparato nei bordelli – cioè a disprezzare le donne, a comprarle per torturarle – quando tornano a casa, nelle camere da letto delle loro stesse donne. La società viene brutalizzata, signora Schwesig. Si tratta di un ciclo infinito: quando la prostituzione è legalizzata, la domanda cresce, perché gli uomini imparano che è normale comprare un corpo di una donna, oltrepassare i limiti, avere il potere di violentare. La disponibilità cresce, il che significa che aumenta la prostituzione forzata. Questo a sua volta incrementa l’accettazione della prostituzione nella società, così la domanda cresce e così via.
Il 90% degli uomini tedeschi è già stato in un bordello. Un terzo di loro lo fa abitualmente. Signora Schwesig, sa cosa passa per la testa di questi uomini? Lo so perché ho vissuto in un bordello. Quegli stessi uomini a cui stringe la mano in modo amichevole oggi, domani sputeranno in faccia a una prostituta durante l’atto, oppure la costringeranno a ingoiare lo sperma, e impareranno a godere della sofferenza delle donne. Le piacerebbe vivere in una tale società? Non può essere la vostra prospettiva!
Non ci sarà mai una società sessualmente paritaria finché gli uomini compreranno le donne per poterle violentare. E non esiste nemmeno la prostituzione “pulita”!
È per questo motivo che le sto chiedendo di non ascoltare solo quelli favorevoli alla prostituzione, che sono tra l’altro spesso in gran parte guidati dai proprietari dei bordelli. Immergetevi un po’ più a fondo nella palude e incontrerete trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata. Ascolti anche i professionisti che si occupano di curare i traumi e le sopravvissute. La lobby della prostituzione non deve parlare al posto delle prostitute o delle sopravvissute! È composta da nemmeno 100 persone, che non ci rappresentano, 300.000 prostiute in Germania, ma che ci minacciano e lavorano contro i nostri interessi!
Noi non vogliamo fare questo lavoro. Non abbiamo bisogno della legalizzazione! Non abbiamo bisogno di qualcuno che sostenga che non vogliamo la registrazione, l’uso obbligatorio del preservativo, ecc.! Sì, noi vogliamo queste cose! E vorremmo più di ogni altra cosa non dover più fare questo lavoro. E che gli uomini che ci violentano siano puniti. Abbiamo bisogno di alternative, non essere più imbrigliate nei distruttivi poteri disumani dell’ambiente prostitutivo!
Cara signora Schwesig, non è passato molto tempo da quando ho lasciato la prostituzione: 3 anni. Ho avuto il mio primo cliente a 18 anni. Sapete di cosa avrei avuto bisogno durante i dieci anni in cui sono stata prostituta, nel corso dei quali sono stata picchiata, violentata, traumatizzata, disprezzata, e malata anima e corpo? Un aiuto e una società sensibilizzata, che non pensasse che io desiderassi “godermela” e che fossi felice di essere abusata.
Non conosco nessuna prostituta che lo fa volentieri. Non conosco nessuna sopravvissuta che non soffra di disordini post-traumatici da stress. Tutte le donne che conosco sono state distrutte dalla prostituzione.
Si prega di vietare questa disumana, indegna prostituzione. E se questo per lei non è possibile, occorre cercare di ridurla il più possibile. Grazie per aver letto la mia lettera.
Huschke Mau

 

Ciò che viene spacciato per Paradiso esiste solo per i capitalisti del sesso – papponi, trafficanti di esseri umani, proprietari di bordelli che fanno pagare tariffe esorbitanti alle donne per l’affitto della stanza – e anche per i clienti, che possono sfogare tutte le loro fantasie violente grazie a tariffe forfait sempre più basse, da portare a casa dalla mogliettina. Assieme a una buona dose di gonorrea, finché non li costringerete a usare il preservativo (è pubblicizzato nel menù offerto dal bordello come AO – “Alles Ohne” ossia “tutto senza”). Le uniche che non traggono benefici da tutto questo sono come al solito le donne, tedesche e non, prostitute e non. Per loro si tratta di un inferno e il governo ancora non gli presta ascolto.

 

FONTE: http://www.sabinabecker.com/2015/04/dear-madame-minister-a-german-ex-prostitutes-open-letter.html

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Perché i diritti sono subordinati al matrimonio?

Image: Ken Danieli/Flickr

Image: Ken Danieli/Flickr

 

A pochi giorni dal risultato del referendum sui matrimoni egualitari in Irlanda, come tanti sono contenta. Ho allo stesso tempo riflettuto sull’euforia e sull’ottimismo che si respiravano sui media. Una sorta di assoluzione integrale dell’Irlanda, che con questo atto si poneva in toto sul podio dei paesi civili, con un sistema di diritti all’avanguardia. Come al solito ci eravamo persi qualcosa, e non si trattava di un dettaglio, da femminista mai soddisfatta. Ero soddisfatta solo in parte. Perché l’Irlanda, paese che adoro da moltissimi punti di vista, è ancora un luogo in cui le donne non hanno un pieno riconoscimento dei propri diritti in tema di salute riproduttiva e non solo (l’art. 41 della Costituzione recita: “The State shall, therefore, endeavour to ensure that mothers shall not be obliged by economic necessity to engage in labour to the neglect of their duties in the home“). C’è qualcuno che si è già avventurato in analisi, ma questa di Meghan Murphy mette a fuoco dei punti fondamentali. Uno fra tanti: il fatto che il matrimonio sia una istituzione funzionale al patriarcato e conservatrice. Si chiede semplicemente di entrare in una costruzione “istituzionale” tradizionale, per avere diritti che la nostra società non riesce a garantire se non legati al matrimonio. Certo in questi riconoscimenti ci sono importanti e significative valenze simboliche, che possono far bene alla causa LGBTI. Di fatto però, aprire il matrimonio a persone dello stesso sesso non costa nulla in termini pratici, non c’è il pericolo di ledere la costruzione secolare matrimoniale, anzi la si rafforza, la si legittima e le si conferisce nuovo smalto. Ben più rivoluzionario e oneroso è chiedere diritti per le donne. Per cui, certamente non sto contrapponendo la vittoria dei sì al referendum irlandese con il fatto che nel medesimo paese certi diritti siano negati alle donne, son due ambiti diversi, ma ci aiutano ad esplicitare una questione di differenze di poteri e di pesi nella società, che portano riforme in una direzione piuttosto che in un’altra. Ci aiutano a riflettere sul matrimonio, sulle relazioni, sull’oppressione patriarcale come da tempo non siamo più abituate a fare. Qui di seguito la mia traduzione.

 

I progressisti di tutto il mondo hanno festeggiato il risultato del voto irlandese che con il 62% dei voti ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questa vittoria è significativa e importante per un Paese che ha decriminalizzato l’omosessualità solo nel 1993 ed è stato a lungo dominato dalla misogina e omofoba Chiesa cattolica.
Il voto ha segnato, per molti, il passaggio a un contesto politico, culturale, sociale più progressista.
Il New York Times ha citato Ty Cobb, il direttore della campagna internazionale per i diritti umani, un gruppo di pressione con sede a Washington: “Penso che questo sia un momento che ha modificato l’immaginario di tanta gente nel mondo, che ora vede l’Irlanda come un paese non bloccato dalla tradizione, ma con una tradizione inclusiva.
Leo Varadkar, ministro della sanità irlandese, ha detto: “Il voto ci rende un faro, una luce di libertà ed eguaglianza per il resto del mondo. È un giorno in cui essere orgogliosi di essere irlandesi.
“Questa decisione rende tutti i cittadini uguali e credo che rafforzerà l’istituzione del matrimonio”, ha detto il primo ministro Enda Kenny.
Ma i diritti umani e l’uguaglianza si basano veramente sul diritto per chiunque di sposarsi? L’Irlanda è veramente un modello di “libertà ed eguaglianza”? E perché i progressisti stanno cercando di rafforzare l’istituto matrimoniale a tutti i costi?
Per essere chiari, naturalmente penso che debba essere garantito l’accesso al matrimonio a tutti, etero e omosessuali, compresi diritti e privilegi. Non mi oppongo ai matrimoni gay, ma al matrimonio nel suo complesso, e più in generale, io non ritengo che consentire il matrimonio a persone dello stesso sesso sia un passo verso l’uguaglianza.
Mentre il sostegno al movimento LGBTI cresce in tutto il mondo, i diritti umani delle donne restano irrisolti.
Le persone di opinione liberale possono sentirsi fieri di sostenere il diritto alla parità di accesso all’istituzione matrimoniale, senza fare molto o quasi nulle.
Liberare le donne dall’oppressione maschile, d’altra parte, vuol dire che chi detiene il potere deve rinunciare a molte cose. Come scrive Katha Pollitt su The Nation (qui), “I matrimoni egualitari non costano nulla alla società e non richiede sottrazione di potere a nessuno”.
Di fatto, il matrimonio gay consente agli eterosessuali progressisti di sentirsi più a proprio agio con la loro scelta di unirsi alla comunità della felicità coniugale, in quanto possono dire che non è più quell’istituto vecchio e conservatore del passato, bensì oggi va di moda, è qualcosa dalla mentalità aperta e di inclusivo.
Siamo pronti ad abbandonare tutte le critiche mosse all’istituzione matrimoniale, chiedendoci perché continuiamo a sposarci e a permettere che il matrimonio definisca le nostre relazioni, la nostra vita in un modo così prepotente, solo perché abbiamo lasciato che vi accedessero anche i gay?

In effetti, è come se avessimo dato una mano di bianco e reso il matrimonio più alla moda, nascondendo anni di considerazioni attorno al matrimonio e al suo significato, nrd.

Nel mese di aprile Pollitt si chiedeva perché i diritti riproduttivi stanno retrocedendo, mentre quelli LGBTI stanno “vincendo”. Aveva evidenziato come “il tentativo dell’Indiana di opporsi al matrimonio gay con il pretesto della libertà religiosa aveva provocato un’immediata reazione a livello nazionale”. Nel frattempo in molti stati le donne non hanno ancora accesso all’interruzione di gravidanza, e le donne sono state anche accusate di feticidio per aborto spontaneo o per aver interrotto la gravidanza da sole. Il mese scorso Purvi Patel è stata condannata a 20 anni per aborto (pur essendo spontaneo), accusata di aver assunto droghe per interrompere la gravidanza. In Mississippi, Rennie Gibbs, (qui) che all’epoca aveva 16 anni, è finita in carcere dopo aver partorito un bambino nato morto. Jessica Mason Pieklo ha scritto, per RH Reality Check, che dopo che il medico legale aveva accertato che la causa della morte era stata la cocaina, il grand jury ha concluso che Gibbs aveva causato la morte del bambino fumando crack durante la gravidanza. Questo per dire che era accusata di omicidio. L’accusa è stata respinta, ma entrambi i casi rappresentano uno sforzo crescente per criminalizzare le donne in gravidanza negli USA e un tentativo di rendere prioritaria la vita dei feti rispetto a quella delle donne.
Interrompere una gravidanza è ancora tecnicamente un reato nel diritto britannico (anche se la legge sull’aborto, approvata nel 1967, considera legale la maggior parte degli aborti, purché vengano soddisfatte alcune condizioni). Le donne ancor non possono accedere all’aborto legale a Malta, El Salvador, Cile e Rep. Dominicana. In Nicaragua il codice penale criminalizza sia la donna che il medico, cosa che ha reso l’aborto non sicuro la principale causa di mortalità materna nel paese (qui). (Per non parlare della situazione del Messico e del Perù, ndr).
L’aborto è illegale in Irlanda in tutti i casi (compreso incesto e stupro) a meno che la vita della donna non sia in pericolo. La Costituzione irlandese, al suo ottavo emendamento (datato 1983), “lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e nel rispetto della parità di diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e per quanto possibile, di difendere e rivendicare questo diritto”.

The State acknowledges the right to life of the unborn and, with due regard to the equal right to life of the mother, guarantees in its laws to respect, and, as far as practicable, by its laws to defend and vindicate that right.

Dobbiamo credere che il matrimonio creerà una società libera ed eguale?
I diritti riproduttivi consentono alle donne di avere il controllo sulle loro vite. L’accesso all’aborto è sia una questione di salute che di diritti umani. Abbiamo il diritto di non partorire e di non crescere i figli. Abbiamo il diritto di non mettere a repentaglio la nostra vita attraverso una gravidanza.
Il motivo per cui stiamo ancora combattendo per una giustizia riproduttiva, mentre il matrimonio tra persone dello stesso sesso è ampiamente supportato, è perché l’aborto è qualcosa per le donne. E le vite delle donne non sono ancora di primaria importanza per la maggior parte degli uomini progressisti e liberali. Gli uomini non restano gravidi, per cui la gravidanza non è un loro problema (o meglio non lo è perché culturalmente e materialmente se ne tirano fuori, ndr). Il matrimonio e la famiglia nucleare mantengono le donne sottomesse agli uomini e garantiscono che noi donne continuiamo a far nascere e ad accudire i figli degli uomini (e mantengono le donne dipendenti dagli uomini), mentre i diritti riproduttivi consentono alle donne di restare indipendenti, in molti modi.
Il matrimonio non è un’istituto progressista. Si tratta di una istituzione fondata sul concetto di donna come proprietà, negoziata tra uomini, e continua ad essere un luogo di oppressione per molte donne ancora oggi. Più di un terzo dei femminicidi nel mondo avviene per mano dei partner (qui). L’abuso domestico uccide più persone delle guerre (qui). L’atto più progressista che potremmo fare è quello di abolire questa istituzione una volta per tutte. Rifiutare che il giorno del nostro matrimonio diventi il più importante della nostra vita. Rifiutare di perpetuare l’idea che diventare una moglie è una cosa a cui aspirare e da celebrare. Respingiamo l’idea che questo sia l’unico modo corretto di vivere e di amare e di avere una famiglia, con questi parametri così restrittivi che svalutano tutti i rapporti che non rientrano nel genere “marito e moglie”. Rifiutiamo l’idea che solo coloro che scelgono di sposarsi possano avere accesso a diritti e privilegi che i “non sposati” non possono avere (qui).

(Si tratta di fare un passaggio ulteriore, di civiltà. Perché sposarsi spesso è una necessità dettata da certi vincoli normativi/burocratici, oltre che culturali, ndr).

Sappiamo che la maternità e il matrimonio sono universalmente considerati “cosa buona” per le donne. La gravidanza è pericolosa, la cura dei figli e i lavori di casa – che le donne continuano a fare in misura maggiore – sono sottovalutati e non pagati, le donne continuano ad acquisire il cognome del partner maschile dopo il matrimonio, in osservanza e sottomissione degli ideali patriarcali e naturalmente la violenza continua ad essere centrale nelle vite di molte donne “spose beate”. Spesso quando le donne fuggono da queste relazioni, continuano ad essere finanziariamente, psicologicamente e emotivamente abusate dai loro ex mariti, che le torturano in tribunale cercando di portargli via i figli.
Il fatto che le relazioni omosessuali siano state riconosciute come legittime è sicuramente una gran bella cosa. Ma il fatto che sia il matrimonio a definire cosa sia o non sia una relazione legittima rimane un problema. Oltre a ciò, i matrimoni non garantiranno parità e diritti umani per le donne. Potranno essere divertenti e incantevoli (possono anche essere noiosi, tremendamente ricchi e estremamente sessisti), ma non smetteranno di esercitare la loro oppressione.
Sono le donne – il 51% della popolazione mondiale – che rimangono il più grande gruppo di esseri umani oppressi del pianeta (e tra queste le donne di colore e le donne povere soffrono in modo particolare l’oppressione del patriarcato capitalista e si scontrano con gli ostacoli ad aborti sicuri qui e qui). Si tratta di donne che quotidianamente continuano ad essere sottovalutate, sfruttate, violentate e abusate dagli uomini, in quanto donne. Ci piacerebbe pensare che i nostri diritti, la nostra umanità e la nostra uguaglianza stiano tra le preoccupazioni di coloro a cui stanno a cuore questi temi. Perciò fino a quando i progressisti in Irlanda (e non solo) non renderanno la libertà delle donne una priorità, non avrò nulla da festeggiare.

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Sottili messaggi di genere

ASCOLTARE PARLARE

 

Desidero tornare sul tema del linguaggio, perché è un fattore cruciale di costruzione dei ruoli e delle relazioni interpersonali, troppo spesso dimenticato, banalizzato e considerato ininfluente. Alcune teorie “che si richiamano al postmodernismo, come il costruzionismo sociale e la teoria del discorso individuano nel linguaggio e in altre forme simboliche le fonti dei concetti alla base del pensiero” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000). Quindi il pensiero e il linguaggio risulterebbero inseparabili e tutte le forme di rappresentazione più comuni, come il linguaggio scritto e parlato, non sarebbero altro che l’incarnazione plastica e la “riproduzione delle relazioni di potere vigenti (incluse quelle tra i sessi)”. Da qui l’importanza centrale del linguaggio, cosa dovremmo dire, come e a chi, nei tentativi di modificare prassi discriminatorie e disuguaglianze. Il linguaggio non è un formalismo sterile e asettico, ma con il suo utilizzo quotidiano ciascuno di noi sperimenta, produce e riproduce le caratteristiche cardine di una società, le relazioni, le disparità, i conflitti, i costumi, le pratiche sociali. È una struttura spesso strumentale alla replica all’infinito delle medesime regole nelle relazioni interpersonali, veicolo anche di differenze e disparità tra i sessi, funzionale al mantenimento di una rappresentazione sclerotizzata dei sessi. Da questo nasce la necessità di un uso diverso di questo mezzo così potente e che permea le nostre relazioni interpersonali. I “sottili messaggi di genere” veicolati dal linguaggio deformano l’ottica attraverso la quale i sessi sono considerati. Così l’uomo è un signore, sia che sia celibe, sia che sia coniugato. La donna ha la variante signora e signorina. Le attività di una donna vengono filtrate attraverso la lente del suo stato civile. Così come, in sede di colloquio lo stato civile diviene metro di valutazione delle capacità e delle competenze professionali. Tutto assume una rilevanza secondaria, e l’aspetto primario è assunto dallo stato civile, ovunque, soprattutto nei media.

Dale Spender ha cercato di esplorare le tracce sessiste implicite nel linguaggio. Nel suo Man Made Language del 1980, sostiene che l’esperienza e la presenza femminile siano occultate e rese invisibili dall’azione di una vasta gamma di prassi linguistiche. Spender è convinta che “lo sviluppo del linguaggio sia stato dominato dagli uomini e dagli interessi maschili e che la cultura e le prassi sociali abbiano seguito gli assunti enunciati dal linguaggio. Esso non consentirebbe di dar voce all’esperienza femminile per tutta una serie di ragioni, tra le quali la propensione a porre l’esperienza maschile come standard”. Da qui deriva anche la repulsione verso tutto ciò che non è standard. Ci sono ambiti lessicali, come quello sessualità, in cui c’è una predominanza di termini con una prospettiva maschile, per i quali mancano degli equivalenti femminili. Per non parlare poi della differente “percezione” delle parole scapolo-zitella, con un chiaro accento denigratorio implicito nella seconda. Lo stesso avviene per la lunga lista di termini adoperati per descrivere delle abitudini sessuali promiscue delle donne, di carattere dispregiativo (puttana, troia, cagna ecc.), mentre per gli uomini tali epiteti sono meno numerosi e solitamente dotati di una sfumatura positiva (esempio: stallone). Spender si schiera contro l’uso di termini generici, come uomo, per riferirsi all’insieme dei due sessi. Non è vero che tutti sono consci di questa inclusione dei due sessi, spesso questi termini evocano un’immagine maschile. Per sfuggire a questo meccanismo, occorre generare un nuovo linguaggio, che sia nostro, che generi nuova consapevolezza. Un esempio è la campagna donne con la A, lanciata lo scorso 8 marzo da SNOQ. Si tratta di conferire nuova sostanza al terreno del linguaggio, in modo che sia in grado di trasmettere un cambiamento, per dar voce alla presenza delle donne ed esserne testimonianza viva. Rinominare, per ridefinire e pensare in modo diverso. Occorre adoperare un linguaggio adeguato, che permetta di identificare e riconoscere anche le sfumature rivelatrici di un sistema oppressivo e discriminatorio. Ci sono dei termini che infuocano il dibattito, perché sono rivelatori e sparigliano le carte. Recentemente mi è capitato di rilevare un atteggiamento sessista e di esplicitare tale percezione. Alla parola “sessista” è come se si fosse accesa la miccia. Le reazioni che si sono sollevate mi hanno dato l’evidenza di aver colto nel segno e che la mia definizione fosse calzante. Una donna presente mi ha detto che forse avevo esagerato, ma io resto convinta dell’importanza di definire le cose per quello che sono, senza edulcorazioni o mediazioni di sorta. Non ammetto complicità.
Concludo con un frammento tratto da pag. 134 del testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000:

“Il patriarcato si fonda sulla diffusa accettazione della veridicità di certi discorsi (che “costruiscono” la femminilità, la mascolinità e la sessualità secondo modalità proprie) e sulla capacità espressa nel corso della storia (nella chiesa, nella legge e nel governo) da alcuni uomini potenti di definire “verità” sempre diverse sulle abilità e le disposizioni dei due sessi, facendo leva soprattutto sul controllo del discorso pubblico (per esempio, delle pubblicazioni scientifiche). È importante riconoscere qui che questo tipo di discorsi non sono soltanto modi di dire, scollegati da ciò che le persone realmente fanno, ma importanti elementi di stretto collegamento con le prassi sociali vigenti. Per esempio i discorsi prevalenti in tema di sessualità permettono di considerare empaticamente gli uomini che perpetrano violenza sessuale ai danni di una donna come “persone mosse da un impulso naturale” e le loro vittime, persone che hanno agito “provocatoriamente”.

Attraverso il linguaggio possiamo forgiare persone e relazioni diverse. Basta rompere gli schemi che vengono costruiti su presunte verità sui due sessi. Il linguaggio incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci, di strutturare il nostro ambiente e la nostra società. Possiamo essere attori consapevoli del contenuto dei nostri discorsi, sia quando parliamo, che quando scriviamo.

 

“I limiti del mio linguaggio determinano il limite del mio mondo”.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

 

Vi segnalo un bel testo fresco di stampa (QUI) La grammatica la fa… la differenza, AA. VV.
Illustrazioni di Gabriella Carofiglio, Casa Editrice Mammeonline. Ringrazio per la segnalazione Donatella Caione, responsabile della piccola Casa Editrice di Foggia. Un progetto della mia terra!

Per ripristinare correttezza lessicale ed equità tra i sessi, è bene proprio partire dal rispetto della grammatica!
Un libro di racconti, filastrocche e fiabe che in maniera spontanea e non forzata mostra a bambini e bambine la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere.
Che le donne, nei secoli, siano state poco considerate è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.
Bisogna ripartire dalla lingua ed è necessario cominciare a parlarne a chi con la lingua ha il primo approccio: i bambini e le bambine.
Questo libro si propone di suscitare la curiosità verso argomenti apparentemente immutabili, facendo comprendere che gli strumenti per cambiare il nostro modo di parlare e pensare, rispetto al genere femminile, la lingua li possiede già, basta solo cominciare a usarli correttamente.
Un inserto rivolto agli insegnanti, ma non solo, contiene delle schede didattiche che spiegano i punti fondamentali dell’uso del linguaggio di genere, in modo da fornire gli strumenti per approfondire l’argomento con i/le bambini/e, accompagnando così la lettura delle filastrocche e delle fiabe/racconti.
Fiabe e filastrocche sono state scritte da note autrici di letteratura per l’infanzia.
Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provinvia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.
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Bread and roses

© Ricardo Levins Morales

© Ricardo Levins Morales

 

Questo motto è estrapolato da una frase pronunciata da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista della WTUL (Woman Trade Union League), durante un discorso del 1912 in cui rivendicava il diritto di voto femminile di fronte ad una platea di suffragette benestanti a Cleveland.

Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere.

Da allora ne abbiamo fatte di conquiste in ogni campo, eppure i nodi al pettine per quanto riguarda il lavoro (e non solo) delle donne sono ancora tanti (Qui un bilancio di Alessandra Casarico e Daniela Del Boca). Sono ancora molte le differenze tra le donne sulla base del censo. La riflessione deve contemplare lavoro domestico gratuito e quello che si svolge fuori di casa, retribuito. Ci portano a pensare che una parte della nostra identità coincida con il lavoro, retribuito naturalmente. Ci portano a pensare che il nostro tempo di vita coincida con quello del lavoro fuori casa. Il nostro valore e le qualità personali sembrano valutate e commisurate a questo essere lavoratrici o lavoratori. Ma siamo proprio certe che non si debba ridisegnare questo tipo di mentalità indotta? Mi sembra molto limitante ragionare e dare valore unicamente al lavoro retribuito, che mi sembra una impostazione tipica di un modello di società e di economia capitalistiche. Soprattutto perché esistiamo e abbiamo valore anche se quel lavoro manca o viene a mancare, non dobbiamo dimenticarcelo. Perché sono tanti i modi attraverso i quali ci possiamo esprimere e possiamo contribuire. Perché sappiamo che c’è un lavoro invisibile che si compie in silenzio tra le mura domestiche o anche come impegno sociale o politico. Sappiamo che il tempo di vita ha un valore  e dei diritti che vanno ben oltre, come ci diceva Rose. Dovremmo ricordarcelo e rivendicarli.

In questo post ho raccolto una serie di riflessioni sparse che ho fatto di recente, che tornano utili per questa giornata.

Sull’onda della relazione (qui) fatta dall’Istat per la Commissione lavoro del Senato, nella quale si parla di orario di lavoro domestico per donne e per uomini, urge una riflessione e un approfondimento sul tema della “Cura”. Fin quando non usciremo dalla dimensione individuale e ci muoveremo in senso universalistico, andando al fondamento dei fenomeni, non risolveremo granché. Occorre un approfondimento su un’attitudine umana alla cura, ne avevo parlato anche in un mio recente post.

Sono in gioco fattori culturali, modelli trasmessi da secoli, che ci insegnano cosa e come essere in ogni contesto. Uomini e donne sono immersi in questo “patriarcato permanente”. Il primo passo per tentare un superamento di questa disuguaglianza, credo consista nell’accorgersi di questi fattori, svelare i meccanismi, tentare di resistere e di creare alternative. Questo il senso del femminismo. Poi naturalmente ci sono tutta una serie di ostacoli pratici che spesso ci costringono in certi ruoli. Torna in gioco il nostro farci avanti e il fatto che si conta che volenti e nolenti noi siamo disposte a immolarci. Più verosimilmente ci portano a immolarci, perché non ci sono alternative e per quella solitudine di cui parlavo. Questo per quanto riguarda la “cura” sotto il profilo pratico, familiare, quotidiano. Vorrei però fare una piccola precisazione, un salto di livello. La “cura” di cui parla Gilligan riveste uno spettro più ampio rispetto all’accezione comune. Si tratta infatti di “attenzione”, ascolto, rispetto, empatia che sottendono le relazioni umane. E’ un accogliere tutte le voci, perché questo ci permette di tenere insieme equità e giustizia e non dissociare gli aspetti spesso contrapposti mente-corpo, ragione e sentimento, e quindi uomo-donna. Questo aspetto attiene alla vita pubblica, e ne avremmo un gran bisogno (parlando di democrazia e diritti).

La vera rivoluzione sta nel comprendere un concetto di cura molto più ampio e complesso, che concerne l’umano, con uno spettro di “senso” veramente liberatorio e multistrato.

Occorre lavorare in senso trasversale e non legato al genere, legando il discorso ad aspetti relazionali, di rispetto, di ascolto, di inclusione, di diritti, di equità, di interdipendenza, di reciprocità.. finché rimarremo al livello base delle cure materiali, correremo il rischio di sentirci richiamare concetti come “la donna è naturalmente portata a curarsi di”, la sensibilità e l’altruismo sono donna e così via. La palla resta a noi anche perché ci concentriamo sull’obiettivo sbagliato, che non deve essere quello di scaricare su un altro (per esempio colf, tate, badanti, nonni) ma lavorare sui tratti culturali e che sono alla base di una automatica assegnazione di mansioni e ruoli alla donna. E’ un lavoro che va fatto uscendo dalla realtà privata, personale e individuale, per giungere a vedere gli aspetti universali. Purtroppo siamo impegnate a mettere le toppe nelle nostre vite, occupate in una dimensione individualistica. Si conta su questa frammentarietà e sul fatto che poi ognuna fa da sé o trova una modalità per delegare. Parlando in senso pratico, non voglio che il mio peso di cura venga scaricato su qualcun altro, perché questo non sarebbe equo, ma desidero e chiedo che lo stato ponga le basi affinché questo lavoro di cura sia equamente distribuito, in primis per esempio con orari di lavoro compatibili, condizioni di lavoro flessibili, che vadano incontro alle esigenze di ciascuno, che sia uomo o donna, che siano accessibili per tutti. Non mi aspetto che parti della società siano sacrificabili, ma dovrebbe affermarsi un senso di solidarietà che ci permetta di assumerci tutti naturalmente i compiti di cura quotidiani.

Se non recuperiamo la capacità di fare riflessioni profonde, resteremo ferme. L’unico modo per non rimanere imbrigliate in semplificazioni e appiattimenti di ogni tipo è ragionare, anche recuperando i passi compiuti in passato. Il nostro pensiero è necessario alla nostra prassi. Senza riflessione teorica rischiamo di non avere gli strumenti necessari né per prendere coscienza, né tanto meno per raggiungere qualche obiettivo pratico. Dobbiamo agire nel mondo, avendo le idee chiare, l’improvvisazione ci rende facilmente “attaccabili”. Dobbiamo tornare ad avere uno sguardo più ampio, se guardiamo solo al nostro orticello, rischiamo di perderci dei dettagli importanti del resto del mondo.

Il mio sogno per il 1 maggio. Non sentire più le seguenti affermazioni: “Potevi fare a meno di fare un figlio, se volevi continuare a lavorare, se ci tenevi tanto a lavorare. Nessuno ti ha costretta a diventare madre, perché si sa che poi bisogna fare delle scelte e la donna si deve sacrificare”. La verità? Siamo sole, estremamente sole, e queste parole sono state pronunciate da una donna.

Vi lascio alla lettura di questo scritto di Pina Nuzzo, tutto da leggere! (QUI il testo completo)

“Si chiama cura l’insieme dei gesti amorosi e gratuiti di un soggetto verso un altro, la cura può essere maschile o femminile, materna e paterna e non è negoziabile. La cura richiede impegno e un pensiero costante e attento per qualcuno o per qualcosa. Essa non è solo accudimento, ma attraverso la cura si impara/insegna la relazione con le persone con il mondo e si apprendono/insegnano i comportamenti.
Si chiama manutenzione quell’insieme di operazioni quotidiane di cui ogni donna ha esperienza, senza le quali una casa piomba nel caos. Questa fatica è invisibile, è gratuita e non è riconosciuta. Una retribuzione è prevista solo se questo lavoro lo fa un’altra, più raramente anche un altro, in genere a ore. La manutenzione si può condividere e negoziare, addirittura contrattualizzare, la cura chiama in causa entrambi i genitori o i soggetti di una relazione.
La cura non è lavoro, anche quando è faticosa, essa è la cifra di una relazione, ma allo stato attuale è difficile separarla dalla manutenzione, da tutte quelle azioni che fanno di una casa uno spazio vivibile ed armonioso. Tale confusione è data dal fatto che sono tutte e due a carico nostro, e questo inquina i rapporti di convivenza, dove diventa difficile distinguere cosa si può o cosa non si può negoziare. Fino a quando il genere maschile non comprenderà il valore della cura, a cominciare dalla cura di sé – manutenzione compresa – potrà pensare che i rapporti tra i generi, ma anche con il mondo, possano essere regolati con l’uso del potere o del denaro. Il mancato riconoscimento, che da sempre si perpetua nei confronti del sapere di cui le donne sono portatrici, impoverisce la cultura di tutto un popolo e priva le donne di decisioni autonome e a pari titolo con gli uomini.
E, cosa ancora più grave, la politica continuerà a riproporre una convivenza sociale in cui i ruoli sono scalfiti solo sulla superficie, nonostante le leggi, e nei luoghi dove si decide le donne saranno tenute ai margini e ovunque moderate, attraverso la paura della violenza, anche tra le pareti domestiche.
Molte delle cose che ho detto avrebbero bisogno di essere dipanate e ragionate perché ognuna di esse ha una ricaduta nel pensare e nel progettare un welfare che corrisponda alle reali necessità di tutti i soggetti coinvolti. Oggi vogliamo metteremo le basi per un costruire un discorso condiviso”.

 

Buon 1 maggio a tutt*!

 

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Per un’etica femminista della cura

cura

 

 

La mia riflessione di oggi parte dalla lettura di alcuni passaggi del testo di Carol Gilligan La virtù della resistenza. Siamo nel 1973, anno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli USA. La sentenza Roe versus Wade, rese l’altruismo, virtù femminile per eccellenza, qualcosa di problematico, per niente scontato. Scrive Gilligan: “Ascoltando le donne, fui colpita più e più volte da come l’opposizione tra egoismo e altruismo aveva il potere di informare i loro giudizi morali e guidare le loro scelte”. Per alcune era “egoista” qualunque scelta, di avere o meno un figlio, mentre erano disposte (la consideravano una buona cosa) a seguire quanto un’altra persone gli chiedeva di fare. “Nina raccontò che stava per abortire perché il suo ragazzo voleva finire la facoltà di legge e contava sul suo appoggio. Quando le domandai cosa voleva lei, rispose: “Cosa c’è di male nel fare qualcosa per qualcuno che ami?”. Viene considerato positivo essere empatici con gli altri, mentre diviene egoista essere sensibile ai propri bisogni.

Questo chiaramente evidenzia un’interferenza culturale notevole, che spinge le donne verso questo ragionamento automatico e che ammutolisce la loro voce interiore che esprime ciò che sono e desiderano realmente. Quella voce non è scomparsa, ma è sepolta sotto una coltre culturale di stampo patriarcale. In questo universo, la cura è un’etica femminile, non universale. Prendersi cura è ciò che rende la donna virtuosa, chi si prende cura di qualcosa o di qualcuno sta compiendo un “lavoro da donne”. Coloro che si dedicano agli altri, sono sensibili ai loro bisogni, attenti alla voce degli altri sono persone altruiste. “In una cornice democratica, la cura è un’etica dell’umano. Un’etica femminista della cura, in una cultura patriarcale, rappresenta una voce differente, poiché associa la ragione all’emozione, la mente al corpo, il sé alle relazioni, gli uomini alle donne, resistendo alle divisioni che sostengono l’ordine patriarcale”. Un’etica femminista della cura si fonda su un’interpretazione della democrazia più densa che superficiale (mutuando la distinzione sulle culture operata dall’antropologo Clifford Geertz). Un’interpretazione superficiale omologa le differenze nel nome dell’uguaglianza, al contrario una “densa” si basa sul fatto che voci differenti sono sintomo di vitalità di una realtà democratica. E questo si potrebbe applicare a tanti aspetti della nostra realtà contingente.
Le difficoltà di un affermarsi di un’etica femminista, secondo Gilligan, risiedono nel fatto che a essere contrastato è lo stesso femminismo. Negli USA si sono evidenziati i conflitti tra aspirazioni democratiche nelle istituzioni e nei valori fondanti la federazione di stati, e un perpetuarsi di una tradizione fondata su privilegi e potere patriarcale. Le sfide degli anni ’60 e ’70 inclusero questo attacco frontale all’ordine patriarcale, per raggiungere una piena democrazia, per ridefinire i concetti di virilità e di femminilità, con un movimento trasversale: pacifisti, movimento delle donne e di liberazione gay.
Per la prima volta essere uomo non significava automaticamente essere soldato, per una donna il destino non era unicamente quello di essere madre. La sessualità e la famiglia assumevano nuove forme. Ancora oggi il dibattito è acceso su aborto, matrimonio gay e guerra (sono temi caldi su cui si scontrano ancora i candidati repubblicani e democratici), ma qualcosa è cambiato per sempre. Si sono compresi molti aspetti, e per quanto concerne il nostro tema, cura e prendersi cura son passati da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano.
Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. Iniziamo a scardinare un primo elemento.
Gilligan poi, trattando di giustizia vs cura, introduce una contrapposizione tipica del patriarcato: la giustizia sta dal lato della ragione, della mente e del sé (attributi maschili), mentre la “cura” sta dal lato del corpo, delle emozioni delle relazioni (associati alla donna). Attraverso questa divisione il ruolo della donna viene al contempo idealizzato e svalutato, subordinando la cura alla giustizia, asservendola e relegandola a una dimensione relazionale. In questo quadro è facile che in nome della femminilità si chieda alla donna di sacrificare i suoi diritti in nome di relazioni pacifiche, per non incrinare gli equilibri e garantire una vita serena, priva di conflitti (naturalmente all’uomo). Demolendo le separazioni e le gerarchie patriarcali, si potrebbe affermare un modello di relazioni in cui ognuno possa avere voce, essere ascoltato con attenzione e rispetto, indipendentemente dal genere.

Invece, siamo tuttora schiavi di certi meccanismi, per cui la donna che tiene alla relazione è virtuosa, mentre l’uomo indipendente, autonomo è moralmente integro. La morale finisce con l’allinearsi “ai codici di genere dell’ordine patriarcale, rafforzandoli”. Il “curarsi di” finisce con l’essere intrinseco di un genere. Sulla donna si riversano aspettative e oneri, con una lotta incessante a incarnare quel modello. Quel mettere da parte “noi stesse”, per curarci di qualcosa o di qualcuno è una incarnazione di regole secolari fondate su una “dissociazione di genere”, la chiamerei così. Quel rimboccarci le maniche e rinunciare alla nostra voce perché così hanno fatto per secoli altre donne prima di noi. Ce lo sentiamo ripetere continuamente, un richiamo all’ordine dei ruoli femminili, e anche se dentro di noi sappiamo benissimo a cosa corrisponde, ci risulta tuttora arduo scardinare queste “usanze”, principalmente perché alla fine siamo sole. L’unica nostra forma di resistenza è affermare che abbiamo preso coscienza che c’è altro, che si può concepire diversamente le relazioni e gli equilibri di genere. E che è possibile uscire dalle gabbie culturali unicamente dandoci delle alternative, oggi noi donne abbiamo una alternativa, possiamo studiare, leggere, parlare tra noi, capire che quello che ci si aspetta da noi può non corrispondere con i nostri bisogni e con i nostri diritti.

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Arretramenti

women power

 

Lentamente, silenziosamente si mina ai diritti, tra i quali spiccano quelli relativi al lavoro, a una maternità consapevole e frutto di una libera scelta, all’aborto, si chiede alle donne di alzare la natalità tornando a figliare, si sforna il bonus bebé (su cui mi sono già espressa qui), si continuano a fare tagli alla sanità e al welfare tutto, non si fanno politiche di prospettiva ampia, ma al massimo si tappa il buco oggi. Stavo riflettendo con Eleonora Cirant, nel corso della manifestazione dello scorso 11 aprile in difesa della 194: questa legge incrinata e sotto un attacco permanente (non mi riferisco solo ai comitati NO194, ma soprattutto a causa dell’obiezione di coscienza e dei tagli agli investimenti in strutture pubbliche come i consultori) fa parte di un sistema di garanzie, tutele e diritti faticosamente conquistate e oggi in lento ma progressivo deterioramento. Un tassello dietro l’altro potremmo trovarci senza diritti o tutele. Quella di Piazza Cordusio è stata una esperienza rinvigorente, come sempre. Può sembrare irrilevante manifestare in difesa di una singola legge, per molt* le priorità sono altrove. Ma quella legge rappresenta tanto, sotto il profilo dell’autodeterminazione della donna, per la sua salute, per il suo diritto a decidere sul suo corpo. Ha un significato e un valore simbolico molto vasto. I diritti non sono slegati tra loro, la galassia dei diritti è interconnessa, se si spezzano uno o più fili, il sistema intero entra in crisi, gli equilibri si rompono, attaccarli è più semplice, si iniziano a verificare falle sempre più difficili da ricomporre. Ecco che in una società, se affermi che le donne hanno dei diritti, che devono avere pari dignità, eguale salario, tutele, garanzie e un diritto a compiere delle scelte autonome, esattamente come gli uomini, sancisci un vantaggio per l’intera comunità, riesci ad uscire dalle logiche dei privilegi, degli status sociali, delle discriminazioni di genere, delle logiche patriarcali, dei diritti a macchia di leopardo. A mio avviso l’attacco alla 194 rientra in un preciso disegno di riduzione delle libertà, di ridimensionamento delle prospettive delle donne, di un ritorno a una società più fissa, meno mobile e più controllabile. Un segnale di pericolo e di attenzione per tutti i diritti. Se togli servizi sul territorio, o li fai diventare a pagamento (vedi i consultori e non solo; per fortuna in Lombardia sulla fecondazione eterologa il Consiglio di Stato ha sospeso la delibera della Lombardia che, unica regione in Italia, prevedeva il costo delle tecniche di eterologa a totale carico dei cittadini; si ricorda che la fecondazione eterologa a livello nazionale rientra nei livelli essenziali di assistenza, ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, a pari livello della fecondazione omologa), se precarizzi i diritti in materia di lavoro, se non sostieni il lavoro femminile, se non garantisci conciliabilità per entrambi i genitori, se consenti che ci sia ancora un gap salariale uomini-donne, poni le basi per un pericoloso ritorno e restaurazione di una società “arcaica”, ancora fondata su distinzioni di censo, di status sociali, di diritti pericolosamente a fasi alterne, che colpisce le fasce più deboli della popolazione, tra cui proprio le donne, invitate a tornare a fare le brave massaie e in esistenze silenziose. Arretramento nei diritti, arretramento culturale, passivizzazione della popolazione e frazionamento delle istanze, colpi alla solidarietà intra-sociale, con l’obiettivo di creare i presupposti per una “ignoranza” dei diritti diffusa, per una incapacità di leggere il mondo attorno: tutto questo è un pericoloso mix che ci rende più fragili e maggiormente vulnerabili.
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati.
È necessario chiedere che le cose migliorino, il senso del nostro essere oggi in piazza era quello di difendere la 194, chiedere che il suo art. 9 non continui a diventare un alibi di disapplicazione della stessa, che non ci sia più obiezione di struttura, che si investa seriamente nei consultori e nelle strutture pubbliche, consentendo che i servizi vengano forniti h24.
Ma questo vale per tutti i diritti. Per non tornare indietro e poter aspirare ad averne di nuovi!
Ci sono dei modelli che sono vivi e vegeti e che influenzano fortemente le relazioni umane. Mi riferisco al mare magnum del patriarcato.
Cito Carol Gilligan:

“La parola Patriarcato descrive attitudini, valori, codici morali e istituzioni che separano gli uomini tra di loro e gli uomini dalle donne, e che suddividono le donne in buone e cattive. Finché le qualità umane saranno divise in maschili e femminili, saremo separati le une dagli altri e da noi stessi e continueremo a disattendere la comune aspirazione all’amore e alla libertà”.

Il revival di un modello prostitutivo free, falsamente emancipatorio, fatto di zoning e di case autogestite, come se fosse un piacevole lavoro, o comunque alla stregua di altri, segna un altro passaggio, un pericoloso via libera e sdoganamento di un’abitudine maschile, quale quella di affermare che l’uomo può comprare e avere diritto a usare il corpo di una donna. Significa non voler vedere lo sfruttamento e la violenza, avvalorare il concetto che tutto sommato sia naturale e giusto considerare le donne degli oggetti da usare. Significa assegnare diversi diritti alle donne buone e quelle cattive. Significa discriminare.
Ringrazio Ilaria Baldini per aver riportato sulla sua bacheca FB questi frammenti di Elena Gianini Belotti. Desidero condividerli perché a mio avviso sono fondamentali.

Dal capitolo “Il silenzio del sesso” del suo libro “Prima le donne e i bambini”, 1980.
“E’ nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. E’ lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell’uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza. La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.”
“Il persistere della pretesa maschile che le donne debbano accettare anche il più frustrante dei rapporti con l’uomo senza chiedere niente, col sorriso sulle labbra, fingendo soddisfazioni che non provano, felicità e gratitudine senza ragione, accettando l’implicito ricatto dell’uomo che fa balenare l’idea dell’abbandono nel caso che la donna si rifiuti di comportarsi come le “donnine allegre” del passato, fingendosi una voluttuosa baiadera mentre si sente soltanto depressa e infelice. Un uomo non fa assolutamente nulla per nascondere le proprie scontentezze e depressioni, al contrario: le getta addosso alla donna aspettandosi da lei che lo consoli e lo conforti, ma non è mai disposto ad accettare che l’umore della donna possa subire cedimenti. E’ come sempre, la coscienza maschile dei propri diritti, di fronte alla coscienza femminile di non averne, la disparità di potere tra i due che detta i termini di una relazione.”
“Se quello delle donnine era il sesso allegro, allora era sottinteso che quello delle ‘altre’ era decisamente triste. Le donnine allegre lo erano in funzione degli uomini, si sforzavano di esserlo, di mostrare solo aspetti, modi, atteggiamenti gradevoli, lusinganti e solleticanti la vanità e la sessualità maschile, diventavano cioè puri oggetti sessuali a uso e consumo dell’uomo e si distinguevano per assenza di pensieri e pensiero. Non che fossero effettivamente assenti in loro, tutt’altro: accadeva soltanto che avessero imparato a nascondere con abilità i loro veri sentimenti dietro la professionalità. Solo l’assoluta indifferenza dell’uomo per i sentimenti che le attraversavano poteva arrivare a immaginarle come esseri gioiosi. Dal lato opposto di tanta falsa allegria, stava il sesso vero, quello quotidiano, casalingo, riproduttivo, tristissimo, dal quale l’uomo evadeva di diritto alla ricerca del sesso allegro, come se ne fosse vittima e non avesse invece contribuito lui stesso a renderlo tal, come se fosse un meccanismo ineluttabile, al di fuori di lui e della sua volontà, come un accidente combinatosi chissà come. Ma di questo sesso non si parlava. mentre sul sesso familiare, quotidiano, calava il silenzio più tragico, sull’altro si costruiva l’immaginario, il piacere, la gioia, l’avventura, l’imprevisto. La persona non contava, l’una valeva l’altra: l’importante è che l’involucro fosse ridente. Ma lo era solo per chi non voleva vedere né capire.”

Se ci disuniscono è più semplice controllarci. Ecco perché torno a richiamare le donne e a invitarle ad uscire dal guscio (come dicevo qui). Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole o singoli rischiamo di essere assorbite/i da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.
Dobbiamo mettere in atto una forma di Resistenza quotidiana, per cambiare in meglio la nostra comunità umana. Non abbassiamo la guardia e sfruttiamo ogni occasione per fare sentire la nostra voce. Prima che i nostri diritti vengano schiacciati e diventi difficile recuperarli. Dobbiamo riprendere il filo del discorso..

 

PROPOSTA DI AZIONE CONCRETA:

Sulla scia del viaggio che sta compiendo Marta Bonafoni nel Lazio (qui): propongo di avviare in Lombardia un monitoraggio sui consultori pubblici, soprattutto dopo la Riforma regionale che li ha trasformati in Centri per le famiglie. A che punto è la riforma, quanto e se ha inciso? Insomma tracciare un bilancio, quanto meno con cadenza annuale. Spero di raccogliere qualche informazione in più dopo questa iniziativa prevista per il 16 aprile a Milano: “Gli impatti della Riforma Sanitaria Regionale sulle strutture di assistenza presenti sul territorio di Zona 7” (qui l’evento su FB).

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Libertà per chi?

Human_Trafficking

 

Nessun cliente sembra preoccuparsi delle vittime di tratta di cui hanno abusato. Questo il titolo di un post di Jacqueline S. Homan, che vorrei proporvi (QUI l’originale).

Solo il 15% degli uomini sono clienti (che godono di una protezione sociale e sono degli stupratori legittimati).Circa il 60% di loro sono uomini sposati o impegnati in relazioni stabili e di lungo periodo. Il 100% di costoro finanzia i 32 miliardi di dollari dell’industria commerciale dello stupro. Tutti sostengono di essere contro il traffico sessuale. Tutti sostengono di essere preoccupati delle sopravvissute al traffico sessuale. Ma allora perché si nega un risarcimento e una giustizia riparativa alle sopravvissute?
Invece la società è più interessata a proteggere i privilegi dei clienti. Perché questi clienti sono “bravi ragazzi”, i “pilastri della società”, che in qualche modo sono più meritevoli di protezione delle ragazze e dei bambini che loro pagano per umiliare, stuprare e abusare, e persino uccidere, mentre la società continua ad essere convinta che loro non facciano nulla di male, che non sono dei mostri che distruggono veramente le vite delle loro vittime.
Ma nemmeno a un singolo cliente interessa se la donna o ragazza che viola e abusa sessualmente, che umilia, picchia, tortura, penetra e nella quale eiacula, è costretta a subire quegli atti dietro minacce di percosse o di morte da parte dei magnaccia o dei trafficanti di corpi.
Neppure un singolo cliente importa che lei non vorrebbe essere lì per lui e vorrebbe scappar via da quella vita, ma non ha via d’uscita, se non forse attraverso il suicidio.
A nessun cliente importa se lei è più giovane delle proprie figlie, per le quali egli non vorrebbe mai che ci fossero altri uomini che compiono ciò che sta facendo alla ragazza che ha pagato per avere il “diritto” a fare cose che la moglie o la fidanzata non tollererebbero mai.
Nessun cliente si preoccupa delle invalidità permanenti, come l’incontinenza urinaria, che infliggono alle donne per il resto della loro vita, a causa delle violenze sessuali compiute sui loro corpi adolescenti. Non ti piace ciò che sto facendo? Fa male? Attaccati al c****. Sto pagando. Stai zitta. Non sei altro che carne.
A nessun cliente interessa se la sua “vittima da letto” non vuole farlo senza preservativo – non è un problema del cliente se lei andrà incontro a una gravidanza indesiderata, con tanto di bambino a sorpresa come risultato.
A nessuno importa se infettano la donna con una malattia incurabile e mortale, per le quali non può ottenere cure adeguate (mentre lui può) – che è ciò che i suoi soldi e i suoi privilegi maschili gli danno il diritto di fare.
A nessun cliente interessa se la ragazza che loro si sentono in diritto di scopare non è abbastanza grande nemmeno per consegnare i giornali.
Nessun cliente ha l’interesse a lavorare per una società più equa e paritaria per le donne, affinché esse, come le loro figlie, non siano povere a causa di ridotte opportunità di lavoro, situazione derivante dalla discriminazione nei confronti delle donne, alle quali viene offerta un’unica possibilità: prostituirsi.

 

 

Nessun cliente si preoccupa di niente e di nessuno, tranne che di avere libero accesso a tutte le donne e bambini che il resto della società offre loro su un piatto d’argento, come scudi umani sui quali sfogare i loro impulsi peggiori, malati e oscuri, in modo tale da che le donne e le ragazze “per bene”, delle classi sociali migliori, possano essere risparmiate da questo tipo di esperienze.
Allora, PERCHE’ così tante persone nella società – compresi i professionisti altamente privilegiati che si definiscono oggettivi, imparziali, illuminati e ispirati dalla logica – sono più interessate a proteggere la SUA reputazione di uomo, la sua carriera e il suo “diritto” che va ad arricchire gli sfruttatori, a disumanizzare e a stuprare, a infrangere le speranze di donne e ragazze, distruggendo le loro vite – che a proteggere e a sostenere i diritti umani delle povere sopravvissute e pretendere un valido risarcimento per loro?
Io avevo solo 13 anni. Cosa ho fatto io per meritare di essere gettata via e non avere alternative ai bassifondi, e vedermi mettere una pietra tombale addosso per essere stata venduta dai 13 ai 17 anni senza via di uscita, e dopo essere lasciata morire povera a causa dello stigma e dell’esclusione dal mondo del lavoro per il resto della mia vita a causa di ciò che mi è stato fatto da altri?
Come si fa a pretendere di essere un difensore dei diritti umani delle sopravvissute, chiedere giustizia e poi sostenere che quella roba va bene in nome della “libertà”? Libertà di chi?

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42.000

lavoro

 

Un numero non piccino, uno di quelli che dovrebbero far tremare il terreno della politica. Scorgete qualche movimento tellurico? Sono le donne perse in un mese secondo l’ISTAT (QUI). Questo il dato di febbraio della perdita di occupazione. Altro che gli obiettivi di Europa 2020: “la strategia Europa 2020 per fare dell’Europa una economia intelligente, sostenibile e inclusiva comporta obiettivi ambiziosi, quali il tasso di occupazione del 75% e la riduzione di almeno 20 milioni del numero di persone colpite o a rischio di povertà e di esclusione sociale entro il 2020, che possono essere raggiunti solo se gli Stati membri attuano politiche innovative per una vera parità tra donne e uomini”.
In UE “il tasso di occupazione femminile è pari al 63%; che la differenza di retribuzione tra uomini e donne è del 16,4%; che il 73% dei deputati nazionali è rappresentato da uomini e che le donne rappresentano il 17,8% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende e trascorrono tre volte tanto di tempo alla settimana a occuparsi dei lavori domestici rispetto agli uomini (per esempio assistenza all’infanzia, agli anziani e ai disabili e lavori domestici);” In Italia dal 2007 oscilliamo tra il 46 e il 47% (tasso occupazione femminile). Siamo davanti solo a Grecia e Malta. Tanto per capire di cosa stiamo parlando.
Vi inserisco altri pezzi della Risoluzione Tarabella (qui) su questo tema, è un po’ lungo ma secondo me serve leggerli:

Parità tra donne e uomini nel quadro della strategia Europa 2020
1. invita le istituzioni dell’UE e gli Stati membri a tenere conto delle questioni di genere, dei diritti delle donne e delle pari opportunità nell’elaborazione delle loro politiche, nelle loro procedure di bilancio e nell’applicazione dei programmi e delle azioni dell’UE, in particolare mediante misure d’azione positiva, specialmente collegate a pacchetti di stimolo, procedendo sistematicamente a valutazioni di impatto secondo il genere caso per caso;
2. denuncia che gli obiettivi della strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 (COM(2010)0491) presto falliranno, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza economica, tra le altre ragioni a causa del ritiro della proposta di direttiva sul congedo di maternità; sottolinea che nel contempo le differenze economiche tra uomini e donne sono in progressivo aumento;
3. invita il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri a integrare la dimensione di genere nella strategia Europa 2020 per misurare i progressi nella riduzione del divario occupazionale di genere e affinché le misure strategiche dell’analisi annuale della crescita si traducano in raccomandazioni specifiche per paese;
4. invita la Commissione e gli Stati membri a elaborare un piano generale di investimenti nelle infrastrutture sociali, dal momento che si stima che, con un piano di investimenti attento agli aspetti di genere, il prodotto interno lordo europeo (PIL) aumenterebbe gradualmente, fino a raggiungere entro il 2018 il 2,4% in più, il che non si verificherebbe senza il piano di investimenti;
5. rileva che la partecipazione paritaria di donne e uomini al mercato del lavoro può accrescere significativamente il potenziale economico dell’Unione, garantendo al contempo la sua natura equa e inclusiva; ricorda che, secondo le proiezioni dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OCSE), la totale convergenza dei tassi di partecipazione può tradursi in un aumento del 12,4% del PIL pro capite entro il 2030;
6. sottolinea l’urgenza di lottare contro la povertà femminile, in particolare la povertà delle donne, delle donne anziane e delle madri single ma anche delle donne vittime della violenza di genere, delle donne disabili, delle donne migranti e delle donne appartenenti a minoranze; chiede pertanto agli Stati membri di attuare strategie di inclusione più efficaci e di utilizzare in modo più efficiente le risorse destinate alle politiche sociali, tra cui il Fondo sociale europeo e i Fondi strutturali;
7. ritiene deplorevole che l’efficacia delle politiche sociali volta a ridurre la povertà sia scesa di quasi il 50% nel 2012 rispetto al 2005 nei nuclei familiari con un solo adulto, che comprendono la maggior parte delle vedove e delle madri sole; è anche preoccupato per il fatto che l’efficacia delle politiche sociali applicate in alcuni Stati membri rappresenti soltanto un terzo della media europea; invita pertanto gli Stati membri a rafforzare le politiche sociali che riguardano in particolare i disoccupati, in modo da far fronte al crescente aumento della povertà, soprattutto tra le donne;
8. invita il Consiglio e la Commissione ad affrontare la dimensione di genere della povertà e dell’esclusione sociale; ritiene deplorevole che le raccomandazioni specifiche per paese (RSP) adottate finora nel quadro dei cicli annuali del semestre europeo non siano state allineate in modo sufficiente agli obiettivi occupazionali e sociali della strategia Europa 2020; chiede che le RSP affrontino sistemicamente le cause strutturali della povertà femminile;
9. invita la Commissione e gli Stati membri a tener conto dell’evoluzione delle strutture familiari al momento di elaborare le loro politiche di imposizione e di indennizzazione, in particolare sostenendo finanziariamente le famiglie monoparentali e le persone anziane attraverso crediti di imposta o aiuti in materia di assistenza sanitaria;
10. invita gli Stati membri e la Commissione a garantire che si tenga conto della parità tra uomini e donne e dell’integrazione della prospettiva di genere nei finanziamenti nell’ambito della politica di coesione e che queste siano promosse durante tutta la preparazione e i relativi programmi, anche in relazione al monitoraggio, alla rendicontazione e alla valutazione;
11. si rammarica che la relazione annuale non sia ormai più che un documento di lavoro allegato alla relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sollecita la Commissione a rendere a tale relazione tutta la sua legittimità politica favorendone una adozione ufficiale e distinta;
Parità tra donne e uomini in materia di occupazione e presa di decisioni
12. insiste sull’impellente necessità di ridurre i divari retributivi e pensionistici tra donne e uomini anche tenendo presente la persistente concentrazione di donne in occupazioni a tempo parziale, scarsamente retribuite e precarie e garantendo strutture di qualità sufficiente per i figli e per le altre persone dipendenti; deplora con la massima durezza il fatto che oltre un terzo delle donne anziane che vivono nell’UE non riceve alcun tipo di pensione; esorta gli Stati membri ad assicurare la piena attuazione dei diritti previsti nella direttiva 2006/54/CE, in particolare il principio della parità di retribuzione e della trasparenza retributiva e di rivedere le loro legislazioni nazionali sulla parità di trattamento al fine di semplificarle e di aggiornarle; invita la Commissione a continuare a valutare regolarmente il recepimento delle direttive relative alla parità fra donne e uomini e la invita a proporre una rifusione della direttiva 2006/54/CE quanto prima conformemente all’articolo 32 della stessa e in base all’articolo 157 TFUE seguendo el raccomandazioni dettagliate stabilite nell’allegato della risoluzione del Parlamento del 24 maggio 2012;
13. deplora con la massima durezza il fatto che le donne non ricevano la stessa retribuzione nei casi in cui svolgono le stesse funzioni degli uomini o funzioni di pari valore e condanna altresì la segregazione orizzontale e verticale; evidenzia inoltre che la stragrande maggioranza dei salari bassi e praticamente la totalità dei salari molto bassi sono attribuibili al tempo parziale e ricorda che circa l’80% dei lavoratori poveri sono donne; segnala che, secondo le conclusioni della Valutazione del valore aggiunto europeo, un punto percentuale di diminuzione del divario retributivo di genere aumenterà la crescita economica dello 0,1%, il che significa che l’eliminazione di tale divario riveste un’importanza cruciale nel contesto dell’attuale crisi economica; invita pertanto gli Stati membri, i datori di lavoro e i sindacati a redigere e applicare strumenti di valutazione occupazionale specifici e pratici per aiutare a determinare il lavoro di pari valore e quindi assicurare la parità retributiva tra donne e uomini;
14. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive a favore dell’occupazione femminile di qualità per raggiungere gli obiettivi Europa 2020, lottando contro gli stereotipi, la segregazione professionale verticale e orizzontale, favorendo la transizione tra tempo parziale e tempo pieno e mirando in particolare la categoria dei giovani che non studiano, non lavorano né seguono una formazione (NEET); invita gli Stati membri a stabilire obiettivi specifici riguardo all’occupazione nel quadro dei relativi programmi di riforma nazionale, al fine di assicurare la parità di accesso di uomini e donne al mercato del lavoro e la loro permanenza in esso;
15. invita la Commissione e gli Stati membri ad attuare politiche proattive per incoraggiare le donne ad abbracciare carriere scientifiche nonché a promuovere, in particolare mediante campagne d’informazione di sensibilizzazione, l’entrata delle donne in settori tradizionalmente considerati «maschili», soprattutto quello delle scienze e delle nuove tecnologie, al fine di sfruttare appieno il capitale umano rappresentato dalle donne europee; insiste in particolare sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia dell’informazione e delle telecomunicazioni (TIC) e invita la Commissione a integrare pienamente la dimensione di genere nella priorità conferita all’agenda digitale nei prossimi cinque anni;
16. sottolinea che l’indipendenza finanziaria costituisce un mezzo chiave per garantire la parità e che l’imprenditorialità tra le donne costituisce un potenziale sottostimato e sottosfruttato di crescita e di competitività nell’UE; invita pertanto l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) a raccogliere maggiori e migliori informazioni sull’imprenditorialità tra le donne; invita gli Stati membri, la Commissione, e altri organi pertinenti, quali le camere di commercio, e l’industria a incoraggiare, promuovere, e sostenere l’imprenditorialità tra le donne facilitando l’accesso al credito, riducendo la burocrazia e altri ostacoli alla creazione di imprese da parte di donne, integrando la prospettiva di genere nelle politiche pertinenti, promuovendo la creazione di una piattaforma elettronica d’informazione e scambio, unica e multilingue, per le imprenditrici sociali, e sostenendo le reti regionali e europee sia di mentori sia tra pari;
17. è convinto che, per favorire il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro siano necessarie politiche multidimensionali (che includano la formazione professionale e l’apprendimento permanente, la promozione di un’occupazione più stabile e modelli lavorativi personalizzati) e richiama l’attenzione sulla diffusione del concetto di orari lavorativi flessibili; osserva che l’esigenza di flessibilità interessa in misura maggiore i lavoratori a tempo parziale, per la maggior parte donne; sostiene pertanto che la contrattazione collettiva è un diritto che deve essere tutelato dato che contribuisce a lottare contro la discriminazione e a tutelare e a rafforzare i diritti;
18. sottolinea il fatto che una maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro può aumentare le opportunità per le donne di partecipare attivamente al mercato del lavoro ma segnala, al contempo, che questa flessibilità può avere un impatto negativo sullo retribuzioni e sulle pensioni femminili; sottolinea pertanto la necessità di proposte specifiche per conciliare lavoro e vita privata e incoraggia gli uomini e le donne a condividere le responsabilità professionali, familiari e sociali in modo più equilibrato, in particolare per quanto riguarda l’assistenza alle persone dipendenti e l’assistenza ai bambini;
19. invita gli Stati membri a includere, nel quadro dei programmi di sviluppo rurale, delle strategie volte a promuovere la creazione di posti di lavoro per le donne nelle zone rurali che garantiscano loro pensioni dignitose, politiche volte a favorire la rappresentanza delle donne nei forum politici, economici e sociali di tale settore e la promozione delle opportunità nelle zone rurali in rapporto alla multifunzionalità dell’agricoltura;
20. sottolinea il crescente consenso all’interno dell’UE per quanto riguarda la necessità di promuovere l’uguaglianza di genere attraverso, tra l’altro, la presenza delle donne nel processo decisionale economico e politico – una questione di diritti fondamentali e di democrazia – dato che attualmente ciò rispecchia un deficit democratico; accoglie pertanto con favore i sistemi di parità stabiliti per legge e le quote di genere introdotte in alcuni Stati membri e chiede al Consiglio di prendere posizione in merito alla direttiva su un miglioramento dell’equilibrio di genere fra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa onde proseguire al più presto il processo legislativo; invita il Consiglio e la Commissione ad adottare le misure necessarie a incoraggiare gli Stati membri a far sì che consentano gli uomini e le donne partecipino a parità di condizioni nei diversi ambiti del processo decisionale; invita anche le istituzioni dell’UE a fare quanto in loro potere per garantire la parità di genere nel Collegio dei commissari e tra le alte cariche di tutte le istituzioni, agenzie, istituti e organi dell’UE;
21. invita la Commissione europea e gli Stati membri a esaminare la possibilità di includere delle clausole di genere nei bandi di gara per appalti pubblici al fine di incoraggiare le imprese a perseguire la parità tra i sessi al loro interno; riconosce che tale idea può essere sviluppata soltanto nel quadro del rispetto del diritto dell’UE in materia di concorrenza;
Conciliazione della vita professionale e privata
22. si congratula con la Svezia, il Belgio, la Francia, la Slovenia, la Danimarca e il Regno Unito che hanno raggiunto gli obiettivi di Barcellona e invita gli Stati membri a proseguire i loro sforzi; chiede agli Stati membri di andare al di là degli obiettivi di Barcellona adottando un approccio più sistemico ed integrato in materia di istruzione e di servizi di assistenza prescolare tra le autorità nazionali e locali, in particolare per i bambini molto piccoli di età inferiore ai tre anni; invita la Commissione a continuare a fornire un sostegno finanziario agli Stati membri per offrire sistemi di assistenza all’infanzia, in particolare asili nido, a prezzi accessibili per i genitori anche attraverso la creazione di queste strutture sul luogo di lavoro; è convinto che i progetti familiari, la vita privata e le ambizioni professionali possono essere integrati in modo armonioso solo nel caso in cui, sul piano socio-economico, le persone interessate siano realmente libere di scegliere e godano del sostegno fornito dall’adozione di decisioni politiche ed economiche a livello UE e nazionale, senza che ne derivi uno svantaggio e sempreché siano disponibili le infrastrutture indispensabili; invita gli Stati membri a aumentare le dotazioni di bilancio assegnate all’infanzia, soprattutto mediante il rafforzamento delle reti pubbliche di scuole materne, asili nido e servizi che offrano attività ricreative per i bambini; invita la Commissione a far fronte alla mancanza di strutture di accoglienza per l’infanzia economicamente accessibili nelle RSP;
23. deplora con la massima durezza il fatto che, nonostante il livello di finanziamenti UE disponibili (sono stati destinati 3,2 miliardi di euro dei Fondi strutturali per il periodo 2007-2013 per assistere gli Stati membri nello sviluppo di strutture di assistenza all’infanzia e nella promozione dell’occupazione femminile), alcuni Stati membri hanno realizzato tagli di bilancio che stanno interessando la disponibilità (per esempio, a causa della chiusura di asili nido), la qualità (a causa della mancanza di personale) e il rincaro dei servizi di assistenza all’infanzia;
24. invita la Commissione europea e gli Stati membri ad istituire un congedo di paternità retribuito per un minimo di 10 giorni lavorativi e a promuovere misure, legislative e non legislative, che consentano agli uomini e in particolare ai padri, di esercitare il loro diritto di conciliare vita privata e professionale, tra l’altro promuovendo il congedo parentale, che verrà preso indifferentemente, ma senza poter essere trasferito, dal padre o dalla madre fino a quando il loro bambino raggiunga una certa età;
25. deplora il blocco del Consiglio relativamente alla direttiva sul congedo di maternità ed esorta gli Stati membri a rilanciare i negoziati in materia e ribadisce la sua volontà di cooperare;
26. invita gli Stati membri a istituire servizi di assistenza a prezzi accessibili, flessibili, di qualità e di facile accesso a persone che non sono in grado da sole di realizzare attività della vita quotidiana per il fatto che non dispongono di autonomia funzionale sufficiente per poter conciliare vita privata, famiglia e lavoro”.

 

Ieri ho commentato un post su FB di Marina Terragni sulla proposta di legge di Civati per ridurre il gap salariale tra uomini e donne:

“Cara Marina, facciamo emergere l’iceberg, parliamo di gap salariale, parliamo di dimissioni in bianco e di tutte quelle ragioni che tengono lontane le donne dal mondo del lavoro o le allontanano. Marina ben venga certo (la proposta di Civati, ndr), ma resto dell’idea che occorrerebbe comprendere a fondo i contorni e le caratteristiche del problema, e procedere con una riforma organica. Se vuoi dei risultati che non lascino indietro nessuna. Non deve più accadere che venga detto “arrangiati”. Sappiamo per certo che stiamo perdendo in tutele importanti. Non accontentiamoci delle briciole, altrimenti nulla cambierà. Pensiamo a chi non ha potere per difendersi”.

La risposta è stata:

“intanto prendiamo questa proposta. Ascolta, Simona Sforza: questa è una proposta. Poi c’è tutto il resto. Non si può ogni volta ricordare che c’è ben altro. C’è questo, e c’è altro. Una cosa per volta. Ti annuncio, per esempio, che è in arrivo una proposta sull’obiezione di coscienza.”

Mi sembra il gran minestrone delle riforme. Stiamo sbagliando approccio, a mio avviso, soprattutto se non si ascoltano le storie e la realtà di tante donne e si va avanti con i paraocchi. Abbiamo usufruito dei Fondi strutturali di cui si parla e se sì, come li abbiamo utilizzati? Li ascoltiamo i richiami dell’UE? Basterebbe seguire una manciata dei suggerimenti UE per dare segnali concreti. Non siamo collezionisti di proposte, vogliamo che qualcuno si preoccupi in modo serio dei problemi che affliggono le donne, che come quello del lavoro, spesso azzoppano l’intero sistema sociale ed economico. Cavolo, ma vogliamo usare la testa, mettere ordine al caos attuale, programmare in maniera seria gli interventi legislativi, oppure ci vogliamo crogiolare con l’illusione che basta annunciare, presentare progetti, a singhiozzo, senza organicità e sistematicità? Ditemi come si può affrontare in questo modo un problema con questi numeri e con le persone che subiscono questi veri e propri drammi? E non venite a dirmi che critico e basta. Sono civatiana e mi permetto di segnalare quando le cose non vanno o non vanno come mi sarei aspettata. Ci sono troppi se, troppi ma, troppi vedremo, insomma un mucchio di incognite che pesano sulle vite di troppe persone. E non è nemmeno scontato, come si dice, che le donne vengano ingurgitate nel part-time involontario. Perché per molte di noi, al rientro dalla maternità non c’è nemmeno quella prospettiva, c’è solo demansionamento, mobbing, pressioni psicologiche, peggioramento delle condizioni lavorative, zero conciliazione, zero telelavoro, zero periodo di aspettativa: ti restano solo le dimissioni, (in)volontarie quelle sì, almeno sulla carta. E cari miei ci sono anche tutti i problemi di assistenza dei genitori anziani, oltre che dei figli. Come ci rispondete? Soprattutto in un mercato del lavoro in cui hanno sempre più peso i contratti decentrati a livello di impresa e i CCNL sono un mero ricordo di un passato glorioso in cui i diritti c’erano ed erano uguali per tutti. Ci vuole trasparenza nei contratti, per le retribuzioni, e chi garantirebbe, chi vigilerebbe? In alcuni comparti abbiamo rinunciato anche ai sindacati. Affidarci alle figure delle Consigliere di Parità Regionali per essere tutelate? Quante ne sono al corrente e poi cosa accade durante e soprattutto dopo il giudizio? Quante donne si possono ragionevolmente permettere una lunga lotta per i propri diritti? Finché il peso sarà sulle spalle delle donne e non si vorrà intervenire a monte del problema, avremo perso molte occasioni per consentire un ingresso e una permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Non solo incentivi fiscali temporanei alle assunzioni che ti lasciano a terra quando finiscono. Gli strumenti di flessibilità (per uomini e per donne) devono essere la regola, perché se si lascia il datore di lavoro libero di scegliere se concedere questo lusso, molte di noi non avranno mai questa possibilità. Gli strumenti di conciliazione sono necessari, perché non è pensabile che strutture come nidi, asili e scuole a tempo pieno possano essere la soluzione. Io non voglio assistenza, voglio uno stato che sia in grado di capire cosa significa essere donna e confrontarsi con il mondo del lavoro attuale.

PROGRAMMAZIONE, LUNGIMIRANZA, CONCRETEZZA. Vi piacciono queste parole? Se non ne conoscete il significato, vi consiglio Treccani.it
Non possiamo accontentarci, non è più il momento delle soluzioni tampone o delle toppe.

 

Approfondimenti:

Fai clic per accedere a 01Apr2015cd47a6be102a7268be2d0ad1b74f438e.pdf

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-doppio-allarme-sul-lavoro-delle-donne/

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Ciò che i clienti non amano sentire

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Oggi vi propongo un punto di vista maschile sulla prostituzione. Ho tradotto questo articolo (qui l’originale) del giornalista Victor Malarek*. Una serie di punti su cui i clienti di solito non amano riflettere e sui quali costruiscono dei mondi fantastici per auto-assolversi.

Una specie di memo per tutti gli uomini abituati a “sorvolare”. Non siamo in un film, tipo Pretty Woman.

 

Siamo nel XXI secolo e decine di milioni di donne e di bambini sono schiavizzati nei loro paesi, in ogni angolo del globo, per essere usati per fini sessuali.
Ogni anno centinaia di migliaia tra donne e bambini sono vittime di tratta, che li porta negli USA per rifornire il commercio di sesso.
Indagando sulle cause all’origine della calamità delle schiave del sesso, ho rapidamente compreso che la principale causa di questo fenomeno – gli UOMINI – uomini che pensano che siccome hanno del denaro, hanno anche il diritto di noleggiare e di invadere il corpo di una donna.
Attraverso tutte le mie ricerche, ho assistito alle cose peggiori compiute dagli uomini che comprano donne e bambini. Ho visto la loro totale indifferenza verso un altro essere umano; il loro profondo disprezzo e la loro mancanza di rispetto per chi si prostituisce; e il loro enorme senso di diritto e l’allucinante considerazione che hanno di sé.
E ho subito imparato che i clienti non vogliono sapere niente a proposito dell’incredibile sofferenza che causano in tutto il pianeta.
Ciò che ho scoperto è che loro vogliono, hanno bisogno solo di credere ai miti; le bugie e la propaganda che li aiuta a continuare a dormire sonni tranquilli.

Oggi gli uomini che si aggirano di notte alla ricerca di sesso da comprare, con aria di sfida, si appellano al mito che tutte le persone che si prostituiscono lo fanno per SCELTA e che stanno facendo soldi nel modo più semplice, sulle loro spalle.
I clienti non vogliono ascoltare le tragiche storie di come la stragrande maggioranza di donne e bambini sono stati costretti a prostituirsi.
Non vogliono sapere di bambini e bambine vendute all’età di 5-6 anni dai genitori poveri e disperati ai proprietari dei bordelli in Cambogia, Thailandia, Vietnam, usati e stuprati dai clienti durante i loro sex tour.
Non vogliono sentir parlare del fatto che la maggior parte delle prostitute donne e bambine sono reclutate dai commercianti di carne umana, in tutto il mondo occidentale, all’età di 12-13-14 anni – ragazze adolescenti che sono state rese vulnerabili dalla violenza del loro ambiente, vittime di famiglie spezzate e violente, dove hanno subito stupri da padri, nonni, zii, amici di famiglia, eventi che hanno distrutto la loro innocenza e il rispetto per se stesse.
I clienti non vogliono sapere che la maggior parte delle prostitute e dei bambini sono controllati da papponi violenti e dalle organizzazioni criminali; che la maggior parte sono dipendenti da droghe, a volte in modo coatto dai loro papponi, trafficanti di droga, al fine di avere un maggior controllo su di esse, e che la maggior parte di loro soffre di problemi seri di salute mentale.
I clienti non vogliono sentire che i trafficanti sono alla perenne ricerca di nuove ignare giovani donne e bambine per foraggiare l’apparentemente insaziabile mercato del sesso globale.
Non vogliono sapere come queste donne e ragazze vengono “iniziate” e dove vengono “preparate” per il mercato di carne umana. Luoghi, fuori dalla vista, in città come Mosca, Belgrado, Milano, Berlino, Miami, New York – dove vengono picchiate, subiscono stupri di gruppo e vengono costrette a rispettare ogni richiesta fatta dai loro nuovi proprietari, dove vengono svuotate della loro personalità, fino a quando non sono più in grado di agire e di pensare da sole.
L’unica via di sopravvivenza per queste donne e ragazze indigenti è la prostituzione. In sostanza, ciò che esse sono costrette a fare è frutto di un atto di disperazione e non c’è mai una scelta quando si è disperate.
Questa è l’agghiacciante, dura realtà per la stragrande maggioranza di coloro che si prostituiscono, e i clienti non vogliono conoscere nulla di tutto ciò.
I clienti vogliono continuare a credere alla menzogna per cui in qualche modo, magicamente, una donna viene illuminata dall’idea che la prostituzione possa essere l’inizio di un gratificante e meraviglioso percorso di carriera!
Che queste donne godano a servire una mezza dozzina o più di idioti strani, puzzolenti, mollicci, sudati, di mezza età, fatti di Viagra, per il semplice fatto che è un lavoro ben pagato!
Ed è a causa di tutte queste bugie, propaganda e miti assurdi perpetuati dalla lobby della legalizzazione della prostituzione che la situazione per decine di milioni di donne e bambini poveri sta peggiorando in tutto il mondo.
Il fatto è che negli ultimi dieci anni, la domanda da parte degli uomini per il sesso a pagamento ha subito un’impennata.
Non esiste una spiegazione complessa o complicata di quanto sta accadendo. È tutto molto semplice.
In gergo economico, donne e ragazze sono merce; l’offerta che è un lato della moneta. E i piani integrati dell’offerta sono la povertà, la mancanza di istruzione, e il desiderio eterno degli esseri umani disperati di poter migliorare il proprio destino.
Ribaltando la moneta, troviamo la domanda dell’equazione se poniamo l’accento su tre lettere fondamentali: “m…a…n.”, deMANd, ovvero gli ”uomini”.
Senza la domanda, non ci sarebbe alcuna offerta.
Non sarebbe proficuo per criminali e sfruttatori restare in questo business se non ci fossero plotoni interminabili di uomini che si aggirano per le strade alla ricerca di sesso a pagamento.
Le attività clandestine degli uomini a caccia di donne e ragazze prostitute sono sempre state liquidate con commenti facondi di questo tipo: “I ragazzi sono ragazzi… stanno semplicemente seminando la loro avena selvatica”. È proprio questo radicato e bizzarro atteggiamento che ha portato all’esplosione globale di uomini che comprano sesso.
Tutti questi folli miti, largamente accettati come “il bisogno di sesso per allentare la tensione”, “la naturale propensione dell’uomo per il sesso”, “la prostituzione per proteggere le belle donne e ragazze dallo stupro” e “il rito di passaggio per i ragazzi verso la virilità”.
Non importa in che modo si esamina il problema dell’acquisto di sesso, non si può sfuggire da questa conclusione: l’intera catastrofe globale dei diritti umani è totalmente causata dagli uomini.
L’agghiacciante, dura realtà è che poco verrà fatto per fermare questa carneficina sessuale in tutto il mondo fino a quando gli uomini non inizieranno ad assumersi le proprie responsabilità per il loro comportamento.
Gli uomini possiedono la chiave per mettere fine a questa follia sessuale perché a differenza delle decine di milioni di donne e ragazze prigioniere del mercato del sesso, gli uomini hanno la possibilità di scegliere.
Gli uomini possono compiere scelte diverse e quelli guidati da una propria bussola morale lo fanno.

* Victor Malarek is known as a tough investigative journalist who is willing to delve into stories revealing the worst side of human nature. At present, he brings his hard-hitting investigative skills to CTV’s current affairs show W5. Malarek has written six non-fiction books. His most recent, Orphanage 41 is his first fiction. The Johns – Sex for Sale and the Men who Buy It – was published in the U.S. and Canada in 2009. It is a follow up to his internationally acclaimed: The Natashas – Inside The New Global Sex Trade (2003), which has been published in 12 countries and 10 languages. His first book: Hey … Malarek! hit bookstores in 1984. It documents his troubled and tumultuous childhood and teenage years. In 1989, it was made into a feature movie.
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Sex work, ovvero come salvaguardare la dignità maschile

tratta

 

Ho trovato la testimonianza di una donna (qui l’originale in inglese) che riflette sulle implicazioni del termine “sex work”. Le sue argomentazioni non sono da “spettatrice esterna” del mondo della prostituzione, ma partono dall’esserci dentro. Mi sembrava un interessante punto di vista da proporvi. Visto che le storie che girano ultimamente sono tutte pesantemente edulcorate e strumentali a un’assoluzione del cliente e del pappone (ma anche per renderli evanescenti e invisibili).

 

Chiamatela per ciò che è: prostituzione.
L’onore, la dignità sono qualcosa a cui gli uomini tengono molto. L’onore, anche e soprattutto, per le leggi maschili, si basa sul concetto di scelta. Un sacco di persone che hanno poca scelta, amano rivendicare la loro scelta, perché ne va di mezzo la loro dignità.
La retorica attorno alla prostituzione, sul fatto che sia una fabbrica di stigmi e di vergogna per chi si prostituisce, si basa interamente sul fatto che l’uomo non appaia “cattivo”. Gli uomini provano vergogna solo se associati o messi accanto alle prostitute, piuttosto che per il fatto di generare la domanda di prostituzione. Ci usano perché siamo lì, e desiderano sentirsi dignitosi nel fare ciò. È come se non ci fosse cognizione da parte dell’opinione pubblica che sono gli uomini a metterci lì. Non si ha la percezione di chi ci guadagna veramente dal fatto che noi siamo lì. Non si comprende chi ha creato i presupposti per cui siamo lì.
La retorica adoperata per “sanificare” la prostituzione, come empowerment, come sex work, e degna di uno status di “dignità”, serve unicamente per consentire che gli uomini che ci sfruttano non vengano considerati degli sfruttatori. La lobby dei magnaccia conosce la principale funzione del termine sex work, che va a beneficio e a promozione del commercio del sesso (ossia uomini con il diritto di comprarci per sesso e per trarne profitto).
I benpensanti che usano il termine sex work nella speranza di non apparire bigotti e per non negarci la “scelta”, contribuiscono a rafforzare i diritti e la dignità dei magnaccia e dei clienti. Negli interessi della dignità maschile, la dignità è inseparabile dalla parola “scelta”. Lo status quo di dignità, nella concezione maschile, passa ed è misurata sulla base della scelta. Peccato che qualcuno non abbia scelta! Ciò che è sottinteso quando lo chiamiamo sex work è che la donna abbia facoltà di scelta. Cosa c’è di più utile allo scopo?
Per questo motivo, (uno dei tanti), ma non spetta a me, né a nessuna altra prostituta dimostrarlo, lasciateci essere grate e concordare se il termine sex work è dignitoso.
Noi non commettiamo atti indecorosi contro noi stesse e non abbiamo nulla da dimostrare (o di cui essere grate), quando i media o l’opinione pubblica usa questo termine (sex work, ndr). In effetti, l’implicazione che noi rileviamo è che sia un insulto, e molto peggio, un offuscamento di chi compie certi atti.
Noi siamo prostitute. Il termine è sgradevole e viscerale. In parole povere, è sincero. Questo è il motivo per cui papponi e clienti non amano usarlo e perché la gente non ama sentirlo.
Non dobbiamo attribuire dignità a clienti e magnaccia. Né dobbiamo fornire alla gente una sensazione di sollievo, facendoli sentire meglio con se stessi, quando si tratta di prostituzione.
Se chi legge non è una prostituta o è una persona che adopera il termine sex work, chiedo che vi domandiate chi beneficia di questo eufemismo. Molti di noi conoscono l’efficacia delle “parole ambigue”, basti pensare all’efficacia del concetto di “danni collaterali” che si celavano dietro i discorsi dei guerrafondai. Se siamo abbastanza saggi, possiamo adoperare il nostro senso critico per capire a cosa stiamo contribuendo quando chiamiamo la prostituzione “lavoro”.

Saluti,
Spin

 

Allegati:

http://www.newstatesman.com/politics/2014/12/why-we-shouldnt-rebrand-prostitution-sex-work (tradotto da me qui)

18 Myths on Prostitution

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Femminismo necessario

© GABRIELLA GIANDELLI

© GABRIELLA GIANDELLI

 

Desidero condividere con voi la traduzione apparsa su Internazionale del 28 novembre 2014, di un articolo di Chimamanda Ngozi Adichie, parte di We should all be feminists (qui).

Nel suo racconto, ci sono passaggi, esperienze che ogni donna, anche se in contesti diversi, in situazioni diverse, con modalità diverse, si è trovata a vivere. In ogni aspetto della vita ci scontriamo con qualche episodio di discriminazione per il nostro essere semplicemente delle donne. Quando c’è da scegliere, nella maggior parte dei casi si tratterà di un uomo. L’esperienza e l’affidabilità sembrano essere due qualità e caratteristiche intrinseche del maschio, mentre le donne devono dimostrarlo. È in questa parola “dimostrazione” che si racchiude il senso di tutto. Dimostrare di essere adeguata in ogni circostanza, in ogni ruolo e in ogni contesto. Dimostrare di essere adeguata significa, in gergo maschile, essere docile, mansueta, ragionevole e seguire i “consigli” degli uomini, non essere troppo dura, sempre un passo indietro all’uomo. Se non sei allineabile vuol dire che non sei adatta. Ti chiedono di piegarti  e di restare sottomessa. La nostra ricerca di un’approvazione e di un’accettazione a volte assume aspetti paradossali, come il caso della donna nubile, narrato da Chimamanda, che quando va a una conferenza si mette un finto anello nuziale al dito per ottenere rispetto dai colleghi. Subiamo questo tipo di condizionamenti ogni giorno, conviviamo immerse in una violenza psicologica profonda e innegabile. Soggette a una infinità di regole di condotta e di ruoli che ci ingabbiano. Il più delle volte ci capita di sentirci come le pedine di una Dama, spostate qua e là da una volontà aliena, che decide per noi, pronta a usarci e a sostituirci all’occorrenza. Mi direte che capita anche agli uomini, ma per le donne assume dimensioni e caratteristiche totalmente peculiari. Questo accade perché spesso non è contemplato che una donna possa avere un punto di vista differente, utile e originale e nel caso dovesse averlo è sempre meglio schiacciarlo, inglobarlo e neutralizzarlo. Non si sa mai. Così, ti accorgi che ciò che dici ha sempre un valore minore. Non vi è mai capitato di notare le reazioni dopo aver affermato qualcosa, che dopo due minuti viene ripetuta da un uomo? L’effetto di solito è che lui ha ragione (con applausi anche da parte delle donne), ha detto una cosa saggia, mentre la medesima cosa detta da te non ha sortito lo stesso effetto. Mi direte che conta il modo in cui dici una cosa. Vi assicuro che non è sempre così. Mi è stato anche detto che il fatto che io sia una donna mi fa “naturalmente partire svantaggiata”, meglio che per me parli un uomo.. sai com’è, invece di pretendere rispetto, in qualsiasi contesto, cercare di cambiare qualche insana abitudine misogina, meglio non insistere e affidarsi alla rappresentanza maschile.

Non si tratta di episodi sporadici, ma di una realtà quotidiana.
Per alcune, accorgersi di certi aspetti ha significato una presa di coscienza di sé, una ricerca e l’emergere di una serie di interrogativi. Questo cammino è il cammino di una femminista, esplicitato o che giace sotto le ceneri. La non esplicitazione del proprio essere femminista risiede in quel fardello che si porta dietro la parola “femminista”. Fardello diffusissimo anche tra le donne. Anche mia madre fa fatica a masticare questa parola, per lei, come per altre donne, piena di connotazioni negative. Questo scritto ci aiuta a riflettere. A volte siamo dure, quando ci esprimiamo, sembra emergere rabbia, come dice Chimamanda, ma questa è mista a passione. Ma come potremmo fare altrimenti per farci sentire? Perché no, non stiamo meglio. Le cose sono migliorate solo leggermente per noi donne, c’è una montagna ancora da scalare. Occorre ribadire mille volte lo stesso concetto per essere ascoltate, ancora altre mille per farci capire e un milione per giungere a un qualche risultato. Opera faticosa ma necessaria. A chi sostiene che ci sono ben altri problemi, più importanti per l’umanità, io rispondo che non siamo soggetti di serie B e che migliori condizioni per le donne, significano un miglioramento per tutti. Essere femminista significa sottolineare le peculiarità delle questioni che riguardano le donne. Negare il dato di genere porta a rendere opachi i problemi, difficilmente riconoscibili e distinguibili. Occorre evidenziare come i problemi delle donne assumono un profilo specifico. Abbiamo anche speranza, la coltiviamo con la nostra azione quotidiana, anche quando restiamo sole nelle nostre micro lotte quotidiane. Anche quando la mancanza di rispetto è una costante, noi non molliamo. Partendo da una diversa educazione dei bambini di oggi, che saranno uomini domani. Scardinando consuetudini e pregiudizi ogni volta che ne abbiamo l’occasione, approfittando di ogni momento per diffondere consapevolezza e coscienza di sé per tutte le donne del mondo. Soprattutto noi femministe non sprechiamo energie preziose in singolar/plural tenzoni. 

 

Okoloma era uno dei miei più cari amici d’infanzia. Abitava nella mia stessa strada e si prendeva cura di me come un fratello grande. Se mi piaceva un ragazzo, chiedevo a Okoloma che ne pensava. Okoloma era spiritoso e intelligente e portava gli stivali da cowboy a punta. È morto nel dicembre del 2005 in un incidente aereo nel sud della Nigeria. Faccio ancora fatica a esprimere a parole cosa ho provato allora. Okoloma era qualcuno con cui potevo discutere, ridere, parlare davvero.
È anche la prima persona che mi ha detto che ero femminista.
Avrò avuto quattordici anni. Eravamo a casa sua e discutevamo, sfoderando entrambi le mezze nozioni apprese dalle nostre letture. Non ricordo di cosa stavamo discutendo. Ma ricordo che mentre snocciolavo i miei argomenti, Okoloma mi guardò e disse: “Sei proprio una femminista”.
Non era un complimento. Lo intuii dal tono, lo stesso con cui uno direbbe: “Quindi difendi il terrorismo”.
Non sapevo l’esatto significato della parola femminista. E non volevo che Okoloma sapesse che non lo sapevo. Così ripresi la discussione facendo finta di niente, e ripromettendomi di cercare la parola nel vocabolario non appena fossi tornata a casa.
Ora andiamo avanti di qualche anno.
Nel 2003 ho scritto un romanzo intitolato L’ibisco viola. Parla di un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie, e che non fa una bella fine. Mentre promuovevo il libro in Nigeria, un giornalista – un signore gentile e benintenzionato – mi ha voluto dare un consiglio (come saprete i nigeriani sono sempre pronti a dare consigli non richiesti).
Mi ha detto che secondo molte persone il mio era un romanzo femminista, e il suo consiglio – parlava scuotendo la testa con aria triste – era di non dichiararmi mai femminista, perché le femministe non trovano marito e sono infelici.
Così ho deciso di dichiararmi femminista felice.
Poi una professoressa universitaria nigeriana mi ha detto che il femminismo non faceva parte della nostra cultura, che il femminismo non era africano, e che mi dichiaravo femminista solo perché ero stata influenzata dai libri occidentali (cosa che mi ha fatto sorridere, perché molte delle mie prime letture sono state decisamente poco femministe: credo di aver letto ogni volume della serie di romanzi rosa Mills & Boon prima dei miei sedici anni. E ogni volta che provo a leggere i cosiddetti classici del femminismo, mi annoio e faccio fatica a finirli).
Detto ciò, dato che il femminismo non era africano, ho deciso di dichiararmi una femminista felice africana.
Poi un/a caro/a amico/a mi ha detto che dichiararmi femminista voleva dire che odiavo gli uomini. Così ho deciso di dichiararmi femminista felice africana che non odia gli uomini. A un certo punto ero diventata una femminista felice africana che non odia gli uomini e che ama mettere il rossetto e i tacchi alti per sé e non per gli uomini.
Naturalmente è anche un po’ uno scherzo, ma dimostra che la parola “femminista” si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, odi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei sempre arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.
Ora ecco un episodio della mia infanzia: quando ero alle elementari a Nsukka, una città universitaria nel sudest della Nigeria, la mia insegnante ci fece fare un compito all’inizio dell’anno, dicendo che la persona con il voto più alto sarebbe diventata capoclasse. Diventare capoclasse era una cosa importante. Il capoclasse scriveva ogni giorno i nomi degli alunni chiassosi, di per sé un esercizio di potere già abbastanza inebriante, e in più la maestra ti dava una canna da tenere in mano mentre pattugliavi la classe. Naturalmente non avevi il diritto di usare la canna. Ma ai miei occhi di novenne era comunque una prospettiva eccitante. Volevo davvero tanto diventare capoclasse. E presi il voto più alto. Poi, con mia grande sorpresa, la maestra disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Si era dimenticata di precisarlo. Lo aveva dato per scontato. Il secondo voto più alto lo aveva preso un bambino. E lui diventò il nuovo capoclasse. La cosa interessante è che il bambino in questione era un’anima mite e per nulla attratta dall’idea di pattugliare la classe con una canna in mano. Mentre io non sognavo altro.
Ma io ero una femmina e lui un maschio, e così fu lui a diventare capoclasse.
Non ho mai dimenticato quell’episodio.
Se facciamo continuamente una cosa, diventa normale. Se vediamo continuamente una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse deve per forza essere un maschio. Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci naturale che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende.
Faccio spesso l’errore di credere che se una cosa e ovvia per me, lo sia per chiunque altro. Prendiamo l’esempio del mio caro amico Louis, un uomo brillante e di sinistra. In passato e capitato che mi dicesse: “Non capisco cosa intendi quando sostieni che le donne vivono una realtà diversa e più difficile. Forse era cosi in passato, ma oggi no. Oggi le donne non hanno problemi”.
Non capivo come non capisse quello che a me sembrava cosi evidente.

 

CHIMAMANDA

 

Amo tornare a casa in Nigeria e trascorrere gran parte del mio tempo a Lagos, il centro urbano e commerciale più grande del paese. A volte, quando la sera l’aria rinfresca e il ritmo della città rallenta, esco in compagnia per andare a mangiare o a bere. Una volta io e Louis siamo usciti con alcuni amici.
C’e una meravigliosa costante a Lagos: dei gruppetti di energici ragazzotti che ciondolano davanti ad alcuni locali e, in modo molto teatrale, ti aiutano a parcheggiare. Lagos e una metropoli di quasi venti milioni di abitanti, con più energia di Londra e più spirito imprenditoriale di New York, cosi le persone escogitano i modi più diversi per guadagnarsi da vivere. Come succede in molte grandi città, parcheggiare la sera può essere un’impresa, e il lavoro di questi ragazzi consiste nel trovarti un posto o, quando il posto c’è, nel guidarti nella manovra gesticolando, e prometterti di tenere d’occhio la macchina fino al tuo ritorno. Quella sera sono stata colpita dalle doti istrioniche dell’uomo che ci aveva trovato il posto e cosi, prima di allontanarmi, ho deciso di dargli una mancia. Ho aperto la borsa, ho infilato la mano per prendere i soldi e li ho dati all’uomo. E lui, quell’uomo grato e felice, ha preso i soldi dalla mia mano, poi si e girato verso Louis e ha detto: “Grazie, signore!”. Louis mi ha guardato, sorpreso, e ha chiesto: “Perché ha ringraziato me? Non sono stato io a dargli la mancia”. Poi ho visto dalla sua espressione che aveva capito. Quell’uomo credeva che se avevo dei soldi dovevano venire da Louis. Perché Louis e un uomo.
Uomini e donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, organi sessuali diversi e capacita biologiche diverse (le donne possono avere figli, gli uomini no). Gli uomini hanno più testosterone e sono generalmente più forti delle donne. Le donne sono leggermente più numerose degli uomini (il 52 per cento della popolazione mondiale e femminile), ma la maggior parte dei posti di potere e di prestigio e occupata da uomini. Wangari Maathai, attivista keniana e Nobel per la pace morta nel 2011, l’ha sintetizzato perfettamente cosi: più sali e meno donne trovi.
Alle elezioni statunitensi del 2012 si e sentito spesso parlare della legge Lilly Ledbetter. Dietro questo nome pieno di belle allitterazioni c’e il seguente fatto: negli Stati Uniti se un uomo e una donna fanno lo stesso lavoro e hanno le stesse qualifiche, l’uomo sarà pagato di più perché è un uomo.
Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. Questo poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente più forte aveva più probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente più forti (naturalmente esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo.

Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono molto evolute.
Qualche tempo fa sono entrata in uno dei migliori alberghi della Nigeria e una guardia all’ingresso mi ha fermata per farmi delle domande irritanti: come si chiamava la persona che aspettavo? In che stanza stava? Conoscevo questa persona? Potevo dimostrare di essere un’ospite dell’albergo mostrandogli la mia chiave? Tutto questo perché il presupposto automatico è che se una donna nigeriana entra in un albergo da sola, è una lavoratrice del sesso. Una donna nigeriana sola non può assolutamente essere un’ospite che si paga la propria stanza. Se un uomo entra nello stesso albergo, non viene fermato. Si presuppone che sia lì per un motivo legittimo (a proposito, perché questi alberghi non si concentrano sulla domanda di lavoratrici del sesso invece che su quella che può sembrare l’offerta?).
A Lagos ci sono vari locali e bar rispettabili dove non posso andare sola. Se sei una donna sola, non ti fanno entrare e basta. Devi essere accompagnata da un uomo. Ho amici maschi che arrivano davanti a un locale soli e finiscono per entrare a braccetto con una perfetta sconosciuta, perché quella completa sconosciuta, una donna sola, non ha avuto altra scelta che chiedergli aiuto per entrare nel locale.
Ogni volta che entro in un ristorante nigeriano con un uomo, il cameriere mi ignora e saluta l’uomo. I camerieri sono i prodotti di una società che ha insegnato loro che gli uomini sono più importanti delle donne. So che non intendono fare del male, ma un conto è capire una cosa razionalmente, un altro è percepirla attraverso le emozioni. Ogni volta che mi ignorano, mi sento invisibile. Mi sento sconvolta. Vorrei dirgli che sono un essere umano quanto lo è l’uomo, che merito lo stesso riconoscimento. Sono piccole cose, ma a volte sono quelle che fanno più male.
Di recente ho scritto un articolo su cosa vuol dire essere una giovane donna a Lagos. Un conoscente mi ha detto che era un articolo pieno di rabbia, e che non avrei dovuto metterci tanta rabbia. Ma non mi sono affatto pentita. Certo che era pieno di rabbia. Il genere, per come funziona oggi, è una grave ingiustizia. Io sono arrabbiata. Dovremmo tutti essere arrabbiati. La rabbia ha sempre avuto la capacità di provocare cambiamenti positivi. Oltre a provare rabbia ho speranza, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di migliorare.
Ma torniamo alla rabbia. Ho sentito dal tono della sua voce che il conoscente mi stava mettendo in guardia, e che il suo commento era tanto sull’articolo quanto sul mio carattere. La rabbia, diceva quel tono, non si addice a una donna. Se sei una donna, non ci si aspetta che tu esprima rabbia, perché la rabbia è minacciosa. Ho un’amica, negli Stati Uniti, che ha preso il posto di un dipendente uomo. Il suo predecessore era considerato una persona tosta e ambiziosa. Era un tipo diretto, determinato e particolarmente rigido nella gestione delle presenze dei dipendenti. La mia amica ha preso il suo posto, sapendo di essere altrettanto tosta, ma forse un po’ più flessibile: a volte, mi ha detto, questo dirigente non si rendeva conto che le persone, compresa lei, avevano una famiglia. Qualche settimana dopo l’inizio del nuovo lavoro, la mia amica ha rimproverato un dipendente che aveva falsificato il registro delle presenze, proprio come avrebbe fatto il suo predecessore. A quel punto il dipendente si è rivolto alla direzione lamentandosi del suo modo di fare. Ha detto che era aggressiva e che era difficile lavorare con lei. Altri colleghi gli hanno dato ragione. Uno di loro ha detto che si aspettavano che desse un “tocco femminile” al suo lavoro, ma che non era successo. A nessuno è venuto in mente che stava facendo esattamente la stessa cosa per la quale un uomo era stato apprezzato.
Ho un’altra amica, anche lei statunitense, che ha un lavoro molto ben retribuito nel campo della pubblicità. Nella sua squadra oltre a lei c’è un’altra donna. Un giorno, a una riunione, si è sentita disprezzata dal suo capo, che ha ignorato alcune sue osservazioni per poi fare i complimenti a un uomo che aveva detto quasi la stessa cosa. La mia amica sarebbe voluta intervenire, affrontando il suo capo. Non l’ha fatto. Dopo la riunione è andata in bagno ed è scoppiata a piangere, poi mi ha chiamato per sfogarsi. Non aveva reagito per paura di sembrare aggressiva. Si è tenuta dentro il risentimento.
Quello che mi colpisce – nel suo caso come in quello di molte altre amiche negli Stati Uniti – è quanto sia importante per queste donne sapere di piacere agli altri. Sono cresciute sentendosi dire che piacere è molto importante, e che questo essere piacevoli è una cosa ben precisa. E questa cosa non prevede la possibilità di esprimere rabbia o di essere aggressive o di dissentire con troppa forza.
Passiamo troppo tempo a insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi. Mentre il contrario non succede. Non insegniamo ai ragazzi a sforzarsi di piacere. Passiamo troppo tempo a dire alle ragazze che non possono essere arrabbiate o aggressive o toste, e come se non bastasse poi ci giriamo dall’altra parte ed elogiamo gli uomini che si comportano nello stesso modo. In tutto il mondo troviamo articoli e libri che spiegano alle donne cosa fare, come essere e come non essere per attirare o soddisfare gli uomini. Mentre ci sono poche guide che spiegano agli uomini come soddisfare le donne.

A Lagos insegno in un laboratorio di scrittura e una delle partecipanti mi ha raccontato che un amico le aveva detto di non dar retta ai miei “discorsi da femminista”, altrimenti avrebbe assorbito delle idee che potevano rovinare il suo matrimonio. Nella nostra società questa minaccia – la fine di un matrimonio, il rischio di non sposarsi mai – è usata molto più facilmente contro una donna che non contro un uomo.

Il genere conta in tutto il mondo. E oggi vorrei che tutti cominciassimo a sognare e a progettare un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini e donne più felici e più fedeli a se stessi. E cominciamo da qui: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo anche cambiare quello che insegniamo ai nostri figli.

Facciamo un torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Gli offriamo una definizione della virilità molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi. Gli insegniamo ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Gli insegniamo a mascherare chi sono davvero, perché devono essere uomini duri.
Alle scuole medie un ragazzo e una ragazza escono entrambi con la loro paghetta da adolescenti. Ma ci si aspetta che sia il ragazzo a pagare, sempre, per dimostrare la sua virilità (e poi ci chiediamo perché i maschi sono più inclini a rubare soldi ai genitori). Cosa succederebbe se ai maschi e alle femmine insegnassimo a non collegare la virilità ai soldi? Se invece di dare per scontato che “il maschio deve pagare” pensassero “paga chi ha di più”? Naturalmente, grazie al loro vantaggio storico, oggi sono soprattutto gli uomini ad avere di più. Ma se cominciamo a educare i nostri figli in modo diverso, tra cinquant’anni, tra cent’anni, gli uomini non si sentiranno più obbligati a dimostrare la loro virilità con mezzi materiali.
Ma la cosa peggiore che facciamo ai maschi – spingendoli a credere di dover essere duri – è che li rendiamo estremamente fragili. Più un uomo si sente costretto a essere un duro e più la sua autostima sarà fragile. E poi facciamo un torto ben più grave alle femmine, perché gli insegniamo a prendersi cura dell’ego fragile dei maschi.

Insegniamo alle femmine a restringersi, a farsi piccole. Diciamo alle femmine: puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare ad avere successo, ma non troppo, altrimenti minaccerai l’uomo. Se nella coppia guadagni di più, fai finta che non sia così, soprattutto in pubblico, altrimenti per lui sarà come sentirsi evirato.
E se invece rimettessimo in discussione questa premessa?
Perché il successo di una donna dovrebbe essere una minaccia per l’uomo? Un conoscente nigeriano una volta mi ha chiesto se non avevo paura di intimidire gli uomini. Non era un mio timore, anzi non ci avevo mai pensato, perché un uomo intimidito da me è esattamente il tipo di uomo che non mi interessa.
La domanda mi ha comunque colpito. Poiché sono una donna, ci si aspetta che io aspiri al matrimonio. Ci si aspetta che io faccia delle scelte di vita tenendo sempre a mente che il matrimonio è la cosa più importante.
Il matrimonio può essere una cosa bella, una fonte di gioia, di amore e di sostegno reciproco. Ma perché insegniamo alle femmine a desiderare il matrimonio e non insegniamo la stessa cosa ai maschi? Conosco una donna nigeriana che ha deciso di vendere la sua casa perché non voleva intimidire un uomo che forse aveva intenzione di sposarla. Conosco una donna non sposata, in Nigeria, che quando va alle conferenze si mette una fede perché vuole che i colleghi – dice lei – “le mostrino rispetto”. La cosa triste è che una fede nuziale la farà effettivamente sembrare subito più rispettabile, mentre se non la portasse sarebbe facilmente ignorata, e lei è in un ambiente di lavoro moderno.
Conosco ragazze che subiscono pressioni così forti sul matrimonio – da parte della famiglia, degli amici, perfino al lavoro – che finiscono per fare scelte terribili.
La nostra società insegna a una donna che se a una certa età non è ancora sposata, questo è un grave fallimento personale. Mentre se un uomo è celibe a una certa età è perché non ha ancora fatto la sua scelta.
Le donne possono rifiutare tutto questo. È facile a dirsi. Ma la realtà è più difficile, più complessa. Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla nostra società. Lo dimostra anche il nostro linguaggio. Per parlare del matrimonio usiamo spesso il linguaggio della proprietà, non quello della collaborazione. Usiamo la parola “rispetto” per indicare ciò che la donna deve mostrare all’uomo, ma meno spesso per indicare il contrario. Uomini e donne sposati diranno: “L’ho fatto per quieto vivere”. Quando lo dice un uomo, di solito si riferisce a qualcosa che non dovrebbe comunque fare.
Una cosa che racconta agli amici in tono orgogliosamente esasperato, considerandola una conferma della sua virilità: “Oh, mia moglie dice che non posso andare per locali tutte le sere, così ora, per quieto vivere, esco solo il fine settimana”.
Quando le donne dicono “l’ho fatto per quieto vivere”, di solito è perché hanno rinunciato a un lavoro, a un traguardo professionale, a un sogno. Insegniamo alle femmine che in un rapporto è più facile che sia la donna ad accettare un compromesso. Insegniamo alle ragazze a considerarsi in competizione tra loro, non per uno stesso lavoro o per uno stesso risultato, ma per l’attenzione degli uomini.
Insegniamo alle ragazze che non possono essere esseri sessuali come i ragazzi. Se abbiamo dei figli, non ci dà fastidio sapere delle loro fidanzate. Ma i fidanzati delle nostre figlie? Per carità! Poi naturalmente quando arriva il momento del matrimonio ci aspettiamo che portino a casa l’uomo perfetto.
Sorvegliamo le ragazze. Le portiamo alle stelle se sono vergini ma non portiamo alle stelle i ragazzi se sono vergini (e quindi mi chiedo quale sia la soluzione, dato che la perdita di verginità di solito coinvolge due persone di genere diverso).
Qualche tempo fa una giovane donna è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti giovani nigeriani, sia ragazzi sia ragazze, è stata più o meno questa: sì, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato che la donna è per definizione colpevole.
E gli è stato insegnato ad aspettarsi così poco dagli uomini che la visione dell’uomo come creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile. Insegniamo alle ragazze a vergognarsi. Incrocia le gambe. Copriti. Le facciamo sentire in colpa per il solo fatto di essere nate femmine. E così le ragazze diventano donne incapaci di dire che provano desiderio. Donne che si trattengono. Che non possono dire quello che pensano davvero. Che hanno fatto della simulazione una forma d’arte. Conosco una donna che odia le faccende domestiche, ma fa finta di amarle perché le è stato insegnato che la “donna da sposare” deve essere – per usare un’espressione nigeriana – “senza pretese”. Poi si è sposata. E la famiglia del marito ha cominciato a lamentarsi di lei perché era cambiata. In realtà non era cambiata. Si era solo stancata di fingere di essere ciò che non era.
Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere. I maschi e le femmine sono indiscutibilmente diversi sul piano biologico, ma la vita in società accentua le differenze. E poi avvia un processo che si auto-rafforza. Prendiamo l’esempio della cucina. Oggi è spesso più facile che siano le donne a fare le faccende di casa: cucinare e pulire. Ma qual è il motivo? È perché le donne nascono con il gene della cucina o perché negli anni la società le ha portate a credere che spetta a loro cucinare? Stavo per rispondere che forse le donne nascono con il gene della cucina, quando mi sono ricordata che quasi tutti i cuochi famosi del mondo – che ricevono il titolo spettacolare di chef – sono uomini. Ricordo quando guardavo mia nonna, una donna brillante, e mi chiedevo cosa sarebbe diventata se da giovane avesse avuto le stesse opportunità di un uomo. Oggi una donna ha più opportunità di quante ne avesse mia nonna ai suoi tempi, e questo perché sono cambiate le leggi e le politiche, che sono molto importanti.
Ma ciò che conta di più è il nostro atteggiamento, la nostra mentalità. E se, educando i nostri figli, ci concentrassimo sulle capacità invece che sul genere? Sugli interessi invece che sul genere?
Conosco una famiglia con un figlio e una figlia. Hanno un anno di differenza e sono tutti e due bravissimi
a scuola. Quando il maschio ha fame, i genitori dicono alla figlia: “Vai a fare dei noodle per tuo fratello”.
Alla ragazza non piace preparare i noodle, ma è una ragazza e deve farlo. E se i genitori avessero insegnato a entrambi figli a cucinare i noodle? Tra l’altro saper cucinare è una competenza pratica molto utile per un ragazzo. Ho sempre trovato assurdo delegare ad altri una cosa fondamentale come la capacità di nutrirsi.
Conosco una donna che ha gli stessi titoli di studio e lo stesso lavoro del marito. Quando tornano a casa, è lei a occuparsi di gran parte delle faccende domestiche, e questo accade spesso, ma la cosa che mi ha colpito è che quando lui cambia il pannolino al bambino lei lo ringrazia. E se invece le sembrasse normale e naturale vedere il marito occuparsi anche lui del figlio? Sto cercando di disimparare molte lezioni sul genere che ho interiorizzato crescendo. Ma a volte mi sento ancora vulnerabile di fronte alle aspettative legate al genere.
La prima volta che ho tenuto una lezione di scrittura in un’università ero preoccupata. Non per la materia: ero ben preparata e insegnavo una cosa che amavo. Ero preoccupata perché non sapevo come vestirmi. Volevo essere presa sul serio. Sapevo che, in quanto donna, avrei automaticamente dovuto dimostrare quanto valevo. E temevo che, sembrando troppo femminile, non sarei stata presa sul serio. Avrei tanto voluto mettere il lucidalabbra e la gonna corta, ma ho preferito non farlo. Ho messo un tailleur molto serio, molto mascolino e molto brutto. La triste verità è che, quando dobbiamo giudicare le apparenze, prendiamo gli uomini come termine di paragone. Molti di noi pensano che meno una donna si mostra femminile e più ha probabilità di essere presa sul serio. Un uomo che va a un incontro di lavoro non si chiede se sarà preso sul serio in base a come è vestito, una donna sì. Vorrei non aver indossato quel brutto tailleur quel giorno. Se avessi avuto la fiducia in me stessa che ho adesso, i miei studenti avrebbero potuto imparare ancora di più. Perché io sarei stata più sicura, più pienamente e autenticamente me stessa. Ho deciso di non scusarmi più per la mia femminilità. E voglio essere rispettata in quanto femmina. Perché me lo merito. Amo la politica, la storia e le belle discussioni.
Mi piacciono le cose femminili. E sono felice che mi piacciano. Mi piacciono i tacchi alti e mi piace provare rossetti nuovi. Mi piace ricevere complimenti da uomini e donne (anche se a essere sincera preferisco riceverli da donne eleganti), ma spesso indosso abiti che gli uomini non apprezzano o non “capiscono”. Li indosso perché mi piacciono e perché mi fanno sentire bene. Lo sguardo maschile influenza solo casualmente le mie scelte di vita. Non è facile parlare di genere. È un argomento che
crea disagio, a volte perfino irritazione. Tanto gli uomini quanto le donne sono restii a parlare di genere, o si affrettano a liquidare il problema. Pensare di cambiare lo status quo è sempre una prospettiva scomoda.
Alcune persone chiedono: “Perché la parola ‘femminista’? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o una cosa del genere?”. Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente fa parte dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione generica come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema di genere. Vorrebbe dire far dimenticare che le donne sono state escluse da questi diritti per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema di genere colpisce le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non gli esseri umani in generale. Per secoli il mondo ha diviso gli esseri umani in due per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto. Alcuni uomini si sentono minacciati dall’idea del femminismo. Credo sia dovuto all’insicurezza provocata dalla loro educazione, per cui la loro autostima diminuisce se non sono loro a comandare “naturalmente” in quanto uomini.
Altri uomini potrebbero ribattere: “Ok, è interessante, ma io non ragiono così. Io al genere non ci penso proprio”. Forse è vero. E questo fa parte del problema: il fatto che molti uomini non riflettano o non notino il genere. Che molti uomini dicano, come il mio amico Louis, che forse in passato la situazione era peggiore ma che ora è tutto risolto. E che molti uomini non facciano nulla per cambiare la situazione. Se sei un uomo, entri in un ristorante e il cameriere saluta solo te, dovrebbe venirti in mente di chiedergli: “Perché non ha salutato anche lei?”. Gli uomini devono prendere la parola in tutte queste situazioni apparentemente poco gravi. Poiché il genere è un argomento scomodo, ci sono molti modi per evitare di parlarne. Alcune persone tirano fuori la biologia evolutiva e le scimmie, facendo l’esempio delle femmine che si inchinano ai maschi. Ma il fatto è questo: noi non siamo scimmie. Le scimmie vivono sugli alberi e mangiano lombrichi. Noi no. Alcune persone diranno: “Anche gli uomini poveri se la passano male”. Ed è vero.
Ma non è di questo che stiamo parlando. Il genere e la classe sono due cose diverse. Un uomo povero ha comunque i vantaggi di essere uomo, anche se non ha quelli di essere benestante. Parlando con alcuni uomini neri, ho capito molto dei sistemi oppressivi e di quanto non siano riconosciuti dagli altri sistemi oppressivi. Un giorno stavo parlando di genere quando un uomo mi ha detto: “Perché parli di te in quanto donna? E non in quanto essere umano?”. Questo tipo di domanda permette di liquidare la particolare esperienza di una persona. Sono un essere umano, certo, ma ci sono alcune cose che mi succedono perché sono una donna. Tra l’altro quella stessa persona parlava spesso della propria esperienza di uomo nero. E avrei probabilmente dovuto chiedergli: “Perché non parli della tua esperienza di uomo o essere umano? Perché di uomo nero?”.
Qui, dunque, parliamo di genere. Alcune persone diranno: “Oh, ma sono le donne ad avere il vero potere: il bottom power”, cioè il potere del fondoschiena, un modo di dire nigeriano per indicare una donna che usa la propria sessualità per ottenere qualcosa da un uomo. Ma il bottom power non è potere, perché la donna con quel potere non è afatto potente. Ha solo una via di accesso al potere di qualcun altro. E che succede se l’uomo è di cattivo umore o malato o momentaneamente impotente? Alcune persone diranno che la donna si sottomette all’uomo perché fa parte della nostra cultura. Ma la cultura cambia senza sosta. Ho due nipoti gemelle, due belle ragazze di quindici anni. Se fossero nate un secolo fa, sarebbero state portate via e uccise. Perché un secolo fa la cultura igbo considerava la nascita di gemelli un cattivo presagio. Oggi tutti gli igbo trovano quella pratica inconcepibile. A che serve la cultura? In in dei conti lo scopo di una cultura è di assicurare la protezione e la continuità di un popolo. Nella mia famiglia sono la figlia che più si interessa alla nostra storia, alle terre dei nostri antenati, alla nostra tradizione. I miei fratelli non hanno lo stesso interesse. Ma io rimango comunque fuori dalle loro discussioni perché la cultura igbo privilegia gli uomini, e solo i membri maschi della famiglia estesa possono partecipare alle riunioni in cui si prendono le grandi decisioni familiari. Quindi pur essendo la persona che se ne interessa di più, non posso partecipare. Non posso dire ufficialmente la mia. Perché sono una donna. La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi.
Penso molto spesso al mio amico Okoloma. Prego perché lui e le altre vittime dell’incidente aereo di Sosoliso riposino in pace. Okoloma sarà sempre ricordato da chi lo ha amato. E aveva ragione quel giorno, tanti anni fa, quando mi diede della femminista. Io sono una femminista. Quando, tanti anni fa, cercai la parola nel vocabolario, trovai: “femminista: persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi”. La mia bisnonna, a quanto mi hanno raccontato, era una femminista. Fuggì dalla casa di un uomo che non voleva sposare e sposò l’uomo che aveva scelto. Si oppose, protestò, disse ciò che pensava quando le sembrò che la stessero privando della sua terra perché era una donna. Non conosceva la parola “femminista”. Ma non vuol dire che non lo fosse. Dovremmo essere più numerosi
a rivendicare questa parola. Il miglior esempio di femminismo che conosco è mio fratello Kene, che è anche un ragazzo buono, bello e molto virile. La mia definizione di femminista è questa: un uomo o una donna che dice sì, oggi esiste un problema legato al genere e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio.

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Misunderstanding

Lesueur - Club Patriotique de_Femmes

Lesueur – Club Patriotique de Femmes

 

Qualche giorno fa mi è capitato di sentire certe considerazioni che mi hanno lasciata perplessa e mi hanno fatto capire come sia in atto un tentativo di ritorno al passato, alcune donne oggi ritengono sia opportuno adottare il passo del gambero. Un bel colpo di spugna a tutte le riflessioni, le considerazioni, le rivelazioni, le scoperte emerse in decenni di lavoro del movimento delle donne. Ci sono numerose donne che tuttora si domandano se ci sia una differente sensibilità fra uomo e donna nell’approccio alla vita. Come dire che le discriminazioni e tutto ciò che abbiamo subito per secoli come donne, in realtà sono state frutto del caso e di un fraintendimento (rimediabile) tra uomo e donna. Come dire che la violenza sulle donne trae origine dai grilli per la testa delle donne moderne o dalla loro incapacità di difendersi e di ribellarsi. Queste donne vogliono farmi credere che non c’è mai stato un vero bisogno di femminismo, che anzi, dobbiamo interrogarci sul fatto che forse ci siamo sbagliate. Mi è stato domandato se non fosse il caso di interrogarci sul fatto che forse abbiamo peccato nel ritenerci capaci di una rielaborazione autonoma dei rapporti tra le persone e degli assetti di potere nella società. Alcune critiche hanno investito anche le mie riflessioni su Donne e Pianeta. Viene sempre più messa in crisi l’idea di una responsabilità collettiva e di un farsi carico “originale” da parte delle donne. Per molte persone il femminismo è una semplice “sostituzione/staffetta di potere” tra uomini e donne, ma non è possibile che gente dotata di un minimo di cervello possa fare questa confusione. Non si tratta di sostituire una verità con un’altra, ma di modificare le regole, gli assetti, le letture, gli equilibri attuali che tuttora ci tengono ghettizzate, discriminate, sottomesse. Nessuna femminista si ritiene depositaria di una nuova verità assoluta, di un verbo per tutt*. Così come quando si pensa che le femministe siano quelle che odiano gli uomini. Pensare queste cose significa guardare alle femministe in modo pregiudiziale, senza una conoscenza reale dei femminismi di oggi o di ieri. Consiglio un ripasso (o meglio una lettura ex novo per coloro che parlano per sentito dire) dei classici, ripercorrendo i passaggi storici che hanno portato all’affermazione del modello patriarcale, passando per gli studi matriarcali di Abendroth, fino ai femminismi degli ultimi decenni. Leggere servirebbe quanto meno a non fraintendere e a non negare l’evidenza di una oppressione tuttora tangibile. Non la vivi? Strano davvero, forse semplicemente non te ne sei mai accorta. Leggere serve a dare un minimo di fondamenta teoriche a quanto si dice o al proprio pensiero. Riflettere è necessario per non svilire i discorsi e perdersi in un liberismo che utilizza il marchio femminista per annacquare e dissolvere ogni problematica, tanto da ridurre anche la violenza a una “sensazione infondata” di chi si “autovittimizza”. Alla fine è normale che qualcuna mi dica che in fin dei conti i problemi si possono risolvere cambiando il nostro approccio con il “primo sesso” e assomigliandogli maggiormente. In alternativa vale il consiglio di tornare a essere bestioline mansuete.
Faccio una digressione solo apparente.
Oggi più che mai è necessario un rovesciamento, un rinnovamento degli assetti di potere, di come si giunge a rivestire un ruolo istituzionale o di classe dirigente nella nostra società, di come si fa carriera e di come si raggiungono certe posizioni. Non è ammissibile che ci sia un silenzio connivente con certi meccanismi marci preferenziali, che fuori da ogni logica di merito, premiano solo i fedeli, i più servili, i più utili a mantenere lo status quo amicale, parentale, familista ecc. Nel nostro paese per troppo tempo si è preferito glissare su certi aspetti indecorosi, perché molti e molte cittadini/e hanno pensato che tutto sommato si poteva soprassedere e magari approfittare di qualche briciola di favore. Coloro che si sono ostinati a tenersi alla larga da questi metodi, solitamente nel nostro paese, sono stati sconfitti, allontanati, puniti, considerati dei falliti, dei soggetti da escludere perché rovinavano il sistema e non si conformavano. La sottrazione e il dirottamento di soldi pubblici per fini poco puliti e per ingrossare i flussi di tangenti, il clientelismo, le mafie di vario ordine e grado, i concorsi truccati per selezionare solo la classe dirigente amica, la cosa pubblica gestita come un affare tra pochi eletti, i condoni tombali su evasori e abusivismo, carriere di ogni tipo segnate unicamente dalle conoscenze e dagli scambi di favori, l’abitudine consolidata a considerare queste pratiche come “ordinaria amministrazione”: tutto ciò ha creato un paese fragile, in cui i migliori sono stati e saranno costretti ad abbandonare la nave, in cui la macchina pubblica o vicina ad essa è piena zeppa di incompetenti e zelanti faccendieri disponibili a dare una mano ai soliti amici. Una rete che assorbe ogni rapporto, ogni settore, ogni relazione, ogni più piccolo aspetto della nostra vita. In questo assetto, ogni posto, ruolo, mansione dalla più piccola alla più elevata sono soggetti ai medesimi giochi di assegnazione e spartizione. Interi settori professionali e accademici vengono interessati da scambi di favori e di facilitazioni per superare le prove di abilitazione, di ingresso e per crearsi una base clientelare di sostegno. Una politica che fa ribrezzo (o dovrebbe farlo) e che tutti ci siamo trovati a incrociare, a sfiorare. Il così fan tutti e tutte, che in un paese sano dovrebbe essere sanzionato anziché assurgere a legge universalmente riconosciuta e tollerata. Il problema più grande è che se non hai affiliazioni resti uno zero, uno che non conterà mai niente, perché le carriere, quelle vere, le faranno sempre gli altri che hanno qualcosa da portare in dono, in cambio. Questo vale al cubo quando si tratta di donne, perché a queste complicazioni si aggiungono tutte le mille discriminazioni tipiche del genere. E in tutto questo le donne dove si collocano? Come si rendono soggetto diverso e capace di indignarsi per scardinare questo assetto marcescente? Ci siamo mai interrogate veramente e onestamente? Ecco, forse con una maggiore dose di femminismo sincero e non fatto di parole vuote e finte, potremmo essere in grado di segnare un piccolo cambiamento. Probabilmente è la replica di modelli maschili e il nostro assecondarli che ha segnato un fallimento. Nonostante tutto, nonostante sempre più spesso ci venga chiesto di omologarci e di adeguarci, dobbiamo riconoscere l’importanza e l’urgenza di una costruzione diversa della storia e di come guardare e pensare al futuro. Non possiamo stare alla finestra a guardare.
Condivido quanto riportato qui da Maria Rossi, sempre chiara e perfetta nelle sue argomentazioni, sulla lotta politica delle donne, che deve scaturire da un’esperienza di oppressione vissuta in prima persona, per non essere debole, soggetta a fraintendimenti pericolosi. Ciascuna di noi deve farsi portavoce di una necessità di cambiare gli assetti che vanno dal privato al collettivo e che sono connotati da un dominio sulle donne, ma non solo. Esistono dei meccanismi, mutuati dal mondo maschile, che se decidiamo di incarnare e condividere ci potrebbero portare a sostenere un accanimento sempre più prepotente sull’individuo, caricato di ogni responsabilità, come suggerisce Maria Rossi. Che si tratti di donna o di uomo, l’etica individualista produce una visione mono-centrica, con l’ego del singolo o della singola al centro del mondo: se ci sai fare e sai sfruttare le tue doti, le amicizie, le relazioni, i rapporti privilegiati, lo status, le connivenze, i favori, con l’aggiunta di un po’ di cinismo, riesci a oltrepassare discriminazioni, oppressioni e violenze di ogni genere. Se non ci riesci, non ti sei applicato abbastanza e comunque è colpa tua. Ecchisenefrega degli altri e soprattutto delle altre? Esisto solo io, tutt’al più me stessa (la mia coscienza). Io stabilisco cosa sia buono e cosa no, io al centro di un fenomeno di auto-normazione. Con buona pace della dimensione collettiva e della sua utilità al fine di una presa di coscienza individuale della propria condizione. Il teorema dell’ognuna per sé. Mi sembra di capire che Wolf ci suggerisca che spetta a noi non farci opprimere, discriminare ecc. Basta dotarsi di forza e di una smisurata autostima, aggirandosi per il mondo come tante solitarie schiacciasassi. Basta fare come fanno gli uomini. Ma chi ha mai voluto essere come un uomo? Noi donne al pari dell’uomo, carnefici o schiave di un sistema, a seconda che ci riesca o meno la nostra lotta titanica per il potere fine a se stesso e autoreferenziale, in uno scontro che appare estendere alla donna i tratti dell’assunto homo homini lupus est. Ma questo inno alla forza individuale per ergersi al di sopra degli altri, per dominare e schiacciare gli altri, altro non è che un sostenere che ogni arma è concessa, ogni nefandezza o crimine è ammesso, ogni forma di schiavitù (personale o altrui) può essere utile, per raggiungere il podio del potere e lo scettro del comando. Senza un ragionamento morale si lascia la porta aperta a qualsiasi cosa. Ogni azione umana, ad opera di un uomo o di una donna, viene sradicata dal suo contesto, da un’analisi delle sue radici e da un discorso morale. Ogni cosa si smarca e può essere annoverata sotto l’etichetta femminista, quasi come se fosse in atto una specie di assorbimento del femminismo all’interno del meccanismo produttivo-commerciale-consumistico. Ma questo non è femminismo, nessuna, come dicevo, si sognerebbe di voler semplicemente invertire gli attuali assetti di potere maschio-centrici. C’è un lavoro ben più complesso e profondo da compiere, per cui occorre smarrire tutte le regole, i metodi, i passaggi, i meccanismi che fino ad oggi hanno formato la struttura portante del sistema socio-economico in cui siamo immersi. Dobbiamo sbarazzarci delle scorciatoie e sovvertire ruoli e consuetudini secolari. Altrimenti ci troveremo a salutare sempre un uomo con frasi del tipo “bacio grande capo”, serve e complici di un sistema popolato da escrementi umani. Ma ci rendiamo conto in che mondo viviamo? Credo che sia in atto un tentativo di depistaggio interno (ma con burattinai esterni) dei valori e dell’etica alla base del movimento delle donne.

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