Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dove ci siamo rintanate?

su 4 aprile 2015

le donne in lotta

 

Questo post nasce dall’esigenza di porre qualche domanda. Tutto nasce dall’ennesima manifestazione dei movimenti No-Choice a Milano, dal titolo “NO194 per l’abrogazione referendaria della legge 194” (qui). Per l’ennesima volta, in occasione di questo corteo che sfilerà per la città, si sono organizzati I sentinelli per una contro-manifestazione. Io li ringrazio per il loro sostegno alla causa in difesa della 194, ma questa è anche l’occasione per fare qualche riflessione. Non che manchino le mobilitazioni e i progetti di donne per le donne, penso ad esempio a Consultoria Autogestita, ma manca un respiro più ampio, che sappia abbracciare un gran numero di persone, che sappia fare informazione, approfondimento, insomma diffusione di consapevolezza tra le donne. Non mi aspetto i grandi numeri, ma almeno che si incominci a recuperare una progettualità comune, a piccoli passi, tornando a rioccuparci delle nostre questioni, in modo più assiduo e meno frammentario.
Mi chiedo, a quando una mobilitazione delle donne sui diritti delle donne? Io questa mancanza la sento. Non so voi, ma mi sento orfana. Orfana perché non c’è una rete di riferimento tra donne, ognuna sembra rintanata nella propria dimensione personale, reale o virtuale, estesa al massimo alla cerchia delle proprie amicizie. Orfana perché ultimamente ho chiesto a una politica del mio partito, che siede in direzione nazionale, di organizzare iniziative sistematiche e periodiche sulla 194 e sul macigno dei numeri dell’obiezione di coscienza. Risposta: “le abbiamo fatte”, ma tutto sommato non servono, quindi sembrerebbe un approccio da abbandonare. Quindi il silenzio è la soluzione?! Ricordo che la 194 è stata sostenuta anche da una base esterna, donne che hanno appoggiato la legge, che si sono fatte sentire. Forse non è più tempo di mobilitazioni? Dobbiamo seguire un iter istituzionale e sperare che questo vada a buon fine? Non sarebbe il caso di farci sentire comunque, a cadenze periodiche, e magari attivarci perché quella volontà politica che al momento manca (così si dice, ho l’impressione che a volte sia un alibi) si crei? Personalmente non ci sto ad assumere una posizione rinunciataria. Le cose si cambiano insieme, se vogliamo investire in sinergie positive e fruttuose. Altrimenti sono solo chiacchiere. Io e altre ci siamo e siamo a disposizione. I No-choice scelgono di organizzarsi e noi ci frammentiamo e ci disperdiamo? Siamo così certe che la nostra società attuale abbia anticorpi a sufficienza per bocciare la loro campagna referendaria abrogativa della 194? Oppure possiamo e dobbiamo sensibilizzare le donne che poco sanno fino a che non vivono sulla propria pelle i risultati di anni di disinvestimento nei consultori pubblici e laici, di obiezioni di struttura e di strane linee guida divergenti (vedi l’obbligo di prescrizione per la pillola del giorno dopo e non per quella dei 5 giorni dopo)? Dobbiamo tornare a curare l’aspetto comunitario, superare le grida e gli slogan, superare i messaggi e gli annunci da campagna elettorale perenne, dobbiamo tornare ad occuparci della sostanza, della riflessione, che non può essere ridotta alla mera piazza virtuale. Il Web serve a collegare velocemente le persone, ma per affrontare la complessità occorre qualcos’altro. Dobbiamo tornare a guardarci in faccia, riunirci periodicamente e invitare tutte a sentirsi parte del progetto. Non è stato fatto tutto e anche se così fosse, oggi potremmo perderlo di nuovo, anzi qualche diritto è già incrinato. Dobbiamo tornare ad essere “scomode”, come ho più volte detto. Scomode significa porre domande nuove, complesse, critiche, restare lì senza mollare, pretendere risposte serie e non pannicelli caldi. Significa essere intrecciate tra di noi, sì donne originali, ognuna con la propria personalità e individualità, ma capaci di un discorso unitario che amplifichi le istanze di ognuna, e renda significativa la nostra voce. Non significa ammazzare la molteplicità dei femminismi di oggi, semplicemente occorre recuperare una capacità di incidere sulla politica, facendo politica, occupando gli spazi pubblici o privati, riempendoli della nostra prospettiva, altrimenti quello spazio sarà vuoto o mancherà del nostro sguardo sulle cose e sui temi che più ci coinvolgono. Manca una voce ferma e presente, capace di mobilitarsi costantemente e che non venga ingurgitata da un certo modo di far politica per annunci e offerte imbellettate. Perché non costruire proposte strutturate per una società e un’economia a misura anche di donne? Non ci ascolta nessuno perché siamo disperse. Non ci siamo. Non siamo riconoscibili come interlocutrici, non siamo in grado di incidere sulla politica istituzionale perché per prima cosa rifuggiamo dal tessere un dialogo costruttivo tra di noi. Piuttosto alcune di noi preferiscono abbracciare una collaborazione con gli uomini, a volte altamente pericolosa e difficile da gestire senza ricadere in pratiche vecchie di secoli. Di cosa abbiamo timore, di non farcela, che il lavoro tra donne sia inutile e improduttivo? Abbiamo paura di sembrare fuori dal mondo, quel mondo dipinto a immagine e somiglianza maschile? La soluzione non è partecipare ai tavoli intellettualoidi politici, entrare nelle maglie della politica istituzionale appuntandosi sulla giacca l’etichetta femminismo, questo è veramente un gioco sporco se lo si fa per puro opportunismo e si è disposti a dimenticarsene una volta raggiunto l’obiettivo personale. Questo non è femminismo, è semplicemente strumentalizzare una galassia di movimenti a fini personali. Cerchiamo di non cadere nella trappola.

Ultimamente ho la sensazione che anche l’attivismo sia diventato un prodotto commerciale come un altro. L’esserci come campagna pubblicitaria del sé, per cui è importante apparire, comparire con il proprio volto, con il proprio nome ecc. L’attivismo per gonfiare il proprio ego e giustificare il proprio vuoto di idee. L’attivismo e la partecipazione personale come etichette di un grande mercato in cui anche gli ideali sono merce, business, ingurgitati da una macchina propagandistica e autoreferenziale. L’esserci non per convinzione e impegno personali per una causa, ma finalizzato a una affermazione del sé e come garanzia di un trampolino, perché no, anche professionale. Vi risulta? Tutto fa brodo, e il femminismo non è immune da questi personaggi. Purtroppo.

Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole rischiamo di essere assorbite da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.

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12 responses to “Dove ci siamo rintanate?

  1. cristinadellamore ha detto:

    Cos’è successo a SNOQ?

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  2. paolam ha detto:

    Che cosa è successo al femminismo italiano da trent’anni ad oggi.

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  3. IDA ha detto:

    Chi usa il femminismo o qualsiasi altro movimento per fini personali, per una carriera personale, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Come apparati politici e politicanti che chiederanno la delega perchè loro “lavorano per te”.
    I gruppi o progetti femminili che hanno avuto miglior riuscita, sono quelli che hanno sperimentato varie forme fluide e spontanee.
    Per andare avanti, bisogna anche capire cosa è successo al femminismo negli ultimi trent’anni.. Nei primi anni 80 quei pochi gruppi rimasti finirono con l’impantanarsi in chiacchiere su problemi personali e non riuscirono a fare il salto di qualità verso lo scontro politico. Soprattutto rinunciarono ai consultori, delegandoli totalmente alla politica… Stesso destino capitò a tutto il movimento libertario del periodo, che era schiacciato tra la lotta armata e la repressione dello stato.
    La prospettiva femminista è pressoché anarchismo puro, ma va dato atto che gli anarchici sono molto più organizzati delle femministe. Anche all’interno del movimento anarchico le femministe sono delle individualità. Ci siamo abituate alla passività, al meno peggio, alle chiacchiere sul Web, che servono ad riappacificarsi con noi stesse per non fare nulla, da una parte e dall’altra ti deprime perché non fai nulla. (questo è quello che capita a me).
    Porto un’esperienza: metà anni 90, avevo i figli piccoli, vicino dove abitavo io, c’era una vecchia scuola elementare dismessa, che doveva essere abbattuta per far posto ad un parcheggio e un supermercato. In breve si occupò la scuola, ci si fece una ludoteca e altre iniziative per i bambini del quartiere.. l’occupazione è andata avanti per cinque anni, poi per stanchezza e per motivi di sicurezza si riconsegnò al comune in cambio di garanzie. Ora non c’è un supermercato ne un parcheggio, come era stato progettato, ma la ex scuola, ristrutturata che è usata per campi solari nel periodo estivo, varie attività didattiche e una piccola biblioteca per il quartiere, in pratica è rimasta ai cittadini. Questa esperienza è stata molto importante perché ci ha fatto mettere in contatto persone di esperienze diverse, culture diverse, persone che senza questa esperienza non ci saremo mai incontrati. Senza dimenticare l’importanza che ha avuto per i nostri figli, che ancora oggi ricordano quell’esperienza con nostalgia. Penso che bisogna partire da queste cose, riprenderci lo spazio pubblico.

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  4. un'attivista (Resistenza Femminista) ha detto:

    Cara Simona condivido quello che dici e anche il senso di rabbia e di impotenza. La mia esperienza insieme alle persone di Resistenza Femminista mi ha dimostrato come invece non solo si possa creare un gruppo di attivismo femminista, ma anche raggiungere bellissimi risultati in termini di sorellanza, aiuto reciproco e azione politica. Da anni come gruppo di persone precarie, auto-finanziate ci siamo staccate dalla rete (dove ci siamo incontrate e riconosciute) e lanciato un progetto femminista che cresce e diventa sempre più forte con connessioni internazionali. Come dice Paola il problema è del femminismo italiano dagli anni ’80, ma è soltanto ripartendo da noi che tutto può ricominciare (il femminismo anglosassone per esempio non sembra avere questi problemi). Un femminismo che dovremo forse riprovare ad interrogare, noi a Paestum ci siamo andate con un nostro documento su femminismo e precariato, abbiamo fatto domande, siamo tornate su temi radicali come la violenza maschile, la pornografia e la prostituzione. Qualcuna come la bravissima Gabriella Paolucci ci ha dato ascolto, spazio, riconoscimento. Ma abbiamo sperimentato anche l’indifferenza o la difficoltà di mettersi in comunicazione, confrontarsi, dialogare.
    Il precariato non aiuta né a fare gruppo, né a fare attivismo. ( E il dramma dei precari è proprio la frammentazione , la mancanza di un sindacato di riferimento, la strumentalizzazione della politica che poi però ti abbandona…) E’ certo più facile fare “femminismo da tastiera” come lo chiama Julie Bindel anche un po’ provocatoriamente, piuttosto che metterci tempo e denaro (pochissimo sudato). Se passi le tue giornate in un call center o a inseguire chi deve pagarti (come nel mio caso) certo ti resterà poco tempo per fare l’attivista femminista e neanche per scrivere in rete (il nostro sito come vedi ha tempi lenti). Questo non significa che dobbiamo rassegnarci ma che tutto diventa davvero difficile, anche incontrarsi (i viaggi costano e ne sappiamo qualcosa noi che veniamo da varie parti d’Italia).
    Sulle cause del frammentismo però ci sono variabili storico-sociali profonde: l’ossessione individualista ha un’ origine neoliberista, il femminismo stesso per alcune è diventata la ripetizione di slogan svuotati della forza politica della seconda ondata tipo “il corpo è mio e lo gestisco io”. Si fa confusione tra la difesa della libertà individuale e il perseguire obiettivi politici riconoscendosi soggetto collettivo che subisce discriminazioni, sessismo, violenza maschile: il femminismo è stato e continua ad essere questo. Angela McRobbie individua la responsabilità dei media contemporanei, Nancy Frazer vede l’ingresso del neoliberismo nel movimento femminista. Il patriarcato in versione contemporanea è un’espressione del capitalismo neoliberista e ha il bisogno vitale di vederci frammentate per continuare ad esistere, solo così può controllare le vite delle donne, anestetizzandole con la promessa dell’affermazione/emancipazione del sé: promessa di successo, carriera, potere economico ma anche politico. La realtà oggi invece ci parla di femminilizzazione della povertà, violenza maschile sulle donne che non si ferma ecc.
    Io credo che la rete sia una grande risorsa per il movimento femminista contemporaneo ma favorisca anche fenomeni paradossali di atomizzazione, di molte realtà come dici tu “auto-referenziali” che rifiutano di fare gruppo, di calarsi in un’identità collettiva o peggio ancora che “usano” l’etichetta femminista per visibilità, carriera che sia politica o meno. L’affermazione del sé in epoca contemporanea è uno degli imperativi essenziali per esistere: tutti i social network sono costruiti su questa retorica a cui nessuno sfugge. Non si può però rinunciare ai social, blogs ecc. Sarebbe follia oggi. Certo un uso diverso, un tornare ad essere nome collettivo, un liberarsi del sé, per me almeno è stata una rivelazione. Incontrare persone che vogliono cambiare il mondo significa provare le stesse emozioni che circolavano negli anni ’70: la stessa passione, la stessa forza. Può spaventare la perdita simbolica del sé per un progetto più grande che è la costruzione di un soggetto politico, soprattutto quando lavori gratis, senza nessun riconoscimento, senza vedere una lira, ma anzi dovendo tu stessa finanziare, aiutare progetti a crescere con le tue poche forze. Eppure quello che io ho avuto in questi anni grazie alle persone meravigliose del mio gruppo, quello che continuano a darmi è una fonte perenne di forza, felicità: è il mondo dove voglio vivere.
    Come ultima cosa aggiungo che certe divisioni nel femminismo non esistono per un caso e che sono anzi necessarie perché ognuna possa esprimersi liberamente senza vivere sotto tensione o peggio sotto processo, a rischio di victim blaming. Nel nostro gruppo abbiamo creato uno spazio sicuro per sopravvissute e lo proteggiamo, per questo la divisione da altre posizioni che non condividiamo per noi è vitale, ci permette di esistere. Il rischio è quello di essere censurate e non riconosciute per le proprie idee. Come sopravvissuta alla violenza maschile per me il femminismo è stato da sempre la ricerca di una zona protetta, un mondo altro dove finalmente ci fosse giustizia per le donne, l’ho cercato più volte in Italia e provando quello che provi tu adesso ho deciso che era il momento di crearlo un gruppo di attivismo femminista se non esisteva. Bisogna crederci ancora, partendo dal basso, con pochissimo come racconta Ida sull’esperienza della ludoteca. Se ci sono delle persone che si riconoscono e vogliono cambiare il mondo è nata una cellula femminista che è destinata a diventare una nuova forza. Ringrazio sempre tutte le persone che ci hanno creduto e continuano a crederci nonostante mille difficoltà.

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    • simonasforza ha detto:

      Ti ringrazio per questa tua testimonianza e so che è possibile partire dalle piccole realtà. Apprezzo tantissimo il gruppo Resistenza Femminista e vi sono vicina :-). Questo post nasce da due eventi scatenanti: la contro-manifestazione organizzata da I sentinelli, che sono in grado di mobilitarsi e di organizzarsi molto meglio di un collettivo femminista, vedere un tema come la 194, o anche i consultori, abbandonato proprio dalle donne. Il secondo evento scatenante è il fatto che l’esperienza di un gruppo fatta da basso, sul territorio in cui vivo, per me si sta concludendo, perché pur essendo in poche, non siamo riuscite a trovare degli obiettivi comuni (non c’è accordo né sui temi, né sul metodo, né sugli obiettivi). Ecco, come dicevi, la divisione da altre posizioni che non condivido è al momento necessaria. Fare attivismo tra donne non è come iscriversi a un club di bridge. Non si riesce a portare avanti nessun progetto se non ci si crede e non ci si impegna seriamente. La precarietà e i tempi della vita sempre più frenetici non aiutano certo, ma riuscire a ritagliarsi anche 1 ora al giorno, in quella stanza tutta per sé, è già un bel traguardo. Un forte abbraccio!

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    • Paolo ha detto:

      ho fatto una piccola ricerca e le critiche di McRobbie alla cultura pop mi lasciano perplesso

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  5. un'attivista (Resistenza Femminista) ha detto:

    Cara Simona, capisco. Coraggio! E’ dura lo sappiamo, ma non scoraggiamoci. Noi ci siamo per lavorare insieme! un forte abbraccio anche a te!

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  6. Vincenzo Puppo ha detto:

    Mi chiedo, a quando una mobilitazione delle donne sui doveri degli uomini?… Mi chiedo, a quali donne si rivolge il femminismo (anche a casalinghe, pensionate, anziane, adolescenti, operaie, parrucchiere, bariste, maestre, ecc. che sono la stragrande maggioranza)?… Mi chiedo, il femminismo ha degli obiettivi per tutte le donne (dalle adolescenti alle anziane, o con qualsiasi lavoro)? e quali sono le strategie per realizzarli?… “Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità” : Mi chiedo, quale comunità?… e sempre di sole donne?…

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    • simonasforza ha detto:

      Il movimento delle donne per me è per tutte le donne e deve parlare a tutte, non può per definizione essere elitario. E’ uno strumento di emancipazione e di elaborazione di una proposta alternativa relazionale a cui tutte possono portare preziosi contributi. Penso che il femminismo non si sia mai rivolto alle sole donne (anche se si è praticato il separatismo), ma è un cambiamento culturale e un progetto per l’intera società, che presuppone un partire da sé, per poi giungere a un contesto collettivo. Sul metodo, penso che sia possibile trovare degli apporti utili anche tra gli uomini, includendo nel dibattito coloro che autenticamente hanno sviluppato riflessioni critiche su alcuni dei temi cardine del femminismo, come il patriarcato o sulla violenza maschile sulle donne.

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  7. […] Ecco perché torno a richiamare le donne e a invitarle ad uscire dal guscio (come dicevo qui). Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché […]

    Mi piace

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