Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Espansioni del porno

su 22 gennaio 2015
Antonio Canova - Naiad, model 1815-1817 - National Gallery of Art, Washington D.C.

Antonio Canova – Naiad, model 1815-1817 – National Gallery of Art, Washington D.C.

 

Premetto che senza la collaborazione di Giovanna Maina, non avrei avuto le informazioni per scrivere questo post. È stata l’unica persona che ho contattato che mi ha dato dati e informazioni utilissime e la ringrazio per la sua disponibilità. Ho letto il suo e altri saggi contenuti nel testo Il porno espanso – Dal cinema ai nuovi media, Mimesis 2011. Questi studi sono importanti per cercare di capire cosa si muove veramente in un porno che si pone come “alternativo”.

“Con una buona approssimazione, si può affermare che l’amateur porn audiovisivo si sia sviluppato in concomitanza con la video-rivoluzione degli anni Ottanta. Si tratta fondamentalmente di una specifica forma pornografica “in cui persone (presunte) ordinarie originariamente si scambiano performance [sessuali] videoregistrate”. Raggiungendo la maturità e la massima diffusione con l’avvento del Web 2.0. Si è venuto a creare, cioè, una sorta di “stile” amatoriale, che contraddistingue e accomuna tipologie di prodotti anche molto diverse: dal filmato “privato” scambiato gratuitamente tra utenti attraverso i siti di condivisione, agli ibridi come il cosiddetto pro-am – dove i performer non appartengono alle corporazioni industriali del porno, ma ottengono comunque un ritorno economico (e una sorta di micro celebrità) grazie all’esibizione dei loro corpi e atti sessuali –, ai falsi amatoriali che semplicemente imitano la morfologia e le situazioni narrative dei “filmini” casalinghi impiegando attori e attrici porno, e così via.
Nella stragrande maggioranza dei casi, perciò, i prodotti classificati sotto questa etichetta non sono affatto il “frutto proibito” dell’esibizionismo di qualche sconosciuto pervertito, ma delle operazioni industriali o, al limite, “artigianali”, e spesso è molto difficile distinguere nettamente le diverse sfere.

Passiamo all’alt porn.

“Nel suo libro Naked on the Internet, Audacia Ray, nota sex blogger, porno performer ed ex sex worker, prende a prestito una definizione dell’alt porn dal vocabolario gergale online Urban Dictionary:
Alternative Pornography. Un medium (soprattutto online, ma occasionalmente anche a mezzo stampa) che consiste in un’alternativa alla pornografia mainstream; siti Web che spesso propongono delle comunità dove i membri possono comunicare con le modelle e i modelli, abbattendo le barriere e lo sfruttamento grazie all’utilizzo di performer che sono persone vere. Spesso vengono mostrati uomini e donne appartenenti a determinate subculture; questo tipo di pornografia è considerato women-friendly e sex-positive.
Le origini dell’alt porn sono fatte risalire per convenzione al 1992, anno della prima uscita di Blue Blood, un “magazine di lifestyle controculturale” che “è stato il primo a esibire massicciamente la bellezza e la sensualità dell’emergente ed eclettico underground, popolato dal goth, dal punk e dalla cyber-cultura pre-Internet”.
Blue Blood, Gothic Sluts, Barely Evil, Rubber Dollies (avvenenti ragazze in latex couture), Sweetest Drop (ragazzi tenebrosi) e numerosi altri offshoot restano manifestazioni pure di un’affiatata comunità sempre in crescita, impegnata nella scoperta e nell’espressione di sé, che mette in discussione lo status quo e, in generale, vuole cambiare le cose.

Medesima ossessione per la contiguità tra pornografia e vita. L’autenticità, l’attenzione per il reale, l’inclusione di soggetti comuni, di corpi non necessariamente “perfetti”, per rendere la finzione qualcosa di simile alla realtà, è finalizzata ad incontrare i gusti di una fetta di fruitori che chiedono questo. Mi viene in mente il principio della sospensione dell’incredulità o sospensione del dubbio (suspension of disbelief): “è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia. La frase venne coniata da Samuel Taylor Coleridge in un suo scritto del 1817. Finché si tratta di un artifizio artistico, nel cinema, nel teatro, la rappresentazione ne beneficia. Ma quando la sospensione riguarda la realtà, è più pericoloso. Gli spettatori di un porno che in qualche modo vuole riprodurre la naturalità del reale, capiscono che è fiction, ma ne apprezzano le caratteristiche “di una verità simulata”. Trovo questo aspetto molto delicato, perché comunque reale non è. Tutta la rappresentazione per quanto collezioni elementi tratti dalla realtà, sarà bene che venga avvertita come rielaborazione, come ricostruzione artistica del reale. La distanza deve esserci, altrimenti si crea una realtà parallela che distorce le proprie percezioni del reale, dei propri rapporti con gli altri nel nostro quotidiano. Il porno che descrivevo nel post “Porno & violenza” era pericoloso proprio per queste ricadute nel reale. Qui dobbiamo sempre fare attenzione. È alta la percentuale di adolescenti, nel Regno Unito come in Italia, che si formano in materia sessuale attraverso la pornografia. Diversi sono gli approcci e i tipi di visione e di utilizzo. Sono in maggioranza maschi e molti auspicano che si incrementi il numero delle fruitrici. La mia domanda è sempre la stessa: siamo sicuri che questo sia il mezzo giusto per fare esperienza, per una educazione sentimentale? Sono parametri corretti e utili? Oppure queste performance aumentano il grado di frustrazione e forniscono dei modelli irraggiungibili o che compromettono i rapporti reali e una percezione realmente “propria” dei desideri e del corpo? Io tutto questo me lo chiedo, sia che si tratti di porno mainstream, alternativo o femminista. Non sto parlando di censura in tema di porno, ma di una riflessione su come si può agevolare una libera vita sessuale e una piena consapevolezza dei propri desideri. In pratica, come posso ottenere una piena conoscenza di quelli che sono i miei desideri, senza che qualcuno me li suggerisca? Giungerci da sol*, semplicemente vivendo, senza suggeritori commerciali sarebbe forse auspicabile. O forse sono io che mi sto sbagliando.
Ci sono stili nerd applicati al porno. C’è anche il veg porn, con attori vegani, “fatto per mangiatori di piante”, un po’ new hippy, un po’ punk. C’è chi gira anche durante il ciclo mestruale, per mostrare la naturalità del flusso e abbattere il tabù del sangue mestruale. Insomma si cercano nuove frontiere, avanguardie per poter dire qualcosa di nuovo (o per ampliare semplicemente il mercato).
Traggo questi passaggi dal saggio di Maina, su Furry girl:

Nei suoi quattro siti, Furry Girl mostra dunque di avere le idee molto chiare sul proprio rapporto con la pornografia, promuovendo un’idea di porno come naturale estensione della sessualità, ponendo l’accento sulla spontaneità delle pratiche mostrate e, soprattutto, contrastando l’omologazione e la normatività del mainstream.
La stessa etica (insieme rigorosa e “anarcoide”) che informa l’esistenza lavorativa “hardcore” di Furry Girl, si rintraccia anche nel suo blog politico, Feminisnt. In questa sede, la performer in qualche modo esplicita il sottotesto ideologico del proprio operato nell’alt porn: innanzitutto, prendendo le distanze dal femminismo sex-positive, sentito scomodo come “un paio di tacchi alti della taglia sbagliata”, e dichiarando la propria insofferenza per le etichette rigide e astratte; in secondo luogo affermando la necessità di avere delle cause concrete per cui combattere, nella fattispecie la battaglia per i diritti delle sex worker. Anche qui, come nella rappresentazione pornografica, Furry Girl rivendica una fiera refrattarietà alle definizioni e alle norme in fatto di sesso e identità sessuale, così come un rapporto di consequenzialità diretta tra le proprie idee e le proprie azioni.

Si assiste a un processo in cui “l’esibizione pornografica dei corpi e delle pratiche sessuali viene inverata da processi di costruzione identitaria che si suppone avvengano comunque fuori dal porno stesso, nel sociale”.

Cruciale questo estratto da Pag. 223:

“Questa contiguità dell’alt porn con pratiche di cultura partecipativa “dal basso”” ci porta direttamente al secondo elemento cui vorrei brevemente accennare. Spesso i siti alt si collocano in una determinata area ideologica –– quando non si pongono addirittura con un atteggiamento di vera e propria ““militanza”” –– esprimendo chiaramente delle opinioni riguardo temi importanti, come il rispetto dell’individualità delle modelle o le rivendicazioni per i diritti e la dignità delle sex worker. La questione dell’’impegno sociale e politico nell’’alt porn è, in verità, piuttosto controversa. Innanzitutto perché questo tipo di coinvolgimento in problematiche apparentemente estranee al business del porno presenta vari gradi di complessità, a seconda delle diverse situazioni: si passa, infatti, dall’’attitudine genericamente women-friendly e sottoculturale di siti come SuicideGirls o BlueBlood.com, all’attivismo vegano e post sex-positive di Furry Girl, all’orgogliosa prospettiva queer di un sito come NoFauxxx (creato nel 2002 da Courtney Trouble), e così via. In secondo luogo perché, in qualsiasi modo vengano declinate le istanze politiche e comunitarie dei siti in questione, si tratta pur sempre di operazioni in larga misura commerciali, nelle quali il senso di appartenenza o la “battaglia comune” per la libertà sessuale e l’erotismo di qualità hanno in effetti un prezzo mensile, che può variare dai 9,99 dollari di NoFauxxx, ai 24,95 di Toxxxy e così via.

Vi ricordate il pezzo che ho scritto in cui si evidenziavano due macro-filoni di femminismo: femminismo come libertà individuale di scelta e femminismo come movimento di liberazione collettiva delle donne dall’oppressione patriarcale?
Ci siamo. Possiamo ascrivere parte del porno non mainstream, alcune “espansioni” del porno, le cosiddette porno sub-culture, alla prima tipologia di femminismo. Possiamo quindi interrogarci sulle conseguenze di questo tipo di approccio e sulle sue ricadute sul movimento delle donne e sulla loro liberazione. Ne ho già parlato e sapete cosa ne penso. Soprattutto sapete cosa penso a proposito della diffusione di una mentalità “individualista” che sta diventando la religione del successo di tanti.

Scrive ancora Giovanna Maina:

“L’alternativa al mainstream rappresentata dall’alt porn rischia dunque di essere prevalentemente di tipo commerciale, all’interno di un giro d’affari comune e di un probabile mutuo interscambio di rappresentazioni, pratiche e nicchie di pubblico. D’altro canto, il grande mercato del porno ha da sempre saputo “contenere” al proprio interno concezioni sessuali devianti o individualità particolari.
Le pratiche di inclusione dell’industria e la spietatezza dell’economia pornografica hanno dunque già fatto pienamente i conti con l’alt porn: da una parte, utilizzando la sua retorica formale e le sue determinazioni estetiche per raggiungere quella categoria di utenti che, per varie ragioni, non sarebbero mai stati attratti dai corpi anabolizzati dei performer porno tradizionali; dall’altra, cercando di marginalizzare le imprese più piccole e indipendenti, proprio grazie all’estensione del controllo anche sul mercato subculturale”.

Si va verso l’inglobamento nel mainstream. Non so se basterà il crowfounding per sostenere l’indipendenza degli operatori. Resta un grosso limite di tutte queste operazioni. Alla fine tutto rientra in logiche di produzione e di business, più o meno grandi, più o meno di nicchia. Non si può generalizzare, ma onestamente non possiamo chiudere gli occhi e non dare una lettura critica di questi prodotti.

Qui una guida al porno indipendente pubblicata su Intersezioni.

To be continued


15 responses to “Espansioni del porno

  1. Paolo ha detto:

    ripeto che anche i romanzi di saramago nel momento in cui sono in vendita nelle librerie fanno parte di un mercato più o meno di nicchia vale per i romanzi non vedo perchè il porno dovrebbe fare eccezione. Tu vedi questo come il Male, io no. poi che il porno non sia il modo migliore di fare educazione sessuale concordo
    Comunque il porno si differenzia dalle scene di sesso anche esplicito che vediamo al cinema proprio perchè l’atto sessuale non è simulato o comunque c’è la prova visiva che non stanno simulando

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    • simonasforza ha detto:

      Non stanno simulando? Questo è tutto da dimostrare. Poi la sessualità va oltre l’atto in sé. Io non vedo “il Male nel porno”. Mi sembra che l’analisi che sto portando avanti, sia volta a fare un po’ di chiarezza sul tema. Nessuna accusa o crociata, riporto i fatti e ognuno poi è libero di formarsi una propria opinione. Io come al solito riporto la mia.

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      • Paolo ha detto:

        no, vedi il Male nel mercato, ma nel momento in cui tu fai un’opera e metti questa opera disponibile alla fruizione del pubblico e ovviamente hai necessità di attirare l’attenzione del pubblico (o di un segmento di pubblico) sulla tua opera (e su di te, perchè no?) non puoi prescindere dal mercato anche quando non fai pagare nulla, perchè anche nel caso in cui non devi persuadere gli altri a spendere il loro denaro per la tua opera devi comunque persuaderli a spendere il loro tempo

        non so,la definizione di porno più convincente che ho trovato è “fiction che incorpora il reale dell’atto sessuale e che è totalmente incentrata su di esso” intendendo con reale l’atto sessuale non simulato e che “si vede” che non è simulato.
        Altrimenti dovremmo concludere che non c’è differenza tra un porno e una qualsiasi scena di sesso del Trono di Spade o di una soap invece c’è.

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        • simonasforza ha detto:

          Sì, in effetti non mi piace quando si strumentalizza il femminismo o si fanno discorsi “etici” per vendere qualcosa. Sì, il mercato deforma anche le buone intenzioni. Sarebbe meglio ammettere che si tratta di vendere un prodotto per un nuovo pubblico.

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      • Paolo ha detto:

        quindi dici che pure gli sceneggiatori di Thelma & Louise o di North County-storia di Josey hanno strumentalizzato il femminismo per venere il loro film? Per me nel caso di fumetti, film e telefilm, si tratta comunque di opere d’arte, non di meri “prodotti”

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        • simonasforza ha detto:

          Quando si tratta di prodotti in vendita, ogni messaggio è adoperato per lo scopo. Poi nulla toglie che certi prodotti artistici servano anche ad aprire un dibattito serio sui temi affrontati. Ma a questo punto un prodotto porno non può essere definito anticapitalistico, perché accetta le regole del mercato.

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    • IDA ha detto:

      Paolo, non facciamo confusione, il mercato non è un bene ne un male ,dal momento che è neutro. Il mercato è il punto d’incontro tra la domanda e l’offerta. Basta, non è niente altro. Il male assoluto non è il mercato, ma il capitalismo, che è totalizzante, che non da opzioni, trasforma tutto in merce per controllare e farne profitto. Si basa sullo sfruttamento sistematico delle persone. Le persone, l’individui hanno valore solo se sono merce.
      Quello che distingue la pornografia dall’erotismo è il sessismo. La simulazione non c’entra nulla, dal momento che anche la pornografia è simulata. È l’immagine grottesca dell’atto sessuale, una sua rappresentazione non la realtà.

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    • IDA ha detto:

      La pornografia è grottesca, non l’atto sessuale.. la rappresentazione. L’atto sessuale in se, non è mai pornografico ne rappresentarlo, ma come lo si rappresenta.

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  2. Paolo ha detto:

    i film comunque non suggeriscono i desideri, raccontano l’umano, e quindi anche il desiderio compresi alcuni che magari a noi non piacciono

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