Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Mamme da spot

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Ce ne sono tanti di spot che hanno come tema la maternità, la cura dei figli, e alcuni sono veramente da far accapponare la pelle. Da qualche giorno devo sorbirmi l’ultimo spot della Mellin, quello della mamma di Amélie, per capirci (qui lo spot, se volete farvi un’idea). Più lo vedo, più mi convinco che c’è qualcosa che non va, forse più di una cosa che non va. Per carità, non mi preme entrare nei meandri della disputa allattamento naturale o artificiale, io ho avuto entrambe le esperienze, ma sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. Lasciateci scegliere come meglio crediamo!

In questo spot della Mellin, mi ha destato un po’ di sconforto la frase: “diventi mamma dal primo momento in cui lo scopri”. Ci rendiamo conto? No, no, non è assolutamente così, non lo diventi allora e potresti in teoria non diventarlo mai, se non lo desideri in quel momento o in futuro. Nessuno può importi un ruolo. Nessuno davvero. Nessuno può affermare che diventi madre dal momento in cui fai il test di gravidanza e questo risulta positivo. Mi sembra un messaggio pericoloso. Poi c’è il solito “istinto di mamma” che dovrebbe portarti sempre a fare le scelte giuste, come quella di comprare un barattolino blu di latte in polvere “per trovare la tranquillità”. Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori.

Siamo alla fantascienza della maternità e dell’essere donna. Di questo passo, avremo buttato alle ortiche decenni di riflessioni e di prese di coscienza. Soprattutto, avremo ricreato quel mito della donna=mamma, perfetta e sempre pronta, paziente e senza limiti, da cui dovremmo aver preso le distanze da un pezzo. Invece ecco che cercano di strizzarci dentro un ruolo, dentro un immaginario perfetto, monoliticamente declinato al femminile, unica figura sacrificale.

Faccio troppo poco? Sono poco paziente? C’è chi fa più e meglio di me? Me ne frego, faccio quel che posso e che mi sento di fare. Non sono un’automa o una schiava. Chi ha fiato solo per criticare noi donne è pregato di tacere!!! Anche perché, di solito, in questi quadretti familiari, il padre sta sempre ben lontano dal biberon ed è sempre mammina e solo mammina a occuparsi del pargolo. Quando riusciremo a demolire questo modello di rappresentazione di cura???

Ringrazio Narrazioni Differenti per questo post, che tocca, tra gli altri, anche il tema dell’allattamento, in relazione al prossimo Expo.

24 commenti »

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