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Oggi desidero proporvi un articolo, pubblicato a ottobre in Italia su Internazionale. L’autrice è Lydia Cacho, una giornalista messicana, autrice de I demoni dell’Eden. Il potere che protegge la pornografia infantile (Fandango Libri, 2014).

 

Dal 1993 il Messico include i “servizi sessuali” nel suo Sistema contabile nazionale (Scn), che è usato anche per determinare il prodotto interno lordo del paese. Secondo questi dati, i servizi sessuali calcolati corrispondono solo allo 0,5 per cento del pil. Ma come possiamo essere sicuri che questa cifra non comprenda le vittime della tratta di esseri umani? Viviamo all’interno di un doppio discorso, con l’Scn che calcola il contributo dei servizi sessuali all’economia formale e i politici messicani che da una parte vogliono perpetuare un modello di famiglia tradizionale e dall’altro se la spassano organizzando orge private durante le riunioni di lavoro. Chi lavora nell’industria del sesso a pagamento ha dei diritti civili che devono essere rispettati, questo è indiscutibile. Ma chi è convinto che la tratta di esseri umani scomparirà con la legalizzazione dei servizi sessuali si sbaglia di grosso.
Certo, è possibile considerare i servizi sessuali un’attività lecita in cui il corpo è uno strumento di lavoro, e sostenere che chi esercita quest’attività deve pagare le tasse, dev’essere tutelato e non dev’essere perseguito dalla giustizia. Ma questo punto di vista non tiene conto dei meccanismi culturali ed economici che reggono questa industria. C’è chi sostiene che nel capitalismo tutto è soggetto a un certo grado di schiavitù, di sessismo e di classismo, per cui nessuno dovrebbe pretendere che la prostituzione ne sia del tutto esente. Ma sono proprio lo squilibrio di potere, l’androcentrismo e lo sfruttamento di un modo di pensare che mercifica le donne invece del desiderio erotico a permettere a quest’industria di fatturare più di quindici miliardi di dollari all’anno.

È un’illusione credere che la piena legalizzazione del sesso a pagamento porterà la società a non discriminare chi si dedica a quest’attività. Ci sono preconcetti culturali radicati nella discriminazione di genere che sono estremamente difficili da eliminare dal discorso pubblico. D’altro canto, l’industria del sesso a pagamento vive e si rafforza grazie al perpetuarsi del maschilismo e al tabù del proibito, e presenta la sessualità come una fantasia basata sulla trasgressione.

L’industria del sesso non avrebbe un giro d’affari di miliardi di dollari se non rappresentasse una sfida alla morale pubblica entrare in un sexy shop dove un vibratore costa cento dollari e i film più venduti giocano con l’idea del proibito. Le barely teens, ragazzine protagoniste di orge con uomini adulti, l’hard sex, un’espressione usata dall’industria del sesso per celebrare lo stupro, o il sadomasochismo bondage che spaccia l’idea che la violenza intesa come un gioco con delle regole precise sia il miglior modo per mantenere la passione in una coppia: sono queste le cose che rendono di più dopo la prostituzione vera e propria nei locali notturni.

Il fatto è che, con la diffusione della pornografia gratuita e la rottura dei limiti della trasgressione su internet, chi vuole farsi pagare va in cerca di nuovi mercati nel porno adolescente (con attrici che hanno appena compiuto diciotto anni ma che ne dimostrano quattordici o quindici). L’industria del sesso a pagamento riproduce la cultura tradizionale, ma crea anche nuovi paradigmi di comportamento erotico.

Ecco perché è impossibile discutere della legalizzazione dei servizi sessuali senza parlare dei club, dei bordelli e della pornografia che sono sempre stati canali di riciclaggio del denaro sporco per le mafie e gli imprenditori corrotti. Insomma: se i servizi sessuali rientrano nel calcolo del pil, bisognerebbe smettere di affrontarne solo alcuni aspetti e rendere più trasparente tutto il settore. Ma questo è quasi impossibile, perché a muovere l’industria del sesso è anche l’opacità e perché il proibizionismo aumenta le vendite.

Le organizzazioni internazionali dei servizi sessuali e l’industria del sesso sostengono che le critiche sono frutto di una morale religiosa limitata e sessuofoba che nega i loro diritti civili. Il paradosso è che non vogliono uscire davvero alla luce e diventare del tutto legali, ma pretendono che lo facciano le donne, e solo in parte. È proprio questa la trappola dietro cui si nasconde il potere dei trafficanti di esseri umani.

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