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Man Ray – Venus restaurée – 1936-71

Man Ray – Venus restaurée

In questi ultimi giorni sto leggendo numerosi commenti sul parto, sull’episiotomia e su come a volte non si tiene in considerazione la donna e non la si renda partecipe del momento (qui un post dal blog Le Amazzoni Furiose). Non parlerò di aspetti medici, non sono un medico e non entro nelle valutazioni di ciascun medico. Sul Web ci sono documenti a sufficienza per farsi un’opinione. Vi segnalo questa inchiesta de La Repubblica.
Quello che desidero fare è raccontarvi la mia esperienza, una tra le tantissime, ognuna diversissima dalle altre, ognuna può dare il suo contributo, ma è sempre e soltanto una storia. Il parto di per sé non è una passeggiata di salute, è faticoso, un momento speciale, unico, ma anche molto delicato. Altrimenti non ci sarebbero state così tante complicazioni e morti nei secoli. Oggi, nei Paesi medicalmente evoluti, non ce ne ricordiamo più, ma il parto, ripeto, è tuttora una fase delicatissima e piena di incognite.
Ogni esperienza è a sé, sono tanti, troppi i fattori coinvolti per poter fare paragoni.

Io sono nata con un cesareo e probabilmente non sarei qui senza di esso. Ma questa è la storia che mi ha portato a nascere.

Ora passo a quella che ha portato alla nascita di mia figlia.

Mi si sono rotte le acque a mezzanotte. Nella mia immaginazione da primipara, pensavo che la cosa si sarebbe risolta in una mezza giornata. Arrivo in ospedale, controlli vari, zero dilatazione, contrazioni deboli. Vengo invitata ad attendere. Mi trovano un posto letto solo la mattina successiva, prima barella. Non dormo, aspettando le contrazioni, ma anche ascoltando le urla delle partorienti.
Mattina. Nessun segnale di contrazioni significative o dilatazione. La prassi medica prevede una attesa di 24 ore prima che avvenga l’induzione artificiale del parto (con il gel prostaglandinico o la flebo di ossitocina, più varie ed eventuali). Aspetto. In stanza con me c’è una donna che attende l’induzione da prima di me, ha rotto le acque circa una mezza giornata prima di me. Anche lei primipara. Premetto che siamo in un ospedale pubblico, con un settore a pagamento per chi desidera un trattamento di categoria “superiore”. Ma noi siamo nel settore pubblico. Siamo un po’ abbandonate a noi stesse, monitorate, ma nessuno ci viene a parlare e nessuno ci spiega più di tanto. Non c’è altro che aspettare ed entrambe siamo fiduciose. Il motivo di questo “abbandono” è il numero dei cesarei programmati per quel giorno, che si susseguono ininterrottamente. Si parla di 9 cesarei programmati, che si cumulano a quelli naturali e ai cesarei d’urgenza. Noi siamo ancora nella fase iniziale, per cui possiamo attendere. Intanto, alla mia compagna di stanza iniziano a iniettare gel. La sera, ancora nessun segno. Sono passate per lei più di 24 ore. Lei richiede un medico che la venga a visitare. Sì, perché devi farti sentire, a volte, per essere considerata. Se stai in silenzio e aspetti, seguono semplicemente i protocolli e non ti spiegano niente. Ma questo dipende dall’ospedale, dal personale che incontri e da tanti altri fattori, incluso la giornata. Insomma, tutto molto casuale. Alla fine, lei firma, sotto sua responsabilità, per un cesareo. Mi diranno poi che una buona percentuale delle induzioni si risolve in un cesareo. Non sempre l’induzione funziona. La discussione tra questa povera mamma e il medico, è stata dolorosa, anche perché io stavo vivendo la stessa cosa. Le sue paure e le sue domande erano anche le mie. Probabilmente alcuni sottovalutano l’importanza degli aspetti emotivi e di un trattamento umano e solidale in certi frangenti. Quanto meno spiegateci cosa sta accadendo. Prendersi cura di un/a paziente non è semplicemente seguire un protocollo o guardare le tabelle annuali da rispettare, che ti prescrivono un tot numero di cesarei o di altre pratiche mediche. C’è stato un netto tentativo da parte del medico di convincere la donna a non fare il cesareo, nonostante l’evidente stanchezza della donna e i tempi che si erano allungati a dismisura. La mia compagna di stanza cercava di avere delle risposte, un aiuto, ma le venivano solo prospettati gli aspetti più negativi del cesareo. La mattina successiva le faranno il cesareo, con risultati pessimi. Ha rischiato grosso e anche il bambino. Non so cosa sia successo nei dettagli medici, ma io ho assistito a un vero e proprio rimprovero, condito da minacce nei confronti della partoriente. Le hanno descritto l’operazione, con dovizia di particolari, prospettandole solo il peggio. La scelta della donna, è vero, spesso non è contemplata. Così come quando liquidano la tua sofferenza, con la frase “signora, lei ha una soglia del dolore molto bassa”. Sarà anche bassa, ma è la mia e tu medico mi devi aiutare, non sto inventando niente e tu non puoi sapere come sto. Quel sorrisetto sardonico del medico e la frase, firmi il modulo, ha scelto il cesareo e si renderà conto… non la dimenticherò mai.
Io chiedo informazioni in merito alla mia situazione, mi viene risposto, “non vorrà anche lei un cesareo?”
A mezzanotte chiedo e ottengo l’induzione con gel. Naturalmente, se mi fossi stata zitta, sarebbe giunta la mattina senza che nessuno mi degnasse di considerazione. Passo la notte fino alle 3 ad ascoltare i parti altrui, o meglio le urla. Alle 3 iniziano le contrazioni, sono in stanza al buio, chiamo, mi arriva solo una gentilissima donna para-medico che cerca di aiutarmi, quanto meno ho avuto un sostegno morale. Nessun medico. Dovevo stare buona e aspettare in silenzio, al buio, con le doglie. Arrivo faticosamente alla mattina. Dilatazione poca. Non avevo dormito per niente. Chiedo e ottengo l’epidurale, che mi viene “concessa” per riposarmi un po’ in vista del parto. L’anestesista borbotta un po’ perché non trova spazio a sufficienza per inserirmi il sondino: “Colpa della mia colonna vertebrale”. Alla fine ci riesce. È una scelta che ho compiuto sul momento, ero spossata e nessuno riusciva a dirmi quanto tempo avrei impiegato per partorire. Qualcuno finalmente mi ascoltò e si rese conto che senza forze e senza sonno non avrei avuto l’energia per il parto. Nella fase finale del parto l’effetto dell’epidurale non si sarebbe più sentito, ma mi è servito per riprendere le forze per un paio d’ore prima della fase espulsiva. Mi riprendo, per modo di dire. Arrivo anche alle iniezioni di ossitocina. Inizia immediatamente la fase finale, ci metto un’oretta per la fase espulsiva. Ma per me dura molto meno, il tempo per fortuna vola. Ho urlato un paio di volte, ma poi dietro consiglio dell’ostetrica, mi sono resa conto di quanto fosse meglio investire fiato ed energie nella spinta e in una respirazione adeguata. Mi sono concentrata sulle voci della mia ostetrica e di mio marito, indispensabili e preziose. Non ringrazierò mai abbastanza la mia ostetrica, che mi parlava della sua Argentina, per distrarmi. Mi hanno praticato l’episiotomia (l’ostetrica, non un medico), senza chiedermelo, ma mi sono fidata e in quel momento non ero molto lucida, non sarei stata in grado di prendere decisioni. Ho cercato durante la gravidanza di fare esercizi per aumentare l’elasticità del pavimento pelvico, di mettere creme ecc. A me non son serviti, ma ritengo che sia una questione personale, soggettiva. Ad altre può servire, ma ripeto ogni donna e ogni parto parlano per sé. Non si possono fare paragoni. L’episiotomia non mi ha causato problemi seri, magari tra qualche anno soffrirò di incontinenza, non posso saperlo. In una settimana non sentivo più i dolori dei punti (che si assorbono da soli e non è necessario che qualcuno te li tolga). Quando mi hanno messo i punti (un infermiere) non me ne accorgevo perché ero troppo emozionata e impegnata a guardare il visino della mia piccola. Ho avuto altri dolori, come quelli causati dallo sforzo di un parto supino “tradizionale” o dal seno “congestionato” e dolorante per le ragadi. Ognuna ha i suoi dolori, i suoi problemi. Ognuna ha le sue esperienze da raccontare. L’unica cosa che chiedo è: ascoltate di più le donne. Se lamentiamo un dolore, ascoltateci, aiutateci, non dateci “delle matte”, non diteci che siamo ipersensibili. Parlateci di più e ascoltate seriamente ciò che abbiamo da dirvi. Se vi poniamo delle domande, dateci delle risposte, ci aiuteranno a capire. Questo agevolerebbe anche il lavoro dei medici.

2 commenti »

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