Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Crescere a Pornland


Grazie alla segnalazione di una amica e alla pagina “Nordic Model Now”, ho recuperato questo articolo del 2016 di Melinda Tankard Reist, scrittrice, speaker, co-fondatrice di Collective Shout, co-curatrice del saggio Big Porn Inc: Exposing the harms of the global porn industry.

Ho pensato di tornare su questi temi di cui mi ero occupata qualche anno fa (qui), cogliendo lo spunto di questo articolo e traducendolo.

Siamo in Australia, ma le evidenze possono valere anche per l’Italia, magari comparandole con il lavoro di Patrizia Romito, Daniela Paci e Lucia Beltramini.

“Accanto alla svalutazione del corpo femminile legata all’offerta di prestazioni sessuali a pagamento, i ragazzi hanno descritto un’ancora più diffusa forma di svalorizzazione della persona, ovvero l’uso sistematico dei mezzi di comunicazione di massa come veicoli di materiale pornografico, spesso materiale pornografico auto-prodotto” (pag. 73)

(…) Ragazze nude, ragazze in pose pornografiche, ammiccanti, seduttive, come se questa fosse l’unica arma a loro disposizione per ottenere la tanto sperata visibilità e l’accettazione da parte di un mondo maschile che le vuole così, merce di scambio sui telefonini o su internet.” (…) Alla richiesta del perché le ragazze siano disposte a una simile svalorizzazione del proprio corpo, maschi e femmine sono concordi nell’attribuire la colpa alle ragazze stesse e al loro incessante desiderio di essere viste, apprezzate, accettate.” (pag. 74)

Spesso c’è consapevolezza della pericolosità di simili comportamenti, ma “se qualche filmato finisce on-line, peggio per loro.”

Traspare una diffusione massiva di modelli disfunzionali “nei quali sesso, violenza, pornografia si intrecciano gli uni agli altri.” (pag. 75) Rivivono stereotipi sessuali con una sorta di “ritradizionalizzazione” dei ruoli sessuali, raccontati dai ragazzi. E preoccupa come questo materiale pornografico spesso sia il loro unico e primario modello di riferimento sessuale alle prime esperienze.

“Il materiale pornografico a disposizione di giovani e giovanissimi presenta quindi violenza, dominazione, dolore, immagini della donna come oggetto da usare, ferire e poi gettare. Ma come reagiscono i ragazzi di fronte a tutto ciò?” (pag. 77)

Ridono, si divertono a vedere film in cui le donne vengono picchiate. Tra una risata e l’altra si afferma e si consolida la cultura della violenza e dello stupro, di una sessualità maschile che tutto può e a cui tutto si deve.

Ritornando allo studio australiano…

“[Voglio] una migliore educazione riguardo al sesso per ragazzi e ragazze [e] informazioni sulla pornografia e il modo in cui influenza le pratiche sessuali dannose”.

Queste sono le parole di Lucy, 15 anni, una delle 600 giovani donne e ragazze australiane che hanno partecipato a un sondaggio commissionato da Plan Australia e Our Watch. L’indagine, condotta da Ipsos, ha raccolto le risposte delle ragazze e delle giovani donne di età compresa tra 15 e 19 anni in tutti gli stati e territori.

Nel report del sondaggio, intitolato Don’t send me that pic (Non mandarmi quella foto), i partecipanti hanno riferito che l’abuso e le molestie sessuali online erano endemiche. Oltre l’80% ha dichiarato che è inaccettabile che i fidanzati richiedano immagini di nudo.

Il bullismo e le molestie sessuali fanno parte della vita quotidiana di molte ragazze. I giovani parlano sempre più di come queste pratiche abbiano legami con la pornografia – e così dovrebbero, perché hanno molto da perdere.

La pornografia sta modellando e condizionando i comportamenti e le attitudini sessuali dei ragazzi, e le ragazze vengono lasciate senza gli strumenti per affrontare questi ragazzi saturi di pornografia.

Il mio impegno con le giovani donne negli ultimi anni nelle scuole di tutta l’Australia, conferma che stiamo conducendo un “esperimento pornografico” sui giovani – un attacco al loro sano sviluppo sessuale.

Se ci sono ancora dubbi sul fatto che il porno abbia un impatto sull’atteggiamento e sui comportamenti sessuali dei giovani, forse è il momento di ascoltare i giovani stessi. Ragazze e giovani donne descrivono ragazzi che fanno pressioni per ottenere atti ispirati al porno che consumano abitualmente. Le ragazze raccontano come da loro ci si aspetti che sopportino cose che non gli piacciono.

Alcuni vedono il sesso solo in termini di prestazioni, dove ciò che conta di più è il ragazzo che si diverte. Ho chiesto a una quindicenne della sua prima esperienza sessuale. Lei mi ha risposto: “Penso che il mio corpo sia sembrato OK, sembrava goderselo”. Molte ragazze sembrano tagliate fuori dal loro stesso senso di piacere o intimità. Che piaccia “a lui” è la cosa più importante. Le ragazze e le giovani donne sono sottoposte a molte pressioni per dare ai ragazzi e agli uomini quello che vogliono, ovvero adottare ruoli e comportamenti pornografici, essendo il loro corpo semplicemente un “ausilio” sessuale. Crescendo in un paesaggio pornizzato, le ragazze si abituano a impersonare (si percepiscono come) “stazioni di servizio” per la gratificazione e il piacere maschile.

Abbiamo chiesto: “Da cosa capisci che piaci a un ragazzo?”, una studentessa dell’8° anno ha risposto: “Vuole ancora parlarti dopo che lo hai succhiato”. Uno studente di scuola superiore ha detto a una ragazza: “Se succhi il mio cazzo ti darò un bacio”. Ci si aspetta che le ragazze forniscano atti sessuali come segni di affetto. Una quindicenne mi ha detto che non le piaceva affatto il sesso, ma che farlo rapidamente era l’unico modo affinché il suo fidanzato si calmasse e guardasse un film con lei.

Sto incontrando sempre più ragazze del 7° anno che cercano aiuto su cosa fare per le richieste di immagini di nudo. Ricevere la richiesta “mandami una foto delle tue tette” è un evento quasi quotidiano per molte. “Come posso dire “no” senza ferire i suoi sentimenti”? chiedono le ragazze.

Come riportato dal report Plan Australia/Our Watch, le ragazze sono stanche di essere sotto pressione per via delle immagini che non vogliono inviare, ma sembrano rassegnate a quanto normale sia diventata la pratica. I ragazzi usano le immagini come una forma di valuta, da scambiare e condividere e da usare per umiliare le ragazze pubblicamente.

Le ragazze del 7° anno mi fanno domande su bondage e S & M. Molti di loro hanno visto 50 Shades of Grey (che è stato pubblicato il giorno di San Valentino). Chiedono, “se vuole picchiarmi, legarmi e perseguitarmi, vuol dire che mi ama?” Le ragazze sopportano comportamenti umilianti e irrispettosi, e quindi interiorizzano i messaggi pornografici nel loro ruolo sottomesso.

Incontro ragazze che descrivono di essere tentate nel cortile della scuola, ragazze regolarmente molestate a scuola o sullo scuolabus mentre tornano a casa. Mi dicono che i ragazzi si comportano come se avessero diritto al corpo delle ragazze. I difensori del porno spesso dicono che fornisce educazione sessuale. E lo fa: insegna anche ai ragazzi molto giovani che le donne e le ragazze sono sempre disponibili, pronte. “No” significa in realtà “sì”, o “prova a convincermi”.

Le ragazze riportano alcuni fatti: di essere classificate a scuola sulla base dei loro corpi e di come a volte i ragazzi facciano paragoni con i corpi delle pornostar. Sanno che non possono competere, ma ciò non impedisce loro di pensare che debbano farlo. Le richieste di labioplastica sono triplicate in poco più di un decennio tra le giovani donne di età compresa tra i 15 ei 24 anni. Le ragazze che non si sottopongono alla ceretta “brasiliana” di ispirazione pornografica sono spesso considerate brutte o non curate (dai ragazzi così come dalle altre ragazze).

Alcune ragazze subiscono lesioni fisiche da atti sessuali di ispirazione pornografica, compreso il sesso anale. Il direttore di un centro di violenza domestica sulla Gold Coast mi ha scritto un paio di anni fa a proposito dell’aumento delle lesioni legate al porno a ragazze di 14 anni e più, da atti che includono torture:

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a un enorme incremento di casi di stupro da parte di un partner ai danni di donne dai 14 agli 80 anni. Il più rilevante comun denominatore è il consumo di pornografia da parte del reo.

Con i sex offenders che non sono in grado di distinguere tra fantasia e realtà, pensano che le donne credenti siano “disponibili” 24 ore su 24, seguendo il mito che “no significa sì e sì significa anale”, ignari dei danni causati e senza mai considerare il consenso. Abbiamo visto un enorme aumento della privazione della libertà, lesioni fisiche, torture, droghe, riprese e condivisione di filmati senza consenso “.

L’Australian Psychological Society ritiene che i ragazzi adolescenti siano responsabili di circa il 20% degli stupri di donne adulte e tra il 30% e il 50% di tutte le violenze sessuali riferite ai bambini. Proprio la scorsa settimana, la professoressa Freda Briggs ha sostenuto che la pornografia online sta trasformando i bambini in imitatori di predatori sessuali – riproducendo su altri bambini quello che vedono nel porno.

Secondo un articolo del 2012 “The Impact of Internet Pornography on Adolescents” (L’impatto della pornografia online sugli adolescenti) ha rilevato come il consumo di pornografia su Internet fosse legato ai cambiamenti attitudinali, compresa l’accettazione della dominanza maschile e della sottomissione femminile come paradigma sessuale primario, con le donne viste come “giocattoli sessuali desiderosi per soddisfare i desideri sessuali maschili “. Gli autori hanno scoperto che “gli adolescenti che sono intenzionalmente esposti a materiale sessualmente esplicito violento avevano sei volte più probabilità di essere sessualmente aggressivi di quelli che non vi erano stati esposti”.

Ho chiesto alle ragazze quali messaggi avrebbero voluto che trasmettessi ai ragazzi. Finora, questi messaggi sono stati: “Smettila di dirci che siamo bagnate, “Smetti di commentare i nostri corpi”, “Smetti di chiedere immagini”, “Le battute sugli stupri non sono mai divertenti” e “Il sesso prima dell’età del consenso è illegale”.

La proliferazione e la globalizzazione di immagini ipersessualizzate e di temi pornografici rende quasi impossibile l’esplorazione sessuale sana. La conquista e il dominio sessuale non sono contemperate dai limiti di rispetto, intimità e autentica connessione umana. I giovani non si stanno preparando sull’intimità, l’amicizia e l’amore, ma sulla crudeltà e l’umiliazione. Come rileva un recente studio:

“La pornografia mainstream online si basa in modo schiacciante su atti di violenza e degradazione nei confronti delle donne, i comportamenti sessuali esemplificati nella pornografia si allontanano dall’intimità e dalla tenerezza e caratterizzano le costruzioni patriarcali della mascolinità e della femminilità”.

È l’intimità e la tenerezza che tante ragazze e giovani donne dicono di cercare. Una giovane donna mi ha raccontato che nei siti di appuntamenti lei scrive alla voce “feticcio” che “vuole fissare ardentemente gli occhi di qualcuno e fare sesso lento”. Ha detto che inserendo questo dettaglio nella categoria “fetish”, si garantiva una maggiore visibilità.

Ma in che modo le giovani donne potranno trovare queste esperienze sensuali, “a fuoco lento”, negli uomini indottrinati dalla pornografia? Lo psicologo Philip Zimbardo sostiene a proposito di giovani uomini: “Non conoscono il linguaggio del contatto faccia a faccia … L’eccitazione costante, il cambiamento, l’eccitazione della novità, li rendono fuori sincrono con relazioni a sviluppo lento – relazioni che si costruiscono lentamente”.

È sbagliato lasciare la formazione sessuale nelle mani dell’industria del sesso globale. Dobbiamo fare di più per aiutare i giovani a confrontarsi con le nozioni distorte di sessualità trasmesse dalla pornografia.

Fortunatamente, gli effetti negativi dell’esperimento pornografico su relazioni e sessualità sono stati evidenziati e sottolineati esplicitamente. Il mese scorso è stato organizzato presso l’UNSW un primo simposio in Australia per la questione ,davanti a una folta platea, e un’attuale inchiesta del Senato sta raccogliendo prove degli effetti nocivi distorti del porno sui nostri giovani.

Soprattutto, sono i giovani stessi che chiedono il cambiamento. Josie, 18 anni, è citata nel report Plan Australia/Our Watch:

“Abbiamo bisogno di maggiori controlli e restrizioni in merito la pornografia violenta, che è attualmente accessibile a ragazzi e uomini. Questa pornografia violenta dovrebbe essere illegale da realizzare o da visualizzare in Australia, dato che abbiamo innegabilmente un problema con la violenza e i ragazzi stanno guardando un sacco di pornografia che può essere molto violenta … Questo sta influenzando l’atteggiamento degli uomini verso le donne e su ciò che ritengono sia accettabile. La pornografia violenta si sta infiltrando nelle relazioni australiane.”

Su questo blog ho cercato di esplorare in più articoli il mondo della pornografia, se volete ne trovate traccia. Non vorrei che si parlasse di moralismo o di atteggiamento bigotto. Semplicemente, mi piacerebbe che si guardassero in faccia gli effetti di una esposizione a simili prodotti e magari si avviasse una riflessione su questi aspetti, a partire dalla percezione che hanno i giovani. Nel mio girovagare nelle scuole mi piacerebbe trovare più collaborazione e più apertura da parte della classe insegnanti, per poter esplorare questi temi assieme a quello sulla percezione delle forme di violenza, senza zavorre che sminuiscono questo lavoro. Perché è il momento di ascoltare i giovani e di dare loro la possibilità di smontare e decostruire modelli nocivi.

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Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET…

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The Feminist Porn Book

Jean Auguste Dominique Ingres, Roger Freeing Angelica,1819, Louvre, Paris

Jean Auguste Dominique Ingres, Roger Freeing Angelica,1819, Louvre, Paris

Il 2013 segna la pubblicazione del Feminist Porn Book (focalizzato sulla realtà USA), che cerca di formalizzare una sorta di vademecum di questo genere di filmografia, descrivendo cosa lo renda diverso dalle altre forme di pornografia, “helping to place it within contemporary media landscapes and social contexts as a genre, as a market sector, and as a political position”, come scrive Giovanna Maina (Giovanna Maina, 2014, After The Feminist Porn Book: further questions about feminist porn, Porn Studies, 1:1-2, 182-185, DOI: 10.1080/17503132.2014.888248). Tentativi di codificare questo genere erano stati fatti anche in anni precedenti, ma questo è il primo lavoro completamente dedicato al porno femminista, utile a tratteggiare un’istantanea del fenomeno. I perni del porno femminista sono l’autenticità e il realismo, l’uso di corpi, di generi e di sessualità “non standard”, il consenso e la libertà di azione degli attori (di essere se stessi), e infine l’”industry within an industry” (Penley et al., 2013), caratterizzata da una modalità di produzione equa e solidale e sostenibile.
Sospettavo che ci fosse di mezzo il termine fair-trade..
L’autenticità. Sembra un fattore molto importante per gli interpreti di questo tipo di produzioni. L’obiettivo è superare gli stereotipi e il sapore di falso del mainstream.

Smith e Attwood (2013) ci ricordano come sia da distinguere tra: ‘authentic sex’ and ‘porn sex’.

Riprendo dallo studio di Giovanna Maina, pag. 183:

“In anti-porn understandings, authenticity is deeply connected to an idea of sex as something ‘healthy’, ‘caring’, ‘private’, ‘responsible’, ‘loving’, emotionally ‘special’ and even ‘sacred’ (2013, 51), as opposed to the commodification and emotional distance supposedly inherent in pornography”.

C’è un solco, una distanza tra ciò che dovrebbe rappresentare il sesso nella realtà e il messaggio veicolato da un prodotto commerciale, anche se con il marchio “femminista”.
Madison Young, produttrice di porno femminista, definisce il senso della parola “autenticità”: “individual choice, negotiation of pleasures, and celebration of difference”. In questo modo si genererebbero delle singolari forme di sessualità, di genere e di azione. Il poter essere se stessi durante le scene consentirebbe di eliminare la sensazione dell’artificiosità tipica del mainstream.
A me l’idea che non si avverta più la separazione tra fiction e realtà, un po’ mi desta qualche perplessità e preoccupazione. Soprattutto perché non tutti abbiamo le capacità critiche per distinguere emozioni reali da quelle “finte”. Il rischio è che si creino delle false aspettative nella realtà, sulla base di esperienze viste in un prodotto di fiction.
Giovanna Maina, di cui vi traduco e vi sintetizzo un pezzo, si pone alcune domande che scaturiscono dall’opposizione tra “genuine” e “staged”: “L’autenticità viene raggiunta semplicemente mostrando rispetto per la sessualità e per i generi reali dei performer, o attraverso l’uso di particolari tecniche estetiche?”, il concetto di autenticità come si lega al concetto di realismo della rappresentazione? La rappresentazione autentica, realistica, non stereotipata delle donne è funzionale anche al fatto di poter annoverare questo tipo di produzioni nell’alveo femminista. Quel che non riesco a comprendere è come ciò avvenga materialmente.
Mi fa piacere che girare film porno porti a migliorare la scoperta di sé, ma mi chiedo se ciò che dice Courtney Trouble “queen of queer porno” sia sufficiente per dire che siamo di fronte a un tipo di produzioni doc e che tutto ciò che si attribuisce il marchio di feminist porn sia tutto oro e buono:

“Courtney Trouble goes further, explaining how she found knowledge – about herself, about her sexuality and gender – in analyzing her feelings while performing for the camera, and through introductions to different and non-stereotypical sexualities and genders during her pornographic career”.

Mi chiedo anche se nello scontro tra i due macro schieramenti del porno, feminist/queer/indie/alt porn da un lato e mainstream/corporate porn dall’altro, si possa nascondere una chiave di lettura diversa. Mi chiedo se le etichette servano realmente per gli obiettivi dichiarati oppure sia semplicemente un modo per creare una fetta di mercato alternativo, una ramificazione ulteriore, capace di raccogliere nuovo pubblico, mai raggiunto sinora. Così come mi chiedo che tipo di ruolo positivo possa avere il porno, di ogni tipo, nell’educazione sessuale.
Chiudo con altri quesiti: se il porno femminista è fatto per rappresentare fantasie e desideri femminili, cosa distingue le produzioni che si autodefiniscono femministe da quelle del porno fatto per le donne? Se il porno femminista rappresenta anche le “minoranze sessuali”, in cosa si distingue dal porno queer?
Ci sono tante piccole nicchie nella galassia del porno non mainstream, tanto che risulta molto complicato capire quanto e come avvenga la differenziazione, la produzione di qualcosa di realmente diverso. Perché noi non ci accontentiamo delle parole, delle etichette rassicuranti, vorremmo che le parole avessero un uso appropriato e non siano solo veicoli di nuovi prodotti da immettere sul mercato. Anche perché, chi parla, spesso è dentro a questo tipo di produzioni e non può avere uno sguardo obiettivo su ciò che realizza.
Segnalo il progetto di Alessandra Mondin (qui) volto a indagare le reazioni del pubblico, in termini di preferenze, abitudini, e pratiche di consumo, rispetto alle nuove forme di porno sopra citate. Forse potremmo avere qualche risposta in più dai suoi risultati.
Qui un suo paper sul fair-trade porn.

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Espansioni del porno

Antonio Canova - Naiad, model 1815-1817 - National Gallery of Art, Washington D.C.

Antonio Canova – Naiad, model 1815-1817 – National Gallery of Art, Washington D.C.

 

Premetto che senza la collaborazione di Giovanna Maina, non avrei avuto le informazioni per scrivere questo post. È stata l’unica persona che ho contattato che mi ha dato dati e informazioni utilissime e la ringrazio per la sua disponibilità. Ho letto il suo e altri saggi contenuti nel testo Il porno espanso – Dal cinema ai nuovi media, Mimesis 2011. Questi studi sono importanti per cercare di capire cosa si muove veramente in un porno che si pone come “alternativo”.

“Con una buona approssimazione, si può affermare che l’amateur porn audiovisivo si sia sviluppato in concomitanza con la video-rivoluzione degli anni Ottanta. Si tratta fondamentalmente di una specifica forma pornografica “in cui persone (presunte) ordinarie originariamente si scambiano performance [sessuali] videoregistrate”. Raggiungendo la maturità e la massima diffusione con l’avvento del Web 2.0. Si è venuto a creare, cioè, una sorta di “stile” amatoriale, che contraddistingue e accomuna tipologie di prodotti anche molto diverse: dal filmato “privato” scambiato gratuitamente tra utenti attraverso i siti di condivisione, agli ibridi come il cosiddetto pro-am – dove i performer non appartengono alle corporazioni industriali del porno, ma ottengono comunque un ritorno economico (e una sorta di micro celebrità) grazie all’esibizione dei loro corpi e atti sessuali –, ai falsi amatoriali che semplicemente imitano la morfologia e le situazioni narrative dei “filmini” casalinghi impiegando attori e attrici porno, e così via.
Nella stragrande maggioranza dei casi, perciò, i prodotti classificati sotto questa etichetta non sono affatto il “frutto proibito” dell’esibizionismo di qualche sconosciuto pervertito, ma delle operazioni industriali o, al limite, “artigianali”, e spesso è molto difficile distinguere nettamente le diverse sfere.

Passiamo all’alt porn.

“Nel suo libro Naked on the Internet, Audacia Ray, nota sex blogger, porno performer ed ex sex worker, prende a prestito una definizione dell’alt porn dal vocabolario gergale online Urban Dictionary:
Alternative Pornography. Un medium (soprattutto online, ma occasionalmente anche a mezzo stampa) che consiste in un’alternativa alla pornografia mainstream; siti Web che spesso propongono delle comunità dove i membri possono comunicare con le modelle e i modelli, abbattendo le barriere e lo sfruttamento grazie all’utilizzo di performer che sono persone vere. Spesso vengono mostrati uomini e donne appartenenti a determinate subculture; questo tipo di pornografia è considerato women-friendly e sex-positive.
Le origini dell’alt porn sono fatte risalire per convenzione al 1992, anno della prima uscita di Blue Blood, un “magazine di lifestyle controculturale” che “è stato il primo a esibire massicciamente la bellezza e la sensualità dell’emergente ed eclettico underground, popolato dal goth, dal punk e dalla cyber-cultura pre-Internet”.
Blue Blood, Gothic Sluts, Barely Evil, Rubber Dollies (avvenenti ragazze in latex couture), Sweetest Drop (ragazzi tenebrosi) e numerosi altri offshoot restano manifestazioni pure di un’affiatata comunità sempre in crescita, impegnata nella scoperta e nell’espressione di sé, che mette in discussione lo status quo e, in generale, vuole cambiare le cose.

Medesima ossessione per la contiguità tra pornografia e vita. L’autenticità, l’attenzione per il reale, l’inclusione di soggetti comuni, di corpi non necessariamente “perfetti”, per rendere la finzione qualcosa di simile alla realtà, è finalizzata ad incontrare i gusti di una fetta di fruitori che chiedono questo. Mi viene in mente il principio della sospensione dell’incredulità o sospensione del dubbio (suspension of disbelief): “è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia. La frase venne coniata da Samuel Taylor Coleridge in un suo scritto del 1817. Finché si tratta di un artifizio artistico, nel cinema, nel teatro, la rappresentazione ne beneficia. Ma quando la sospensione riguarda la realtà, è più pericoloso. Gli spettatori di un porno che in qualche modo vuole riprodurre la naturalità del reale, capiscono che è fiction, ma ne apprezzano le caratteristiche “di una verità simulata”. Trovo questo aspetto molto delicato, perché comunque reale non è. Tutta la rappresentazione per quanto collezioni elementi tratti dalla realtà, sarà bene che venga avvertita come rielaborazione, come ricostruzione artistica del reale. La distanza deve esserci, altrimenti si crea una realtà parallela che distorce le proprie percezioni del reale, dei propri rapporti con gli altri nel nostro quotidiano. Il porno che descrivevo nel post “Porno & violenza” era pericoloso proprio per queste ricadute nel reale. Qui dobbiamo sempre fare attenzione. È alta la percentuale di adolescenti, nel Regno Unito come in Italia, che si formano in materia sessuale attraverso la pornografia. Diversi sono gli approcci e i tipi di visione e di utilizzo. Sono in maggioranza maschi e molti auspicano che si incrementi il numero delle fruitrici. La mia domanda è sempre la stessa: siamo sicuri che questo sia il mezzo giusto per fare esperienza, per una educazione sentimentale? Sono parametri corretti e utili? Oppure queste performance aumentano il grado di frustrazione e forniscono dei modelli irraggiungibili o che compromettono i rapporti reali e una percezione realmente “propria” dei desideri e del corpo? Io tutto questo me lo chiedo, sia che si tratti di porno mainstream, alternativo o femminista. Non sto parlando di censura in tema di porno, ma di una riflessione su come si può agevolare una libera vita sessuale e una piena consapevolezza dei propri desideri. In pratica, come posso ottenere una piena conoscenza di quelli che sono i miei desideri, senza che qualcuno me li suggerisca? Giungerci da sol*, semplicemente vivendo, senza suggeritori commerciali sarebbe forse auspicabile. O forse sono io che mi sto sbagliando.
Ci sono stili nerd applicati al porno. C’è anche il veg porn, con attori vegani, “fatto per mangiatori di piante”, un po’ new hippy, un po’ punk. C’è chi gira anche durante il ciclo mestruale, per mostrare la naturalità del flusso e abbattere il tabù del sangue mestruale. Insomma si cercano nuove frontiere, avanguardie per poter dire qualcosa di nuovo (o per ampliare semplicemente il mercato).
Traggo questi passaggi dal saggio di Maina, su Furry girl:

Nei suoi quattro siti, Furry Girl mostra dunque di avere le idee molto chiare sul proprio rapporto con la pornografia, promuovendo un’idea di porno come naturale estensione della sessualità, ponendo l’accento sulla spontaneità delle pratiche mostrate e, soprattutto, contrastando l’omologazione e la normatività del mainstream.
La stessa etica (insieme rigorosa e “anarcoide”) che informa l’esistenza lavorativa “hardcore” di Furry Girl, si rintraccia anche nel suo blog politico, Feminisnt. In questa sede, la performer in qualche modo esplicita il sottotesto ideologico del proprio operato nell’alt porn: innanzitutto, prendendo le distanze dal femminismo sex-positive, sentito scomodo come “un paio di tacchi alti della taglia sbagliata”, e dichiarando la propria insofferenza per le etichette rigide e astratte; in secondo luogo affermando la necessità di avere delle cause concrete per cui combattere, nella fattispecie la battaglia per i diritti delle sex worker. Anche qui, come nella rappresentazione pornografica, Furry Girl rivendica una fiera refrattarietà alle definizioni e alle norme in fatto di sesso e identità sessuale, così come un rapporto di consequenzialità diretta tra le proprie idee e le proprie azioni.

Si assiste a un processo in cui “l’esibizione pornografica dei corpi e delle pratiche sessuali viene inverata da processi di costruzione identitaria che si suppone avvengano comunque fuori dal porno stesso, nel sociale”.

Cruciale questo estratto da Pag. 223:

“Questa contiguità dell’alt porn con pratiche di cultura partecipativa “dal basso”” ci porta direttamente al secondo elemento cui vorrei brevemente accennare. Spesso i siti alt si collocano in una determinata area ideologica –– quando non si pongono addirittura con un atteggiamento di vera e propria ““militanza”” –– esprimendo chiaramente delle opinioni riguardo temi importanti, come il rispetto dell’individualità delle modelle o le rivendicazioni per i diritti e la dignità delle sex worker. La questione dell’’impegno sociale e politico nell’’alt porn è, in verità, piuttosto controversa. Innanzitutto perché questo tipo di coinvolgimento in problematiche apparentemente estranee al business del porno presenta vari gradi di complessità, a seconda delle diverse situazioni: si passa, infatti, dall’’attitudine genericamente women-friendly e sottoculturale di siti come SuicideGirls o BlueBlood.com, all’attivismo vegano e post sex-positive di Furry Girl, all’orgogliosa prospettiva queer di un sito come NoFauxxx (creato nel 2002 da Courtney Trouble), e così via. In secondo luogo perché, in qualsiasi modo vengano declinate le istanze politiche e comunitarie dei siti in questione, si tratta pur sempre di operazioni in larga misura commerciali, nelle quali il senso di appartenenza o la “battaglia comune” per la libertà sessuale e l’erotismo di qualità hanno in effetti un prezzo mensile, che può variare dai 9,99 dollari di NoFauxxx, ai 24,95 di Toxxxy e così via.

Vi ricordate il pezzo che ho scritto in cui si evidenziavano due macro-filoni di femminismo: femminismo come libertà individuale di scelta e femminismo come movimento di liberazione collettiva delle donne dall’oppressione patriarcale?
Ci siamo. Possiamo ascrivere parte del porno non mainstream, alcune “espansioni” del porno, le cosiddette porno sub-culture, alla prima tipologia di femminismo. Possiamo quindi interrogarci sulle conseguenze di questo tipo di approccio e sulle sue ricadute sul movimento delle donne e sulla loro liberazione. Ne ho già parlato e sapete cosa ne penso. Soprattutto sapete cosa penso a proposito della diffusione di una mentalità “individualista” che sta diventando la religione del successo di tanti.

Scrive ancora Giovanna Maina:

“L’alternativa al mainstream rappresentata dall’alt porn rischia dunque di essere prevalentemente di tipo commerciale, all’interno di un giro d’affari comune e di un probabile mutuo interscambio di rappresentazioni, pratiche e nicchie di pubblico. D’altro canto, il grande mercato del porno ha da sempre saputo “contenere” al proprio interno concezioni sessuali devianti o individualità particolari.
Le pratiche di inclusione dell’industria e la spietatezza dell’economia pornografica hanno dunque già fatto pienamente i conti con l’alt porn: da una parte, utilizzando la sua retorica formale e le sue determinazioni estetiche per raggiungere quella categoria di utenti che, per varie ragioni, non sarebbero mai stati attratti dai corpi anabolizzati dei performer porno tradizionali; dall’altra, cercando di marginalizzare le imprese più piccole e indipendenti, proprio grazie all’estensione del controllo anche sul mercato subculturale”.

Si va verso l’inglobamento nel mainstream. Non so se basterà il crowfounding per sostenere l’indipendenza degli operatori. Resta un grosso limite di tutte queste operazioni. Alla fine tutto rientra in logiche di produzione e di business, più o meno grandi, più o meno di nicchia. Non si può generalizzare, ma onestamente non possiamo chiudere gli occhi e non dare una lettura critica di questi prodotti.

Qui una guida al porno indipendente pubblicata su Intersezioni.

To be continued

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Tra spinte individualistiche e dimensione collettiva

Andrea Latina - La scelta, 2007

Andrea Latina – La scelta, 2007

 

Queste riflessioni preziose di Maria Rossi, che ci espone il contenuto della tesi di dottorato di Geneviève Szczepanik, “La mobilisation de la notion de choixdans les discours et débats féministes contemporains: une analyse de blogues féministes” (L’impiego della nozione di scelta nei discorsi e nei dibattiti femministi contemporanei: un’analisi di alcuni blog femministi), sono fondamentali per il lavoro che sto cercando di condurre sul tema del cosiddetto “porno femminista”.
Sono le premesse fondamentali che ci serviranno per ragionare successivamente. Vi consiglio questa lettura perché è importante per porre le basi per un dibattito serio e per comprendere il perimetro che sto cercando di decodificare. Si tratta di un terreno impervio e su cui è in atto un dibattito “infuocato”.
In pratica, si evidenziano due macro-filoni di femminismo: femminismo come libertà individuale di scelta e femminismo come movimento di liberazione collettiva delle donne dall’oppressione patriarcale.

Le scelte individuali sono diventate nel nostro contemporaneo autolegittimanti, indiscutibili, svincolate dal contesto, emancipatrici per eccellenza in virtù di una autodeterminazione scevra da qualsiasi “vincolo economico, politico, sociale, culturale, un’idea che si fonda sul presupposto dell’ormai acquisita uguaglianza fra gli esseri umani. Tutte le decisioni, purché frutto di accurata ponderazione, sono ritenute non solo equivalenti ed indiscutibili, ma schiettamente femministe, anche nel caso in cui comportino l’accettazione dell’ordine patriarcale, dei ruoli tradizionalmente assegnati alle donne, della subordinazione ad un uomo”.
Ci chiediamo che senso abbia a questo punto il femminismo nelle sue connotazioni di movimento di liberazione collettiva, la pratica dell’autocoscienza di gruppo, la sorellanza, la solidarietà tra donne. Come se non ci fossero barriere sociali, economiche, culturali reali da smantellare, come se ognuna dovesse lottare per sé, dotata unicamente delle sue scelte. Ognuna per sé, chi può può, chi non ci riesce è perché ha fallito nelle sue scelte (e nessuno mette in dubbio se fossero o meno libere). Chi ha la possibilità economica, sociale, culturale può godere indubbiamente di una libertà di grado più elevato. Le altre si devono arrangiare. Tutto sembra fondarsi su un individualismo totalizzante e sovrano. Si crea un solco incolmabile tra le donne perché in queste tendenze volte all’isolamento e alla decontestualizzazione delle problematiche delle donne, si perde la percezione delle reali motivazioni e delle forze in gioco, nei rapporti tra i generi, nelle relazioni sociali, nelle dinamiche e nelle disparità economiche. La donna si trova isolata, alle prese con un se stessa come unico parametro e centro di pensiero, di scelte e di universo. In una parola, viene meno la politica delle donne, sostituita da un io superior, di chiara matrice neo-liberista. Si fa strada una emancipazione e una liberazione illusoria, prêt-à-porter, consumabile e inventabile a seconda delle esigenze, si smarrisce il discorso morale, le basi filosofiche necessarie per fare un’analisi corretta, perché è sufficiente la scelta della singola donna per assicurare un marchio di qualità femminista. Così ogni operazione può rientrare nell’alveo del femminismo, dalle sex-workers, al porno. Basta essere dotati di quel marchio di libertà di scelta individuale per avere una specie di “sigillo di qualità femminista”. Comprendete che c’è una sorta di strumentalizzazione del discorso femminista, è in corso un inghiottimento/annientamento della dialettica tra le donne e tra le donne e il mondo, l’unica in grado di assicurare un ragionamento e un’analisi profonda originata dal confronto/scontro tra le diverse posizioni, che producano idee e soluzioni meditate, ponderate, innovative, rivoluzionarie. È avvenuto uno slittamento di idee e pratiche che avevano dato la spinta propulsiva al movimento delle donne. Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo. Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove. Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri. Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”,ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personale. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone. È semplice affermare che prostituirsi è bello, se è frutto di libera scelta, ma qualcuno si è interrogato a sufficienza su questa presunta libertà, da cosa viene indotta, da quali miti e da quali necessità è mossa? Oppure ce ne freghiamo e lo consideriamo emancipazione, perché partiamo dal presupposto che a questo mondo non ci siamo differenze socio-economiche e culturali che possano influire sulla libertà di scelta? Personalmente, penso che l’analisi femminista sia chiamata a un ragionamento più complesso e meno semplificante della realtà, dobbiamo dotarci di strumenti nuovi di decodifica dei fenomeni, perché quelli fornitici dal liberismo e da una società patriarcale non vanno proprio bene. Il corpo è mio, io sono mia, ma se ho bisogno di sopravvivere, ogni libertà nasce tronca. Ecco la necessità di una dimensione collettiva, che non lasci sola nessuna di noi. Se bastasse volere e scegliere di essere libere, non ci sarebbero tanti problemi e violenze a carico delle donne.

Giorgia Serughetti, prima di avventurarsi in queste affermazioni, si dovrebbe leggere i post sulla prostituzione di Resistenza Femminista, anziché fantasticare su una prostituzione mitologica, lontana dalla realtà.

Dobbiamo svegliarci dal torpore ed essere di nuovo per un movimento collettivo affinché il cambiamento sia per tutte!

“Clare Chambers nota che il concetto di scelta ha il potere di tramutare una situazione iniqua in una condizione apparentemente giusta: affermare che essa rappresenta il prodotto di una libera scelta serve a conferirle, infatti, una parvenza di giustizia. La retorica liberista della scelta può, anzi, consentire di mettere fra parentesi i concetti di disuguaglianza e di ingiustizia” (Sex, Culture, and Justice: The Limits of Choice, Pennsylvania State University Press, 2007).

“Se al concetto di scelta viene dunque conferito un carattere politico, tanto nel discorso sociale che in quello femminista, l’atto di decidere viene invece depoliticizzato, in quanto pensato come individuale, isolato dal contesto sociale e affrancato da qualsiasi forma di condizionamento. L’enfatizzazione della nozione della libertà di scelta rende ardua la comprensione dell’oppressione delle donne e delle pressioni che subiscono, sia perché non ne riesce ad individuare le basi materiali e fisiche, sia perché implica il rifiuto di un’analisi condotta in termini di rapporti sociali tra i generi.
I discorsi femministi incentrati sul concetto di scelta lasciano intendere che tutte le donne siano totalmente libere e uguali, ma implicitamente fanno riferimento soltanto a quelle delle classi sociali abbienti, economicamente, politicamente e socialmente in grado di effettuare scelte che si dispiegano entro un ampio ventaglio di possibili opzioni. In tal modo non sono soltanto le analisi relative ai rapporti tra i generi ad essere oscurate, ma anche le indagini che potrebbero chiarire la dinamica di altri rapporti sociali, nonché la loro intersezione.
Il femminismo così concepito rinuncia, in conclusione, ad ogni potenziale trasformativo e perde la propria originaria carica sovversiva.
Dal momento che, in sostanza, si astiene dalla critica al sistema patriarcale, lo si può effettivamente definire, a mio parere, ancella del patriarcato”.

 

Chiudo con Wendy Brown, citata da Cristina Morini qui:

“Per Wendy Brown, il concetto di libertà deve infatti fare i conti con una sovranità che “è turbata soprattutto da forme di potere sociale sempre più intricate, seppur diffuse” (Brown, 2012: 9). E, d’altra parte, la libertà come pratica relazionale costantemente contestualizzata e non come concetto assoluto, continua a rappresentare la più efficace misura per distinguere chi è in grado, seppure relativamente, di esercitare il controllo sulla propria vita o chi invece no, la linea che segna la linea di divisione tra coercizione e azione.

Mi piace ciò che suggerisce Cristina Morini, perché allarga l’analisi, amplia gli orizzonti, compie un processo di contestualizzazione importantissimo. Si tratta di combinare saggiamente due idee di libertà:

“La crisi distrugge ciò che eravamo ma crea anche nuovi legami tra le persone. Come vivere una vita buona, pur dentro le nostre complesse “varietà di esilio”? Essendo consapevoli dalle trappole suadenti del potere, recuperando strumenti autonomi di diagnosi, come l’autocoscienza, in cui il soggetto prenda parola senza intermediari, posizionandosi in modo conflittuale rispetto al potere e alle sue istituzioni, aiutandosi, attraverso il confronto collettivo, a sottrarre il “sintomo” (vivere) alla oggettivazione degli esperti e degli intellettuali di professione. Facendo con-vivere l’idea di libertà individuale con quella di comune. Ritrovando più che mai dentro una linea di sottrazione, di rifiuto di ruoli e funzioni assegnate nella vita e nella società, il cuore stesso della politica delle donne. Più rivoluzionario di qualsiasi promessa di rivoluzione, questa disposizione conflittuale va allargata, potentemente, dal privato al pubblico. La libertà delle donne (e degli uomini) passa da un processo di smobilitazione di questa vita, che deve, tutta, cambiare”.

Non tutta la libertà che si sbandiera, anche se luccica e acquista crediti da parte delle stesse donne, è da prendere come oro colato. Non fermiamoci alla superficie, manteniamo la mente critica e vigile. Perché non ci vendano aria fritta al posto della libertà.

 

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