Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

The Feminist Porn Book

su 24 gennaio 2015
Jean Auguste Dominique Ingres, Roger Freeing Angelica,1819, Louvre, Paris

Jean Auguste Dominique Ingres, Roger Freeing Angelica,1819, Louvre, Paris

Il 2013 segna la pubblicazione del Feminist Porn Book (focalizzato sulla realtà USA), che cerca di formalizzare una sorta di vademecum di questo genere di filmografia, descrivendo cosa lo renda diverso dalle altre forme di pornografia, “helping to place it within contemporary media landscapes and social contexts as a genre, as a market sector, and as a political position”, come scrive Giovanna Maina (Giovanna Maina, 2014, After The Feminist Porn Book: further questions about feminist porn, Porn Studies, 1:1-2, 182-185, DOI: 10.1080/17503132.2014.888248). Tentativi di codificare questo genere erano stati fatti anche in anni precedenti, ma questo è il primo lavoro completamente dedicato al porno femminista, utile a tratteggiare un’istantanea del fenomeno. I perni del porno femminista sono l’autenticità e il realismo, l’uso di corpi, di generi e di sessualità “non standard”, il consenso e la libertà di azione degli attori (di essere se stessi), e infine l’”industry within an industry” (Penley et al., 2013), caratterizzata da una modalità di produzione equa e solidale e sostenibile.
Sospettavo che ci fosse di mezzo il termine fair-trade..
L’autenticità. Sembra un fattore molto importante per gli interpreti di questo tipo di produzioni. L’obiettivo è superare gli stereotipi e il sapore di falso del mainstream.

Smith e Attwood (2013) ci ricordano come sia da distinguere tra: ‘authentic sex’ and ‘porn sex’.

Riprendo dallo studio di Giovanna Maina, pag. 183:

“In anti-porn understandings, authenticity is deeply connected to an idea of sex as something ‘healthy’, ‘caring’, ‘private’, ‘responsible’, ‘loving’, emotionally ‘special’ and even ‘sacred’ (2013, 51), as opposed to the commodification and emotional distance supposedly inherent in pornography”.

C’è un solco, una distanza tra ciò che dovrebbe rappresentare il sesso nella realtà e il messaggio veicolato da un prodotto commerciale, anche se con il marchio “femminista”.
Madison Young, produttrice di porno femminista, definisce il senso della parola “autenticità”: “individual choice, negotiation of pleasures, and celebration of difference”. In questo modo si genererebbero delle singolari forme di sessualità, di genere e di azione. Il poter essere se stessi durante le scene consentirebbe di eliminare la sensazione dell’artificiosità tipica del mainstream.
A me l’idea che non si avverta più la separazione tra fiction e realtà, un po’ mi desta qualche perplessità e preoccupazione. Soprattutto perché non tutti abbiamo le capacità critiche per distinguere emozioni reali da quelle “finte”. Il rischio è che si creino delle false aspettative nella realtà, sulla base di esperienze viste in un prodotto di fiction.
Giovanna Maina, di cui vi traduco e vi sintetizzo un pezzo, si pone alcune domande che scaturiscono dall’opposizione tra “genuine” e “staged”: “L’autenticità viene raggiunta semplicemente mostrando rispetto per la sessualità e per i generi reali dei performer, o attraverso l’uso di particolari tecniche estetiche?”, il concetto di autenticità come si lega al concetto di realismo della rappresentazione? La rappresentazione autentica, realistica, non stereotipata delle donne è funzionale anche al fatto di poter annoverare questo tipo di produzioni nell’alveo femminista. Quel che non riesco a comprendere è come ciò avvenga materialmente.
Mi fa piacere che girare film porno porti a migliorare la scoperta di sé, ma mi chiedo se ciò che dice Courtney Trouble “queen of queer porno” sia sufficiente per dire che siamo di fronte a un tipo di produzioni doc e che tutto ciò che si attribuisce il marchio di feminist porn sia tutto oro e buono:

“Courtney Trouble goes further, explaining how she found knowledge – about herself, about her sexuality and gender – in analyzing her feelings while performing for the camera, and through introductions to different and non-stereotypical sexualities and genders during her pornographic career”.

Mi chiedo anche se nello scontro tra i due macro schieramenti del porno, feminist/queer/indie/alt porn da un lato e mainstream/corporate porn dall’altro, si possa nascondere una chiave di lettura diversa. Mi chiedo se le etichette servano realmente per gli obiettivi dichiarati oppure sia semplicemente un modo per creare una fetta di mercato alternativo, una ramificazione ulteriore, capace di raccogliere nuovo pubblico, mai raggiunto sinora. Così come mi chiedo che tipo di ruolo positivo possa avere il porno, di ogni tipo, nell’educazione sessuale.
Chiudo con altri quesiti: se il porno femminista è fatto per rappresentare fantasie e desideri femminili, cosa distingue le produzioni che si autodefiniscono femministe da quelle del porno fatto per le donne? Se il porno femminista rappresenta anche le “minoranze sessuali”, in cosa si distingue dal porno queer?
Ci sono tante piccole nicchie nella galassia del porno non mainstream, tanto che risulta molto complicato capire quanto e come avvenga la differenziazione, la produzione di qualcosa di realmente diverso. Perché noi non ci accontentiamo delle parole, delle etichette rassicuranti, vorremmo che le parole avessero un uso appropriato e non siano solo veicoli di nuovi prodotti da immettere sul mercato. Anche perché, chi parla, spesso è dentro a questo tipo di produzioni e non può avere uno sguardo obiettivo su ciò che realizza.
Segnalo il progetto di Alessandra Mondin (qui) volto a indagare le reazioni del pubblico, in termini di preferenze, abitudini, e pratiche di consumo, rispetto alle nuove forme di porno sopra citate. Forse potremmo avere qualche risposta in più dai suoi risultati.
Qui un suo paper sul fair-trade porn.

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