Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Non più persona

su 24 novembre 2014

VOLANTINO-25-NOV-2014-DAC-DEF-WEB

 

Sabato 22 novembre, in occasione della Settimana rosa di Zona 7 contro la violenza sulle donne, il gruppo Donne a Confronto e l’associazione Dimensioni Diverse, in collaborazione con l’associazione Diesis, hanno presentato il monologo  “Con queste mani”, scritto da Mariella De Santis, mia conterranea.

Qui, l’evento su FB, con qualche dettaglio.

Il lavoro dell’autrice prende ispirazione dall’intervista di Emilio Quadrelli, pubblicata su “Alias” il 3 febbraio 2007 con il titolo “Anna e le altre. Carne da macello”, ma accoglie in sé altre storie che Mariella De Santis ha incontrato e raccolto nel corso della sua storia professionale di assistente sociale. Si tratta di versi pieni di energia, che scava dentro e porta ai nostri occhi tutta una serie di spunti di riflessione. Mirabile esempio di come l’arte in versi può rendere più incisivi dei messaggi molto importanti. L’arte che parte dalla realtà e la porge alle nostre menti, affinché scatti in noi qualcosa, dandoci la possibilità di riflettere a fondo. L’interpretazione incarnata dalla bravissima e intensa Lorella De Luca, rapisce lo spettatore per 40 minuti. Performance che riesce a trasmettere perfettamente il mondo interiore della protagonista. Lorella De Luca dimostra di sentire la donna che rappresenta, c’è un trasporto particolare che a nessuno spettatore può sfuggire. Il corpo e la voce dell’attrice rappresentano perfettamente l’apparente forza della donna, deumanizzata in seguito a innumerevoli violenze subite, “non più persona”, da tanto, troppo tempo. Vibra in lei una vita che non le appartiene più, un corpo che è sopravvissuto all’anima, a causa di un istinto vitale che inchioda a continuare una vita a metà, una vita in cui non si crede più. Dicevo apparente forza, quasi una corazza a proteggere quel corpo materiale e emotivo reso fragile e senza più speranze o sogni (viene accennato il sogno che spinse molti a cercare una vita migliore in Italia nei primi anni ’90). I pugni chiusi dell’attrice, a rappresentare il dolore trattenuto a stento dentro, che però sfugge e lascia trapelare solo odio e diffidenza nei confronti del genere umano. Un’esperienza che segna per sempre e che ti indurisce l’anima. L’autrice nel finale, che non è un happy ending semplice, ha voluto inserire un’alternativa alla violenza che ha invaso ogni angolo della storia. Ha creato un varco, un segnale che qualcosa di diverso è possibile, nonostante tutto, nonostante sembri che la violenza abbia prevalso nella giovane protagonista, fiaccando ogni aspetto umano. Segna una possibilità, nonostante tutto.

Non sono temi semplici e molte delle cose che vi si raccontano non sono note a tutti. Vi consiglio la lettura di tutta l’intervista di Emilio Quadrelli (prima e seconda parte), per entrare nel contesto in cui ci muoviamo.

Questo spettacolo permette di portare alla luce numerosi aspetti: il vero volto delle missioni di pace e degli interventi militari contemporanei, la natura di una certa imprenditoria italiana all’estero, la tratta, la prostituzione, la matrice della violenza sulle donne, con molte attinenze a fenomeni molto vicini a noi.

Come è stato precedentemente accennato, a monte di questo spettacolo ci sono delle donne vere, in carne, ossa, anima e pensieri. Ci sono le loro storie che devono essere raccontate e che ci devono portare a riflettere. Milena, la protagonista del monologo, è ispirata ad Anna, una giovane albanese rapita a 13 anni nel 1996 per lavorare in una fabbrica italiana in Albania. Nel 1998 viene costretta a prostituirsi per i militari prima (rientra nel “logistico” al seguito delle truppe delle missioni militari), per i turisti dopo e poi arriva la guerra in Kosovo. Molte ragazzine e ragazzini (età media 12 anni) finiscono nel giro di prostituzione internazionale (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo ma anche in zone come le Filippine e la Thailandia).

Nell’intervista di Quadrelli, Anna afferma:

“Una bestia che è stata terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi”.

Anna verrà liberata dalla sua vita da schiava, dal fratello che fa parte di in un gruppo di trafficanti di armi. Anna intraprenderà la stessa vita del fratello, perché una vita “normale” è impossibile da costruire, da immaginare, da vivere dopo quello che ha subito. Vorrei riprendere un passo dell’intervista:

“Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in una qualche attività utile e proficua per l’uomo bianco non sembra conoscere intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione. Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori”.

Il territorio straniero diventa una terra di nessuno, in cui ogni nefandezza è ammessa, quasi come se si creasse un buco nero dei diritti e del rispetto degli esseri umani, un territorio di caccia in cui il maschio imbevuto di mentalità di dominio e sopraffazione di stampo patriarcale ha campo libero.

Secondo la sociologa francese Michel (qui un mio post in merito), la violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra. Ma io dico che la violenza esiste già prima di arrivare sul campo di guerra (così come per gli interventi “di pace” o umanitari), non può essere solo una conseguenza della guerra, perché un uomo che arriva a comportarsi così come è accaduto ad Anna, ha in sé il seme della violenza e una mentalità che vede la donna come un oggetto senz’anima. Inoltre, un uomo come quelli che ha incontrato Anna, che distingue la moglie, la madre, le figlie (le donne sante) e tutte le altre, animali su cui abusare, ha in sé qualcosa di malato e probabilmente in cuor suo non opera alcuna distinzione, per lui sono comunque esseri inferiori. Le donne sono ovunque oggetto di violenze e di sfruttamento. Ancora oggi assistiamo a fenomeni di questo tipo, le donne rumene schiave nei campi siciliani, per non parlare delle vittime della tratta della prostituzione, trasportate come merce laddove la domanda è maggiore (vedi Expo 2015).

Si rende necessario un approccio concreto, che scandagli un universo maschile che è quello della nostra quotidianità. Sono uomini che popolano le nostre città, non sono marziani. Sono uomini che vivono accanto a noi, possono essere mariti, fratelli, amici o semplici conoscenti.  Resta in piedi la domanda conclusiva di Quadrelli: chi può chiamarsi fuori? E qual è il ruolo delle donne nelle istituzioni (così come in tutti i luoghi decisionali o che possono incidere) per combattere queste nefandezze? Dov’è la nostra indignazione?

Qualche immagine scattata nel corso della serata.

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