Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Supporto, protezione, cura, percorsi di autonomia e di liberazione dalla violenza

 

 

@Marzia Bianchi


Un altro novembre è passato, insieme a un altro 25 novembre di iniziative, pioggia di dati e un interesse che sembra concentrarsi per lo più attorno a un “dovere” da ottemperare, volto a “riempire” una data sul calendario, piuttosto che a un impegno di cui si è fortemente convinti, vista la realtà che viviamo e che stenta a diventare più a misura di donna. Siamo ben lontane non solo dalla piena parità di genere, ma soprattutto dal riconoscere le donne come soggetti titolari di diritti. Siamo lontane, anche se molte di noi sostengono ottimisticamente dalla loro comoda prospettiva che il “grosso” della fatica è compiuto. Ed è in questa euforia, in questo ottimismo che si rischia di perdere il senso della realtà, in questa sensazione di aver compiuto tutto il possibile che invece assistiamo al reiterarsi di tanti segnali che dovrebbero farci capire che assai poco è cambiato per noi donne. E ci si accorge che in queste difficoltà non sempre troviamo nelle donne delle alleate. I dati che provengono dall’indagine ISTAT e Skuola.net ci illustrano la fotografia di un Paese dove albergano tenaci i più pesanti dei pregiudizi.

infograficaViolenzaDonne

E se non cambia la percezione e non ci si disfa di antichi retaggi, sarà un cammino fatto di “un passo in avanti e due indietro”. Sarò breve. Non vogliamo proprio capire che non si cambia direzione e mentalità solo perché gli anni passano e il tempo ci illumina. La storia non è un cammino verso un certo e incessabile miglioramento, verso un progresso inarrestabile generale, verso generazioni più consapevoli in automatico. La comprensione dei fenomeni, la consapevolezza non arrivano da sole. Ci vuole volontà, meno sottovalutazione dei problemi, più lavoro strutturato, più coraggio. Non è un problema solo di formazione, ma di cosa avviene in noi, che cambiamenti mettiamo in moto e accogliamo, quanto siamo in grado di maneggiare e tenere a bada certi meccanismi culturali e relazionali, che cosa siamo disposti a rottamare del nostro vecchio sistema di stereotipi e convinzioni. Invece, inesorabilmente, inciampiamo sempre negli stessi ingranaggi patriarcali, nella retorica che ci rende meno pesanti gli eventi e ci permette ancora di auto-assolverci. Una pacca sulle spalle, che guarda al futuro fiduciosa.

Quindi, dal mio osservatorio livello zero, posso dire di essere preoccupata e di riporre la mia speranza e la mia fiducia in pochissime realtà e soggetti femminili. Ne abbiamo di strada. Ne abbiamo di strada perché le distanze e le discriminazioni sociali si allargano e noi donne siamo e restiamo le prime a farne le spese. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma di dare la giusta misura di tanti segnali. La lotta alla violenza maschile contro le donne non è un abito da indossare per convenienza, tornaconto personale, o per una stagione celebrativa.

Abbiamo bisogno di terremotare le nostre coscienze per frantumare quelle scorie patriarcali. Abbiamo bisogno di spingerci convintamente nella direzione di credere e di proteggere le donne, salvaguardando i loro figli e il legame indissolubile madre-figlio. Abbiamo bisogno di professioniste che abbandonino ‘falsi modelli’ e sappiano da che parte stare, perché non è indifferente o questione secondaria . Abbiamo bisogno di ricordarci ogni giorno e tenere ben presente cosa avviene alle vite delle donne e quanto la violenza lasci segni profondi, nei corpi, nelle menti, nelle storie di ciascuna.

Non possiamo fermarci, non possiamo adottare delle lenti superficiali per guardare i fatti, i fenomeni, i vissuti. Dobbiamo compenetrarci empaticamente nelle vite di queste donne e sgombrare il campo da strutture culturali nocive. Questo mi auguro. Per le prossime generazioni e soprattutto per coloro che da professionisti incontreranno e dovranno aiutare le donne. Purtroppo, è tuttora molto più facile e comune pensare alle donne come manipolatrici e non demorde l’argomentazione delle ‘false accuse strumentali’. Se solo pensaste al pesante iter e alle difficoltà a cui vanno incontro le donne che decidono di denunciare e di cercare di uscire da relazioni violente, forse tutti questi castelli mentali crollerebbero e non potreste più tanto superficialmente etichettare come ‘bugiarde croniche’ le donne. Ne ho abbastanza: o si cambia oggi, oppure domani saremo o allo stesso punto o peggio.

Vi invito a guardare queste immagini, che hanno composto la mostra “L’invisibilità non è un super potere” che è stata esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano. È nata dall’esperienza della chirurga del P.S. Maria Grazia Vantadori, e da REAMA – Rete per l’Empowerment e l’Auto Mutuo Aiuto, di Fondazione Pangea. Accanto alle radiografie eseguite alle donne che negli anni hanno fatto accesso alle cure del P.S. dell’ospedale San Carlo, sono stati esposti gli scatti della fotografa Marzia Bianchi, che ha tratto ispirazione dalle storie delle donne con cui ha parlato e dal lavoro di Reama. Le storie si intrecciano, si susseguono ciascuna nella propria unicità e specificità, ma la trama di fondo compone un medesimo schema, in cui la violenza maschile sulle donne viene esercitata all’interno delle relazioni e segue un ciclo e dinamiche che si ripetono e che ben conosciamo.

Osservate e leggete le storie in silenzio, per pensare, per non rimuovere ciò che la violenza causa ogni giorno a tante donne. Attraverso i corpi, le parole delle donne riusciremo a comprendere che è nostro compito contribuire personalmente ad abbattere il muro di indifferenza o diffidenza nei confronti di chi decide di uscire dalla violenza. Troppo forte è ancora oggi l’abitudine a prendere le parti del soggetto socialmente detentore del potere e di uno status privilegiato. Troppe persone ancora fanno fatica a credere alle donne. Da ciò la difficoltà a strutturare interventi di supporto e di protezione adeguati, che siano poi anche in grado di mettere in campo progetti di autonomia e di liberazione completa delle donne che hanno vissuto situazioni di violenza, restituendo loro la fiducia in sé e per consentire loro di costruire un futuro differente.

Dall’iniziativa/mostra “L’invisibilità non è un super potere”, esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, da giovedì 21 novembre a domenica 8 dicembre. E’ possibile ingrandire le fotografie cliccando sopra una di esse con il mouse, si avvierà in automatico la galleria fotografica.

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Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

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Riconosciamoci. Uniamoci.

Yo por ellas, ellas por mí – Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xglTGuDd1-M

 

Un bilancio-riepilogo dell’operato del fù governo giallo-verde lo ha tracciato egregiamente Giovanna Badalassi su Ladynomics.

E se il buon giorno si vede dal mattino, li abbiamo lasciati lavorare abbastanza per trarre più di una qualche fondata conclusione. Abbiamo assistito a una sorta di prova generale di cosa accadrebbe se tutto dovesse prendere il colore verde, perché il traino e l’impronta di questi 14 mesi sono stati nettamente di stampo leghista, con i 5stelle a ruota, schiacciati da una macchina politica divoratutto e da un equilibrio che alla fine ha visto ribaltare i pesi delle due parti della maggioranza. Ma non è di colori che desidero parlare. Il vero problema riguarda le donne, al di là della questione incarichi:

“A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza è stato utilizzato soprattutto da uomini, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.”

Sto vedendo la terza stagione di Handmaid’s tales e sinceramente avverto la stessa angoscia e preoccupazione per il nostro futuro, per il livello di smarrimento di tutti i passi e passaggi che sinora abbiamo compiuto anche se con enormi fatiche. Tutto appare talmente fragile che fa paura pensare che potrebbe dissolversi in brevissimo tempo. Al netto delle difficoltà della realizzazione concreta di una politica delle donne nella situazione contingente italiana, mi rendo conto di una cosa. Se penso alla Svezia, per esempio, nulla lì è germogliato per caso e scrittrici come Astrid Lindgren hanno gettato le basi e ispirato intere generazioni di bambine che diventate donne hanno con coraggio plasmato una società e un Paese, maturato e cresciuto, non rimasto al palo di nostalgiche formule.

Flavia Amabile su La Stampa si/ci chiede:

“dove sono le donne? Ieri in Senato, per esempio, c’era un problema enorme da risolvere enorme e nessuna traccia di donne al’origine, e nemmeno alla fine. Chiunque abbia avuto la pazienza di osservare gli interventi dei protagonisti del dramma italico si è trovato di fronte a un muro di giacche scure, cravatte altrettanto bigie, e qualche sporadica presenza femminile: tre su diciotto persone nei banchi della Lega mentre parlava Salvini, praticamente nessuna nell’inquadratura televisiva principale. Una sola nel banco governativo circondata da nove uomini.”

Questo durante l’intervento di Conte al Senato. Ma spesso è volentieri è una presenza massiccia maschile quotidiana, salvo poche, rare eccezioni, che prendono parola ogni tanto e si intravedono nei TG. Lo stesso deficit lo si può riscontrare nei discorsi, e quando c’è sembra posticcio, un tema appiccicato qua e là. Sì, dicono, alcuni leader di partito ci hanno in testa, ma chissà come mai c’è sempre un inciampo, una fase delicata, un ordine superiore che non permette di centrare il punto, d tradurre in parole e impegni seri quella parola “innominata”. Tutto vago, talmente vago che non si riesce a cogliere e a fissare nel fiume di dichiarazioni che si susseguono. Colgo le parole di un post di una mia amica e concittadina Helga Sirchia che su Facebook rompe questo silenzio pesantissimo proprio su questo aspetto, in queste ore frenetiche di consultazioni e comunicati da crisi di governo:

“Dirò allora la unica cosa , pronuncerò la unica parola che NESSUNO, in ore e ore di interventi, da un capo all’altro dell’agone .. o del circo che dir si voglia, ha non dico affrontato, ma sfiorato:

DONNA.

CHE SI TRASCINA UN ALTRO GRAVISSIMO ATTO DI OMISSIONE :

VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI

(…) SI, Vi diamo NOTIZIA CHE

LE DONNE ESISTONO ! sono più della metà della nostra comunità … e degli elettori: )

Una ogni 3 giorni ammazzata . Stupri, ravange porn, sessismo, violenza domestica , violenza psicologica, violenza verbale , violenza assistita : vite spezzate, che sono centinaia e centinaia di casi in tutto il nostro BelPaese.

I ‘figli d’Italia’ che dietro a proclami o progetti di legge deliranti , stanno subendo il più grande genocidio in vita ..

ALLORA, perché , perché nemmeno una parola?”

 

Non possiamo continuare ad accontentarci, sbobinare le ore di interventi parlamentari per andare a scovare col lanternino quei pochi secondi e quella manciata di attenzione che chi imbastisce i discorsi ha la buona volontà di inserire. Siamo alle solite e la puzza di “interesse” lasciato marcire perché c’è qualcosa di più importante di mezzo ci ha nauseato. Ci vuole un ribaltamento, un cambio netto, a questo punto non c’è più da pazientare e da accontentarsi, eh no, nemmeno di proposte di nomi femminili che no non rappresentano affatto le donne, ma solo la cauta e rassicurante prosecuzione di un sistema patriarcale e machista. Deve essere ben chiaro che non esiste rappresentanza di valore e di qualità se non si cambia radicalmente profilo, cultura e background della rappresentanza delle donne. E la storia non si costruisce in un paio di mesi. Non provate a strumentalizzare la storia delle lotte delle donne. Femministe e dalla parte delle donne lo si dimostra sul campo, siete pregate di intraprendere il cammino. Non accetteremo opportunismi e manovre illusioniste. Non ci convocate solo quando avete bisogno del nostro voto per poi cancellarci il giorno dopo. Questa omissione, rimozione, cancellazione delle donne, dei loro diritti e di quelli dei loro figli, produce solo disastri e lo abbiamo visto ben chiaro. Nominiamo le donne e diamo loro posto centrale e prioritario nell’agenda politica del prossimo esecutivo. Dimostriamo di saper svoltare e di avere colto il vento che ovunque nel mondo parla di una marea femminista. Non dormite nelle vostre vite privilegiate, toccate e sporcatevi le mani con la realtà. Diamo voce e peso alle donne, alle loro istanze, ai loro diritti civili. L’ho scritto innumerevoli volte su questo blog e torno a farlo. Lo faremo ancora e ancora e ancora.

Pretendiamo un’attenzione sincera e seria. Non pannicelli caldi o qualche tocco di rosa. I nostri diritti acquisiti in anni di lotte sono già stati indeboliti e sono sotto attacco da tempo, troppo tempo e non siamo più disposte ad aspettare. Esistiamo e siamo il 51% del Paese, un’Italia che continua ad avere una voce prevalentemente maschile e a scansare l’unica vera opportunità di ripresa e di inversione di tendenza: LE DONNE. Svegliamoci e lavoriamo a una politica differente, a partire dalle misure che devono dare la possibilità alle donne di poter scegliere come costruire la propria vita, libere da qualsiasi imposizione, schema, pregiudizio, discriminazione e violenza.

 

Incontriamoci. Riconosciamoci. Uniamoci. Abbiamo la forza e le capacità. Il tempo è ora.

 

E la musica può dirlo molto meglio di tante altre forme di espressione. Buon ascolto.

 

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La pratica del rispetto dal reale al virtuale


A una manciata di giorni dalle elezioni europee, può tornare utile proseguire nell’approfondimento che avevo avviato in due precedenti articoli (qui e qui).

Quanto siamo al corrente di aspetti che ci riguardano direttamente e sui quali l’Unione europea sta lavorando?

Il 16 aprile scorso, la commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali Mariya Gabriel e la commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere Věra Jourová hanno lanciato la campagna #DigitalRespect4Her al Parlamento europeo.

“I valori europei, come la dignità, il rispetto e la solidarietà, valgono anche online. Le donne dovrebbero sentirsi libere e tranquille di esprimere il loro punto di vista online e partecipare attivamente alla vita pubblica. Facciamo appello a tutti: cittadini, industria, società civile e responsabili politici dell’UE affinché collaborino per garantire il rispetto delle donne in Internet.”

La campagna è volta a sensibilizzare a proposito della violenza online e delle difficoltà affrontate dalle donne in particolare (minacce, stalking, intimidazioni, oggettivazione e quanto mina la loro professione, il loro lavoro o qualsiasi forma di presenza pubblica). Quante volte ci siamo autocensurate e siamo state scoraggiate dal partecipare a scambi online e dall’impegnarci in politica? Qualcosa che dovrebbe essere aperto a tutti/e, per le donne spesso diventano territori ostili e difficili da frequentare e da vivere.

Conosciamo quanto diffuso sia l’hate speech online, quanti comportamenti nocivi siano agiti sul web. I dati parlano chiaro:

  • le statistiche internazionali mostrano che le donne hanno 27 volte più probabilità di essere molestate online;
  • il 46,9% delle donne politiche di 45 paesi europei ha ricevuto minacce di morte, stupri e violenze durante la loro legislatura;
  • quasi un terzo delle donne ha ridotto la propria presenza online dopo aver subito violenza online.


Nella realtà e nell’ambiente virtuale, in ogni spazio pubblico o privato, occorre lavorare per creare una cultura di rispetto e dignità per tutti e tutte. Questo vale per ogni tipo di discriminazione, sulla base del genere, etnia, credenze religiose o qualsiasi altra caratteristica personale.

Di recente in ambito europeo è stata riveduta la direttiva sui servizi di media audiovisivi (Direttiva 2018/1808), in chiave di protezione della cittadinanza da contenuti, che incitano all’odio o alla violenza per motivi di genere. La comunicazione e la raccomandazione della Commissione sulla lotta ai contenuti illegali online, invitano le piattaforme a trattare i contenuti illegali in modo più rapido ed efficiente.

La tecnologia può migliorare e semplificare tanto le nostre vite, ma non deve essere strumento e veicolo di odio e paura. Le parole possono essere pietre, indipendentemente dal luogo/modalità in cui vengono pronunciate.


Le molestie online generano materiale digitale permanente che può essere ulteriormente diffuso e che è difficile da cancellare. L’Italia a riguardo, ha di recente colmato la lacuna legislativa in merito al revenge porn.

La violenza, il sessismo online possono causare danni psicologici, fisici, sessuali ed economici. Mettere a tacere, silenziare le donne e ridurre la loro presenza online sono sintomi di quanto ancora sia squilibrata e discriminante la nostra società in termini di genere.

L’autocensura può limitare la partecipazione delle donne ai dibattiti sociali, la loro influenza in politica e mettere a repentaglio i processi della democrazia rappresentativa. Naturalmente, questo vale sia per il reale che per il virtuale.

Non si tratta solo di personaggi pubblici o rappresentanti istituzionali, ma riguarda tutte le donne.

Al di là delle iniziative a livello europeo, occorre che in ciascun paese si comprenda l’esigenza di avviare percorsi educativi, nelle scuole di ogni ordine e grado, che permettano un uso più consapevole del web, dei social, che consentano di diffondere strumenti interpretativi e di analisi di ciò che i media veicolano, per sviluppare un pensiero critico e non passivo di fronte a tanti contenuti in cui veniamo frullati. Per costruire relazioni e identità di genere paritarie, inclusive e positive.

Naturalmente, si tratta di avviare laboratori e progetti strutturati, che implicano una interazione elevata e soprattutto occorre che tutti i soggetti coinvolti (dalla dirigenza, alla classe insegnanti e studenti) siano consapevoli del fatto che si devono mettere in discussione molte abitudini, pregiudizi e stereotipi culturali tossici, sedimentati negli anni. Non è una passeggiata e implica uno sforzo, in primis a partire da sé.

Ne ho già parlato qui e qui.

Parliamo anche di questi aspetti, perché l’operazione marginalizzazione delle questioni di genere che riguardano le donne non è più accettabile. Questi aspetti che dovrebbero essere al centro del dibattito sono considerati secondari, scarsamente portatori di consensi. Ecco, che invece, per quanto mi riguarda, pretendo che si cambi rotta e che si dia spazio alle donne nelle agende politiche nazionali ed europee. Ci siamo stancate di essere considerate buone solo come portatrici di voti e preferenze, quando non ci ascoltate mai e non ci considerate delle interlocutrici di valore.

 

Per approfondire su “Il potere delle donne in politica”, un dossier del 7 marzo a cura della Camera.

 

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La costruzione del mito e l’esaltazione di modelli tossici

Baldassarre Peruzzi – Sala delle Prospettive – Villa Farnesina – Roma


Un giallo con qualcosa di più: questo è il romanzo fresco di stampa L’ombra di Perseo di Daniela Mencarelli Hofmann, edito dalla casa editrice Le Mezzelane.

Il genere non è facilmente addomesticabile, ma l’autrice ci riesce in modo naturale, adottando uno stile tipico della cinematografia contemporanea e una tecnica che spinge il lettore a seguirne lo svolgimento, per un finale che giunge inaspettato. Tra le pagine ci sono tracce dell’epilogo ma sono intelligentemente mescolate a numerosi “depistaggi”. Daniela Mencarelli Hofmann sceglie coraggiosamente un tema complesso e delicato, la violenza maschile contro le donne, lavorando molto bene sul maschile. Più voci narranti, più punti di vista, si alternano, si intrecciano e tracciano ciascuno la chiave di una storia. Un marito (Marco) e sua moglie (Laura) vengono ritrovati in fin di vita dalla loro figlia minore (Julia). La narrazione ci porta avanti e indietro nel tempo, tra ricordi vivissimi del passato e un oggi in cui tutto si è frantumato e fa male; attraverso le pagine si ricostruisce un tessuto relazionale, oltre la coppia, composto da amici, parenti, colleghi di lavoro e le vicende di un siriano richiedente asilo.

Non spoilererò la trama e come si svolge il romanzo, preferisco soffermarmi sugli obiettivi e lasciar parlare il libro.

Ciò che è interessante è l’opportunità che questo libro offre per approfondire il tema della violenza, nell’infanzia, nella coppia, in famiglia. Si scava negli affetti, nei rapporti genitori-figli, nella mente maschile e in quella femminile, nella formazione della maschilità, scendendo nei meandri di una mascolinità tossica, per ricostruire un tessuto, qualcosa che possa aiutarci a comprendere cosa accade realmente, quali sono le radici di una violenza che emerge e tutto distrugge. Al centro una maschilità che si regge a stento, che si gretola di fronte ai cambiamenti e che nel sentirsi potente e onnipotente investe tutto.

Una lotta tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, per appartenenza di genere: l’uomo forte che se non può esercitare il suo ruolo si sente inferiore, inadeguato, si aggrappa alla violenza come strumento per ristabilire il suo controllo e rivendicare la sua superiorità. Una competizione da vincere assolutamente.

La difficoltà di essere uomo e di parlarne apertamente. La difficoltà a gestire il rapporto con l’altra in modo sereno e paritario. Una constatazione a cui giunge Marco: “Ho poche certezze, ma questa è una di quelle. So di che parlo: le donne sono più forti, è nella loro natura, mentre noi, io?”

L’incapacità di affrontare le difficoltà e il non avere un solido baricentro, ma appoggiarsi sempre a qualcos’altro, che diventa anche un paravento, una scusa, un modo per non affrontare le cose. E se non va, allora è meglio distruggere tutto e tutti.

La disconnessione tra ciò che si sente e la sua definizione, la possibilità di nominarlo e dargli esistenza. La sordità ai sentimenti, di guardarli in faccia, di analizzarli al momento opportuno.

Uomini che non sono in grado di gestire le emozioni e non riescono a comprenderle. In più c’è l’abitudine a cercare alibi, a deresponsabilizzarsi ad ogni costo. E non è sufficiente richiamare episodi dell’infanzia per spiegare certe azioni. Nel testo ci sono tutti i principali stereotipi che spesso accompagnano le vittime e tutti gli escamotage per “sollevare” il femminicida da una piena responsabilità e scelta dell’atto. C’è una narrazione che cerca di far emergere efficacemente cosa accade nel flusso di coscienza e mentale di un uomo violento.

Le donne per anni cercano di ricucire strappi, ferite. Ma alla fine appare tutto chiaro e da questo disvelamento si può intraprendere un cammino differente, di liberazione.

La decisione di Laura di essere libera da tutti è dirompente: “Per una volta nella vita voglio rimanere sola con me stessa. (…) la vita mi faceva paura. Ora sono stanca di avere paura, voglio vivere.” – “voglio dimostrare a me stessa che posso farcela da sola, che non ho bisogno di un uomo..” La stessa decisione a cui arriva sua figlia maggiore Zoe, imprigionata in un matrimonio intriso di violenza psicologica e profondo annichilimento.

La sopravvivenza delle donne alla violenza e le forme di resilienza che sono capaci di mettere in atto. Tante sono le sfumature e i punti che vengono scandagliati in questo libro, che ha il pregio di tenere insieme tutti gli aspetti psicologici, esperienziali connessi alla violenza, alle sue varie forme, tracciando una linea che riesce a mostrarne la connessione. Non è facile parlare di radici culturali della violenza, non è scontato che si riesca a trasmettere in cosa consistono concretamente. L’autrice ci riesce e dissemina il suo lavoro di tanti sassolini utili a risalire ad esse.

La scelta del titolo del libro non è casuale, l’autrice ne esplicita il senso, affidandolo alle parole racchiuse nel diario Laura:

“(Medusa) se c’è un simbolo della guerra di genere, questo è rappresentato dal suo mito. È così semplice e così triste allo stesso tempo. Lei, come la grande madre, è la natura da combattere, è l’inconscio da controllare. È stata trasformata in un mostro, nel Male con la lettera maiuscola. La sua è una storia scritta dai vincitori, come sempre accade, invece io vorrei provare a scrivere quella dei vinti”.

“La natura è duale. Rappresenta sia il bene sia il male; è la Grande Madre, l’origine di tutto, il mistero che alberga dentro di noi.” (…) “Lentamente l’abbiamo sottomessa e abbandonata, poiché abbiamo contrapposto il corpo allo spirito, l’istinto alla ragione. I sensi ci sono apparsi come pulsioni da combattere, da reprimere, da controllare, il corpo è diventato sinonimo di male e lo abbiamo contrapposto alla razionalità, allo spirito, all’ideale, al bene, così il serpente, che a volte assume l’aspetto di un drago, è diventato l’emblema dell’elemento ostile della natura, la morte.

La mitologia descrive la sconfitta e il superamento della cultura e della società matrilineari da parte del patriarcato: il motivo ricorrente è quello della divinità maschile che si sostituisce a quella femminile con la violenza, rappresentato dal giovane eroe che uccide un demone dai connotati femminili.

Nella Grecia antica il mito ha diverse rappresentazioni: Eracle e Idra, Cerbero e Neméa, e, infine, Perseo e Medusa.

Medusa personifica l’elemento distruttivo della Grande Madre e la divinità maschile si proclama generatrice universale e salvatrice, perché afferma di salvare il mondo dal caos, sinonimo di femminile.”

(…)

“La Bibbia c’insegna che all’origine del male ci sono il serpente e la donna che, come nei miti greci e babilonesi, è servita a sostenere l’orgoglio maschile, a sviluppare un sentimento di vergogna per tutto ciò che è femminile: è Pandora, responsabile dei mali del mondo. Troppo vicina al mondo animale. È questa la percezione maschilista, la strega da bruciare sul rogo. Siamo state spaccate a metà, la santa e la madre, la puttana e la strega.”

Laura non ama il soprannome “Medusa”: “a me non piace, perché non mi piace cosa le è stato fatto. Lei non è il mostro, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro. Il drago è la nostra ombra. Sarebbe meglio per tutti prenderne coscienza. Non è la natura a essere colpevole, ma il nostro spirito di onnipotenza, ovvero un’illusione, perché, comunque vada, presto o tardi saremo tutti morti.”

(…)

“Sarebbe ora di dirlo: Perseo non è un eroe, è un assassino, e dovrebbe almeno chiederle perdono.”

Insomma, è ora di raccontare cosa si nasconde dietro ai miti e alla costruzione di una cultura che di fatto ha legittimato e tramandato nei secoli modelli di una maschilità violenta e decisa solo a dominare e a sottomettere le donne. Attraverso l’esaltazione di certe figure, e la costruzione di miti (normalizzazione e ingresso nella cultura), si sono sostenute prassi e comportamenti violenti. Ci siamo dentro da secoli, vi siamo immersi, uomini e donne. Facciamo entrare la luce.

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Quanto ancora?


Quanto tempo ancora dovrà passare prima che Laura Massaro e suo figlio possano tornare ad essere liberi dalla spada di Damocle che da anni ha di fatto sospeso le loro vite e le ha messe nelle mani di tribunali, avvocati, assistenti sociali, Ctu?

Torno a parlare di Laura, torno a parlare di tutte le madri che come lei hanno vissuto e vivono sospese, col rischio di perdere i loro figli o che già lo hanno sperimentato direttamente.

Il pm del tribunale dei minori di Roma, lo scorso 2 maggio, ha espresso il suo parere: sospendere la responsabilità genitoriale di Laura, che debbano essere nominati un tutore e un curatore per suo figlio, che il tutore dovrà continuare a fissare gli incontri protetti padre-figlio (di fatto obbligandolo a vedere il padre). Se questo disposto non dovesse essere rispettato, si aprirebbero le porte della casa famiglia o si procederebbe all’affidamento del bambino a parenti idonei.

In pratica Laura si trova ad essere passata dalla posizione di vittima a quella di carnefice.

La parola ora spetta al giudice, se accogliere o meno la valutazione del pm.

Questo ennesimo tassello non tiene conto né delle denunce di Laura, né del fatto che è seguita da un centro antiviolenza, né di tutte le prove messe agli atti nel corso degli anni (dal 2013 è iniziato l’iter giudiziario). Non hanno sinora tenuto in considerazione nemmeno le dichiarazioni del bambino, sulla sua capacità autonoma di pensiero, sui suoi desideri e preferenze. Non sono state tenute in considerazione le esigenze di salute del bambino, che ora ha 9 anni.

Nonostante insegnanti e servizi sociali abbiano fornito pareri positivi sullo sviluppo e sullo stato psicofisico del bambino, l’adeguatezza della figura materna è dimostrata da questo, si continua a ritenere responsabile Laura di alienazione genitoriale, di manipolare il figlio contro l’altro genitore, sulla base di una teoria spazzatura, che ora ha cambiato nome ma è sempre la stessa roba ascientifica e totalmente infondata prodotta da Richard Gardner, psicoanalista americano, tra l’altro sostenitore della pedofilia.

La cosa più sconvolgente è che sinora nessuno sta intervenendo per fermare questo scempio che avviene da anni e colpisce numerose donne. Il ddl Pillon è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda che negli anni ha trovato molti proseliti, sostenitori della Pas o alienazione che dir si voglia.

Laura torna a parlare: “Dal 2013 ad oggi nessuno ha messo in primo piano la volontà e il benessere del mio bambino.” Una mamma incensurata, che ha sempre seguito passo passo le richieste dei servizi sociali, del tribunale, anche contro la volontà di suo figlio, non è ancora ritenuto sufficiente per fermare la macchina terribile che sta schiacciando le loro vite. Ha anche accettato di ritirare le denunce nei confronti del padre, per atti persecutori e stalkizzanti, sperando che tutto si concludesse per il meglio. Lo ha fatto dando ascolto ai consigli dei servizi sociali e dei giudici che le chiedevano di ridurre il conflitto con il padre, “abbassare la conflittualità” è stata la parola d’ordine. Perché ancora oggi si continua a confondere il conflitto con la violenza. Dopo le denunce le donne sono sole ed è chiaro che diventa tutto insostenibile e in salita.

Laura deve combattere contro l’accusa infondata e infamante di alienazione genitoriale, di cui sono ritenuti colpevoli anche i nonni materni. L’alienazione è diventata negli anni un’arma contro madri e figli, laddove emergono maltrattamenti e violenze domestiche o semplicemente si evidenzia l’inadeguatezza di un genitore.

Torno a fare un appello per Laura. Torno a chiedere a chi ha la possibilità, il ruolo istituzionale, chi può fornire sostegno di mettersi a disposizione. Ho ancora nella mia casella di posta le numerose email che ho scritto per chiedere che qualcuno si interessasse. Abbiamo bisogno di risposte che invertano la rotta. OGGI. Il silenzio che c’è stato sinora da chi ricopre incarichi politici istituzionali di rilievo è la cartina di tornasole dell’attenzione che c’è alle esistenze delle donne, ai loro problemi e al loro benessere. Si parla di denunciare le violenze, si parla di protezione delle donne e dei figli che hanno subito e vissuto queste situazioni, ma ha ragione Laura, nulla sembra servire. Si resta numeri, statistiche snocciolate dalla Polizia di Stato o dal ministro dell’Interno. Intanto le nostre vite passano, si trascinano sotto il peso di vicende giudiziarie infinite, in cui si fa fatica a conoscere una giustizia e un senso. Intanto ci si deve fare forza, in quasi solitudine, se escludiamo il sostegno meritevole di qualche associazione. Intanto, lo stereotipo delle madri malevole, che usano strumentalmente l’accusa di violenza per escludere il padre, si consolida e trova sempre maggiori spazi. Eppure sappiamo quanto rari siano questi casi “falsi”, che però diventano paradigmatici, modello per poter mettere il bavaglio alle donne e ai loro figli. Il meccanismo funziona perché di fatto le madri vengono stritolate in una morsa, più vogliono proteggere i figli, più corrono il rischio di subire pesanti accuse, di essere diffamate e screditate. Chi di fatto ha commesso le violenze viene “salvato” e deve semplicemente attendere che l’ingranaggio innescato faccia il suo corso.

La separazione da un uomo violento rischia di diventare una continuazione della stessa violenza, se nessuno interviene per interromperla; questo genere di uomini tenta in ogni modo di mantenere il controllo sulla donna e i figli. Alla stregua della “roba” di Mazzarò, narrato da Verga.

Scrive Patrizia Romito, pag. 166, Un silenzio assordante:

“In una società di tradizione patriarcale, le donne e i figli appartengono al padre. (…) Questo modello di società e questi diritti sono stati rimessi in discussione dal movimento delle donne, con alti e bassi, ma con una certa continuità negli ultimi due secoli; di conseguenza sono avvenuti cambiamenti sostanziali, a cui la società patriarcale ha opposto dura resistenza. Solo se abbiamo bene in mente questo contesto e l’entità posta in gioco, possiamo capire quello che avviene oggi.”

Romito richiama i cambiamenti legislativi in materi di violenza domestica, nella separazione, nell’affido dei figli in Italia e in altri Paesi. Purtroppo da anni si prescrive la mediazione (la vorrebbe imporre anche Pillon e altri testi affini) in caso di maltrattamenti, ignorando spesso la richiesta della donna di allontanare l’uomo violento. Si fa sempre più strada un tentativo di legiferare in materia di affido omettendo di proposito la dimensione della violenza domestica. L’invisibilizzazione e la negazione sono le strategie più praticate.

Se le donne si oppongono, cercano di resistere, di proteggere se stesse e i propri figli, vengono bollate come manipolatrici, le si silenzia attraverso l’uso a mo’ di randello dell’alienazione. Madri e figli non vengono ascoltati. Le donne rischiano di non essere credute e di perdere la responsabilità genitoriale, l’affido, in pratica vengono colpevolizzate e punite. Si tratta di una delle modalità di occultamento della violenza, come ha cercato di mostrare la professoressa Patrizia Romito.

Continuiamo a vedere applicata questa spazzatura dell’alienazione nonostante le falle e le ripetute critiche sul piano etico e scientifico. Dagli Usa all’Italia c’è chi spalleggia e diffonde queste pseudo teorie e davvero non si riesce a capire come le si possa applicare in modo spesso acritico e senza conoscere chi le ha create.

Non è un racconto di una realtà distopica, è ciò che da anni vivono tante donne e bambini.

Il rischio maggiore è che si dia credito a tutto questo costrutto e che in un’opinione pubblica poco informata o totalmente a digiuno, non abituata o non in grado di verificare, si consolidino pregiudizi e narrazioni spazzatura.

Pillon & Co. stanno semplicemente aspettando la fine delle elezioni europee per servirci un boccone avvelenato.

Trovo un errore aver abbassato i riflettori su questi pericoli. Le battaglie non si possono interrompere, rischiamo troppo.

Così come non possiamo permettere che Laura continui a vedere la sua vita e quella di suo figlio in bilico. Hanno diritto ad essere sereni e a non essere separati.

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Vivere la vita, nei suoi colori e nelle sue profumazioni


L’esperienza di Barbara Bartolotti è la storia di una sopravvissuta, una donna che si è aggrappata alla vita con tutte le sue forze. Sopravvissuta a una crudele aggressione dalla violenza inaudita e inaspettata da parte di un collega. Un percorso di rinascita che le ha permesso di intraprendere una vera e propria nuova vita. Le abbiamo chiesto di raccontarcela.

Barbara all’epoca dei fatti aveva 29 anni, un marito, due bambini e da poco aveva scoperto di aspettarne un terzo.

Ci racconti cosa ti è accaduto quel 20 dicembre 2003?

Incontro Giuseppe Perron, mio collega dello studio edile in cui lavoravo come contabile. Credevo dovesse parlarmi di lavoro, visto che tra di noi non c’era mai stato altro. Scesa dalla macchina mi ha colpita con quattro martellate alla testa e poi mi ha accoltellato all’addome, uccidendo anche la vita del mio bambino che portavo in grembo. Poi non contento, mi ha dato fuoco cospargendo il mio corpo di combustibile agricolo.

L’ossessione di un uomo segretamente innamorato di lei, che non accetta che Barbara sia in attesa del suo terzo figlio e che non potrà mai essere “sua”, non potrà avere alcun futuro con lei. Le dice infatti mentre la aggredisce (e poi davanti ai giudici): “Non ti posso avere, meglio ucciderti”. Un’ossessione frutto di una costruzione che nulla ha a che fare con i sentimenti, ma solo con l’idea del possesso, di ghermire l’altra, di assoggettarla, di possederla indipendentemente dalla sua volontà, come un oggetto, un qualcosa di cui potersi appropriare. L’incapacità di accettare che un’altra persona possa non appartenere, non entrare nei propri progetti di futuro. Una elaborazione lucida, premeditata di un femminicidio, da parte di quello che appare “un bravo ragazzo”, di buona famiglia, perché normali sono gli uomini che elaborano questo castello di violenza. Bravo ragazzo per la comunità e per tutti, un sano figlio di una mentalità radicata e secolare, di uomini padroni, che non ammettono che certi “piani” vengano intralciati. Così si schiaccia il diritto di una donna a continuare a vivere, libera dalla violenza, che invece irrompe ferocemente per mano di Giuseppe.

Barbara, si finge morta, finché lui non si allontana, e nonostante le ferite e il dolore, con un pensiero ai suoi figli, trova la forza di rialzarsi, di spegnere le fiamme e di chiedere aiuto a due ragazzi che in quel momento passavano in auto. Supererà il coma e trascorrerà sei mesi di cure intensive al centro grandi ustioni di Palermo. Poi finalmente, la sua rinascita.

La tua esperienza di sopravvissuta alla violenza come testimonianza e impegno in prima persona, giorno dopo giorno. In quanti modi riesci a portare avanti tutto questo? So che sei anche impegnata con un’associazione…

Sì, ho un’associazione che si chiama Libera di vivere e porto avanti una missione: sensibilizzare tutti e soprattutto i giovani al rispetto e all’amore per la vita.

Quali ostacoli hai rilevato e aspetti positivi rispetto a questo impegno. Un bilancio a distanza di qualche anno.

Qui a Palermo poca solidarietà. Ho problemi per avere una sede per il mio centro di ascolto e gli incontri devo farli da altre parti. La mia città non mi ha aiutata neanche per un lavoro. Eh sì, sono stata licenziata dopo sei mesi di malattia continua, perché a capo dell’impresa c’era lo zio del mio aggressore. Ora lui lavora in banca all’Unicredit, lui è stato premiato…

Condividi le motivazioni di questo impegno con i tuoi figli?

Sì, con i miei figli maggiorenni, con la piccola no.

Oggi come vedi Barbara, rispetto al passato? Hai scoperto qualcosa di te che non conoscevi?

La mia forza e la mia fede sono notevolmente cresciute e sempre l’amore per la vita aumenta. Lotterò sempre affinché le leggi cambino.

Cosa è per te la giustizia. Come sono cambiate le tue aspettative e le tue idee dopo l’esito del processo a carico di colui che ha tentato di ucciderti?

Il mio aggressore non ha avuto condanne qui su questa terra, ma al cospetto di Dio sarà punito.

Il suo aguzzino, incensurato, si è avvalso del patteggiamento e rito abbreviato, viene considerato dai giudici colpevole solo di lesioni gravissime e non di tentato omicidio. Avrebbe dovuto scontare 25 anni di carcere, ma alla fine se la cava con appena 4 anni di domiciliari, che però, grazie all’indulto, non sconta nemmeno. Non ha mai chiesto scusa.

Ciò che appare ancora una volta difficile da accettare è come la giustizia di fatto non si compia, l’autore ha potuto godere di tutta una serie di benefici. Che risarcimento viene riconosciuto alla vittima e che messaggio si lancia a livello di società?

Prima dell’aggressione e del tentativo di ucciderti, cosa pensavi a proposito della violenza maschile?

Credo che la violenza e la mancanza di rispetto sia sempre esistita, ma oggi emerge maggiormente grazie a tv e social.

Alla luce della tua esperienza, quali sono le priorità per prevenire e contrastare la violenza contro le donne, su cosa si deve intervenire e quali sono gli strumenti che funzionano e quelli che andrebbero migliorati?

Sicuramente chi accoglie le denunce deve essere bravo a non respingere la vittima ed attivare i servizi preposti a tutela e protezione. Mai tornare indietro e chiedere aiuto a tutti.

Lavorare per cambiare la cultura del dominio e del possesso, per cui se non “gli puoi appartenere” un uomo sceglie di cancellarti e di toglierti la vita: quanta strada c’è ancora da fare, che percezioni hai sulle nuove generazioni?

Molta strada…lavorare sull’educazione di uomini e donne, tutti dobbiamo migliorare.

Occuparsi di violenza contro le donne, perché ci riguarda tutti e tutte. Quanto è importante essere consapevoli del fenomeno, delle sue radici? Quanto è importante non viverlo come qualcosa di distante da sé?

Può essere anche tanto vicino, basta essere pronte al cambiamento, basta non fermarsi mai, avere fede, forza, coraggio e scappare per vivere.

Cosa è per te la libertà? Cosa significa essere libera per una donna, in Italia, oggi?

Essere libere vuol dire fare ciò che desideri della tua vita, essere libere di vestirsi, di parlare, di lavorare e di uscire senza minacce e preavvisi minacciosi.

Ricostruire e ricominciare, di quali interventi di sostegno hanno bisogno le donne sopravvissute? Penso per esempio alle difficoltà di trovare un lavoro…

Noi sopravvissute a un femminicidio non siamo tutelate da nessuno. Abbiamo anche noi diritto al lavoro e di dimenticare con la nostra dignità, non essere emarginate.

Il tuo coraggio, la tua forza, il desiderio di vivere questa seconda vita per te e i tuoi figli. Tanti elementi ti hanno sostenuta in questo cammino di rinascita, quale messaggio vuoi trasmettere alle donne che hanno vissuto e/o stanno vivendo situazioni di violenza, di abusi da parte di un uomo?

Mai fermarsi, mai abbattersi. Camminare sempre a testa alta, vivere la vita, anche se beffarda, nei suoi colori e nelle sue profumazioni.

Vi invito ad ascoltare la sua testimonianza rilasciata a Sopravvissute, lo scorso 7 aprile.

Le cicatrici sul corpo e quelle dell’anima non si possono dimenticare né cancellare, restano per tutta la vita. Noi possiamo però aiutare Barbara a riprendere a lavorare. Ci date una mano?

Vorrei concludere tornando sugli autori delle violenze contro le donne, perché è bene ribadire alcuni aspetti.

Vi riporto un estratto dal libro del magistrato Fabio RoiaCrimini contro le donne: Politiche, leggi, buone pratiche, 2017 Franco Angeli, pag. 161:

“Secondo vecchi ma non superati stereotipo si tende ancora oggi a pensare che chi maltratti o stupri una donna sia un soggetto affetto da una patologia psichiatrica, una persona disturbata e quini in maniera gergale, da curare. Al contrario, l’esperienza giudiziaria dimostra che l’agente violento non risulta affetto da alcuna patologia sul piano psicologico-psichiatrico, ai sensi dell’art. 85 c.p., e che la sua condotta maltrattante si sviluppa su un binario di piena consapevolezza, dovendosi così ricercare la causa scatenante della condotta violenta in una matrice subculturale che autorizza la liberazione degli impulsi aggressivi nei confronti di una donna in quanto espressione di un genere ritenuto secondario.”

Immaginiamo pertanto, che in assenza di sanzioni penali adeguate al reato e nessun trattamento “su un piano di sensibilizzazione relativa al disvalore del comportamento commesso, comportamento che tendono a negare o minimizzare”, il rischio di recidiva sia assai elevato e che all’opinione pubblica si passino messaggi che derubricano la gravità della violenza agita. Il nostro sistema non può permettersi di continuare a essere debole e fiacco, poco incisivo, con differenze anche notevoli tra tribunali, in merito a sentenze in materia. Le leggi ci sono, vanno applicate adeguatamente da magistrati specializzati e preparati in materia. Occorre poi seminare, credendoci veramente, nella costruzione di una società paritaria, a partire dall’ambito scolastico, investendo nell’educazione a relazioni rispettose e egualitarie tra uomini e donne, senza paura di interrogarsi e di affrontare i tarli culturali patriarcali che ancora affliggono i rapporti tra i generi. Dobbiamo scavare dentro di noi per estirpare le radici culturali che sostengono e alimentano la violenza, quelle forme di sottovalutazione e di negazione della gravità di certi comportamenti e mentalità. Dobbiamo avviare un enorme lavoro che sia in grado di minare le basi della discriminazione e della violenza contro le donne. La traccia da seguire già l’abbiamo, basta attuare passo passo le quattro P della Convenzione di Istanbul: prevenzione, protezione e sostegno alle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate.

Articolo pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE

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A proposito dell’installazione donna-poltrona

 


Come mi aspettavo, come era accaduto a proposito della musica, del trap, son giunti alcuni commenti del tipo: “è arte, possibile che non la comprendete?”, “è un omaggio per i 50 anni della poltrona di Pesce del 1969, rivisitata, come ogni opera attiva discussioni”, “siamo alla censura”, “per me non è né volgare né sessista”, “non capisco perché ci debba essere tutta questa suscettibilità” e giù con citazioni di opere celebri di martiri, “io mi domando il senso di essere contro un’opera d’arte”.

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, folla e spazio all'aperto

 



Ve le annoto, così, tutte insieme, tutte valutazioni da parte di donne. Ma guardate che non è il nudo che ci sta creando dei problemi, non è nemmeno che siamo troppo suscettibili, non è nemmeno strumentalizzazione, è semplicemente che c’è qualcosa che ci ha profondamente fatto sentire quanto ancora non si riesca a centrare il problema e a comunicare diversamente.
E il simbolico non può essere sottovalutato soprattutto se l’arte vuole portare a una riflessione adeguata al fenomeno della VIOLENZA MASCHILE sulle DONNE.
Un maschile, una maschilità sempre ben tenuta in secondo piano, in questo caso addirittura animalizzata (sotto forma di teste di felini feroci, per una rappresentazione dell’autore della violenza come distante, lontano, appartenente al mondo animale, mai umano, mai come qualcosa che riguarda le nostre esistenze, ma relegato in un “altrove”). Non sia mai che si interroghino su ciò che di tossico c’è nella mascolinità e si sentano coinvolti gli uomini che passano davanti all’installazione… e che si inizi a cambiare registro.
Il corpo donna acefalo, non dotato di intelligenza e di pensiero autonomo, si contrappone a delle teste, il maschile, che sebbene “animalesco”, è sempre rappresentato con la testa, sede del cervello.

La figura maschile deresponsabilizzata perché è ancora meglio esporre in dimensioni su scala gigantesca un corpo di donna, senza testa, questa volta niente lividi o ferite solo trafitto da spilloni, passivo, immobile, poltrona sulla quale sedersi ossia come replicare la subordinazione, l’oggettivazione, una bambola gonfiabile, pezzo di corpo pornificato, una scena che tutto fa fuorché rompere modelli e stereotipi nocivi.

E forse occorre riflettere su cosa di recente il Consiglio d’Europa ha definito come sessismo:
“qualsiasi atto, gesto, rappresentazione visuale, parola scritta o orale, pratica, comportamento che abbia luogo nella sfera privata o pubblica, che si basi sull’idea che una persona o gruppo sia inferiore a causa del suo sesso.”

E come altre hanno detto, donne senza voce.
Perché non puntare una volta i riflettori e il focus su l’autore della violenza senza “cosificare” le donne come complementi di arredo? Sì è proprio un certo tipo di immaginario evocato a non andarci proprio giù e anche questo vostro non voler capire, questo vostro spostare il punto del disagio altrove, che crea ulteriori cortocircuiti.
Un prodotto della società, della sua cultura, di rapporti di potere, di sottovalutazioni, di consuetudini, di comportamenti e di una mentalità maschiocentrica, che si riflette nelle relazioni, questa è la violenza. E in una società del consumo, anche la sofferenza delle donne torna utile. Non ci si accorge nemmeno di aver superato il limite.

E per fortuna non sono da sola a pensarla così e non potete neanche dirmi “a che titolo affermi tutto questo?”. Elisa Giomi, sociologa, ha giustamente commentato: “se per denunciare un fenomeno (legame tra oggettualizzazione femminile e violenza sulle donne e relativo immaginario) ho bisogno di riprodurlo in modo didascalico anzi iperbolico, allora non lo sto denunciando, lo sto riproducendo. E alimentando.”

Ce la possiamo fare!

QUI UNA PETIZIONE INDIRIZZATA AL SINDACO SALA.

Non Una di Meno inaugura in Duomo l’opera d’arte contro la violenza sulle donne
Si è appena conclusa l’inaugurazione di Non Una Di Meno dell’opera “Ceci n’est pas une femme” in presenza del famoso artista francese Poisson. Poisson si è detto molto felice della presenza delle femministe perché: “Se il tema è la violenza sulle donne è giusto che parlino le donne”. Ha anche confessato di avere sempre con sé una copia del piano femminista contro la violenza di genere, da cui ha tratto ispirazione in particolare alla voce “Linee guida per una narrazione non sessista”. L’opera infatti non oggettivizza e non vittimizza le donne e soprattutto non estetizza la violenza. Ha dichiarato l’artista: “La violenza non è spettacolo, con quest’opera, a differenza di quanto avviene di solito, non ho voluto normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla, trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica)”. Nella didascalia dell’installazione si legge come la violenza sia un fatto sociale grave in “altri paesi”. Non Una di Meno ha evidenziato i dati riferiti all’Italia: una donna ogni 3 giorni è vittima di femminicidio, l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è al 70%, più di 1.400.000 donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro e la percentuale tocca l’85% nella categoria delle giornaliste. Se l’opera d’arte serve ad accendere i riflettori su una tematica sociale importante, ci auguriamo che il dibattito generato riconosca la strutturalità e sistemacità del problema della violenza di genere, e ci auguriamo altresì che artiste femministe e LGBTQIA+ non siano più invisibilizzate soprattutto quando il tema le riguarda in prima persona. Per trarre ispirazione dalle dichiarazioni dell’assessora alle politiche del lavoro a seguito dell’inaugurazione : se il dibattito generale intorno all’opera d’arte porterà alla donazione di 100.000 euro ai centri antiviolenza, questo Fuorisalone 2019 non sarà passato invano.

 

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Un 8 marzo oltre l’oppressione di genere. Sfide e istanze urgenti


Riprendo in mano il testo “Un silenzio assordante” di Patrizia Romito, che ho di recente ascoltato a lezione presso l’Università Bicocca. Il testo è un fondamentale per chi voglia avvicinarsi al tema della violenza su donne e minori, analizza benissimo e tratteggia le strategie di occultamento della violenza.


Ma ciò su cui vorrei soffermarmi è qualcosa di specifico, piuttosto utile nel contesto contingente attuale, necessario se vogliamo contrastare chi di fatto nega o tenta di ridimensionare i fatti.
Se stralciamo dal discorso la natura e le radici della violenza sulle donne, se non nominiamo a sufficienza gli autori, gli uomini, se non sottolineiamo che grandissima parte della violenza sulle donne e sui minori è da essi esercitata, se non parliamo di elementi culturali secolari patriarcali, se ci ritroviamo ad ascoltare spesso che la violenza è tutta uguale, ne facciamo un calderone unico, senza capire che discriminazioni e violenza di genere hanno delle peculiarità e che nasconderle implica non voler accettare quello che accade alle donne in quanto donne.
“La non conoscenza ha una funzione, per i dominanti come per i dominati, e cioè il mantenimento dell’ordine delle cose (…). È proprio tra gli oppressi che la negazione dell’oppressione è più forte.”
Nicole-Claude Mathieu (L’Anatomie politique. Catégorisations et idéologies du sexe, Paris, Côté-femmes,1991)
Conosciamo la diffusione della violenza e degli abusi, dei quali tutte siamo state testimoni dirette o indirette, tutte ne siamo state in qualche modo toccate, da vicino o per vicinanza.
Eppure, come evidenzia Romito, facciamo una enorme fatica, nonostante queste esperienze condivise, a raggiungere una “unanimità sul significato di queste esperienze”, facciamo fatica a solidarizzare, anzi a volte prevale la negazione e una sorta di torva diffidenza.
Si allontana da sé il problema, o si cerca di farlo.
Eppure sono soprattutto donne le insegnanti che ne vedono i segnali sui propri alunni e sulle proprie alunne e non sanno come intervenire o scelgono di non farlo.
Lo stesso per psicologhe e assistenti sociali che tra un padre abusante e una madre che cerca di proteggere suo figlio, credono al primo e ne prendono le difese.
Spesso sono donne anche le avvocate, le magistrate, le poliziotte che non comprendono la realtà dei fatti e perciò ratificano decisioni e provvedimenti che non tengono conto delle conseguenze e compiono danni incalcolabili per le vite delle donne e dei loro figli.
E non è possibile scoprire solo oggi, sotto i marosi del Ddl Pillon e affini, ciò che da anni si compie ai danni delle donne.
E mi sembra alquanto doloroso tuttora sentire donne (perché dagli uomini ce lo aspettiamo, così come le assurde argomentazioni dei filo Pillon e di Mantenimento diretto) che dicono “ma anche le donne”, “io avrei fatto questo e quello, io sarei andata via, le donne provocano ed esasperano gli uomini”.
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Questo non è amore. Una riflessione a proposito dei dati sui femminicidi


La donna deve essere al centro di prassi fondate sulla capacità di ascolto e di sostegno concreto, soprattutto ci auguriamo che la rete tra pubblico e privato funzioni sempre meglio e arrivi ad aiutare sempre più donne.

A pochi giorni dallo scorso 25 novembre, alla presenza del Capo della Polizia Franco Gabrielli,  è stata presentata la seconda edizione della pubblicazione che porta il nome della campagna della Polizia di Stato, “Questo non è amore”, frutto della strategia della Direzione Centrale Anticrimine, guidata dal Prefetto Vittorio Rizzi, in materia di contrasto alla violenza contro le donne. Tale documento serve a fare il punto sui dati in materia di violenza di genere in possesso delle forze di polizia, sugli strumenti a disposizione delle donne per difendersi, sulle iniziative d´informazione e sulla strategia della Polizia di Stato.

Per quanto riguarda i dati, si registra per i primi nove mesi del 2018 una diminuzione degli omicidi volontari del 19% (da 286 a 231 morti), una conferma di un trend già registrato negli ultimi 10 anni: a fronte di questa flessione per gli omicidi di uomini, che diminuiscono del 28%, il numero delle donne uccise cala solo di 3 unità (da 97 a 94 casi).

Riporto uno stralcio del comunicato che fa riferimento al femminicidio:

“(termine non giuridico, ma di uso comune) è una sottocategoria in cui rientrano solo i casi di uccisione di una donna da parte di un uomo proprio in quanto donna, come atto estremo di prevaricazione e superiorità.

Comunemente si pensa che il femminicidio sia l´omicidio avvenuto in ambito familiare o affettivo e, infatti, il 78% delle uccisioni di donne avvengono tra le mura domestiche.

Non tutti gli omicidi di donne in ambito familiare o affettivo sono, però, da considerare femminicidi, nel senso di uccisioni di donne in ragione del proprio genere. Dei 94 omicidi di donne dei primi nove mesi del 2018, 73 si sono verificati in ambito familiare, ma l´esame puntuale di tutte le drammatiche dinamiche che hanno condotto all´uccisione evidenzia che solo in 32 casi si possa propriamente parlare di femminicidio, dovendosi escludere i casi in cui, ad esempio, il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza, il fratello ammazza la sorella per motivi economici o il nipote uccide la nonna per l´eredità. Sono stati analizzati anche quei casi in cui il femminicidio ha provocato altre vittime innocenti, come il caso in cui il marito uccide la moglie, ma poi non si ferma e ammazza anche i figli.”

datidati2A questo punto, ci sembra opportuno porre qualche domanda, compiere una riflessione, perché altrimenti si corre il rischio di appiattire tutto sulla base di numeri e di definizioni, perdendo di vista l’ampiezza dello spettro del fenomeno violenza e in particolare dei femminicidi.

La Polizia pur rilevando in un primo tempo che il femminicidio sia “l’uccisione di donne e bambine a causa del loro genere”, in seguito per censire il numero di casi adopera di fatto una definizione simile a quella “statistica” che ritroviamo sul sito Eige: “L’uccisione di una donna da parte di un partner intimo e la morte di una donna come risultato di azioni dannose per lei. Si può definire partner intimo un ex coniuge, un coniuge o un partner fisso, indipendentemente dal fatto che l’omicida abbia condiviso o condivida la stessa residenza della vittima.”

Eppure, il termine femminicidio, dallo spagnolo feminicidio, racchiude un significato molto più complesso, comprendendo soprattutto gli aspetti sociologici della violenza e le implicazioni politico-sociali del fenomeno. È necessario ricordare come lo adoperasse per prima  l’antropologa messicana Marcela Lagarde per evidenziare la drammatica situazione vissuta dalle donne in Messico, in particolare nella zona di Ciudad Juárez.

Per Marcela Lagarde il femminicidio rappresenta:

“la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”.

E aggiunge:

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un ciclo della violenza. “In questo senso, il femminicidio individua una responsabilità sociale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna occupa una posizione di subordinazione, divenendo soggetto discriminabile, violabile, uccidibile. Sul piano dei comportamenti individuali, il femminicidio può essere visto come la massima espressione del potere e del controllo dell’uomo sulla donna, l’estremizzazione di condotte misogine e discriminatorie fondate sulla disuguaglianza di genere.”

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Quindi ci aspetteremmo che si considerassero appieno certe dimensioni, il contesto e livelli di lettura di tali uccisioni di donne da parte di uomini, per riuscire a ricomprendere tutte le violenze e le discriminazioni legate al genere, che colpiscono la donna nella sua sfera fisica, psicologica e sociale.

In Italia molti soggetti si sono occupati negli anni di monitorare i femminicidi, redigendo report specifici: Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna, UDI Monteverde, In quanto donna, Corriere della Sera. Ma se i dati ufficiali vengono forniti dalla Polizia di Stato, che come abbiamo letto applica dei criteri di selezione che rischiano di escludere tanti casi di femminicidi che invece per altri soggetti e in base ad altri fattori lo sono pienamente, se le basi per pianificare interventi e politiche ad hoc fossero solo queste, quale potrebbe essere il risultato? Il vero problema è innanzitutto avere dei criteri univoci, condivisi a livello ufficiale, che possano essere adoperati per un’analisi e un report puntuale su questo fenomeno. Il pericolo è che si sottostimi e si sottovaluti ciò che accade, se non se ne comprende la complessità.

Occorre creare un organismo, meglio se interno al Dipartimento per le Pari Opportunità, che si occupi di questo tipo di rilevazione e soprattutto codifichi un metodo di analisi e di selezione dei dati, delle fonti, dei criteri. Inoltre, si potrebbe iniziare a ipotizzare di varare una verifica su cosa non ha funzionato in ciascun caso di femminicidio, per comprendere aspetti comuni, cosa non ha funzionato nelle azioni volte a proteggere le vittime, eventuali carenze nei servizi, sottovalutazioni del rischio, raccolta di spunti di miglioramento e perfezionamento degli strumenti in campo e a disposizione sul territorio.

Magari seguendo la procedura adottata in Gran Bretagna: “Nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?”

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Articolo pubblicato anche su Noi Donne qui.

Grazie a Maddalena Robustelli per aver condiviso con me le riflessioni e la scrittura di questo articolo.

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Periferia come margine che abbraccia: storie di riscatto al femminile


Qualche tempo fa una giovane donna è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti giovani nigeriani, sia ragazzi sia ragazze, è stata più o meno questa: sì, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?

Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato che la donna è per definizione colpevole.

E gli è stato insegnato ad aspettarsi così poco dagli uomini che la visione dell’uomo  come creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile. Insegniamo alle ragazze a vergognarsi. Incrocia le gambe. Copriti. Le facciamo sentire in colpa per il solo fatto di essere nate femmine. E così le ragazze diventano donne incapaci di dire che provano desiderio. Donne che si trattengono. Che non possono dire quello che pensano davvero. Che hanno fatto della simulazione una forma d’arte.

(…) Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere. I maschi e le femmine sono indiscutibilmente diversi sul piano biologico, ma la vita in società accentua le differenze. E poi avvia un processo che si auto-rafforza.

Chimamanda Ngozi Adichie, tratto da We should all be feminists – 2014

Si potrebbe pensare che la situazione in Italia sia diversa, ma i meccanismi che si innescano di fronte all’esplosione della violenza maschile contro le donne è sempre la stessa, con la stessa dose di pregiudizi, stereotipi, colpevolizzazioni e rivittimizzazioni. Diffusissime sono le prescrizioni, i consigli paternalistici alle donne su come prevenire, difendersi, senza mai focalizzarsi su chi agisce abusi e violenza e sulle cause alle sue radici.

Sto frequentando un corso di perfezionamento all’università sulla violenza su donne e minori. Durante una lezione è stata citata la scrittrice e attivista femminista statunitense bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins) che nel suo “Feminist Theory: From Margin to Center” del 1984, rileva come le femministe non siano riuscite a creare un movimento di massa contro l’oppressione sessista perché il fondamento stesso della liberazione delle donne “fino ad oggi non ha tenuto conto della complessità e della diversità di esperienza femminile. Per realizzare il suo potenziale rivoluzionario, la teoria femminista deve iniziare trasformando consapevolmente la propria definizione per comprendere le vite e le idee delle donne al margine.”

Ed è da una posizione di “confine”, dal margine che si coglie la multiformità e la complessità delle istanze, delle questioni, delle fragilità, della capacità di trovare risorse e costruire resilienza. Ed è qui che occorre intervenire, investendo sulle donne.

Per questo ritengo che sia cruciale e di valore il lavoro compiuto da WeWorld Onlus, e che possiamo leggere nella ricerca “Voci di donne dalle periferie – Esclusione, violenza, partecipazione e famiglia”.

Nelle indagini svolte negli anni è emerso quanto forti siano gli stereotipi tra la popolazione italiana in merito a ruoli, violenza e discriminazioni di genere e come sia difficile scardinarli.

tolleranza verso comportamenti discriminatori

la violenza contro le donne raptus

Si è cercato quindi di comprendere quanto di questa cultura fosse presente tra le intervistate e se i percorsi seguiti negli Spazi Donna (progetto avviato nel 2014, di cui avevo parlato qui) avessero in qualche modo contribuito a cambiare punto di vista e la mentalità. La maggior parte delle intervistate si dichiara contraria a certi stereotipi di genere, sono favorevoli al fatto che anche le donne debbano e possano lavorare fuori casa e che in tal caso debba esserci, di conseguenza, una equa condivisione dei compiti di cura e dei lavori domestici tra marito e moglie. Al contempo permane l’idea che la donna sia più “adatta” a occuparsi della casa e dei bambini. Numerose donne hanno acquisito consapevolezza (anche grazie al lavoro compiuto negli Spazi Donna) in merito a certi modelli ancora diffusi nel proprio quartiere o nella propria città e iniziano a prenderne le distanze, cercando di educare diversamente le figlie, insegnando loro l’importanza dello studio e della realizzazione personale. È fondamentale che si fornisca loro strumenti per andare oltre il ruolo di mamme e mogli, riscoprendo “l’esigenza di sentirsi anche e soprattutto donne, con una dignità e un diritto a essere rispettate, contro qualsiasi stereotipo e/o atteggiamento sessista.” Un percorso di presa di coscienza di sé che significa anche saper riconoscere la violenza e le sue radici culturali, un modello di relazione tra i sessi patriarcale tramandato di generazione in generazione. Ecco che assume un’importanza cruciale l’educazione delle donne alla parità tra i generi e al rispetto, solo in questo modo si può fare prevenzione della violenza. Iniziare un cammino per consentire alle donne di uscirne, supportandole per un reinserimento sociale, per una loro autonomia. I benefici poi naturalmente si espandono e abbracciano anche i figli, le generazioni successive, interrompono un ciclo fatto di modelli relazionali e di abitudini nocive.

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N.B. L’immagine di copertina e i grafici presenti in questo articolo sono ricavati dall’indagine “Voci di donne dalle periferie – Esclusione, violenza, partecipazione e famiglia di WeWorld Onlus”. © WeWorld Onlus 2018

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Torniamo a interrogarci sul valore che diamo alla vita delle donne


Questo 25 novembre, si fa fatica a scrivere, perché le parole risuonano sempre più inutili, cadono vane nel vuoto lasciato dalle donne alle quali la vita è stata interrotta, all’improvviso, perché un uomo ha deciso che quella vita non potevano, non meritavano di continuare a viverla.

E di anno in anno ci ritroviamo davanti a questo abuso che pesa sulle nostre esistenze, giorno dopo giorno a raccogliere frammenti di forza per non fermarsi mai di fronte a ciò che accade, lo dobbiamo a Violeta e a Jessica, a tutte le sorelle che non possiamo più abbracciare, ai loro sorrisi e ai loro sogni.

Jessica Faoro voleva farcela da sola, cercava di uscire dalle difficoltà con tutto il coraggio e l’orgoglio di una giovane donna, alla ricerca solo di un po’ di serenità e di un futuro meno doloroso della sua infanzia e adolescenza. La giustizia ora seguirà il suo percorso, ma a dirla tutta, tante altre responsabilità, oltre a quelle di Garlaschi che l’ha trafitta con 85 coltellate, resteranno nell’ombra.
Un silenzio che devo dirlo si stende su tutti i bambini e gli adolescenti che passano il tempo tra una famiglia affidataria e una casa famiglia.

Un silenzio che li travolge una volta maggiorenni, considerati evidentemente autosufficienti, nonostante sappiamo bene quanto questo non corrisponda ad un’analisi della realtà. E se alle domande che avevamo posto dopo il femminicidio di Jessica non ci è mai giunta risposta, se a qualcuno interessa il destino di giovani vite come quella di questa ragazza, se vi resta un po’ di coscienza, adoperatevi affinché venga fatta piena luce sulle ragioni che avevano costretto questa ragazza ad accettare l’ospitalità di colui che sarebbe diventato il suo carnefice.

Terribile che si continui a esercitare una rimozione ogni qualvolta accadono simili tragedie, eppure sembra di scorgere sempre la stessa sottovalutazione dei segnali di pericolo e di rischio, una sequenza che non riusciamo a interrompere. Per una volta smettiamola almeno con l’ipocrita messinscena e dedichiamo anche solo un briciolo del nostro tempo a sospendere tutte le diatribe, le logiche di calcolo, i veti incrociati, i veleni, i distinguo, i ragionamenti autoreferenziali per pretendere in modo deciso che in questo Paese la violenza contro le donne non passi più come un flash di cronaca, ma sia finalmente considerato una questione cruciale, centro di un impegno politico che nasce dalla piena consapevolezza che tutto questo è violazione dei diritti umani, che le numerose forme di controllo e di annientamento delle donne sono il prodotto mortifero della cultura patriarcale che continuiamo a coltivare e a diffondere a piene mani, uomini e donne.

Guardiamoci dentro e iniziamo, partendo da noi, un viaggio, lungo, certamente faticoso e doloroso, per sbarazzarci di quel senso di oppressione e di ineluttabilità. Indubbiamente non avremo risultati visibili nell’immediato, ma quanto meno ci saremo liberate da una serie di scorie eredità di secoli in cui i nostri corpi sono stati campi di battaglia, oggetto di ogni tipo di sfruttamento, crimine, puro dominio indiscusso maschile, che tuttora molti uomini si sentono legittimati ad agire, un diritto e in alcuni casi un dovere di “piegarle per rieducarle”.

 

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#DdlPillon. Abbiamo bisogno di resistenza per non perdere la speranza


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta la prima riunione del neonato Comitato NoPillon di Milano. Ciò che è importante in questa fase politica è che vi siano tracce di mobilitazione, che ci si trovi attorno a una causa e che si abbia la forza per contrastare venti che potrebbero riportarci nel passato.

Non farò una cronaca passo passo, né in ordine cronologico degli interventi, ma mi preme evidenziare ciò che di buono ho portato a casa e da cui partire.

Positivo che l’obiettivo comune e unanime sia quello di ottenere il ritiro del ddl 735.

Parto dall’intervento vibrante e caloroso di Laura Boldrini. Mai come adesso mi è sembrato necessario il suo richiamo all’unità delle donne, alla non divisione e dispersione in mille rivoli che non collaborano fra loro, alla necessità del femminismo da praticare tutti i giorni. Occorre una mobilitazione per riuscire a parlare con una sola voce a questo attacco globale alle donne, avviando una stagione di resistenza, esercitando un ruolo attivo, la responsabilità di cambiare, attraverso una nuova rivoluzione femminista. Una conditio sine qua non per non tornare indietro. Boldrini parla giustamente di segnali che denotano l’avanzare di una ideologia oscurantista, su più temi. Il senatore Pillon non è un caso isolato, circoscritto, espressione di una tendenza, ma gode di un nutrito sostegno proprio all’interno del Governo. La formazione dell’esecutivo, con i numeri che non assicurano parità di genere, è la rappresentazione plastica di un Governo più simile a quello di Kabul che di Madrid. Un governo del “cambiamento talebano”. Questo ddl esprime una visione maschilista del matrimonio e della genitorialità, con minori che diventano pacchi postali, non interessa il loro benessere, con l’ossessione di mantenere unita la famiglia ad ogni costo, perché avviare la separazione diventerebbe un percorso a ostacoli. È chiaro che in parallelo si prospetti anche una maggiore difficoltà per le donne che desiderano separarsi per allontanarsi da situazioni di violenza domestica. Visto che la maggior parte dei femminicidi avviene quando la donna pone fine alla relazione, chiede il divorzio, Pillon risolve questo problema non permettendo più che le donne escano dalla famiglia. “Le donne devono stare zitte e a occhi bassi”. Le donne sono sempre state sottomesse, umiliate, picchiate: non sembrerebbe proprio il caso di cambiare secondo i fautori del ddl. Occorre diffondere informazioni, sensibilizzazione dappertutto, perché le persone non sono consapevoli di quanto questo ddl vorrebbe introdurre. È necessario arrivare a tutte le donne, anche a coloro che non vedono le discriminazioni. Fa bene Boldrini a ricordare la vicinanza di Salvini ad Orban, all’ossimoro della “democrazia illiberale”. Il modello corrente è questo, qualcosa che è contro tutti i principi di uno stato di diritto. Come donne dobbiamo esigere rispetto, ciò che ci spetta.

Manuela Ulivi di Cadmi interviene evidenziando le conseguenze nefaste di una mediazione familiare obbligatoria, richiamando anche l’esplicito divieto della Convenzione di Istanbul in casi di violenza. Appare evidente come spesso i tempi per l’accertamento della violenza in sede penale non collimino con quelli dell’iter civile di separazione. Motivo per cui sarebbe troppo alto il rischio a cui si esporrebbero le donne se questo ddl dovesse essere approvato. Si va verso una privatizzazione dei diritti, le parti trattano ma quasi mai sono sullo stesso piano, questo è innegabile, soprattutto dal punto di vista economico. Chi ha maggiori risorse potrà permettersi i professionisti e i consulenti migliori e quindi otterrà maggiori benefici. Si ha come l’impressione che si voglia pesantemente condizionare l’altro genitore. Viene ricordato il funambolesco strumento del piano genitoriale in cui i genitori dovrebbero accordarsi su frequentazioni parentali e amicali, percorsi di studio, attività, vacanze dei figli: con un probabile aumento del conflitto. Questo ddl inoltre manipola la causa di pericolo per il minore che prevede l’uso di ordini di allontanamento dal soggetto che ne è la fonte, introducendo nel nostro ordinamento l’aspetto dell’alienazione (causa di pericolo). Se la persona che chiede protezione non può, non riesce a dimostrare la violenza, il rischio è che si affidi al minore proprio al soggetto che la agisce, con la previsione dell’inversione della residenza.

 

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Le cose illuminate

Ho trascorso un weekend che mi ha ricaricata di speranza. Sabato 29 settembre è stato inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7.


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Una panchina che segna un piccolo ma importante passo in una delle periferie del mio cuore, nato dalla ferma volontà di chi lo ha proposto e realizzato. Uno spontaneo moto che questa estate mi ha fatto cogliere al volo questa opportunità (quando Corrado Angione mi ha informata dell’apertura di questo nuovo giardino), per seminare un segnale e un simbolo permanente dell’impegno collettivo per aiutare le donne che vivono situazioni di violenza. Il gruppo è più che collaudato, insieme a Dario Pruonto, in arte Mister Caos, artefice della panchina e Carla Rizzi. Questa panchina spero diventi un luogo di riferimento, e che attraverso il passaparola si diffonda nel quartiere il messaggio che reca con sé. Mi è sufficiente pensare alle parole di una signora che ho incrociato e per la quale questa panchina ha un significato speciale. Non c’è nulla che sia in grado di esprimere meglio il significato di questa panchina. Come sempre quando scrivo e metto in ordine i pensieri lo faccio per condividere le mie sensazioni dal mio punto di osservazione, spesso lascio che si interponga il tempo necessario per assorbire e comprendere meglio quanto è accaduto. Ringrazio chi ha saputo avvicinarsi a questa idea con il giusto spirito, qualcosa che è diventata realtà con la giusta attenzione e sensibilità, ringrazio chi la ha sinceramente sostenuta, chi ne ha compreso l’obiettivo. Ringrazio Parvaneh Hassibi e il team del Casd (Centro ascolto soccorso donna) per aver partecipato, per essere sempre disponibili e con le quali speriamo di proseguire nel cammino di informazione e  consapevolezza sul territorio.


Queste sono le cose davvero importanti. Il noise esterno non ci fermerà. Porto dentro me la sensazione che i simboli, accompagnati da un autentico impegno, riescono a dare un contributo notevole. Le donne hanno bisogno di punti di riferimento, specie se si trovano a vivere esperienze di violenza, per questo ci è sembrato importante far fiorire una panchina rossa, per donare un messaggio di speranza: uscire dalla violenza è possibile e le donne hanno diritto a vivere un’esistenza libere da ogni forma di abuso, controllo o sopraffazione. In passato questo era più complicato, oggi abbiamo gli strumenti e i servizi che ci possono aiutare. Noi possiamo nel nostro quotidiano diffondere una nuova cultura e far conoscere i presidi territoriali che possono dare un concreto sostegno, l’ascolto giusto.
Domenica pomeriggio ho recepito altrettante vibrazioni positive dalla manifestazione Intolleranza zero. Insomma, altri modi di pensare, di vivere il presente, di costruire futuro, di fare politica, di recuperare valori ed etica sono possibili. Recuperare e diffondere speranza, costruire una comunità solidale, sono nostre dirette responsabilità, scacciando via l’indifferenza e partecipando attivamente.

Consigli di lettura:

http://www.corrierealtomilanese.com/2018/09/30/milano-al-municipio-7-una-panchina-rossa-parlante-contro-la-violenza-sulle-donne/
http://narrazionidifferenti.altervista.org/intolleranza-zero-voci-dalla-piazza-di-milano/

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Violenza di genere. Chi sensibilizzare?


Ci sono violenze che non emergono mai, fino a che non accade qualcosa di irreparabile, il femminicidio. La violenza è ancora percepita come un fatto privato e invece dobbiamo dire che no, non è così, a più livelli, ciascuno con le proprie competenze e responsabilità, dobbiamo accompagnare le donne affinché riescano a intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza, affinché riescano a denunciare ciò che hanno subito.

Scrivo perché desidero poter dare il mio micro contributo per diffondere informazioni, notizie, condividere battaglie e in qualche modo a creare consapevolezza. Ci sono tanti modi per farlo, io lo faccio con i mezzi e gli strumenti che ho a disposizione. Scrivere serve anche a me stessa per mettere a fuoco pensieri, opinioni, riflessioni, dati e fonti. Ma soprattutto penso da sempre a un punto essenziale: le donne non devono essere lasciate sole, non devono restare isolate con ciò che la vita mette loro davanti, devono sentire che al loro fianco c’è chi le sostiene, le ascolta, gli crede e può aiutarle. Per questo è importante mettere in circolo le informazioni e fare passaparola. Ho ricevuto più volte dei segnali che le mie parole riescono ad essere utili, soprattutto riescono a fare emergere il desiderio di raccontare le proprie esperienze, di condividere la propria storia, perché non accada ad altre, affinché le cose cambino, ci sia un miglioramento. Questo vale a maggior ragione quando si tratta di un caso di violenza, quando si vive una delle esperienze più dolorose, capaci di segnarti nel profondo. Spesso si chiede alle vittime di violenza perché non hanno denunciato prima, perché hanno aspettato. Ci sono violenze che non emergono mai, fino a che non accade qualcosa di irreparabile, il femminicidio. La violenza è ancora percepita come un fatto privato e invece dobbiamo dire che no, non è così, a più livelli, ciascuno con le proprie competenze e responsabilità, dobbiamo accompagnare le donne affinché riescano a intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza, affinché riescano a denunciare ciò che hanno subito. Dobbiamo mettere in campo tutti gli strumenti per proteggerle effettivamente ed efficacemente, e se hanno figli minori, assicurare loro altrettanta protezione. In caso di stupro o stalking non dobbiamo sfoderare il consueto armamentario volto a rivittimizzare le donne.

Ringrazio V. (iniziale fittizia) la donna che ha voluto condividere la sua storia. Penso che la sua testimonianza, insieme a quella di altre donne, possa servire a ribadire ciò di cui le donne hanno bisogno, a chiedere che le cose cambino al più presto. Ho rimosso ogni riferimento che potesse rendere riconoscibile questa donna, la sua esperienza ha un valore universale.

Quando trovi la forza e il coraggio di uscire dalla “gabbia” della paura, e decidi di chiedere aiuto, la violenza che hai subito fino a quel momento, in qualche modo l’hai accettata, vorresti e cerchi di voltare pagina.

Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l’insensibilità e l’omertà intorno a te, ma l’omertà e l’abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto…PROPRIO NO, NON SI PUO’ E NON SI DEVE ACCETTARE!!!!”

Esordisce così, V. in quella che è una esperienza di stalking da parte dell’ex, “un’enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere”. Prova “un senso finalmente di sollievo”, pensando che la accoglieranno, dandole tranquillità e serenità e un senso di protezione; “invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili”. V. vorrebbe sentirsi dire “tranquilla, ora ci siamo noi”, invece trova scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarla, sguardi solo di curiosità, nessuno che le creda. Si è ritrovata sballottata da un ufficio all’altro, una pratica che passa da un dipendente all’altro. Rimbombano le parole “non accoglienza”, “leggerezza”, avverti tutte le difficoltà che le si sono frapposte davanti alla denuncia, nel momento in cui ha finalmente trovato la forza di farlo. La documentazione allegata, l’insistenza con cui il suo stalker non demorde e continua a perseguitarla non sembrano sufficienti per un intervento tempestivo di allontanamento.

 

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Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

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Molestie e violenze sessuali sul lavoro: arretramenti e pregiudizi

Tra le mille difficoltà che incontrano le sopravvissute per ottenere giustizia, a quanto pare se ne aggiungono altre, nuove e inaspettate, che rischiano di portarci pericolosamente indietro sulla strada dei diritti e del contrasto alla violenza di genere.

Altro che rivoluzione #metoo. Da noi, in Italia, parlare di molestie, denunciare è un boomerang, una strada che si contorce e si inerpica fino a quando le ragioni, i motivi, si disperdono in un nulla di fatto, con motivazioni da teatro dell’assurdo. Di fatto si apre una voragine nella quale il coraggio di parlare viene demolito, intimidito, sezionato, ridotto a brandelli, chi denuncia si ritrova sul banco degli imputati, tutto si ribalta in un assurdo gioco che stenta a dare credito alle donne, tra un “se l’è cercata, era compiacente, era corresponsabile” e un “troppo tardi, poco attendibile, approfittatrice”. E quindi, si dissolve la gravità di quanto agito da questi uomini, c’è anche chi parla di “poverini”, vittime di una caccia al mostro, una esagerazione messa in piedi da quelle misandriche delle femministe. In Italia è evidentemente andata così, tutto storto, capovolto, annacquato. Ed ora possiamo aggiungere un altro tassello: “troppo amica, troppo vecchia”, non è compatibile con uno stato di soggezione. Il 25 settembre si svolgerà l’udienza (la denunciante ha fatto opposizione all’archiviazione) n


deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, presidente della Ss Lazio Calcio femminile, nei confronti di Carlo Tavecchio, all’epoca dei fatti presidente FIGC. La Pm ha chiesto l’archiviazione pur ritenendo veritieri e realmente accaduti i fatti denunciati.

(…)
Dimostrando solidarietà a Elisabetta daremo una spallata al sistema e un aiuto a tutte le donne che denunciano. Non si deve consentire che passi la cultura che sottende la richiesta di archiviazione. Con l’estate di mezzo, il 25 settembre è ravvicinato e non è ammissibile che si rischi di lasciare passare sotto traccia ciò che sta avvenendo. Che messaggio trasmetteremo alle donne, come potremo sollecitare e sostenere il loro coraggio nel denunciare?

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AGGIORNAMENTO

Queste sono notizie che riempiono il cuore di speranza e di fiducia. Un segnale importante per Elisabetta e per tutte le donne che hanno il coraggio e la forza di denunciare. Non ci fermerete!

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Il cambiamento che auspichiamo

@OlimpiaZagnoli


Il femminicidio è l’atto finale e consapevole di uomini portatori di una cultura che gli attribuisce un dominio incondizionato, l’esercizio di un potere assoluto sulla donna. Una cultura patriarcale, machista, misogina, fondata sulla sopraffazione. Il femminicidio è l’epilogo tragico e terribile che pone fine alla vita di tante, troppe donne. Il “prima” è composto da una serie di avvenimenti, parte del ciclo della violenza. Una sequenza ciclica che non si risolve da sé, ma replica atti violenti di diverso tipo e li alterna a fasi di “calma apparente”, tali da far sperare alle donne che li vivono che ci sia una speranza di cambiamento nel comportamento dei compagni.

La teoria del “ciclo della violenza”


Da dentro non è così semplice come appare, non è così scontato e ovvio che dopo aver vissuto in relazioni violente si abbia la possibilità, si scelga di spezzare le catene e allontanarsi da esse. Non è semplice assolutamente prendere certe decisioni, soprattutto i tempi non sono uguali per tutte, occorre rispettare e comprendere tutto questo. Sono molteplici i fattori che pressano sulle decisioni delle donne. Qui il punto vero è come sostenere le donne e accompagnarle nel modo giusto, affinché la violenza non sia una questione privata e non restino sole. Prima che si arrivi a situazioni di non ritorno. Per non dover continuare a registrare nuove vittime di femminicidio.

Ma è altrettanto necessario ripensare al sistema procedurale, di attenuanti e sconti di pena in questi casi. Pensiamo al rito abbreviato*, sul quale chiedevamo di intervenire prima della conclusione della legislatura precedente:

“Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.”

È ciò che auspico sia assicurato non solo per le donne vittime di violenza maschile, ma anche per i familiari che devono poter ottenere un pieno riconoscimento di quanto grave sia l’atto compiuto. Occorre dare un segnale e questo puo giungere solo ripensando seriamente e in modo completo sul fenomeno della violenza di genere. Occorre che si valuti attentamente quali devastanti conseguenze ci sono e riuscire a trovare soluzioni legislative e giurisprudenziali che ne tengano sufficientemente conto.

Oggi il mio pensiero è per Valentina Belvisi: domani si discuterà il ricorso in appello dei legali di suo padre che chiedono uno sconto della pena. Valentina è la figlia di Rosanna Belvisi, che il 15 gennaio dell’anno scorso fu devastata da 29 coltellate dal marito, a Lorenteggio, un quartiere di Milano. In primo grado è stato condannato a 18 anni: non sono state riconosciute le aggravanti per crudeltà e ha potuto beneficiare di uno sconto di un terzo della pena legato al rito abbreviato richiesto dall’imputato.

Non potremo riavvolgere il nastro e riportare tra noi le donne che come Rosanna non ci sono più. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di segnali e di iniziare a lavorare per correggere ciò che non funziona, sia prima che dopo, e non è dalla parte delle sopravvissute o dei familiari delle vittime della violenza maschile. Lo dobbiamo a Valentina e sua madre e a tutte le donne le cui vite sono state attraversate dalla violenza. Per questo c’è bisogno di femminismo, perché altrimenti si procede zoppicando. Il cambiamento che auspichiamo riguarda benefici ampi e destinati a tutte le donne, con e dalla loro parte sempre. Non ci serve una solidarietà a corrente alternata. Occorrono ancora una volta soluzioni strutturali e di ampio respiro politico.

 


AGGIORNAMENTO 6 GIUGNO 2018:

Il giudice di secondo grado non ha concesso ulteriori sconti di pena. Ribadisco che oggi, se davvero vogliamo che le cose cambino, occorre lavorare affinché per talune fattispecie non sia possibile richiedere il rito abbreviato e ottenere i conseguenti benefici. Per far sì che a determinati crimini sia attribuito il giusto peso e le commisurate conseguenze di pena, è necessario lavorare a livello legislativo, procedere al più presto in questo senso. I magistrati applicano le leggi vigenti, ricordiamolo sempre.

* In merito al rito abbreviato, ho chiesto ragguagli all’avvocata Roberta Schiralli, che ringrazio per la sua chiarezza e per il suo contributo: “Un giudice non si può rifiutare di concedere il rito abbreviato, lo chiede la parte (imputato). Il giudice può rigettare il rito abbreviato se la parte lo chiede “condizionato” all’espletamento di una prova, che lui non ritiene di ammettere. Solitamente il rito abbreviato “semplice/secco” si attiene allo stato degli atti (ndr, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo del PM). Ammette quindi la richiesta come abbreviato secco, senza ulteriori approfondimenti.”

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Guardarsi attorno può servire. Buone pratiche a contrasto della violenza di genere.


Guardarsi attorno può servire per comprendere quali margini di miglioramento possiamo implementare anche nel nostro Paese. Mi è capitata sotto mano questa analisi sulle pratiche messe in atto dalla Svezia in materia di violenza di genere. Il documento, datato aprile 2018, è a cura del Policy Department on Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, su richiesta dalla Commissione del Parlamento UE per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM).


 

Il Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità ha presentato una nuova relazione il 27 marzo 2018, che evidenzia le tendenze fino al 2015 (non include i dati del 2016, che sono ancora preliminari).

Nel corso della loro vita, il 25% delle donne è stato vittima di un crimine all’interno di una relazione, nel circa il 24% dei casi si è trattato di violenza psicologica e nel 15% di violenza fisica. Il Consiglio ha affermato che vi è una violazione dell’integrità di una donna che riguarda la violenza contro le donne che subiscono ripetute violenze all’interno di relazioni strette. Nel 2015, sono stati segnalati 1.844 casi, ma è stato evidenziato che molti reati sfuggono alle stime per mancanza di denuncia. Secondo il National Crime Survey 2015 solo il 26% dei reati è stato effettivamente denunciato, con un indice più alto per le aggressioni (64%) e più basso per reati sessuali (8%).

Quindi cosa prevede la Svezia per affrontare il fenomeno?

Qui di seguito il quadro legislativo in Svezia per combattere la violenza contro le donne.

In Svezia, la violenza contro le donne è regolata principalmente in diversi capitoli del codice penale. Il codice penale si applica, in particolare, a quanto segue:

  • violenza domestica,
  • violenza sessuale (compreso lo stupro, violenza sessuale, molestie o stalking),
  • tratta di esseri umani,
  • cyber-violenza e molestie con l’uso di nuove tecnologie,
  • pratiche lesive (come i matrimoni forzati).

Non esiste una legislazione speciale, tutti i reati sono contemplati nel Codice penale. Fa eccezione la legge speciale sulle mutilazioni genitali femminili, un reato punibile anche se l’atto è stato commesso in un paese in cui non è illegale. Esiste anche una legge ad hoc sulle molestie e lo stalking.

Quale strategia viene messa in atto per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne?

La traversale ottica di genere che attraversa tutta l’attività politica e di governo, porta a considerare il contrasto della violenza contro le donne come una priorità. La strategia nazionale per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne è entrata in vigore il 1 gennaio 2017, con una copertura di 10 anni. Ha quattro obiettivi:

  • incrementare l’efficacia di un lavoro di prevenzione per combattere la violenza;
  • migliorare la capacità di individuazione della violenza e una maggiore protezione e sostegno a donne e bambini vittime di violenza;
  • più efficace lotta al crimine;
  • migliorare la conoscenza del fenomeno e dello sviluppo metodologico. La strategia ha una vasta portata e tiene conto di diversi aspetti della violenza contro le donne (anche in relazioni omosessuali, donne trans, migranti e musulmane, ma anche su un’idea di mascolinità nociva e distruttiva). La partecipazione degli uomini è considerata essenziale per questa strategia di prevenzione. Oltre al coinvolgimeno coordinato di tutti gli attori interessati, il governo ha affrontato riforme in aree chiave: eliminazione di norme che giustificano la violenza, l’acquisto di servizi sessuali e altre restrizioni alla libertà di azione e alle scelte di vita di donne e ragazze.

Per poter realizzare questo piano d’azione, il governo svedese ha stanziato 600 milioni di corone svedesi, volte a finanziare nuove misure per il periodo 2017-2020, oltre ai 300 milioni di corone svedesi destinati a comuni e consigli provinciali.

Attualmente, in Svezia sono disponibili tre tipi di organizzazioni a sostegno delle donne vittime di abusi:

  1. rifugi per le donne e centri di supporto per giovani donne,
  2. gruppi di sostegno alle vittime di reati
  3. centri di crisi municipali.

Storicamente, le organizzazioni costituite su base volontaria hanno assunto la principale responsabilità di proteggere le donne. Queste organizzazioni hanno alcuni dipendenti ufficiali, ma si affidano principalmente ai volontari, sono supportate da sovvenzioni governative / rimborsi municipali.

I rifugi sono offerti dalla National Organization for Women’s Shelters and Young Women’s Shelters (Roks) e dalla Swedish Association of Women’s Shelters e Young Women’s Empowerment Centres (SKR). La missione di entrambe le organizzazioni è duplice, pur proteggendo direttamente le donne che soffrono di violenza domestica, hanno anche una posizione in politica, tentando di influire le politiche pubbliche.

La Crime Victim Support Association (BOJ) si concentra esclusivamente sul supporto individuale e non si rivolge solo alle donne, e ha circa 100 gruppi di supporto locali.

In seguito a molteplici emendamenti alla legge sui servizi, c’è stato un crescente coinvolgimento con i servizi municipali. Una sorta di responsabilizzazione condivisa ed allargata, con un approccio allargato, che abbraccia molteplici ambiti e mette in campo una strategia strutturata e interconnessa.

 

Sempre a livello di UE, il parlamento non smette di sollecitare i Paesi membri.

Lo scorso 19 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita la Commissione a “includere la protezione di tutti i cittadini, in particolare di quelli che si trovano nelle situazioni più vulnerabili, nell’Agenda europea sulla sicurezza, con particolare riguardo per le vittime di reati, quali la tratta di esseri umani o la violenza di genere, comprese le vittime del terrorismo, che necessitano di particolare attenzione, sostegno e riconoscimento sociale.”

Si invita:

“a mettere a punto campagne volte a incoraggiare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza sulla base del genere, in modo da proteggerle e poter migliorare l’accuratezza dei dati sulla violenza fondata sul genere;”

“a presentare un atto legislativo per sostenere gli Stati membri nella prevenzione e nella soppressione di tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e di violenza di genere;”

Altresì si invita il Consiglio ad “attivare la “clausola passerella” mediante l’adozione di una decisione unanime che configuri la violenza contro le donne e le ragazze (e altre forme di violenza di genere) come reato, ai sensi dell’articolo 83, paragrafo 1, TFUE;”

Si auspica che dopo la firma, il 13 giugno 2017, di adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, la Commissione (in linea con la sua risoluzione del 12 settembre 2017 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul), designi “un coordinatore dell’UE sulla violenza nei confronti delle donne che sia responsabile del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche, degli strumenti e delle misure dell’Unione per prevenire e combattere tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e per fungere da rappresentante dell’UE presso il Comitato delle parti della convenzione;”

Gli Stati membri sono invitati “a garantire formazione, procedure e orientamenti adeguati a tutti i professionisti che si occupano delle vittime di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della convenzione di Istanbul, al fine di evitare discriminazioni o una seconda vittimizzazione durante i procedimenti giudiziari, medici e di polizia.”

Un interessante incontro all’interno delle Giornate Romane per le P.O.


Sul miglioramento in termini di “preparazione” c’è molto da lavorare anche in Italia (ben venga il recente varo delle linee guida per i P.S.). Sappiamo quanto la situazione nostrana non sia molto rosea, conosciamo quanto siano ancora presenti pratiche volte a colpevolizzare le sopravvissute e a minimizzare la violenza, insinuando una corresponsabilità delle donne. Tutto questo deve finire.

A più di un anno dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte del CEDU, il CSM ha iniziato a lavorare su una sorta di vademecum dedicato ai giudici e alla polizia giudiziaria e secondo cui chiunque è chiamato a trattare i reati contro le donne deve avere una comprovata esperienza nell’ambito. Sempre secondo le nuove regole tutte le procure e i tribunali d’Italia sono chiamati a implementare una sezione specializzata in reati di violenza domestica, di genere e ai femminicidi, al fine di velocizzare i processi e per gestire queste tipologie di reati come a “trattazione prioritaria”, sia in fase di indagine che di dibattimento, per avere una protezione efficace delle vittime. Un’altra importante novità in tema di violenza è data dal fatto che le vittime non dovranno più testimoniare in presenza del proprio aggressore, al fine di preservare la loro integrità psicofisica.

Un adempimento che tra l’altro andrebbe ad attuare una raccomandazione già presente nella Convenzione Cedaw: “Gli Stati Parti assicurino che le leggi contro la violenza e gli abusi familiari, lo stupro, la violenza sessuale e le altre forme di violenze di genere diano adeguata protezione a tutte le donne e rispettino la loro integrità e dignità. Dovrebbero essere forniti alle vittime appropriati servizi di protezione e di sostegno. Una formazione attenta alle specificità di genere rivolta ai funzionari giudiziari, agli agenti delle forze di polizia e ad altri funzionari pubblici è essenziale per l’efficace attuazione della Convenzione”.

Ma credo che il punto centrale su cui lavorare parta da questo assunto:

“Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003)”

L’ho ripreso dal documento dettagliato del We World Index 2018 presentato il 18 aprile a Roma.

 

Fonte: We World Index 2018


Mi sembra fondamentale per comprendere da dove occorre iniziare a investire tempo ed energie. Non possiamo certamente immaginare un cambiamento significativo senza lavorare sulle generazioni future di donne, includendole in un percorso di autoconsapevolezza e valorizzazione di sé, a 360°.

Senza prevenzione, declinata in informazione, formazione e sensibilizzazione, non potremo rompere e sgretolare i modelli stereotipati culturali che sono alla base di una discriminazione e subordinazione delle donne.

Dobbiamo renderci parte attiva di questo cambiamento, di questo immenso lavoro di diffusione di consapevolezza. Ne abbiamo di strada da fare, tanto da non poterci permettere di disperdere energie.

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Aquí estamos las feministas


Basta diatribe, lotte intestine, dispersione di energie e smarrimento degli obiettivi prioritari. Sono come catene, ci tengono inchiodate al vuoto. Operazioni di delegittimazione, discredito, conflitti personali, incapacità di applicare il rispetto nella nostra vita quotidiana, piccole o grandi che siano queste fratture e operazioni sono imbarazzanti e preoccupanti davanti alla situazione che ci troviamo a vivere. Perché sì, ci troviamo a viverle e a confrontarci con una realtà spietata e un paese che fa finta di non accorgersi dello stato in cui sono le donne. Non considerateci solo corpo elettorale e iniziate ad ascoltarci giorno per giorno. La verità è che siamo per lo più una questione rimossa, secondaria. Abbiamo le vite delle donne che si vanno sgretolando di fronte a tanti muri, difficoltà, ostacoli, forme di violenza, di non ascolto e di mancato sostegno. Tante vite che vengono inghiottite in buchi neri e che devono spesso da sole trovare una via d’uscita. E siamo sempre a chiederci il perché solo dopo che accade l’irreparabile, mai che qualcosa intervenga prima a sanare e a prevenire.

Così per il lavoro, di cui il caso di Marica Riccuti è solo l’ultimo di una serie interminabile di vicende che mostrano una fragilità di un sistema che non sa accogliere e sostenere, un problema non solo di cultura aziendale, ma che richiama l’intera comunità sulle conseguenze di una economia che divora le vite e l’umanità. Non rendersi conto di quanto possa essere difficile è segno dei tempi, segno di un affievolimento/demolizione dei diritti e delle garanzie. Questo tipo di pronunciamenti hanno l’effetto di una stilettata, l’ennesima. Migliaia di dimissioni volontarie di lavoratrici madri, che si contano ogni anno, cosa rappresentano per voi?

Così per la salute sessuale e riproduttiva, se dopo 40 anni dal varo della legge 194, siamo di fronte a un progressivo deterioramento dello stato del rispetto e di applicazione della medesima, dell’autodeterminazione e dei diritti delle donne. Questo è possibile perché negli anni questi soggetti hanno potuto diffondere disinformazione allo stato puro (si pensi al contenuto del manifesto che continua a girare per l’Italia nelle ultime settimane), insinuarsi in ogni contesto, ottenere sostegni trasversali. Hanno potuto sostare impunemente davanti agli ospedali per colpevolizzare le donne. Sono entrati negli ospedali in varie tipologie di attività. Abbiamo un numero di obiettori di coscienza che ha pesantemente inficiato una corretta e certa assistenza per le donne. Stiamo arretrando e non da ora, un ritorno al medioevo complice un costante lavorio per calpestare la laicità. Il problema è grave, anche se per alcun* non sussiste.

Ci troviamo poi di fronte alla marea femminista spagnola che si è mobilitata in pochissimo tempo, come già in passato aveva dimostrato di saper fare, confermando la capacità di una presenza permanente sui territori, in seguito alla sentenza che condannava la “manada” di 5 uomini, da 5 a 9 anni di carcere (la procura aveva chiesto 22 anni) per abuso sessuale, non riconoscendo la violenza sessuale su una giovane diciottenne stuprata a Pamplona il 7 luglio 2016. In strada sono scesi anche gli uomini, tanti e tante uniti per organizzare una risposta, un no compatto a un verdetto che non riconosce la verità, non fa giustizia. Affermare “Hermana, Yo sì te creo” significa dimostrare di non accettare che si annacqui e si sminuisca la violenza mai, in nessun caso, significa che il dominio della violenza machista ha i giorni contati perché la comunità non lascerà spazio a questi individui e a chi li giustifica. Sono anticorpi che in Spagna sono più vivi che mai, sono la risposta pronta a una magistratura che non riesce a compiere fino in fondo il proprio dovere, sono il segno non si lascerà correre, sono il baluardo contro soggetti che si credono superiori alla legge, sono il fronte contro questi tentativi di sottrarre libertà alle donne. Anche le carmelitane che prendono posizione:

 

Allo stato attuale della legislazione spagnola, vi sono gradazioni diverse: si parla di ‘abuso’ sessuale per i casi più lievi e di violenza sessuale, per i più gravi. I giudici che si sono pronunciati sul caso della ragazza violentata a Pamplona si sarebbe trattato solo di abuso perché la ragazza non si sarebbe opposta, non ha reagito ma ha accettato passivamente ciò che accadeva.

Naturalmente nessuno tiene conto se sei paralizzata dalla paura e temi per la tua vita. Mi capita di parlarne ai ragazzi e alle ragazze e a volte utilizzo la canzone Me and a gun di Tori Amos, sottolineando alcuni passaggi che aiutano a capire cosa accade in quei momenti e quali meccanismi automatici si innescano per “uscirne”.

Risultato dopo le mobilitazioni? Il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale spagnolo in materia di violenza sessuale è una “priorità”.


Sembra un altro pianeta visto dall’Italia. Per tanti motivi. Eppure di sentenze e motivazioni indigeste ne abbiamo anche da noi, di interrogatori e iter giudiziali rivittimizzanti ne abbiamo in quantità, la cronaca ci riempie di esempi di victim blaming… Eppure, eppure, sembra che sia sempre una questione marginale, roba da femministe, da quel “residuo” di donne un po’ biliose e sopra le righe, quelle da cui stare alla larga e dalle quali prendere le distanze. E ci vedete un po’ così, un po’ sparpagliate, un po’ “maicontente”, innocue attiviste, tanto poi le redini le tengono sempre le fautrici di quello che potremmo ascrivere a un “donnismo” pacato e dalle “buone relazioni”, amicizie che contano, che ci usano e poi ci svendono. Tutto finisce a tarallucci e antiacidi. E ciò che in Spagna e altrove riceve un sostegno ampio, qui si ritrova a raccogliere i cocci di un #metoo rispedito al mittente e archiviato in gran fretta. Il sistema chiaramente non funziona, mostra le sue falle. Ed è su questa fragilità che occorre riflettere, su quel che non riesce a decollare, sulla costante sensazione di dover sempre “chiedere il permesso” ad ogni passo, sulla permanente constatazione di una difficoltà a portare avanti istanze ed azioni autentiche, disinteressate e senza fini egoistici. Tutto si sbriciola o sembra ripiegarsi in una dimensione che non riesce a coinvolgere larghe parti. Non ce lo possiamo permettere eppure continuo a chiedermi perché non si riesce ad agire oltre. Continuano a scorrermi davanti tutte le vicende, gli episodi, le difficoltà che viviamo in quanto donne, e vorrei svegliarmi in un Paese capace di non svilire e strumentalizzare tutto, vorrei non pormi sempre le stesse domande, vorrei ci fossero meno inciampi.

Alla fine è sempre la stessa storia, ci vogliono in modello “fantoccio”, ancelle omologate a una serie di pretese e regole patriarcali, mansuete, sottomesse, complici di un sistema, che ci adopera a suo piacimento per lasciar tutto immutato. La cosa peggiore è pensare che tutto questo non si possa cambiare. Il cambiamento inizia dal sentire che accanto, lungo il cammino, c’è chi ti comprende, sa come ti senti, ti crede, ti ascolta, ti rispetta, non ti giudica, ti accetta per come sei, riconosce il tuo valore. Basta guardarsi negli occhi e accennare a una sillaba di sorellanza. Cambiare però ha un costo, soprattutto a livello personale, sono ripercussioni dure ma necessarie se si vuole cambiare qualcosa.

Ragioniamo infine su come gli anticorpi e l’abitudine a scendere in piazza si formano… e ricordiamoci cosa è successo a Melito di Porto Salvo, a Firenze a settembre, a Milano ai primi di febbraio, dopo ogni stupro, ogni femminicidio… ogni volta che una donna viene schiacciata e oppressa, annullata, cancellata.

Aquí estamos las feministas. Assorbiamo tutto l’orgoglio e la forza di queste parole e delle nostre sorelle. Ne abbiamo bisogno, soprattutto quando ci sembra che manchi l’ossigeno per andare avanti.

Si estamos juntos, somos huracan.

No voy a pedir permiso

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