Nuvolette di pensieri

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Prigioni di lunga durata

Vittoria Chierici – Battaglia di Anghiari

Fernand Braudel sosteneva che le rappresentazioni mentali sono questo, prigioni di lunga durata, soggette e un mutamento lentissimo. Questo per spiegare qualcosa che ci riguarda da vicino: i ruoli di genere. Per secoli la donna ha rivestito un ruolo ben preciso di cura, con doti di calore, comprensione, capacità relazionali. All’uomo, con caratteristiche quali forza, energia e competenza, è stato attribuito un ruolo più dinamico, di ricerca delle risorse per la sopravvivenza della comunità, permettendogli “il superamento di sé”. I femminismi hanno terremotato questo impianto generale, mostrando la varietà delle possibilità alternative e di come queste potevano generare ricchezza per l’umanità intera. Ma i mutamenti sono lenti, spesso impercettibili e soggetti a recidive. Non possiamo aspettarci risultati immediati, qui ci vuole qualcosa in più di una manciata di decenni. Riprendo un pezzo di questa recente intervista a Luisa Muraro:

“il movimento delle donne sviluppò la politica del piccolo gruppo di parola e di ascolto fra donne, che dilagò per puro contagio, senza organizzazione. In tutto cercavamo mediazioni femminili. «Tra me e il mondo un’altra donna», dicevamo. Cominciò a farsi una rete di rapporti, con amori e amicizie. Si viaggiava per incontrare altre. Si leggeva moltissimo e si scriveva. Ci si parlava in un linguaggio apparentemente impolitico, senza obiettivi, dotato di una logica (mi pare di poterla chiamare così) il cui principio resta in vigore: è il partire da sé. Non dagli ideali, non dalle norme, non dagli interessi generali, non dagli obiettivi, ma dal vissuto e sentito, per non subordinarsi a interessi e vedute altrui. Si formò così una “lingua delle donne” che consentiva di parlarsi a grandi distanze, da un continente all’altro. Queste pratiche ed esperienze ci trasformarono sensibilmente e rivoluzionarono il nostro rapporto con il mondo. Scoprimmo così in noi una competenza sulla realtà (il corpo, la salute, la religione, la morale, l’arte…) fino allora misconosciuta e non coltivata. Si sono aperte librerie, centri di documentazione, teatri e centri d’arte, si sono fatti convegni, memorabile quello di Paestum nel dicembre 1976, sono nate associazioni di storiche, di teologhe, filosofe, letterate. E tutto questo quasi senza soldi, sempre passando per relazioni dirette e lavoro volontario”.

Nonostante le accuse di trionfo del soggettivismo, di autoreferenzialità e di circoli elitari, qualcosa si mosse e alcuni uomini capirono. Queste pericolose critiche che ci venivano mosse allora le abbiamo ereditate tutte, così come, ancora oggi, non tutte le voci delle donne sono uguali, sono considerate di ugual valore e degne di essere ascoltate. Questo in alcuni contesti mi ha urtata e mi ha lasciata un po’ con l’amaro in bocca. Permane la consuetudine di un lavoro a piccoli gruppi, ma si fa più fatica a leggere e a scrivere, per cui spesso si rischia di parlare senza basi culturali solide. C’è ancora molto la sensazione che ognuna lavori unicamente per sé, per ritagliarsi un posticino nel mondo, senza fare attenzione o curarsi della dimensione collettiva e sociale.

Vi pongo una serie di domande, scaturite dall’intervista. Questo dato del “lavoro volontario e delle relazioni dirette” ha forse creato distanza tra le donne, una specie di spartiacque? Non è che in questo modo si è mantenuta distante una fetta di donne? Quella fetta di donne affannate nella sopravvivenza quotidiana potrebbe essere stata tenuta lontana da quel movimento, rendendolo di fatto elitario e autoreferenziale? Ci siamo interrogate su come rendere diffuso il movimento?

Oggi cosa accade a livello di quello che Luisa Muraro chiama “femminismo di stato“? Le donne, depositarie di un sapere relativo alle relazioni sociali e affettive, su cui si costruiscono i rapporti di cura e la soluzione dei conflitti, non hanno travasato queste doti all’interno della politica istituzionale. Hanno imbracciato soluzioni e strumenti già lì da secoli. Abbiamo rimosso questa possibilità, la costruzione di soluzioni alternative fondate sulle nostre capacità. Sì, la cura, l’empatia, la sensibilità, anziché rinnegarle vanno rideclinate e riscoperte sotto il segno di un’indipendenza del pensiero e del saper fare. Forse siamo ancora poche e non facciamo troppo rumore. Ci auguriamo che con numeri maggiori, veramente solidali e unite, e soprattutto dotate di una cultura non servile riusciremo a produrre quel cambiamento necessario.

Mi permetto di dissentire su un approccio che ho letto nell’intervista. Anche se le argomentazioni di Luisa Muraro sono convincenti, non mi piace associare il femminismo a un campo di battaglia, non soprattutto tra di noi, né verso l’esterno. Concordo sull’esistenza di posizioni divergenti e multiformi, di una pluralità di idee, di differenti luoghi in cui si esplica e si interroga il femminismo, ma non si può avere un approccio da battaglia, perché questo implica necessariamente un vincitore, un’idea che finisce col dominare sulle altre, l’utilizzo di un meccanismo maschile per raffigurare un fenomeno che dev’essere originale, capace di una sintesi ma non di uno schiacciamento in una direzione unica e onnicomprensiva. La pugna è questo. La battaglia non è certo l’humus auspicabile per una pluralità libera di idee. La battaglia implica uno schierarsi da una parte o dall’altra, ma io preferisco un approccio più fluido, di piena autonomia. Parlare di femminismi aiuta a tenere insieme le diverse anime e a continuare il cammino o marcia che sia. Il campo di battaglia evoca che alla fine qualcuna avrà la meglio. Invece parlare di marcia, di femminismi è parlare plurale, in modo aperto, in modo accogliente, in modo inclusivo, in modo paritario. Altrimenti facciamo una bella corrente imborghesita di pensiero, unica, monolitica ed esclusivamente elitaria. Un’ultima cosa, la battaglia implica un seguire le indicazioni dominanti della tua parte. Ma credo che nessuna di noi voglia questo. Nel cammino io vedo un sostegno reciproco fianco a fianco, passo dopo passo, fermandosi ad aspettare e ad accogliere chi incontriamo e chi volesse unirsi a noi. Il cammino è più adatto a quanto spiegava Braudel.

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