Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Consultori & co.

Distretti Asl

 

Qualche giorno fa avevo accennato a un incontro sullo stato della Sanità a livello territoriale, in particolar modo nella zona 7 di Milano (QUI).
Presenti: Sara Valmaggi, vice presidente Consiglio Regionale e Claudio Carotti, Segretario generale CGIL Milano – Comparto Sanità Pubblica.
Qui di seguito pubblico il video che ho girato in questa occasione, nel quale porgo alcune domande e questioni, in merito alla gestione dei consultori (oggi Centri per le famiglie) e dei servizi dedicati alle donne, con particolare riferimento alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Pongo la questione della convenzione concessa a strutture che non applicano la 194, di fatto operando una obiezione di struttura non prevista dalla normativa nazionale.
Ricordiamoci cosa accade per esempio al Niguarda, dove si praticano circa 780 IVG all’anno e vi sono solo 2 medici non obiettori. Per garantire il servizio vengono chiamati e retribuiti “a chiamata” i medici del Sacco, ingigantendo i costi per il sistema sanitario pubblico e di fatto calpestando dei diritti delle donne sanciti da una normativa nazionale.
Pongo la necessità di una verifica periodica dello “stato di salute” dei consultori. Chiedo come possiamo agire per sollecitare le ASL a un’azione più efficace, per difendere come cittadini questi servizi sul territorio.

Pongo la domanda sul destino di un servizio come quello del consultorio pubblico, evidenziando una pericolosa crescita di un privato che non garantisce appieno un servizio, ma che grazie alle maggiori disponibilità economiche riesce a intercettare un numero maggiore di utenti. Quali investimenti nel pubblico?

Le risposte non ci lasciano serene, soprattutto traspare un palese disinteresse e una scarsa conoscenza da parte dell’Asl di un servizio come il consultorio, così come di altri servizi territoriali.
Il video dura una ventina di minuti, vi chiedo di guardarlo (scusate l’audio, mi rendo conto che sono una videomaker molto “artigianale”), perché contiene dei punti molto importanti. Come dice Sara Valmaggi: “Nei fatti, senza toccare la legge, è stata fatta una contro-riforma, di fatto disinvestendo in questo servizio”. Verso la fine del video, si parla anche della difficoltà di reperire i dati sull’applicazione della 194 e dell’obiezione di coscienza.

Un altro punto critico riguarda il costo delle prestazioni a carico dell’utenza dei consultori. La legge di istituzione dei consultori (405/75) prevedeva la gratuità delle prestazioni nei consultori. La delibera regionale lombarda 4579/2012, che ha recepito le indicazioni della finanziaria nazionale, ha introdotto un ticket sulle prestazioni fornite, aggiungendo la quota fissa regionale di 6 euro. Il risultato è che oggi una prima visita ginecologica si paga 28,50, quella di controllo 22,40. La funzione dei consultori doveva essere quella di garantire un libero accesso per tutte le donne a un servizio di prevenzione e di controllo per quanto concerne la salute sessuale e riproduttiva. La gratuità potrebbe essere un incentivo notevole. Inoltre le Asl dovrebbero pubblicizzare maggiormente questi centri pubblici, facendoli conoscere a tutta la cittadinanza, soprattutto ai più giovani. Ci vuole volontà politica e lungimiranza nelle direzioni sanitarie, perché le risorse, i saperi, le competenze non si perdano e non vengano svilite. Chiediamo che gli uffici competenti si impegnino a conoscere i servizi sul territorio, a potenziarli, a garantire un ricambio generazionale delle risorse umane che vi operano. Almeno si ammetta apertamente che i consultori pubblici sono un’esperienza destinata ad esaurirsi. Ma se questo è l’obiettivo a medio-lungo termine, deve essere scritto a chiare lettere, si deve dire chiaramente ai cittadini che non esiste più un servizio pubblico uguale per tutti, che garantisca le donne, di ogni censo.
Noi certamente non staremo in silenzio. Continueremo a lottare per i consultori laici, pubblici e possibilmente gratuiti.

Segnalo che a ottobre scorso, la vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi ha chiesto con una mozione che le under 20 non paghino il ticket. Perché è proprio la fascia più a rischio per quanto riguarda gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili:

“La relazione annuale del Ministero della salute sull’attuazione della 194 – continua Valmaggi- evidenzia come in Lombardia nel 2011 le giovanissime che hanno ricorso al’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sono l’8% (1463) del totale, un dato che rimane stabile rispetto all’anno precedente (nel 2010 la percentuale era dell’ 8,3%) a differenza di quanto accade per le donne di età maggiore per le quali le Ivg sono in costante diminuzione. Nel 2010 erano 18959, nel 2011 invece 18264. Un dato quello lombardo relativo alle giovani donne maggiore di quello di altre regioni. Sono il 7,9% in Piemonte, il 7% in Veneto, il 6,5% in Emilia Romagna, il 7,1% in Toscana.” “Per queste ragioni- sostiene Valmaggi- chiediamo al presidente Maroni, che va dicendo di voler abolire i ticket, di eliminarli da subito per le ragazze dai 15 ai 19 anni, almeno per la prima visita ginecologica, quella di controllo e il colloquio di orientamento. Sarebbe questo un modo concreto per tutelare la salute delle donne, attuare azioni di prevenzione anche con l’obiettivo di prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza”.
“Questo – conclude Valmaggi – come accade già in altre regioni, quali la Toscana, l’Emilia.

Intanto, la maggioranza non trova un accordo sulla Riforma della Sanità lombarda(qui).

Per quanto concerne il Soccorso Rosa di Milano, le cui vicende sono ben note, nonostante la battaglia per chiedere che lo sportello proseguisse le sue attività regolarmente, senza snaturarlo e stravolgerlo, di fatto il nuovo “Centro di ascolto e soccorso donna” è già realtà e riunisce i due servizi già esistenti, il centro antiviolenza e quello di “Ascolto e salute donne immigrate”.

Dopo la delibera della direzione aziendale, pubblicata il 29 gennaio scorso, si è proceduto al piano di accorpamento. Contrariamente alle rassicurazioni dall’assessore alla Salute, si è di fatto snaturato il centro antiviolenza, come è emerso chiaramente dall’audizione tenutasi la scorsa settimana (due settimane fa, ndr) in Commissione sanità, della responsabile del centro di accoglienza e assistenza alle donne vittime di violenza attivo all’ospedale San Carlo, Nadia Muscialini.

Nel comunicato del 13 aprile a riguardo di Sara Valmaggi leggiamo:

“Nell’audizione si è appreso che la riorganizzazione prevede sia lo spostamento del servizio, che non sarebbe più vicino al Pronto soccorso e al posto di polizia, e mancherebbe quindi degli accessi protetti necessari sia alle vittime di violenza che agli operatori, sia la drastica riduzione del personale dedicato, sia la riduzione degli orari di apertura. In sostanza viene a mancare il modello di assistenza a lungo sperimentato con risultati positivi. Per questo, con la tutta la Commissione sanità, abbiamo chiesto all’assessore alla Salute, Mario Mantovani e all’assessore alla Famiglia e pari opportunità, Maria Grazia Cantù di dare spiegazioni su questa scelta, che è totalmente incoerente con i principi affermati nella legge regionale di contrasto alla violenza sulle donne, che prevede il potenziamento della rete già presente sul territorio. A loro chiediamo di adoperarsi perché il Soccorso rosa possa continuare a garantire accoglienza e assistenza alle donne maltrattate”.

 

Che ne sarà delle tante donne che dal 2007 hanno trovato nel Soccorso Rosa un aiuto professionale e umano indispensabili per uscire dalla spirale della violenza? Perché a farne le spese sono le donne, non dimentichiamocelo. Tagliare e svilire un servizio significa compiere un’ennesima violenza sulle donne che hanno bisogno di aiuto. Davvero ci si vuole rendere complici di questo? Non sarebbe meglio preservare le buone pratiche sul territorio, incentivandole e moltiplicandole?

Che senso ha continuare a tagliare i presidi territoriali? Quale il disegno che di fatto sottrae diritti e tutele alle donne? Ci rendiamo conto di cosa significa eliminare dei punti di riferimento per le donne?

Come altri servizi sul territorio, si continuano a calpestare i diritti delle donne, dal Soccorso Rosa ai consultori, fino agli ospedali che in alcuni casi son diventati “totalmente obiettanti”.

Chiaramente ci sono attacchi da più parti, per negarci i diritti. Ci vogliono far tornare al silenzio, per controllarci e riportarci ai ruoli tipici della cultura patriarcale. Purtroppo non riescono a capire l’importanza dei presidi territoriali.. una cecità inaudita e incomprensibile.
Una seria educazione alla contraccezione, alla salute sessuale e riproduttiva, che consenta di compiere scelte consapevoli, dovrebbe essere al primo posto nelle pratiche delle amministrazioni in materia di Sanità. Invece, la situazione appare ben diversa. Le risorse decrescenti diventano la scusa per smantellare le strutture pubbliche, in favore dei privati convenzionati. E’ davvero questo che vogliamo?

 

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Nessuno spartiacque

quadro

Ieri in Consiglio di Zona 7, nell’ambito delle iniziative della Settimana rosa contro la violenza sulle donne, ho partecipato alla presentazione di alcuni dei progetti e degli sportelli che il Comune di Milano mette a disposizione a sostegno delle donne maltrattate e soggette a violenze. Un incontro organizzato dalla Commissione cultura e dalla Commissione diritti e politiche sociali di Zona 7, per informare la cittadinanza sui servizi territoriali disponibili e per fare un bilancio della situazione. Ho registrato una partecipazione a stragrande maggioranza femminile e con la fascia under 40 quasi del tutto assente. Nadia Muscialini, responsabile di Soccorso Rosa (per info: qui, qui, qui e qui), centro antiviolenza presso l’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, ci ha fornito i dati del servizio. Nei primi nove mesi del 2014, gli accessi di donne che hanno dichiarato di essere state vittime di violenza sono stati 420, di cui 186 sono poi giunti a denuncia formale e sono approdati all’iter giudiziale. Si tratta di un percorso che non tutte scelgono, o quantomeno ci vuole un po’ di tempo prima di arrivarci. L’età delle donne si è abbassata: sono sempre più i casi di giovani tra i 13 e i 15 anni. Sorprende l’incremento di donne oltre i 60 anni, che probabilmente grazie alle campagne di informazione antiviolenza, decidono di uscire dall’ombra di una violenza domestica durata decenni. Nel 2014 c’è stata un’impennata dei casi di donne italiane, il 98% del totale (sarebbe da approfondire anche i motivi per cui le donne migranti che si rivolgono agli sportelli sono diminuite). La perdita del lavoro, le difficoltà economiche, i matrimoni interculturali le cause addotte, che creano “fantasmi nelle menti maschili che portano a compiere atti di violenza”. Poi spiegherò la mia visione. C’è una stretta collaborazione delle forze dell’ordine della Polizia municipale (attraverso un servizio di tutela di donne e minori) alle attività degli sportelli e dei servizi comunali antiviolenza. Solo in un caso una donna è stata affidata a una struttura protetta. Solitamente si cerca di allontanare il maltrattante, di assegnare la casa familiare alla donna e di affidare i figli alla madre. In questo modo si cerca di non penalizzare la donna, ci hanno spiegato. Nadia Muscialini ha anche presentato il progetto Di Pari passo nelle scuole secondarie di primo grado contro la violenza di genere, per fornire ai ragazzi gli strumenti per decodificare messaggi e stereotipi di genere. È intervenuta Benedetta Rho, operatrice del Centro di mediazione sociale del Settore Sicurezza e coesione sociale di Milano, qui i dettagli. Le funzioni di questi sportelli, sono essenzialmente volte a fornire un “ascolto di base”alle persone, cercando di individuare precocemente fenomeni di maltrattamento e di violenze domestiche celate in conflitti familiari generici. Da gennaio a fine ottobre del 2014 sono giunti 42 casi di stalking, 25 maltrattamenti, 20 maltrattamenti sospetti, 57 lesioni o minacce intrafamiliari. Quest’anno si sono registrati 6 casi di uomini violenti che si sono rivolti al servizio per avviare un percorso di “cura” del loro problema. Alcuni uomini si rendono conto di avere problemi di questo tipo e iniziano a chiedere aiuto. Potrebbe essere un buon segnale, anche se non mi hanno saputo dire i risultati di questi interventi. Si cerca di monitorare i vari casi, le vittime come i maltrattanti (la cui età oscilla tra i 30 e i 50 anni). Una volta riscontrato un maltrattamento o una violenza si rimanda alle strutture idonee per proseguire l’iter. Ci sono operatori che lavorano anche nelle carceri (Bollate, Opera e San Vittore) per seguire gli uomini condannati per reati di violenza sulle donne, in modo tale da accompagnarli in un percorso dentro e fuori dal carcere, per evitare che il reato si reiteri. Non ci sono dati nazionali sulle recidive di questi reati. Benedetta Rho ha parlato della sua esperienza e ha registrato un 2% di casi recidivanti. Il Comune di Milano ha creato una rete di servizi che seguono in modo diverso e complementare le donne vittime di violenza. Devo fare le mie considerazioni critiche. Ieri pomeriggio ci sono stati due errori di fondo, intrecciati tra loro. Il primo è stato quello di privilegiare le violenze domestiche, trattando come marginali e residuali tutte le altre forme di violenza materiale e psicologica di cui una donna può essere oggetto. Nessuno può mettere in dubbio che per numero e per incidenza la violenza tra persone unite da legami familiari o affettivi sia in netta maggioranza, e che questo tipo di violenze hanno una durata temporale considerevole (si parla di un tempo di circa 6 anni prima di giungere a una denuncia del maltrattante). Mi rendo conto che le soluzioni alle violenze domestiche sono peculiari e tarate su questo tipo di fenomeno. Ma operando un distinguo, creando uno spartiacque tra le violenze, si rischia di creare violenze di serie A e di serie B. Questo accade perché non si va alle radici comuni della violenza. In questo blog ho cercato di scandagliarle il più possibile, analizzando i fenomeni e le cause. Ieri pomeriggio si parlava di una generica cultura che alimenta la violenza, si parlava di fattori economici e di crisi quali scatenanti. Posta in questi termini la questione può assumere contorni classisti, come se fosse solo una questione di ignoranza, di povertà e di precarietà. In realtà sappiamo bene che non è così e che se parliamo unicamente in questi termini è perché vogliamo allontanare da noi i mostri. Questi mostri sono interclassisti e sono presenti anche a livelli culturali elevati. Quei mostri possono entrare nella vita di tutte le donne, indipendentemente dalla condizione sociale o economica di appartenenza. Quei mostri si insidiano tanto tra i professionisti, quanto tra gli operai, tra i disoccupati, tra i precari, tutti, nessuno può sentirsi “puro”, incontaminato. Nessuno può chiamarsi fuori. Anziché parlare di cultura in termini generici, nominiamo la cultura patriarcale, spieghiamo in cosa consiste, analizziamo le sue radici e la sua tenacia e pervasività nella nostra società. Ieri ho sentito un vuoto. Il patriarcato è un fardello troppo pesante da nominare e da includere nel dibattito. Il patriarcato assomiglia a un fantasma del passato, mai passato, una presenza purtroppo tuttora forte e viva che ingombra le nostre vite. Ecco che è importante la presenza e la testimonianza  viva di un pensiero femminista. Ieri ho cercato nel mio intervento di far emergere questi punti critici, ma non ci sono riuscita. Mi sono sentita un po’ sola. Ma non per questo demordo. Senza una analisi completa del fenomeno non si riesce a capire come mai la percezione della violenza di genere in Italia ha caratteristiche tanto preoccupanti, quali emergono dal rapporto Rosa Shocking di Ipsos (qui). Altro fattore che ieri ho sottolineato è come i fondi ministeriali antiviolenza abbiano subito una ripartizione poco uniforme (qui un approfondimento), privilegiando i progetti regionali già operativi (che comprendono anche i servizi all’interno degli ospedali o gli sportelli comunali ad hoc), a discapito degli operatori “indipendenti”, come quelli appartenenti a D.i.R.e, Donne in Rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza e case delle donne. Bisogna far girare tutte le informazioni, far arrivare alla gente ogni dettaglio, far sapere come i soldi vengono distribuiti. Altrimenti viviamo in un mondo che è perfetto solo in apparenza. Non accontentiamoci, andiamo a fondo SEMPRE!

Ringrazio Valeria Luzzi e Alice Arienta, che presiedono le due commissioni di Zona 7 e che hanno organizzato questo incontro.

Aggiornamenti

Ho trovato questo articolo sui centri per recuperare gli uomini maltrattanti. Ecco, stiamo attente al rischio “che si provi a reintrodurre sottobanco l’approccio della mediazione dei conflitti per i casi di violenza contro le donne”. Insomma, vale il solito consiglio, “maneggiare con cura” ed evitare derive, strumentalizzazioni e depistaggi.

Mi ritrovo con quanto sostiene in merito, Marisa Guarneri della Casa delle donne maltrattate di Milano (LINK):

LA QUESTIONE MASCHILE
Mi sembra siamo dentro una questione maschile che si differenzia dalla posizione politica “la violenza è un problema degli uomini”. Questa posizione ribaltava simbolicamente il senso delle responsabilità: dalle vittime a cui si chiedeva conto della violenza subita, a chi la violenza la agiva . Posizione politica liberatoria e feconda che ha portato a molte riflessioni e prese di posizione interessanti (v. Maschile Plurale). Oggi mi sembra che il significato di questa posizione è mutato, porta altri significati e responsabilizza il maschile rispetto a come e perché le relazioni uomo /donna svoltino nella violenza e nelle uccisioni di donne, figli, parenti ecc. L’analisi del fenomeno, in tutte le sue caratteristiche, mi ha stufato da tempo. I risultati non cambiano le donne continuano a morire e molto male. Il maschile dilagante mi rappresenta una serie di Istituzioni – magistratura, forze dell’ordine, welfare, rapporti di vicinato ed amicali, famiglie come incapaci di affrontare la questione e quasi stupiti che le cose vadano così come vanno! La rabbia non mi lascia, anche dopo tanti anni di vicinanza con le donne che la violenza l’hanno incontrata e ci si sono scontrate duramente. Ed al lora questi cori di magistrati e politici addolorati mi parlano di complicità, copertura, mediazioni al ribasso ai danni d elle donne. Eccola la vera questione maschile : ritrarsi quando la situazione si fa difficile, non saper dare giudizi netti e fare atti coraggiosi verso chi la violenza la compie, e non la riconosce come propria, anche se appartiene alla mia parrocchia .
Marisa Guarneri 22.10.2014

— – —

STEREOTIPI VECCHI E NUOVI

Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società. Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne come per ogni stereotipo, la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.
Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.
Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.
Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono..
Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…
I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.
Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.
La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.
Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza.La vicenda di Maschile Plurale insegna. In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità, non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.

Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza. Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012 promosso dalla Casa delle Donne Maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.

Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.
Marisa Guarneri  6/10/2014

Per affrontare il tema della violenza domestica, colgo lo spunto di Lea Melandri e vi propongo la lettura di questi passaggi di Antonella Picchio.

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