Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Anno nuovo, quali prospettive

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Torno a scrivere per fare un po’ il punto sulle prospettive che abbiamo davanti.

L’anno si è aperto con un’ottima notizia, una di quelle che ti rincuorano: Laura Massaro ha vinto in appello e finalmente può tornare a respirare dopo la battaglia giudiziaria che ha visto coinvolti lei e suo figlio per l’affidamento, con tanto di accusa di Pas incombente, che ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 6 anni. Grazie a tutti coloro che si sono spesi per questa causa e alla tenacia e al coraggio di questa madre. Grazie Laura per ciò che hai fatto! Una battaglia per tutte le donne. Ci auguriamo che si moltiplichino questo tipo di vittorie e che teorie spazzatura non trovino più spazio nelle aule di tribunale e che le donne e i minori vengano ascoltati veramente. Infatti ha ragione Laura, non è finita del tutto: “Il problema è la 54 del 2006 di cui la pas è un accessorio, il più feroce.” E tante madri hanno dovuto lottare contro questa serpe che si insinua nelle Ctu e non permette di andare a fondo nelle situazioni in cui si denuncia violenza domestica, scoraggiando la denuncia e in numerosi casi troncando le relazioni madri-figli. Ci auguriamo infine che venga presto restituita a Laura la responsabilità genitoriale. Non c’è niente di più importante che ridare serenità a un bambino che chiede solo di restare con le persone a lui più care.

Non possiamo abbassare la guardia, perché ci sono altri segnali che ci indicano che le cose non sembrano filare lisce. Campanelli d’allarme che continuano ad arrivarci in sordina, un po’ silenziati da altre questioni che fanno maggior rumore e attraggono le nostre attenzioni. Attorno abbiamo dei cambiamenti che ci dovrebbero far capire la pericolosa inversione che si sta facendo largo. Una storia che inizia qualche anno fa, quando, per mano di Regione Lombardia, venne varato il sistema O.R.A. per la raccolta dei dati degli interventi nei centri antiviolenza operanti sul territorio (ne avevo tra l’altro già parlato qui). Metodo che prevede un tracciamento degli accessi ai CAV, con la trasmissione dei codici fiscali delle donne. In barba a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul per quanto concerne le attività dei servizi inerenti all’intervento in casi di violenza, si decideva di intaccare il diritto all’anonimato delle donne. Le nuove regole diventavano condizione imprescindibile per accedere ai bandi e ai finanziamenti regionali. A livello di Comune di Milano si era giunti a una soluzione: un codice alfanumerico per i centri che sceglievano di non fornire il Codice fiscale; il C.F. per tutti gli altri enti coinvolti.

A livello regionale ci sono state interrogazioni, ordini del giorno da parte delle opposizioni, cercando di trovare un compromesso che non discriminasse nessuna pratica dei Centri. Regione Lombardia difende strenuamente la sua piattaforma O.R.A., che a loro dire garantisce l’anonimato. Ma anche a un neofita tutto ciò appare più come un arroccamento su posizioni che invece dovrebbero giungere a una composizione nell’interesse primario delle donne. Eppure, come abbiamo visto l’alternativa ci sarebbe, introdurre un doppio sistema di tracciamento, per andare incontro alle esigenze ed agli approcci di entità diverse. Perché di approcci appunto si tratta: di salvaguardare una storia e le esperienze di coloro che per prime hanno costruito ed elaborato un modello di intervento. Non è affatto questione secondaria garantire l’anonimato e la privacy, specialmente in una fase iniziale nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Si tratta di rispettare le donne e un percorso che nasce da un’analisi profonda delle radici della violenza maschile contro le donne, un cammino che parte dal femminismo e al suo disvelamento sul potere maschile e sulla mascolinità tossica, sui meccanismi che generano un fenomeno che necessita di interventi non solo di emancipazione delle donne, ma sulla cultura. Cura e accoglienza delle donne nelle situazioni di violenza, accompagnamento verso l’uscita, ma anche prevenzione, come prevede la Convenzione di Istanbul. Insomma, c’è tanto alle spalle di determinate esperienze sul territorio, che non si possono perdere. Chiaramente si continuerà a sollecitare le istituzioni preposte affinché giungano a trovare una soluzione idonea.

Non si può sacrificare una storia, un modello nato dalle donne per le donne. Non ci stiamo a criteri discriminatori per quanto concerne le regole di raccolta dati e per i criteri di accesso a bandi per la gestione dei centri e per i finanziamenti. Non è solo forma, ma soprattutto sostanza di un modus operandi che va tutelato e non smarrito per ragioni burocratiche. Si tratta di dare spazio ed agibilità a tutte le soluzioni, a tutti i soggetti, mettendo però sempre al centro le donne.

Quali sono i risultati sul campo che possiamo già vedere? Il centro antiviolenza di Corsico “La stanza dello scirocco”, ha cambiato gestione. Ringrazio le donne dell’associazione VentunesimoDonna per aver divulgato la notizia e per tutto il lavoro di sostegno svolto negli anni: “Dal 31 dicembre “La Stanza dello Scirocco” il Centro Antiviolenza del Distretto di Corsico non è più gestito dal Cadmi”, che è stata esclusa dalla partecipazione al bando per la gestione del centro, passato alla Fondazione Padri Somaschi.

Non so perché, ma la situazione me ne ricorda un’altra. Avete presente i consultori? La Lombardia ha sperimentato una crescita esponenziale del privato accreditato, in stragrande maggioranza di matrice confessionale: dai risultati di un progetto che ha indagato la galassia dei consultori familiari italiani a 40 anni dalla loro nascita, emerge che i consultori accreditati lombardi sono 91 (35% del numero complessivo dei consultori familiari riportato dai referenti). Non è difficile immaginare che piano piano la natura, i valori, gli obiettivi e le caratteristiche con cui erano nati siano state modificate, rimodulate, cambiando anche alcuni elementi che erano il cuore del presidio consultoriale.

Siccome abbiamo già grosse difficoltà, non possiamo assolutamente permetterci di perdere il bagaglio di esperienze e la consapevolezza che abbiamo costruito negli anni, con pratiche e visioni germogliate grazie al femminismo. La differenza c’è. L’emersione della violenza ha bisogno della collaborazione di tutte le forze in campo, tutelando le donne, i loro diritti e le loro scelte, affinché si intervenga il prima possibile e si interrompa la spirale dei maltrattamenti che si consumano per anni.

Ciò che è accaduto lo scorso 17 dicembre a San Siro ai danni di una diciottenne, testimonia quanto sia importante intervenire precocemente per evitare conseguenze peggiori, interrompendo l’escalation sin dai primi segnali evidenti di maltrattamenti. Nella frase con cui ha provato a difendersi il compagno della vittima “Sto solo picchiando mia moglie” c’è tutto il substrato patriarcale che legittima la violenza sulle donne. Occorre accompagnare le donne in un percorso in cui riescano a riconoscere cosa stanno vivendo e proteggerle nel difficile cammino di uscita da relazioni tossiche e violente. In questo caso, per esempio, le violenze erano iniziate nel marzo 2017, con un ricovero in ospedale e un tentativo di suicidio negli ultimi mesi. Non aggiungo altro.

Abbiamo veramente molto lavoro da fare e non possiamo permetterci di perdere elementi preziosi. Troviamo soluzioni equilibrate che sappiano andare incontro all’unico essenziale obiettivo: consentire alle donne di vivere libere dalla violenza maschile.

p.s. il Comitato Abitanti di San Siro e Nudm Milano stanno organizzando una passeggiata contro la violenza sulle donne per il 28 gennaio. Qui l’evento con i dettagli:

https://www.facebook.com/events/954292334965273/

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Sanità: la necessità di una visione strategica, programmatica e analitica dei fabbisogni territoriali


Lo scorso 8 Marzo, il Forum per il diritto alla salute in Lombardia ed il Movimento Culturale per la difesa ed il miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale hanno organizzato un Primo convegno di studio sugli “Ospedali della Città Metropolitana: Presente e Futuro”.

Dopo una analisi della situazione milanese e lombarda si è affrontata la situazione assai dibattuta della soppressione degli Ospedali San Carlo e San Paolo e la costruzione di un nuovo ospedale a Ronchetto sul Naviglio a Milano. Qui trovate il comunicato stampa a margine dell’incontro e un allegato.

Le tre ipotesi emerse al tavolo


La salute, insieme all’istruzione, è un ambito fondamentale e cruciale, che necessita di un approccio attento e una programmazione adeguata.

Abbiamo voluto approfondire in particolar modo la questione della chiusura dei due poli ospedalieri, porgendo qualche domanda a uno dei relatori, Edgardo Valerio, medico ed ex dirigente sanitario milanese.

 

Un bilancio sintetico sulla riforma sanitaria Maroni e sulle condizioni dei servizi socio-sanitari dell’area metropolitana milanese.

In linea generale non mi piace chiamare “riforma” la normativa, sostanzialmente anticostituzionale, varata da Maroni per modificare la Sanità lombarda. È vero che riforma ha un significato letterale neutro, per cui anche i cambiamenti della natura dello stato di Hitler possono essere chiamati così. Io rimango più legato al termine di riforma applicato a cambiamenti di natura progressista che aumentano i diritti dei cittadini e vanno verso un loro miglioramento. Quindi in genere parlo di controriforma Maroni. Questa manovra ha profondamente destrutturato la Sanità Lombarda, salvaguardando in primis, anzi aumentandoli, i posti di Direzione di nomina politica. Per dare un esempio le ASL avevano 4 direttori (Generale, Sanitario, Sociale e amministrativo) ma gli ospedali avevano solo 3 direttori: mancava quello “sociale”; ora sia le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), un po’ meno numerose delle vecchie ASL, che le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), un po’ più numerose delle Aziende ospedaliere, hanno quattro direttori. Quindi nel totale i posti che la politica può dividersi sono complessivamente aumentati! Ma questa è la parte meno grave! Ci sarebbe molto da dire, ma forse qui ritengo opportuno citare alcuni fatti: i distretti di fatto, come previsti dalla normativa nazionale, non esistono più. Esistono solo nella ATS e corrispondono alle ASST. Ma hanno natura completamente diversa. Non gestiscono alcun Servizio. Le ASST, come quella nostra dei Santi Carlo e Paolo, gestiscono gli ospedali e tutte le attività di prevenzione, diagnosi e cura dirette alle persone singole (dalle vaccinazioni alla riabilitazione) nel territorio, ma in realtà la Regione Lombardia non ha dato alcuna organizzazione se non la previsione di presidi ospedalieri territoriali a altre strutture, ancora in gran parte sulla carta. La Sanità territoriale è rimasta ancella dell’ospedale e non parte fondamentale di una rete sanitaria di cui l’ospedale è una parte importante per specializzazione, intensità di cura e formazione.

Inoltre, non vi è alcuna formale previsione di un programmazione territoriale e ospedaliera. La proposta di cui si parla ultimamente, il nuovo ospedale previsto in Ronchetto dei Navigli al posto del San Carlo e del San Paolo, non è all’interno di una valutazione epidemiologica delle priorità e delle necessità di un territorio, ma solo frutto di valutazione prettamente economiche, scevre di veri riferimenti alla situazione locale e dell’intera area della città metropolitana.

I disservizi dell’assistenza socio sanitaria, i cittadini di Milano e del nostro municipio (7 ndr) li sentono già ora con i due ospedali ancora esistenti: tempi d’attesa, riduzioni delle sedi, impossibilità di interagire tramite le istituzioni comunali con la ASST Santi Carlo e Paolo. Peraltro la controriforma Maroni ha spostato l’interlocuzione con le istituzioni a livello della ATS di Milano e città metropolitana, con il potere decisionale sanitario ben ancorato in giunta regionale. Alla faccia del Sindaco che è e rimane Autorità Sanitaria Locale.

Il bacino di utenti (quantificazione?) come verrebbe investito dalla chiusura dei due ospedali e l’apertura di una nuova struttura? La razionalizzazione in che direzione va (posti letto, prestazioni, picchi di affluenza, categorie fragili bambini e anziani)?

Il bacino d’utenza dei due ospedali è enorme. Dobbiamo pensare che per quanto riguarda la sola Milano esso comprende sicuramente la zona 6, 7 e gran parte della 8 (il gallaratese tutto). A questo bisogna aggiungerei i Comuni limitrofi a partire da Settimo, Corsico, Buccinasco, Rozzano e altri. E qui parliamo di alcune centinaia di migliaia di abitanti.

Il problema non riguarda, se non marginalmente, il numero dei posti letto, che verrebbero ricreati a pochi km dal San Paolo, ma tutta la rete dei servizi per i cittadini che persistono attualmente, o nel tempo sono stati accorpati nella sede dei due ospedali in dismissione.

I cittadini hanno perso sedi di erogazione dei servizi territoriali (pensiamo al poliambulatorio di via Novara, ad esempio), accorpati all’interno delle sedi degli ospedali. Tutti questi servizi poliambulatoriali e sociosanitari finiranno in blocco a Ronchetto dei Navigli? Per i posti letto per acuti non sarebbe un grave problema, ma per tutta l’attività territoriale già in difficoltà questa è una ipotesi da scongiurare. Ma se la Regione pensa, come dichiarato dall’assessore Gallera della Regione (FI), di cedere le due strutture come compensazione per gli investimenti, al momento non è dato sapere cosa succederà di loro.

L’opposizione, di centrodestra, in consiglio comunale di Milano, aveva presentato una proposta di cambiare la destinazione d’uso non solo dell’area di Ronchetto dei Navigli ai fini della costruzione di presidi sanitari ma anche di variare anche in commerciale le aree dei presidi in essere. Tale proposta è stata bocciata dal Comune, che la ha subordinata ad una valutazione epidemiologica delle necessità sociosanitarie del territorio ed ad una contestuale realizzazione di quanto previsto dalla stessa valutazione. Meno male! Al momento infatti né Regione Lombardia, né ATS Milano né ASST hanno presentato alcuna valutazione in tal senso, che peraltro a tuttora non risulta neanche presente.

La realizzazione del progetto al momento ha una sua giustificazione sostanziale legata alla necessità di costruire un ospedale a Milano avanzato dal punto di vista tecnologico, che tenta di tenere testa alle previsioni di creazione da parte del privato di nuovi ospedali tecnologicamente allo stato dell’arte.

A ciò si aggiunga che oramai la letteratura ritiene che la vita media di un ospedale non raggiunga i 30 anni e che i due ospedali da dismettere sono difficilmente e con costi enormi adattabili alle necessità di una moderna Sanità pubblica. Peraltro i due ospedali dovranno comunque essere sottoposti a rilevanti interventi manutentivi nelle more della costruzione del nuovo. Quindi è chiaro che non si può essere a priori contrari alla costruzione di Ospedali idonei al trattamento corretto della popolazione. Rimane però altrettanto stringente il problema legato al che fare dei vecchi (a Legnano e Garbagnate gli ospedali dismessi hanno di fatto rappresentato situazioni di abbandono), ma soprattutto del mantenimento di una efficiente organizzazione territoriale atta a garantire i bisogni della popolazione. Ad oggi, anche “grazie” alla già citata controriforma Maroniana, la situazione è già deficitaria ed in peggioramento a prescindere del progetto di cui si sta discutendo.

Si è fatta una ricognizione sull’attuale situazione dei servizi, grado di benessere e soddisfazione dell’utenza? Quali esigenze sono state rilevate?

No , come già detto. Il Consigliere Comunale Rosario Pantaleo è l’unico che ha fatto, nella mozione che lo stesso ha presentato su questo progetto, una ricognizione dei Servizi sanitari e sociosanitari esistenti (senza però entrare nel merito del loro funzionamento, ndr) chiedendo che fossero almeno mantenuti. Dalla Regione Lombardia nulla ancora.

Si prevede una consultazione con la popolazione?

Al momento non è prevista dalla Regione, ma ritengo utile che tale consultazione venga fatta e che passi attraverso le associazioni dei cittadini, le organizzazioni sanitarie ma soprattutto nei Municipi milanesi interessati e nei Comuni coinvolti. Ma questa è una nostra richiesta. La consultazione dovrà essere conquistata dai cittadini e passare da forme condivise formali. Non ci si può fermare a raccolta di firme. Bisogna fare in modo che venga istituita una commissione con poteri decisionali degli Enti interessati (Regione Comuni, municipi e associazioni).

Il San Carlo è un presidio ospedaliero fondamentale per la salute delle donne, in particolar modo per l’applicazione della 194, che prevede anche uno dei pochi percorsi post-IVG proposti alle donne. Con un’unica struttura quali prospettive ci sarebbero?

La risposta a questa domanda segue il problema generale. Formalmente non si sa se e cosa dovrebbe cambiare e come. Questo è inaccettabile.

Stesso discorso vale per i consultori territoriali di pertinenza dei due ospedali che dovrebbero chiudere, per i quali al momento non sono previste ipotesi di rilancio e di riqualificazione sostanziale in termini di personale e dotazione tecnica.

Servizi di assistenza sanitaria di base (medico di base e guardia medica, ambulatori) inesistenti o di qualità bassa, tale da vedere spesso i P.S. come unico presidio funzionante (soprattutto per rispondere alle peculiari esigenze di bambini e anziani). Come si può gestire il flusso in un unico ospedale, considerando che in aree altrettanto vaste e popolate non è prevista una gestione di questo tipo. Si prevede un incremento delle convenzioni con il privato?

Anche questa problematica non è stata approfondita e merita una attenta discussione con la Regione secondo le modalità già dette. L’assistenza di base, con la cosiddetta guardia medica, è uno dei campi in cui il SSN è più in difficoltà e questo si ripercuote sul funzionamento degli ospedali. Ovviamente anche questo fa parte dell’analisi dei bisogni delle popolazioni interessate. Ma indica anche come sia assurdo progettare interventi quali quelli di cui parliamo, al di fuori di una seria valutazione dei bisogni delle popolazioni di tutta la Lombardia. Basti pensare che l’ultimo piano regionale di riorganizzazione degli ospedali è del secolo scorso (approvato con L.R. 3 settembre 1974 n.55 ). Appare ovvio che se il progetto va avanti così com’è previsto da Regione Lombardia, il rischio di un aumento di convenzioni con il privato è reale.

Assistenza sanitaria di base, servizi ambulatoriali e consultoriali. Criticità e punti di intervento. Carenze, disservizi, tempi di attesa: quali priorità e su quali leve puntare per risolvere questi problemi?

Questa domanda è cruciale, meriterebbe una approfondita valutazione, necessita di uno spazio ad hoc, con il coinvolgimento di più competenze. Ma indubbiamente vuol dire affrontare il punto in cui siamo arrivati, in uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficaci del mondo e di cui sono fiero, ma che proprio su questi punti ha le sue peggiori criticità.

A fronte della chiusura dei due ospedali, occorre in parallelo assicurare al territorio dei servizi di qualità e realmente in grado di gestire le più basilari esigenze. Quindi, evitare il pellegrinaggio tra una struttura e l’altra per avere diagnosi e terapia. Pensiamo per esempio in periodi di picco dell’influenza (critici per alcune categorie). Quindi qualità significa avere personale e strumenti adeguati. Significa prevedere a livello territoriale posti letto che vanno oltre il day hospital. Che margine c’è per assicurare tutto ciò? Stiamo andando verso un sistema sanitario pubblico universale in via di dismissione?

Come dicevo prima il nostro è ancora un Sistema Sanitario molto buono. In Regione Lombardia è sopravvissuto malgrado Formigoni, grazie alle pregresse capacità degli operatori ed alle tradizioni della Sanità lombarda. Con la controriforma Maroni, inopinatamente avvallata dal Ministro Lorenzin, e con i sempre più ridotti finanziamenti (da anni il SSN è sottofinanziato) e con il conseguente aumento della spesa dei privati, il suo universalismo è messo seriamente in discussione. Il mio timore è che se permettiamo ad una Sanità privata di avere eccellenze che il pubblico non ha o apriamo ad altre forme di finanziamento di tipo assicurativo, come prospettato anche da alcune parti sindacali e politiche, la dismissione del sistema sanitario pubblico sia alle porte.

Nel frattempo è arrivato un comunicato dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, che, a margine del sopralluogo all’ASST dei Santi Paolo e Carlo con la direzione strategica coordinata dal direttore generale, Matteo Stocco, ha precisato che:

“Il San Carlo non corre nessun rischio di chiusura”, spiegando che l’ospedale “è e rimarrà un polo di riferimento per il territorio, anche dopo la realizzazione dell’ospedale unico, con la riqualificazione di alcuni edifici esistenti e ulteriori servizi specifici che saranno definiti nel dettaglio. Gli allarmismi sono infondati e fuorvianti”.

“A breve – ha aggiunto Gallera – formuleremo una proposta operativa al Comune e al Municipio 7 per la declinazione dei servizi e degli spazi che dovranno essere specificati sulla base dei nuovi bisogni e delle nuove esigenze di carattere socio sanitario. Siamo inoltre in fase di definizione dell’Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale unico e presto trasmetteremo al Comune di Milano il piano dettagliato dell’operazione. Non possiamo permetterci di interrompere la corsa all’innovazione che si concretizza con la realizzazione di un nuovo presidio moderno e funzionale, strutturato sulle eccellenze dei due poli esistenti. Ma non saranno smantellati i servizi ad esempio legati alla cronicità, a beneficio dei cittadini che animano questo popolato quartiere di Milano accanto al San Carlo”.

L’assessore ha inoltre confermato gli impegni finanziari che prevedono investimenti pari a 29 milioni di euro complessivi per dotazioni tecnologiche moderne e adeguamenti strutturali degli ospedali dell’Azienda dei Santi Paolo e Carlo.

Sarà tutto da verificare, perché simili affermazioni trovino concretezza e non restino parole sospese per aria, anche perché è chiaro che senza garanzie di una continuità assistenziale territoriale di qualità, potrebbe essere in salita anche la concessione comunale dell’area nel PGT. È proprio in vista di un lavoro di riprogettazione dell’assistenza che occorre cogliere questo momento, soprattutto per quanto concerne anche i poliambulatori e consultori nelle aree periferiche: specialità e servizi di base realmente di buon livello.

La brillante Sanità Lombarda ci dà ulteriormente prova di una mancanza di visione non solo strategica, programmatica, ma anche analitica dei fabbisogni del territorio, interessata più che altro a “razionalizzare” e a risparmiare.

Come cittadina, auspico che si colga questo momento, in chiave di opportunità per avviare un iter di ascolto dei cittadini, degli utenti, un dovere per ogni amministratore pubblico. Ciò che sinora è mancato, si deve tornare a rivendicarlo, come unica strada per non trovarci in pochi anni con in mano le briciole di un sistema sanitario pubblico e universale.

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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE.

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Consapevolezza, prevenzione, educazione e servizi

salute-sessuale-e-riproduttiva

 

Sembra un salto nel vuoto, il sesso per tanti ragazz* tra gli 11 e i 25 anni, l’età dei circa 7.000 studenti intervistati per l’indagine promossa Skuola.net e SIC – Società Italiana della Contraccezione.

“Quelli che fanno sesso “senza niente” sono circa il 33% degli intervistati, e pure quando usano un metodo contraccettivo non badano molto all’affidabilità.” 1 su 10 di chi ha avuto rapporti non usa mai il preservativo o altri metodi contraccettivi.

Il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) colloca l’Italia al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Manca una sistematicità dell’informazione nelle scuole e fuori, carente la consapevolezza sulle MST e sulla salute riproduttiva, latita un’educazione alla prevenzione e della cura e del rispetto del proprio corpo.

Tutto troppo casuale, tutto fermo a un bagaglio che pensavamo archiviato, ma che è tuttora vivo e vegeto nei passaparola tra ragazzi: circa il 12% del campione ritiene che lavarsi con la Coca Cola dopo un rapporto prevenga il concepimento. Certo, se l’approccio alla sessualità passa attraverso il porno ed è assente un accompagnamento adeguato, che faccia comprendere realmente tutto ciò che concerne una sessualità sicura e consapevole, avremo di fronte sempre questi risultati un po’ sconcertanti.

Tra i contraccettivi quello preferito è il condom, scelto dal 77% degli intervistati, seguito dalla pillola (al 13%). Poi c’è circa 1 ragazzo su 10 che afferma di adottare con frequenza il coito interrotto o il calcolo dei giorni (2%).

C’è un gran bisogno quindi di veicolare le informazioni, attraverso un linguaggio che sappia captare dubbi, preoccupazioni, ansie dei più giovani.

Dal sito mettiche.it, della Smic (Società medica italiana per la contraccezione), nato con l’intento di fornire ai giovani informazioni corrette sulla contraccezione, è nato un ebook con “200 e più domande e risposte sulla contraccezione e sulla contraccezione d’emergenza”. Il volume, firmato Emilio Arisi, presidente della Smic, e curato da Maria Luisa Barbarulo. Il testo è suddiviso in diversi capitoli, ciascuno dedicato a un metodo anticoncezionale. Le parti finali sono dedicate alle MST, alle curiosità sul sesso e alla conoscenza del proprio corpo. Da anno è disponibile sempre sullo stesso sito un’APP informativa sulle problematiche più frequenti in tema di contraccezione e contraccezione d’emergenza.

Insomma, si cerca di arrivare a informare il più possibile. Eppure si potrebbe arrivare in modo più sistematico, se solo ci fossero programmazioni periodiche di interventi nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile.

Perché contraccezione non significa uso improprio delle pillole del giorno o dei 5 giorni dopo, come emerge da questo articolo. Se grazie a questi farmaci sembrano calare gli aborti (dato comunque in naturale flessione da quando esiste la Legge 194) non dobbiamo pensare che le nostre preoccupazioni e i nostri sforzi per una contraccezione consapevole e adeguata siano terminati.

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Anzi. Prendere la pillola o adoperare altri contraccettivi che svolgono la loro attività quotidianamente, non ha gli stessi impatti sulla salute di un farmaco studiato per le “emergenze”. Quindi, puntiamo su una corretta informazione, insegniamo a usare una profilassi corretta e solo per le emergenze ad adoperare le pillole del giorno o dei 5 giorni dopo.*

Se fossimo stati lungimiranti avremmo dato piena applicazione alla legge sui Consultori pubblici del 1975. Invece la situazione è veramente disarmante. Se guardiamo alla Lombardia: i consultori pubblici sono stati dimezzati dal 2005 ad oggi, da 230 a 138, con una impennata dei consultori privati che passano da 38 a 98. In totale abbiamo 236 consultori. La legge ne prevede uno ogni 20mila abitanti, oggi sono 0,4 consultori ogni 20mila e la riforma li ridurrà ancora (la media nazionale è al 0,7).

Nel 2010 Regione Lombardia aveva accreditato ben 36 centri di aiuto alla vita, che sono entrati a far parte del sistema sociosanitario regionale, convenzionati con funzioni consultoriali, che naturalmente nessuno obbliga ad applicare la 194.

“Tra tagli e razionalizzazioni che, nei fatti, sono chiusure, i consultori pubblici in Lombardia sono in sofferenza”, sostiene Sara Valmaggi, consigliera regionale PD. I privati sono in crescita e sappiamo che purtroppo sempre più spesso “privato” fa rima con “confessionale”, che non applica di fatto la Legge 194. Certo ci sono i consultori privati laici, ma non sono nei disegni del Pirellone. Secondo i dati raccolti dal Pd, i privati nel 2005 erano il 14,2 per cento, nel 2010 il 29,6, oggi il 42%. Al contrario i pubblici, spogliati di fondi e in molti casi trasformati in “centri per la famiglia” nei quali oltre alla salute della donna ci si occupa di soggetti fragili come minori soli e padri separati, diminuiscono: nel 2005 in Lombardia erano l’85,5 per cento del totale, oggi il 52%.

 

 

A Milano la razionalizzazione dei consultori va avanti da anni: l’Asl di Milano, ora Ats, vi ha lavorato, sostenendo la necessità di accorpare sedi tra loro divise, per poter risparmiare sui costi. Un tema che ritorna in quanto da gennaio, a causa della riforma della sanità, i consultori passeranno sotto la gestione degli ospedali. Con il rischio di ulteriori trasformazioni: per non parlare del fatto che Milano è tra le poche città lombarde per le quali non è stato ancora stabilito a quali ospedali saranno assegnati i consultori.

Non vogliamo che la soluzione “contraccettiva” sia aiutare le donne che si accorgono di essere incinte a proseguire ad ogni costo, con bonus e promesse di aiuto, che sappiamo bene non sono risolutive. Un figlio deve essere una scelta responsabile, non casuale. Una gravidanza indesiderata, soprattutto se in giovanissima età, va prevenuta, attraverso una adeguata contraccezione e informazione. Questo dovrebbe essere l’approccio corretto, non cercare di tamponare a posteriori. Prevenzione dovrebbe essere la parola d’ordine.

Dobbiamo tornare a parlare di salute di genere e in particolare di politiche di prevenzione e sulla contraccezione. Dopo il Fertility day e la notizia dei contraccettivi passati in fascia C, così come è stato previsto un piano nazionale per la fertilità, perché non lavorare a un Piano nazionale per la salute e i diritti riproduttivi? Perché non pretendere che vi sia un potenziamento reale dei servizi socio-sanitari territoriali, laici, quali sono i consultori pubblici, rendendoli nuovamente competitivi e di qualità? Soprattutto ricordiamoci di consentire che salute e prevenzione siano veramente alla portata di tutti, non sono un lusso e non può essere tutto lasciato al caso e alle disponibilità economiche. Per molte donne anche pagare un ticket diventa oneroso.

Per questo accolgo favorevolmente la mozione sulla salute riproduttiva, approvata, in Senato lo scorso 11 ottobre e spero che sia recepita interamente dall’Esecutivo e venga concretamente applicata.

La mozione sembra andare in una direzione positiva, seguendo le indicazioni europee.

scheda-mozione-a4

Ci sono novità anche in Regione Lombardia per quanto riguarda i consultori. È stata approvata all’unanimità la risoluzione per rilanciare e valorizzare la rete dei consultori familiari, rispettando la percentuale di presenza sul territorio prevista dalla normativa nazionale, così da assicurare la piena realizzazione delle attività e degli obiettivi di sostegno alla famiglia e alla coppia e promuovere e tutelare la procreazione responsabile (come da emendamento presentato dal PD). Il documento impegna la Giunta regionale e gli assessori competenti a non disperdere ma a rendere continuative le esperienze sperimentali e le buone pratiche portate avanti negli ultimi anni. L’obiettivo è non sguarnire l’offerta, soprattutto in quelle zone della Regione dove il numero è già al di sotto della media regionale e delle linee guida nazionali, come la provincia di Bergamo. Per questo è necessario stabilizzare le sperimentazioni. Ora la palla passa in mano alla Giunta che deve allocare anche finanziamenti certi. Quindi sarebbe il momento giusto per fare pressione.

Ricordo che nel 2012 si stabilì il tariffario delle prestazioni soggette a prescrizione (tutte quelle sanitarie- non le psicologiche) e a ticket (escluse esenzioni ed escluse le prestazioni psicologiche in numero limitato). La contraccezione non è esente. Ricordo inoltre che non sono presenti ecografi presso i consultori familiari pubblici. Sulla gratuità delle prestazioni, della contraccezione (quanto meno per le under 18, come avviene in Germania) e sugli ecografi dovremmo lavorare.

Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Vivendo in una periferia cittadina, di gravidanze precoci, precocissime ne vedo tante, vedo anche le conseguenze sul medio periodo. In condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Una serie di problematiche, di ricadute pesanti sulle vite delle donne, che potrebbero essere evitate con una semplice azione informativa ed educativa. Dal 2010 a oggi le adolescenti che diventano mamme sono aumentate del 31% e nella sola Lombardia sono, ogni anno, 2.600.

Secondo alcuni studi incidono soprattutto fattori socio-economici e culturali: quanto più si è poveri e meno si è istruiti, tanto più si è a rischio di gravidanze precoci. C’è anche un fattore familiare: secondo una ricerca condotta in Norvegia , chi ha una sorella, che ha partorito giovanissima, ha una probabilità doppia, rispetto alle altre, di rimanere incinta precocemente. Chi ha un contesto che aiuta ad avere un progetto di vita e di studio, ha altre prospettive e un approccio più consapevole al sesso.

Quindi violenza è anche non garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione e conoscenza e cura del proprio corpo, non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus per crescere bene un figlio. Leggo che questa idea torna anche nella Legge di Bilancio: sono previsti il buono asilo nido di 1.000 euro/anno e il piano mamma domani che consta di 800 euro destinati agli esami diagnostici per la mamma in gravidanza e le prime spese per il bambino. Ma prevedere prezzi calmierati per tutti coloro che vogliono usufruire dei nidi, politiche di conciliazione strutturati che impegnino anche le aziende? Far sì che gli esami in gravidanza vengano tutti passati dal SSN?

Non replichiamo all’infinito l’approccio dei fondi Nasko e Cresco di Regione Lombardia, dei movimenti per la vita che fanno pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza ad ogni costo. La donna deve scegliere autonomamente, le dovono essere fornite tutte le informazioni, questo accanimento deve finire. Non devono più accadere aggressioni di questo tipo.

Questa è una violenza di cui non si parla, che interessa a pochi, ma che per me non può essere taciuta.

 

Ringrazio la consigliera regionale Sara Valmaggi per avermi fornito i dati sui consultori lombardi.

 

* P.S. Anche quest’anno ci dovremo sorbire la litania che gli aborti sono in calo, che pertanto i medici non obiettori sono in numero più che sufficiente per far fronte alle richieste di IVG. Anche quest’anno metteremo sotto il tappeto il ritorno preoccupante degli aborti clandestini. Anche quest’anno ci chiederemo se fidarci dei metodi di raccolta ed elaborazione dati della relazione annuale ministeriale sull’applicazione della 194. Anche quest’anno ci chiederemo cos’altro ci aspetta, dove si insinueranno gli obiettori e se riusciranno ad avere una legittimazione anche nelle farmacie. Anche questo convegno è un segnale dei tempi.

 

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I risultati di un’applicazione ideologica della 194

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Da pochi giorni è stata presentata la relazione ministeriale annuale di attuazione della legge 194/78. In diminuzione il ricorso all’ interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2014 infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono scesi sotto la soglia dei 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto. Per un approfondimento QUI.

Fin qui il dato nazionale. In Lombardia, le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, ma con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto –7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Ricordiamo che in Lombardia è previsto il piano Nasko e Cresko (conoscete la mia opinione in merito: perché interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? È normale “monetizzare” una maternità?, cosa accade quando i fondi finiscono?), per disincentivare le Ivg, ma c’è un bel paletto: per accedervi si deve risiedere in regione da almeno due anni.

Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Come siamo messi sul versante obiezione di coscienza? La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50% (vedi i dati presidio per presidio).

C’è un notevole ricorso a medici gettonisti, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Non si tratta di un danno considerevole? Ma con questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Torniamo a chiedere che la 194 venga attuata, lo abbiamo fatto ancora una volta pubblicamente nel corso del presidio del 10 ottobre a Milano (e altri ne faremo), anche se a pochi sembra interessare e se il problema a livello cittadino sembra sia stato solo il lancio di ortaggi. Continueremo a scendere in piazza contro questi soprusi, contro i problemi che si incancreniscono, contro l’indifferenza.

PRETENDIAMO che questa VIOLENZA sulle donne abbia fine, perché se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti, siamo noi donne a subirne le conseguenze sulla propria pelle. E tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.

Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale, chiede la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e l’obbligo per quelle private accreditate di garantire la possibilità di effettuare l’Ivg, cosa che oggi non avviene.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd, emergono anche i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico (RU486), autorizzato dall’Aifa nel 2009. La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana. (vedi grafico 2)

Non viene pertanto seguito l’art. 15 della 194 che prevede che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna (…)”

La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. Nel comunicato stampa leggiamo “In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”.

In altre regioni la somministrazione della RU486 è stata semplificata: in Emilia Romagna viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Ecco, i consultori, altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.

Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Ricordiamo cosa suggeriva a marzo la risoluzione Tarabella e cerchiamo di rimuovere veramente questi ostacoli.
Fonte: Dati e informazioni estratti dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd Lombardia- 2015
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Basta applicarla

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Oggi mi riallaccio a un articolo di Giulia Montanelli, che ci riporta la realtà olandese in tema di educazione sessuale, tutela della salute sessuale e riproduttiva della donna, prevenzione e contraccezione.
Il confronto con la 194 e con la legge che istituì i consultori (n.405/75) mostra tutte le crepe di norme che da noi sono state boicottate e applicate solo in parte.
Gli strumenti in Italia ci sono, peccato che ci sia di mezzo l’obiezione di coscienza in dosi massicce e le funzioni e le attività dei consultori siano state tagliate a più riprese ed oggi, in ottica di spending review, vengono ritenute un lusso da ridurre, accorpare e spremere ulteriormente come un limone.
L’educazione sessuale dovrebbe essere una delle competenze dei consultori familiari. Purtroppo i consultori hanno sempre meno risorse da impiegare. In Lombardia, a Milano, ad esempio, i consultori hanno dei progetti di educazione sia rivolti agli insegnanti (che a loro volta devono trasferire le informazioni ai ragazzi) sia agli studenti, che diventano poi “educatori” tra pari, in pratica diventano divulgatori verso i compagni di quanto appreso dal personale dei consultori. Questi progetti sono facoltativi, in pratica è il singolo istituto che sceglie se aderirvi o meno. Per cui in primis spetta alla sensibilità del personale scolastico e del dirigente la scelta se attivarsi o meno. Il problema ulteriore è che le risorse dei consultori familiari pubblici si restringono, mentre i privati accreditati, molto spesso confessionali, dotati di maggiori disponibilità economiche e di personale, hanno un più facile accesso nelle scuole. Sappiamo tutti che i risultati di un insegnamento laico e di uno di stampo confessionale, non sono esattamente identici.
Dobbiamo parlare di più e meglio di contraccezione, fare prevenzione, sfatare miti e pregiudizi e diffondere consapevolezza di sé, del proprio corpo e della salute. Perché questi erano i principi e gli obiettivi delle normative italiane in materia. Dobbiamo far diventare la sessualità un processo di maturazione condiviso, condotto in parallelo, uomini e donne, ragazzi e ragazze. I risultati olandesi, frutto di un approccio aperto e concentrato sull’informazione preventiva, dimostrano che non basta varare delle norme adatte, ma occorre supportarle e applicarle sino in fondo. Crediamoci e lottiamo fino in fondo per non tornare indietro e per sgombrare il campo da falsi miti.

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Le storie

Penso sia un passo cruciale, essenziale, raccontare, raccontare e condividere le storie che sta raccogliendo questo blog. Perché il silenzio e le nude statistiche possono uccidere la realtà. Dietro ogni numero e ogni facile considerazione di coloro che appartengono a questa nuova ondata di oscurantismo ci sono delle persone, donne che hanno scelto e che vanno sostenute e protette nella loro scelta. Non dobbiamo permettere che qualcun altro si intrometta e decida al nostro posto. La piena applicazione della 194 serve a tutelare la sessualità e a consentire una maternità consapevole. Noi donne dobbiamo sostenerci a vicenda, dobbiamo essere unite per non essere schiacciate. Dobbiamo promuovere i consultori e chiedere che svolgano appieno il loro compito, dobbiamo chiedere una educazione sessuale, alla contraccezione e all’affettività. Dobbiamo promuovere la conoscenza, perché c’è chi ci vorrebbe ignoranti e sottomesse, ma dobbiamo dimostrare che quel tempo è passato e non potrà più tornare.

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Così, tanto per mettere i puntini sulle i

L’argomento è di nicchia, ma non troppo. In Lombardia, i consultori per le donne sono diventati “centri per la famiglia” con buona pace della salute della donna. È stato attuato uno snaturamento delle competenze dei consultori. Sulla carta questa innovazione ha del miracoloso, ma è solo fumo negli occhi, laddove il numero di consultori pubblici nel corso degli anni si è già fortemente ridotto e i servizi erogati si vanno sempre più centellinando e impoverendo. Il risultato sarà avere dei mega centri unitari che, visto che non sono previsti nuovi investimenti significativi, dovranno fare i salti mortali per fornire i servizi, quasi come se fossero degli ipermercati di welfare. Per non parlare poi dell’attivazione dello sportello welfare presso i consultori. Insomma, si cambia per svuotare del senso originario e riempirlo con un mix di servizi, ma di che qualità e a che prezzo?

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