Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Doppia violenza. Quando le istituzioni creano ostacoli

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Quanto costa denunciare? Quanto irto di ostacoli diventa poi quel percorso? Perché, ancora oggi, permane un carico pesante da sopportare per le donne sopravvissute alla violenza o che stanno cercando protezione per sé e i propri figli e un aiuto per uscirne? Da cosa è composto quel cumulo di rivittimizzazione?

La parola e i racconti delle violenze vengono sempre messi in discussione. In quanto donne è come se dovessero sempre dimostrare infinite volte l’attendibilità, la coerenza di ciò che denunciano. Su questo si sofferma la guida a cura di CADMILa doppia violenza – Violenza sulle donne, istituzioni e vittimizzazione secondaria.

 

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Anno nuovo, quali prospettive

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Torno a scrivere per fare un po’ il punto sulle prospettive che abbiamo davanti.

L’anno si è aperto con un’ottima notizia, una di quelle che ti rincuorano: Laura Massaro ha vinto in appello e finalmente può tornare a respirare dopo la battaglia giudiziaria che ha visto coinvolti lei e suo figlio per l’affidamento, con tanto di accusa di Pas incombente, che ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 6 anni. Grazie a tutti coloro che si sono spesi per questa causa e alla tenacia e al coraggio di questa madre. Grazie Laura per ciò che hai fatto! Una battaglia per tutte le donne. Ci auguriamo che si moltiplichino questo tipo di vittorie e che teorie spazzatura non trovino più spazio nelle aule di tribunale e che le donne e i minori vengano ascoltati veramente. Infatti ha ragione Laura, non è finita del tutto: “Il problema è la 54 del 2006 di cui la pas è un accessorio, il più feroce.” E tante madri hanno dovuto lottare contro questa serpe che si insinua nelle Ctu e non permette di andare a fondo nelle situazioni in cui si denuncia violenza domestica, scoraggiando la denuncia e in numerosi casi troncando le relazioni madri-figli. Ci auguriamo infine che venga presto restituita a Laura la responsabilità genitoriale. Non c’è niente di più importante che ridare serenità a un bambino che chiede solo di restare con le persone a lui più care.

Non possiamo abbassare la guardia, perché ci sono altri segnali che ci indicano che le cose non sembrano filare lisce. Campanelli d’allarme che continuano ad arrivarci in sordina, un po’ silenziati da altre questioni che fanno maggior rumore e attraggono le nostre attenzioni. Attorno abbiamo dei cambiamenti che ci dovrebbero far capire la pericolosa inversione che si sta facendo largo. Una storia che inizia qualche anno fa, quando, per mano di Regione Lombardia, venne varato il sistema O.R.A. per la raccolta dei dati degli interventi nei centri antiviolenza operanti sul territorio (ne avevo tra l’altro già parlato qui). Metodo che prevede un tracciamento degli accessi ai CAV, con la trasmissione dei codici fiscali delle donne. In barba a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul per quanto concerne le attività dei servizi inerenti all’intervento in casi di violenza, si decideva di intaccare il diritto all’anonimato delle donne. Le nuove regole diventavano condizione imprescindibile per accedere ai bandi e ai finanziamenti regionali. A livello di Comune di Milano si era giunti a una soluzione: un codice alfanumerico per i centri che sceglievano di non fornire il Codice fiscale; il C.F. per tutti gli altri enti coinvolti.

A livello regionale ci sono state interrogazioni, ordini del giorno da parte delle opposizioni, cercando di trovare un compromesso che non discriminasse nessuna pratica dei Centri. Regione Lombardia difende strenuamente la sua piattaforma O.R.A., che a loro dire garantisce l’anonimato. Ma anche a un neofita tutto ciò appare più come un arroccamento su posizioni che invece dovrebbero giungere a una composizione nell’interesse primario delle donne. Eppure, come abbiamo visto l’alternativa ci sarebbe, introdurre un doppio sistema di tracciamento, per andare incontro alle esigenze ed agli approcci di entità diverse. Perché di approcci appunto si tratta: di salvaguardare una storia e le esperienze di coloro che per prime hanno costruito ed elaborato un modello di intervento. Non è affatto questione secondaria garantire l’anonimato e la privacy, specialmente in una fase iniziale nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Si tratta di rispettare le donne e un percorso che nasce da un’analisi profonda delle radici della violenza maschile contro le donne, un cammino che parte dal femminismo e al suo disvelamento sul potere maschile e sulla mascolinità tossica, sui meccanismi che generano un fenomeno che necessita di interventi non solo di emancipazione delle donne, ma sulla cultura. Cura e accoglienza delle donne nelle situazioni di violenza, accompagnamento verso l’uscita, ma anche prevenzione, come prevede la Convenzione di Istanbul. Insomma, c’è tanto alle spalle di determinate esperienze sul territorio, che non si possono perdere. Chiaramente si continuerà a sollecitare le istituzioni preposte affinché giungano a trovare una soluzione idonea.

Non si può sacrificare una storia, un modello nato dalle donne per le donne. Non ci stiamo a criteri discriminatori per quanto concerne le regole di raccolta dati e per i criteri di accesso a bandi per la gestione dei centri e per i finanziamenti. Non è solo forma, ma soprattutto sostanza di un modus operandi che va tutelato e non smarrito per ragioni burocratiche. Si tratta di dare spazio ed agibilità a tutte le soluzioni, a tutti i soggetti, mettendo però sempre al centro le donne.

Quali sono i risultati sul campo che possiamo già vedere? Il centro antiviolenza di Corsico “La stanza dello scirocco”, ha cambiato gestione. Ringrazio le donne dell’associazione VentunesimoDonna per aver divulgato la notizia e per tutto il lavoro di sostegno svolto negli anni: “Dal 31 dicembre “La Stanza dello Scirocco” il Centro Antiviolenza del Distretto di Corsico non è più gestito dal Cadmi”, che è stata esclusa dalla partecipazione al bando per la gestione del centro, passato alla Fondazione Padri Somaschi.

Non so perché, ma la situazione me ne ricorda un’altra. Avete presente i consultori? La Lombardia ha sperimentato una crescita esponenziale del privato accreditato, in stragrande maggioranza di matrice confessionale: dai risultati di un progetto che ha indagato la galassia dei consultori familiari italiani a 40 anni dalla loro nascita, emerge che i consultori accreditati lombardi sono 91 (35% del numero complessivo dei consultori familiari riportato dai referenti). Non è difficile immaginare che piano piano la natura, i valori, gli obiettivi e le caratteristiche con cui erano nati siano state modificate, rimodulate, cambiando anche alcuni elementi che erano il cuore del presidio consultoriale.

Siccome abbiamo già grosse difficoltà, non possiamo assolutamente permetterci di perdere il bagaglio di esperienze e la consapevolezza che abbiamo costruito negli anni, con pratiche e visioni germogliate grazie al femminismo. La differenza c’è. L’emersione della violenza ha bisogno della collaborazione di tutte le forze in campo, tutelando le donne, i loro diritti e le loro scelte, affinché si intervenga il prima possibile e si interrompa la spirale dei maltrattamenti che si consumano per anni.

Ciò che è accaduto lo scorso 17 dicembre a San Siro ai danni di una diciottenne, testimonia quanto sia importante intervenire precocemente per evitare conseguenze peggiori, interrompendo l’escalation sin dai primi segnali evidenti di maltrattamenti. Nella frase con cui ha provato a difendersi il compagno della vittima “Sto solo picchiando mia moglie” c’è tutto il substrato patriarcale che legittima la violenza sulle donne. Occorre accompagnare le donne in un percorso in cui riescano a riconoscere cosa stanno vivendo e proteggerle nel difficile cammino di uscita da relazioni tossiche e violente. In questo caso, per esempio, le violenze erano iniziate nel marzo 2017, con un ricovero in ospedale e un tentativo di suicidio negli ultimi mesi. Non aggiungo altro.

Abbiamo veramente molto lavoro da fare e non possiamo permetterci di perdere elementi preziosi. Troviamo soluzioni equilibrate che sappiano andare incontro all’unico essenziale obiettivo: consentire alle donne di vivere libere dalla violenza maschile.

p.s. il Comitato Abitanti di San Siro e Nudm Milano stanno organizzando una passeggiata contro la violenza sulle donne per il 28 gennaio. Qui l’evento con i dettagli:

https://www.facebook.com/events/954292334965273/

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#DdlPillon. Abbiamo bisogno di resistenza per non perdere la speranza


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta la prima riunione del neonato Comitato NoPillon di Milano. Ciò che è importante in questa fase politica è che vi siano tracce di mobilitazione, che ci si trovi attorno a una causa e che si abbia la forza per contrastare venti che potrebbero riportarci nel passato.

Non farò una cronaca passo passo, né in ordine cronologico degli interventi, ma mi preme evidenziare ciò che di buono ho portato a casa e da cui partire.

Positivo che l’obiettivo comune e unanime sia quello di ottenere il ritiro del ddl 735.

Parto dall’intervento vibrante e caloroso di Laura Boldrini. Mai come adesso mi è sembrato necessario il suo richiamo all’unità delle donne, alla non divisione e dispersione in mille rivoli che non collaborano fra loro, alla necessità del femminismo da praticare tutti i giorni. Occorre una mobilitazione per riuscire a parlare con una sola voce a questo attacco globale alle donne, avviando una stagione di resistenza, esercitando un ruolo attivo, la responsabilità di cambiare, attraverso una nuova rivoluzione femminista. Una conditio sine qua non per non tornare indietro. Boldrini parla giustamente di segnali che denotano l’avanzare di una ideologia oscurantista, su più temi. Il senatore Pillon non è un caso isolato, circoscritto, espressione di una tendenza, ma gode di un nutrito sostegno proprio all’interno del Governo. La formazione dell’esecutivo, con i numeri che non assicurano parità di genere, è la rappresentazione plastica di un Governo più simile a quello di Kabul che di Madrid. Un governo del “cambiamento talebano”. Questo ddl esprime una visione maschilista del matrimonio e della genitorialità, con minori che diventano pacchi postali, non interessa il loro benessere, con l’ossessione di mantenere unita la famiglia ad ogni costo, perché avviare la separazione diventerebbe un percorso a ostacoli. È chiaro che in parallelo si prospetti anche una maggiore difficoltà per le donne che desiderano separarsi per allontanarsi da situazioni di violenza domestica. Visto che la maggior parte dei femminicidi avviene quando la donna pone fine alla relazione, chiede il divorzio, Pillon risolve questo problema non permettendo più che le donne escano dalla famiglia. “Le donne devono stare zitte e a occhi bassi”. Le donne sono sempre state sottomesse, umiliate, picchiate: non sembrerebbe proprio il caso di cambiare secondo i fautori del ddl. Occorre diffondere informazioni, sensibilizzazione dappertutto, perché le persone non sono consapevoli di quanto questo ddl vorrebbe introdurre. È necessario arrivare a tutte le donne, anche a coloro che non vedono le discriminazioni. Fa bene Boldrini a ricordare la vicinanza di Salvini ad Orban, all’ossimoro della “democrazia illiberale”. Il modello corrente è questo, qualcosa che è contro tutti i principi di uno stato di diritto. Come donne dobbiamo esigere rispetto, ciò che ci spetta.

Manuela Ulivi di Cadmi interviene evidenziando le conseguenze nefaste di una mediazione familiare obbligatoria, richiamando anche l’esplicito divieto della Convenzione di Istanbul in casi di violenza. Appare evidente come spesso i tempi per l’accertamento della violenza in sede penale non collimino con quelli dell’iter civile di separazione. Motivo per cui sarebbe troppo alto il rischio a cui si esporrebbero le donne se questo ddl dovesse essere approvato. Si va verso una privatizzazione dei diritti, le parti trattano ma quasi mai sono sullo stesso piano, questo è innegabile, soprattutto dal punto di vista economico. Chi ha maggiori risorse potrà permettersi i professionisti e i consulenti migliori e quindi otterrà maggiori benefici. Si ha come l’impressione che si voglia pesantemente condizionare l’altro genitore. Viene ricordato il funambolesco strumento del piano genitoriale in cui i genitori dovrebbero accordarsi su frequentazioni parentali e amicali, percorsi di studio, attività, vacanze dei figli: con un probabile aumento del conflitto. Questo ddl inoltre manipola la causa di pericolo per il minore che prevede l’uso di ordini di allontanamento dal soggetto che ne è la fonte, introducendo nel nostro ordinamento l’aspetto dell’alienazione (causa di pericolo). Se la persona che chiede protezione non può, non riesce a dimostrare la violenza, il rischio è che si affidi al minore proprio al soggetto che la agisce, con la previsione dell’inversione della residenza.

 

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Per un ulteriore approfondimento su questo incontro.

 

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