Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

su 19 agosto 2017

Anna Parini


Oggi torno a scrivere dopo la pausa estiva, lontana dal pc, ma non per questo lontana dalle notizie che si sono susseguite. Notizie più o meno edulcorate o omesse del tutto dai media. Non potevo non fare una carrellata e una riflessione.

Non è un numero in flessione, bensì nel 2016 si è registrata una crescita del 12% rispetto al 2015. Si tratta del numero di dimissioni “volontarie” delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (la relazione annuale e un articolo qui). Notevole l’incremento della Lombardia passata a 8.850 dimissioni nel 2016 rispetto alle 6.947 del 2015.

La maggior parte sono donne. Risulta ancora più vantaggioso lasciare il lavoro che restare, risultano in aumento i casi in cui è una scelta obbligata, dettata da un contesto ostile e che fa fatica a tenere dentro al mondo del lavoro chi deve svolgere un compito di cura e non ha sostegni.

Ogni anno continuo a sperare che questo numero sia sempre più basso e invece così non è.

Continuo a sperare che oltre gli addetti ai lavori e qualche giornalista attenta ci si interroghi.

Ci si interroghi su quel 79% di madri che decidono più o meno volontariamente di lasciare il proprio impiego.

Perché nonostante i bonus e i grandi proclami di attenzione sul tema della conciliazione a quanto pare siamo in un Paese tremendamente indietro, che non consente alle donne una reale e agevole partecipazione al mercato del lavoro. Che se non si ha il privilegio di un lavoro che “aiuta” e non si ha un welfare familiare che sostiene non c’è grande scelta. Qualcuno si dovrà sacrificare. E sono ancora le donne in maggioranza.

Come evidenzia bene il Rapporto ombra 2017 sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW):

Il Governo dal 2015 ha erogato diversi bonus (bonus bebè, bonus mamme domani nel 2017 senza vincoli di reddito, bonus asilo nido). Tali misure, pur essendo di sostegno al costo dei figli, non sono sufficienti perché non vi sono reali investimenti per aumentare e migliorare la diffusione dei servizi per la prima infanzia, ed escludono anche buona parte delle mamme immigrate che hanno un tasso di fertilità più alto.
Dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100 per difficoltà di conciliazione: per mancanza di servizi in prossimità, rigidità degli orari di apertura e costo elevato o per effetto di “mobbing post partum”, costrette a dare le dimissioni.

(…)

La cosiddetta “convalida delle dimissioni“, è la misura introdotta per evitare le “dimissioni in bianco” (ex Dlgs 151/2001 e dal Decreto legislativo n. 151/2015, ndr). Tuttavia per ingannare l’attuale disciplina delle dimissioni telematiche, accade che alcuni datori di lavoro impongano alla lavoratrice di consegnare il codice “pin Inps”, così l’azienda possa compilare le dimissioni al posto della lavoratrice e se questa rifiuta, scattano diverse forme di ricatto.
Gli uffici del Ministero del lavoro possono intervenire con la procedura di mancata convalida in caso di sospetto di irregolarità, ma in totale sono 12 (nel 2016, ndr) per tutto il territorio nazionale, dimostrando un controllo del tutto inadeguato della situazione.


Per alcune è sufficiente aver regolamentato il contrasto alle dimissioni in bianco, prassi superata da una realtà ben più articolata e complessa, che prevede una scelta obbligata ma che avviene nell’alveo della legalità e di una anormalità normalizzata. Come abbiamo visto e sperimentato esistono vari modi per “pressare” una dipendente, accade alle donne in quanto donne. Un gioco di equilibrismi che non regge alla quotidianità e a una vita che non prevede soluzioni per tutti. E davvero sembra che questa emorragia dal mondo del lavoro scompaia di fronte alla promessa di oboli senza tetto di reddito, una pioggia che non cura i problemi e disperde risorse che potrebbero essere adoperate per soluzioni in grado di intervenire in quella landa semideserta del sostegno alla genitorialità. Se solo si conoscessero i numeri dei posti disponibili nei nidi pubblici e i costi dei privati forse apparirebbe più chiaro il motivo per cui il bonus nido sia una scelta più acchiappavoti che altro.

L’occupazione femminile interessa solo sporadicamente, per lavarsi la coscienza e come scusa per un Pil che cresce troppo lentamente, nonostante si gioisca anche dei lievi rialzi. Abbiamo spesso una istruzione elevata ma in questo paese vale poco e le competenze/specializzazione valgono poco se si deve navigare in un sistema che privilegia altri fattori. Lo sappiamo che il sistema è truccato e a un certo punto si smette di credere in un meccanismo meritocratico che non sempre c’è.

Insomma, ogni tanto si propone qualche prebenda e mancia elettorale e tutti contenti.

Ammesso che si siano fatti bene i loro calcoli propagandistici. Io penso di no.

Penso che nessuna donna scelga a cuor leggero di lasciare il proprio impiego. Le ricadute negative non sono solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo. E relegare i numeri delle dimissioni volontarie fuori dalle notizie più rilevanti indica un chiaro obiettivo: far finta che tutto vada per il meglio, raccontare di uno stato attento e vicino alle donne, purché madri. Pensare positivo non ci consentirà automaticamente di riuscire a riottenere il nostro lavoro. Suggerirci che in qualche modo ce la faremo non ci aiuterà perché basterà guardare cosa significa riuscire a conciliare e che questa opportunità sarà direttamente proporzionale al nostro reddito con il quale pagare servizi di baby sitting e doposcuola o alla disponibilità full time di nonni o affini. Basta recarsi all’uscita delle scuole.

I tempi della città e quelli del lavoro scollegati e da ripensare e reimpostare.

Tempi biblici di viaggio casa-lavoro, mezzi pubblici spesso inadeguati, servizi con orari incompatibili. Quando si parla di condivisione dei carichi/impegni familiari occorre pensare che contesti lavorativi sempre più deregolamentati e soggetti a variazioni e imprevisti rendono questo obiettivo una corsa ad ostacoli, gli equilibrismi si fanno doppi e non è detto che le cose migliorino e che si compensino. In questa Babele lavorativa ci siamo tutti, uomini e donne. Orari e impegni suscettibili di emergenze che diventano quotidiane, richiedono una resistenza onerosa, che in presenza di retribuzioni basse e prospettive future stagnanti, in assenza di un welfare familiare e di uno pubblico adeguato, rende più auspicabile uscire piuttosto che restare sulle montagne russe.

Consideriamo tutte le ricadute su di noi e sui figli di uno stile di vita che non lascia spazio oltre la dimensione lavorativa. È una riflessione che al di là dei figli dovremmo fare. Questo vortice come ci fa sentire? È il senso unico e pieno della nostra esistenza? Anche chiedere ai nostri figli di rincorrere questi tempi sin dalla nascita è l’optimum? Non fermarci mai forse ci aiuta a non accorgerci di cosa siamo diventati, con la stanchezza che giustifica ogni assenza.

Qual è la funzione del lavoro? Cosa siamo oltre che lavoratori consumatori di tempo e di beni materiali? Chiaramente questo sarà il modello che trasmetteremo ai nostri figli, non potremo farne a meno perché questo sarà il prototipo di vita. Cosa produrremo di nostro per noi stessi, in grado di darci un senso e una dignità in quanto persone, esseri umani, cittadini? Un senso che non deriva dal lavoro e non può chiudersi e completarsi in esso. Attenzione perché poi anche i diritti umani o civili potrebbero decadere o indebolirsi in assenza di un lavoro. Su nuovi equilibri e modelli occorre lavorare e riflettere.

Lisa Gattini suggerisce a proposito di partecipazione femminile nel mondo del lavoro:

“Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.”

Le dimissioni non sono una mera questione privata, lo diventano quando c’è il deserto e quando la politica fa finta di sostenere la genitorialità. E quel voler gettare il peso della decisione e degli oneri sulle donne.

Non gonfiate il racconto sull’occupazione femminile. Sappiamo che quel picco storico è costituito principalmente da precariato e da lavoratrici over 50. Per non parlare di part time involontario, livello di impiego medio-basso e gap salariale delle donne, che può raggiungere anche il 25%.



Nell’Ue le donne sono ancora sotto rappresentate nel mercato del lavoro. La perdita causata dal gender employment gap è stimata in 370 miliardi di euro all’anno.

Nel 2015 il tasso medio di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nei 28 paesi Ue era pari al 64,3% rispetto al 75,9% di quello degli uomini, un gap dell’11,6%. Gli unici Stati membri con un gender employment gap inferiore al 5% sono Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia.

In coda con un gap superiore al 15% ci siamo anche noi: Repubblica Ceca (16.6%), Romania (17,5%), Grecia (18%), Italia (20%) e Malta 27.8%. La causa: la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in questi paesi.

Sappiamo che per innalzare il tasso di occupazione è necessario innalzare il tasso di occupazione femminile.

Ma l’attenzione langue, al di là degli annunci riguardanti i record di occupazione femminile.

Siamo arrabbiate perché ci avete preso in giro ancora una volta, uno schiaffo alle nostre storie che non volete ascoltare. Uno schiaffo quando ci dite che per noi non c’è spazio e ci colpite nonostante sappiate quanto dolore abbiamo dentro anche a distanza di anni da quella firma “consensuale” con cui ci hanno chiuso la porta in faccia. Ringrazio in particolare modo le donne che si sono alacremente dimostrate indifferenti e pronte a pugnalare. Avete venduto anche l’anima. Ma il fango che avete sparso non vi è servito a silenziarmi.

Il primo passo fondamentale è iniziare dalla parità delle retribuzioni tra uomini e donne, con stipendi a misura equa del lavoro svolto, con donne non più sottopagate, con a disposizione entrate in grado di consentire una conciliazione più agevole e meno onerosa.

Secondo step indispensabile sono servizi per la conciliazione accessibili realmente. Non ci rendiamo conto dell’importanza di un piano strategico studiato sulle esigenze concrete, senza lasciare i singoli alla mercé del caso o delle condizioni personali/familiari più o meno favorevoli.

Siamo spesso più qualificate degli uomini e raggiungiamo livelli di istruzione più elevati, ma a un certo punto ci smaterializziamo dal mondo del lavoro. Siamo ancora fragili in tema di condivisione equa dei compiti di cura, per cui le donne sono ancora azzoppate nella partecipazione attiva a livello sociale ed economico, con conseguente maggiore rischio povertà.

Se vogliamo sostenere il sistema previdenziale occorre intervenire per rendere agevole questa partecipazione.

L’attuale “infrastruttura” normativa che disciplina i congedi risale più o meno agli anni ’90 e non consente un’equa suddivisione dei carichi di cura. Urge un intervento di revisione in chiave di riequilibrio di genere.

Ci viene in aiuto la Commissione europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla SOLO di “MAMME”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa.


 


Perché intervenire a livello legislativo su congedi e mondo del lavoro? Perché altrimenti il cambiamento concreto non avviene e non si può ottenere un riequilibrio tra i generi affidandosi alla buona volontà dei singoli lavoratori. Abbiamo visto che senza alcun tipo di obbligo sono le donne ad assumersi i compiti di cura, con gli effetti negativi in termini di scelte lavorative. Il cambiamento culturale va in qualche modo sostenuto.

Gli incentivi dovrebbero indurre gli uomini ad avvalersi di opportunità per conciliare la vita lavorativa con quella familiare: un modo per redistribuire i compiti di cura in famiglia.

Difficile se il racconto sui media è ancora questo dell’Ansa:

 

Stanno semplicemente facendo i papà. Stanno semplicemente svolgendo il loro compito di genitori. Così come le mamme lo fanno da secoli.

Questo pacchetto volto a modificare la struttura degli strumenti di work life balance, fa parte del Pillar of Social Rights (Pilastro europeo dei diritti sociali) e mira ad accrescere la partecipazione delle donne alla vita economica e sociale dell’Unione: parla di genitori e di prestatori di assistenza (caregiver), di strategie per le imprese al fine di incrementare il capitale umano, guardando ai compiti di cura come nuove competenze e non come piaga da estirpare.

Necessario è anche un ripensamento dei tempi della città, del lavoro, di vita è altrettanto necessario. Così come modelli lavorativi più a misura di donne e uomini, la produttività decresce superato un certo numero di ore e dipende molto dal benessere della/del lavoratrice/lavoratore. Spazi equilibrati tra lavoro e vita privata, consentendo a tutti una migliore qualità della vita. Senza che nessuna dimensione divori l’altra.

Parità significa piene opportunità di sviluppare ed esprimere noi stessi/e in ogni ambito.

Non vogliamo recinti protetti, ma una società più equa ed egualitaria. Costruiamola. Le politiche devono essere in grado di incidere in questo senso, operando trasversalmente per rimuovere ostacoli e discriminazioni. Ragionare per compartimenti stagni non aiuta, ma incrementa ostilità e divisioni, una lotta per le briciole, una difesa di un orticello chiuso quando altrove si è già da tempo compresa l’importanza di un approccio più ampio.

Interrogarsi su questi aspetti aiuterebbe. Fuori dai ruoli. Fuori dalle scelte obbligate e dagli stereotipi.

Affinché quella barca, presente nell’illustrazione di apertura, tenda all’equilibrio e la donna non senta su di sé il peso di tante scelte obbligate e delle discriminazioni multiple.

To be continued….

 


Per approfondimenti:

  • I dati sugli asili nido secondo Istat (2013):

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/17/gli-asilo-nido-loccupazione-femminile-la-mappa-italiana/

  • L’Oréal Italia, nell’integrativo l’assistenza agli anziani:

http://www.corriere.it/economia/17_agosto_02/oreal-italia-nell-integrativo-l-assistenza-anziani-e4244e88-7760-11e7-84f5-f24a994b0580_amp.html

  • Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri:

https://www.ispettorato.gov.it/it-it/studiestatistiche/Documents/Relazioni-convalide-dimissioni-lavoratrici-madri/Relazione-annuale-2016-Convalide-dimissioni-risoluzioni-consensuali-lavoratrci-madri.pdf

  • Dietro il boom dell’occupazione femminile:

http://phastidio.net/2017/08/01/dietro-boom-occupazione-femminile/

  • InGenere:

http://www.ingenere.it/articoli/mai-cosi-tante-nel-mercato-lavoro

  • Una carrellata di leggi per le donne in 70 anni di Repubblica:

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01008031.pdf

  • Parità di genere, colmare il gap porterebbe 12 trilioni di dollari alla crescita globale:

https://www.key4biz.it/parita-di-genere-colmare-il-gap-porterebbe-12-trilioni-di-dollari-alla-crescita-globale/160066/#.VzydEaO8GFM.twitter

  • Metodo di rilevazione dei dati Istat:

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2 responses to “Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

  1. […] Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui. […]

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  2. […] da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati […]

    Mi piace

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