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Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire

su 23 agosto 2017

Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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3 responses to “Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire

  1. Paolo ha detto:

    le madri e i padri soffocanti esistono ma ridurre tutto a questo mi pare fuorviante. Noi siamo uomini e donne, l’identità maschile e femminile non si può superare e non è giusto superarla, ma è giusto superare certi stereotipi rigidi che non sono il genere ma sono a esso legati. La virilità va ripensata: chi picchia o uccide la donna che dice di amare non è virile manco per niente

    Mi piace

  2. RITA TORTI ha detto:

    Grazie. Avevo visto quell’articolo, e l’avevo archiviato perché molto eloquente di una linea di pensiero che nella chiesa cattolica è piuttosto amata (perché di fatto lascia le cose come stanno), ed è un problema su cui da anni sto raccogliendo materiali. Avevo rinunciato a mandare una lettera per mancanza di tempo e un po’ anche per sfiducia nel mezzo. Questa mi rappresenta molto, sono contenta che sia stata scritta, e così bene.
    Rita Torti – Parma

    Piace a 1 persona

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