Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Un mondo illusorio in cui tutto sembrava risolto (o quasi)


Sulla questione del numero di donne che ogni anno lascia “volontariamente” il lavoro dopo la maternità (dato che purtroppo non fotografa il sommerso di chi un contratto non ce l’ha) ho scritto molte volte sul mio blog. In quest’anno strano faccio fatica a scrivere. Ma avrei due pensieri. Questo report in materia di provvedimenti di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri (Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri) fotografa le dimissioni annuali, ma sarebbe utile indagare sul dopo, su quando e se queste donne sono riuscite a rientrare nel mondo del lavoro e a quali condizioni, con quali equilibri e modalità. Infine, a distanza di anni da quel modulo a fini statistici che anche io ho dovuto compilare davanti a un’impiegata che se fosse stata un robot sarebbe stata più empatica, nessuno mi ha mai chiesto come me la passassi, se avessi bisogno di un supporto per rientrare, se col tempo ero riuscita a risolvere i miei problemi e avevo trovato un equilibrio. Nessun ente, persona mi ha mai aiutata a non sprecare ciò che avevo appreso in anni di studio e in 10 anni di lavoro. La cosa che fa più danni è la solitudine di queste storie. La cosa che fa più male a distanza di tempo è sentirsi ancora dire “arrangiati”, “sii flessibile”, sei tu che non ci riesci e sei troppo debole”. E tutto il mare di donne che hanno in questi giorni avversato lo smart working fanno ancor più un effetto macigno. Perché se me lo avessero concesso, io non sarei stata costretta a dimettermi. Meditate. Non è mai soltanto una questione privata e ed esclusivamente personale. Riguarda una società che fatica ad occuparsi di fenomeni evidenti, preoccupanti, ad alto tasso discriminatorio. Una inesorabile emorragia, in crescita nel 2019, per la maggior parte di carattere femminile: 37.611 (circa il 73% del totale), (nel 2018 erano state 35.963).

“Fra le motivazioni delle dimissioni/risoluzioni consensuali addotte da lavoratrici e lavoratori (in sede di colloquio con il personale addetto al rilascio del provvedimento di convalida, volto a accertare la genuinità del consenso) la più ricorrente è rimasta la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole, registrata in 20.730 casi (20.212 nel 2018), in percentuale pari a circa il 35% del totale, sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente (36%).

Tale motivazione si è sostanziata, in particolare, in:

− assenza di parenti di supporto in 15.505 casi (15.385 nel 2018), pari a circa il 27% del totale, percentuale coincidente con quella dell’anno precedente;

− elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (es. asilo nido o baby sitter) in 4.260 casi (3.907 nel 2018) pari a circa il 7% del totale, dato corrispondente a quello del 2018;

− mancato accoglimento al nido in 965 casi (920 nel 2018), pari a circa il 2% del totale, percentuale identica a quella rilevata nel 2018.”

Pesano anche fattori concernenti l’organizzazione e le condizioni di lavoro, particolarmente gravose o difficilmente compatibili con la cura dei figli.

Accogliere sorprese anno dopo anno certi dati è indice di quanto poco presenti a noi stesse siano certe esperienze, di quanto possano prima o poi riguardarci da vicino. E se le nuove generazioni di donne percepiscono questo disastro come casi marginali, isolati, rari, inciampi di persone poco adatte al mercato del lavoro, se pensano che oramai la loro vita lavorativa non incorrerà mai in simili sventure, in tali muraglie non aggirabili, allora abbiamo sbagliato qualcosa nella trasmissione intergenerazionale di quanto ancora enormi siano divari, discriminazioni sulla base del genere. Abbiamo sbagliato anche a non renderlo parte centrale delle nostre battaglie di donne e di femministe. Di quanto la “cura” sia tutto sommato tuttora a carico delle donne, con gli uomini che partecipano ma fino a un certo punto, mai fino ad intaccare il loro cammino di vita e di lavoro, le loro passioni o hobby. Quello resta territorio sacro, mai sacrificabile. Dare una mano significa già dare per scontato che in ogni caso resterà in carico alle donne. Il limite di tutto questo è che anziché dare impulso a una compatta e solidale battaglia per interrompere questa china negativa, restiamo ognuna, ciascuna concentrata sul proprio caso, alla ricerca di una toppa che possa risolvere la situazione personale. Il fatto che tutto o quasi tutto cambi in funzione degli aiuti familiari a disposizione, dimostra come ci sia un gap di welfare pubblico e di come anche questo non sia tutto. Perché ci vuole comunque un nuovo disegno dei tempi di vita e di lavoro. Ci vuole un nuovo equilibrio e patto collettivo, affinché non ci siano più scelte obbligate, che mangiano desideri, progetti, energie. La vita non può passare rinviando tutto in funzione di un mercato del lavoro tanto fragile, incapace e sordo ai cambiamenti. Le nostre energie dissipate spesso in lotte intestine, a chi si intesta le battaglie per poi non cambiare niente, se non per ritagliarsi spazietti di microinteressi personali. Le nostre energie a spiegare che non abbiamo raggiunto proprio nemmeno un decimo degli obiettivi accolte dai ragazzini e dalle ragazzine come qualcosa di anacronistico e antico. Accorgersene quando si è già dentro il problema è già troppo tardi. E basta a ripeterci che il lavoro c’è, anche tra noi donne, quando sappiamo che ad ogni nuova crisi siamo sempre noi le prime a pagarne gli effetti negativi e a retrocedere ulteriormente. Nei dialoghi a scuola si oscilla tra la negazione e una rimozione, salvo poi riuscire a verificare anche nel proprio micro ambiente familiare quanto la questione discriminazione e la miriade di scelte obbligate siano molto presenti. Questa presenza si sedimenta e anziché sfociare in una ribellione, assistiamo a una rassegnazione alquanto diffusa, una rimozione che non fa altro che conservare quel sistema padronale, paternalistico e patriarcale del “tornate a lavurà e zitte”. Prendere o lasciare anche a scapito di tutto il resto, ciechi e disposti a rinunciare via via a sempre maggiori diritti pur di portare a casa qualcosa. Altro che lotta di classe. Qui siamo alla narcolessia della lotta, quando arriviamo a sentire la mancanza dell’occhio del padrone.. quando difendiamo indifendibili uscite politiche e istituzionali per ordini di scuderia. Per non arrolvellarci troppo su alternative che magari potrebbero solo farci bene e portarci nuovi modelli. Nemmeno il Covid ha spalancato le porte all’urgenza di ripensare e ribaltare tutto. Ci sono meccanismi che devono essere rivisti. Non soluzioni tampone o reti di protezione fai da te, ma un ripensamento di tutta la costruzione delle nostre esistenze, del sistema pubblico di sostegno alla genitorialità. Non è solo nelle mani del buon padre imprenditore il futuro, perché che sia piccola, media o grande impresa, è tutto nella cultura di chi organizza il lavoro e di come lo concepisce in chiave di produttività. Se ci si occupasse di benessere e di soddisfazione del dipendente, non credo che si troverebbe una situazione rosea e la bassa produttività avrebbe alcune chiare spiegazioni. Di fronte a tanti bivi, difficoltà, progetti di vita rinviati, lavoro mangia tempi di vita, nessun potere contrattuale, non ci si può aspettare risultati positivi e prospettive positive.

Quindi meno sguardi di sorpresa e più tentativi di comprendere i fenomeni e monitorarli nel tempo, ascoltando e accompagnando chi in questi report è solo un numero statistico ma ha diritto a non essere perso per strada. Così ci siamo persi anni di opportunità di intervenire. Non rinviamo di un altro anno.

I richiami internazionali intanto non cessano: il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) del Consiglio d’Europa si è espresso sul reclamo presentato dall’ong “University Women of Europe” che contestava a 15 dei 47 Stati membri dell’organizzazione paneuropea di non rispettare il diritto delle donne alla parità di retribuzione e alle pari opportunità professionali: “l’Italia ha violato i diritti delle donne perché ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione”. Solo la punta dell’iceberg, in cui se sei sola, senza welfare pubblico o familiare, senza patrimonio pecuniario o una dote di relazioni tali da poterti ricollocare facilmente, sei automaticamente espulsa dal mercato del lavoro. Non importa l’esperienza, le doti, i sacrifici che hai fatto o sei disposta a fare. Non crediamo mai alle donne che ci dicono che basta volerlo.

Cercasi opportunità, questo spesso manca in un Paese in cui devi avere le spalle coperte per non essere marginalizzato.

Contano sulla nostra stanchezza, sulla nostra solitudine, sul fatto che non rovineremo mai la festa a un sistema che è tuttora tanto diseguale e discriminatorio, imperniato di metodi annientanti e ricattatori.

Anche l’ultimo rapporto Istat ci restituisce un quadro in cui le disparità, i carichi di cura e di lavoro domestico sono assai sbilanciati. Il Covid ha solo creato una frattura più ampia e visibile, a cui non si può risolvere a suon di bonus, voucher, servizi per l’infanzia ed educativi, perché lo abbiamo più volte sottolineato, le leve devono essere altre, in una rivoluzione dei tempi, dei compiti, dei modelli organizzativi in azienda, di cambio di mentalità, di una genitorialità diversa, perché sinora tutto si è retto sul sacrificio di qualcuno, in primis donna e a seguire nonni (forma di welfare tipicamente italico). Prendersi in carico politicamente la questione dell’occupazione femminile significa finalmente sedersi attorno a un tavolo e ascoltare le donne, soprattutto quelle che sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro o ad accettarne le mille storture. Un piano non può che partire da esperienze reali, perché qualsiasi impatto di genere delle politiche non può solo avere un approccio meccanicistico, ma implica un’osservazione di come ci deve essere un mix di politiche che siano il più possibile a misura di ciascuna storia e situazione, che permettano una genitorialità agita e consapevole, senza che si dia come mera soluzione quella di delegare in toto ad altri soggetti o servizi. La politica deve pensare che la normalità non devono essere le acrobazie, ma un ritmo e un modello di vita più umano e volto al benessere di tutti i soggetti. Soprattutto, dopo aver sciorinato dati e statistiche, occorre che si metta mano alla realtà e si cerchi di osservare la realtà da vicino, senza che le persone restino numeri che se la devono poi cavare da sé, dopo la costernazione di rito. Siamo un po’ saturi di dover assistere periodicamente alle lacrime di coccodrillo di chi promette sempre soluzioni a breve, tanto poi nulla cambia. Intanto, molte risorse in questo paese ammuffiscono e si spiana la strada a un sistema che premia solo chi è genuflesso, disposto a sacrificare diritti e qualità della vita, una neoschiavitù che conta su tanto lavoro sommerso e invisibile. La partecipazione delle donne è un diritto costituzionale, a cui non abbiamo mai dato molto peso. A chi stiamo delegando la rappresentanza delle donne? Con quanta compattezza e collaborazione reciproca stiamo agendo? Perché in tanti anni abbiamo permesso le emorragie di donne dalla vita attiva, tollerando che situazioni positive fossero appannaggio di poche e che soltanto per alcune ci fosse qualche vantaggio? A me viene in mente solo una cosa, un sistema patriarcale e conservatore che ha mantenuto in piedi questo meccanismo illusorio, su cui di generazione in generazione ci siamo adagiate, non comprendendo bene l’operazione in atto. A molte donne è sembrato sufficiente ed equo così, in una bolla in cui alla fin fine ci si doveva salvare da sé e per sé. Il Covid ha fatto scoppiare molte di quelle bolle ed ora siamo di fronte a un disastro che si è fatto finta di non vedere per decenni. Abbiamo rinunciato a tanto, ora cerchiamo di prendere coscienza dei costi che abbiamo pagato pensando che tutto sommato non c’erano alternative e che il modello fosse il migliore possibile. Quel modello ci ha rubato tanto, ci ha sottratto tempo, energie, entusiasmo e pezzi di vita importantissimi. Fa tristezza doverci dividere sempre su altri fronti, senza prendere in mano la realtà e accorgerci di come sia sdrucciolevole la vita da equilibriste. Focalizziamoci su aspetti e su lotte che possono vederci insieme e non permettiamo a niente e a nessuno di fermarci o di dirottarci su binari che non ci portano da nessuna parte. Non lasciamo affondare nei numeri dei report le nostre esistenze, non accontentiamoci mai. Perché il rischio è che anche dopo il Covid ci lasceranno le briciole. E che nessuno si permetta di lamentarsi della continua decrescita della natalità, stando alle condizioni attuali di vita.

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Oltre le statistiche: le donne pretendono la giusta attenzione

olimpia zagnoli

Oltre le statistiche che vedono incrementarsi il numero delle donne occupate, occorre leggere a fondo per comprendere come e perché non è tutto oro quello che luccica. Al di là del metodo di computo degli occupati che lascia qualche perplessità sulla reale qualità e quantità di occupazione, da anni registriamo un numero enorme di “uscite volontarie”. Un report che registra periodicamente i genitori con bambini fino ai 3 anni che si dimettono, mostra un’emorragia silenziosa, che resta privata nonostante qualche cenno temporaneo sui giornali, nonostante il fenomeno sia conosciuto ma con un’attenzione a corrente alternata, perché quando si parla di stato di salute dell’occupazione femminile, si preferisce marginalizzare il dettaglio. Quasi trentamila donne, e questo è solo il numero della punta dell’iceberg, fanno questa scelta. Nella parte sommersa dell’iceberg restano coloro che vedono esaurirsi il contratto a termine senza che venga rinnovato, oppure coloro che sono costrette a lavorare senza un contratto e non hanno mai avuto diritti. Perché si sa che se vuoi lavorare, se devi lavorare accetti tutto, anche perdere tutele e garanzie. Eppure il lavoro è citato nel primo articolo della nostra Costituzione.

Non ne ho scritto per qualche giorno. Non avrei voluto scrivere, devo dire la verità. L’ho fatto ogni anno e quella relazione mi ricorda a che punto sono e perché. Parlo in prima persona, perché la formula impersonale in questo caso non avrebbe senso. Non c’è rammarico, solo la sensazione che poi di quelle donne nessuno si preoccuperà di seguirne le vite e i destini, nessuno cercherà di capire quanto una firma volontaria inciderà sul loro futuro e che corso prenderà la loro esistenza.

In Italia le dimissioni volontarie sono state 37.738. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro che le convalida, nel 2016, le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, spesso con ruoli e mansioni elevate, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è invertita, la maggior parte lascia il lavoro per passare ad altra azienda.

 

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Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

Anna Parini


Oggi torno a scrivere dopo la pausa estiva, lontana dal pc, ma non per questo lontana dalle notizie che si sono susseguite. Notizie più o meno edulcorate o omesse del tutto dai media. Non potevo non fare una carrellata e una riflessione.

Non è un numero in flessione, bensì nel 2016 si è registrata una crescita del 12% rispetto al 2015. Si tratta del numero di dimissioni “volontarie” delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (la relazione annuale e un articolo qui). Notevole l’incremento della Lombardia passata a 8.850 dimissioni nel 2016 rispetto alle 6.947 del 2015.

La maggior parte sono donne. Risulta ancora più vantaggioso lasciare il lavoro che restare, risultano in aumento i casi in cui è una scelta obbligata, dettata da un contesto ostile e che fa fatica a tenere dentro al mondo del lavoro chi deve svolgere un compito di cura e non ha sostegni.

Ogni anno continuo a sperare che questo numero sia sempre più basso e invece così non è.

Continuo a sperare che oltre gli addetti ai lavori e qualche giornalista attenta ci si interroghi.

Ci si interroghi su quel 79% di madri che decidono più o meno volontariamente di lasciare il proprio impiego.

Perché nonostante i bonus e i grandi proclami di attenzione sul tema della conciliazione a quanto pare siamo in un Paese tremendamente indietro, che non consente alle donne una reale e agevole partecipazione al mercato del lavoro. Che se non si ha il privilegio di un lavoro che “aiuta” e non si ha un welfare familiare che sostiene non c’è grande scelta. Qualcuno si dovrà sacrificare. E sono ancora le donne in maggioranza.

Come evidenzia bene il Rapporto ombra 2017 sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW):

Il Governo dal 2015 ha erogato diversi bonus (bonus bebè, bonus mamme domani nel 2017 senza vincoli di reddito, bonus asilo nido). Tali misure, pur essendo di sostegno al costo dei figli, non sono sufficienti perché non vi sono reali investimenti per aumentare e migliorare la diffusione dei servizi per la prima infanzia, ed escludono anche buona parte delle mamme immigrate che hanno un tasso di fertilità più alto.
Dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100 per difficoltà di conciliazione: per mancanza di servizi in prossimità, rigidità degli orari di apertura e costo elevato o per effetto di “mobbing post partum”, costrette a dare le dimissioni.

(…)

La cosiddetta “convalida delle dimissioni“, è la misura introdotta per evitare le “dimissioni in bianco” (ex Dlgs 151/2001 e dal Decreto legislativo n. 151/2015, ndr). Tuttavia per ingannare l’attuale disciplina delle dimissioni telematiche, accade che alcuni datori di lavoro impongano alla lavoratrice di consegnare il codice “pin Inps”, così l’azienda possa compilare le dimissioni al posto della lavoratrice e se questa rifiuta, scattano diverse forme di ricatto.
Gli uffici del Ministero del lavoro possono intervenire con la procedura di mancata convalida in caso di sospetto di irregolarità, ma in totale sono 12 (nel 2016, ndr) per tutto il territorio nazionale, dimostrando un controllo del tutto inadeguato della situazione.


Per alcune è sufficiente aver regolamentato il contrasto alle dimissioni in bianco, prassi superata da una realtà ben più articolata e complessa, che prevede una scelta obbligata ma che avviene nell’alveo della legalità e di una anormalità normalizzata. Come abbiamo visto e sperimentato esistono vari modi per “pressare” una dipendente, accade alle donne in quanto donne. Un gioco di equilibrismi che non regge alla quotidianità e a una vita che non prevede soluzioni per tutti. E davvero sembra che questa emorragia dal mondo del lavoro scompaia di fronte alla promessa di oboli senza tetto di reddito, una pioggia che non cura i problemi e disperde risorse che potrebbero essere adoperate per soluzioni in grado di intervenire in quella landa semideserta del sostegno alla genitorialità. Se solo si conoscessero i numeri dei posti disponibili nei nidi pubblici e i costi dei privati forse apparirebbe più chiaro il motivo per cui il bonus nido sia una scelta più acchiappavoti che altro.

L’occupazione femminile interessa solo sporadicamente, per lavarsi la coscienza e come scusa per un Pil che cresce troppo lentamente, nonostante si gioisca anche dei lievi rialzi. Abbiamo spesso una istruzione elevata ma in questo paese vale poco e le competenze/specializzazione valgono poco se si deve navigare in un sistema che privilegia altri fattori. Lo sappiamo che il sistema è truccato e a un certo punto si smette di credere in un meccanismo meritocratico che non sempre c’è.

Insomma, ogni tanto si propone qualche prebenda e mancia elettorale e tutti contenti.

Ammesso che si siano fatti bene i loro calcoli propagandistici. Io penso di no.

Penso che nessuna donna scelga a cuor leggero di lasciare il proprio impiego. Le ricadute negative non sono solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo. E relegare i numeri delle dimissioni volontarie fuori dalle notizie più rilevanti indica un chiaro obiettivo: far finta che tutto vada per il meglio, raccontare di uno stato attento e vicino alle donne, purché madri. Pensare positivo non ci consentirà automaticamente di riuscire a riottenere il nostro lavoro. Suggerirci che in qualche modo ce la faremo non ci aiuterà perché basterà guardare cosa significa riuscire a conciliare e che questa opportunità sarà direttamente proporzionale al nostro reddito con il quale pagare servizi di baby sitting e doposcuola o alla disponibilità full time di nonni o affini. Basta recarsi all’uscita delle scuole.

I tempi della città e quelli del lavoro scollegati e da ripensare e reimpostare.

Tempi biblici di viaggio casa-lavoro, mezzi pubblici spesso inadeguati, servizi con orari incompatibili. Quando si parla di condivisione dei carichi/impegni familiari occorre pensare che contesti lavorativi sempre più deregolamentati e soggetti a variazioni e imprevisti rendono questo obiettivo una corsa ad ostacoli, gli equilibrismi si fanno doppi e non è detto che le cose migliorino e che si compensino. In questa Babele lavorativa ci siamo tutti, uomini e donne. Orari e impegni suscettibili di emergenze che diventano quotidiane, richiedono una resistenza onerosa, che in presenza di retribuzioni basse e prospettive future stagnanti, in assenza di un welfare familiare e di uno pubblico adeguato, rende più auspicabile uscire piuttosto che restare sulle montagne russe.

Consideriamo tutte le ricadute su di noi e sui figli di uno stile di vita che non lascia spazio oltre la dimensione lavorativa. È una riflessione che al di là dei figli dovremmo fare. Questo vortice come ci fa sentire? È il senso unico e pieno della nostra esistenza? Anche chiedere ai nostri figli di rincorrere questi tempi sin dalla nascita è l’optimum? Non fermarci mai forse ci aiuta a non accorgerci di cosa siamo diventati, con la stanchezza che giustifica ogni assenza.

Qual è la funzione del lavoro? Cosa siamo oltre che lavoratori consumatori di tempo e di beni materiali? Chiaramente questo sarà il modello che trasmetteremo ai nostri figli, non potremo farne a meno perché questo sarà il prototipo di vita. Cosa produrremo di nostro per noi stessi, in grado di darci un senso e una dignità in quanto persone, esseri umani, cittadini? Un senso che non deriva dal lavoro e non può chiudersi e completarsi in esso. Attenzione perché poi anche i diritti umani o civili potrebbero decadere o indebolirsi in assenza di un lavoro. Su nuovi equilibri e modelli occorre lavorare e riflettere.

Lisa Gattini suggerisce a proposito di partecipazione femminile nel mondo del lavoro:

“Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.”

Le dimissioni non sono una mera questione privata, lo diventano quando c’è il deserto e quando la politica fa finta di sostenere la genitorialità. E quel voler gettare il peso della decisione e degli oneri sulle donne.

Non gonfiate il racconto sull’occupazione femminile. Sappiamo che quel picco storico è costituito principalmente da precariato e da lavoratrici over 50. Per non parlare di part time involontario, livello di impiego medio-basso e gap salariale delle donne, che può raggiungere anche il 25%.



Nell’Ue le donne sono ancora sotto rappresentate nel mercato del lavoro. La perdita causata dal gender employment gap è stimata in 370 miliardi di euro all’anno.

Nel 2015 il tasso medio di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nei 28 paesi Ue era pari al 64,3% rispetto al 75,9% di quello degli uomini, un gap dell’11,6%. Gli unici Stati membri con un gender employment gap inferiore al 5% sono Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia.

In coda con un gap superiore al 15% ci siamo anche noi: Repubblica Ceca (16.6%), Romania (17,5%), Grecia (18%), Italia (20%) e Malta 27.8%. La causa: la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in questi paesi.

Sappiamo che per innalzare il tasso di occupazione è necessario innalzare il tasso di occupazione femminile.

Ma l’attenzione langue, al di là degli annunci riguardanti i record di occupazione femminile.

Siamo arrabbiate perché ci avete preso in giro ancora una volta, uno schiaffo alle nostre storie che non volete ascoltare. Uno schiaffo quando ci dite che per noi non c’è spazio e ci colpite nonostante sappiate quanto dolore abbiamo dentro anche a distanza di anni da quella firma “consensuale” con cui ci hanno chiuso la porta in faccia. Ringrazio in particolare modo le donne che si sono alacremente dimostrate indifferenti e pronte a pugnalare. Avete venduto anche l’anima. Ma il fango che avete sparso non vi è servito a silenziarmi.

Il primo passo fondamentale è iniziare dalla parità delle retribuzioni tra uomini e donne, con stipendi a misura equa del lavoro svolto, con donne non più sottopagate, con a disposizione entrate in grado di consentire una conciliazione più agevole e meno onerosa.

Secondo step indispensabile sono servizi per la conciliazione accessibili realmente. Non ci rendiamo conto dell’importanza di un piano strategico studiato sulle esigenze concrete, senza lasciare i singoli alla mercé del caso o delle condizioni personali/familiari più o meno favorevoli.

Siamo spesso più qualificate degli uomini e raggiungiamo livelli di istruzione più elevati, ma a un certo punto ci smaterializziamo dal mondo del lavoro. Siamo ancora fragili in tema di condivisione equa dei compiti di cura, per cui le donne sono ancora azzoppate nella partecipazione attiva a livello sociale ed economico, con conseguente maggiore rischio povertà.

Se vogliamo sostenere il sistema previdenziale occorre intervenire per rendere agevole questa partecipazione.

L’attuale “infrastruttura” normativa che disciplina i congedi risale più o meno agli anni ’90 e non consente un’equa suddivisione dei carichi di cura. Urge un intervento di revisione in chiave di riequilibrio di genere.

Ci viene in aiuto la Commissione europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla SOLO di “MAMME”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa.


 


Perché intervenire a livello legislativo su congedi e mondo del lavoro? Perché altrimenti il cambiamento concreto non avviene e non si può ottenere un riequilibrio tra i generi affidandosi alla buona volontà dei singoli lavoratori. Abbiamo visto che senza alcun tipo di obbligo sono le donne ad assumersi i compiti di cura, con gli effetti negativi in termini di scelte lavorative. Il cambiamento culturale va in qualche modo sostenuto.

Gli incentivi dovrebbero indurre gli uomini ad avvalersi di opportunità per conciliare la vita lavorativa con quella familiare: un modo per redistribuire i compiti di cura in famiglia.

Difficile se il racconto sui media è ancora questo dell’Ansa:

 

Stanno semplicemente facendo i papà. Stanno semplicemente svolgendo il loro compito di genitori. Così come le mamme lo fanno da secoli.

Questo pacchetto volto a modificare la struttura degli strumenti di work life balance, fa parte del Pillar of Social Rights (Pilastro europeo dei diritti sociali) e mira ad accrescere la partecipazione delle donne alla vita economica e sociale dell’Unione: parla di genitori e di prestatori di assistenza (caregiver), di strategie per le imprese al fine di incrementare il capitale umano, guardando ai compiti di cura come nuove competenze e non come piaga da estirpare.

Necessario è anche un ripensamento dei tempi della città, del lavoro, di vita è altrettanto necessario. Così come modelli lavorativi più a misura di donne e uomini, la produttività decresce superato un certo numero di ore e dipende molto dal benessere della/del lavoratrice/lavoratore. Spazi equilibrati tra lavoro e vita privata, consentendo a tutti una migliore qualità della vita. Senza che nessuna dimensione divori l’altra.

Parità significa piene opportunità di sviluppare ed esprimere noi stessi/e in ogni ambito.

Non vogliamo recinti protetti, ma una società più equa ed egualitaria. Costruiamola. Le politiche devono essere in grado di incidere in questo senso, operando trasversalmente per rimuovere ostacoli e discriminazioni. Ragionare per compartimenti stagni non aiuta, ma incrementa ostilità e divisioni, una lotta per le briciole, una difesa di un orticello chiuso quando altrove si è già da tempo compresa l’importanza di un approccio più ampio.

Interrogarsi su questi aspetti aiuterebbe. Fuori dai ruoli. Fuori dalle scelte obbligate e dagli stereotipi.

Affinché quella barca, presente nell’illustrazione di apertura, tenda all’equilibrio e la donna non senta su di sé il peso di tante scelte obbligate e delle discriminazioni multiple.

To be continued….

 


Per approfondimenti:

  • I dati sugli asili nido secondo Istat (2013):

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/17/gli-asilo-nido-loccupazione-femminile-la-mappa-italiana/

  • L’Oréal Italia, nell’integrativo l’assistenza agli anziani:

http://www.corriere.it/economia/17_agosto_02/oreal-italia-nell-integrativo-l-assistenza-anziani-e4244e88-7760-11e7-84f5-f24a994b0580_amp.html

  • Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri:

Fai clic per accedere a Relazione-annuale-2016-Convalide-dimissioni-risoluzioni-consensuali-lavoratrci-madri.pdf

  • Dietro il boom dell’occupazione femminile:

http://phastidio.net/2017/08/01/dietro-boom-occupazione-femminile/

  • InGenere:

http://www.ingenere.it/articoli/mai-cosi-tante-nel-mercato-lavoro

  • Una carrellata di leggi per le donne in 70 anni di Repubblica:

Fai clic per accedere a 01008031.pdf

  • Parità di genere, colmare il gap porterebbe 12 trilioni di dollari alla crescita globale:

https://www.key4biz.it/parita-di-genere-colmare-il-gap-porterebbe-12-trilioni-di-dollari-alla-crescita-globale/160066/#.VzydEaO8GFM.twitter

  • Metodo di rilevazione dei dati Istat:

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