Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Luci ed ombre della narrazione della violenza sui media

@Annalisa Grassano

Ci sono delle dirette responsabilità  dei media nel supportare il cambiamento e rimuovere le radici della cultura della violenza e dello stupro.

Da attivista per i diritti delle donne e da blogger senza tesserino né da pubblicista né da giornalista spesso e volentieri ricevo richiami, perché non avrei i “titoli” per pubblicare articoli e riflessioni, non sarei abbastanza autorevole per farlo. Mi ci vorrebbe la patente, guarda un po’ come gira il mondo, le parole delle donne non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza e di esistenza.

Eppure lo faccio da tempo, ben prima che aprissi il mio blog. Vengo da quella sterminata schiera di “senza tesserino” che si sono per anni intestarditi tra una redazione e l’altra, con o senza contratto, molto spesso non remunerati. Oggi scrivo in modo indipendente, perché stare zitta non so stare.

Ultimamente mi è capitato di essere invitata a cancellare quanto avevo scritto in merito a come alcuni giornalisti non riuscivano a rispettare il genere grammaticale corretto a proposito della donna trans stuprata a Rimini. Facevo semplicemente notare quanto fosse diversa la narrazione, quanta poca cura ed empatia c’era in alcuni articoli:

A Canosa, durante un convegno formativo proprio su questi aspetti, ho avvertito una certa ostilità, di una parte dei giornalisti presenti, al mio invito a cambiare “stile giornalistico”.

Ergo, abbiamo un problema.

Quindi mi accingo a dire la mia sulle note ed evidenti difficoltà che una parte del giornalismo (online, su carta e televisivo) italico ha nel narrare la violenza.

L’Ordine dei Giornalisti non è restato indifferente in questi anni, ha cercato di diffondere una sensibilità diversa tra i propri iscritti, a partire dalla Carta di Treviso all’adozione del documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne.

Per non parlare poi di tutte le occasioni di formazione sparse sul territorio italiano organizzate dagli ordini locali.

Non siamo di fronte a un immobilismo, quanto piuttosto da una resistenza da parte di una quota della categoria e di un modo di fare “cronaca” subordinato alle logiche di vendite e di click.

Ci sono giornalisti attenti, che sanno misurare le parole, che conoscono l’impatto che può avere un pezzo sulle sopravvissute o sui familiari e i figli di una vittima di femminicidio. Tutto parte dal rispetto nei confronti di chi ha subito la violenza sulla propria pelle. Se davvero si seguisse il documento siglato dall’Ordine, al primo posto dovrebbe esserci la salvaguardia delle donne.

L’auspicio dell’Ordine è chiaro, richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Questo si traduce in un racconto che non deve avere tracce di un morboso e malsano voyeurismo.

 

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Quando il giornalismo moltiplica la violenza


All’Ordine dei giornalisti, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Premesso che, ai sensi della Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani è una forma di discriminazione ed impegna i paesi firmatari ad esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli, siamo convinte che tale protezione significhi anche che queste vicende dolorosissime non debbano essere divulgate senza alcun freno. Con particolare riferimento a quanto le vittime abbiano raccontato a magistrati e organi di polizia, riteniamo che ciò non debba essere dato in pasto all’opinione pubblica nei minimi dettagli, senza alcun rispetto per la privacy, i sentimenti e le ricadute sulle donne che le hanno vissute. Questo, purtroppo, è quanto hanno fatto due quotidiani italiani Libero e Il Fatto Quotidiano, il primo in un Libero del 6 settembre a firma di Roberta Catania, mentre per l’altro non è specificato l’autore.
Siamo a conoscenza della circostanza per la quale nello scorso dicembre il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha statuito che:

“I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. (…) La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile.”

In virtù di queste linee guida ci chiediamo a cosa possa servire riportare i dettagli di un episodio di violenza sessuata desunti da atti giudiziari, quando tutti siamo consapevoli che lo stupro è un atto ignobile e orribile, devastante e impresso per tutta la vita nel profondo di chi lo subisce. Non è giornalismo quello che non si pone il problema di “sentire” cosa possa significare per la sopravvissuta vedere riportato tutto pubblicamente sui giornali. Non è giornalismo quello che cavalca la violenza contro le donne in chiave xenofoba. Non è giornalismo quello che, attraverso un racconto morboso, al limite del pornografico, fa rivivere alle sopravvissute quei tragici momenti.

Questo modo di fare “cronaca” e di raccontare le cose non serve a frenare o contrastare la violenza, bensì la alimenta, la veicola e la moltiplica. Con l’aggravante che diffonde e quasi propaganda la morbosità di coloro che si sentono legittimati ad esercitarla, ad abusare impunemente dei corpi delle donne.
Raccontare la realtà non è come realizzare un film dove si possono trovare spettacolarizzazioni forti della violenza . La visione di un film può essere regolamentata, invece i giornali online o cartacei, avendo un vasto pubblico, sono alla portata di chiunque, anche di minori. Gli effetti di una comunicazione giornalistica come quella di Libero e del Fatto quotidiano possono conseguentemente essere devastanti.

Una narrazione di questo tipo è altamente nociva, in quanto propone la pubblicazione degli atti giudiziari con le dichiarazioni di chi ha subito violenza, senza alcun filtro, senza porsi domande sugli effetti di tali scelte. Non c’è empatia con le vittime, non c’è piena consapevolezza della gravità di pubblicare dettagli sensibili gettati in modo crudo in un articolo. Raccontare agli inquirenti e alla polizia ciò che si è vissuto è già complicato, traumatico, porta le sopravvissute a rivivere momenti di sofferenza atroce. Devono già affrontare questo passo, con il terrore di non essere credute o essere giudicate male. Vogliamo che si amplifichino queste tensioni emotive anche per il timore che la violenza imposta possa essere riportata sui giornali, gettandole ancora di più in uno stato di profonda prostrazione?

Al punto 5 del documento sottoscritto a dicembre dall’OdG:

“Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell’intervista e sulle modalità d’uso dell’intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.”

In questo caso non si è trattato di interviste, ma di pubblicazioni di dichiarazioni rese davanti agli organi giudiziari. Ebbene, pare che nessuno abbia chiesto l’autorizzazione alle sopravvissute, che invece vanno tutelate e non usate come merce per acchiappare nell’immediato e facilmente lettori e click di gradimento, e secondariamente per fomentare odio e xenofobia.

Inoltre qualche considerazione su come vengono chiamati gli stupratori. Non sono bestie, sono uomini, che in quanto tali commettono queste atrocità. Sono uomini che sui nostri corpi commettono da sempre ogni tipo di violenza. Non sono alieni o animali, sono uomini che crescono accanto a noi, vivono con noi, ma non accettano la nostra autonomia, non ci rispettano e ci considerano esseri umani di serie b se non proprio oggetti da usare e da abusare.
Un buon giornalismo che vuole contribuire a sradicare la cultura della violenza potrebbe adoperarsi a realizzare un prodotto che si avvalga della collaborazione di esperte dei centri antiviolenza o altri professionisti che si occupano di violenza di genere.
Un buon giornalismo dovrebbe fornire informazioni utili alle donne che vivono la violenza sulla propria pelle e vorrebbero uscire da questo tunnel.
Un buon giornalismo si dovrebbe porre molte domande prima di decidere di pubblicare certi contenuti.
Un buon giornalismo deve impegnarsi a scardinare l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.
Un buon giornalismo dovrebbe attenersi a quanto adottato dall’Ordine nel documento sopra citato, che richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Certi dettagli riportati senza un briciolo di coscienza servono solo ad alimentare un compiaciuto e malsano voyeurismo. Si può agire violenza in molti modi, anche scegliendo di non rispettare il vissuto e il diritto alla privacy delle sopravvissute alle violenze, come hanno purtroppo fatto questi due quotidiani. Certe scelte hanno l’effetto di una stilettata particolarmente dolorosa, per cui chiediamo un intervento tempestivo in merito a quanto accaduto.
Il contrasto alla violenza maschile esige la capacità di adoperare tutte le opportune tutele e protezioni delle donne che subiscono tutto questo sulla propria pelle. Non si possono più accettare simili superficiali approcci alla violenza, da nessuno, a maggior ragione dai media che hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali.

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Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza


Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti sull’edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui).
Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l’alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l’elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto, evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.
Eppure il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.

In esso si “richiama i giornalisti all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l’umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell’omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l’identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy.”

Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l’idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l’insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l’uomo a toglierle la vita.
Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell’immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la “soluzione”, a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le proprie aspettative.
“Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto.” come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,”una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto.” Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi “di un uomo buono che si scopre assassino spietato”. Non c’è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si arriva finanche a tratteggiare un Perale che “sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia”, tradito dalla “ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo”. Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi non comprovata dagli organi preposti: “Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato.”
Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull’uomo, sulle sue presunte “buone ragioni”, sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall’azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa “distanza emotiva tra Venezia e Mosca”, quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione “virile, passionale” di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: “un professore di cinquant’ anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull’amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer.” Nessun equivoco sull’amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l’autore di un duplice assassino premeditato.
Altro che mistero di una notte di “follia” come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d’appendice.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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In Edicola e sul web scegliamo i quotidiani che scrivono con rispetto. Gli altri, lasciamoli tra l’invenduto.

Accogliamo positivamente le scuse e la decisione del Dott. Andrea Riffeser Monti editore de Il Resto del Carlino per aver rimosso dal suo incarico il direttore Giuseppe Tassi per quanto accaduto.

Qualcosa inizia a cambiare. Sessismo e fat shaming non devono trovare spazio se vogliamo combattere la violenza e il bullismo. 

Resta il rammarico per il fatto che la rimozione non sia avvenuta prima per tutti i femminicidi raccontati colpevolizzando la vittima, come avevamo già evidenziato in questo post. A conferma del fatto che se le donne continuano a morire è per molti un problema di minore entità. Si sa che se veniamo uccise o picchiate la colpa è sempre nostra.

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Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” esprime solidarietà alle Atlete azzurre, e allo stesso tempo indignazione per il trattamento riservato alle stesse, ancora una volta discriminate e colpite da attacchi sessisti e misogini, da parte di un giornalismo che non riesce a comprendere che le parole sono importanti e devono essere scelte con cura per non veicolare messaggi pericolosi e sbagliati, affinché si lavori a costruire una cultura del rispetto. Si discrimina perché per gli uomini e per degli atleti non si sarebbero adoperati simili parole. Il voler sminuire queste atlete, cancellando i meriti e le ottime prestazioni, frutto di duri sacrifici e allenamenti, denota il livello a cui siamo. 

Dalla cronaca giornalistica resta solo una valutazione sui loro corpi.

Auspichiamo che il Coni intervenga con forza in merito a queste vicende. 

Ricordiamo inoltre che le atlete italiane sono di fatto classificate come dilettanti. Della legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, al momento possono usufruire solo gli atleti uomini di alcune discipline sportive, ma nessuna donna. Le donne sono continuamente soggette a queste rappresentazioni deformate, lo sport naturalmente non ne è esente. Ritorna il vecchio sport del giornalismo italiano: non avere rispetto. Le donne non possono essere rappresentate in questo modo, con pezzi di corpo misurati, esibiti, giudicati. Questo tiro al bersaglio deve finire. 

Il Resto del Carlino e tutte le testate giornalistiche che continuano a usare certi titoli e contenuti stanno sostenendo il bullismo e la violenza. Gli attacchi alle atlete rientrano pienamente nel fat shaming.
Aggiornare e adeguare la scrittura, i media alla cultura del rispetto è il primo passo per sbarazzarci di un immaginario stereotipato e violento. 
Vogliamo condannare sul serio il bullismo, la violenza? Cambiamo stile e parole: un gesto importante. Sui corpi delle donne non si fa business e se l’obiettivo era vendere copie e accendere i riflettori sulle testate, non ci stiamo e chiediamo agli organismi preposti a vigilare sull’informazione di intervenire. Consigliamo di mettere in pratica ciò che Giulia Giornaliste suggeriscono da tempo. Chiediamo un giornalismo differente che non discrimini e fornisca una eguale rappresentazione tra uomini e donne. Iniziamo dal comprendere che certe frasi sono discriminanti e una vera gogna mediatica. Se non si comprende ciò, ci dispiace ma nessuna scusa sarà sufficiente e accettabile. 

Parimenti, quando si parla di femminicidi, stiamo parlando di donne uccise da uomini, queste donne meritano rispetto e non accettiamo che la colpa della loro morte ricada su di loro. 
Ieri un altro caso di pessimo giornalismo, sempre su Il Resto del Carlino. 

Barbara è stata uccisa due volte, da un uomo e dai giornali che nel 2016 parlano di escort, anziché dire DONNA. Una donna è stata uccisa per mano di un uomo. Una donna. Nessuno può uccidere un essere umano ed essere in qualche modo giustificato. Nessun alibi. Nessuna donna vittima di femminicidio se lo è cercato. Nessuna giustificazione per un femminicidio. La vita di una donna vale al pari di quella di un uomo SEMPRE. 

Basta!!

La violenza machista, come il pessimo giornalismo non vanno purtroppo in vacanza.

#senonmirispettinonticompro #liberediscegliere #chicolpisceunadonnacolpiscetuttenoi 

Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

Qui il post originale sulla nostra pagina. 

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Abituarsi a non pensare con la propria testa

 

Claude Monet - San Giorgio Maggiore Venezia

Claude Monet – San Giorgio Maggiore Venezia

 

Leggendo questo articolo, mi è sopraggiunta un’idea. Tutto questo affannarsi a dare la colpa della cattiva informazione, a un certo modo di fare giornalismo, non porta a capire le motivazioni che sono alla base di tutto questo fenomeno di appiattimento globale.
Queste modalità e questo ingrigirsi della penna, deriva essenzialmente da due fattori: le risorse scarse dell’editoria contemporanea, con annesso oligopolio, e la graduale e inesorabile pigrizia di buona parte dei cittadini italiani: a mala pena riescono a masticare le notizie trite e condensate di un’Ansa e riportate su uno di quei quotidiani gratuiti che si leggono in metro la mattina. Da qui, la sbagliata rinuncia a priori a spiegare bene le cose.
In questo deserto dei Tartari è facile proporre la vulgata quotidiana, omologata e predigerita. L’importante è non scomodare troppo gli stomaci già ulcerosi del cittadino medio e il buon umore dei nuovi politici tutti decorosamente allineati. Chi non lo è, fa parte dei rapaci notturni, meglio definiti gufi.
Ecco che le europee sono l’ennesima prova di costruzione di una dimensione fantastica da domenica sportiva, due fazioni e nulla più. I contenuti sono latitanti, nascosti e fruibili solo da quella esigua parte che non si rassegna a consegnare il proprio cervello al capo di turno. Ogni riferimento è puramente casuale. Quindi tutti in silenzio, raccolti in una reverenziale quiete, assistiamo al susseguirsi di notizie, a cui seguono smentite e correzioni, critiche e complimenti in un turbinio confuso. Tanto che alla fine, ci si arrende all’evidenza di non aver capito a che punto siamo. Non abbiamo nemmeno lasciato spazio all’alternativa, presi come siamo nella lotta tra europeisti ed euroscettici. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione la via di mezzo, la rimodulazione. Questo perchè ci hanno spiegato che non si può stare a metà, perché altrimenti si è doppiogiochisti e non si prende le parti di nessuno, come invece ci chiedono di fare. Io di solito prendo le mie parti, non amo abbracciare in toto ed esclusivamente una parte, così, tanto per simpatia e per fede dogmatica. Sono abituata a seguire la mia testa e a vagliare di volta in volta. Se poi è una cattiva abitudine ditemelo, magari ho bisogno di una purga cerebrale. Visti i tempi, non mi sorprende più niente.

Non si può parlare di TTIP, non si possono affrontare i temi sulla povertà (poi ci roviniamo la giornata), non si accenna al fatto che potremmo trovarci le larghe intese anche in UE, tra PPE e PSE, non si possono chiedere le coperture finanziarie, non si può parlare di detrazioni del coniuge a carico. Il lavoro diventa un oggetto confuso, relegato in un futuristico Act. Non si parla di diritti civili e di salute riproduttiva e delle posizioni su tali materie da parte dei candidati alle europee. Si sussurra lo slittamento del pareggio di bilancio, ma senza troppa enfasi.
Insomma, è tutto un sussurro, hanno messo la sordina e noi ci deliziamo in questo clima onirico crepuscolare. Quella dell’ultima spiaggia è una delle sirene che ci dovrebbero incoraggiare ad abbandonarci fiduciosi all’uomo magnifico.
Dov’è finita l’agorà? Si parla di postdemocrazia, che si potrebbe riassumere con l’assioma “divieto di discorso sui fini”. La critica non è un impedimento al discorso democratico, ma dovrebbe essere la linfa che ne dimostra la vitalità.

Vi consiglio questa lettura, che aiuta a smuovere un po’ i nostri stanchi neuroni.
Ancora una volta è una questione che gira attorno alla “scelta”.

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