Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Aquí estamos las feministas

su 30 aprile 2018


Basta diatribe, lotte intestine, dispersione di energie e smarrimento degli obiettivi prioritari. Sono come catene, ci tengono inchiodate al vuoto. Operazioni di delegittimazione, discredito, conflitti personali, incapacità di applicare il rispetto nella nostra vita quotidiana, piccole o grandi che siano queste fratture e operazioni sono imbarazzanti e preoccupanti davanti alla situazione che ci troviamo a vivere. Perché sì, ci troviamo a viverle e a confrontarci con una realtà spietata e un paese che fa finta di non accorgersi dello stato in cui sono le donne. Non considerateci solo corpo elettorale e iniziate ad ascoltarci giorno per giorno. La verità è che siamo per lo più una questione rimossa, secondaria. Abbiamo le vite delle donne che si vanno sgretolando di fronte a tanti muri, difficoltà, ostacoli, forme di violenza, di non ascolto e di mancato sostegno. Tante vite che vengono inghiottite in buchi neri e che devono spesso da sole trovare una via d’uscita. E siamo sempre a chiederci il perché solo dopo che accade l’irreparabile, mai che qualcosa intervenga prima a sanare e a prevenire.

Così per il lavoro, di cui il caso di Marica Riccuti è solo l’ultimo di una serie interminabile di vicende che mostrano una fragilità di un sistema che non sa accogliere e sostenere, un problema non solo di cultura aziendale, ma che richiama l’intera comunità sulle conseguenze di una economia che divora le vite e l’umanità. Non rendersi conto di quanto possa essere difficile è segno dei tempi, segno di un affievolimento/demolizione dei diritti e delle garanzie. Questo tipo di pronunciamenti hanno l’effetto di una stilettata, l’ennesima. Migliaia di dimissioni volontarie di lavoratrici madri, che si contano ogni anno, cosa rappresentano per voi?

Così per la salute sessuale e riproduttiva, se dopo 40 anni dal varo della legge 194, siamo di fronte a un progressivo deterioramento dello stato del rispetto e di applicazione della medesima, dell’autodeterminazione e dei diritti delle donne. Questo è possibile perché negli anni questi soggetti hanno potuto diffondere disinformazione allo stato puro (si pensi al contenuto del manifesto che continua a girare per l’Italia nelle ultime settimane), insinuarsi in ogni contesto, ottenere sostegni trasversali. Hanno potuto sostare impunemente davanti agli ospedali per colpevolizzare le donne. Sono entrati negli ospedali in varie tipologie di attività. Abbiamo un numero di obiettori di coscienza che ha pesantemente inficiato una corretta e certa assistenza per le donne. Stiamo arretrando e non da ora, un ritorno al medioevo complice un costante lavorio per calpestare la laicità. Il problema è grave, anche se per alcun* non sussiste.

Ci troviamo poi di fronte alla marea femminista spagnola che si è mobilitata in pochissimo tempo, come già in passato aveva dimostrato di saper fare, confermando la capacità di una presenza permanente sui territori, in seguito alla sentenza che condannava la “manada” di 5 uomini, da 5 a 9 anni di carcere (la procura aveva chiesto 22 anni) per abuso sessuale, non riconoscendo la violenza sessuale su una giovane diciottenne stuprata a Pamplona il 7 luglio 2016. In strada sono scesi anche gli uomini, tanti e tante uniti per organizzare una risposta, un no compatto a un verdetto che non riconosce la verità, non fa giustizia. Affermare “Hermana, Yo sì te creo” significa dimostrare di non accettare che si annacqui e si sminuisca la violenza mai, in nessun caso, significa che il dominio della violenza machista ha i giorni contati perché la comunità non lascerà spazio a questi individui e a chi li giustifica. Sono anticorpi che in Spagna sono più vivi che mai, sono la risposta pronta a una magistratura che non riesce a compiere fino in fondo il proprio dovere, sono il segno non si lascerà correre, sono il baluardo contro soggetti che si credono superiori alla legge, sono il fronte contro questi tentativi di sottrarre libertà alle donne. Anche le carmelitane che prendono posizione:

 

Allo stato attuale della legislazione spagnola, vi sono gradazioni diverse: si parla di ‘abuso’ sessuale per i casi più lievi e di violenza sessuale, per i più gravi. I giudici che si sono pronunciati sul caso della ragazza violentata a Pamplona si sarebbe trattato solo di abuso perché la ragazza non si sarebbe opposta, non ha reagito ma ha accettato passivamente ciò che accadeva.

Naturalmente nessuno tiene conto se sei paralizzata dalla paura e temi per la tua vita. Mi capita di parlarne ai ragazzi e alle ragazze e a volte utilizzo la canzone Me and a gun di Tori Amos, sottolineando alcuni passaggi che aiutano a capire cosa accade in quei momenti e quali meccanismi automatici si innescano per “uscirne”.

Risultato dopo le mobilitazioni? Il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale spagnolo in materia di violenza sessuale è una “priorità”.


Sembra un altro pianeta visto dall’Italia. Per tanti motivi. Eppure di sentenze e motivazioni indigeste ne abbiamo anche da noi, di interrogatori e iter giudiziali rivittimizzanti ne abbiamo in quantità, la cronaca ci riempie di esempi di victim blaming… Eppure, eppure, sembra che sia sempre una questione marginale, roba da femministe, da quel “residuo” di donne un po’ biliose e sopra le righe, quelle da cui stare alla larga e dalle quali prendere le distanze. E ci vedete un po’ così, un po’ sparpagliate, un po’ “maicontente”, innocue attiviste, tanto poi le redini le tengono sempre le fautrici di quello che potremmo ascrivere a un “donnismo” pacato e dalle “buone relazioni”, amicizie che contano, che ci usano e poi ci svendono. Tutto finisce a tarallucci e antiacidi. E ciò che in Spagna e altrove riceve un sostegno ampio, qui si ritrova a raccogliere i cocci di un #metoo rispedito al mittente e archiviato in gran fretta. Il sistema chiaramente non funziona, mostra le sue falle. Ed è su questa fragilità che occorre riflettere, su quel che non riesce a decollare, sulla costante sensazione di dover sempre “chiedere il permesso” ad ogni passo, sulla permanente constatazione di una difficoltà a portare avanti istanze ed azioni autentiche, disinteressate e senza fini egoistici. Tutto si sbriciola o sembra ripiegarsi in una dimensione che non riesce a coinvolgere larghe parti. Non ce lo possiamo permettere eppure continuo a chiedermi perché non si riesce ad agire oltre. Continuano a scorrermi davanti tutte le vicende, gli episodi, le difficoltà che viviamo in quanto donne, e vorrei svegliarmi in un Paese capace di non svilire e strumentalizzare tutto, vorrei non pormi sempre le stesse domande, vorrei ci fossero meno inciampi.

Alla fine è sempre la stessa storia, ci vogliono in modello “fantoccio”, ancelle omologate a una serie di pretese e regole patriarcali, mansuete, sottomesse, complici di un sistema, che ci adopera a suo piacimento per lasciar tutto immutato. La cosa peggiore è pensare che tutto questo non si possa cambiare. Il cambiamento inizia dal sentire che accanto, lungo il cammino, c’è chi ti comprende, sa come ti senti, ti crede, ti ascolta, ti rispetta, non ti giudica, ti accetta per come sei, riconosce il tuo valore. Basta guardarsi negli occhi e accennare a una sillaba di sorellanza. Cambiare però ha un costo, soprattutto a livello personale, sono ripercussioni dure ma necessarie se si vuole cambiare qualcosa.

Ragioniamo infine su come gli anticorpi e l’abitudine a scendere in piazza si formano… e ricordiamoci cosa è successo a Melito di Porto Salvo, a Firenze a settembre, a Milano ai primi di febbraio, dopo ogni stupro, ogni femminicidio… ogni volta che una donna viene schiacciata e oppressa, annullata, cancellata.

Aquí estamos las feministas. Assorbiamo tutto l’orgoglio e la forza di queste parole e delle nostre sorelle. Ne abbiamo bisogno, soprattutto quando ci sembra che manchi l’ossigeno per andare avanti.

Si estamos juntos, somos huracan.

No voy a pedir permiso

Para ser libre.


2 responses to “Aquí estamos las feministas

  1. Paolo ha detto:

    ci tengono a dire che scegliere la clausura e la castità non le ha rese nè migliori nè peggiori però le ha rese più libere e più felici delle ragazze che escono la sera e fanno sesso (io non credo), io ci leggo una contraddizione. Per il resto, una presa di posizione encomiabile

    "Mi piace"

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