Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)?

su 11 dicembre 2015

simone

 

Personalmente ritengo che se vivessimo in una pura società/economia del dono, in cui lo scambio altruistico avvenisse naturalmente, non avremmo milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Quanto meno ci sarebbe un meccanismo di redistribuzione della ricchezza efficace. Inoltre, un contesto altruistico agevolerebbe le donne, ci sarebbero reti diffuse sul territorio che assicurerebbero in maniera capillare il sostegno alle donne in tutte le loro attività quotidiane e non ci sarebbe un aggravio solo su di loro di tutte quelle pratiche di cura che ben conosciamo. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw 1979) già ne parlava.
Invece, la realtà è ben diversa e se siamo consci di ciò che c’è attorno a noi, le favole non rappresentano la nostra vita quotidiana.

Quindi, quando ci sono dibattiti accesi, come nel caso della maternità surrogata, forse dovremmo riuscire a dosare meglio le parole, per comprendere il loro vero senso e uso. La parola dono è una di queste.

dono

Alcuni mi hanno suggerito che il dono esiste e si esplica attraverso tutti coloro che praticano volontariato, i donatori di sangue e di organi. Ma occorre distinguere tra un dono che salva la vita a un’altro o la migliora e un dono a coloro che “assumono” una donna per intraprendere il ciclo che porterà (se tutto va bene) a generare un figlio, in cui è previsto un contraccambio per tale “servizio” (lo metto tra virgolette perché non sopporto questa parola). Ci sono troppe componenti che entrano in gioco quando si parla di maternità, che esulano dalla dimensione di oggettivazione meccanicistica che spesso si attua, che non possono essere associate alla parola dono. Si parla di utero come se fosse un mezzo, un contenitore, un luogo-organo che viene messo a disposizione, come se fosse in locazione a titolo più o meno oneroso. La donna non dona certo il suo utero, ma mette a disposizione tutta la sua persona, in tutte le sue componenti corporee e psichiche. Da questo processo è spesso omesso il fattore relazionale e di interscambio che fanno parte di una normale gravidanza.
Sono convinta che possano esistere casi di “dono” altruistico, ma non sarebbe nata una industria florida se ci fossero state sufficienti donne altruiste disponibili ad attuare tale pratica. Anche il fatto che davanti alla mia proposta di una surrogata tra parenti, si sia ribattuto che sarebbe stata troppo restrittiva, mi fa sorgere qualche dubbio, se poi ho bisogno di ricorrere alla figura di qualche amica, della cui natura non possiamo sondare quanto sia autenticamente tale. Cercate di comprendermi, non me la sento di girare la testa dall’altra parte e non pensare a tutti i casi di sfruttamento.
Mi chiedo perché si sia abbandonata a priori la pratica dell’adozione, o meglio me lo hanno spiegato: l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, che non prevede facilitazioni e soluzioni pronte all’uso di nessun tipo. Per quanto mi riguarda sono convinta che dovremmo lottare ancora per le adozioni, semplificando l’iter, aprendolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini, variamo la stepchild adoption per non creare discriminazioni tra i bambini. I bambini non sono beni, merci, hanno diritto a una tutela. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Allo stesso tempo auspico che non si strumentalizzi il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Poi auspico sempre che si scandaglino le fondamenta che portano la donna a una tale scelta, sottoponendosi a una serie di terapie preparatorie ai 9 mesi di gravidanza. Non vogliamo parlare di scelte indotte dal bisogno? Va bene, cancelliamo anche questa ipotesi, ma non avremo fatto altro che omettere una faccia del problema.
Penso anche che le regole, le norme servono a proteggere da eventuali abusi e assenza di protezione le donne e i bambini. Oppure pensiamo di poterne fare a meno, perché l’economia si autoregola, gli esseri umani attuano solo operazioni di buon senso e benefiche, tanto alla fine si raggiunge un equilibrio utile per tutti? Riflettendo mi chiedo anche se una normativa rigorosa e protettiva nei confronti della madre surrogata poi non spinga a cercare lidi più “semplici” per le coppie ordinanti, come si possa evitare che altrove si continuino ad avere situazioni di sfruttamento senza limiti. Anche solo chiamare la donna “portatrice” (denominazione che deriva dal fatto che spesso porta un ovulo di un’altra donna ancora, scelta che serve proprio a evitare un ripensamento successivo) mi crea qualche perplessità, come se fosse una bella incubatrice su commissione. Quando qui parlavo di oggettivazione, mi riferivo a questo modo di parlare delle donne, per non parlare del bambino che nascerà, che resta sempre nell’ombra di una transazione contrattuale. Io non so cosa sia la SOLUZIONE, non ne ho idea, ma forse rimettere al centro una riflessione sul potere, sul differenziale di potere ricchi e poveri (o comunque meno abbienti), sul controllo sui corpi delle donne, sulla mercificazione a cui siamo da sempre soggette o meglio “oggetto”. Questo assoggettamento totale al mercato che tutto regola e tutto può non deve lasciarci indifferenti, è nocivo per i fondamentali dell’essere umano e dei suoi diritti.
Sbranatemi, attaccatemi, ma io resto convinta che il nostro destino sia (debba essere) diverso dal vendere il corpo per sesso o per macchina riproduttiva. Sarò ottusa per molti, ma a me sembra che provare un minimo di empatia nei confronti degli altri sia l’unica strada per non perdere la nostra umanità. La nostra società ci attribuisce e ci toglie libertà, diritti a seconda della convenienza, non è così? Darci esistenza solo in quanto fattrici e corpi è uno svilimento della nostra complessità di donne. Perché non si adopera altrettanta energia e non si dimostra entusiasmo nel darci parità, diritti, lavoro, servizi e condizioni di vita migliori. Sapete quante donne decidono di non fare figli in questi tempi di vita e lavoro precari? Sapete quante donne a causa dei continui tagli ai servizi sono costrette ad abbandonare il lavoro, tornando a una dimensione esclusivamente di sostegno e cura, un welfare sostitutivo e gratuito, che in molte di noi non possono o non sentono di scaricare sui genitori spesso anziani. Sapete quanto pesa il lavoro di assistenza a familiari bisognosi di cure?
Voglio raccontare un pezzo di storia personale per farvi capire quanto questi pesi incidono sulle scelte di una donna. Io sono figlia unica, sono rimasta tale perché quando ero piccola i miei nonni materni si sono ammalati e mia madre ha dovuto investire tutte le sue energie per dividersi tra me, i miei nonni e il suo lavoro.
La mia libertà non è disgiungibile da tutte queste condizioni attorno, che invece continuano a essermi precluse o ridotte all’osso. Vado bene come merce, come oggetto? Non vado bene quando rivendico diritti e rispetto in quanto essere umano. Fatemi capire. In quanto vagina/utero-dotata dovrei vendere me stessa per profitto e per soddisfare i “bisogni” altrui e dire anche grazie alla società/economia che lo chiede? Tutte le altre battaglie sui diritti a questo punto saranno vane, nemmeno pretendere un lavoro (e un salario) dignitoso e che non violi la mia persona sarà possibile. Invece di unirci compatte pretendendo un lavoro dignitoso, servizi adeguati e accessibili a tutti, una sanità efficiente, formule per conciliare lavoro-vita privata che valgano parimenti per entrambi i membri della coppia (vedi l’assurdo congedo di due giorni per i papà appena varato), facciamo finta di niente, che i problemi non sussistano. Ho scritto tanto su queste tematiche, ma lo scarso interesse suscitato è evidente, persino chiedere un ministero che sia dedicato alle nostre “pari opportunità” è diventato una cosa di secondo piano, salvo poi lamentarci di essere derubricate sempre nella scala delle priorità della politica istituzionale.

L’interesse su di noi si accende solo quando siamo utili al mercato, poi quando non serviamo più per vari motivi (diventiamo “obsolete”, inadatte, poco disponibili a condizioni schiaviste, scomode, ingestibili, quando chiediamo diritti e rispetto) ci danno un calcio e via! Svegliamoci e cerchiamo di capire che qui c’è ancora una lotta di classe in cui chi ha di più, in termini di potere economico e di status, pensa di poter utilizzare gli altri a suo piacimento, e naturalmente le donne e i bambini sono quelli più vulnerabili. Io rispondo, col cavolo che si pretende di usare me per i vostri scopi. Col cavolo che mollo la lotta contro la mercificazione e la reificazione delle persone. Col cavolo che mi rassegno di fronte allo sfruttamento e alle disuguaglianze. Abbiamo lottato per anni affinché la nostra esistenza non dovesse per forza coincidere con il nostro diventare/essere madri, dove è finito questo pensiero, questo desiderio di affrancarci da un destino che oggi si desidera ri-affermare ad ogni costo?

Ho sentito ragionare Chiara Lalli sul desiderio di genitorialità che alcuni vogliono esaudire ad ogni costo, sottolineo “ad ogni costo”. Se da un lato una persona che vuole laurearsi a tutti i costi viene vista in una accezione positiva (e anche qui ci sarebbe da obiettare sui “confini”), dall’altro non la si può applicare al fatto di desiderare un figlio ad ogni costo. Eh lo credo bene, qui sto chiedendo a una persona diversa da me di portare a compimento un mio desiderio, “ad ogni costo”. Il fatto che io desideri una cosa ad ogni costo non deve necessariamente tradursi in realtà.

Visto che siamo tutti concordi nel contrastare qualsiasi forma di sfruttamento, l’eventuale regolamentazione a riguardo della maternità surrogata cosa dovrebbe predisporre per scongiurare simili casi? Limiti e condizioni dovranno comunque essere posti a garanzia delle parti più deboli.
Ho ascoltato un confronto su La Repubblica tv tra Chiara Lalli e Francesca Izzo. Mi aspettavo da Lalli una maggiore incisività nel proporre le sue tesi, mi è parso che si sia contraddetta soprattutto in merito a come si concilia libertà dei singoli-legge/regolamentazione. Inoltre non ha chiarito come contrastare lo sfruttamento. Stessa approssimazione nell’evidenziare le conseguenze sul bambino, mi è sembrato che non fosse a conoscenza delle ricadute nella sfera psicologica, che invece dovrebbero essere valutate attentamente. Io non sono una esperta, io esprimo opinioni che non hanno valore scientifico e non pretendo di avere credito scientifico.
“Secondo quanto afferma Lalli, qualsiasi legge ha un carattere totalitario” ha detto Francesca Izzo, e penso che abbia colto il segno, il problema di fondo è accettare che un sistema giuridico non è illiberale, ma dovrebbe servire a tutelare le parti deboli di una società, coloro che sono più fragili e soggetti sì a coercizione da parte di chi detiene potere economico o di status sociale. Quindi regolamentare non è sbagliato, significa dare un tetto di regole per evitare reati, sopraffazioni di vario tipo, violazioni di diritti umani ecc. Senza si tornerebbe a uno stato di natura, in cui vige il puro istinto. La libertà è più diffusa se ho delle regole certe, un tetto normativo. Le norme sono certamente una limitazione alla mia libertà individuale ma servono a garantire una convivenza civile a tutto il corpo sociale, compresa me. Le leggi devono intervenire (e prevenire) prima che il comportamento di un individuo rischi di danneggiare gli altri, non si può pensare che ciascun individuo si autoregoli da sé, che si generi magicamente una condizione equilibrata tra gli individui.
Lalli a un certo punto richiama John Stuart Mill (che come impostazione è molto distante dalle mie posizioni economiche e politiche) a proposito della libertà, concetto ben più complesso di un semplice “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente l’individuo è sovrano”, spesso citato. Nel suo On Liberty, sempre tenendo presente che si tratta di un liberale di metà Ottocento che si sta riferendo al contesto socio-economico di una Inghilterra alle prese con le turbe della rivoluzione industriale, scrive per esempio anche questo:

All’inizio di questo saggio si era affermato che la libertà dell’individuo in questioni che riguardano lui solo implica una corrispondente libertà per qualsiasi numero di individui di regolare per mutuo consenso questioni che li riguardano nel loro complesso, e non riguardano altri. Questo problema non presenta difficoltà fino a quando la volontà di tutti gli interessati resta immutata; ma poiché potrebbe mutare, spesso essi devono, anche in questioni che riguardano solo loro, contrarre degli impegni reciproci; e in questo caso è generalmente giusto che questi impegni
vengano mantenuti. Tuttavia, questa regola generale ha delle eccezioni, presenti probabilmente nelle leggi di tutti i paesi. Non solo gli individui non sono vincolati da impegni che violino i diritti di terzi, ma talvolta viene considerata ragione sufficiente per esimerli dall’impegno il fatto che sia loro dannoso. Per esempio, in questo e nella maggior parte degli altri paesi civilizzati un impegno per cui una persona si venda, o permetta di essere venduta, come schiavo sarebbe privo di valore legale, e né la legge né l’opinione consentirebbero che fosse rispettato. La ragione per limitare così il potere dell’individuo di disporre volontariamente della propria vita è evidente, e questo caso estremo la mostra con chiarezza. Il motivo per non interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i mezzi di conseguirlo. Ma vendendosi come schiavo, abdica alla sua libertà: rinuncia a ogni suo uso posteriore all’atto di vendersi. Quindi contraddice, con la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente. Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere liberi: non è libertà potersi privare della libertà. Queste ragioni, la cui efficacia è così evidente in questo caso particolare, hanno chiaramente un’applicabilità ben più ampia; tuttavia vengono limitate in ogni campo dalle esigenze della vita, che continuamente richiedono non certo che rinunciamo alla nostra libertà ma che consentiamo a una serie di sue limitazioni. Tuttavia, il principio che richiede l’incondizionata libertà d’azione in tutto ciò che riguarda solo l’agente, implica che due persone che abbiano preso un impegno reciproco e non riguardante terzi siano libere di esimersi vicendevolmente dal rispettarlo; e, indipendentemente da questa esenzione volontaria, probabilmente non esistono contratti o impegni – salvo quelli riguardanti danaro o suoi equivalenti – di cui si possa sostenere che non vi dovrebbe essere alcuna libertà di rescinderli.

 

Per chi sostiene che non siamo in tema “schiavitù”, chiudo con un pezzo di una intervista che ho letto:

Quanto sono state pagate?
ANNA e LAURA: “Circa settemila euro, trentamila tutta l’organizzazione medica”.

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2015/12/09/news/noi_donne_diventate_madri_grazie_all_utero_in_affitto-129137441/

E’ esattamente questo tipo di pratiche che vanno regolate in qualche modo.

La cultura che ancora oggi sostiene che una donna non è completa se non è madre produce questo. Un desiderio e una scelta che possono essere positivi rischiano di diventare enormi e deleteri problemi, diventando “mostri” di aspettative che crescono inconsciamente dentro di noi, generando aspettative non sempre esaudibili. Queste donne sono entrambe vittime (come le madri surrogate di un mercato dei corpi e un’industria che specula sul bisogno) di questi macigni culturali che non abbiamo ancora superato. Il desiderio e la devastazione psicologica prendono il sopravvento, tanto da non avvertire le conseguenze che può generare un desiderio di maternità ad ogni costo. Perché non ci impegniamo a scardinare questi meccanismi che creano un valore distorto dell’essere umano? Rischiamo di essere “schiave” di questa mentalità. Noi donne siamo molto altro, il nostro senso va oltre l’essere o non essere madri, molto oltre, questo concetto piccolo ma grande è in grado di scatenare mille conseguenze positive, liberandoci di una “dipendenza culturale” per cui se non siamo dotate di figli e non rientriamo in una qualche famiglia, non esistiamo e non abbiamo valore e diritti. Pensiamoci un po’..

Ci vogliono fregare, qui gli unici che ci guadagnano sono le cliniche, gli intermediari, l’industria che speculano su queste nostre aspettative.

Forse dovremmo superare una volta per tutte il concetto di femminilità freudiano, per cui la donna  trova la sua realizzazione nella maternità.

 

Per qualche info in più a livello europeo:

https://collectifcorp.files.wordpress.com/2015/01/surrogacy_hcch_feminists_english.pdf

http://sverigeskvinnolobby.se/en/project/feminist-no-to-surrogacy-motherhood/

http://sverigeskvinnolobby.se/wp-content/uploads/2013/08/POLICY-PAPER-SURROGACY-MOTHERHOOD.pdf

http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/summary.do?id=1148523&t=d&l=en

Il prossimo 16 dicembre va in discussione al Parlamento europeo (votazione il 17) la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2014 e sulla politica dell’Unione europea in materia, che al punto 114 affronta proprio il tema della surrogazione:

114 – condanna la pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; ritiene che la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A8-2015-0344&language=IT

 

P.S.

In questo spazio esprimo le mie opinioni, le mie riflessioni ma spesso e volentieri è mia abitudine corroborarle attraverso la ricerca e l’uso di fonti più accreditate. A quanti in questi giorni si sono preoccupati attorno alle reali motivazioni di questa mia attività, rispondo che non è mai stata e non sarà mai mia intenzione lucrare o trarre benefici di alcun tipo sulla pelle delle donne. Questo è uno spazio gratuito e tutte le mie collaborazioni avvengono su questo presupposto. Non vado in giro a propagandare ciò che faccio e i miei prodotti, attività che ad altri piace, ma che non è nelle mie corde. Non aspiro a fare il prezzemolo e vorrei solo che la mia voce non continuasse a essere schiacciata solo perché a volte parlo controcorrente. In un contesto di libera espressione si dovrà sopportare ancora la mia parola, ma nessuno vi impedisce di non leggermi. Piuttosto chiedetevi se dietro personaggi intoccabili del panorama mediatico e culturale italiano non ci possano essere interessi di industrie fiorenti.

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5 responses to “Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)?

  1. Paolo ha detto:

    io cedo che il desiderio di diventare genitori che hanno molte donne e uomini sia genuino. La questione della gpa è un’altra e anch’io ho dei dubbi etici senza voler sembrare proibizionista

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  2. Luisa Vicinelli ha detto:

    Se ti interessa approfondire le implicazioni sociali e comportamentali dell’economia del dono puoi leggere Per-donare: una critica femminista dello scambio di Genevieve Vaughan (www.gift-economy.com)

    Liked by 1 persona

  3. […] Sì alla maternità solidale, no all’utero in affitto! – Clara Jourdan, 13.11.2015 Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)? – Simona Sforza, 11.12.201… Perché essere critici nei confronti della surrogacy non significa essere omofobi – Il […]

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  4. […] Maraini, 16.12.2015 No all’utero in affitto – Il dibattito sul sito di «Che libertà» Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)? – Simona Sforza, 11.12.201… Il corpo della madre surrogata – Il Ricciocorno […]

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  5. […] Maraini, 16.12.2015 No all’utero in affitto – Il dibattito sul sito di «Che libertà» Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)? – Simona Sforza, 11.12.201… Il corpo della madre surrogata – Il Ricciocorno 28.03.2015 Madri surrogate, ecco la Carta di […]

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