Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Senza salute non c’è didattica di qualità né apprendimento! Priorità a insegnanti e studenti

LETTERA APERTA A TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LA SCUOLA E CHE HANNO POTERE DI CAMBIARE.

Sono una attivista politica, una femminista, una donna impegnata nella comunità. E sono anche una mamma. Sono figlia di insegnanti e da qualche anno sono tornata a frequentare le scuole come formatrice su tematiche come il contrasto agli stereotipi, alla violenza e alle discriminazioni di genere. Per mia figlia e per i suoi compagni ho scelto di impegnarmi anche negli organi collegiali di istituto.

Vi scrivo perché sento il bisogno di confrontarmi, ma anche di segnalare alcuni aspetti che riguardano il complesso universo della scuola che a mio avviso non sono stati evidenziati sufficientemente. La scuola ha riaperto in presenza, anche se superiori e ora parte delle medie sono già passate alla didattica a distanza. Come genitori abbiamo tutti sperato che le condizioni pandemiche non arrivassero ai numeri e alla situazione attuale, specialmente a Milano, città in cui vivo. Abbiamo sperato che si potesse ricominciare ad avere un minimo di regolarità, anche se con comportamenti diversi e adeguati alla fase. Qualcosa non è andata nel verso sperato, i protocolli si sono dimostrati abbastanza fragili e inadeguati, la scuola avrebbe dovuto avere un sistema esterno di protezione multidisciplinare e multidimensionale, una sorta di paracadute, che avrebbe dovuto evitare di veder crollare subito il tracciamento, l’assistenza, la diagnostica, con ritardi e difficoltà crescenti. Il fatto di aver poi definito delle regole dalle maglie larghe non ha aiutato: aver stabilito che per rientrare in comunità erano sufficienti 14 giorni di quarantena senza tampone o certificazione medica, purché asintomatici, oppure 10 giorni con tampone, eseguito il decimo giorno, ha probabilmente generato dei problemi, perché sappiamo che nelle fasce più giovani della popolazione il Covid19 ha spesso una forma asintomatica. Così rischiamo di non vedere la parte dell’iceberg sommersa. Si è scelto di alleggerire il sistema diagnostico a scapito di una reale verifica della diffusione dell’infezione. Addirittura, apprendiamo che a Milano non si faranno più tamponi ai contatti stretti di positivi. Non avviando azioni di test massivi periodici sulla popolazione scolastica ci si è fermati a registrare il visibile, il sintomatico. Si è preferito altresì non effettuare nessun controllo stringente sui familiari degli studenti sottoposti a quarantena per contatto con positivo. I risultati? Tutti si sono sentiti liberi di uscire e fare una vita normale, anche coloro che erano in quarantena. Tanto è vero che la dirigente della scuola di mia figlia ha dovuto fare una circolare ad hoc per spiegare per l’ennesima volta che chi è in quarantena non deve uscire di casa. L’idea dell’autocertificazione adottata in molte scuole per giustificare le assenze pari o superiori ai tre giorni ha poi generato ulteriori sottovalutazioni. Da tutta Italia apprendiamo giorno dopo giorno come affidarci al senso di responsabilità e del rispetto delle regole del cittadino non sempre è una buona idea, perché alcuni, in piena pandemia come in tempi normali, non sono dotati di senso civico. Ma il motivo della mia lettera è soprattutto un altro, riguarda la mia esperienza con le elementari, il grado che sto vivendo più da vicino (anche se alcuni aspetti possono essere utili per tutti).

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La verità come disvelamento

Giordano Pariti, 2004

Giordano Pariti, 2004

 

#Libertà #Verità #DirittiDelleDonne #UteroInAffitto di questi e di altri temi affini parlo nel mio ultimo articolo per Mammeonline.net

Qui di seguito un breve estratto:

Il corpo ha modificato il suo significato, i suoi orizzonti grazie alle nuove frontiere messe a disposizione dalla tecnologia. Per cui potremmo trovarci di fronte a una sorta di deumanizzazione meccanicistica, anche involontaria.

Cito dal testo di Chiara Volpato, pag 85, Deumanizzazione: “si riferisce alla negazione degli aspetti di emozionalità, calore, apertura, vitalità, profondità. Gli individui a cui si negano tali caratteristiche sono percepiti come inerti, freddi, rigidi, passivi, superficiali, privi di curiosità e immaginazione. Essi vengono implicitamente o esplicitamente oggettivati, vale a dire considerati alla stregua di macchine, automi o robot, che suscitano indifferenza e mancanza di empatia.”

La medicina e la tecnologia, la contrattualizzazione e la standardizzazione di alcune procedure possono portare a una impersonalità e passività forzate, ponendo in secondo piano la dimensione umana in un contesto relazionale. Questo andrebbe maggiormente evidenziato, soprattutto perché per molte persone è importante che ci sia una netta separazione tra committenti e portatrice (termine che non mi piace ma che viene normalmente utilizzato), non a tutti piace l’idea di una relazione continuativa e duratura con la portatrice.

 

Per leggere l’articolo completohttp://www.mammeonline.net/content/la-verita-come-disvelamento

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Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)?

simone

 

Personalmente ritengo che se vivessimo in una pura società/economia del dono, in cui lo scambio altruistico avvenisse naturalmente, non avremmo milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Quanto meno ci sarebbe un meccanismo di redistribuzione della ricchezza efficace. Inoltre, un contesto altruistico agevolerebbe le donne, ci sarebbero reti diffuse sul territorio che assicurerebbero in maniera capillare il sostegno alle donne in tutte le loro attività quotidiane e non ci sarebbe un aggravio solo su di loro di tutte quelle pratiche di cura che ben conosciamo. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw 1979) già ne parlava.
Invece, la realtà è ben diversa e se siamo consci di ciò che c’è attorno a noi, le favole non rappresentano la nostra vita quotidiana.

Quindi, quando ci sono dibattiti accesi, come nel caso della maternità surrogata, forse dovremmo riuscire a dosare meglio le parole, per comprendere il loro vero senso e uso. La parola dono è una di queste.

dono

Alcuni mi hanno suggerito che il dono esiste e si esplica attraverso tutti coloro che praticano volontariato, i donatori di sangue e di organi. Ma occorre distinguere tra un dono che salva la vita a un’altro o la migliora e un dono a coloro che “assumono” una donna per intraprendere il ciclo che porterà (se tutto va bene) a generare un figlio, in cui è previsto un contraccambio per tale “servizio” (lo metto tra virgolette perché non sopporto questa parola). Ci sono troppe componenti che entrano in gioco quando si parla di maternità, che esulano dalla dimensione di oggettivazione meccanicistica che spesso si attua, che non possono essere associate alla parola dono. Si parla di utero come se fosse un mezzo, un contenitore, un luogo-organo che viene messo a disposizione, come se fosse in locazione a titolo più o meno oneroso. La donna non dona certo il suo utero, ma mette a disposizione tutta la sua persona, in tutte le sue componenti corporee e psichiche. Da questo processo è spesso omesso il fattore relazionale e di interscambio che fanno parte di una normale gravidanza.
Sono convinta che possano esistere casi di “dono” altruistico, ma non sarebbe nata una industria florida se ci fossero state sufficienti donne altruiste disponibili ad attuare tale pratica. Anche il fatto che davanti alla mia proposta di una surrogata tra parenti, si sia ribattuto che sarebbe stata troppo restrittiva, mi fa sorgere qualche dubbio, se poi ho bisogno di ricorrere alla figura di qualche amica, della cui natura non possiamo sondare quanto sia autenticamente tale. Cercate di comprendermi, non me la sento di girare la testa dall’altra parte e non pensare a tutti i casi di sfruttamento.
Mi chiedo perché si sia abbandonata a priori la pratica dell’adozione, o meglio me lo hanno spiegato: l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, che non prevede facilitazioni e soluzioni pronte all’uso di nessun tipo. Per quanto mi riguarda sono convinta che dovremmo lottare ancora per le adozioni, semplificando l’iter, aprendolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini, variamo la stepchild adoption per non creare discriminazioni tra i bambini. I bambini non sono beni, merci, hanno diritto a una tutela. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Allo stesso tempo auspico che non si strumentalizzi il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Poi auspico sempre che si scandaglino le fondamenta che portano la donna a una tale scelta, sottoponendosi a una serie di terapie preparatorie ai 9 mesi di gravidanza. Non vogliamo parlare di scelte indotte dal bisogno? Va bene, cancelliamo anche questa ipotesi, ma non avremo fatto altro che omettere una faccia del problema.
Penso anche che le regole, le norme servono a proteggere da eventuali abusi e assenza di protezione le donne e i bambini. Oppure pensiamo di poterne fare a meno, perché l’economia si autoregola, gli esseri umani attuano solo operazioni di buon senso e benefiche, tanto alla fine si raggiunge un equilibrio utile per tutti? Riflettendo mi chiedo anche se una normativa rigorosa e protettiva nei confronti della madre surrogata poi non spinga a cercare lidi più “semplici” per le coppie ordinanti, come si possa evitare che altrove si continuino ad avere situazioni di sfruttamento senza limiti. Anche solo chiamare la donna “portatrice” (denominazione che deriva dal fatto che spesso porta un ovulo di un’altra donna ancora, scelta che serve proprio a evitare un ripensamento successivo) mi crea qualche perplessità, come se fosse una bella incubatrice su commissione. Quando qui parlavo di oggettivazione, mi riferivo a questo modo di parlare delle donne, per non parlare del bambino che nascerà, che resta sempre nell’ombra di una transazione contrattuale. Io non so cosa sia la SOLUZIONE, non ne ho idea, ma forse rimettere al centro una riflessione sul potere, sul differenziale di potere ricchi e poveri (o comunque meno abbienti), sul controllo sui corpi delle donne, sulla mercificazione a cui siamo da sempre soggette o meglio “oggetto”. Questo assoggettamento totale al mercato che tutto regola e tutto può non deve lasciarci indifferenti, è nocivo per i fondamentali dell’essere umano e dei suoi diritti.
Sbranatemi, attaccatemi, ma io resto convinta che il nostro destino sia (debba essere) diverso dal vendere il corpo per sesso o per macchina riproduttiva. Sarò ottusa per molti, ma a me sembra che provare un minimo di empatia nei confronti degli altri sia l’unica strada per non perdere la nostra umanità. La nostra società ci attribuisce e ci toglie libertà, diritti a seconda della convenienza, non è così? Darci esistenza solo in quanto fattrici e corpi è uno svilimento della nostra complessità di donne. Perché non si adopera altrettanta energia e non si dimostra entusiasmo nel darci parità, diritti, lavoro, servizi e condizioni di vita migliori. Sapete quante donne decidono di non fare figli in questi tempi di vita e lavoro precari? Sapete quante donne a causa dei continui tagli ai servizi sono costrette ad abbandonare il lavoro, tornando a una dimensione esclusivamente di sostegno e cura, un welfare sostitutivo e gratuito, che in molte di noi non possono o non sentono di scaricare sui genitori spesso anziani. Sapete quanto pesa il lavoro di assistenza a familiari bisognosi di cure?
Voglio raccontare un pezzo di storia personale per farvi capire quanto questi pesi incidono sulle scelte di una donna. Io sono figlia unica, sono rimasta tale perché quando ero piccola i miei nonni materni si sono ammalati e mia madre ha dovuto investire tutte le sue energie per dividersi tra me, i miei nonni e il suo lavoro.
La mia libertà non è disgiungibile da tutte queste condizioni attorno, che invece continuano a essermi precluse o ridotte all’osso. Vado bene come merce, come oggetto? Non vado bene quando rivendico diritti e rispetto in quanto essere umano. Fatemi capire. In quanto vagina/utero-dotata dovrei vendere me stessa per profitto e per soddisfare i “bisogni” altrui e dire anche grazie alla società/economia che lo chiede? Tutte le altre battaglie sui diritti a questo punto saranno vane, nemmeno pretendere un lavoro (e un salario) dignitoso e che non violi la mia persona sarà possibile. Invece di unirci compatte pretendendo un lavoro dignitoso, servizi adeguati e accessibili a tutti, una sanità efficiente, formule per conciliare lavoro-vita privata che valgano parimenti per entrambi i membri della coppia (vedi l’assurdo congedo di due giorni per i papà appena varato), facciamo finta di niente, che i problemi non sussistano. Ho scritto tanto su queste tematiche, ma lo scarso interesse suscitato è evidente, persino chiedere un ministero che sia dedicato alle nostre “pari opportunità” è diventato una cosa di secondo piano, salvo poi lamentarci di essere derubricate sempre nella scala delle priorità della politica istituzionale.

L’interesse su di noi si accende solo quando siamo utili al mercato, poi quando non serviamo più per vari motivi (diventiamo “obsolete”, inadatte, poco disponibili a condizioni schiaviste, scomode, ingestibili, quando chiediamo diritti e rispetto) ci danno un calcio e via! Svegliamoci e cerchiamo di capire che qui c’è ancora una lotta di classe in cui chi ha di più, in termini di potere economico e di status, pensa di poter utilizzare gli altri a suo piacimento, e naturalmente le donne e i bambini sono quelli più vulnerabili. Io rispondo, col cavolo che si pretende di usare me per i vostri scopi. Col cavolo che mollo la lotta contro la mercificazione e la reificazione delle persone. Col cavolo che mi rassegno di fronte allo sfruttamento e alle disuguaglianze. Abbiamo lottato per anni affinché la nostra esistenza non dovesse per forza coincidere con il nostro diventare/essere madri, dove è finito questo pensiero, questo desiderio di affrancarci da un destino che oggi si desidera ri-affermare ad ogni costo?

Ho sentito ragionare Chiara Lalli sul desiderio di genitorialità che alcuni vogliono esaudire ad ogni costo, sottolineo “ad ogni costo”. Se da un lato una persona che vuole laurearsi a tutti i costi viene vista in una accezione positiva (e anche qui ci sarebbe da obiettare sui “confini”), dall’altro non la si può applicare al fatto di desiderare un figlio ad ogni costo. Eh lo credo bene, qui sto chiedendo a una persona diversa da me di portare a compimento un mio desiderio, “ad ogni costo”. Il fatto che io desideri una cosa ad ogni costo non deve necessariamente tradursi in realtà.

Visto che siamo tutti concordi nel contrastare qualsiasi forma di sfruttamento, l’eventuale regolamentazione a riguardo della maternità surrogata cosa dovrebbe predisporre per scongiurare simili casi? Limiti e condizioni dovranno comunque essere posti a garanzia delle parti più deboli.
Ho ascoltato un confronto su La Repubblica tv tra Chiara Lalli e Francesca Izzo. Mi aspettavo da Lalli una maggiore incisività nel proporre le sue tesi, mi è parso che si sia contraddetta soprattutto in merito a come si concilia libertà dei singoli-legge/regolamentazione. Inoltre non ha chiarito come contrastare lo sfruttamento. Stessa approssimazione nell’evidenziare le conseguenze sul bambino, mi è sembrato che non fosse a conoscenza delle ricadute nella sfera psicologica, che invece dovrebbero essere valutate attentamente. Io non sono una esperta, io esprimo opinioni che non hanno valore scientifico e non pretendo di avere credito scientifico.
“Secondo quanto afferma Lalli, qualsiasi legge ha un carattere totalitario” ha detto Francesca Izzo, e penso che abbia colto il segno, il problema di fondo è accettare che un sistema giuridico non è illiberale, ma dovrebbe servire a tutelare le parti deboli di una società, coloro che sono più fragili e soggetti sì a coercizione da parte di chi detiene potere economico o di status sociale. Quindi regolamentare non è sbagliato, significa dare un tetto di regole per evitare reati, sopraffazioni di vario tipo, violazioni di diritti umani ecc. Senza si tornerebbe a uno stato di natura, in cui vige il puro istinto. La libertà è più diffusa se ho delle regole certe, un tetto normativo. Le norme sono certamente una limitazione alla mia libertà individuale ma servono a garantire una convivenza civile a tutto il corpo sociale, compresa me. Le leggi devono intervenire (e prevenire) prima che il comportamento di un individuo rischi di danneggiare gli altri, non si può pensare che ciascun individuo si autoregoli da sé, che si generi magicamente una condizione equilibrata tra gli individui.
Lalli a un certo punto richiama John Stuart Mill (che come impostazione è molto distante dalle mie posizioni economiche e politiche) a proposito della libertà, concetto ben più complesso di un semplice “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente l’individuo è sovrano”, spesso citato. Nel suo On Liberty, sempre tenendo presente che si tratta di un liberale di metà Ottocento che si sta riferendo al contesto socio-economico di una Inghilterra alle prese con le turbe della rivoluzione industriale, scrive per esempio anche questo:

All’inizio di questo saggio si era affermato che la libertà dell’individuo in questioni che riguardano lui solo implica una corrispondente libertà per qualsiasi numero di individui di regolare per mutuo consenso questioni che li riguardano nel loro complesso, e non riguardano altri. Questo problema non presenta difficoltà fino a quando la volontà di tutti gli interessati resta immutata; ma poiché potrebbe mutare, spesso essi devono, anche in questioni che riguardano solo loro, contrarre degli impegni reciproci; e in questo caso è generalmente giusto che questi impegni
vengano mantenuti. Tuttavia, questa regola generale ha delle eccezioni, presenti probabilmente nelle leggi di tutti i paesi. Non solo gli individui non sono vincolati da impegni che violino i diritti di terzi, ma talvolta viene considerata ragione sufficiente per esimerli dall’impegno il fatto che sia loro dannoso. Per esempio, in questo e nella maggior parte degli altri paesi civilizzati un impegno per cui una persona si venda, o permetta di essere venduta, come schiavo sarebbe privo di valore legale, e né la legge né l’opinione consentirebbero che fosse rispettato. La ragione per limitare così il potere dell’individuo di disporre volontariamente della propria vita è evidente, e questo caso estremo la mostra con chiarezza. Il motivo per non interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i mezzi di conseguirlo. Ma vendendosi come schiavo, abdica alla sua libertà: rinuncia a ogni suo uso posteriore all’atto di vendersi. Quindi contraddice, con la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente. Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere liberi: non è libertà potersi privare della libertà. Queste ragioni, la cui efficacia è così evidente in questo caso particolare, hanno chiaramente un’applicabilità ben più ampia; tuttavia vengono limitate in ogni campo dalle esigenze della vita, che continuamente richiedono non certo che rinunciamo alla nostra libertà ma che consentiamo a una serie di sue limitazioni. Tuttavia, il principio che richiede l’incondizionata libertà d’azione in tutto ciò che riguarda solo l’agente, implica che due persone che abbiano preso un impegno reciproco e non riguardante terzi siano libere di esimersi vicendevolmente dal rispettarlo; e, indipendentemente da questa esenzione volontaria, probabilmente non esistono contratti o impegni – salvo quelli riguardanti danaro o suoi equivalenti – di cui si possa sostenere che non vi dovrebbe essere alcuna libertà di rescinderli.

 

Per chi sostiene che non siamo in tema “schiavitù”, chiudo con un pezzo di una intervista che ho letto:

Quanto sono state pagate?
ANNA e LAURA: “Circa settemila euro, trentamila tutta l’organizzazione medica”.

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2015/12/09/news/noi_donne_diventate_madri_grazie_all_utero_in_affitto-129137441/

E’ esattamente questo tipo di pratiche che vanno regolate in qualche modo.

La cultura che ancora oggi sostiene che una donna non è completa se non è madre produce questo. Un desiderio e una scelta che possono essere positivi rischiano di diventare enormi e deleteri problemi, diventando “mostri” di aspettative che crescono inconsciamente dentro di noi, generando aspettative non sempre esaudibili. Queste donne sono entrambe vittime (come le madri surrogate di un mercato dei corpi e un’industria che specula sul bisogno) di questi macigni culturali che non abbiamo ancora superato. Il desiderio e la devastazione psicologica prendono il sopravvento, tanto da non avvertire le conseguenze che può generare un desiderio di maternità ad ogni costo. Perché non ci impegniamo a scardinare questi meccanismi che creano un valore distorto dell’essere umano? Rischiamo di essere “schiave” di questa mentalità. Noi donne siamo molto altro, il nostro senso va oltre l’essere o non essere madri, molto oltre, questo concetto piccolo ma grande è in grado di scatenare mille conseguenze positive, liberandoci di una “dipendenza culturale” per cui se non siamo dotate di figli e non rientriamo in una qualche famiglia, non esistiamo e non abbiamo valore e diritti. Pensiamoci un po’..

Ci vogliono fregare, qui gli unici che ci guadagnano sono le cliniche, gli intermediari, l’industria che speculano su queste nostre aspettative.

Forse dovremmo superare una volta per tutte il concetto di femminilità freudiano, per cui la donna  trova la sua realizzazione nella maternità.

 

Per qualche info in più a livello europeo:

Fai clic per accedere a surrogacy_hcch_feminists_english.pdf

http://sverigeskvinnolobby.se/en/project/feminist-no-to-surrogacy-motherhood/

Fai clic per accedere a POLICY-PAPER-SURROGACY-MOTHERHOOD.pdf

http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/summary.do?id=1148523&t=d&l=en

Il prossimo 16 dicembre va in discussione al Parlamento europeo (votazione il 17) la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2014 e sulla politica dell’Unione europea in materia, che al punto 114 affronta proprio il tema della surrogazione:

114 – condanna la pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; ritiene che la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A8-2015-0344&language=IT

 

P.S.

In questo spazio esprimo le mie opinioni, le mie riflessioni ma spesso e volentieri è mia abitudine corroborarle attraverso la ricerca e l’uso di fonti più accreditate. A quanti in questi giorni si sono preoccupati attorno alle reali motivazioni di questa mia attività, rispondo che non è mai stata e non sarà mai mia intenzione lucrare o trarre benefici di alcun tipo sulla pelle delle donne. Questo è uno spazio gratuito e tutte le mie collaborazioni avvengono su questo presupposto. Non vado in giro a propagandare ciò che faccio e i miei prodotti, attività che ad altri piace, ma che non è nelle mie corde. Non aspiro a fare il prezzemolo e vorrei solo che la mia voce non continuasse a essere schiacciata solo perché a volte parlo controcorrente. In un contesto di libera espressione si dovrà sopportare ancora la mia parola, ma nessuno vi impedisce di non leggermi. Piuttosto chiedetevi se dietro personaggi intoccabili del panorama mediatico e culturale italiano non ci possano essere interessi di industrie fiorenti.

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Raccogliamo la sfida?

Woolf_Three_Guineas

 

Cosa ne hai fatto della tua libertà? Domanda che Virginia Woolf formulava in Tre Ghinee e che pongo a me stessa e a te che stai leggendo. Il saggio di Woolf parla di uomini, donne e guerra (scritto alla vigilia della Seconda Guerra) e parte da un ennesimo quesito: in che modo le donne possono impedire la guerra?
C’è un legame tra fascismo e patriarcato, “la parola pubblica e privata sono inseparabilmente intrecciate; che il dominio e la sottomissione dell’uno coincidono con il dominio e la sottomissione dell’altro.” La lotta per la difesa della Giustizia, dell’Eguaglianza e della Libertà unisce uomini e donne contro i regimi autoritari. Ma quale condivisione della lotta ci può essere per la donna, se prima non raggiunge una propria libertà, che significa indipendenza delle idee e materiale?

Secondo Virginia Woolf erano necessari degli step per realizzare questa libertà: studiare (possibilmente avere un’istruzione universitaria), lavorare, avere un’opinione autonoma e una rendita autonoma. E quindi “salvaguardare la libertà in una Società delle Estranee”. In pratica era la ricerca di una via propria, “anziché ripetere le parole degli uomini e seguire i loro metodi”. Mettere a frutto la libertà conquistata per definire nuovi metodi e nuove parole per scongiurare le guerre, lavorando insieme agli uomini, tra pari, in difesa di quei valori sopra citati. Questo discorso si estende anche a un impegno politico, sociale, anti-autoritario in senso lato.
Ma cosa ci può spingere a agire e a pensare in modo originale, nostro, indipendente, autentico, libero? Perché nonostante tutti i passaggi di cui parlava Virginia Woolf, ancora oggi stentiamo a far sentire la nostra voce, a scrivere un nuovo corso delle relazioni, del mondo, dei diritti? Cosa ci impedisce di raggiungere una piena presa di coscienza e una piena libertà di espressione non stereotipata di donna? Lo studio di antropologia evolutiva di Sarah Hrdy pone in rilievo alcune qualità umane: empatia, intuito e capacità di collaborazione. L’adattamento e la duttilità sono altri tratti tipici. Sia chiaro, umani, non esclusivamente femminili. Siamo il risultato di esperienza ed emozioni, ogni frammento del nostro “vivere il mondo” viene registrato e conservato e concorre alla nostra percezione ed elaborazione dei nostri modelli, del significato che diamo ad azioni e alle parole. Come riusciamo a creare qualcosa di autentico, di originale? In un mio post (qui) precedente parlavo di scissione e di resistenza ai vari tipi di separazione di elementi prescritta socialmente. Resistenza e aggiungerei resilienza significa lasciare che la nostra vera voce emerga, nonostante i rischi e i probabili attacchi. La nostra possibilità di cogliere il senso di ciò che accade attorno a noi, di entrare in relazione, in modo empatico, passa anche per un rifiuto di soluzioni conformate, tradizionali, preconfezionate, facili, stereotipate che ci evitano i conflitti, gli “scontri” e i confronti. Per non essere sgradite e scomode ci svendiamo e ci auto-censuriamo. Woolf parlava di “adulterio del cervello”, ovvero il tradimento del proprio pensiero, in funzione di un’assimilazione a un potere, a un’autorità, a un gruppo egemone e potente, a un’idea, al dominio maschile, a posizioni più comode. Per noi donne c’è una sfida in più: non cadere nella trappola del noi vs voi. Invece di esaminare un fatto in modo globale, lo si guarda da un’unica prospettiva, e ci si barrica dietro di essa. Per esempio, invece di scannarci madri vs non madri nel mondo del lavoro, impariamo a fare barricata per un sano rispetto del tempo per la vita, da salvaguardare sempre e comunque. C’è uno spaventoso tempo del lavoro che mangia le nostre vite e nessuno se ne preoccupa. Potremmo realizzare molto se ampliassimo lo sguardo e imparassimo a superare gli steccati. Per quel nuovo corso delle relazioni e dei diritti, che può partire proprio dalle donne. E invece molte volte osserviamo ripetersi alcuni meccanismi maschili, donne che recuperano e riutilizzano strumenti per silenziare altre donne. Chiamatelo come volete, ma questo comportamento esiste.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Merlin tra ieri e oggi

Fiore blu - Georgia O’Keeffe (1887-1986)

Fiore blu – Georgia O’Keeffe (1887-1986)

Lo scorso 18 giugno ho partecipato a un convegno, organizzato dalla Caritas Ambrosiana, per cercare di afferrare ulteriori spunti di approfondimento sul tema della prostituzione.

L’incontro ha avuto il pregio di affrontare il problema da più punti di vista: quello degli operatori del terzo settore che prestano assistenza alle prostitute, cercando di fornirgli una “via d’uscita”, quello giuridico, attraverso l’analisi della legislazione in materia, quello sociologico e storico.
Il lavoro degli operatori della Caritas è rivolto alle donne sfruttate, a coloro che usano il proprio corpo per sopravvivere, che rappresentano il segmento maggiore del fenomeno prostituzione.
L’avvocato della Caritas, Manuela De Marco, ci ha illustrato la ricerca condotta dalla Caritas nel 2013, nel corso delle uscite notturne dei volontari dell’unità di strada Avenida, della cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana. L’indagine è nata dalla necessità di tornare a inquadrare il fenomeno. Dopo gli anni ’90 che hanno visto fiorire un buon numero di associazioni e di servizi per cercare di intervenire sul problema, oggi a causa delle difficoltà di reperire fondi ad hoc, le attività sono sempre più in affanno. In questo contesto, anche quantificare i numeri della tratta è un’impresa ardua: occorre intercettare le vittime e creare una banca dati sistematica che dia evidenza dei permessi di soggiorno, per motivi umanitari, così come previsto dall’art.18 T.U. 286/98 sull’immigrazione.

L’indagine ha visto la collaborazione di 156 enti che operano sul territorio, cercando di rilevare sia la mappatura dei servizi offerti da coloro che si occupano di tratta, sia la percezione degli operatori rispetto al fenomeno.
È emersa una discrepanza tra i dati ufficiali e quelli riportati dagli enti interpellati. Anche le ordinanze che prevedevano le multe per i clienti hanno avuto un effetto limitato nel tempo, per cui, passata la paura iniziale, le ragazze sono tornate di nuovo per strada. I servizi di assistenza sono più numerosi e strutturati al nord, rispetto al resto d’Italia. La ricerca si è limitata a tracciare una fotografia della tratta delle donne, non riuscendo a intercettare altre forme di sfruttamento, come quello legato al traffico d’organi, né la prostituzione in appartamento. Le nazionalità delle donne incontrate hanno evidenziato una netta maggioranza di rumene e di nigeriane, con un ritorno delle albanesi. Il numero di minorenni cresce. È stato colto un peggioramento delle condizioni di vita di queste donne, che vanno dalla povertà al disagio psichico e alle dipendenze da stupefacenti e alcol. Tutte queste componenti aumentano le difficoltà di un recupero e di un reinserimento. La crisi e la precarietà del lavoro ha compromesso la situazione per gli stranieri, favorendo lo sfruttamento delle donne.
Si è parlato anche della connessione tra vittime di tratta e le richiedenti asilo: la prima condizione andrebbe accertata in fase di arrivo delle immigrate per favorirne l’inserimento in percorsi ad hoc.
Qui il comunicato stampa e alcuni grafici che illustrano i risultati.

Molto interessante è stata l’analisi di Giorgia Serughetti, assistente di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Milano-Bicocca e autrice del libro Uomini che pagano le donne – Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo – 2013 edizioni Ediesse.

La legge Merlin e i lunghi dibattiti che la accompagnarono non analizzarono la dimensione del cliente e la domanda di prostituzione, restando solo alla superficie del fenomeno, senza curarsi di indagarne le cause profonde. Oggi non possiamo evitare di non vedere il legame tra patriarcato, meccanismi di consumo e prostituzione, così come è innegabile il ruolo centrale di un modello culturale.
Chi sono oggi i clienti? Il numero di chi ha pagato una donna almeno una volta nella vita oscilla tra un 10-40%. In Italia 1 su 8. Pagare una donna è “normale”, non è sinonimo di devianza se questi sono i numeri. I clienti sono dei maschi banali, rappresentano un universo multi-sfaccettato. Non entra in gioco solo il modello patriarcale, di coloro che non hanno ancora fatto i conti con i movimenti di liberazione della donna. Si tratta di uno specchio dei comportamenti che si fondano sul dare-avere, senza legami di sorta, in un fluido scambio di relazioni, fondate su una visione consumistica.
Quando si cerca di trovare delle soluzioni al problema della prostituzione, oggi il dibattito si alterna essenzialmente tra il modello svedese o nordico (che prevede un meccanismo sanzionatorio per il cliente e criminalizza la domanda) e il modello olandese/tedesco (che sostiene la legalizzazione e la predisposizione di una serie di diritti per le sexworkers). Critiche e limiti ci sono per entrambi i sistemi. Il primo è stato accusato di rendere più pericolosa la condizione della donna, che sarebbe più esposta a episodi di violenza. Nel secondo caso, ci sarebbe una strutturazione pubblica e una gestione organizzata della prostituzione, che diverrebbe di fatto un lavoro come un altro, regolamentato e disciplinato dalla legge: il risultato sarebbe un’accettazione passiva del fenomeno, senza indagarne le cause e le origini e senza necessariamente risolvere il problema della tratta e dello sfruttamento da parte della criminalità.
Dopo il fallimento del tentativo del ministro Carfagna che nel 2009 voleva introdurre un meccanismo sanzionatorio per i clienti, si sono succedute una serie di ordinanze locali di vario tipo, nessuna delle quali è stata in grado di arginare la piaga dello sfruttamento.
Anche la proposta di legge dell’onorevole Spillabotte, secondo Serughetti, copre solo coloro che intendono svolgere volontariamente la professione, non contemplando coloro che invece sono costrette a prostituirsi. Resta la difficoltà di creare una legislazione unitaria in grado di aiutare e garantire sia la prostituzione coatta che libera, che copra tutte le fattispecie.
In questo contesto, occorre mettere a fuoco il fatto che vi è una commistione delle logiche che afferiscono alla dimensione intima e quelle tipiche della sfera economica. Il fenomeno del consumo e dell’acquisto di un altro corpo rientra in un immaginario tutto da comprendere e da analizzare. Il fenomeno va compreso a partire dal suo humus culturale. Un tempo l’unica ad essere stigmatizzata era la prostituta, oggi anche il cliente ha difficoltà a dichiarare apertamente di essere tale, un consumatore di prostituzione.
A questo si aggiunge il processo di normalizzazione del mercato del sesso, attraverso la pubblicità (utili le analisi del sito Un altro genere di comunicazione, ndr), i comportamenti di parte del mondo politico, il rapporto tra potere-prestigio-consumo che passa attraverso il possesso del corpo di una donna. Sono necessarie politiche in grado di stimolare la costituzione di un nuovo immaginario.
Mi propongo di leggere il lavoro di Serughetti, che mi è sembrata dotata di un linguaggio interessante e per niente banale.
L’intervento di Sandro Bellassai (Docente di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna, membro dell’associazione Maschile Plurale, autore del libro La legge del desiderio – Carocci) ha tratteggiato i passaggi storici della regolamentazione della prostituzione, dal regolamento Cavour del 1860 alla legge Merlin che cambiò l’assetto del desiderio maschile, fondato su una differenza di potere tra il mondo dell’uomo e delle donne.
Si pose fine alla schedatura delle prostitute presso le Questure italiane, che segnava a vita le donne e le privava di alcuni diritti civili (addirittura all’inizio del suffragio universale, nel 1945, si voleva negare l’elettorato passivo e attivo alle prostitute; la correzione arrivò solo nell’ottobre 1945). Inoltre, vennero abolite le visite mediche obbligatorie per le prostitute, una vera e propria violenza e un sopruso da parte dello stato.
È stato ricordato il libello di Indro Montanelli sulle case chiuse, “Addio, Wanda!”, del 1956: “un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia”. Montanelli non era immune da un immaginario maschile, a dir poco reazionario (ricordiamo il suo racconto “esotico”).
I dieci anni che precedono l’approvazione della legge Merlin, vedono la donna al centro del confronto e dei dibattiti. La donna che è naturalmente viziosa e lussuriosa. La donna che nei secoli è stata considerata necessaria all’uomo, in funzione del soddisfacimento dei suoi desideri. Tant’è vero che vi era il riconoscimento del diritto di comprare una donna, pagando la tariffa prevista. C’era di fatto una dicotomia tra questa “normalità” di pagare una donna e la scelta di creare dei luoghi chiusi, nascosti, come se ci fosse qualcosa di non normale. In tutto questo, il desiderio maschile, seppur vizioso, viene scaricato sulla donna, che diviene “discarica” impura dei vizi dell’uomo, che così si “purifica”. Mentre il desiderio femminile non può che essere unicamente finalizzato a quello maschile.
Altra contrapposizione creata dagli uomini è quella tra prostituta da un lato, che dev’essere lussuriosa e sporca, e l’angelo del focolare, pura, asessuata, funzionale alla riproduzione, moglie sottomessa e muta.
Desidero aprire una breve parentesi, a proposito di vita coniugale, per suggerirvi questa ricostruzione su più livelli tratta dal blog di Ida, accurata e ottimamente documentata.

Le prostitute venivano considerate affette da “follia morale” da numerosi di medici, evidentemente ancora sotto l’influsso di tesi lombrosiane, davvero inaccettabili. Permaneva l’idea dell’esistenza di una sorta di profilo innato, potremmo dire genetico, della prostituta, come se si trattasse del corrispettivo femminile del criminale lombrosiano.
Anche le visite mediche a cui erano obbligate le prostitute non erano volte a salvaguardare la salute delle donne, bensì a garantire che l’uomo “puro” non si infettasse. C’era solo il diritto maschile alla salute. La donna era infetta a priori nel caso non si fosse lasciata visitare. Potete immaginare le condizioni igieniche di queste visite e il rischio di contrarre davvero qualche malattia. Il corpo della prostituta è di pubblica proprietà, per cui lo stato ha il potere di coercizione su tale corpo, attraverso le visite.
Con la legge Merlin qualcosa cambia, ma non si parla di diritti e di dignità di queste donne, non si indaga sulla loro condizione, restano sempre un gruppo opaco, poco conosciuto, come se tutte fossero uguali, con le stesse problematiche e le stesse aspettative. Interrogarsi per comprendere meglio questa realtà, cercare di riflettere sulla domanda di prostituzione, portando al centro del discorso l’uomo, aiuterebbe a far emergere la disuguaglianza di potere tra uomini e donne nella società.
Marco Quiroz Vitale, Docente di Sociologia dei diritti umani presso l’Università degli studi di Milano, ha voluto dimostrare l’attualità della legge Merlin, le cui lacune iniziali e le previsioni troppo ampie sono state sanate nel tempo dai vari pronunciamenti della dottrina e della giurisprudenza e da leggi successive. Pertanto “non si vede la necessità di modificare l’assetto della Merlin, non vi sono ragioni tecniche o giuridiche. La norma è tuttora efficace e serve a contrastare le attività criminali e penalmente perseguibili”.
Al dibattito è mancata, a mio avviso, una riflessione su come sia importante l’educazione a scuola, il prima possibile, strutturando programmi adeguati di educazione sentimentale, sessuale e all’affettività. La famiglia non può e non deve essere l’unico contesto per far maturare le future generazioni e fargli comprendere i benefici di un rapporto equilibrato tra i sessi, fondato sul rispetto reciproco. Ma forse il contesto del convegno non consentiva una trattazione “serena” di una materia che da sempre ha avuto “pochi sostegni” da ambienti confessionali. Eppure la rivoluzione culturale, più volte evocata, passa anche per l’abbandono di certe zavorre ideologiche. Se veramente vogliamo cambiare. Altrimenti ci limiteremo sempre solo a parlarne, senza tentare di sradicare a monte il fenomeno dello sfruttamento e della tratta.
Se poi qualcuno ritiene che prostituirsi sia un lavoro come un altro, liberi di pensarlo, ma raccontatelo a chi ogni giorno non ha alternative, subisce violenze ed è schiava. Perché la maggioranza non è composta da sexworkers sorridenti e libere. La vita della maggior parte delle prostitute non è autodeterminata. Queste donne non hanno scelta e, ripeto, sono la maggioranza di coloro che si prostituiscono. Per queste donne dobbiamo lottare, per queste donne occorre trovare strumenti e servizi per renderle libere dai loro sfruttatori e non solo. Libere dalla violenza quotidiana. Perché le vittime sono persone reali. Come queste.

Non serve a nulla raccontare storie al “limite”, lontane culturalmente e geograficamente da noi, per sostenere quanto è bello essere libere di prostituirsi. Impariamo a ragionare focalizzandoci sul nostro contesto e non su storie singole. Analizziamo i dati, i fatti, i racconti di chi è sulla strada perché qualcuno le costringe. Per onestà e per non raccontare favole sulla pelle delle donne che libertà di scelta non hanno.

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Esercizi di sottrazione a 360°

Magritte - La firma in bianco (1965)

Magritte – La firma in bianco (1965)

 

Qualche tempo fa, mi soffermavo ad analizzare le derive della frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”.

Oggi ho recuperato questo post su FemminilePlurale, che in qualche modo mi ha richiamato quegli stessi rischi di cui parlavo nel mio post. La cura che si dedica e che si concentra sull’attività lavorativa diventa un’arma a doppio taglio, una sorta di autorizzazione e legittimazione dello sfruttamento, come se si desse il via libera a un sistema in cui il lavoro è senza regole, limiti, garanzie, dove tutti siamo sostituibili e per non farci sostituire siamo disposti ad accettare qualsiasi carico e obbligo. La cura che noi mettiamo in un lavoro che ci piace è il mezzo con cui diventiamo “ricattabili”, facendo rientrare queste dissonanze in un tunnel dal quale non usciamo più. Il nostro appagamento ci deve bastare, i diritti e il rispetto per un minimo di norme di base possono venir rinnegate. Noi donne poi siamo naturalmente abituate ad amplificare questo spirito di cura altruistica, al limite dell’auto-immolazione sull’altare del “faccio tutto io e faccio tutto al meglio”. Questo sia nel privato che nella nostra attività lavorativa fuori casa. Ci facciamo sfruttare e ci sfruttiamo fino allo sfinimento e in questo loop ci viene rubata la vita autentica. Così la nostra piacevole precarietà ci vede complici, almeno fino a che non decidiamo di svegliarci e di dire basta. Ma qui si presuppone un passaggio dall’individuale al politico.
Per noi donne la cura ha risvolti molteplici e ci porta a espandere il nostro ruolo di dispensatrici di cura in varie direzioni e ambiti: dal lavoro, alla casa, alla famiglia, ai genitori, agli anziani, ai figli.
Nel post di FemminilePlurale si legge:

“almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione”.

In pratica, significa sottrarsi alla obbligatorietà diffusa e farne oggetto di una libera scelta consapevole. Concordo con questa dichiarazione di libertà di scelta in tema di maternità, ma aggiungerei che dobbiamo far sì che ci sia sempre una possibilità di scelta e quindi di “sottrazione” (in varia misura e secondo diverse modalità) in ogni occasione in cui ci curiamo di qualcosa o di qualcuno. Io non mi rassegno a una impossibilità di incidere e di cambiare le cose sia nel privato che nel pubblico. Non accetto che i miei diritti e la mia libertà possano essere schiacciati nel nome di un’omologazione e di un appiattimento di orizzonti, di natura culturale o economica. Non accetto che la mia disponibilità venga scambiata per un benestare a ogni nuova forma di schiavitù, specie nel lavoro.
Nel post di FemminilePlurale si legge in conclusione:

“Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo”.

Si ritorna, a mio avviso, alle preziose intuizioni e riflessioni di Ina Praetorius, di cui avevo parlato qui.
Dobbiamo anche riabituarci a recuperare il politico che è nelle nostre vite, perché ciò che permette la deturpazione dei diritti è il pensarci sempre declinati in maniera individuale, quando basterebbe osservare la moltiplicazione degli impatti che hanno i nostri comportamenti, le nostre pigrizie, la nostra rassegnazione a livello collettivo. Occorre tornare a ragionare in termini inclusivi e collettivi, alzando lo sguardo oltre il nostro ombelico.
A proposito di libera scelta sulla maternità, vi segnalo che a Milano il 6 giugno alle 19:30, nel contesto della Ladyfest , si terrà lo SpeeDebate | IO MADRE? DOMANI, FORSE, MAI! con Eleonora Cirant autrice del libro “Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte” (FrancoAngeli, 2012) e con Daniela Danna, autrice di numerosi testi sul tema tra cui “Contro la procreazione”. Qui il sito della Ladyfest.

Mi dispiace un sacco non poter partecipare! Con la bimba piccola, la sera diventa un po’ complicato uscire 🙂

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