Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quando i diritti diventano acquistabili

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Vivere in una società individualista, dove l’Io diventa metro e misura dell’etica.

Ci hanno abituato a pensare e ad agire come monadi. Celebriamo il successo individuale, non sono concepibili fallimenti. Non sono concepibili limiti. Non ci sono più istanze collettive e politiche. L’Io diventa autosufficiente e l’unico metro di giudizio, l’unica misura dell’umano. Una chiusura e una mancanza di comprensione della realtà molto pericolose. Questo individualismo esasperato ha vari effetti, alcuni invisibili, che arrivano però a minare la stessa etica che fonda il nostro vivere sociale.
Il partire da sé è stato trasformato, deformato, come se la soluzione potesse risiedere dentro ciascuno di noi. La risposta dentro noi stessi. Come se la responsabilità fosse su noi stessi, come se non ci fosse relazione con altri. Monadi appunto, con diritti individuali che possono benissimo schiacciare quelli altrui, perché alla fine si lotta unicamente per il proprio benessere, felicità, successo, orticello di interessi. E se oggi decido che posso procurarmi un corpo che mi generi un bambino, risulta tutto regolare, l’ottica dell’io sopra ogni cosa prevale. Una società in cui ci sono rapporti di forza che prevalgono e vengono legittimati nel nome del desiderio. I bisogni solitamente non sono argomento gradevole, e quando si parla di bisogni che possono portare una donna a scegliere di essere la “portatrice”, l’involucro, solitamente si cerca di negarli, di imbellettarli con parole dolci, come dono altruistico. Anche il partire da sé non aiuta se c’è troppa distanza tra il farei e il “lo faccio”. Perché se l’ipotesi del mettere in pratica è remota, lontana, improbabile, forse perde forza, diventa un bel discorso di teoria. Non riusciamo a gestire emozioni e questioni molto più semplici, possiamo essere in grado di donarci e di mantenere il distacco? Cosa significa provare empatia? Cosa significa usare un’altra persona come mezzo? Cosa significa prendere possesso di un altro individuo, imponendogli doveri e regole per contratto? La questione di fondo non è impedire di, ma di ragionare sul contesto in cui queste nuove forme di business si sviluppano, in modo ampio, sulle ricadute che non sono solamente quelle del mettere al mondo un bambino.

 

Continua a leggere su Dol’s Magazine: 

http://www.dols.it/2016/03/17/quando-i-diritti-diventano-acquistabili/

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Che tipo di società vogliamo costruire?

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Pubblico un estratto di un mio articolo pubblicato su Dol’s Magazine.

Davanti a una mancanza di alternative ogni scelta può sembrare valida. Si dovrebbe evitare di rendere le donne degli uteri e nulla più, perché alle donne deve essere garantito altro. Per questo altro dobbiamo lottare. Io non vedo uteri che camminano, io vedo donne e pretendo che abbiano pari opportunità di vita. Dovremmo immaginare che alcune donne vengano destinate a essere fattrici seriali per potersi sostentare? Che senso avrebbero i sussidi sociali e i sostegni statali quando potresti mantenerti affittando una parte del tuo corpo? Cosa accadrebbe se si aprisse il mercato degli organi o dell’utero in affitto? Tanto per capirci, dovreste mettervi nei panni delle donne che non vivono nel lusso e che vivono in condizioni precarie. Lo so in Italia e in Europa non è consentita la vendita, ma se per ipotesi le cose cambiassero, nel nome di una libertà senza limiti? E sono sempre le altre, donne lontane da noi che devono sottostare a questo ulteriore affievolimento di diritti. La vita intima va rispettata solo quando è la nostra, poi possiamo ignorare e non rispettare quella delle altre, perché abbiamo bisogno di ignorarne la dignità per soddisfare le nostre esigenze contingenti? Perché non c’è tanto sbracciarsi quando chiediamo un lavoro dignitoso, che ci consenta di esprimere liberamente la nostra persona in ogni ambito? Che esistenza libera e dignitosa può derivare dal diventare merce sul mercato? E anche se ci fossero donne disposte a mettersi a disposizione gratuitamente, quante ce ne sarebbero? Ah, sì, la gravidanza è una passeggiata di salute, poi con i trattamenti ormonali va ancora meglio. Provate per credere. Anche se siamo utero-munite non dovete ridurci a essere mother machine. Non è il nostro destino obbligato e meritiamo forme di libertà più ampie e che ci rispettino in toto, come esseri umani al 100%.

 

Per leggere l’articolo completo: http://www.dols.it/2016/02/07/che-tipo-di-societa-vogliamo-costruire/

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Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)?

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Personalmente ritengo che se vivessimo in una pura società/economia del dono, in cui lo scambio altruistico avvenisse naturalmente, non avremmo milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Quanto meno ci sarebbe un meccanismo di redistribuzione della ricchezza efficace. Inoltre, un contesto altruistico agevolerebbe le donne, ci sarebbero reti diffuse sul territorio che assicurerebbero in maniera capillare il sostegno alle donne in tutte le loro attività quotidiane e non ci sarebbe un aggravio solo su di loro di tutte quelle pratiche di cura che ben conosciamo. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw 1979) già ne parlava.
Invece, la realtà è ben diversa e se siamo consci di ciò che c’è attorno a noi, le favole non rappresentano la nostra vita quotidiana.

Quindi, quando ci sono dibattiti accesi, come nel caso della maternità surrogata, forse dovremmo riuscire a dosare meglio le parole, per comprendere il loro vero senso e uso. La parola dono è una di queste.

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Alcuni mi hanno suggerito che il dono esiste e si esplica attraverso tutti coloro che praticano volontariato, i donatori di sangue e di organi. Ma occorre distinguere tra un dono che salva la vita a un’altro o la migliora e un dono a coloro che “assumono” una donna per intraprendere il ciclo che porterà (se tutto va bene) a generare un figlio, in cui è previsto un contraccambio per tale “servizio” (lo metto tra virgolette perché non sopporto questa parola). Ci sono troppe componenti che entrano in gioco quando si parla di maternità, che esulano dalla dimensione di oggettivazione meccanicistica che spesso si attua, che non possono essere associate alla parola dono. Si parla di utero come se fosse un mezzo, un contenitore, un luogo-organo che viene messo a disposizione, come se fosse in locazione a titolo più o meno oneroso. La donna non dona certo il suo utero, ma mette a disposizione tutta la sua persona, in tutte le sue componenti corporee e psichiche. Da questo processo è spesso omesso il fattore relazionale e di interscambio che fanno parte di una normale gravidanza.
Sono convinta che possano esistere casi di “dono” altruistico, ma non sarebbe nata una industria florida se ci fossero state sufficienti donne altruiste disponibili ad attuare tale pratica. Anche il fatto che davanti alla mia proposta di una surrogata tra parenti, si sia ribattuto che sarebbe stata troppo restrittiva, mi fa sorgere qualche dubbio, se poi ho bisogno di ricorrere alla figura di qualche amica, della cui natura non possiamo sondare quanto sia autenticamente tale. Cercate di comprendermi, non me la sento di girare la testa dall’altra parte e non pensare a tutti i casi di sfruttamento.
Mi chiedo perché si sia abbandonata a priori la pratica dell’adozione, o meglio me lo hanno spiegato: l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, che non prevede facilitazioni e soluzioni pronte all’uso di nessun tipo. Per quanto mi riguarda sono convinta che dovremmo lottare ancora per le adozioni, semplificando l’iter, aprendolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini, variamo la stepchild adoption per non creare discriminazioni tra i bambini. I bambini non sono beni, merci, hanno diritto a una tutela. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Allo stesso tempo auspico che non si strumentalizzi il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Poi auspico sempre che si scandaglino le fondamenta che portano la donna a una tale scelta, sottoponendosi a una serie di terapie preparatorie ai 9 mesi di gravidanza. Non vogliamo parlare di scelte indotte dal bisogno? Va bene, cancelliamo anche questa ipotesi, ma non avremo fatto altro che omettere una faccia del problema.
Penso anche che le regole, le norme servono a proteggere da eventuali abusi e assenza di protezione le donne e i bambini. Oppure pensiamo di poterne fare a meno, perché l’economia si autoregola, gli esseri umani attuano solo operazioni di buon senso e benefiche, tanto alla fine si raggiunge un equilibrio utile per tutti? Riflettendo mi chiedo anche se una normativa rigorosa e protettiva nei confronti della madre surrogata poi non spinga a cercare lidi più “semplici” per le coppie ordinanti, come si possa evitare che altrove si continuino ad avere situazioni di sfruttamento senza limiti. Anche solo chiamare la donna “portatrice” (denominazione che deriva dal fatto che spesso porta un ovulo di un’altra donna ancora, scelta che serve proprio a evitare un ripensamento successivo) mi crea qualche perplessità, come se fosse una bella incubatrice su commissione. Quando qui parlavo di oggettivazione, mi riferivo a questo modo di parlare delle donne, per non parlare del bambino che nascerà, che resta sempre nell’ombra di una transazione contrattuale. Io non so cosa sia la SOLUZIONE, non ne ho idea, ma forse rimettere al centro una riflessione sul potere, sul differenziale di potere ricchi e poveri (o comunque meno abbienti), sul controllo sui corpi delle donne, sulla mercificazione a cui siamo da sempre soggette o meglio “oggetto”. Questo assoggettamento totale al mercato che tutto regola e tutto può non deve lasciarci indifferenti, è nocivo per i fondamentali dell’essere umano e dei suoi diritti.
Sbranatemi, attaccatemi, ma io resto convinta che il nostro destino sia (debba essere) diverso dal vendere il corpo per sesso o per macchina riproduttiva. Sarò ottusa per molti, ma a me sembra che provare un minimo di empatia nei confronti degli altri sia l’unica strada per non perdere la nostra umanità. La nostra società ci attribuisce e ci toglie libertà, diritti a seconda della convenienza, non è così? Darci esistenza solo in quanto fattrici e corpi è uno svilimento della nostra complessità di donne. Perché non si adopera altrettanta energia e non si dimostra entusiasmo nel darci parità, diritti, lavoro, servizi e condizioni di vita migliori. Sapete quante donne decidono di non fare figli in questi tempi di vita e lavoro precari? Sapete quante donne a causa dei continui tagli ai servizi sono costrette ad abbandonare il lavoro, tornando a una dimensione esclusivamente di sostegno e cura, un welfare sostitutivo e gratuito, che in molte di noi non possono o non sentono di scaricare sui genitori spesso anziani. Sapete quanto pesa il lavoro di assistenza a familiari bisognosi di cure?
Voglio raccontare un pezzo di storia personale per farvi capire quanto questi pesi incidono sulle scelte di una donna. Io sono figlia unica, sono rimasta tale perché quando ero piccola i miei nonni materni si sono ammalati e mia madre ha dovuto investire tutte le sue energie per dividersi tra me, i miei nonni e il suo lavoro.
La mia libertà non è disgiungibile da tutte queste condizioni attorno, che invece continuano a essermi precluse o ridotte all’osso. Vado bene come merce, come oggetto? Non vado bene quando rivendico diritti e rispetto in quanto essere umano. Fatemi capire. In quanto vagina/utero-dotata dovrei vendere me stessa per profitto e per soddisfare i “bisogni” altrui e dire anche grazie alla società/economia che lo chiede? Tutte le altre battaglie sui diritti a questo punto saranno vane, nemmeno pretendere un lavoro (e un salario) dignitoso e che non violi la mia persona sarà possibile. Invece di unirci compatte pretendendo un lavoro dignitoso, servizi adeguati e accessibili a tutti, una sanità efficiente, formule per conciliare lavoro-vita privata che valgano parimenti per entrambi i membri della coppia (vedi l’assurdo congedo di due giorni per i papà appena varato), facciamo finta di niente, che i problemi non sussistano. Ho scritto tanto su queste tematiche, ma lo scarso interesse suscitato è evidente, persino chiedere un ministero che sia dedicato alle nostre “pari opportunità” è diventato una cosa di secondo piano, salvo poi lamentarci di essere derubricate sempre nella scala delle priorità della politica istituzionale.

L’interesse su di noi si accende solo quando siamo utili al mercato, poi quando non serviamo più per vari motivi (diventiamo “obsolete”, inadatte, poco disponibili a condizioni schiaviste, scomode, ingestibili, quando chiediamo diritti e rispetto) ci danno un calcio e via! Svegliamoci e cerchiamo di capire che qui c’è ancora una lotta di classe in cui chi ha di più, in termini di potere economico e di status, pensa di poter utilizzare gli altri a suo piacimento, e naturalmente le donne e i bambini sono quelli più vulnerabili. Io rispondo, col cavolo che si pretende di usare me per i vostri scopi. Col cavolo che mollo la lotta contro la mercificazione e la reificazione delle persone. Col cavolo che mi rassegno di fronte allo sfruttamento e alle disuguaglianze. Abbiamo lottato per anni affinché la nostra esistenza non dovesse per forza coincidere con il nostro diventare/essere madri, dove è finito questo pensiero, questo desiderio di affrancarci da un destino che oggi si desidera ri-affermare ad ogni costo?

Ho sentito ragionare Chiara Lalli sul desiderio di genitorialità che alcuni vogliono esaudire ad ogni costo, sottolineo “ad ogni costo”. Se da un lato una persona che vuole laurearsi a tutti i costi viene vista in una accezione positiva (e anche qui ci sarebbe da obiettare sui “confini”), dall’altro non la si può applicare al fatto di desiderare un figlio ad ogni costo. Eh lo credo bene, qui sto chiedendo a una persona diversa da me di portare a compimento un mio desiderio, “ad ogni costo”. Il fatto che io desideri una cosa ad ogni costo non deve necessariamente tradursi in realtà.

Visto che siamo tutti concordi nel contrastare qualsiasi forma di sfruttamento, l’eventuale regolamentazione a riguardo della maternità surrogata cosa dovrebbe predisporre per scongiurare simili casi? Limiti e condizioni dovranno comunque essere posti a garanzia delle parti più deboli.
Ho ascoltato un confronto su La Repubblica tv tra Chiara Lalli e Francesca Izzo. Mi aspettavo da Lalli una maggiore incisività nel proporre le sue tesi, mi è parso che si sia contraddetta soprattutto in merito a come si concilia libertà dei singoli-legge/regolamentazione. Inoltre non ha chiarito come contrastare lo sfruttamento. Stessa approssimazione nell’evidenziare le conseguenze sul bambino, mi è sembrato che non fosse a conoscenza delle ricadute nella sfera psicologica, che invece dovrebbero essere valutate attentamente. Io non sono una esperta, io esprimo opinioni che non hanno valore scientifico e non pretendo di avere credito scientifico.
“Secondo quanto afferma Lalli, qualsiasi legge ha un carattere totalitario” ha detto Francesca Izzo, e penso che abbia colto il segno, il problema di fondo è accettare che un sistema giuridico non è illiberale, ma dovrebbe servire a tutelare le parti deboli di una società, coloro che sono più fragili e soggetti sì a coercizione da parte di chi detiene potere economico o di status sociale. Quindi regolamentare non è sbagliato, significa dare un tetto di regole per evitare reati, sopraffazioni di vario tipo, violazioni di diritti umani ecc. Senza si tornerebbe a uno stato di natura, in cui vige il puro istinto. La libertà è più diffusa se ho delle regole certe, un tetto normativo. Le norme sono certamente una limitazione alla mia libertà individuale ma servono a garantire una convivenza civile a tutto il corpo sociale, compresa me. Le leggi devono intervenire (e prevenire) prima che il comportamento di un individuo rischi di danneggiare gli altri, non si può pensare che ciascun individuo si autoregoli da sé, che si generi magicamente una condizione equilibrata tra gli individui.
Lalli a un certo punto richiama John Stuart Mill (che come impostazione è molto distante dalle mie posizioni economiche e politiche) a proposito della libertà, concetto ben più complesso di un semplice “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente l’individuo è sovrano”, spesso citato. Nel suo On Liberty, sempre tenendo presente che si tratta di un liberale di metà Ottocento che si sta riferendo al contesto socio-economico di una Inghilterra alle prese con le turbe della rivoluzione industriale, scrive per esempio anche questo:

All’inizio di questo saggio si era affermato che la libertà dell’individuo in questioni che riguardano lui solo implica una corrispondente libertà per qualsiasi numero di individui di regolare per mutuo consenso questioni che li riguardano nel loro complesso, e non riguardano altri. Questo problema non presenta difficoltà fino a quando la volontà di tutti gli interessati resta immutata; ma poiché potrebbe mutare, spesso essi devono, anche in questioni che riguardano solo loro, contrarre degli impegni reciproci; e in questo caso è generalmente giusto che questi impegni
vengano mantenuti. Tuttavia, questa regola generale ha delle eccezioni, presenti probabilmente nelle leggi di tutti i paesi. Non solo gli individui non sono vincolati da impegni che violino i diritti di terzi, ma talvolta viene considerata ragione sufficiente per esimerli dall’impegno il fatto che sia loro dannoso. Per esempio, in questo e nella maggior parte degli altri paesi civilizzati un impegno per cui una persona si venda, o permetta di essere venduta, come schiavo sarebbe privo di valore legale, e né la legge né l’opinione consentirebbero che fosse rispettato. La ragione per limitare così il potere dell’individuo di disporre volontariamente della propria vita è evidente, e questo caso estremo la mostra con chiarezza. Il motivo per non interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i mezzi di conseguirlo. Ma vendendosi come schiavo, abdica alla sua libertà: rinuncia a ogni suo uso posteriore all’atto di vendersi. Quindi contraddice, con la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente. Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere liberi: non è libertà potersi privare della libertà. Queste ragioni, la cui efficacia è così evidente in questo caso particolare, hanno chiaramente un’applicabilità ben più ampia; tuttavia vengono limitate in ogni campo dalle esigenze della vita, che continuamente richiedono non certo che rinunciamo alla nostra libertà ma che consentiamo a una serie di sue limitazioni. Tuttavia, il principio che richiede l’incondizionata libertà d’azione in tutto ciò che riguarda solo l’agente, implica che due persone che abbiano preso un impegno reciproco e non riguardante terzi siano libere di esimersi vicendevolmente dal rispettarlo; e, indipendentemente da questa esenzione volontaria, probabilmente non esistono contratti o impegni – salvo quelli riguardanti danaro o suoi equivalenti – di cui si possa sostenere che non vi dovrebbe essere alcuna libertà di rescinderli.

 

Per chi sostiene che non siamo in tema “schiavitù”, chiudo con un pezzo di una intervista che ho letto:

Quanto sono state pagate?
ANNA e LAURA: “Circa settemila euro, trentamila tutta l’organizzazione medica”.

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2015/12/09/news/noi_donne_diventate_madri_grazie_all_utero_in_affitto-129137441/

E’ esattamente questo tipo di pratiche che vanno regolate in qualche modo.

La cultura che ancora oggi sostiene che una donna non è completa se non è madre produce questo. Un desiderio e una scelta che possono essere positivi rischiano di diventare enormi e deleteri problemi, diventando “mostri” di aspettative che crescono inconsciamente dentro di noi, generando aspettative non sempre esaudibili. Queste donne sono entrambe vittime (come le madri surrogate di un mercato dei corpi e un’industria che specula sul bisogno) di questi macigni culturali che non abbiamo ancora superato. Il desiderio e la devastazione psicologica prendono il sopravvento, tanto da non avvertire le conseguenze che può generare un desiderio di maternità ad ogni costo. Perché non ci impegniamo a scardinare questi meccanismi che creano un valore distorto dell’essere umano? Rischiamo di essere “schiave” di questa mentalità. Noi donne siamo molto altro, il nostro senso va oltre l’essere o non essere madri, molto oltre, questo concetto piccolo ma grande è in grado di scatenare mille conseguenze positive, liberandoci di una “dipendenza culturale” per cui se non siamo dotate di figli e non rientriamo in una qualche famiglia, non esistiamo e non abbiamo valore e diritti. Pensiamoci un po’..

Ci vogliono fregare, qui gli unici che ci guadagnano sono le cliniche, gli intermediari, l’industria che speculano su queste nostre aspettative.

Forse dovremmo superare una volta per tutte il concetto di femminilità freudiano, per cui la donna  trova la sua realizzazione nella maternità.

 

Per qualche info in più a livello europeo:

Fai clic per accedere a surrogacy_hcch_feminists_english.pdf

http://sverigeskvinnolobby.se/en/project/feminist-no-to-surrogacy-motherhood/

Fai clic per accedere a POLICY-PAPER-SURROGACY-MOTHERHOOD.pdf

http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/summary.do?id=1148523&t=d&l=en

Il prossimo 16 dicembre va in discussione al Parlamento europeo (votazione il 17) la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2014 e sulla politica dell’Unione europea in materia, che al punto 114 affronta proprio il tema della surrogazione:

114 – condanna la pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; ritiene che la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A8-2015-0344&language=IT

 

P.S.

In questo spazio esprimo le mie opinioni, le mie riflessioni ma spesso e volentieri è mia abitudine corroborarle attraverso la ricerca e l’uso di fonti più accreditate. A quanti in questi giorni si sono preoccupati attorno alle reali motivazioni di questa mia attività, rispondo che non è mai stata e non sarà mai mia intenzione lucrare o trarre benefici di alcun tipo sulla pelle delle donne. Questo è uno spazio gratuito e tutte le mie collaborazioni avvengono su questo presupposto. Non vado in giro a propagandare ciò che faccio e i miei prodotti, attività che ad altri piace, ma che non è nelle mie corde. Non aspiro a fare il prezzemolo e vorrei solo che la mia voce non continuasse a essere schiacciata solo perché a volte parlo controcorrente. In un contesto di libera espressione si dovrà sopportare ancora la mia parola, ma nessuno vi impedisce di non leggermi. Piuttosto chiedetevi se dietro personaggi intoccabili del panorama mediatico e culturale italiano non ci possano essere interessi di industrie fiorenti.

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Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

CONTINUA A LEGGERE SU Mammeonline.net 

http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

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It is time for a bit of honesty

IVF

 

Julie Bindel si addentra nel tema della maternità surrogata e rileva alcuni importanti aspetti e lati nascosti di una pratica sempre più diffusa, una frontiera di business internazionale molto appetitosa e che solleva molti dubbi di carattere etico. Non è da sottovalutare anche il rischio di un egoismo perfezionista, al limite dell’eugenetica, che è racchiuso in questo tipo di pratica. Ci sono delle doverose considerazioni da compiere, altrimenti chiuderemo gli occhi davanti a quello che potrebbe rivelarsi una nuova forma di sfruttamento. Ho tradotto questo pezzo, per aggiungere qualche tassello in più. Perché la maternità surrogata comporta delle questioni e delle problematiche che vanno ben al di là della semplice tecnica FIVET.

 

 

Il diritto delle coppie gay di avere figli attraverso i genitori surrogati è sempre più visto come un progresso sulla strada dell’uguaglianza, il trionfo della tolleranza sui pregiudizi. Ecco perché c’è stato tanto clamore, quando gli stilisti italiani Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno chiamato i bambini FIV di Sir Elton John come “sintetici”. Cavalcando l’ondata di indignazione dei suoi fan e chiedendo il boicottaggio dei prodotti di Dolce e Gabbana , la leggenda del pop ha detto: “vergognatevi per il giudizio da voi formulato – un miracolo che ha permesso a tante persone che si amano, sia etero che gay, di realizzare il loro sogno di avere figli”.

Ma questa linea non ha impedito alla scrittrice iconoclasta e femminista Germaine Greer di rinnovare le critiche nei confronti di Elton John e del suo partner David Furnish. In un discorso tenuto questa settimana al Festival letterario Hay, Greer ha avvertito che il concetto stesso di maternità è stato ora “decostruito”, attraverso il processo di fecondazione in vitro, ricorrendo a una maternità surrogata, sottolineando l’assurdità secondo cui Furnish compare come la “madre” sui certificati di nascita dei due ragazzi che ha con John.

Beh, io sono d’accordo con Germaine Greer su questo. Attraverso tutto l’entusiasmo per una presunta uguaglianza, la nostra società non ha affrontato le implicazioni della maternità surrogata commerciale o il lato crudele di questo settore in crescita. Come abbiamo visto nella controversia Dolce e Gabbana, il dibattito innescato è stato inibito da forme di bullismo sentimentale, con i sostenitori della genitorialità surrogata che considerano tale pratica come se fosse una vacca sacra inviolabile.

È tempo per un po’ di onestà. Il boom di maternità surrogate per le coppie gay non è una vittoria per la libertà e l’emancipazione.
Al contrario, esso rappresenta una inquietante apertura verso un brutale sfruttamento di donne che di solito provengono dal mondo in via di sviluppo e sono spesso vittime di pressioni e ricatti o costrette a vendere i loro uteri per soddisfare i capricci egoistici di gay ricchi o occidentali lesbiche. Questa crudeltà è accompagnata da una epica ipocrisia. Persone provenienti da Europa e Stati Uniti che dovrebbero rabbrividire all’idea di coinvolgimento nel traffico di esseri umani o di sesso sono finiti con l’indulgere verso una forma grottesca di “traffico riproduttivo”.

Inoltre, il loro sostegno a questa attività viziosa ha portato alla vergognosa negligenza nei confronti dei bambini abbandonati o vittime di abusi all’interno della Gran Bretagna. Man mano che la maternità surrogata commerciale diventa sempre più di moda,  è sempre più difficile per le autorità trovare famiglie affidatarie o genitori adottivi per le decine di migliaia di bambini che attualmente vivono negli istituti. L’aggravarsi della crisi nella promozione dell’adozione mi riempie di disperazione. Come femminista lesbica, ho fatto una campagna per anni per gay e lesbiche affinché gli fosse consentito di adottare bambini, non solo a causa dei diritti umani fondamentali di avere una famiglia, ma anche per la necessità di dare sicurezza, case amorevoli a bambini vulnerabili.

Ma con l’aumento delle FIVET con genitorialità surrogata si corre il pericolo di rendere l’accettazione in merito all’adozione gay come un successo vuoto. Ora posso accettare che, in determinate circostanze, la maternità surrogata possa essere una scelta positiva, come ad esempio nel caso in cui qualcuno – per pura compassione – accetta di avere un bambino per un caro amico che è sterile e non è in grado di adottare. Ma questo è un accordo privato costruito sulla fiducia reciproca e l’affetto. Ciò che veramente mi fa star male è il commercio, che porta non solo alla miseria e al degrado tra le sue vittime, ma promuove anche una visione narcisistica dei bambini FIV come se fossero prodotti di design.

Purtroppo, questo tipo di “baby farm” sono oggi un grande business internazionale. Non esiste una legge per prevenire la maternità surrogata in Gran Bretagna, ma è illegale pubblicizzarla, come fanno negli Stati Uniti e altrove. Non vi sono accordi privati in merito alla maternità surrogata nei tribunali, il che significa, ad esempio, che una madre surrogata non può essere costretta a consegnare il bambino se cambia idea.

Ma questa mancanza di garanzie giuridiche non ha inibito il commercio. In effetti, la maternità surrogata commerciale sta rapidamente diventando la modalità preferita per le coppie gay di avere figli, tanto che la tendenza è ora conosciuta come la rivoluzione “Gaybe”. Gran parte del mercato è in via di sviluppo, in particolare India, perché i costi sono molto più bassi e la regolamentazione molto più leggera. Negli Stati Uniti, il processo di solito costa circa £ 65.000, ma in India le spese possono partire da £ 15,000. Questa è la ragione principale per cui l’India è diventata nota come la “capitale del mondo affitta-uteri “, sostenendo il settore del “turismo riproduttivo” che è stimato in un valore di oltre £ 300.000.000.000 e offre servizi attraverso una rete di circa 350 cliniche.

La propaganda pro-surrogacy di solito interpreta la madre surrogata come una bianca, bionda, sorridente donna che sta portando in grembo un bambino per fare felice una coppia senza figli. Ma la vera storia è molto meno appetibile rispetto a come la visione razzista e stereotipata suggerisce. Per lo più asiatiche o nere, le donne che forniscono ovuli e uteri per i potenziali genitori possono soffrire terribilmente. Come il recente documentario di Channel 4 “Google bebè” ha rivelato, sono tenute in spazi angusti e sono controllate, perfino per quanto riguarda quando mangiare, bere e dormire. Monitorate come prigioniere, spesso devono astenersi dal sesso o anche dall’uso della bicicletta. Le madri surrogate possono anche essere obbligate a prendere una serie di farmaci come il Lupron, estrogeni e progesterone per contribuire a realizzare la gravidanza, ognuno dei quali può avere effetti collaterali dannosi. Infatti, l’intero processo di riproduzione IVF commerciale può avere un grave impatto sulla salute delle madri surrogate. Gli studi hanno dimostrato che i pericoli per le donne includono cisti ovariche, dolore pelvico cronico, tumori riproduttivi, malattie renali e ictus, mentre le donne che hanno una gravidanza con ovuli provenienti da un’altra donna sono più a rischio di pre-eclampsia e di pressione alta.

Sorprendentemente, niente di tutto questo sembra importare ai clienti desiderosi. Ho intervistato una ricca coppia gay, per i quali l’oppressione è parte del fascino, perché hanno detto che hanno trovato rassicurante che le donne hanno l’obbligo di vivere in una clinica sotto la sorveglianza dei “mediatori” per tutta la gravidanza. In realtà vi è una grande vena di misoginia in tutta questa attività, con le donne trattate come qualcosa di inutile o poco più che macchine riproduttive. Come ha detto Germaine Greer a Hay, tutte le nozioni tradizionali di maternità, anche l’identità femminile, sono state scritte fuori dello script. Mi è stato detto che una coppia gay ha avuto tale disprezzo per il ruolo biologico della madre che hanno anche insistito sul fatto che il loro bambino (per cui avevano pagato) sarebbe dovuto nascere con parto cesareo in modo da non essere contaminato viaggiando attraverso il canale vaginale.

In questo contesto, è sorprendente che molti leader attivisti di sinistra, come l’editorialista del Guardian Owen Jones, vedano la maternità surrogata commerciale come una causa progressista. Ma poi la sinistra spesso perde la sua bussola morale su questioni etiche sessuali come questa. Così, in merito ai diritti dei lavoratori del sesso, chiedono la fine dei controlli sulla prostituzione e sulla pornografia, anche se in realtà tutto ciò significa agevolare forme di degrado, violenza e abuso.

Se i radicali come Owen Jones vogliono sostenere la genitorialità gay, avrebbero fatto meglio a promuovere l’adozione piuttosto che la maternità surrogata. Questo potrebbe essere la causa ispiratrice della sinistra. Esattamente trent’anni anni fa, il Greater London Council ha provocato una tempesta facendo circolare un libro intitolato “Jenny vive con Eric e Martin” di una ragazza allevata da una coppia gay. In definitiva, la polemica ha portato all’introduzione nel 1988 della famosa clausola 28 dal governo Tory, vietando alle autorità locali di diffondere materiale che promuovesse l’omosessualità. Per fortuna, quel tipo di omofobia è sorpassata. Le barriere istituzionali alle famiglie gay sono andate in frantumi.

Ma questo non significa che ora dobbiamo abbracciare il commercio della maternità surrogata IVF. Se le coppie gay vogliono avere dei bambini, perché mai devono proseguire su questa strada di sfruttamento piuttosto che adottare un bambino? La risposta solleva una questione profondamente inquietante sugli atteggiamenti di troppe coppie gay e lesbiche. Ostinati dalla vanità, intrisi di arrogante autostima, vogliono creare un figlio a loro immagine, riscontrando una lista di caratteristiche ideali. Questo tipo di narcisismo ha raggiunto una conclusione logica grottesca nel caso della coppia lesbica americana Sharon Duchesneau e Candy McCullogh, entrambi sordi dalla nascita, che ha riempito i titoli dei giornali nel 2002, quando hanno intrapreso la ricerca di un donatore di sperma congenitamente sordo. Dopo essere state respinte da un certo numero di banche del seme, poi si avvicinarono a un amico che aveva cinque generazioni di sordità nella sua famiglia ed egli stesso era sordo. Ha accettato la loro richiesta, e un bambino sordo è stato messo al mondo.

La decisione di generare deliberatamente un bambino con una disabilità grave è l’emblema più evidente dell’egoismo epico della maternità surrogata che può essere raggiunto. Ma a volte il desiderio di un bambino progettato può muoversi nella direzione opposta, cadendo in una forma di eugenetica nella quale la coppia non ammette spazio per eventuali difetti o idiosincrasie percepite. Questo è accaduto nel vergognoso caso del “Baby Gammy” avvenuto lo scorso anno, in cui una coppia australiana, David e Wendy Farnell, ha lasciato uno dei due bambini gemelli con la sua madre naturale surrogata tailandese, quando si è scoperto che il bambino aveva la sindrome di Down, anche se i Farnells avevano preso con loro la sorella Pipah del bambino per tornare in Australia.

Dopo questo scandalo, la Thailandia ha vietato agli stranieri e alle coppie dello stesso sesso di accedere ai servizi di maternità surrogata. Questo genere di approccio robusto deve essere usato anche altrove se vogliamo lottare contro la cattiva, egoista commercializzazione di uteri e ovuli delle donne. Non c’è nulla di omofobico nel criticare questo vile, commercio squilibrato dove i ricchi sfruttano i corpi dei poveri e disperati. Al contrario, fare questo rappresenta un servizio per l’umanità.

 

Articolo originale: https://www.byline.com/project/3/article/72

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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