Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La pandemia e ciò che per decenni abbiamo buttato sotto il tappeto


Quando anni fa già parlavo di servizi sociosanitari territoriali snaturati, ridotti all’osso, senza personale, senza strumentazione, non sembrava così importante. Quando lamentavo l’assenza di un ecografo in gran parte dei consultori familiari pubblici, mi si rispondeva da parte degli addetti ai lavori che non servivano, che per eco bastava andare in ospedale e poi ritornare al controllo con la ginecologa con i risultati. Intanto, chi aveva i soldi andava dal privato. Intanto proliferavano i consultori privati no-choice.
Quando sostenevo che i pediatri di libera scelta e i medici di medicina generale fossero troppo pieni di assistiti e senza strumentazione per poter fornire un servizio di qualità o anche solo minimamente adeguato alle esigenze della popolazione. Quando eravamo costretti ad andare in P.S. per un problema acuto perché i medici e i pediatri erano fuori orario o giorno di visita. Ci dicevate di non inondare gli ospedali, mentre voi andavate dal medico privato.
Quando per un esame diagnostico aspettavi anche un anno, molti si erano abituati a pagare, chi non poteva si attaccava al tram.
Quando è arrivata la pandemia e alla prima ondata i tamponi erano una chimera, abbiamo sperato che fosse solo un problema temporaneo. Invece con la seconda ondata stiamo registrando la medesima problematica, forse un po’ migliorata, ma intanto i tempi sono biblici e a Milano si tagliano i tamponi dei contatti stretti. Se vuoi/puoi e sei scrupoloso te lo paghi. Quindi no problem come sopra.
Quando fare il vaccino antinfluenzale diventa un percorso ad ostacoli anche per i soggetti fragili, ti viene suggerito che se paghi ti eviti ogni disagio.
Quando anziché chiedere allo Stato forme di welfare per conciliare lavoro-vita privata, continui a scaricare tutto sulle scuole e pretendi di tenerle aperte a tutti i costi anche nel bel mezzo di una pandemia. Quando ne parlavo già anni fa sembrava che farneticassi, che fossi solo una povera sfigata che pativa le conseguenze di una mancanza di sostegni, una pigrona che non era stata capace di trovare una soluzione da sé. Quando dovevamo lottare unite, per strumenti di work-life balance tante donne se ne sono fregate, tanto c’erano le tate, la scuola, i nonni. Ogni anno snobbavate i numeri delle dimissioni volontarie a ridosso della maternità. Mi raccomando, mai lottare per migliorare le cose, meglio continuare così, tanto per cosa l’hanno creata la scuola? Mica per formare ed educare… E poi sai che c’è, lavorassero queste insegnanti privilegiate che fanno 3 mesi di vacanze. Bella mentalità davvero. Complimenti ai genitori che ragionano così.
Ora reclamate il diritto all’istruzione. Ma per favore…!
Quando per anni non abbiamo mai voluto affrontare con forza il problema dell’evasione fiscale, non lamentiamoci del fatto che non ci sono risorse. Questo è il paese dove il cittadino medio è stato abituato ad evadere, chiedere aiuti e bonus anche quando non gli spettavano, dichiarare il falso per avere esenzioni sanitarie e scolastiche. Abbiamo tollerato tutto questo, a molti, troppi è andata bene così.
Quando per anni si tagliava su Sanità e Scuola, chi se ne preoccupava? Eravamo 4 gatti, che se ne accorgevano perché lo pativano sulla propria pelle e perché non potevano assistere indifferenti a questo scempio.
Magari svegliarsi per tempo e imparare che a furia di lasciar correre e mettere pezze, ci rimettiamo tutti, anche coloro che credevano e credono di essere più furbi degli altri.
Lamentarsi senza far nulla per cambiare, perché tanto c’è l’escamotage, l’amico, il parente, posso pagare, “io posso tutto, chissene degli altri” questa è la colpa più grande.

Avvilente assistere a una politica che rincorre e asseconda, unicamente a fini di consenso, i desiderata di una pletora di genitori da sempre notoriamente debolmente preoccupati dell’apprendimento dei figli, ma oggi in prima linea per tenere l’involucro scuola aperto qualsiasi cosa accada. Insegnanti chiamati a gestire stress e problemi quotidiani, una didattica in piena pandemia, tirati di qua e di là dai genitori, obbligati ad assecondare tutto, a subire tutto, a vedere sbriciolarsi diritti, a mettere a rischio la propria salute perché coloro che prendono le decisioni non vogliono trovare alternative, costruire soluzioni diverse e in linea con una emergenza pandemica, con un sistema sanitario in tilt dopo nemmeno due mesi di nuova crescita dei casi.

Ma in coscienza come fate a mandare i vostri figli a scuola in questo periodo, non provate mai preoccupazione, non vi accorgete dei rischi? Al punto in cui siamo, possiamo ancora andare dietro a una parte dei genitori, gli stessi che probabilmente minimizzano o negano i rischi della pandemia o sono disposti a sacrificare vite umane? Perché, anche quando le scuole non sono focolaio, sono un luogo non sicuro quando tutto salta, tracciamento, test, tempi di diagnosi, monitoraggio capillare e periodico (mai avviato). Il peso che hanno le scuole su un sistema sanitario e sui laboratori allo stremo occorre alleggerirlo, tanto non si riesce comunque ad avere frequenza e apprendimento di qualità. Questa non è scuola e occorre fermare l’esperimento partito a settembre al motto “armiamoci e partite”, con studenti e personale scolastico mandati allo sbaraglio senza paracadute, in spazi ed equipaggiamento inadeguati per una pandemia di queste proporzioni. Fermarci è un dovere morale e civico. Altrimenti saremo corresponsabili di morti e sofferenza. E invece di continuare a chiedere ad ogni costo le scuole aperte, iniziate a pretendere cure tempestive e certe, perché il problema vero e concreto che abbiamo è l’alta probabilità di essere abbandonati a noi stessi se ci ammaliamo. Prendere la tachipirina non è la cura, svegliatevi, chi può permetterselo non si accontenta e cerca cure più adeguate. Hanno ripreso a martellare con co-morbilità o questione anagrafica, che incidono di più se non ricevi assistenza tempestiva (un Trump e un Berlusconi lo dimostrano) e deresponsabilizza i più giovani. Logico che se non si interviene ai primi sintomi e si aspetta l’insufficienza respiratoria il decorso non può essere favorevole. Il sistema è saturo. Forse se chi ci governa dicesse questa verità con chiarezza eviteremmo molti starnazzamenti e comportamenti fuori luogo e strafottenti. Dobbiamo pretendere cure tempestive e mirate. Stiamo tornando a marzo. 
Ma molti italiani sono gli stessi di cui parlavo sopra. Disinteressati di tutto finché non traballano le loro scarse certezze e punti di riferimento. Nemmeno ora consapevoli che l’unica cosa che dovrebbero pretendere e per cui dovrebbero lottare è un servizio di assistenza sanitaria territoriale e a domicilio efficace e certa, un potenziamento dello stesso, perché anziché chiedere bonus o fondi a pioggia, occorre chiedere che i finanziamenti vadano in una direzione unica: curare e salvare le persone in questa terribile pandemia. L’unico modo per ridurre dolore, sofferenza, stress, traumi, danni e segni permanenti nella nostra società. Ci sarà poi tempo per il resto: come non dimenticarsi della scuola, investire seriamente su di essa e tornare a considerarla un pilastro fondamentale per il futuro, dando valore agli insegnanti e al lavoro che svolgono.
Impareremo mai la lezione? 
 
Consiglio di lettura: Roncaglia: la scuola del Covid è un incubo e la Dad non è un nemico
 
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La nuova direttiva UE per congedi parentali e worklife balance, per una genitorialità condivisa


Si parla spesso di “rivoluzione” necessaria, di un adeguamento del mondo del lavoro ai cambiamenti nella società e nella cultura, di un modello diverso. Poi ci spiaggiamo davanti a una serie di resistenze.

Leggo qui che secondo una ricerca ADP:

“solamente 1 donna su 3 (33%) dichiara di volere una legge che consenta all’interno della propria azienda la denuncia di disparità salariale, il 48% non sa prendere posizione. (…) Delle quattro generazioni che lavorano, i risultati mostrano che i Millennials si oppongono maggiormente al divario retributivo di genere: poco meno della metà (40%) dei lavoratori tra i 16 e i 34 anni ritiene che la segnalazione del divario retributivo di genere sia necessaria nella propria organizzazione, contro il 24% degli over 55.”

Perché c’è questa riluttanza a prevedere un monitoraggio trasparente su questo gap? Cosa si teme?

L’unico modo per contrastarlo è prevedere una regolamentazione, non basta affidarsi alla buona volontà della singola realtà aziendale.

E poi occorre modificare l’organizzazione del lavoro immaginata, strutturata sulla base delle esigenze di soggetti maschili, che hanno potuto e possono ancora contare sul welfare familiare, con le donne che “naturalmente” assicurano gran parte di tale lavoro gratuito, invisibile. Ma molte cose stanno cambiando e il sistema non funziona più come in passato. Modello di lavoro da rivedere non solo ragionando su monte ore (riflettendo anche sulle effettive esigenze produttive e di produttività) o su salario minimo, perché sappiamo che le discriminazioni di genere, che si acuiscono con l’età, hanno effetti da non lasciare ai margini della discussione.

 

“Non migliora l’inclusione di donne, adolescenti e bambini/e in Italia, più a rischio di esclusione sociale e povertà rispetto ai maschi adulti: mancano infatti cambiamenti positivi sostanziali nell’ambito della violenza di genere e sui minori e resta limitata l’inclusione economica e sociale delle donne. L’Italia, 27° con 57 punti, fa peggio delle principali democrazie europee (Francia 12°, Germania 14°, Gran Bretagna 16°), ma anche di Bulgaria (24°), Repubblica Ceca (19°) e Portogallo (20°), che negli anni passati erano più indietro in classifica. In Europa fanno peggio i Paesi baltici, Cipro, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Romania.

Se per salute e capitale umano ed economico l’Italia continua a beneficiare di una discreta rendita di posizione, non altrettanto si può dire per l’inclusione economica delle donne e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. In 5 anni peggiorano gli indicatori sulla sicurezza ambientale e non migliorano gli indicatori relativi alla violenza di genere e sui bambini.”

 

È quanto emerge dal WeWorld Index 2019. “Solo puntando sulla promozione di politiche sociali indirizzate a favorire l’inclusione economica e politica delle donne, il mantenimento nei percorsi di istruzione dei giovani studenti, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e maggior attenzione alla sostenibilità ambientale, in particolar modo in zone periferiche e svantaggiate, l’Italia può sperare di tornare ai livelli delle principali democrazie europee” conclude il presidente Marco Chiesara.

Insomma, includere le donne e permettere una loro partecipazione attiva, senza relegarle in una dimensione esclusivamente di cura e domestica.

Eppure, continuo a leggere analisi e progettazioni per il mondo del lavoro che sono monche della dimensione di genere, eppure la nostra Costituzione ne parla, ma si perde per strada, nelle maglie di un’analisi “neutra”, senza alcuna declinazione che contempli un fatto innegabile: il gender gap. E allora tutte le politiche del lavoro non possono essere pensate come un abito che può andare bene per tutti/e. Le politiche del lavoro a “taglia unica” purtroppo sono tuttora molto in voga, e tutto sommato si fondano su modelli e ruoli “classici”.

Così ci perdiamo i pezzi e dietro questa dimenticanza volontaria rallentiamo sempre più. Il Wef e il suo Global gender gap report ci vede al 118° posto per partecipazione economica e opportunità.

Insomma, mentre si è intenti a far passare una controriforma in tema di affido e di diritto di famiglia, rendendo più arduo separarsi; mentre in Italia i carichi di cura restano per lo più sbilanciati verso le donne, madri o caregiver familiari, in Europa si tenta di fare qualche passo in avanti e segnare la strada per tutti gli stati membri.

Il 4 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le nuove misure per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita familiare. La direttiva, approvata a larga maggioranza entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Gli Stati membri dovranno conformarsi alle norme entro tre anni.

La nuova normativa stabilisce i requisiti minimi che tutti gli Stati membri dovranno attuare nel tentativo di aumentare le opportunità delle donne nel mercato del lavoro e rafforzare il ruolo del padre, o di un secondo genitore, nella famiglia. Tali norme saranno a beneficio dei bambini e della vita familiare, rispecchiando al contempo più accuratamente i cambiamenti sociali e promuovendo la parità di genere.

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Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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(iStockphoto)

 

Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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La condivisione da sola non basta a fare la conciliazione

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La conciliazione lavoro-vita privata è costituita da una serie di opportunità e di condizioni di contesto (servizi pubblici a prezzi calmierati e accessibili, flessibilità, smart working) che permettono al singolo individuo di avere un buon equilibrio tra i due tempi, tra i due ambiti, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro.

Questo della conciliazione non è un tema che riguarda solo i genitori, ma tocca tutti indistintamente, perché il senso della nostra vita non può coincidere e non deve coincidere con la nostra professione e per avere una vita piacevole e per potersi occupare di altro ci vogliono tempi e meccanismi che lo consentano.

Il lavoro mangia vita è l’ostacolo da superare e l’equilibrio che si dovrebbe perseguire è un sistema che contempli tempi di vita e di lavoro che garantiscano il benessere dell’individuo. Quindi la conciliazione non è solo un affare di mamme e di papà, in pratica di chi è genitore, ma di figli, sorelle, di tutti. Perché con una popolazione che vive sempre più a lungo qualcuno dovrà occuparsi delle nuove età.

La condivisione dei compiti di cura e delle attività da sola non serve a tenere dentro al mercato del lavoro le persone, a garantire una maggiore partecipazione delle donne in particolar modo, su cui ancora oggi pesa la maggior parte dei compiti di cura. Ci può essere condivisione, ma certi tempi (pensiamo ai tempi per raggiungere il lavoro, la mancanza di servizi e la loro distanza da casa e dal lavoro) e certi lavori (pensiamo ai turnisti o a chi lavora senza orari) proprio non coincideranno mai con un equilibrio e con una buona conciliazione. Questo vale per uomini e donne.

Ci sono mamme single, chiediamoci: con chi dovrebbero condividere i loro compiti?
Ci sono mamme che non possono contare nemmeno sull’aiuto dei propri genitori o familiari.

Quindi la condivisione da sola (che implica l’interazione di uno o più soggetti e quindi non è una questione in capo a un solo individuo) non risolve quell’equilibrio vita-lavoro, lo risolve solo se esiste un partner o un familiare o una persona vicina che con te “condivide”. La condivisione rischia di diventare un problema del singolo che deve attrezzarsi con una o più persone e se questo non è possibile il sistema non regge.
Invece, una politica di conciliazione implica un intervento pubblico che riequilibri in maniera diffusa e che assicuri pari opportunità e tutele per tutt*. 

 

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Work life balance

A trip to the beach, 1920

A trip to the beach, 1920

Ritorno sul tema ancora una volta, spinta da questo articolo di Tiziana Canal. Che la work life balance non sia una questione di genere potrebbe avere un senso se in Italia fossimo culturalmente diversi e se i ruoli genitoriali fossero realmente interscambiabili. Ma sappiamo benissimo che non ci siamo proprio.
In un mondo perfetto, anche soluzioni come i nidi sarebbero sufficienti a garantire una buona via per questo bilanciamento. Evidentemente siamo nel mondo reale e quindi dobbiamo fare i conti con le mille variabili esistenti. In un contesto occupazionale difficoltoso, in cui le regole sono sempre più arbitrarie, tendenti alla massimizzazione del margine di profitto, il benessere, i diritti e la conciliazione vanno a farsi benedire. La precarizzazione confermata anche dall’incerto testo del Jobs Act ha un’unica matrice: non si tratta di garanzie, ma di un alleggerimento delle regole, e non basta l’idea di estendere l’indennità di maternità a tutte le categorie di lavoratrici per indorare la pillola.
Si prevede di incentivare gli accordi collettivi per favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività. Questo teoricamente potrebbe essere un aspetto positivo, ma occorre conoscere il nostro sistema produttivo, per capire che la tendenza generale va verso una contrattazione sempre più particolareggiata, one to one, dove la donna (e non solo) è da sola, schiacciata in un gioco con un’unica regola “prendere o lasciare”. Se da un alto con la crisi cresce il part-time, per troppe donne questo resta una chimera. La regola principale è la flessibilità, o meglio la totale disponibilità a lavorare quando, come, dove il tuo padrone desidera. In un contesto simile le probabilità di riuscire a conciliare sono prossime allo zero.
L’abolizione della detrazione per il coniuge a carico e l’introduzione della tax credit quale incentivo al lavoro femminile va a penalizzare chi si fa carico del lavoro di cura familiare, che nella maggior parte dei casi grava sulla donna. In pratica, il lavoro di cura resta a nostro carico e in più veniamo bacchettate.
Se l’obiettivo è lavorare a tutti i costi, ecco che ogni regola e ogni condizione sono lecite. Il tema della conciliazione resta molto femminile, ma questo non è a mio avviso un problema, soprattutto se dietro c’è la libertà di scelta. Mi spiego meglio. Se alle donne fosse data una reale possibilità di scegliere quale equilibrio creare tra vita privata e lavoro, se non ci fosse una discriminazione di genere in molte professioni, se non ci fosse un marchio di pericolosità per tutte le donne in età fertile, se il lavoro di cura fosse considerato come un valore aggiunto per la società anziché come un peso e un flagello per la nostra industria/economia, se accettassimo che ci sono delle peculiarità che fanno delle donne una risorsa di cui tener conto e da sostenere, forse avremmo compiuto qualche passo in avanti. Non dobbiamo negare il ruolo delle donne, che non va assolutamente confuso con quello degli uomini. Il punto debole sinora è stato che alla donna non si è data una reale possibilità di scelta. Finora, chi può (per varie motivazioni di carattere economico o di contesto familiare o lavorativo) è riuscito a conciliare; chi non ha potuto, si è sacrificato e ha accettato la mortificazione, con annessi sensi di colpa inflitti nel caso non riuscisse a mantenere i piatti della bilancia in equilibrio.
Conciliare è quando non sei costretto a soffocare uno dei due aspetti, conciliare è quando non ti senti un impaccio per l’azienda e/o la società se devi dedicarti alla cura familiare, conciliare è non diventare un fantasma per nessuno. Non ricordatevi di noi donne solo per il PIL o per le quote rosa. Noi siamo parte dello scheletro portante di questa società, quanto i maschietti. E se qualcosa non va da questa parte, anche l’altra ne risente. Negare questo è una forma di cecità egoistica.

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