Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Astensioni per maternità. Come vogliono farci credere che sarà meglio per noi.


Ricapitoliamo. Un breve passo indietro, per capire com’era qualche decennio fa e da dove vengono certi diritti.

Ritorniamo a quanto disciplinava la legge 242 del 19 giugno del 1902, Sul lavoro delle donne e dei fanciulli, la cosiddetta legge Carcano: la novità più rilevante riguardava proprio la tutela giuridica della maternità, che prevedeva il congedo di maternità obbligatorio a favore delle madri lavoratrici, che copriva le quattro settimane successive al parto, ovviamente non retribuito. La legge prevedeva un’eccezione a tale diritto, stabilendo che “in via del tutto eccezionale” le puerpere potessero essere impiegate al lavoro anche nel periodo precedente, ma non prima di tre settimane post-partum, da considerarsi come periodo di riposo forzato: perciò il periodo di congedo obbligatorio, effettivamente coperto dalla legge, consisteva in una settimana successiva al parto. Tale disciplina evidenziava la situazione difficile nella quale versavano le madri, tenuto conto che a queste ultime non era assicurata alcuna retribuzione, in quanto la legge taceva su tale punto, né era garantita la conservazione del posto di lavoro ed avevano solo un’alternativa, ossia “affrontare, lavorando, danni certi alla loro salute, oppure col riposo, la fame”, come dichiarò Filippo Turati all’epoca in Parlamento.

Nella legge Carcano del 1902, la salvaguardia delle donne dal lavoro era “essenzialmente diretta a preservare la loro capacità di procreazione. Appare evidente che la donna non era tutelata in quanto soggetto debole durante il periodo di maternità, al fine di preservare le proprie condizioni lavorative, unitamente alla salute, bensì era un individuo da proteggere solo in quanto concepito come uno strumento, un mezzo, per la procreazione. L’accento veniva posto sulla funzione piuttosto che sull’individuo. Veniva tutelata la maternità, non l’essere femminile, ma la donna in quanto madre. Non c’è da stupirsi, in questo periodo la normalità era considerare la donna un essere inferiore, con un unica funzione sociale di madre. Nessuna traccia di un riconoscimento parziale o completo di diritti politici e derivanti dal lavoro produttivo femminile.” (1)

Parziali modifiche arrivarono nel 1907, e con alcune eccezioni, tipo quanto previsto dal R.D. 1 agosto 1907, n. 636, il Testo Unico sulle leggi sanitarie, all’art.82 era prevista: “l’astensione obbligatoria per le mondariso, il quale ricomprendeva il periodo dell’ultimo mese di gravidanza e il primo mese dopo il parto.”

L’istituzione del congedo di maternità rimaneva una forma di tutela puramente formale, soprattutto per l’assenza di retribuzione nel periodo di riposo. Proprio per sostenere economicamente le lavoratrici in congedo, solo nel 1910 vennero istituite le Casse di maternità con la l. 17 luglio 1910, n. 520. Un modo per assicurare una prestazione economica durante il periodo di astensione dal lavoro per maternità; una elargizione dal carattere assistenziale, costituita da una somma predeterminata, comunque non commisurata al salario.

L’avvento del regime fascista chiaramente segnò uno stop significativo in termini di emancipazione femminile, con una convinta azione volta a limitarne l’occupazione, mentre si incentivava le donne a dedicarsi ai compiti di cura familiari, con una funzione femminile in chiave principalmente riproduttiva per assicurare la conservazione della stirpe italica.

Nonostante questo clima, venne varata la legge n. 1347, del 5 luglio del 1934, contenente Disposizioni sulle lavoratrici madri. Tale disciplina prevedeva l’istituto dell’astensione obbligatoria che copriva un periodo intercorrente tra un mese prima della data presunta del parto, fino al termine delle sei settimane successive. (2)

Inoltre, venne garantito il diritto alla conservazione del posto di lavoro durante la gravidanza e il diritto a due periodi di riposo giornalieri per l’allattamento.

“La Costituzione italiana del 1948 segna così una svolta decisiva ed irreversibile, perlomeno in linea di principio, nel processo di liberazione della donna e di parificazione sociale dei due sessi: i costituenti – o per essere più precisi le costituenti 154 – avevano voluto sancire espressamente il diritto delle lavoratrici alla parità di trattamento.” (3)

Con l’articolo 37 la nostra Costituzione promuove il valore sociale della maternità, garantendo una protezione speciale ed adeguata per il bambino e la madre. Ciò comporta che il datore di lavoro non potrebbe esonerarsi dal dovere di collaborare. Oltre a sancire la parità di diritti e di retribuzione, tra la donna lavoratrice e il lavoratore, richiede che siano predisposte quelle condizioni di lavoro che consentano l’adempimento della funzione familiare della madre, la quale viene considerata essenziale.

Si inscrive nel complesso di garanzie riconosciute a beneficio della donna in tema di pari opportunità sul lavoro e di salvaguardia della sua funzione essenziale nella famiglia (artt. 29, 30 Costituzione).

In materia di tutela della maternità, abbiamo assistito a un passaggio da una visione tradizionale di ispirazione protettiva in cui la donna merita tutela per la sua funzione strumentale e l’entità economica è basata sul lavoro maschile, a una impostazione che considera le specifiche esigenze e condizioni delle lavoratrici, come donne e come madri. Le linee guida presenti nella nostra Costituzione conducono ad una legislazione dal carattere protettivo, ma la definizione di specifiche tutele è, o almeno dovrebbe, anche se nella realtà spesso accade il contrario, essere predisposta al fine di rendere compatibili il lavoro e lo stato di gravidanza e puerperio, così da rendere possibile la coesistenza della funzione familiare e della condizione lavorativa.

“Il soggetto femminile viene configurato come “soggetto debole” (del rapporto di lavoro) ed, in quanto tale, da tutelare mediante la previsione di apposite misure. La tutela dei “soggetti deboli” rappresenta un’esplicazione dell’istanza solidaristica che connota il cosiddetto Stato sociale. In tale contesto, il concetto di solidarietà deve intendersi “come «partecipazione» ed «impegno» nei confronti di un «soggetto debole», e quindi come esplicazione del principio personalista, nella misura in cui la «partecipazione» e l’«impegno» si traducono nella rimozione degli ostacoli che impediscono (o, quanto meno, mettono a repentaglio) il pieno sviluppo della persona umana.” (4)

Tale concezione trova sostegno nella stessa denominazione utilizzata nella legge del 26 agosto 1950, n. 860 la quale dettava norme proprio in materia di tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri.

I principi di carattere solidaristico del welfare hanno portato a tutelare la donna, dapprima in quanto soggetto debole, per il valore sociale della maternità, e in una seconda fase, anche per il suo contributo professionale (per cui viene previsto anche il divieto di licenziamento ai fini del mantenimento del posto di lavoro).

Con la legge n. 7 del 1963 venne previsto che il licenziamento a causa di matrimonio fosse nullo. Inoltre, viene stabilita la mutualizzazione degli oneri sociali previsti per la gravidanza ed il puerperio. Il tema della tutela della maternità vive un’accelerazione negli anni ’70, con il movimento delle donne. Viene adottata la legge 1204/71 sulla tutela delle lavoratrici madri (abrogata dal successivo DL 26 marzo 2001, n. 151, Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53). La legge del 1971 stabilisce il divieto di licenziamento della lavoratrice madre (articolo 2); il divieto di adibire le lavoratrici durante il periodo di gestazione e fino a sette mesi dopo il parto al trasporto e al sollevamento di pesi, nonché ai lavori pericolosi, faticosi ed insalubri (articolo 3); il periodo di astensione obbligatoria comprendente i due mesi precedenti la data presunta del parto sino ai tre mesi dopo il parto (articolo 4). All’art 15 si disciplinava la retribuzione nei periodi di astensione obbligatoria e facoltativa.

Con la Legge 903, del 9 dicembre 1977 è stata sancita la parità uomo-donna nel rapporto di lavoro, tenendo in considerazione le peculiari difficoltà relative all’occupazione femminile e al suo inserimento nel mercato del lavoro. Estese con l’art. 6 l’astensione obbligatoria dal lavoro di cui all’art. 4, lett. c), della L. n. 1204/1971 (e il trattamento economico relativo), anche alle lavoratrici che abbiano adottato bambini, o che li abbiano ottenuti in affidamento preadottivo. La norma è stata successivamente modificata alla legge 8 marzo 2000, n. 53, che ha introdotto per la prima volta la fruizione del congedo parentale maschile. La materia è stata infine raccolta nel d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53”). Con il d.lgs. n.80/2015, in attuazione del Jobs Act, ha apportato ulteriori modifiche alla disciplina dei congedi parentali, con novità anche per i lavoratori e le lavoratrici autonomi/e.

Un lungo cammino non c’è che dire, prima di vedere sanciti tutti questi diritti.

Ed oggi? Una donna in gravidanza potrà scegliere se lavorare fino al giorno del parto, con il benestare del medico, e stare con il bambino o la bambina per cinque mesi dopo la nascita: una delle novità presenti della manovra per il 2019, che riguardano la famiglia, approvate in commissione Bilancio della Camera.

Ho pensato a lungo su questa forma di ulteriore flessibilità. Sulla carta potrebbe avere un senso, potrebbe dare alle lavoratrici un margine di scelta, lavorando sino all’ultimo se possibile, ammesso poi che le cose siano così predeterminabili. Da capire altresì come gestire eventuali imprevisti, anticipi, cambiamenti dell’ultimo momento, perché sappiamo che le date valgono fino a un certo punto. Anche in termini di organizzazione aziendale. Ma questo è solo uno degli aspetti. Penso invece che sarà forte la pressione sulle donne in gravidanza da parte dei datori di lavoro. Sì certo ci deve essere un certificato medico che attesti le condizioni compatibili con il lavoro. Sì è vero che dipende da lavoro e lavoro. Ma il congedo obbligatorio prima del parto era una tutela, qualcosa che garantiva la possibilità di prepararsi e di organizzarsi, tutelando soprattutto la donna (e il nascituro, non dimentichiamocene), da stress, carichi da lavoro che spesso non si avvertono ma ci sono. Un diritto che garantiva le donne da eventuali abusi e sollecitazioni a “rinunciare” a una protezione, che spettava di diritto e poteva semplicemente subire piccole variazioni (2 mesi prima della data presunta del parto, ovvero 1 mese prima della data presunta del parto, se l’interessata si avvale della facoltà di fruire della flessibilità del congedo di maternità, alcuni cambiamenti qui). Come ben vediamo si sta man mano assottigliando il diritto a beneficio di una flessibilità che non si sa quanto sia un reale beneficio.

Certo è un’opzione che viene ora permessa alle donne, ma quanto resterà tale, una scelta libera da vincoli e da ricatti? Quanto subordinerà futuri rinnovi contrattuali o condizioni in azienda dopo la nascita del figlio? Quanto sarà l’ennesimo grimaldello nelle mani dei datori di lavoro? Quanto verranno assicurate davvero la salute e il benessere delle donne e dei nascituri? Si tratta del solito mito che anche noi donne spesso ci infliggiamo, l’idea di poter, dover far tutto, come se certe differenze non sussistessero nella realtà. Come se il nostro corpo fosse separato dal resto, atto a produrre e riprodurre. Che poi tutto questo a fronte della previsione di soli 5 giorni di congedo obbligatorio di paternità. I figli sono ancora quasi totalmente un affare da donne, con buona pace di una condivisione della genitorialità, che però, guarda caso, per questo governo diventa una priorità con il ddl Pillon.

Altro che parità di opportunità, in fondo in fondo ci stanno solo convincendo che i due mesi di astensione obbligatoria prima del parto non erano poi tanto una cosa buona per noi, ma qualcosa di superfluo, un privilegio che magari in futuro potrà essere del tutto rimosso. Ci convinceranno che è giusto così, magari arriveremo anche a ringraziare. Il datore di lavoro probabilmente solleciterà il nostro ‘buon senso’ e di ponderare bene una scelta che ci potrebbe causare ripercussioni sul dopo… d’altronde penso che in piccole realtà già accada qualcosa di simile, formalmente si è in congedo obbligatorio ma poi si continua a lavorare perché altrimenti si rischia il posto. Siccome le donne con lavoro dipendente non hanno spesso margini di scelta autonomi, protezioni, potrebbero fioccare “certificazioni” ad hoc, con al macero tutte le opportunità reali e i diritti tanto faticosamente conquistati. Spero di sbagliarmi e di essere smentita dai fatti, ho solo il timore che dovremo combattere contro l’ennesima discriminazione e pressione lavorativa.

Tanto che ce ne facciamo dei diritti? Una sorta di deresponsabilizzazione dello Stato e a sua volta del datore di lavoro che scarica sulle spalle della donna la decisione, più o meno libera, perché si sa che non c’è garanzia, né si può vigilare efficacemente e capillarmente su cosa accade nella realtà di ciascuna azienda. Una sorta di passaggio di rimessa del welfare state, come se tutto si riducesse all’individuo, al singolo, che si assume tutti i rischi, gli oneri di ciò che decide. Tanto se le cose non vanno bene, ciascuno potrà solo dare la colpa a se stesso, che non ce la fa, che non è in grado di adattarsi e di avere successo. Trasposto nell’ambito femminile, il meccanismo non cambia, ciascuna guarda il “suo”, l’orticello, la sua esperienza e pretende di darle valenza generale. Chi non ce la fa è una sfigata ed è colpa sua se non regge l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Ci troviamo di fronte a una legge, l’ennesima, per far contenti i datori di lavoro e fingere di andare incontro alle esigenze delle donne. Le leggi devono tutelare tutte le donne da eventuali abusi o evidenti differenziali di potere, che tuttora sussistono e che spesso non siamo nemmeno in grado di riconoscere. Ce ne accorgiamo spesso quando ormai tutto è compiuto e ci hanno fregato sotto tutti i punti di vista, magari anche con il nostro benestare, inficiato da un mantra che ci fa credere che sia un miglioramento quando non lo è.. Nell’ordine dello stato neoliberista, tra poco torneremo alla normativa del 1902. Perché la vera domanda da porsi è in quale quadro e prospettiva economica si muove questo tipo di riforme. Si tratta di affievolire lentamente i diritti e le garanzie, fino a farle percepire come inutili orpelli di un tempo passato, anacronistici rimasugli di un mondo che non c’è più, pertanto rimovibili facilmente, consapevoli della debolezza di una ipotetica resistenza in tal guisa. È già successo ad altre conquiste, si pensi allo svuotamento dello Statuto dei Lavoratori. Una lenta e costante preparazione di un contesto giuslavoristico flessibile, fluido e appetibile per eventuali investimenti stranieri, un lento e quasi impercettibile appropinquarsi di un diverso stato di diritto, dove siamo sempre un po’ più soli, monadi senza più consapevolezza e coscienza, ottimi oggetti subordinati di una economia neo-neo-liberista che tutto può e tutto avvolge. Tanto da non farci percepire più alcun dolore o nostalgia di alcuni diritti, anzi facendoci abbracciare soluzioni che speravamo largamente superate. Non siamo più abituati a mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, su questo contano.

Vi invito a leggere le riflessioni di Donatella Caione qui. Un estratto particolarmente efficace e preciso del problema che ci attanaglia.

“Ma desidero ritornare al concetto che i diritti da difendere non si misurano sulla propria pelle. Le battaglie si fanno per i diritti di tutte. Ottenere l’astensione obbligatoria prima del parto è stato un diritto conquistato anche grazie al fatto che c’erano donne che partorivano nei campi o nelle fabbriche. Il principio dell’astensione obbligatoria prima del parto è un principio fondamentale che sancisce una tutela della madre e del nascituro. Dire che si può rinunciarvi se si è in una condizione privilegiata di lavoro non molto usurante è pericoloso perché apre la strada a mettere in discussione il diritto. Perché se oggi va bene a te poi domani può dover andar bene a tizia o a caia. I diritti si difendono, in modo solidale. Non saremmo andate avanti se ognuna avesse pensato solo a quello che fa comodo a se stessa o alla piccola categoria di cui fa parte. E il fatto che non sia usurante per tizia non vuol dire che non lo sia per caia. Io non voglio che si metta in discussione un diritto. La storia degli ultimi decenni ci insegna come soprattutto per le donne sia facile tornare indietro e perderli i diritti. L’astensione obbligatoria prima del parto è un diritto e rinunciarvi perché si è in una situazione facilitata che lo consente è una di quelle classiche modalità del tipo “penso ai cavoli miei”. Lottiamo invece insieme perché si aumenti l’astensione post parto, lottiamo perché le autonome abbiano pari diritti delle dipendenti. Ma insieme, non ognuna per i cavoli suoi e per i suoi interessi. Lottiamo contro le dimissioni in bianco, lottiamo per una vera tutela della maternità e cerchiamo di non compiacerci di questi giochetti del tipo “io posso lavorare e lo faccio perché preferisco godermi mio figlio dopo e magari risparmiare la baby sitter per un mese”. Si chiama solidarietà femminile, si chiama sorellanza , è quella che ha spinto le donne che negli anni Settanta ci hanno fatto conquistare i diritti di cui godiamo… o meglio godevamo, perché ormai li stiamo perdendo tutti uno dopo l’altro.”

 

(1) PUCCINI SANDRA, Condizione della donna e questione femminile (1892-1922), in Problemi del socialismo, n. 4, 1976, p. 17.

Si veda anche BEBEL AUGUST, La donna e il socialismo, traduzione di FEDERICI F., Milano-Palermo-Napoli, 1905, p. 397.

(2) VITALI FRANCESCA, I luoghi della partecipazione. Una ricerca su donne, lavoro e politica, Milano, 2009, p. 103.

(3) MORELLO MARIA, La maternità al centro delle prime forme di tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici.

(4) BELLOCCI MARIO, PASSAGLIA PAOLO, La tutela dei «soggetti deboli» come esplicazione dell’istanza solidaristica nella giurisprudenza costituzionale, in http://www.cortecostituzionale.it/, 2006.

 

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Di voucher in bonus bebè

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Siamo tra i Paesi in cui si lavora per più ore al giorno e dove gli straordinari sono una costante. Va da sé che le donne sono le più penalizzate, ma il problema non è solo femminile: avere dei padri assenti non è il massimo, e il fatto che ad oggi il congedo per i padri ammonta solo a due giorni è un palese segnale di uno squilibrio.

Se è vero che un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porterebbe notevoli benefici in termini di PIL, allora sarebbe utile capirne a fondo tutti i vantaggi. Come in un circolo virtuoso, laddove le donne in età fertile lavorano, si ottiene maggior ricchezza/benessere/sicurezza, con una maggiore propensione a mettere al mondo più figli. Questo dovrebbe portare (in un Paese sano) a sviluppare la domanda di beni e servizi, con conseguente aumento di occupazione e di PIL.

Finora, si è scelto di delegare la conciliazione lavoro-vita privata al faidate: si organizzi chi può, come meglio crede. In pratica si è scelto un liberismo del welfare familiare, con servizi a macchia di leopardo e che nulla fanno per portare avanti un processo di condivisione dei compiti di cura.

 

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Onore alle donne?

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

“Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta”. Così si esprimeva il presidente della Repubblica alla vigilia dell’8 marzo 2015. Alla fine dell’anno rende omaggio a tutte le donne, a quelle che con il loro esempio positivo possono ispirare tutti gli italiani, e cita Solesin, Cristoforetti e Gianotti e la campionessa paralimpica Nicole Orlando. “Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane. Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Tanto onore e tante parole, ma pochi fatti concreti. Soprattutto, ancora una volta rischiamo di essere usate e di finire nel tritacarne di cerimonie e carriere di vario tipo.

Allora, per iniziare l’anno ho scritto una bella lista di punti aperti, che possono anche essere degli appunti di viaggio.

 

Punto primo: meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Non me ne frega niente di caste, albi, evasori, truffatori, girocontisti sportivi, i soldi per queste politiche si possono trovare se lo si desidera.

Cosa ne pensano politici/politiche, candidati/e e aspiranti amministratori/amministratrici locali e nazionali del lavoro di cura? Così, tanto per capire di cosa stiamo parlando, perché di essere un dorato, insostituibile e inestimabile welfare sostitutivo ci siamo anche un po’ rotte. Vorremmo con piacere essere sostituite, o quanto meno vedere che si è compreso come il carico vada ripartito equamente con l’altra metà del cielo plumbeo italiano.

 

Punto secondo: iniziamo a fare sul serio con le Pari opportunità e con i diritti delle donne. Torno a chiedere un Ministero in carne, ossa e portafoglio. Altre soluzioni sono chiaramente inadeguate e non percorribili. Ora basta altre attese. Ci piacerebbe anche che la ex consigliera per le pari opportunità del presidente del consiglio o il dipartimento, insomma qualcuno, tracciasse un bilancio del 2015 sulle pari opportunità, sui diritti delle donne, parlandoci anche di progetti in corso se ce ne sono. Non penso sia impossibile riunire tutte le informazioni che riguardano la vita delle donne. Ci piacerebbe inoltre sapere le ricadute pratiche di bonus e di altri interventi normativi ad hoc presenti per esempio nel jobsact, non da ultimo sarebbe utile relazionare (da parte delle istituzioni) su come siamo messi in merito ai fondi antiviolenza. Questo sarebbe un bel segnale di trasparenza e di comunicazione efficace, altrimenti ci riduciamo a meri spot, notizie flash che vengono presto messe sotto il tappeto e di cui nessuno più si occupa.

 

Punto terzo: cosa ci raccontate della legge di stabilità e quali sorprese in termini di tagli e non solo, ci dovremo aspettare sulla pelle delle donne?

Da quanto leggo sulla legge di stabilità, queste sono le somme da corrispondere alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le politiche delle pari opportunità nel triennio 2016-2018: 2.823; 2.823; 2.823.

 

Punto quarto: cosa si dice sul versante del piano nazionale antitratta? Questa l’unica traccia nella legge di stabilità:

comma 417. Per lo svolgimento delle azioni e degli interventi connessi alla realizzazione del programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18, comma 3-bis, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, attuativo del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, di cui all’articolo 13, comma 2-bis, della legge 11 ago-sto 2003, n. 228, nonché per la realizzazione delle correlate azioni di supporto e di sistema da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, è destinata al bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri una somma pari a 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018.

 

Punto quinto: ci auguriamo il più elevato grado di collaborazione, integrazione e lavoro sinergico tra le varie parti, al fine di definire le linee guida del Percorso di tutela delle vittime di violenza. A noi il compito di vigilare, come sempre, usando sempre la nostra testa.

comma 790. In attuazione dei princìpi di cui alla direttiva 29/2012/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, in attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, nonché in attuazione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, è istituito, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, un percorso di protezione denominato «Percorso di tutela delle vittime di violenza», con la finalità di tutelare le persone vulnerabili vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o atti persecutori (stalking). All’istituzione del Percorso di tutela delle vittime di violenza si provvede con le risorse finanziarie, umane e strumentali previste a legislazione vigente (che vuol dire che nessun nuovo stanziamento è previsto per l’attuazione di questo percorso, ndr).

comma 791. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della giustizia, della salute e del-l’interno, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza, di cui al comma 790, anche in raccordo con le previsioni del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

Ricordiamoci che la violenza contro le donne, in qualunque forma sia esercitata, non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società. Non è più derubricabile a cronaca o a fatto accidentale.

Ci fa piacere che in Italia, la giustizia sappia darci anche dei segnali positivi (fonte):

“Quasi trent’anni di matrimonio, assai difficili per la donna. Poi lei prende coraggio e sceglie la strada della separazione. Violenta la reazione del marito. Ma gli episodi verificatisi negli ultimi mesi del rapporto sono valutabili come l’ennesima testimonianza della vita da incubo della donna. Ciò rende comprensibile la condanna dell’uomo per il reato di “maltrattamenti”. Irrilevante il fatto che la moglie abbia tollerato per anni (Cassazione, sentenza 47209/15).”

Punto sesto: i temi delle donne non devono essere strumentalizzati, ripeto: astenersi è meglio, si legge lontano un miglio quanto non se ne capisca un’acca. Fa male alle vostre campagne, di qualsiasi tipo esse siano.

Sempre in tema di capacità di capire e rappresentare il contesto. Articoli come questo mi dimostrano quanto lontan* siamo dal comprendere la realtà quotidiana della stragrande maggioranza delle donne. La rappresentazione è sempre la stessa, tutto è possibile se lo si desidera, ma non si coglie mai la verità che sta dietro, dentro una quotidianità difficile, dietro i tasselli che non vanno a posto nemmeno con tanto impegno e volontà. Lo dico qui per tutte le donne che non hanno alcun aiuto, che si trovano ad affrontare da sole e senza soldi e senza status sociale maternità, lavoro, malattie e discriminazioni di ogni tipo. La vita senza paracaduti è una serie di ostacoli e di sconfitte, un adattarsi continuo a nuove e inaspettate tegole. Le rinunce non sono solo i momenti per sé, sono quelle che segnano la vita ben più nel profondo. E quante di noi possono permettersi l’aiuto di una ragazza belga? Lo chiedo perché questo fa la differenza, la differenza tra resistere o tagliare con la carriera (o più comunemente con un modestissimo impiego). Chi di noi può permettersi la badante h24 per un familiare malato? Forse sarebbe il caso di pubblicare a quanto ammonta una busta paga media per una donna, spesso costretta a part-time, spesso precaria e con una busta paga non sempre certa. Chissà perché non facciamo più figli, chissà perché tante donne non possono permettersi una indipendenza totale ed effettiva dal proprio nucleo familiare originario e restano in casa con i genitori. Potete capirlo veramente solo se avete provato a vivere con un salario da fame, non sempre certo, in aziende che ritardano le retribuzioni o saltano le mensilità. Durante questa crisi le donne hanno “tenuto” maggiormente in termini lavorativi, unicamente in virtù della maggior appetibilità dei loro salari più bassi rispetto a quelli degli uomini. Il sistema continua a reggersi non solo sul welfare delle donne, ma su quello dei nonni che si fanno welfare generazionale. Quando questo ombrello (che non tutti hanno) si assottiglierà fino a scomparire, avremo di fronte un muro che ci imporra scelte radicali.

“La ricchezza media dei neo trentenni oggi è circa la metà dei trentenni di ieri.” scrive nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini (QUI una recensione). Questo dato avrà le stesse ricadute del pay gap uomo-donna, semmai andremo in pensione. Visione vuol dire creare condizioni di vita dignitosa per il futuro. Visione è la qualità fondamentale per la politica, visione significa non lasciare indietro nessuno non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, al di là delle scadenze elettorali. Leggete i dati delle immatricolazioni all’università e scoprirete che stiamo tornando indietro, che l’ascensore sociale si è fermato, e non si sa se ripartirà. Il nostro Paese non è composto solo da coloro che possono permettersi un’istruzione d’eccellenza. Il nostro Paese è composto da ragazzi in gamba che però non sempre hanno il pedigree per emergere, che restano indietro ancora per questioni di censo, perché non possono permettersi di aspettare dieci anni o più la giusta collocazione, devono iniziare a lavorare per mantenersi, le occasioni si assottigliano e ci si deve adattare.

In un Paese in cui non c’è altro, in cui l’attenzione per le donne è intermittente, esibita in modo finto e strumentale, mi aspetto che il racconto delle donne al lavoro sia ben diverso, perché altrimenti non ci sveglieremo mai dall’indifferenza con cui le nostre vite vengono “rappresentate”. La forbice sociale e i gap di genere si superano solo se si conosce bene la realtà. La favola del faidate ci ha stancate e ci ha umiliate per troppo tempo. Per il 2016 mi aspetto una rappresentazione più completa. A volte i “non ce l’ho fatta” ci raccontano più cose delle storie di successo. Perché alla fine i dati sono questi:

Istat

A volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani.

Il rispetto parte anche dalla sincerità e da un racconto più autentico e vicino alle esistenze reali delle donne.

Il rispetto perché noi donne non siamo strumenti, suppellettili, oggetti, ma esseri umani.

Punto settimo: perché non pensare a una rete di servizi integrati territoriali studiata per noi donne, per fare prevenzione, formazione, informazione, supporto con un approccio di genere su discriminazioni, violenza, contraccezione e vita sessuale ecc.? Immagino un lavoro per restaurare i consultori e renderli di nuovo punti di riferimento e di incontro/scambio.

 

Mi scuso se torno sempre sugli stessi punti, ma lo faccio nella speranza che qualcosa accada.

 

Letture consigliate:

  • Come cambia la vita delle donne 2004-2014 (Fonte Istat) QUI
  • L’intervista Simone Oggionni, che parla del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Si respira aria gramsciana e la sottoscritta non può che apprezzare.

 

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Smart, ma non sempre

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Parliamo di conciliazione e welfare aziendale, secondo l’ultimo rapporto ISTAT 2015. Fa bene questo articolo pubblicato su InGenere (QUI) a sottolineare che le “misure di “welfare o responsabilità sociale d’impresa” maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione”.
Uno stato che si ritira e riduce la sua azione propulsiva nel determinare miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini, in pratica genera una situazione a macchia di leopardo, con sacche in cui diritti e servizi sono chimere. Pensare che il sistema imprenditoriale italiano, per com’è strutturato, si autoregoli e ottimizzi non solo il suo interesse primario, ma anche il benessere della sua forza lavoro, è chiaramente utopistico. L’intervento statale, che oggi, in un clima sempre più liberista, per molti rappresenta una prassi orribile, è invece l’unico modo per colmare quelle distanze geografiche, quelle differenze che rappresentano un macigno per il nostro Paese. Non si può concepire che ci siano lavoratori agevolati, per cui è facile accedere a misure di conciliazione, e altri che hanno un’unica scelta: abbandonare il lavoro o fare i salti mortali, investendo i propri stipendi in “servizi privati”. Abbiamo imprese che non riescono nemmeno a pensare, immaginare (o lo considerano un inutile dispendio di energie) di poter riorganizzare il proprio lavoro in termini di flessibilità oraria e di formule più smart. Tanto, se un dipendente molla, c’è un mucchio di persone che aspettano di entrare a condizioni sempre peggiori. Quando qualcuno di noi accetta di lavorare senza limiti di orario, sacrificando la propria vita privata sull’altare del lavoro a ogni costo, consente di considerare normale lavorare senza regole. Se ognuno di noi ragionasse in termini collettivi e non egoisticamente, certe forme di sfruttamento legalizzato, considerato inevitabile, non lo sarebbero più, perché accettare tutto pur di lavorare e di avere incentivi non ha senso, è tutto fuorché normale. Arriverà un momento della propria vita in cui tutto questo “sì totalizzante” al capo non sarà più possibile garantirlo, ci saranno fattori personali o esterni che ci porteranno a rivalutare priorità e cose essenziali. Allora ci sembrerà assurdo piegarci e accettare l’assenza di regole sul lavoro. Quando avremo bisogno di equilibrio lavoro-vita privata, allora ci troveremo davanti a un muro o a un bivio, ci accorgeremo che ciò che abbiamo concesso non ci verrà riconosciuto, quasi mai. Anzi, scopriremo la realtà a cui da tempo le donne sono soggette. E non sono quelle “debolucce” (come molti le etichettano) che non ce la fanno, sono donne comuni, reali, che a un certo punto si sentono dire di essere un peso per l’azienda , solo perché hanno fatto un figlio. Le cose cambiano, inevitabilmente, ma proprio perché prima della maternità abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo consentito ogni cosa, abbiamo accettato ogni sacrificio. Alcuni capi hanno paura di questo, di non avere più la schiava, che dirà sempre “va bene”, lavorando anche 12 ore, weekend compresi. Non è rendendoci indispensabili zerbini, utilizzabili all’occorrenza e ad oltranza, che ci garantiremo comprensione nei momenti di necessità o nei quali qualcosa nella nostra vita cambierà. Non ci sarà nessun aiuto, ci verrà chiesto di scegliere, altrimenti la porta è aperta, facendoci sentire responsabili in toto della nostra non scelta.
Per cui, senza un’azione di riequilibrio e di incentivo centrale, non cambierà assolutamente niente. Anzi, si creeranno sempre nuove discriminazioni, tanto c’è chi sarà disposto a rinunciare ai diritti in cambio delle briciole, salvo pentirsene quando si troverà a sua volta a dover far fronte ai problemi. Certo sarebbe bello un impegno congiunto imprese-stato, ma se si lascia libertà di scelta su come e se applicare modelli virtuosi, il rischio è che solo pochi lavoratori abbiano condizioni di lavoro decenti e vantaggiose. Che senso ha un’impresa che si impegna nel sociale, nella solidarietà e in progetti a favore della società, ma poi mette alla porta i suoi dipendenti, li costringe a orari massacranti, nega qualsiasi forma di conciliazione lavoro-vita privata? Questa è l’incongruenza, mi comporto bene fuori, faccio vedere quanto sono bravo e sensibile, poi però con i miei dipendenti non mi schiodo e non sono disposto a cedere di un millimetro. Perché questa è la policy. Non accontentiamoci di progetti e di storie virtuose, chiediamo che vi siano le stesse possibilità per tutti. Oppure continueranno a non mettersi la mano sulla coscienza nemmeno davanti a una malattia o alla necessità di seguire un familiare malato. Svegliamoci e cerchiamo soluzioni che valgano per tutti, da Nord a Sud, indipendentemente dal comparto. Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese.

 

Intanto, la Regione Lazio ha deciso di stanziare duecentomila euro per favorire le strategie di conciliazione all’interno delle aziende. Un bando che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti di imprese e piccole e medie imprese. Tempo fino al 5 giugno (QUI la notizia su InGenere).

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Idee di donne nella crisi

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Qualche giorno fa avevo letto un articolo di Giovanna Badalassi sul mensile Noi Donne (qui), in merito a welfare, donne e lavoro‬.
Il testo ci sprona a leggere il reale contingente, i dati, i fenomeni, senza necessariamente passare per soluzioni e chiavi di lettura del passato, da non rinnegare a priori, ma da re-inventare. È un invito a cambiare l’approccio nelle politiche, per un nuovo saper fare politica. Solo un lavoro a 360° che includa diverse chiavi di lettura, ci può aiutare a leggere la complessità dei fenomeni sociali ed economici contemporanei.

“Lo sviluppo degli avvenimenti impone che le donne si impegnino su politiche a tutto campo, che ragionino anche di economia, sviluppo economico, di innovazione, politiche industriali, ambiente, contribuendo alla ricostruzione del benessere per tutti.”

L’impegno a cui siamo chiamate noi donne è un’attività che non collima con la semplice “presa del potere” fine a se stesso, bensì implica la messa in campo capacità nuove e sgombre da questioni di accaparramento di posizioni istituzionali e di potere. Ciò che è urgente è ben altro. È il nostro saper mettere in rete le idee e le soluzioni innovative e il nostro saper far rete.

“Capire, ad esempio, la portata e l’importanza di leggere l’economia e i conti pubblici in ottica di genere, avere le competenze per farlo ed elaborare proposte e politiche conseguenti. Saper leggere in ottica di genere un piano regolatore comunale, l’impatto occupazionale dei piani delle grandi opere e dei lavori pubblici, le scelte di politica fiscale, industriale e ambientale”.

Palese che non ci siano più risorse da investire e che non si possa contare su aumenti di spesa. Forse occorrerebbe ripensare a strategie e soluzioni, che non vadano a discriminare o a penalizzare nessuno, ma che sappiano guardare in faccia la realtà.

“il dato tutto italiano è l’abbandono del lavoro delle mamme alla nascita del primo figlio: lo fa quasi un terzo delle donne occupate, secondo i dati diffusi dall’Istat e dall’Isfol”.

Questo un punto cruciale, che ripeto non viene risolto con più nidi (questo è solo un pannicello caldo adoperato dai politici quando fanno i loro monologhi e show elettorali), ma con una seria e democratica (non solo per i soliti fortunati) flessibilità lavorativa, declinata al maschile e al femminile. Una rivoluzione culturale e mentale nel rapporto tra lavoratori e lavoratrici e datori di lavoro. Finora si è contato troppo e quasi esclusivamente su nonni e tate. Ma essere genitori dovrebbe essere una cosa diversa.
Se il lavoro, come mi ha detto di recente una mia coetanea, è come l’aria, forse sarebbe anche giunto il momento di rendere quest’aria più respirabile, per uomini e donne, per non trovarci impaludate sempre nel medesimo “equivoco” (per non dire gabbia) per cui sono le donne che si devono assumere da sole i compiti di gestione di casa, famiglia e figli. Forse sarebbe anche giunto il momento di ragionare su quale sia il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata, e di cosa ne rimane di quest’ultima. Noi donne, al pari degli uomini, abbiamo finito con l’investire tutto il nostro essere nel lavoro, dandogli un valore smisurato e inconsapevolmente ne siamo divenuti strumenti, defraudati del senso della misura. Pensavamo di ricavare dei benefici immediati e tangibili dalla nostra partecipazione al lavoro. Forse per un periodo  stato davvero così. Oggi possiamo affermare che è stato totalmente un successo? E se non lo è stato, cosa non ha girato nel verso giusto?
Se poi il lavoro scarseggia, non si può parlare e martellare a vanvera, facendo passare le donne come un mucchio di svogliate scansafatiche. Nessun incentivo tiene se c’è poco lavoro e i servizi sono rari o inesistenti. Il non lavoro ha molti perché, forse chi ha il compito di fare le leggi dovrebbe informarsi a riguardo, senza procedere per pregiudizi.
Infine, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare dei decreti attuativi del Jobs Act (qui un articolo su La Voce):

“Se nel complesso sono indicazioni positive a sostegno della maternità e del lavoro delle donne, restano aperti due aspetti. Il primo è che per ora si tratta di una delega e solo i decreti attuativi stabiliranno se gli obiettivi si tradurranno in prassi. Il secondo riguarda la clausola secondo cui ogni intervento dovrà essere realizzato senza ulteriori spese a carico dello Stato. Il rischio è che per quanto significative o condivisibili possano essere le politiche, la loro realizzazione dipenderà dall’effettivo reperimento di risorse economiche. E finora il nostro paese non è riuscito a considerare queste misure come prioritarie per lo sviluppo, e quindi in cima all’agenda politica. Un cambio di passo è quanto mai necessario”.

Abbiamo sotto i nostri occhi il risultato drammatico di un sistema lavoro-vita privata arcaico, immobile, granitico come quello che ci riporta Maria Rossi (qui), nella sua analisi del lavoro Dieci domande su un mercato del lavoro in crisi, di Emilio Reyneri e Federica Pintaldi. Un sistema lavorativo che premia il maschio, che attraverso il matrimonio riesce a garantirsi una serie di “servizi” di assistenza e di cura che gli permettono di concentrarsi sul lavoro e di essere anche più appetibile sulla piazza lavorativa. C’è una pericolosa frattura che ci spinge ancora verso il basso: necessità di tempo parziale per far fronte ai carichi familiari e salari che discriminano per genere. Se poi sei precaria, sei spacciata.
Cosa è stato fatto per realizzare i principi contenuti nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (1979, qui il testo), ad opera dell’Onu? Ha la mia stessa età e i suoi auspici sono ancora quasi tutti rimasti sulla carta. La realtà ha subito per alcuni aspetti dei drammatici passi indietro.
Nel testo di Maria Rossi leggiamo:

“In Italia il tempo consacrato dalle donne al lavoro familiare è il più alto in assoluto nell’Unione Europea e quello che vi dedicano gli uomini il più basso (dati Eurostat del 2006). Allo stesso tempo il tasso di occupazione femminile è il meno elevato . I due dati sono strettamente correlati, naturalmente. Altrettanto evidente appare la connessione tra l’assetto familistico del mercato del lavoro e quello del welfare, impostato sulla rigida divisione dei ruoli di genere. Gli uomini provvedono al mantenimento della famiglia, le donne sono delegate (e relegate) allo svolgimento del lavoro domestico e di cura. A loro continua ad essere affidata l’assistenza degli anziani non autosufficienti, degli infermi e dei bambini, considerata la drammatica carenza dei servizi pubblici. E’ necessario pertanto destrutturare l’intero sistema imperniato sul principio della divisione sessuale del lavoro se si vuole riequilibrare il rapporto fra uomini e donne.”

Vorrei qui commentare le proposte formulate da Maria Rossi nel suo post.

Punto 1. “Per evitare la discriminazione delle donne, dei migranti e dei giovani sul mercato del lavoro, si dovrebbe ripristinare l’obbligo della richiesta numerica nelle assunzioni, abrogato nel 1987 e sostituito dalla chiamata nominativa. Il sistema è stato poi completamente liberalizzato nel 1996. I datori di lavoro, che intendono assumere personale, dovrebbero cioè rivolgersi obbligatoriamente ai Centri per l’impiego e presentare una “richiesta di avviamento al lavoro”, nella quale andrebbero inseriti soltanto dati relativi al numero dei dipendenti richiesti e alla qualifica che devono possedere. Gli aspiranti lavoratori verrebbero inclusi in un’unica graduatoria, non differenziata, cioè, per genere e per nazionalità. Il sistema violerebbe le norme sulla libera concorrenza? Embé! Infrangiamole! Il principio della non discriminazione è più importante del rispetto delle regole del mercato”.

Sarebbe auspicabile quanto scrivi, soprattutto andrebbe assicurata la trasparenza nel mercato del lavoro, un reale funzionamento dei centri per l’impiego, a cui si è privilegiata una gestione privatistica della collocazione lavorativa. In un contesto di lavoro scarso, si è affermato un accesso al lavoro sempre più per reti e sulla base di relazioni personali. Questa è un’abitudine storica italiana, ma con la contrazione dei posti disponibili, la situazione si è aggravata. I risultati non sono sempre stati a vantaggio di una migliore qualità del lavoro, anzi. Per non parlare poi di certi metodi di reclutamento di personale che hanno interessato anche il pubblico. Forse la prima richiesta dovrebbe essere maggior trasparenza e un taglio drastico ai metodi di reclutamento familistico.

Punto 2. “Si dovrebbe procedere alla riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario. Ciò consentirebbe di ridistribuire su una più ampia platea di soggetti gli impieghi disponibili. Questa misura dovrebbe essere affiancata dalla promozione di un processo di socializzazione e da un mutamento culturale tale da produrre lo smantellamento dei ruoli di genere. Gli uomini sarebbero così indotti a svolgere le stesse mansioni domestiche e di cura delle donne. La riduzione dell’orario di lavoro si tradurrebbe pertanto in una più equa ripartizione non solo degli impieghi produttivi, ma anche di quelli riproduttivi e in una più ampia disponibilità di tempo libero, soprattutto per le donne. La produzione dovrebbe essere cioè riprogettata e adattata a lavoratori e a lavoratrici che si assumono in ugual misura responsabilità di cura”.

Sarebbe auspicabile, sarebbe un’inversione culturale rivoluzionaria. Penso che questo potrebbe accadere solo in un sistema con una forte dirigenza statale, in un contesto statale che ri-assuma su di sé un forte ruolo di indirizzo economico, esattamente il contrario della deriva liberale in atto da qualche decennio. Un differente utilizzo del tempo lavorativo, ormai dilatato in modo abnorme (spesso senza ricavarne benefici in termini remunerativi), lasciando spazio al tempo per la vita, consentirebbe di sviluppare attività sociali, comunitarie e partecipative, indispensabili per sfuggire a un’alienazione da lavoro che oggi ancora esiste, solo assume forme più subdole e meno riconoscibili. Saremmo dei cittadini/e meno passivi/e.

Punto 3. “Si dovrebbe diminuire in modo significativo anche l’età pensionabile”.

Questo prevederebbe l’approntamento di una copertura di spesa, attuabile solo se per esempio si intraprendesse una seria lotta all’evasione fiscale. Non mi sembra che ultimamente si vada in questa direzione, purtroppo. C’è da fare un bel lavoro “a monte”.

Punto 4. “L’intera normativa sul lavoro che in questi due decenni ha introdotto la precarietà ed ha sottratto diritti alle lavoratrici e ai lavoratori dovrebbe essere abrogata, a partire dalla legge Poletti che ha sancito la totale liberalizzazione del contratto a termine e dal Jobs Act (legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 e relativi decreti attuativi sui licenziamenti).

Si dovrebbe introdurre un reddito di esistenza universale e incondizionato, esteso agli immigrati. La sua erogazione potrebbe configurarsi come un potenziale contropotere, che incrinerebbe le condizioni di forte subordinazione dei precari. Garantire infatti un reddito stabile e continuativo a prescindere dalla prestazione lavorativa significherebbe ridurre il grado di ricattabilità dei singoli lavoratori/trici e incrementare il loro potere contrattuale. Significherebbe anche affermare il diritto di scegliere l’attività lavorativa e di riappropriarsi della quota di ricchezza sociale che si è contribuito a creare per il fatto stesso di esistere e di esercitare costantemente le proprie capacità di apprendimento e come remunerazione del lavoro produttivo di valori d’uso. La disponibilità di un reddito costituirebbe, soprattutto, uno strumento importante per l’esercizio dell’autodeterminazione, in particolare per le donne, in maggioranza prive di un’occupazione retribuita, consentirebbe alle vittime di sfuggire più agevolmente alla violenza dei partner e alle mogli prive di lavoro di separarsi più facilmente dai compagni nel caso in cui il matrimonio o la convivenza fossero diventati fonte di infelicità.

Si dovrebbe però scongiurare il fatto che l’introduzione di tale misura si risolva in una rinuncia da parte delle donne ad esercitare un’attività extradomestica che ritengono gratificante per evitare la fatica del doppio lavoro e in un disimpegno ancora maggiore degli uomini nello svolgimento delle incombenze domestiche e nell’assistenza a bambini, anziani, infermi. Ne deriverebbe il rafforzamento dei tradizionali ruoli di genere e, forse, un ulteriore ridimensionamento dello stato sociale.

Si dovrebbe soprattutto evitare che i datori di lavoro accentuino la loro predilezione per gli uomini nelle assunzioni, consolidando e irrobustendo la struttura familistica e patriarcale dell’organizzazione produttiva.

Per sfuggire a queste conseguenze è fondamentale, a mio avviso, affiancare a questo provvedimento la riduzione dell’orario di lavoro e innescare un processo di decostruzione dei generi e delle funzioni ad essi attribuite”.

Ripeto quanto ho detto al punto 2. Condivido le tue considerazioni su reddito di esistenza universale e incondizionato. Sarebbe da invertire l’attuale sistema che vede lo stato ritirarsi, disimpegnarsi, legittimare una gestione privata di molti aspetti delle nostre vite, in un sistema lavoro che decentra le regole e i diritti, che privilegia la contrattazione decentrata, a livello di fabbrica o peggio ancora ad personam, a discapito di quella centralizzata. In questo contesto, si comprende quanto siano diventate aleatorie le regole all’interno del mercato del lavoro. La tendenza attuale va verso una pericolosa nebulizzazione dei diritti.

Punto 5. “Si potrebbe eventualmente prendere in considerazione la creazione diretta da parte dello Stato o dell’Unione Europea di nuova occupazione qualificata, socialmente utile ed ecocompatibile e si dovrebbe procedere alla riconversione secondo tali principi dell’intera economia”.

Concordo, ci dovrebbe essere un nuovo impegno dal centro.

Punto 6. “Si dovrebbe introdurre un salario minimo europeo e pretendere il superamento del blocco dei contratti nella pubblica amministrazione contro il quale i sindacati hanno già depositato un ricorso al Tribunale di Roma, sollevando la questione di legittimità costituzionale”.

C’è bisogno di più Europa, ma realmente “socialista” e unitaria.

Punto 7. “Ritengo poi indispensabile estendere e riconfigurare il welfare state, o meglio, organizzare un commonfare imperniato sulla cooperazione sociale nella gestione dei beni comuni”.

Concordo. Qui la mia opinione sul commonfare.

Punto 8. “Ciò comporta preliminarmente l’abrogazione della norma sul pareggio di bilancio inserita nella Costituzione dal Parlamento italiano nel 2012 e la disapplicazione dei trattati europei di impianto neoliberista, a partire da quello sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, noto come fiscal compact, che prevede fra l’altro l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità e il dovere di avere un deficit pubblico strutturale non superiore allo 0,5% del PIL. Si dovrebbero altresì modificare le disposizioni che regolamentano il funzionamento della Banca d’Italia, obbligandola ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. Ne deriverebbe il calo degli interessi su BOT e CCT e, dunque, la riduzione del debito pubblico e la salvaguardia dell’Italia da ulteriori manovre speculative. In assenza di questi provvedimenti, assisteremo – temo – ad un’ulteriore contrazione della spesa pubblica e all’accelerazione del processo di privatizzazione e di smantellamento del welfare state. Altro che espansione!
Si dovrebbe poi procedere alla ristrutturazione del debito pubblico e proclamare il diritto all’insolvenza”.

Speriamo nelle capacità del nuovo governo greco per trovare la chiave di un cambiamento di ottica e di mentalità.

Punto 9. “Si potrebbe, come proposto dagli intellettuali neo-operaisti, istituire una “moneta del comune” intesa come riconoscimento e remunerazione del lavoro vivo incorporato nelle attività di riproduzione e come potere d’acquisto da spendere nei servizi sociali (sanità, istruzione, cura…, ma anche trasporti) offerti all’interno di un circuito di valorizzazione consacrato alla produzione di valori d’uso e non di scambio.

Su questo punto non saprei come procedere per una concreta attuazione. Ma penso che ci voglia un cambiamento nella nostra percezione del lavoro, dei beni e dei servizi.

Punto 10. “Le politiche di welfare dovrebbero includere anche l’estensione della durata del congedo di paternità per nascita di un figlio. Il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro dovrebbe essere di pari durata di quello di maternità o, almeno, di tre mesi da fruire dopo il parto della partner. Il padre del bambino, proprio come la madre, dovrebbe percepire un’indennità sostitutiva di importo pari a quello della retribuzione. Il congedo parentale (facoltativo) dovrebbe essere fruito da entrambi i partner e comportare la corresponsione di un’indennità pari o di poco inferiore all’importo della retribuzione. Finché verrà retribuito al 30% del salario, ne fruiranno solo le madri, che, com’è noto, percepiscono di solito una remunerazione inferiore a quella dei compagni”.

Su questo aspetto, tra gli altri, si concentra la relazione Tarabella.

Punto 11 “Si potrebbero sperimentare forme di socializzazione del lavoro domestico e di cura che coinvolgano anche gli uomini e nuove modalità abitative che incentivino la cooperazione nell’attività di riproduzione”.

Da attuare senza che vi sia sopraffazione da parte di coloro che hanno magari uno status economico-sociale più elevato. Ho ascoltato un’esperienza di questo tipo, con più nuclei familiari uniti in una specie di comune (in questo caso di stampo cattolico), ma mi è sembrato che alcuni lavori e oneri di cura e di assistenza ricadessero in qualche modo su alcune famiglie in particolare. Dobbiamo evitare che si creino fenomeni di servitù volontaria.
Inoltre si dovrebbe passare da una mentalità individualistica a una maggiormente collettiva.

Punto 12. “Si dovrebbero promuovere forme di autorganizzazione e di autogestione”.

Un esempio: la Ri-Maflow.

Punto 13. “Si dovrebbe abrogare la legge Bossi-Fini che, collegando la concessione del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro, obbliga gli stranieri ad accettare qualsiasi impiego ed impone loro l’assoggettamento alle peggiori forme di sfruttamento. Si dovrebbe applicare il principio della libera circolazione di tutti in qualsiasi parte del mondo e quello dello ius soli per i figli degli immigrati nati nel nostro Paese”.

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Punto 14. “I titoli di studio conseguiti dai migranti nel loro Stato dovrebbero essere riconosciuti in Italia”.

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Punto 15. Agli immigrati dovrebbe essere garantito il godimento di tutti i diritti sociali assicurati ai cittadini italiani.

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Per gli ultimi tre punti, in primo luogo dovremmo porre fine alle barriere, alle propagande che contrappongono Noi/Loro, a una trincea a difesa di separazioni assolutamente indegne di un paese e di una Europa civile e democratica.

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Potenziali

levatrice

 

Siamo ai bilanci di fine anno e arrivano anche i dati sulla natalità (qui un articolo pubblicato su InGenere). All’appello e sotto la lente c’è la generazione di “quelle” nate negli anni ’80. Il resto è fuori focus (ci siamo persi gli anni ’70, di già???) e comunque siamo sempre alle analisi del potenziale femminile. Galline in batteria all’appello! Questioni trite quelle del matrimonio che costa troppo e che è sempre meno diffuso. Roba a cui non bada più nessuno dotato di un minimo di materia grigia. Si può organizzare un matrimonio con un budget bassissimo e poi la questione della natalità non la si può legare al matrimonio. Dovremmo aver già superato questo scoglio. O mi sbaglio? Così come quelli che mi dicono “sai ci piacerebbe avere un figlio, ma ci vorrebbe una stanza in più” e non vivono certo in 50 mq. Allora, inizi a capire che ci sono ragioni più profonde se si fanno sempre meno figli. Ognuno ha ragioni diverse e tutte da rispettare. Di questi tempi un minimo di razionalità e di pianificazione non guastano, vista la precarietà a 360°. Anche quando sulla carta tutto sembra fattibile e sembrerebbe poter filare liscio, nulla avviene mai tranquillamente. Come ho detto altre volte, ci sono tanti fattori che vanno a incastrarsi e non è scontato che lo facciano. Inoltre, anche quando ci si sente pronti ad affrontare i marosi della genitorialità, spesso non contempli lo scontro con la realtà dei fatti. Come concilierai i tuoi orari di lavoro (che sia part-time o midi/full-time; qui un articolo recente sulla conciliazione)? Qui iniziano le montagne russe. Attorno a me ho solo esperienze di famiglie che hanno scaricato quasi al 100% la gestione dei figli ai nonni. Gli intoppi quotidiani spesso e volentieri vengono completamente delegati. Ci siamo evidentemente abituati a fare così, impossibilitati da un sistema che non consente un equilibrio sano tra tempo del lavoro e tempo “libero”. Naturalmente, le mie conoscenze sono un campione non rappresentativo dell’intera popolazione, ma indicano bene lo stato in cui versano le politiche di sostegno alla genitorialità nel nostro paese. Nonne che devono svolgere i compiti di vice-mamma, alle prese con i nipoti, con orari che sfiorano le h24. Poi c’è chi ha le disponibilità economiche per pagare tate full-time. Il resto picche: senza nonni disponibili, sei in balia delle onde. Perché si sa, inizia il balletto dei “favori”, delle intercessioni, che devi chiedere in giro, senza dare mai per scontata la collaborazione dei nonni o di altri soggetti.. Il vuoto di certezze e di punti di riferimento, che non ti permettono di organizzarti, mai. Per cui come fai? Come fai a lavorare? Cosa racconti al capo: “sa, dipende tutto dalla nonna, se mi fa il favore e se oggi è disponibile a darmi una mano”. Ognuno conosce le sue situazioni, potete immaginare il resto senza che ve lo debba raccontare. Quindi, al di là di strutture familiari nuove o old-style, matrimoni o meno, stranieri o meno, qui c’è bisogno di un welfare serio, un modello che non vada verso il workfare anglosassone, ma sia capace di trovare nuove potenzialità per migliorare le condizioni di vita della popolazione italiana. Tutta, non solo di coloro che godono della protezione del modello familistico, che per decenni ha sostenuto e tuttora sostiene e copre i buchi di uno stato sempre più in ritirata. Per questo mi piace il senso del commonfare. Mi piacerebbe anche che soluzioni come il Jobs Act venissero lette anche in termini di ricadute sul nostro futuro, sulle nostre aspettative di vita, sul nostro effettivo balzo dall’esser figli a essere adulti prima e genitori, magari in futuro, ma anche no. Perché se le generazioni dei nonni diventano welfare sostitutivo, questo significa solo una cosa: negare futuro e capacità di visioni prospettiche. Non vogliamo scaricare sullo stato il nostro essere genitori, ma quanto meno ci auguriamo che qualcuno si svegli e proponga soluzioni affinché non si continui a perpetuare pericolose discriminazioni a cui molti di noi sono purtroppo soggetti.
Quindi, non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non mi preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più preoccupanti e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.

E si torna al tema della “cura”.

Chiudo, riprendendo Silvia Federici:

“Se riteniamo che il lavoro domiciliare non sia vero lavoro, che la premessa del passaggio da assistenza sociale generale ad assistenza da fornire solo a chi lavora sia corretta, allora nessuno è titolato ad avere un supporto istituzionale per crearsi una famiglia. E quindi lo stato ha ragione quando afferma che crescere i figli è una responsabilità personale e che se vogliamo centri di cura diurni, per esempio, dobbiamo pagarceli. Riassumendo, l’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

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La “causa” è di tutte le donne o di nessuna

 

Silvia Federici qui (in pdf) afferma che:

“non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne”.

L’impostazione sul lavoro retribuito come fonte “certa” di liberazione delle donne nasce come risultato delle teorie marxiste, una conseguenza “naturale” che sarebbe stata raggiunta con l’abolizione delle classi e con il superamento del modello capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de Beauvoir:

“siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le nostre veci di angelo del focolare. Si susseguono e si affermano miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli”.

Queste riflessioni ci portano a comprendere, forse per la prima volta nella storia, dopo l’euforia a partire dal secondo dopoguerra e del boom economico, che l’emancipazione non passa unicamente per una compartecipazione alla produzione capitalistica, non può derivarci nulla di buono dall’essere inserite in un meccanismo che ci sfrutta e che ci usa. Evidentemente ci vuole qualcosa di più “permanente” e meno aleatorio di un lavoro. Evidentemente si tratta di un’emancipazione illusoria, funzionale al nostro essere utili a un sistema di produzione ineguale e fonte di discriminazioni. Il mito dell’ascensore sociale è crollato. Come abbiamo visto, possiamo ampiamente sostenere che siamo ricadute in una nuova forma di “controllo” e sfruttamento, per certi aspetti più subdola. Forse è il caso di affrontare queste questioni e aprire le nostre riflessioni.

Notevoli i passaggi che si riferiscono al lavoro domestico e alla violenza domestica:

Domestic work and domestic life are built on women’s unpaid labour and the male supervision of it. As I have often pointed out throughout my work: by means of the wage, capital and the state delegate to men the power to command women’s work, which is why domestic violence has been socially accepted and is so widespread even today.

L’attuale assetto socio-economico specula su una competizione accesa tra individui, divisi e sempre più spiccatamente dotati di un approccio individualistico alla vita. Silvia Federici spiega molto bene come un meccanismo di cooperazione potrebbe costare molto caro al capitalismo. Per questo noi femministe siamo da sempre bersaglio del modello capitalista. Ma per orientarsi verso un modello di cooperazione occorre sviluppare una consapevolezza propria, che in un momento di fragilità esistenziale e materiale come quello che stiamo vivendo, appare difficilmente raggiungibile.
Nella lunga intervista, la filosofa femminista tocca anche il tema della famiglia nucleare, funzionale all’ordine e alla disciplina capitalista. Così come la sottomissione delle donne è stato uno strumento per la costruzione capitalista, in Europa, nelle Americhe e in Asia (dove la dominazione coloniale ha cancellato i modelli di società matrilineari e la trasmissione delle proprietà collettive per linea materna).

“L’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

La causa è di tutte le donne o di nessuna. Il femminismo deve essere rivoluzionario, scardinare le regole secolari costruite dagli uomini per il benessere e il successo del proprio genere, a discapito dell’Altra.
La crisi, lo “slittamento dal welfare al workfare” ha segnato l’avvento di tutele previdenziali subordinate allo svolgimento di un lavoro retribuito. In un contesto di precarietà diffusa, questo meccanismo è molto pericoloso, segna una discriminazione che dovrebbe portarci a riflettere. Non si tratta semplicemente di un modello che disincentiva chi non lavora, ma lo penalizza nel momento in cui la sua condizione di bisogno e di impossibilità permanente o temporanea non gli permette di essere parte attiva del sistema produttivo. Sappiamo benissimo quali sono le componenti della società maggiormente colpite dal workfare. Soprattutto laddove mancano i servizi e i sostegni dello stato all’assistenza dei figli e dei familiari anziani o malati.

Questa intervista è preziosa per l’approccio analitico, a 360°. Ciò che alcune volte manca alle riflessioni femministe. Occorre capire che tutti gli ambiti qui toccati sono strettamente interconnessi e non dobbiamo assumere un’ottica parziale e monotematica. Infine, penso che sia giunto il momento di tornare a fare fronte compatto tra donne e dismettere la prassi che spesso ci coglie “ognuna per sé”, divise in schieramenti e appartenenze che non aiutano.

Fonte originale dell’intervista qui.

 

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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Sei povero? Sei un onere indesiderato..

L’Unione Europea e con essa il suo spirito originario navigano in serie difficoltà, se accadono certe cose. Sembra che in tempi di crisi nessuno abbia più voglia di questa Europa, con i suoi diritti e le frontiere aperte. Nessuna solidarietà, se non produci e non generi ricchezza, nessuna pietà o spirito di accoglienza sono più ammessi. I tempi degli abbracci comunitari sembrano sul viale del tramonto. Sono 2.712 i cittadini (265 italiani) dell’Unione che nel 2013 si sono visti recapitare un decreto di espulsione dalle autorità belghe. Sì, il Belgio si comporta così con coloro che  sono privi di risorse necessarie per assicurare il loro mantenimento e quello dei familiari: sono un peso insostenibile per il welfare belga. Se non lavori da tempo e usufruisci  di sostegni sociali, viene emessa un’ordinanza di espulsione, che può essere accettata o meno. In pratica non ti mettono su un aereo per rispedirti a casa, ma agiscono in maniera tale che tu non abbia alternative. Le autorità agiscono in modo subdolo, rendendoti un fantasma, un clandestino comunitario: in un Paese dove è essenziale avere un contratto di locazione o di proprietà per registrarsi in Comune e poter accedere alla sanità, all’istruzione ecc. In pratica vieni cancellato dai registri ufficiali. Il Belgio applica alla lettera la direttiva comunitaria 2004/38/CE, articoli 7 e 14. Dopo i primi tre mesi di soggiorno, devi soddisfare uno dei seguenti requisiti: lavorare o essere in cerca di lavoro se rimasto disoccupato, avere risorse sufficienti per mantenersi, avere un’assicurazione sanitaria per evitare di diventare un onere per l’assistenza sociale statale durante il soggiorno, essere studente. Ma la direttiva in questione ha degli aspetti ambigui: “riconosce il diritto di soggiorno del cittadino dell’Unione il quale, dopo avere esercitato un’attività lavorativa, si trovi in stato di disoccupazione o sia iscritto presso un ufficio di collocamento”. Al punto 3 dell’articolo 14: “Il ricorso da parte di un cittadino dell’Unione o dei suoi familiari al sistema di assistenza sociale non dà luogo automaticamente ad un provvedimento di allontanamento”.  Il deputato socialista dei francesi del Benelux Philip Cordery ha protestato, ma chi si occupa della questione ha preferito non rispondere. Intanto, questa prassi rischia di fare proselitismo: in Baviera se ne inizia a parlare. Cosa facciamo, chiudiamo le frontiere e lasciamo che la meravigliosa idea di Europa unita perisca per una sorta di neo-egoismo dei popoli europei?

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Così, tanto per mettere i puntini sulle i

L’argomento è di nicchia, ma non troppo. In Lombardia, i consultori per le donne sono diventati “centri per la famiglia” con buona pace della salute della donna. È stato attuato uno snaturamento delle competenze dei consultori. Sulla carta questa innovazione ha del miracoloso, ma è solo fumo negli occhi, laddove il numero di consultori pubblici nel corso degli anni si è già fortemente ridotto e i servizi erogati si vanno sempre più centellinando e impoverendo. Il risultato sarà avere dei mega centri unitari che, visto che non sono previsti nuovi investimenti significativi, dovranno fare i salti mortali per fornire i servizi, quasi come se fossero degli ipermercati di welfare. Per non parlare poi dell’attivazione dello sportello welfare presso i consultori. Insomma, si cambia per svuotare del senso originario e riempirlo con un mix di servizi, ma di che qualità e a che prezzo?

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I numeri non bastano

I numeri a volte non bastano a rappresentare e a interpretare la realtà. Tito Boeri, sempre molto attento, in questo articolo scivola un po’, dimostrando di avere una visione parziale del problema ‘occupazione femminile’. Lasciando perdere la questione minoritaria del numero di donne nei livelli dirigenziali, mi preme soffermarmi sulle soluzioni che Boeri propone per incrementare le percentuali di donne che lavorano: una su tutte, cancellare le detrazioni fiscali per i carichi familiari con esclusione dei figli. L’economista Boeri ragiona in termini astratti ed evidentemente non conosce i reali motivi per cui una donna ‘sceglie’ (più o meno felicemente) di non lavorare. Se in Italia ci fossero degli incentivi reali per le donne a lavorare e il sistema di welfare fosse più efficiente e capillare, la situazione non sarebbe così tragica. Soprattutto, molte donne non lascerebbero il lavoro dopo il primo figlio o per seguire un familiare bisognoso di assistenza. Perché, di questo parliamo. Con retribuzioni basse (in media inferiori a quelle maschili), lavoro precario (ammesso che lo si abbia), orari di lavoro impossibili, accesso al part-time semi inesistente, spesso non ci sono alternative e quelle cifre irrisorie che vengono destinate per i carichi familiari servono quantomeno a lenire delle scelte che semplici non sono. Le donne che non lavorano non sono più pigre di altre, ognuna porta con sé una storia, una necessità, il più delle volte non dettata da una scelta egoistica, ma da circostanze in cui non si hanno alternative. Stiamo attenti a parlare, perché poi gli effetti li vivono sulla propria pelle coloro che sono dei pilastri viventi di welfare fai da te. Gli incentivi di cui parla Boeri vanno bene se il mercato del lavoro e il sistema Paese funzionano a dovere. Ma prima, guardiamoci attorno: siamo veramente pronti? E non venite a parlarmi di incrementare il numero di asili nido, perché dimostrereste di voler vedere solo la punta dell’iceberg.

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A proposito della salute del welfare europeo

Significativo questo articolo di Torreblanca:

Dal welfare olandese al modello europeo

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