Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Supporto, protezione, cura, percorsi di autonomia e di liberazione dalla violenza

 

 

@Marzia Bianchi


Un altro novembre è passato, insieme a un altro 25 novembre di iniziative, pioggia di dati e un interesse che sembra concentrarsi per lo più attorno a un “dovere” da ottemperare, volto a “riempire” una data sul calendario, piuttosto che a un impegno di cui si è fortemente convinti, vista la realtà che viviamo e che stenta a diventare più a misura di donna. Siamo ben lontane non solo dalla piena parità di genere, ma soprattutto dal riconoscere le donne come soggetti titolari di diritti. Siamo lontane, anche se molte di noi sostengono ottimisticamente dalla loro comoda prospettiva che il “grosso” della fatica è compiuto. Ed è in questa euforia, in questo ottimismo che si rischia di perdere il senso della realtà, in questa sensazione di aver compiuto tutto il possibile che invece assistiamo al reiterarsi di tanti segnali che dovrebbero farci capire che assai poco è cambiato per noi donne. E ci si accorge che in queste difficoltà non sempre troviamo nelle donne delle alleate. I dati che provengono dall’indagine ISTAT e Skuola.net ci illustrano la fotografia di un Paese dove albergano tenaci i più pesanti dei pregiudizi.

infograficaViolenzaDonne

E se non cambia la percezione e non ci si disfa di antichi retaggi, sarà un cammino fatto di “un passo in avanti e due indietro”. Sarò breve. Non vogliamo proprio capire che non si cambia direzione e mentalità solo perché gli anni passano e il tempo ci illumina. La storia non è un cammino verso un certo e incessabile miglioramento, verso un progresso inarrestabile generale, verso generazioni più consapevoli in automatico. La comprensione dei fenomeni, la consapevolezza non arrivano da sole. Ci vuole volontà, meno sottovalutazione dei problemi, più lavoro strutturato, più coraggio. Non è un problema solo di formazione, ma di cosa avviene in noi, che cambiamenti mettiamo in moto e accogliamo, quanto siamo in grado di maneggiare e tenere a bada certi meccanismi culturali e relazionali, che cosa siamo disposti a rottamare del nostro vecchio sistema di stereotipi e convinzioni. Invece, inesorabilmente, inciampiamo sempre negli stessi ingranaggi patriarcali, nella retorica che ci rende meno pesanti gli eventi e ci permette ancora di auto-assolverci. Una pacca sulle spalle, che guarda al futuro fiduciosa.

Quindi, dal mio osservatorio livello zero, posso dire di essere preoccupata e di riporre la mia speranza e la mia fiducia in pochissime realtà e soggetti femminili. Ne abbiamo di strada. Ne abbiamo di strada perché le distanze e le discriminazioni sociali si allargano e noi donne siamo e restiamo le prime a farne le spese. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma di dare la giusta misura di tanti segnali. La lotta alla violenza maschile contro le donne non è un abito da indossare per convenienza, tornaconto personale, o per una stagione celebrativa.

Abbiamo bisogno di terremotare le nostre coscienze per frantumare quelle scorie patriarcali. Abbiamo bisogno di spingerci convintamente nella direzione di credere e di proteggere le donne, salvaguardando i loro figli e il legame indissolubile madre-figlio. Abbiamo bisogno di professioniste che abbandonino ‘falsi modelli’ e sappiano da che parte stare, perché non è indifferente o questione secondaria . Abbiamo bisogno di ricordarci ogni giorno e tenere ben presente cosa avviene alle vite delle donne e quanto la violenza lasci segni profondi, nei corpi, nelle menti, nelle storie di ciascuna.

Non possiamo fermarci, non possiamo adottare delle lenti superficiali per guardare i fatti, i fenomeni, i vissuti. Dobbiamo compenetrarci empaticamente nelle vite di queste donne e sgombrare il campo da strutture culturali nocive. Questo mi auguro. Per le prossime generazioni e soprattutto per coloro che da professionisti incontreranno e dovranno aiutare le donne. Purtroppo, è tuttora molto più facile e comune pensare alle donne come manipolatrici e non demorde l’argomentazione delle ‘false accuse strumentali’. Se solo pensaste al pesante iter e alle difficoltà a cui vanno incontro le donne che decidono di denunciare e di cercare di uscire da relazioni violente, forse tutti questi castelli mentali crollerebbero e non potreste più tanto superficialmente etichettare come ‘bugiarde croniche’ le donne. Ne ho abbastanza: o si cambia oggi, oppure domani saremo o allo stesso punto o peggio.

Vi invito a guardare queste immagini, che hanno composto la mostra “L’invisibilità non è un super potere” che è stata esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano. È nata dall’esperienza della chirurga del P.S. Maria Grazia Vantadori, e da REAMA – Rete per l’Empowerment e l’Auto Mutuo Aiuto, di Fondazione Pangea. Accanto alle radiografie eseguite alle donne che negli anni hanno fatto accesso alle cure del P.S. dell’ospedale San Carlo, sono stati esposti gli scatti della fotografa Marzia Bianchi, che ha tratto ispirazione dalle storie delle donne con cui ha parlato e dal lavoro di Reama. Le storie si intrecciano, si susseguono ciascuna nella propria unicità e specificità, ma la trama di fondo compone un medesimo schema, in cui la violenza maschile sulle donne viene esercitata all’interno delle relazioni e segue un ciclo e dinamiche che si ripetono e che ben conosciamo.

Osservate e leggete le storie in silenzio, per pensare, per non rimuovere ciò che la violenza causa ogni giorno a tante donne. Attraverso i corpi, le parole delle donne riusciremo a comprendere che è nostro compito contribuire personalmente ad abbattere il muro di indifferenza o diffidenza nei confronti di chi decide di uscire dalla violenza. Troppo forte è ancora oggi l’abitudine a prendere le parti del soggetto socialmente detentore del potere e di uno status privilegiato. Troppe persone ancora fanno fatica a credere alle donne. Da ciò la difficoltà a strutturare interventi di supporto e di protezione adeguati, che siano poi anche in grado di mettere in campo progetti di autonomia e di liberazione completa delle donne che hanno vissuto situazioni di violenza, restituendo loro la fiducia in sé e per consentire loro di costruire un futuro differente.

Dall’iniziativa/mostra “L’invisibilità non è un super potere”, esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, da giovedì 21 novembre a domenica 8 dicembre. E’ possibile ingrandire le fotografie cliccando sopra una di esse con il mouse, si avvierà in automatico la galleria fotografica.

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Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

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A tutte le donne

Dalla mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura


Su questo blog spesso cerco di offrire uno spazio di informazione sui presidi territoriali, per illuminare l’ottimo lavoro di tanti soggetti, delle operatrici che ogni giorno di occupano di sostenere le donne.

L’anno scorso avevamo inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7. 

Ho intervistato la dottoressa Parvaneh Hassibi, responsabile del CASD Centro Ascolto e Soccorso Donna, dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano.

Il CASD (qui il pieghevole), nato nell’ottobre 2015, è composto da due strutture distinte:

  • Centro salute e ascolto delle donne immigrate e i loro bambini
  • Centro Ascolto e Soccorso Donna

 

Ho visitato gli spazi ubicati al terzo piano dell’ospedale San Carlo Borromeo (nella struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia).

Il Centro opera all’interno dell’ospedale, che ha un bacino di utenza molto vasto. I casi di violenza sono circa 400 all’anno, ma si tratta di un numero relativo a quanto emerge e arriva alla struttura. Se confrontati con le stime nazionali sicuramente si riesce a rilevare solo una minima parte, la punta di un iceberg del fenomeno della violenza contro le donne. Gli accessi in P.S. in un anno sono circa 200mila, di cui circa la metà donne. Dei circa 400 casi di violenza, solo 1/3 arriva al Casd: gli altri sono spesso classificati in modo diverso e solo dopo una attenta analisi del referto possono essere ricondotti a violenza. Ogni giorno, racconta la dottoressa Hassibi, vengono consultati i database degli accessi, alla ricerca di casi di traumi da aggressione, accidentali, stress post lite in famiglia. È evidentemente che il rischio di sottovalutare la violenza e di derubricarla a lite o a conflitto coniugale è elevatissimo. Un elemento che penalizza non poco questo lavoro è il fatto che i sistemi informativi tra San Paolo e San Carlo sono diversi e non comunicano tra loro. In futuro si spera che venga sviluppato un sistema che consenta di verificare se una donna ha fatto altri accessi in altre strutture ospedaliere, per motivi analoghi. Questo meccanismo consentirebbe un diverso approccio del personale, una comprensione dei fatti più accurata e soprattutto garantirebbe una refertazione più adeguata, di tracciare tutti gli episodi di violenza e di metterli in connessione tra loro.

I dati dell’anno scorso rilevano una notevole distanza tra i casi di violenza attenzionati nei due ospedali.

Il San Paolo non ha personale dedicato, ma si avvale della collaborazione di personale dell’ospedale e di professionisti del reparto di psicologia clinica e degli assistenti sociali che si sono resi disponibili a intervenire in caso di necessità e di segnalazioni provenienti dal P.S.

Il Casd, come molti altri presidi e centri antiviolenza, avrebbe bisogno di investimenti maggiori, soprattutto per espandere le ore di attività per alcune specialità, in primis per il sostegno psicologico.

Il rischio di “perdere” le donne è alto e inaccettabile. Occorre trovare i fondi, per dare risposte e ascolto tempestivo alle donne che sono riuscite a trovare la forza di chiedere aiuto.

Dei 400 casi di cui si parlava in precedenza, solo 1/3 viene identificato precisamente e “trasmesso” al Casd. Non tutti i colleghi del P.S. completano adeguatamente la scheda di accoglienza, su questo le operatrici del Casd tornano e insistono quotidianamente. Durante l’orario di apertura del Casd (8-15.30) oltre alle attività ordinarie di accoglienza e i percorsi di sostegno già avviati, si vagliano i casi giunti al P.S. nelle ore di chiusura del Casd, leggendo i verbali degli accessi, ascoltando la segreteria telefonica (attiva sia sul numero fisso che sul cellulare, negli orari di chiusura). Si cerca sempre, laddove possibile, di ricontattare le donne che hanno chiamato o che sono giunte al P.S. Le donne che desiderano, nel pieno rispetto della loro volontà, vengono accolte e assistite.

Purtroppo si registrano 2/3 di casi che non vengono identificati adeguatamente dal P.S.: spesso mancano i riferimenti, il numero di telefono, per cui è impossibile richiamare le donne.

In passato in ospedale era presente un presidio delle forze dell’ordine, utile soprattutto per le donne che desideravano denunciare. Oggi non c’è più ed anche questo è un segno dei tagli e delle risorse scarse di cui soffrono i nostri servizi pubblici.

A fine anno scadrà il protocollo dell’azienda ospedaliera in materia di violenza: dovrà essere rinnovato, adeguandosi anche alle Linee guida soccorso e assistenza donne vittime di violenza varate il 24 novembre 2017 con DPCM (Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Ci si augura che si unifichino le schede di accoglienza nei due ospedali e vengano semplificate le modalità di interazione tra i due poli. Al momento al San Carlo per la valutazione del rischio è stato adottato un modello di scheda semplificato, composto da cinque domande, sulla scorta della scheda S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment)*. Naturalmente la differenza la fanno gli operatori, con la loro sensibilità ed esperienza.

Ogni settimana il team del Casd si riunisce per valutare i casi, le criticità riscontrate e le proposte per migliorare sia al centro che al P.S.

Il monitoraggio, la rilevazione degli accessi e delle donne seguite sono necessari per poter chiedere e ottenere i giusti finanziamenti dalla Regione (ricordiamo il sistema ORA).

Per quanto riguarda le violenze sessuali, solitamente si inviano le donne al centro Svsd della clinica Mangiagalli, specializzato e adeguato a seguire questi casi.

Il Casd può offrire protezione per le donne e i loro figli: dobbiamo sostenere il più possibile questi luoghi. È disponibile anche l’assistenza legale gratuita. Naturalmente, essendo parte della rete milanese antiviolenza, è possibile integrare il sostegno offerto dal Casd con ciò che possono mettere a disposizione gli altri soggetti della Rete.

Le difficoltà di denuncia sono sempre molto elevate, così come spesso si assiste a un ritiro della stessa. Spesso la prognosi è sottostimata e non permette di procedere d’ufficio. Non si rileva quasi mai la gravità e la presenza di violenza psicologica, solitamente non viene correttamente refertata. Eppure esistono dei codici specifici per questo tipo di maltrattamenti e per evidenziare lo stress post traumatico in casi di violenza. È più che mai centrale la formazione del personale che opera in P.S. Occorre intervenire per tempo e non lasciare che questo tipo di traumi si ripetano negli anni, con il rischio di provocare poi problemi di tipo psichiatrico nelle vittime (con tutte le difficoltà poi connesse alla possibilità di essere credute).

Il rispetto, la parità, l’uguaglianza si imparano in famiglia, ma non è sufficiente. Ecco perché la rete antiviolenza e il Casd effettuano percorsi e attività di formazione nelle scuole superiori e anche tra gli studenti di medicina.

Questa risorsa importantissima del nostro territorio andrebbe valorizzata attraverso una più efficace e proattiva azione degli enti pubblici. È auspicabile che a partire dai municipi dei territori interessati e limitrofi, insieme a tutti i soggetti coinvolti e con un ruolo decisionale e istituzionale, si muovano in questo senso, promuovendo attivamente la conoscenza del Casd tra la popolazione, di concerto con i consultori, i medici/pediatri di base e le farmacie comunali. Occorre che tutti gli operatori territoriali conoscano e sappiano correttamente indirizzare le donne, evitando loro inutili e stressanti pellegrinaggi. Solo attraverso una capillare e diffusa rete di informazione sulle preziose attività svolte dal Casd e di tutta la rete antiviolenza si può pensare di rendere effettive le parole “donna non sei sola”. Occorre parlare con le donne affinché comprendano che non esiste solo la denuncia alle forze dell’ordine come strumento di tutela e di protezione, ma che è necessario affidarsi ai centri antiviolenza per definire un percorso su misura, ai presidi ospedalieri per una corretta refertazione utile come prova e evidenza della scansione temporale dei maltrattamenti o delle violenze, in ogni caso perché il cammino di liberazione dalla violenza necessità di sostegni plurimi e che sappiano accompagnare la donna in ogni fase.

Facciamoci tutti e tutte promotori e promotrici di queste informazioni.

Fino al 12 giugno è possibile visitare la mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura, nell’atrio dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Qui un assaggio per chi non potesse recarsi di persona.

 

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini


Domani sera ci vediamo al Circolo F.lli Cervi


PER APPROFONDIRE *

http://www.uisp.it/discorientali/files/principale/SARA-2006_1.pdf

http://www.centroangelitarieti.it/images/PDF/Sportello_antiviolenza_/SARA-S_Formulario.pdf

https://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1529/seminario%207%20maggio.ppt

http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2016/06/La-violenza-di-genere.pdf

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La costruzione del mito e l’esaltazione di modelli tossici

Baldassarre Peruzzi – Sala delle Prospettive – Villa Farnesina – Roma


Un giallo con qualcosa di più: questo è il romanzo fresco di stampa L’ombra di Perseo di Daniela Mencarelli Hofmann, edito dalla casa editrice Le Mezzelane.

Il genere non è facilmente addomesticabile, ma l’autrice ci riesce in modo naturale, adottando uno stile tipico della cinematografia contemporanea e una tecnica che spinge il lettore a seguirne lo svolgimento, per un finale che giunge inaspettato. Tra le pagine ci sono tracce dell’epilogo ma sono intelligentemente mescolate a numerosi “depistaggi”. Daniela Mencarelli Hofmann sceglie coraggiosamente un tema complesso e delicato, la violenza maschile contro le donne, lavorando molto bene sul maschile. Più voci narranti, più punti di vista, si alternano, si intrecciano e tracciano ciascuno la chiave di una storia. Un marito (Marco) e sua moglie (Laura) vengono ritrovati in fin di vita dalla loro figlia minore (Julia). La narrazione ci porta avanti e indietro nel tempo, tra ricordi vivissimi del passato e un oggi in cui tutto si è frantumato e fa male; attraverso le pagine si ricostruisce un tessuto relazionale, oltre la coppia, composto da amici, parenti, colleghi di lavoro e le vicende di un siriano richiedente asilo.

Non spoilererò la trama e come si svolge il romanzo, preferisco soffermarmi sugli obiettivi e lasciar parlare il libro.

Ciò che è interessante è l’opportunità che questo libro offre per approfondire il tema della violenza, nell’infanzia, nella coppia, in famiglia. Si scava negli affetti, nei rapporti genitori-figli, nella mente maschile e in quella femminile, nella formazione della maschilità, scendendo nei meandri di una mascolinità tossica, per ricostruire un tessuto, qualcosa che possa aiutarci a comprendere cosa accade realmente, quali sono le radici di una violenza che emerge e tutto distrugge. Al centro una maschilità che si regge a stento, che si gretola di fronte ai cambiamenti e che nel sentirsi potente e onnipotente investe tutto.

Una lotta tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, per appartenenza di genere: l’uomo forte che se non può esercitare il suo ruolo si sente inferiore, inadeguato, si aggrappa alla violenza come strumento per ristabilire il suo controllo e rivendicare la sua superiorità. Una competizione da vincere assolutamente.

La difficoltà di essere uomo e di parlarne apertamente. La difficoltà a gestire il rapporto con l’altra in modo sereno e paritario. Una constatazione a cui giunge Marco: “Ho poche certezze, ma questa è una di quelle. So di che parlo: le donne sono più forti, è nella loro natura, mentre noi, io?”

L’incapacità di affrontare le difficoltà e il non avere un solido baricentro, ma appoggiarsi sempre a qualcos’altro, che diventa anche un paravento, una scusa, un modo per non affrontare le cose. E se non va, allora è meglio distruggere tutto e tutti.

La disconnessione tra ciò che si sente e la sua definizione, la possibilità di nominarlo e dargli esistenza. La sordità ai sentimenti, di guardarli in faccia, di analizzarli al momento opportuno.

Uomini che non sono in grado di gestire le emozioni e non riescono a comprenderle. In più c’è l’abitudine a cercare alibi, a deresponsabilizzarsi ad ogni costo. E non è sufficiente richiamare episodi dell’infanzia per spiegare certe azioni. Nel testo ci sono tutti i principali stereotipi che spesso accompagnano le vittime e tutti gli escamotage per “sollevare” il femminicida da una piena responsabilità e scelta dell’atto. C’è una narrazione che cerca di far emergere efficacemente cosa accade nel flusso di coscienza e mentale di un uomo violento.

Le donne per anni cercano di ricucire strappi, ferite. Ma alla fine appare tutto chiaro e da questo disvelamento si può intraprendere un cammino differente, di liberazione.

La decisione di Laura di essere libera da tutti è dirompente: “Per una volta nella vita voglio rimanere sola con me stessa. (…) la vita mi faceva paura. Ora sono stanca di avere paura, voglio vivere.” – “voglio dimostrare a me stessa che posso farcela da sola, che non ho bisogno di un uomo..” La stessa decisione a cui arriva sua figlia maggiore Zoe, imprigionata in un matrimonio intriso di violenza psicologica e profondo annichilimento.

La sopravvivenza delle donne alla violenza e le forme di resilienza che sono capaci di mettere in atto. Tante sono le sfumature e i punti che vengono scandagliati in questo libro, che ha il pregio di tenere insieme tutti gli aspetti psicologici, esperienziali connessi alla violenza, alle sue varie forme, tracciando una linea che riesce a mostrarne la connessione. Non è facile parlare di radici culturali della violenza, non è scontato che si riesca a trasmettere in cosa consistono concretamente. L’autrice ci riesce e dissemina il suo lavoro di tanti sassolini utili a risalire ad esse.

La scelta del titolo del libro non è casuale, l’autrice ne esplicita il senso, affidandolo alle parole racchiuse nel diario Laura:

“(Medusa) se c’è un simbolo della guerra di genere, questo è rappresentato dal suo mito. È così semplice e così triste allo stesso tempo. Lei, come la grande madre, è la natura da combattere, è l’inconscio da controllare. È stata trasformata in un mostro, nel Male con la lettera maiuscola. La sua è una storia scritta dai vincitori, come sempre accade, invece io vorrei provare a scrivere quella dei vinti”.

“La natura è duale. Rappresenta sia il bene sia il male; è la Grande Madre, l’origine di tutto, il mistero che alberga dentro di noi.” (…) “Lentamente l’abbiamo sottomessa e abbandonata, poiché abbiamo contrapposto il corpo allo spirito, l’istinto alla ragione. I sensi ci sono apparsi come pulsioni da combattere, da reprimere, da controllare, il corpo è diventato sinonimo di male e lo abbiamo contrapposto alla razionalità, allo spirito, all’ideale, al bene, così il serpente, che a volte assume l’aspetto di un drago, è diventato l’emblema dell’elemento ostile della natura, la morte.

La mitologia descrive la sconfitta e il superamento della cultura e della società matrilineari da parte del patriarcato: il motivo ricorrente è quello della divinità maschile che si sostituisce a quella femminile con la violenza, rappresentato dal giovane eroe che uccide un demone dai connotati femminili.

Nella Grecia antica il mito ha diverse rappresentazioni: Eracle e Idra, Cerbero e Neméa, e, infine, Perseo e Medusa.

Medusa personifica l’elemento distruttivo della Grande Madre e la divinità maschile si proclama generatrice universale e salvatrice, perché afferma di salvare il mondo dal caos, sinonimo di femminile.”

(…)

“La Bibbia c’insegna che all’origine del male ci sono il serpente e la donna che, come nei miti greci e babilonesi, è servita a sostenere l’orgoglio maschile, a sviluppare un sentimento di vergogna per tutto ciò che è femminile: è Pandora, responsabile dei mali del mondo. Troppo vicina al mondo animale. È questa la percezione maschilista, la strega da bruciare sul rogo. Siamo state spaccate a metà, la santa e la madre, la puttana e la strega.”

Laura non ama il soprannome “Medusa”: “a me non piace, perché non mi piace cosa le è stato fatto. Lei non è il mostro, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro. Il drago è la nostra ombra. Sarebbe meglio per tutti prenderne coscienza. Non è la natura a essere colpevole, ma il nostro spirito di onnipotenza, ovvero un’illusione, perché, comunque vada, presto o tardi saremo tutti morti.”

(…)

“Sarebbe ora di dirlo: Perseo non è un eroe, è un assassino, e dovrebbe almeno chiederle perdono.”

Insomma, è ora di raccontare cosa si nasconde dietro ai miti e alla costruzione di una cultura che di fatto ha legittimato e tramandato nei secoli modelli di una maschilità violenta e decisa solo a dominare e a sottomettere le donne. Attraverso l’esaltazione di certe figure, e la costruzione di miti (normalizzazione e ingresso nella cultura), si sono sostenute prassi e comportamenti violenti. Ci siamo dentro da secoli, vi siamo immersi, uomini e donne. Facciamo entrare la luce.

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Luci ed ombre della narrazione della violenza sui media

@Annalisa Grassano

Ci sono delle dirette responsabilità  dei media nel supportare il cambiamento e rimuovere le radici della cultura della violenza e dello stupro.

Da attivista per i diritti delle donne e da blogger senza tesserino né da pubblicista né da giornalista spesso e volentieri ricevo richiami, perché non avrei i “titoli” per pubblicare articoli e riflessioni, non sarei abbastanza autorevole per farlo. Mi ci vorrebbe la patente, guarda un po’ come gira il mondo, le parole delle donne non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza e di esistenza.

Eppure lo faccio da tempo, ben prima che aprissi il mio blog. Vengo da quella sterminata schiera di “senza tesserino” che si sono per anni intestarditi tra una redazione e l’altra, con o senza contratto, molto spesso non remunerati. Oggi scrivo in modo indipendente, perché stare zitta non so stare.

Ultimamente mi è capitato di essere invitata a cancellare quanto avevo scritto in merito a come alcuni giornalisti non riuscivano a rispettare il genere grammaticale corretto a proposito della donna trans stuprata a Rimini. Facevo semplicemente notare quanto fosse diversa la narrazione, quanta poca cura ed empatia c’era in alcuni articoli:

A Canosa, durante un convegno formativo proprio su questi aspetti, ho avvertito una certa ostilità, di una parte dei giornalisti presenti, al mio invito a cambiare “stile giornalistico”.

Ergo, abbiamo un problema.

Quindi mi accingo a dire la mia sulle note ed evidenti difficoltà che una parte del giornalismo (online, su carta e televisivo) italico ha nel narrare la violenza.

L’Ordine dei Giornalisti non è restato indifferente in questi anni, ha cercato di diffondere una sensibilità diversa tra i propri iscritti, a partire dalla Carta di Treviso all’adozione del documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne.

Per non parlare poi di tutte le occasioni di formazione sparse sul territorio italiano organizzate dagli ordini locali.

Non siamo di fronte a un immobilismo, quanto piuttosto da una resistenza da parte di una quota della categoria e di un modo di fare “cronaca” subordinato alle logiche di vendite e di click.

Ci sono giornalisti attenti, che sanno misurare le parole, che conoscono l’impatto che può avere un pezzo sulle sopravvissute o sui familiari e i figli di una vittima di femminicidio. Tutto parte dal rispetto nei confronti di chi ha subito la violenza sulla propria pelle. Se davvero si seguisse il documento siglato dall’Ordine, al primo posto dovrebbe esserci la salvaguardia delle donne.

L’auspicio dell’Ordine è chiaro, richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Questo si traduce in un racconto che non deve avere tracce di un morboso e malsano voyeurismo.

 

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Quando il giornalismo moltiplica la violenza


All’Ordine dei giornalisti, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Premesso che, ai sensi della Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani è una forma di discriminazione ed impegna i paesi firmatari ad esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli, siamo convinte che tale protezione significhi anche che queste vicende dolorosissime non debbano essere divulgate senza alcun freno. Con particolare riferimento a quanto le vittime abbiano raccontato a magistrati e organi di polizia, riteniamo che ciò non debba essere dato in pasto all’opinione pubblica nei minimi dettagli, senza alcun rispetto per la privacy, i sentimenti e le ricadute sulle donne che le hanno vissute. Questo, purtroppo, è quanto hanno fatto due quotidiani italiani Libero e Il Fatto Quotidiano, il primo in un Libero del 6 settembre a firma di Roberta Catania, mentre per l’altro non è specificato l’autore.
Siamo a conoscenza della circostanza per la quale nello scorso dicembre il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha statuito che:

“I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. (…) La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile.”

In virtù di queste linee guida ci chiediamo a cosa possa servire riportare i dettagli di un episodio di violenza sessuata desunti da atti giudiziari, quando tutti siamo consapevoli che lo stupro è un atto ignobile e orribile, devastante e impresso per tutta la vita nel profondo di chi lo subisce. Non è giornalismo quello che non si pone il problema di “sentire” cosa possa significare per la sopravvissuta vedere riportato tutto pubblicamente sui giornali. Non è giornalismo quello che cavalca la violenza contro le donne in chiave xenofoba. Non è giornalismo quello che, attraverso un racconto morboso, al limite del pornografico, fa rivivere alle sopravvissute quei tragici momenti.

Questo modo di fare “cronaca” e di raccontare le cose non serve a frenare o contrastare la violenza, bensì la alimenta, la veicola e la moltiplica. Con l’aggravante che diffonde e quasi propaganda la morbosità di coloro che si sentono legittimati ad esercitarla, ad abusare impunemente dei corpi delle donne.
Raccontare la realtà non è come realizzare un film dove si possono trovare spettacolarizzazioni forti della violenza . La visione di un film può essere regolamentata, invece i giornali online o cartacei, avendo un vasto pubblico, sono alla portata di chiunque, anche di minori. Gli effetti di una comunicazione giornalistica come quella di Libero e del Fatto quotidiano possono conseguentemente essere devastanti.

Una narrazione di questo tipo è altamente nociva, in quanto propone la pubblicazione degli atti giudiziari con le dichiarazioni di chi ha subito violenza, senza alcun filtro, senza porsi domande sugli effetti di tali scelte. Non c’è empatia con le vittime, non c’è piena consapevolezza della gravità di pubblicare dettagli sensibili gettati in modo crudo in un articolo. Raccontare agli inquirenti e alla polizia ciò che si è vissuto è già complicato, traumatico, porta le sopravvissute a rivivere momenti di sofferenza atroce. Devono già affrontare questo passo, con il terrore di non essere credute o essere giudicate male. Vogliamo che si amplifichino queste tensioni emotive anche per il timore che la violenza imposta possa essere riportata sui giornali, gettandole ancora di più in uno stato di profonda prostrazione?

Al punto 5 del documento sottoscritto a dicembre dall’OdG:

“Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell’intervista e sulle modalità d’uso dell’intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.”

In questo caso non si è trattato di interviste, ma di pubblicazioni di dichiarazioni rese davanti agli organi giudiziari. Ebbene, pare che nessuno abbia chiesto l’autorizzazione alle sopravvissute, che invece vanno tutelate e non usate come merce per acchiappare nell’immediato e facilmente lettori e click di gradimento, e secondariamente per fomentare odio e xenofobia.

Inoltre qualche considerazione su come vengono chiamati gli stupratori. Non sono bestie, sono uomini, che in quanto tali commettono queste atrocità. Sono uomini che sui nostri corpi commettono da sempre ogni tipo di violenza. Non sono alieni o animali, sono uomini che crescono accanto a noi, vivono con noi, ma non accettano la nostra autonomia, non ci rispettano e ci considerano esseri umani di serie b se non proprio oggetti da usare e da abusare.
Un buon giornalismo che vuole contribuire a sradicare la cultura della violenza potrebbe adoperarsi a realizzare un prodotto che si avvalga della collaborazione di esperte dei centri antiviolenza o altri professionisti che si occupano di violenza di genere.
Un buon giornalismo dovrebbe fornire informazioni utili alle donne che vivono la violenza sulla propria pelle e vorrebbero uscire da questo tunnel.
Un buon giornalismo si dovrebbe porre molte domande prima di decidere di pubblicare certi contenuti.
Un buon giornalismo deve impegnarsi a scardinare l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.
Un buon giornalismo dovrebbe attenersi a quanto adottato dall’Ordine nel documento sopra citato, che richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Certi dettagli riportati senza un briciolo di coscienza servono solo ad alimentare un compiaciuto e malsano voyeurismo. Si può agire violenza in molti modi, anche scegliendo di non rispettare il vissuto e il diritto alla privacy delle sopravvissute alle violenze, come hanno purtroppo fatto questi due quotidiani. Certe scelte hanno l’effetto di una stilettata particolarmente dolorosa, per cui chiediamo un intervento tempestivo in merito a quanto accaduto.
Il contrasto alla violenza maschile esige la capacità di adoperare tutte le opportune tutele e protezioni delle donne che subiscono tutto questo sulla propria pelle. Non si possono più accettare simili superficiali approcci alla violenza, da nessuno, a maggior ragione dai media che hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali.

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Senza rispetto. La violenza contro le donne nel tritacarne mediatico.

@Anna Godeassi

@Anna Godeassi

Certe cose ti paralizzano. Si è superato il limite, di tanto. Il limite del rispetto. Un burrone senza fondo. Un impasto nocivo dato in pasto senza porsi domande sulla sua opportunità. Un danno enorme questo genere di tv.

Sentire ripetere più volte “sei bella”, “un’altra ragazza bella come te”, come se la violenza colpisse solo le donne belle, come se il problema fosse la bellezza. “Un uomo ha attentato alla bellezza.”

E poi giù la pioggia battente con le stesse parole, un uomo può arrivare a questo genere di azioni per “troppo amore”. Una vita, una violenza, una giovane donna sola, in balia dei media, senza che nessuno le crei un sostegno, che la porti a prendere consapevolezza che quello non è amore, che una relazione in cui entra la violenza non è una relazione sana, normale. L’amore non c’entra nulla. Le luci, le telecamere hanno violato quello che era un momento delicato, il momento che Ylenia avrebbe dovuto dedicare a se stessa, per ritrovarsi. Con l’aiuto di qualcuno che non le permettesse di lasciarsi mangiare dai media, non curanti di lei e del suo passato, non curanti del fatto che fosse prioritario aiutare lei, per il suo futuro, perché questa è la priorità, affinché lei possa costruire un futuro diverso da quanto sinora vissuto, con nuovi punti di riferimento, dovrà riempire di nuovi significati le parole,  le emozioni, per i sentimenti, per le relazioni.

 

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