Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Scuola: raccontare esperienze per una rappresentazione differente


Troppe macerie e generalizzazioni sono piovute sul mondo della scuola, specialmente negli ultimi giorni. Troppi sapientoni si sono prodigati in fiumi di analisi e di strali, con la sensazione finale che tanto si parla di scuola, ma poco la si conosce da dentro. Con il risultato di terremotare tutto quanto, scaricando responsabilità sulla base di pregiudizi e di giudizi sommari.

C’è chi ne fa un’analisi prettamente classista, esattamente come chi preferisce continuare a pensare che la violenza e certi comportamenti lesivi dei diritti si annidino principalmente negli strati sociali dotati di meno mezzi materiali e immateriali. Eppure come sappiamo benissimo e ripetiamo da anni, si tratta di fenomeni trasversali, che occorre leggere a livello culturale, che traggono origine da modelli e da esempi culturali e comportamentali. Ci sono adulti che mimano attenzione ed empatia, grandi ideali e valori, ma sotto pelle, covano forme e metodi di bullismo e di sopraffazione latenti, che all’occorrenza mettono in pratica per schiacciare gli altri. E non è questione di censo, non è questione di origine, non è questione di titolo di studio.

Dell’universo scolastico non si riesce a comprendere realmente i problemi, i fenomeni, i meccanismi, ma anche le potenzialità, ciò che funziona, genera risultati e ricadute positive. Solo polveroni per oscurare tutto il resto. Si costruiscono montagne fittizie, e la prima domanda dovrebbe essere con quali finalità? I motivi per cui avvengono certi episodi e comportamenti restano inesplorati, tutti occupati a scaricare responsabilità, tutti a non voler riconoscere l’urgenza di un lavoro diffuso e sistematico per tornare a una crescita piena, che non sia solo composta di nozioni e di prestazioni da valutazione sulla preparazione, ma che sia accompagnata da una maturazione emotiva e relazionale capace di interrompere cicli nocivi. E allora avviciniamoci in punta di piedi a questo mondo, ricordandoci per un attimo gli studenti che siamo stati, gli insegnanti che abbiamo incrociato, le difficoltà di certi passaggi evolutivi, cerchiamo di conoscere con cura cosa avviene realmente a scuola, quanto importante sia l’operato e il portato educativo degli insegnanti, riconosciamo i tanti segnali positivi e incoraggianti, senza pretendere di esaurire la rappresentazione delle nuove generazioni solo attraverso episodi gravi e negativi di sopraffazione e di insubordinazione.

Perché solo chi si accosta alla scuola, scopre quanti tesori vi germogliano dentro, con ragazzi e ragazze che hanno solo bisogno di stimoli, di essere coinvolti, di essere accompagnati in percorsi che costruiscano non solo competenze, saperi, capacità, ma che gli consentano di sperimentare se stessi, acquisire consapevolezza di sé e strumenti per orientarsi nelle difficili fasi del diventare grandi. Basta davvero entrare nei corridoi e nelle aule, insieme a loro, ai loro insegnanti, per comprendere di cosa sto parlando. Girando per le scuole con un progetto di contrasto agli stereotipi, alle discriminazioni e alla violenza di genere, mi rendo sempre più conto di quanto ribollire positivo di idee, spunti di riflessione, di cambiamento ci sia. Noi adulti possiamo e dobbiamo incoraggiarli a lasciar emergere questo flusso, affiancarli in un cammino che agevoli e permetta che nuovi e positivi punti di vista si affermino, che si diffonda una cultura della parità e del rispetto, per una comunità umana libera da gabbie e catene culturali, che imbrigliano le nostre energie e istanze di cambiamento. Si possono spezzare circoli viziosi, muri, barriere che offuscano e limitano il nostro io, la nostra autenticità, il nostro desiderio di essere noi stessi/e e non ciò che le aspettative altrui costruiscono di noi. I risultati arrivano da sé e sono sempre un dono prezioso, dimostrano quanto sia importante non disperdere questa possibilità, questa opportunità, questa impellente necessità di espressione, di sperimentare se stessi/e e le proprie potenzialità.

 

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Foto in apertura: un elaborato al termine di un laboratorio contro stereotipi e violenza di genere, ad opera di una studentessa della V A del liceo artistico – Istituto Einaudi di Magenta.

 

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Molto più che panchine


Il 26 novembre scorso con l’associazione Libere Sinergie abbiamo dato il via al progetto “Panchine rosse contro la violenza sulle donne”, inaugurando una prima panchina presso i giardini pubblici di via Montegani a Milano. Abbiamo dato 4 mani di colore per porre le basi di un lavoro che sarebbe partito da lì in poi.

Da quel giorno è iniziato il percorso con i ragazzi e le ragazze della III C dell’Istituto Kandinsky di Milano, dapprima con un laboratorio su sessismo, stereotipi e violenza di genere curato dalla sottoscritta e da Carla Rizzi: un passaggio fondamentale di approfondimento, per fornire gli strumenti necessari alla comprensione del fenomeno, per riflettere insieme sulle sue radici. Sono stati incontri che ci hanno permesso di creare quel clima e quella sensibilità necessarie per dare corpo alle fasi successive. Ringraziamo i ragazzi e le ragazze per le idee e l’interesse, gli spunti di riflessione e di miglioramento che ci hanno donato. Un’esperienza di reciproco arricchimento umano ed emotivo che custodiremo con cura, scintille e intrecci preziosi con le nuove generazioni: il vero motore e il carburante di un attivismo fatto con cuore e passione, fatto di puro volontariato. Cogliere quelle luci che si accendono piano piano nei loro occhi è una gratificazione enorme, sguardi che si allargano e spiccano il volo. Ascoltare il loro punto di vista ci fa crescere insieme. Capita ogni volta e ogni volta sono infinitamente grata loro.

Le scuole sono davvero il perno essenziale di questo progetto, che stiamo proponendo e portando anche in altri istituti superiori. Per questo l’incontro con il writer e poeta di strada Dario Pruonto, in arte Mister Caos http://www.mistercaos.com/ , è stato importantissimo. È un compagno di viaggio speciale, fa la differenza. Abbiamo cucito le varie fasi del progetto, tessendo una collaborazione con lui, con la sua creatività, la sua professionalità e la sua capacità di coinvolgere i giovani, toccando le giuste corde. Ha accompagnato i ragazzi in un viaggio attraverso la street art, la poesia e il recupero del valore e dell’importanza delle parole per poter trasmettere messaggi in modo efficace, per poter raggiungere quante più persone possibile. Una guida non solo creativa e grafica, che ha saputo fargli strada in un lavoro in cui le parole e il messaggio fossero il cuore di tutto. Mister Caos li ha condotti in un libero flusso creativo fatto di costruzione-demolizione-ricostruzione, attraverso un brainstorming che lasciasse emergere le parole e i concetti chiave. Proprio come dubbi, ripensamenti, contrasti e contorsioni iperboliche esistenziali e mentali concorrono a fornire materiale per la poesia: distillato di un susseguirsi di parole che riescono a penetrare e a farci riflettere.

A partire da questa raccolta di idee, gli studenti e le studentesse, supportati dalla loro professoressa Jaya Cozzani, hanno sviluppato un progetto grafico ricco di significati, dal contenuto profondo, che realizzeranno in team con Mister Caos il prossimo 19 aprile a partire dalle ore 10:00. Questo mix di grafica, parole e messaggi rivestirà due panchine e le renderà “parlanti”, strumenti attivi di contrasto e di sensibilizzazione collettiva e condivisa. Un invito alla cittadinanza tutta affinché si attui un cambiamento nella cultura e nelle relazioni, un progressivo superamento delle discriminazioni e squilibri di genere e si concretizzi un impegno collettivo volto a debellare la violenza di genere in ogni sua forma.

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Qui https://youtu.be/VFuWy4oCYL0 il video della realizzazione delle due panchine rosse.

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Sensazioni dal Paese con la testa che guarda indietro

@ Olimpia Zagnoli


Mi trovo in un vortice di pensieri difficili da maneggiare, sensazioni e percezioni sgradevoli, mi sento appesantita, schiacciata dalle notizie di due giovani vite stroncate prematuramente. Mi sento paralizzata e queste prime parole che sto scrivendo hanno avuto bisogno di superare il senso di nausea che mi provoca questo paese, che tra i lustrini di un Sanremo che simula un’attenzione per le donne (condito naturalmente dall’immancabile, molesto messaggio di sottofondo “tornate a fare figli e a fare le mamme”) e le vittime di violenza e poi nei fatti si comporta all’opposto e il fiume in piena di promesse, rumore e violenza da campagna elettorale, è dotato dei quotidiani più meschini, scritti da alcune firme che nonostante gli appelli, i manifesti, i richiami continuano ad incrementare la dose di morbosità e di romanzato attorno alle donne. Un dilagare che non ha più territori in cui non giunge. Non c’è più una soglia prima della quale si sceglie di fermarsi. Non c’è nemmeno il pudore e il rispetto per chi non c’è più. Non importa il come non ci sono più, la maniera di trattare le vite di queste donne è sempre la medesima. Corpi, giudizi un tanto al chilo, ricostruzioni del tutto infondate, invisibilizzazione delle vittime, ricerca esasperata di un elemento di colore e di melodramma in storie che sono terribilmente dolorose e quel dolore va rispettato, esige che ci si sappia regolare, bloccare prima, anche a costo di non scrivere nulla. Accanto al dovere di cronaca esiste un dovere di rispettare le persone, soprattutto se non ci sono più e non possono difendersi. Invece, con queste modalità di fare pseudo informazione, tutto passerà e resterà solo la spazzatura di quelle penne che ci hanno ricamato su. Perché alla fine, sarà impossibile cancellare premendo il tasto rewind. E da troppo tempo c’è un diffuso senso di reale e colpevole indifferenza per ciò che le donne si trovano a vivere e a subire. Donne le cui difficoltà e ostacoli si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione, senza che a nessuno importi di interrompere questo ciclo.

Nulla è innocuo, come non lo è questo articolo (che non è l’unico e non cambia la sostanza se poi è stato rimosso dall’edizione online) che riesce a cambiare radicalmente il punto di osservazione, creando empatia verso un uomo che si è chiaramente approfittato di una ragazza sola, giovanissima, in difficoltà. Una ricostruzione romanzata che assolve e normalizza un abuso, perché di questo si tratta. Qui scompare il ruolo attivo di uno stupratore e resta solo una ragazza che vende la sua bellezza. Se Pamela sulla sua strada non avesse incontrato un soggetto che si è preoccupato solo di soddisfare i suoi interessi da cliente abusando di una ragazza, forse la storia non si sarebbe conclusa così tragicamente. È una responsabilità collettiva che manca ed è quella differenza che possiamo fare tutti e tutte se dotati/e di una cultura diversa, se non continueremo a ribaltare piani e punti di vista ma ricostruiremo i fatti senza alterare la realtà e il fatto che se non cambieremo continueremo a perdere tante e tante donne, solo perché nell’egoismo, nell’indifferenza e in frasi come “il mestiere più antico del mondo ” si nasconde il peggio dell’umanità. Smettiamola di assecondare e di giustificare questa robaccia. Non siamo allo stato di natura e tutti siamo in grado di compiere scelte corrette se adeguatamente educati e consapevoli delle nostre azioni. Perché occorre comprendere che continuare a giustificare gli uomini per le loro abitudini e la loro mentalità genererà solo altre vite interrotte, distrutte, annientate e segnate.

Eppure i valori e i punti di riferimento sembrano ancorati ancora a un passato in cui le donne erano considerate esseri umani di serie b, oggetti appartenenti a un uomo, che fosse padre, marito o fratello. Così siamo ancora considerate, corpi, oggetti, campi su cui combattere guerre e agire conflitti, strumentalizzando le donne per altri fini. Nulla di più scontato se ci adoperano in chiave razzista e xenofoba, ci fanno diventare vessilli di cieche furie fasciste. Ma il nostro massacro continua, non si ferma, in un modo o nell’altro passa inosservato, se non deformato e riciclato in altra chiave. Si parla di noi solo in termini morbosi e voujeristici, con uno stile immutato dai giornali di cronaca nera degli anni ’50 e ’60.

In un paese in cui è tuttora considerato sano e normale abusare di una donna, secoli di cultura patriarcale e machista non possiamo scardinarli con la sola forza del pensiero. Se dopo le ondate degli scandali berlusconiani, ridotti a brandelli a distanza di una manciata di anni, se si vuole picconare e abbattere il pilastro della legge Merlin che punisce lo sfruttamento della prostituzione, evidentemente ci vuole molta più decisione e qualcosa va aggiustata se vogliamo seriamente contrastare questa deriva culturale.

Tutto è legato, strettamente interconnesso. Così non bastano le parole, non ce ne sono più. Un deserto attorno alle vite delle donne, strattonate ora di qua ora di là, utili alla bisogna, incelofanate in statistiche e in ricostruzioni deturpanti e che tolgono dignità, deumanizzate, incasellate e suddivise in categorie, svuotate e riempite di istanze da chi non ha mai ascoltato veramente le loro voci. Questo accade in questo putridume di paese, diviso, sezionato, mai risolto, mai educato, mai liberato da zavorre culturali altamente nocive. Contente saremo alla mercé dei programmi elettorali. E anche se le donne denunciano le violenze, come emerge dall’analisi della commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato e i casi di assoluzione dei violenti variano da regione a regione. Sanzioni blande per le molestie sul lavoro, la valutazione errata delle situazioni, la consuetudine a derubricare le violenze a conflitti familiari, l’ombra della Pas, i sistemi informativi che non parlano tra loro, una raccolta dati inefficiente e lacunosa. Anche la commissione auspica che i media abbandonino la spettacolarizzazione o certe derive in caso di violenza e di femminicidi. Ma con gli auspici non andiamo lontano se non c’è un sistema che penalizzi simili abitudini.

E forse la chiave per capire cosa veramente muove tutto e perpetua un certo status quo è nel potere.

Oggi come secoli fa, quando ci mandavano al rogo per «una competizione senza quartiere fra le Chiese cattolica e protestante per la suddivisione del mercato religioso».

Utili a muovere gli ingranaggi, oggi come ieri, le nostre vite, i nostri destini, i nostri sogni finiscono tutti sul rogo e sembra possibile torturare i nostri diritti perché, nonostante tante battaglie, è più facile e rapido tornare indietro e perdere di nuovo tutto. Per colpa di chi non ha mai voluto ascoltarci e considerarci per tutto l’universo complesso e variegato che siamo. Per colpa di chi ci ha usato e continua a farlo. Per colpa di chi prende e strappa. Per colpa di chi non fa mai domande e non incrina mai le buone e sante abitudini. Per colpa di chi sembra indifferente alla realtà che vivono le donne e vuole credere che tutto va bene. Per colpa di chi considera le donne e i loro diritti materiale da sfruttare politicamente ed elettoralmente. Non affannatevi, è una pantomima indegna che respingiamo al mittente. Se è necessaria una responsabilizzazione collettiva, è necessario che questa sia sincera, autentica, non posticcia, a corrente alternata, altrimenti i risultati saranno nulli, se non addirittura controproducenti. In anni di militanza ho imparato a riconoscervi.

Il clima asfittico italiano lo si denota anche dalle blande lettere scritte da attrici e da giornaliste in tema di molestie. è giunto il momento di parlare chiaramente di cosa accade nel mondo del giornalismo e dappertutto (perché nel 2015 non avete seguito la strada aperta da Olga Ricci, dove eravate?). Iniziamo a fare un vero #metoo con nomi, testate, storie e testimonianze.

È il momento del coraggio, della trasparenza: un varco che potrebbe chiudersi presto e che non va sprecato con metodi fumosi, tiepidi e vaghi. Le parole possono essere forti tanto da spaccare un muro di consuetudini, è il momento, un fenomeno cosmico raro da cogliere.

Il sistema per cambiare deve crollare e deve per prima osa incrinarsi il clima di omertà e impunità, deve iniziare a tremare e sentirsi in pericolo. L’estinzione parte da una denuncia forte e circostanziata.

Questo mondo ha bisogno di poesia e da questa lirica di Dale Zaccaria ricomincio a sperare, a ritrovare la fiducia. Credo che questa sia la sorellanza, arriva quando sei smarrita e ti spinge ad andare avanti. Grazie Dale.

Donna/per chi ti ha violato/per chi non ti ha amato/donna sincera/scogliera di mare/buia come la notte/forte come la luna piena/donna bambina/legata alle stelle/fatta di nuova terra/di nuova pelle/donna per tutta la vita/che nasci generando/che accendi sempre il mondo/donna amata/donna gettata sulla strada/madre sola/nuova luce/nuova memoria/donna che ti hanno creato e poi ti hanno ucciso/donna come la sabbia/ la porta il vento/nella storia di tutti/nella fine di un canto.

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Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi di genere e violenza


Dopo l’ondata del 25 novembre, prendiamoci del tempo per riflettere. Per cercare di capire in che contesto viviamo, quale sia il punto di vista degli italiani e delle italiane sul tema, che tipo di cultura permea le relazioni e la nostra società, per fare il punto su quali leve e aspetti lavorare.

Il 23 novembre sono stati presentati i risultati di una indagine “La percezione della violenza contro le donne e i loro figli”, condotta da Ipsos per conto di WeWorld Onlus, organizzazione non governativa che da quasi 20 anni promuove e difende i diritti dei bambini e delle donne a rischio in Italia e nel mondo. È stata l’occasione a distanza dalla precedente ricognizione, del 2014, per fare un bilancio dell’opinione di un campione di 1000 persone (49% uomini, 51% donne tra i 18 e i 65 anni) intervistate nel mese di ottobre 2017, su una serie di affermazioni in tema di stereotipi di genere (tra parentesi la somma delle percentuali di chi è molto d’accordo o abbastanza d’accordo):

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%)

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Respect-MI: insieme si può


Al via il progetto promosso dall’Associazione Libere Sinergie per sensibilizzare e informare la cittadinanza sulla violenza di genere, coinvolgendo tutti i soggetti del territorio, a partire dalle Scuole.

Il 26 novembre, presso il giardino di via Montegani a Milano ed in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, verrà inaugurata la panchina rossa promossa dall’Associazione Libere Sinergie. Primo step di un percorso che, come spiega la presidente della neonata Associazione, che ha curato la stesura dettagliata del progetto per le scuole, Simona Sforza, “consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate nei parchi e nelle vie della città, specialmente in periferia, per non dimenticare le donne vittime di femminicidio”. Panchine che però “devono essere – continua Sforza – dei simboli fisici tangibili di un impegno quotidiano di tutti e di tutte per aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza, un luogo per diffondere consapevolezza e sensibilità su queste vite segnate o interrotte dalla violenza”.

L’iniziativa, nata con il patrocinio del Municipio 5 del Comune di Milano, si svolgerà a partire dalle 15:00 e vedrà la partecipazione, fra gli altri, degli studenti della III C dell’istituto Kandinsky che si faranno autori e protagonisti delle successive fasi del progetto, ovvero la decorazione grafica della panchina, attraverso un percorso prima di riflessione e di approfondimento del fenomeno della violenza in laboratori specifici e poi di personalizzazione e realizzazione di una idea artistica, che renda “parlante” la panchina. Il coinvolgimento delle scuole rimane infatti una delle priorità per l’Associazione Libere Sinergie per combattere la violenza di genere come problema culturale.
Periodicamente verranno organizzati presidi informativi proprio presso la panchina, affinché la cittadinanza sia coinvolta permanentemente e faccia proprio il senso e gli obiettivi del progetto che la panchina materialmente rappresenta.
Il progetto vede anche il sostegno e la collaborazione di Mister Caos, poeta di strada e fermo sostenitore della lotta ad ogni forma di violenza, che ha aderito all’iniziativa sottolineando “come in un’epoca in cui si comunica e si scrive tanto velocemente senza dare troppo peso a quello che si dice, sia bello creare un percorso condiviso e dare forza ad un progetto come questo: diretto, all’aperto, gratuito e che coinvolge zone della città bellissime, ma cariche di complessità. ”
La prima panchina ed a seguire tutte le altre, che verranno dipinte di rosso da Libere Sinergie e dalle scuole di volta in volta coinvolte, riporteranno tutte il numero nazionale antiviolenza 1522, perché oltre che un momento di riflessione vogliono essere uno strumento utile per segnalare a chi rivolgersi per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Libere Sinergie nasce il 26 giugno 2017 dalla duplice volontà di portare avanti progetti educativi per prevenire la violenza di genere e fornire una sorta di mappatura di servizi già esistenti. Il tema della violenza non è il solo che compone gli obiettivi dell’Associazione: salute di genere e prevenzione, lavoro al femminile e forme di work-life balance, allargando fino a presidiare e a sostenere tutti i diritti delle donne, per raggiungere una società sempre più egualitaria e paritaria, in cui tutte e tutti possano esprimere le proprie potenzialità, senza muri o ostacoli.

Mister Caos, che ha fatto degli spazi cittadini le pagine su cui scrivere le sue poesie, è organizzatore e direttore artistico della seconda edizione del festival internazionale della poesia di strada. Le sue composizioni sono affisse a Milano, Roma, Palermo, New York, Parigi ed Hong Kong, per citarne alcune.

Associazione Libere Sinergie: http://www.liberesinergie.org
Mister Caos: http://www.mistercaos.com

Milano, 23 novembre 2017

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli


Alla cortese attenzione della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli
CC: Onorevoli Laura Boldrini e Maria Elena Boschi
*** 
Onorevole Ministra,
Le scriviamo perché i segnali di pericolosi arretramenti culturali stanno raggiungendo una cadenza quotidiana allarmante. Più che arretramenti, si tratta del permanere e della diffusione dei più evidenti elementi alla base della cultura che fa da substrato alla violenza di genere. In rete specialmente, accanto a fenomeni di hate speech e di cyberbullismo, girano contenuti esplicitamente violenti che alimentano e legittimano la violenza contro le donne. Un esempio tra i più recenti è il brano musicale “Yolandi” a firma del rapper Skioffi.
Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.
Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.
Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.
Ed è per questo che ci rivolgiamo a Lei Ministra Fedeli. Da troppo tempo (dal 2015 e intanto la legislatura volge al termine) attendiamo le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (“Buona scuola”), qui di seguito riportato:

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2015/07/15/15G00122/sg

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2013/08/16/13G00141/sg

Le chiediamo di dare un’accelerazione a riguardo, superando resistenze e le barricate della bufala della “Teoria del gender”, a quanto pare ancora molto diffusa nonostante questa circolare ministeriale.
Al centro di questa azione formativa ci devono essere i ragazzi e i bambini: sono loro i futuri adulti e se certi modelli si radicano, difficilmente si potranno sradicare in una fase successiva. Non si deve coinvolgere solo genitori e insegnanti in un piano di formazione sul tema della violenza e delle discriminazioni di genere.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni recenti:

“Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre.”

È urgente lavorare oggi per non ritrovarsi domani con la situazione attuale. Perché la violenza ripetuta porta a conseguenze permanenti devastanti nelle donne che la sperimentano. Nonostante le ragazze e le donne oggi trovino maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione, è ancora troppo diffusa l’abitudine a confondere proprio questo tipo di caratteristiche con l’amore, come un’attestazione di tale sentimento. Sappiamo che così non è, ma l’immaginario in cui sono immersi i ragazzi e le ragazze non è ancora bonificato da tutto questo armamentario patriarcale.
Purtroppo su questo incidono “le camicie di forza di genere”, che ingabbiano e limitano i ragazzi e le ragazze in ruoli stereotipati e comportamenti attesi. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie.
La violenza si radica se manca una cultura del rispetto. Occorrono alleanze tra le varie agenzie educative e interventi permanenti, capillari, non episodici. Occorre conoscere cosa c’è alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani, occorre mirare bene gli interventi educativi, occorre far maturare in loro lenti nuove per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti. Maturare è anche sviluppare un senso critico autonomo, perché noi non vogliamo meri consumatori – esecutori passivi, dobbiamo crescere cittadini pienamente consapevoli, in grado di sviluppare anticorpi giusti per interpretare e affrontare ogni sollecitazione, input. Parlarne sporadicamente non serve, occorre un intervento educativo trasversale e costante sin dai primi anni di scuola, prima che si sedimentino sovrastrutture nocive.
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Per una informazione corretta

 

A proposito della notizia riportata da numerose testate di un provvedimento da parte del GIP di Catania che avrebbe “derubricato a infortunio sul lavoro” la violenza sessuale su una dottoressa che prestava servizio come guardia medica. Occorre fare chiarezza su quanto è stato riportato.
La Procura di Catania che ha disposto l’arresto dell’aggressore 26enne, gli contesta i reati di violenza sessuale aggravata (perché commessa in danno di incaricato di pubblico servizio), di sequestro di persona, di lesioni volontarie pluriaggravate e di danneggiamento.
La dottoressa, tramite i suoi legali, ha presentato denuncia contro il 26enne e ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo. Pertanto non vi è stata alcuna deformazione del reato da parte del magistrato. Tanto è vero che il GIP ha disposto il carcere come misura cautelare, vista la gravità dei fatti commessi e dei reati contestati.
Lo conferma il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, in una lettera inviata all’ordine nazionale dei giornalisti:

“E’ una ‘falsa notizia’ quella riportata da ‘alcuni quotidiani di informazione online’ sulla presunta derubricazione da violenza sessuale a infortunio sul lavoro del reato contestato all’uomo che violentato una dottoressa in servizio alla guardia medica di Trecastagni”.

Pertanto la questione della classificazione come “infortunio sul lavoro” riguarda un ambito lavorativo e non penale, quindi all’interno del rapporto di lavoro tra la dottoressa e la pubblica amministrazione, in questo caso l’ASP di Catania (Azienda Sanitaria Provinciale).
I media hanno deformato le responsabilità in questa vicenda, fuorviando l’opinione pubblica. Un fatto molto grave, soprattutto perché non aiuta a fare chiarezza, ma genera ostilità infondata e cieca.
La dottoressa ha sollevato la questione della mancanza di strumenti idonei a garantire la sicurezza di chi opera negli ambulatori di prima assistenza, l’assenza di telecamere collegate con le forze dell’ordine, nonostante il ripetersi di episodi di aggressioni ai danni del personale sanitario. La dottoressa si è sentita inascoltata anche dalle istituzioni, che già in passato non avevano preso provvedimenti in tema di sicurezza:

“Per l’azienda sono stata vittima di un infortunio sul lavoro”, come ha dichiarato a Repubblica. Ha inoltre riferito che «Abbiamo delle telecamere che praticamente sono a circuito chiuso, cioè sono ridicole. Cioè a che cosa servono? Solo ad avere delle prove se è successo un delitto là dentro? Basterebbe utilizzare dei mezzi come una telecamera… cioè ricollegare quelle telecamere invece di essere a circuito chiuso in un sistema con sorveglianza remota, cosa che abbiamo chiesto, implorato e che non ci è stato dato, sicuramente, non dico che avrebbe evitato l’aggressione, quella una volta che io apro… eh, succede. Però avrebbe limitato il danno, cioè immediatamente sarebbero arrivati i soccorsi». «Io – ha ribadito la donna – chiedo solo di fare il mio lavoro nel rispetto della mia dignità di medico, di tutti i medici».

A questo punto sorge un’altra questione. Come sappiamo esistono i congedi dedicati alle donne che hanno subito violenza. Perché in questo caso non si è adoperato questo strumento? Perché la dottoressa non ne ha fatto richiesta?
Cerchiamo di capire in cosa consiste questo strumento, affinché le donne possano avvalersene.
Il 15 aprile 2016 è arrivata la circolare INPS per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015. Il congedo è previsto in caso di violenza di genere, quindi di un episodio di violenza motivato in base al genere sessuale che causi alla donna un danno fisico o mentale o una sofferenza fisica o mentale.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico (in base alle condizioni dettate dall’Amministrazione cui appartengono) e privato, escluse le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi, anche non continuativo, al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio (ex art. 5 bis del D. L. n. 93/2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119/2013). Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa. È possibile inoltre trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, nonché l’opportunità di ritornare al tempo pieno. Le collaboratrici a progetto possono chiedere di sospendere il rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento dei suddetti percorsi di protezione.
La lavoratrice deve comunicare al datore di lavoro l’intenzione di fruire del congedo con un preavviso di almeno sette giorni, allegando i certificati che attestano l’inserimento in un percorso di recupero. La lavoratrice dovrà presentare domanda (attraverso i moduli ad hoc scaricabili dal sito) alla struttura territoriale INPS, di regola prima dell’inizio del congedo. Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza.
In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.
Se per esempio guardiamo la Spagna, vengono coperte anche le lavoratrici autonome, che hanno diritto a una serie di agevolazioni, incentivi e sospensioni delle tassazioni. Hanno avviato dal 2004 programmi di inserimento lavorativo, incentivi alle imprese che assumono donne con esperienze di violenza, spazi abitativi, sussidi integrativi, facilitazioni per la mobilità geografica. Insomma per lo Stato i diritti economici e lavorativi di queste donne sono centrali, insieme agli interventi di prevenzione, per il cambiamento culturale e al sostegno ai centri antiviolenza.
A distanza di più di un anno dalla circolare Inps, Tito Boeri denuncia che solo “150 donne dal luglio 2015 hanno fruito del congedo per chi è in cura per avere subito violenze”. Intanto, si dovrebbe evitare di patologicizzare le donne che hanno subito violenza, non dovremmo riferirci a loro come “in cura”, ma come donne sopravvissute alla violenza, che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita e di sostegno per poter affrontare e superare il trauma legato all’esperienza che hanno vissuto. Al netto dei termini adoperati dal presidente dell’Inps, resta il problema dell’esiguo numero di congedi richiesti.
Occorre in primo luogo scandagliarne le cause reali, comprendere soprattutto dov’è il collo di bottiglia, cosa impedisce di richiederlo e di usufruirne. Si tratta di una mancanza di informazione a riguardo? Si tratta delle condizioni di lavoro e dei contesti lavorativi che scoraggiano e rendono arduo richiedere il congedo? Si tratta di un problema all’interno del rapporto tra dipendente e datore di lavoro? Alla denuncia di Boeri si dovrebbe accompagnare un interrogarsi su questi aspetti, per poter intervenire e invertire la rotta. Pertanto le istituzioni competenti dovrebbero attivarsi a riguardo, per ricercare le cause e comporre la strategia di intervento, anche avviando una capillare campagna informativa su questo tipo di congedi. Occorre creare consapevolezza sui diritti e sugli strumenti, altrimenti si rischia di vanificare le positive integrazioni legislative apportate. Soprattutto le istituzioni possono e devono coadiuvare il lavoro dei sindacati. È necessario un intervento politico per diffondere una corretta informazione.
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Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

Sempre sul tema:

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Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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Segnali che sono misura della condizione femminile 

Chissà come sarebbe svegliarsi in un Paese in cui non fossimo più costrette ad assistere alla minimizzazione, sottovalutazione, normalizzazione della violenza sulle donne. Se i diritti umani fossero uguali per tutti e tutte, se non facessero sempre da contorno a questioni più importanti, se le donne in questo Paese non fossero una presenza trasparente, utile solo per riempire qualche scranno ma tenute attentamente subordinate e sotto controllo. Le istituzioni non sono sufficientemente e uniformemente pronte a scardinare la cultura della violenza e dello stupro, compresa la cultura che ritiene le donne degli esseri umani di serie b o addirittura oggetti. Donne che devono saper stare al proprio posto grate di poter fare da figuranti, portaombrelli, estremità di un oggetto per riparare i sacri corpi e le preziose menti maschili. E non c’è alcuna percezione e consapevolezza nelle donne di questo ordine della subordinazione obbligata. Non può essere altrimenti perché i partiti non investono su questo tipo di caratteristiche, le donne parlanti e ragionanti sono sempre una percentuale da tenere sotto controllo, da isolare e da sfiancare a furia di vedere certe questioni politiche rimosse e insabbiate. Non è assolutamente facile per le donne abituate a usare la propria testa, resistere in certi contesti e restare se stesse. Alcune pressioni e atteggiamenti sono autentiche forme di violenza. Aspetti di sessismo in politica di cui si parla molto poco.

C’è una paura cieca quando si parla di dignità, benessere, diritti delle donne, che al massimo si ritrovano a dover ringraziare per un bonus e per essere ammesse sul palco non come relatrici ma come parapioggia e parasole umani. Le donne prede del sessismo benevolo, più sottile, subdolo, tanto da essere poco riconoscibile. Perché non si insegna alle donne a cogliere certi segnali. Così i ruoli stereotipati di genere passano di generazione in generazione. 

I ruoli sono fissati sempre verso una restaurazione/conservazione del passato. I ruoli immobilizzati tra quello di mamme e di ausili funzionali da cura, di questi uomini potenti ma ancora incelofanati dalle ragnatele di un maschilismo becero e gretto. Nessuno dei relatori, chiaramente tutti uomini, ha avuto un moto umano spontaneo per afferrare l’ombrello. Qui è il nodo culturale. 

E come ci ricorda Graziella Priulla, negare i danni all’immaginario e alle battaglie femminili di decenni, fa parte del sessismo interiorizzato. 

“Le ragazze portaombrello che sono contente della loro umiliazione non dimostrano altro che l’esistenza del sessismo interiorizzato (rileggere Bourdieu: Più l’ordine delle cose è percepito come naturale e legittimo da parte dei dominati, più tranquillamente si realizzano forme di dominio da parte dei dominanti).”

Subordinate a tal punto da non avvertire niente sulla propria pelle e sull’effetto all’esterno.

Mi chiedo perché dopo aver recuperato gli ombrelli non li abbiamo semplicemente dati in mano ai relatori e abbiano avvertito la necessità di mantenerli loro. Se solo una delle volontarie avesse fatto questo gesto, ma non è scattato nulla. E quegli uomini di potere si sono sentiti investiti del diritto di avere qualcuno che reggesse l’ombrello al loro posto. I commenti a posteriori lo dimostrano. 

Volontaria non significa sobbarcarsi tutto passivamente. Non significa stare zitte o difendere posizioni indifendibili per ragioni di fedeltà partitica (questo porta a essere conniventi) come qualcuno mi ha più volte richiesto. E vi assicuro che purtroppo i compiti diversificati per genere non sono rari. È un problema trasversale, non importa il colore politico. A questo punto ci dobbiamo chiedere dove si sia cacciata quella dose di sana insubordinazione che ci fa scattare e dire “no, non ci sto!” Che meraviglia poter riscoprire e praticare il rifiuto all’esecuzione cieca richiesta agli automi. Prima capiamo che è una trappola meglio sarà. Non ci sarà alcun beneficio, solo servitù. 

Non riuscire a vedere la realtà in cui si è immerse fa parte di un programma e di uno schema maschilista collaudato. Fare finta che tutto appartenga alle nebbie del passato, quando il femminismo smascherava appunto il sistema androcentrico. Infatti è molto presente, tutt’altro che raro. 

Le donne devono ancora essere grate, pentirsi per aver espresso la propria opinione, essere genuflesse e fare a meno di evidenziare questioni più che giuste. L’idea che alle donne si chiede sempre di rinnegare se stesse e la propria voce autentica, fare un passo indietro, stare sempre un passo indietro, seguire il capo, non autodeterminarsi perché ci deve essere sempre un uomo a decidere per noi, non sia mai che ci venga in mente di scegliere con il nostro cervello in preda al ciclo e agli sbalzi dell’utero.

Ci chiedono di annullarci, di affidarci agli uomini così tutto si sistemera’, anche le storture, le discriminazioni, anche la violenza. 

Chiaramente un teatro dell’assurdo, che ci strozza e ci allontana dalla meta.

E per di più devo rilevare che  a questa costruzione concorrono i tanti che continuano a restringere gli ambiti e i confini delle discriminazioni, considerandoli separati. Tempo fa scrissi di quanto le non conformità al modello maschile dominante portassero alle discriminazioni di coloro che non si adeguavano e non vi rientravano. 

Come dicevo siamo di fronte a una classe politica che non sempre è adeguata per scardinare i meccanismi di una cultura nociva. Non solo: non è in grado di assumersi le proprie responsabilità e di fungere da esempio positivo di cambiamento. Tanto da riuscire a dichiarare che lo stupro di 12 adolescenti su una quindicenne sia una “bambinata”, un gioco puerile. Stupro di gruppo, una cosetta da poco. Mai chiedersi come ci sono arrivati e cosa non ha funzionato da parte di coloro che avrebbero dovuto educarli. Come se educazione, valori e rispetto delle persone non dovessero già mettere radici sin dai primi anni e iniziare a dare frutti sin da subito. I limiti si insegnano. Come pure a relazionarsi adeguatamente. Perché assolvere e continuare a normalizzare e a banalizzare la violenza potrà generare solo mostri, mostri culturali che non sarà semplice cacciare via, perché evidentemente funzionali a una visione ancora connivente con chi stupra. Deboli e blandi tentativi di contrastare la violenza. Ricordando che le istituzioni sono lo specchio della società, che non si può dichiarare migliore, perché ancora troppo diffusa è la rivittimizzazione della vittima di violenza, corresponsabile e come colei che se l’è cercata. 

Non ci sarà via d’uscita finché non capiremo di dover prendere posizione con forza contro tutto questo, sempre, anche nei contesti più difficili, nei quali facilmente verremo bollate come femministe, isteriche, squilibrate, esagerate e misandriche. Non potremo accettare una via collaborazionista. È necessario sfondare questo muro con coraggio, spiegando alle donne quanto è importante non perdere l’unità e la coerenza in questo lungo e duro cammino di cambiamento. Basta veramente poco per tornare a quando la violenza era un reato contro la morale e non contro la persona. Accade ogni qualvolta si assume un atteggiamento indulgente nei confronti degli uomini violenti, si emettono sentenze che non recano giustizia alle vittime, si accusano le donne di produrre fake news, si sottovalutano i segnali di violenza, non si protegge adeguatamente la donna. Non passa, non può passare, anche se così commenta il sindaco di Pimonte, Michele Palummo. La violenza sottrae un pezzo di vita a chi la subisce e nulla potrà essere più come prima. 

Per questo forse a volte posso sembrare troppo veemente e emotiva nei miei interventi. Io non accetto che si minimizzi, siamo stanche di tutta questa mega giostra del “ci sono altre priorità “. Sì siamo stufe di essere pazienti. Abbiamo bisogno di istituzioni in primis che sappiano fare la loro parte, seriamente. Di parole che non collimano con i fatti ne abbiamo sentite già troppe. 

Liberiamoci di queste prigioni culturali, libereremo energie finora sconosciute. Ne ha bisogno l’intera comunità. 

Abbiamo molto lavoro da fare, iniziando da quanto rilevato dall’ultimo rapporto ombra Cedaw. Un segnale della considerazione data a questo report la possiamo assumerlo dal fatto che a Ginevra fossero presenti solo funzionari governativi e non rappresentanti del governo.

Consiglio di lettura: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2017/07/06/la-bambinata/

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Stalking: manteniamo alta l’attenzione

Grazie a Non una di meno per questa immagine

 

In questi giorni, nonostante il silenzio dei media mainstream, si è svolta una piccola ma importante battaglia. Sinora su questo blog non ne ho scritto, ma sul mio profilo Facebook ne ho parlato lungamente, cercando di capire cosa stesse accadendo e ho approfondito adoperando la mia testa. Un breve riepilogo serve perché la questione non è ancora chiusa, anzi, occorre che tutte noi vigiliamo. Vediamo perché.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.

Qui di seguito uno stralcio:

«Art. 162-ter. – (Estinzione del reato per condotte riparatorie). – Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.
Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.
Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie».
2. Le disposizioni dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1, si applicano anche ai processi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge e il giudice dichiara l’estinzione anche quando le condotte riparatorie siano state compiute oltre il termine della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.
3. L’imputato, nella prima udienza, fatta eccezione per quella del giudizio di legittimità, successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, può chiedere la fissazione di un termine, non superiore a sessanta giorni, per provvedere alle restituzioni, al pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento e all’eliminazione, ove possibile, delle conseguenze dannose o pericolose del reato, a norma dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1. Nella stessa udienza l’imputato, qualora dimostri di non poter adempiere, per fatto a lui non addebitabile, nel termine di sessanta giorni, può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento.
4. Nei casi previsti dal comma 3, il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito ai sensi del citato comma 3. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma, del codice penale.

Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Sulla necessità di un intervento correttivo interviene anche Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati: «Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Hanno preso posizione anche Maria Cecilia Guerra e Roberta Agostini, chiedendo sin da subito di riparare l’errore.

Subito si sono innalzate le barricate, da tante donne del PD e da Gennaro Migliore che ha dettato la linea da seguire: è una fake news, affermazioni totalmente infondate. Una valanga di commenti per silenziare e dileggiare chi cercava di informare su quanto stava accadendo. Io come al solito mi sono beccata un “ma hai letto la LEGGE?” per la serie non capisci niente e parli per sentito dire. Questo dopo aver postato vari materiali a riguardo.

Qui il cartello diffuso e rilanciato da un brillante Migliore, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia:

In tante non ci siamo fermate, non si poteva. Sentire negare l’evidenza è stato un ennesimo schiaffo. Si sono susseguite le dichiarazioni, le informazioni precise e dettagliate che hanno rivelato che tutto quanto denunciato era fondato. Altro che procurato allarme come qualcuno aveva intrepidamente affermato.

Alida post

Il problema e le relative preoccupazioni sussistono e non si può liquidare tutto come ha fatto il ministro Orlando: “Le preoccupazioni espresse sull’applicazione dell’estinzione del reato per condotta riparatoria, sia pure soltanto alle ipotesi meno gravi di stalking, secondo le interpretazioni degli uffici risultano non fondate.”

Esistono due procedibilità per querela di parte e d’ufficio per lo stalking. Esistono querele remissibili e altre no. La querela è irrevocabile nei casi di stalking che si realizzano attraverso minacce gravi e reiterate (nelle modalità di cui all’articolo 612, comma 2 c.p.) o nei casi in cui si procede d’ufficio (nei casi in cui il fatto sia connesso con altro delitto procedibile d’ufficio oppure è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 104/92).

Per i casi in cui non si ravvisino queste caratteristiche di minaccia grave e ripetuta nel tempo è consentita la remissione della querela di parte e secondo l’art. 162 ter si può riparare con risarcimento pecuniario congruo e ottenere l’estinzione del reato. “Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.”

La remissione processuale della querela dunque è possibile per alcune tipologie di stalking. Lo si evince anche da questa sentenza della Cassazione del 2015.

Pertanto l’art. 162 ter si applica anche allo stalking, nelle forme classificate più “lievi” ma che non sono assolutamente da sottovalutare, soprattutto perché non sono così rare, anzi sono le più numerose. Tante donne hanno perso la vita proprio per una archiviazione o altri tipi di sottovalutazioni e errori procedurali (come è stato per Ester Pasqualoni).

Come dicevamo, il tipo di stalking più frequente è rappresentato dalle molestie, tra il 60-70%, mentre le minacce rappresentano il “30% delle denunce e di queste il 15% sono di tipo “grave”.

I numeri sono importanti per avere un quadro chiaro. Comunque la questione centrale è che se anche fosse solo una donna a essere interessata dal 162 ter sarebbe comunque un problema, una discriminazione in termini di tutela e di libertà di scegliere come procedere. Non si può accettare che vi siano trattamenti diversificati e che permettano una risoluzione pecuniaria. Le persone che subiscono atti persecutori devono essere tutelate e supportate adeguatamente, molto più di come fatto sinora. Per questo dobbiamo tenere alta l’attenzione. Soprattutto perché già è complicato denunciare, lo sarà ancora meno se non ci sarà certezza che ci sia un processo e una condanna dello stalker.

Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Per non parlare del fatto che il risarcimento (pagabile anche in “comode rate”!) se ritenuto congruo può essere riconosciuto anche se non accettato dalla persona offesa e può portare all’estinzione del reato. La donna in tutto questo che margine di scelta ha?

Se Orlando alla fine afferma che: “Per evitare comunque qualunque possibilità di equivoco interpretativo si deve agire riconsiderando la punibilità a querela prevista nella legge del 2009” ha di fatto ammesso che il problema precedentemente definito infondato di fatto sussiste.

Il reato di stalking non può essere depenalizzato ed estinto con risarcimenti pecuniari perché sappiamo quanto questo può costare alle donne, in un Paese in cui da un lato si chiede alle donne di denunciare e dall’altro si affievoliscono tutele, si rende tortuosa l’applicazione delle norme e dei meccanismi di protezione. Intanto, le donne restano inascoltate e continuano a perdere la vita.

Ci sembra arduo andare a definire quando e se realmente siano state eliminate “le conseguenze dannose o pericolose del reato”.

Monetizzare un reato così diffuso e pericoloso è inaccettabile e ci porta indietro, allontanandoci ancora una volta dalla piena applicazione della Convenzione di Istanbul.

Non solo: come rileva Differenza Donna: “Gli strumenti di giustizia riparativa, come chiarisce la direttiva 2012/29/UE, richiedono garanzie volte ad evitare la vittimizzazione secondaria e ripetuta, l’intimidazione e le ritorsioni. (…)

Secondo la direttiva sui diritti delle vittime del reato 2012/29/UE, ogni forma di riparazione del danno deve essere definita a partire dagli interessi e dalle esigenze della vittima e deve tenere conto di fattori come la natura e la gravità del reato, il livello del trauma causato, la violazione ripetuta dell’integrità fisica, sessuale o psicologica, gli squilibri di potere.
Sin dalla sentenza Opuz c. Turchia del 2009 la Corte europea dei diritti umani ha chiarito che l’estinzione di reati che integrano violenza di genere attraverso pagamento di somme di denaro alimenta la percezione di impunità ed espone le donne ad ulteriori e più gravi violenze.”

Le vite delle donne non sono monetizzabili, pretendiamo la loro tutela piena e certa. Non accettiamo colpi di spugna a suon di denaro. Non può accadere in un Paese che ha a cuore il destino delle donne e che ha ratificato la Convenzione di Istanbul ma fa fatica ad attuarla pienamente. Non si può continuare a depenalizzare senza valutare le conseguenze su determinati reati e le implicazioni sulle ricadute sulle vite delle donne, già fortemente penalizzate da un sistema che non riesce a proteggerle adeguatamente e in tempi congrui. Dobbiamo fermare chi compie atti persecutori, che spesso sfociano in femminicidi, senza fornire facili scappatoie che mettono a rischio la sopravvivenza delle donne. Le donne devono poter contare sulla certezza del diritto e delle pene, sulla celerità dei procedimenti per poter trovare la forza di denunciare.

Abbiamo bisogno di chiarezza delle norme, troppi segnali che ravvisano stalking vengono sottovalutati, derubricati, minimizzati e sappiamo quanto può costare alle donne. Concentriamoci su ciò che non va e non creiamo ulteriori elementi di debolezza che intaccano i diritti delle donne. Monetizzare il reato di stalking comunque non eliminerà i rischi di recidiva e inoltre non manda segnali culturali positivi.

Il Senato approverà martedì un provvedimento (antimafia) che prevede l’applicabilità delle misure di prevenzione personale agli indiziati di stalking.

Per quanto riguarda invece le conseguenze del 162 ter per lo stalking, si parla di intervenire sulla legge sullo stalking del 2009 per rivedere e riformulare la punibilità a querela, come ha promesso il ministro Orlando. In pratica si sta pensando di rendere irremissibili tutte le querele per stalking, sottraendole quindi all’ambito di applicazione del 162 ter. Siamo sicure che questa sia la strada giusta? Interroghiamoci, perché anche questo potrebbe essere un modo per restringere l’autodeterminazione delle donne. Dobbiamo evitare che ci sia un aggravamento della situazione per le donne.

Dal Ministero fanno sapere che si potrebbe intervenire con un emendamento inserito in un altro testo legislativo (per esempio nel ddl sugli orfani di femminicidio oppure in quello sulla prostituzione minorile, ma al momento non ci sono date certe).

“L’esecutivo – suggerivano ieri Cgil, Cisl e Uil – deve subito specificare con una norma che nessuna denuncia per questo reato rientri nella sanzione riparatoria”.

Nel frattempo, siccome il 162 ter entrerà in vigore il prossimo 3 agosto, come suggerito dall’avvocata Roberta Schiralli sarebbe utile raccogliere e rendere pubblici tutti i casi di applicazione del 162 ter allo stalking, di risarcimento pecuniario e estinzione del reato che si verificano. Chi segue le donne, nei Cav o come legali, potrebbe compiere questo lavoro per far arrivare sistematicamente i casi all’opinione pubblica, raccontando le conseguenze e le implicazioni. Per non lasciar cadere il silenzio e evidenziare pubblicamente le ricadute di questa nuova previsione normativa sulle donne.

Arrivano, seppur con un certo ritardo le prime dichiarazioni di impegno:

“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza” ha detto la senatrice del Pd Francesca Puglisi. “Mi associo all’invito affinché la disponibilità del Ministro a modificare la norma si traduca al più presto in fatti”, ha detto la deputata Elena Centemero, forzista come Mara Carfagna che ha invitato le ministre del governo a “vigilare” sulle modifiche che saranno apportate.

“È assurdo – ha detto invece la senatrice Paola Taverna del M5s –, molesti, paghi ed è cancellato il reato. Facciamogli anche lo scontrino cortesia, così poi ritornano”.

Arriva, dopo giorni di pesante silenzio sulla vicenda, anche la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio nonché colei che detiene la delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi, “che durante un convegno della Cisl ha dichiarato “apprezzamento” per la volontà di Orlando di modificare la legge.”

Incredibile quanto possano dilatarsi i tempi di reazione e di responsabilizzazione di alcune donne nelle istituzioni.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno.

 

Rassegna stampa parziale

https://www.facebook.com/antonella.anselmo.77/posts/10211842457689566

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=08163

http://www.agenpress.it/notizie/2017/06/29/stalking-orlando-governo-interviene-punibilita-querela/

https://articolo1mdp.it/comunicati-stampa/stalking-guerra-commesso-un-errore-ammettere-correggere/

http://www.rassegna.it/articoli/stalking-inaccettabile-solo-il-risarcimento

http://www.cgil.it/stalking-reato-cancellato-vergogna-nel-paese-donna-viene-uccisa-due-giorni/#.WVKSsWH0_Xc.facebook

https://www.facebook.com/telefonorosa/photos/a.454859931269798.1073741825.194794413943019/1462459510509830/?type=3&theater

https://www.diritto.it/stalking-la-querela-e-irrevocabile-se-la-condotta-e-posta-in-essere-con-minacce-gravi/

https://www.facebook.com/roberta.agostini.961/posts/10213257927673348

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/06/28/ASPWkQ7H-stalking_polemica_depenalizzazione.shtml

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/06/14/progetto-legge.pdf

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/329045.pdf

http://www.senonoraquando-torino.it/2017/06/29/comunicato-stampa-di-telefono-rosa-piemonte-di-torino/

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Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza


Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti sull’edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui).
Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l’alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l’elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto, evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.
Eppure il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.

In esso si “richiama i giornalisti all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l’umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell’omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l’identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy.”

Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l’idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l’insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l’uomo a toglierle la vita.
Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell’immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la “soluzione”, a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le proprie aspettative.
“Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto.” come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,”una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto.” Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi “di un uomo buono che si scopre assassino spietato”. Non c’è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si arriva finanche a tratteggiare un Perale che “sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia”, tradito dalla “ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo”. Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi non comprovata dagli organi preposti: “Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato.”
Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull’uomo, sulle sue presunte “buone ragioni”, sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall’azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa “distanza emotiva tra Venezia e Mosca”, quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione “virile, passionale” di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: “un professore di cinquant’ anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull’amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer.” Nessun equivoco sull’amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l’autore di un duplice assassino premeditato.
Altro che mistero di una notte di “follia” come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d’appendice.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Come distorcere la realtà della violenza fondata sul genere

© Irma Gruenholz


Nel corso della trasmissione Nemo – Nessuno escluso del 13 aprile, viene presentata prima la storia di violenza di Lidia Vivoli, la sua testimonianza toccante di sopravvissuta e il suo timore di essere uccisa dal suo ex che sta per uscire dal carcere. Nessuna tutela per le donne che vivono sulla loro pelle la violenza maschile. Oliviero Toscani rileva giustamente un problema di educazione e di cultura alla base della violenza di genere. Fin qui tutto estremamente efficace e utile a fornire una informazione corretta.
Subito dopo viene trasmesso il servizio “Donne che odiano gli uomini” a cura di Serena Orzella, nel corso del quale si presentano due casi di violenza su uomini per mano di donna. Esprimiamo la nostra solidarietà e sostegno a questi uomini vittime di violenza, perché ci deve essere giustizia in ogni caso di violenza, qualunque sia la sua origine.
Poi viene intervistato Fabio Nestola a proposito della violenza femminile contro gli uomini.
1.020 i “casi” esaminati, tra i 18 e i 70 anni, proiettati sull’intera popolazione di genere maschile:
– 5 milioni uomini vittime di violenza fisica, 6 milioni di violenza psicologica;
– 3 milioni “e rotti” le vittime maschili di violenza sessuale perpetrata da donne;
– 2 milioni e mezzo i casi di stalking.
Uno strenue sostenitore dell’affido condiviso, ma ricordiamoci che dovrebbe essere sempre privilegiato l’interesse del minore, soprattutto in caso di presenza di gravi indizi sugli atti di violenza del padre o per condanne in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono afferire alla violenza domestica. Le conseguenze maggiori di scelte poco corrette pesano sulle spalle delle donne e sui loro figli. A questo link potete trovare alcuni approfondimenti in merito.
Torniamo all’indagine citata. Il carattere scientifico della ricerca dipende innanzitutto da come viene costruito il campione e da quanto sia realmente rappresentativo dell’intera popolazione che vuoi analizzare. Ci sono delle regole, da seguire scrupolosamente. Analizziamo qualche dettaglio dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, reperibile sul sito.
Come riportato a pagina 34:

“La raccolta di dati e dichiarazioni attraverso un campione spontaneo ha avuto come limite il problema della rappresentatività del campione stesso.” (…) L’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati, pertanto non è possibile effettuare alcuna verifica attraverso atti giudiziari, referti medici, registrazioni audio-video o altri documenti. La fondatezza delle dichiarazioni non può pertanto essere testata, esattamente come accade per interviste telefoniche e sondaggi face-to-face.”

Non serve aggiungere altro. Inoltre, leggiamo:

“I questionari, in forma anonima, prevedevano la compilazione in versione cartacea o elettronica. I questionari compilati via web sono stati raccolti ed archiviati tramite un software che impedisce l’invio multiplo dallo stesso ID, per ridurre la possibilità che un singolo soggetto potesse compilare più questionari”

ma ciò non esclude che lo stesso soggetto possa aver compilato più questionari con ID diversi. A pagina 37 rileviamo in cosa consisterebbe la fattispecie più rilevante di violenza sessuale:

“è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo.” “I compilatori, pur riconoscendo alla donna la libertà di interrompere il rapporto sessuale in qualsiasi momento, riferiscono di rimanerne mortificati, umiliati, depressi.”

C’è una bella differenza tra questo e le violenze sessuali ai danni di una donna? O forse siamo noi a non capire. Vi lasciamo scoprire le altre domande a riguardo.
Quindi ci chiediamo quale sia lo scopo di questa indagine, lo scopo del servizio che sceglie di avvalersene senza a nostro avviso approfondire di cosa si tratti?
Significa inviare un messaggio deviante, manipolatorio, distorsivo della realtà della violenza fondata sul genere. Una distrazione dal fenomeno numericamente più rilevante (violenza maschile sulle donne) e la strumentalizzazione di casi reali di violenza su uomini.
La violenza va sempre condannata, senza se e senza ma. Ma ciò non ci deve distrarre, non ci deve impedire di riconoscere che esistono tipi di violenza fortemente radicati a causa di una serie di stereotipi e pregiudizi, una cultura patriarcale che è ancora viva e vegeta. Altrimenti parlare di violenza in termini generali ci porterà a nascondere le radici di ciascuna forma di violenza, allontanandoci da un serio ed efficace contrasto.

L’OMS rileva a livello mondiale che: gli omicidi delle donne, in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex). Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all’8% a seconda dei Paesi.

Negare questo significa non riuscire a focalizzare quali sono le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni affettive. Esiste anche una violenza femminile che viene esercitata su donne e uomini, ma la violenza di genere ha una sua specificità che non può essere negata o invisibilizzata da certe rappresentazioni. Non possiamo fare finta di niente di fronte a un tentativo di costruire un sistema di false accuse, che serve a ridimensionare, a negare il fenomeno della violenza contro le donne e le sue specificità.
Non ci stiamo, perché qui l’unica cosa certa è che si continua a veicolare il messaggio secondo cui stiamo ingigantendo un problema. Il rischio è che non si creda più a una donna che denuncia una violenza, che diventi sempre più difficile essere creduta e ottenere giustizia.
Questo è il risultato quando si manda in onda una statistica fatta con metodi discutibili che serve solo a confondere le cose, a dire che tutto sommato la violenza è pari, e che quella basata sul genere è una questione in fondo molto meno rilevante di come viene raccontata dalle perfide e infide donne, da quelle streghe femministe.
Tra una sentenza che recita che se lei non ha urlato non c’è stata violenza, con queste pseudo indagini, con un paese reazionario che non vede l’ora di trovare un appiglio per screditare le donne, per vanificare le loro denunce, con un sistema che rivittimizza le donne all’infinito, che non rende giustizia quasi mai, che condanna ad appena 18 mesi (per gravi maltrattamenti in famiglia e non per tentato omicidio) un uomo che getta acido muriatico sulla moglie, con l’abitudine a ridurre la violenza contro le donne a meri fatti di cronaca e non a un problema strutturale e culturale, che cosa possiamo sperare?
Non si arriva a una ricostruzione attendibile della realtà con una indagine che reca nelle sue premesse un (pre)giudizio sulle donne. Non si compie un passo in avanti, al contrario se ne fanno molti indietro. Si legittima un immaginario che tende a confondere la percezione dell’opinione pubblica. Intanto le donne continuano a morire per mano di un uomo, quest’anno abbiamo già superato la doppia decina.
Quando parliamo di backlash e di tentativi di restaurazione maschilista e patriarcale ci riferiamo anche a questo tipo di comunicazione poco attenta a verificare fonti, gli impatti e le conseguenze di certi contenuti.
Questo è ancora più grave se a farlo è una rete del servizio pubblico. Nessuno deve essere strumentalizzato, nessuna donna, né persone come William Pezzulo. Pretendiamo che si faccia informazione e non disinformazione proiettando dati non attendibili. Pretendiamo una assunzione di responsabilità da parte di chi lavora nel servizio pubblico.


Ringraziamo il blog de Il Ricciocorno per le fonti e gli approfondimenti. Qui un’analisi approfondita sull’indagine.
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Oltre il 25 novembre – Basta alibi alla violenza contro le donne #nonunadimeno

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È appena passato il 25 novembre. Quest’anno anche in Italia siamo di fronte a un momento storico per il movimento delle donne, dopo la manifestazione #Nonunadimeno del 26 novembre e le azioni che si stanno progettando dopo i tavoli tematici del 27 novembre. Abbiamo invaso gli spazi pubblici con la nostra marea composta di tante generazioni e generi, portatrice di una volontà ferrea di cambiare lo sguardo e gli approcci sinora adoperati dai decisori politici per prevenire e contrastare la violenza. Saremo l’ombra costante delle istituzioni, vigileremo e chiederemo conto di quanto (e come) messo in atto, degli indirizzi, faremo pressione affinché si crei una volontà politica in grado di rispondere adeguatamente alle istanze delle donne.

In Europa scorgiamo due importanti segnali di attenzione sul tema della violenza di genere.

Segnaliamo la decisione della Commissione europea di dedicare il 2017 al contrasto della violenza contro le donne, e la risoluzione del Parlamento europeo che chiede l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul.

Immagine grafica "La violenza è"

Un anno dedicato al contrasto della violenza dovrebbe favorire un’azione concreta da parte degli Stati per combattere tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze.

La risoluzione del Parlamento europeo ha avuto un forte sostegno trasversale. Essa invita gli Stati membri, nel quadro del Consiglio, ad accelerare i negoziati per la firma e la conclusione della convenzione di Istanbul. Il Parlamento europeo auspica che si appronti una strategia europea in materia di lotta alla violenza contro le donne e per un’ulteriore azione legislativa a livello UE per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

Perché purtroppo la situazione all’interno dell’Unione Europea non è omogenea: le donne non sono ugualmente tutelate e protette dalla violenza maschile, con il forte rischio che certi crimini restino impuniti. La ratifica della Convenzione da parte dell’UE può essere un segnale politico forte che la violenza contro le donne non è più accettabile.

IMMAGINE Quadro europeo violenza di genere

 

La Commissione Europea ha reso pubblici i dati di una ricerca condotta sui 28 Stati UE, per valutare le percezioni dei cittadini dell’UE sulla violenza di genere.

L’indagine ha esplorato una serie di aree:

  • La percezione della prevalenza della violenza domestica;
  • La conoscenza personale di una vittima di violenza domestica, il tipo di reazione/approccio;
  • Le opinioni su dove la violenza contro le donne è più probabile che si verifichi;
  • Le opinioni sugli atteggiamenti verso la violenza di genere, inclusa l’abitudine a cercare giustificazioni ed attenuanti alla violenza;
  • La percezione della prevalenza di molestie sessuali;
  • Se una serie di atti di violenza di genere sono sbagliati e sono, o dovrebbero essere, illegali.

 

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Quando si manifesta una marea in movimento

#nonunadimeno

 

Veramente difficile trascrivere le emozioni che la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne mi ha scatenato.

No, assolutamente non voglio che le parole possano imbrigliare le sensazioni che ho avvertito in corteo al fianco di tante donne, uomini, bambini.
Quella marea del 26 novembre viene da lontano, viene da un’urgenza di non poter più restare fermi davanti alla violenza che tante donne vivono quotidianamente. Si è compiuta una sorta di magica alchimia tra tutte le anime dei femminismi italiani. Chi mi conosce sa da quanto aspettavo questo momento. La riappropriazione di uno spazio pubblico, essere fisicamente in corteo con i nostri corpi, tornare a rendere politica la battaglia contro la violenza. Renderci visibili con le nostre idee, le nostre istanze, i nostri vissuti, le tante storie che ci siamo portate sulle spalle per le strade di Roma.
Non importa il numero, 100-200 mila persone, ma ciò che quel fiume, quella marea portava con sé, ciò che si respirava tra gli sguardi, i suoni, le parole, i cartelli creati con le nostre mani. È stato come se le nostre rivendicazioni prendessero corpo e forma, irrompendo sulla scena pubblica in tutta la loro forza e urgenza. Conta tutto quel lavoro, quel fermento che ci ha portat* in corteo, conta l’energia che abbiamo profuso per giungere a questa due giorni di mobilitazione, gli incontri preparatori. Ci siamo lasciate alle spalle le polemiche e i tentativi di scoraggiarci, e siamo giunte al 26 in uno stato perfetto per trasmettere una forte scossa a chi ci credeva rassegnate o ferme in una impasse. Ferme non lo siamo state mai. Avevo la sensazione che prima o poi il sommovimento di tante donne in vari Paesi del mondo sarebbe giunto anche in Italia.

 

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Quante donne ancora? #nonunadimeno

gabbia
Il mio contributo per la il 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Qui di seguito un estratto.
Tutti gli interventi necessari alla prevenzione e al contrasto di questa piaga devono essere multidisciplinari, multilivello e soprattutto occorre focalizzarsi sull’educazione, che serve a sradicare i fattori culturali all’origine della violenza.
Chiaramente il cuore di questo processo è la scuola, sin dalla prima infanzia, per costruire una cultura nuova fondata sul rispetto, per superare stereotipi, ruoli, gabbie e modelli distorti.
All’art. 12 della Convenzione si parla proprio della prevenzione, per non trovarci tra 10 anni allo stesso punto di oggi: le Parti si impegnano ad adottare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.” All’art. 14 leggiamo: “includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.”
Parlando di scuola dobbiamo focalizzarci sulle relazioni, affinché siano paritarie e basate sul rispetto reciproco e delle differenze. Spesso si mettono in atto comportamenti che sono indice di lacune di educazione affettiva. Come decifrare, elaborare, affrontare, gestire le emozioni, specialmente se si è in una fase della vita piena di cambiamenti?
Essere consapevoli, conoscersi, accettarsi, comprendere e rispettare gli altri, saper affrontare gli scogli e le maree emotive non è cosa da poco e la scuola deve sostenere questi processi, se vuole alimentare una crescita a 360° dei futuri adulti. Perché la famiglia non è sufficiente.
Non si possono lasciare i bambini e i ragazzi da soli e senza strumenti, alla mercé dei soli istinti e modelli stereotipati secolari. Non da ultimo occorrerebbe lavorare sui contenuti dei libri di testo. Intanto siamo ancora in attesa delle linee guida del Miur per la prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni (qui una circolare sui contenuti).
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DOMANI sarò insieme a tante compagne alla Manifestazione #Nonunadimeno. Inondiamo Roma per dire “Basta a ogni forma di violenza che soffoca le nostre esistenze”, partecipiamo in tante e tanti alla manifestazione nazionale.
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p.s. il video Rai (che ha suscitato molte polemiche) realizzato per il 25 novembre lo potete vedere a questo link.
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Le istituzioni al fianco di una scuola in prima linea contro la violenza di genere

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Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi, al riguardo della drammatica vicenda di Melito Porto Salvo, indirizza una lettera aperta a Lucia Annibali, di recente designata consigliera giuridica del ministro per le pari Opportunità Maria Elena Boschi.
Gentilissima Lucia Annibali,
conosciamo il suo impegno e sensibilità per le donne vittime di violenza. Con la sua testimonianza ci ha reso evidente quanto importante sia non sottovalutare mai alcuni segnali, quali non lasciarsi sopraffare dalla violenza, trovare una via d’uscita da quello che sembra amore e invece è purtroppo un nodo che si stringe sempre più e che va fermato prima che ti annienti completamente.
Le scriviamo perché gli ultimi dettagli e sviluppi del caso di Melito di Porto Salvo ci offrono un quadro più chiaro di quali siano stati gli elementi che hanno portato alla denuncia delle violenze subite dalla ragazza. Da un articolo veniamo a conoscenza del fatto che sia stata un’insegnante a rendersi conto del disagio della ragazza, che traspariva dai suoi temi, segnalandolo ai Carabinieri. Da questo primo atto fondamentale, partito proprio dalla scuola, sono state avviate le indagini sfociate negli arresti disposti dalla Procura di Reggio Calabria. Risulta evidente, conseguentemente, il ruolo centrale ed essenziale di questa docente e dell’istituzione scolastica, che sono riuscite a cogliere il bisogno d’aiuto dell’adolescente e hanno agito d’intesa con le forze dell’ordine.
È proprio da qui che, a nostro avviso, occorre ripartire per costruire un futuro diverso, per dare una prospettiva e modelli diversi alle future generazioni. Per lavorare in quella collettività, a partire da dove si formano le/i future/i cittadine/i. La ragazza di Melito va sostenuta fino in fondo, perché non resti sola anche quando, spenti i riflettori mediatici, dovrà affrontare i vari gradi di giudizio ma, soprattutto, rapportarsi alla propria comunità. Una comunità che vorremmo fosse aiutata ad esserle di supporto. Al contempo occorre intervenire in quel contesto in cui sono accadute le violenze, perché tutti facciano a fondo la propria parte.
Siamo al fianco delle donne di Melito che da tempo chiedono uno sportello antiviolenza, siamo al fianco delle donne calabresi che resistono e lottano affinché nella loro Regione si sostenga e si attui pienamente la legge antiviolenza del 2007. Queste donne devono essere ascoltate e va assicurata loro la possibilità concreta di portare avanti il loro prezioso lavoro per e con le donne. Perché il contrasto alla violenza sia efficace occorre che si mettano in atto sinergie e interventi a 360°.
Per colmare il vuoto che inevitabilmente questa vicenda lascerà, per aiutare a metabolizzare l’accaduto, soprattutto bambini e ragazzi, a cui occorre più che mai insegnare che la cultura dello stupro viene respinta dallo Stato. A Melito di Porto Salvo, come nel resto dell’Italia. Per questo Le chiediamo di farsi promotrice di un incontro presso le scuole di questa cittadina, per parlare con dirigenti ed insegnanti, per lavorare ad una progettualità sistematica sul tema del contrasto e della prevenzione della violenza, nelle sue varie sfaccettature. Potrebbe essere un’ottima occasione per innescare una consapevolezza nuova e una elaborazione che altrimenti potrebbe arrivare a tempo scaduto. L’auspicio è che da questa interlocuzione con le istituzioni scolastiche locali nasca una progettualità feconda, che lavori nel tempo per attuare quel cambiamento culturale, interrompendo il ciclo che alimenta la violenza. Si potrebbero utilizzare i bandi europei a riguardo, stanziare fondi ad hoc su progetti specifici, finanziare borse di studio per i ragazzi, sostenendoli nel prosieguo del loro percorso scolastico.
Siamo ben consapevoli di quanto importante sia l’istruzione come chiave per uscire da situazioni di disagio e di emarginazione, come valvola di riscatto sociale. Tutte queste leve aiutano a ricucire quel tessuto comunitario che altrimenti rischia di restare compromesso e di non mutare. Sappiamo invece quanto necessario sia il cambiamento, la maturazione, l’elaborazione. A Melito come in tutto il Paese, perché abbiamo conoscenza che certi episodi sono purtroppo frequenti in tutta la penisola, come dimostrano i recenti casi di violenze sessuali perpetrate da adolescenti.
Confidiamo nella sua sensibilità e nell’attenzione che ha dimostrato nei confronti degli interventi educativi nelle scuole, a cui si è Lei stessa dedicata.
Siamo certe che non lascerà cadere nel vuoto questo nostro appello, La sentiamo vicina alle donne.
Con stima,
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Non c’è più tempo

flash-mob

 

Non è più il tempo dei tavoli di lavoro per ragionare sulla violenza, non è più sufficiente per lo meno. Abbiamo riflettuto fin troppo, ma forse non è stato condiviso e diffuso abbastanza. In realtà, nessuna azione è più sufficiente se non c’è di fatto alcuna presa di posizione da parte di chi ricopre incarichi nelle istituzioni.

Prima del flash mob in varie città italiane del 2 giugno, attendevamo che una delle Ministre rompesse il silenzio sulle violenze e sui femminicidi. Ci attendevamo dei messaggi forti e che si arrivasse a chiedere un’azione incisiva, con mezzi adeguati, per intervenire sul macigno della violenza che annienta le donne e che in molti casi gli strappa la vita.

Abbiamo lasciato passare i giorni, Laura Boldrini ha mostrato una vicinanza, ma come ho detto quel drappo rosso alla finestra si deve incarnare in un’azione tangibile di cambiamento di rotta.
Poi è arrivato un post su Facebook e una intervista della Ministra Boschi che ha la delega alle P.O. Poi ancora silenzio e la solita cronaca.

Intanto da Nord a Sud (Roma, Napoli, Palermo, Pisa, Corsico) alcuni centri antiviolenza hanno chiuso e altri stanno vivendo grosse difficoltà a portare avanti le loro attività. Intanto i fondi stentano come sempre ad arrivare e non c’è un monitoraggio adeguato, una verifica puntuale di come vengono stanziati i fondi e spesi. In una parola sola: trasparenza.
Intanto le donne continuano a perdere la vita a causa della violenza machista e ritorna lo stupro di gruppo, nuovamente definito dai genitori “una ragazzata”. Questa ragazza che ha coraggiosamente denunciato quanto le è successo e oggi si vede piovere addosso parole ignobili, di vigliacchi da tastiera.
Intanto Maria, 10 anni è stata uccisa, dopo essere stata violentata. Intanto ci si chiede se giustizia sarà fatta.
Intanto vorremmo poter riportare indietro le lancette dell’orologio per poter cambiare il destino di queste donne.

Finora le parole sono state tante. I media, nonostante gli appelli di varie donne e di associazioni come Giulia (Giornaliste Libere Autonome), hanno per lo più deformato i fatti, continuato a raccontare i femminicidi come atti causati dal troppo amore, le foto di coppie felici ha alimentato solo un’immaginario che non corrisponde alla realtà, come molte di noi continuano a ripetere. Una vetrina in cronaca, con un vuoto assordante nella pagina politica.

Non ci ascoltano e quando chiediamo dei media di qualità ci scontriamo ogni volta con questa stanca esibizione di una normalità che non è tale, perché la violenza in ogni forma non può esserlo. Non varranno gli appelli a denunciare se verrà ancora propagandato questo come amore. La narrazione è sempre deformata, sembra quasi che la violenza sia un fulmine a ciel sereno. Come se le denunce non fossero mai state presentate, come se non ci fossero mesi, anni di calvario. Sappiamo che così non è.

Questo paese ha un approccio del tutto sbagliato, perché negando le discriminazioni, le distanze che tuttora separano uomini e donne è come se si cancellasse ciò che di fatto è il substrato socio-culturale che alimenta tutta una serie di violenze sulle donne. La visione della donna, del suo ruolo, la sua oggettivazione, la sua subordinazione, i continui tentativi di riportarla sotto controllo, perché non si accetta la libertà della donna, perché non la si percepisce come essere umano pienamente titolare di diritti al pari dell’uomo, sono elementi su cui riflettere.

Il due giugno abbiamo rotto il silenzio.

Propongo di tornare a un presidio permanente settimanale, mensile, decidiamo insieme dove e come è preferibile farlo. Così in ogni città. Un presidio in ogni città. Decidiamo insieme la modalità, ma facciamoci sentire. Scuotiamo le città. Creiamo tanti presidi e manifestazioni che uniscano la penisola in questa lotta alla violenza machista. Auto organizziamoci. Chiediamo che le istituzioni intervengano. Portiamoli avanti finché non ci verranno date risposte. Replichiamoli in ogni città che sceglierà di unirsi. Dobbiamo rendere visibile che noi non siamo disposte ad accettare questa indifferenza. DOVE SIETE???

Cosa facciamo per ottemperare alla Convenzione di Istanbul , ratificata dal governo italiano? Non voglio sentire dire da nessuno che ci sono problemi più importanti e prioritari. Non possiamo continuare a rinviare gli interventi educativi e di prevenzione.

Pretendiamo risposte da chi ha le deleghe all’educazione nelle amministrazioni locali e al Ministero dell’Istruzione, con a capo Stefania Giannini. Pretendiamo pianificazioni ad hoc dai sindaci e dalle sindache, dalle Regioni.

In Regione Lombardia attendiamo i fondi 2014 del Piano nazionale antiviolenza. In Regione si trincerano dietro il patto di stabilità. Regole, solo burocrazia, intanto ne paghiamo le conseguenze.

Pretendiamo educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. L’iter parlamentare sta iniziando, ma va seguito, indirizzato e corretto. Seguendo la linea suggerita da Graziella Priulla: “da considerare trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline, e non confinata in uno spazio che tra l’altro rischia di fare la fine dell’educazione civica e dell’ educazione alimentare.” Qui un articolo che vi consiglio di leggere.

Ognuno nel suo ambito e ruolo si prenda le sue responsabilità e intervenga. Non c’è più tempo.

Quando tante donne e i loro bambini continuano a subire violenze, fino a vedersi sottrarre la vita, mi chiedo come si faccia a voltarsi dall’altra parte e dedicarsi ad altro. Secondo l’indagine ISTAT del 2006 il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner o ex partner.

Come ho detto più volte, pretendiamo misure e investimenti certi e celeri, per contrastare e prevenire la violenza, non briciole di interventi e di investimenti. Il cambio culturale necessita volontà politica. Non restiamo sole! La solitudine ci frega, ci vogliono frammentate e disorientate per silenziarci o per non degnarci di risposta. A tutto questo dobbiamo opporci!

Iniziamo a lavorare insieme, coinvolgendo associazioni, gruppi, singole donne e torniamo in piazza. Organizziamoci per costruire gruppi di donne su ciascun territorio, che facciano presidi costanti e periodici…  Verso l’autunno. Qualche bel segnale c’è già, va solo amplificato. E ancora la parola d’ordine è: non importa quante siamo, manifestiamoci!

 

Ho creato un gruppo Fb da raccordo tra le varie iniziative che riusciremo a mettere in piedi in varie città, da qui all’autunno, iniziamo!

https://www.facebook.com/groups/281979335489696/

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