Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Vivere la vita, nei suoi colori e nelle sue profumazioni


L’esperienza di Barbara Bartolotti è la storia di una sopravvissuta, una donna che si è aggrappata alla vita con tutte le sue forze. Sopravvissuta a una crudele aggressione dalla violenza inaudita e inaspettata da parte di un collega. Un percorso di rinascita che le ha permesso di intraprendere una vera e propria nuova vita. Le abbiamo chiesto di raccontarcela.

Barbara all’epoca dei fatti aveva 29 anni, un marito, due bambini e da poco aveva scoperto di aspettarne un terzo.

Ci racconti cosa ti è accaduto quel 20 dicembre 2003?

Incontro Giuseppe Perron, mio collega dello studio edile in cui lavoravo come contabile. Credevo dovesse parlarmi di lavoro, visto che tra di noi non c’era mai stato altro. Scesa dalla macchina mi ha colpita con quattro martellate alla testa e poi mi ha accoltellato all’addome, uccidendo anche la vita del mio bambino che portavo in grembo. Poi non contento, mi ha dato fuoco cospargendo il mio corpo di combustibile agricolo.

L’ossessione di un uomo segretamente innamorato di lei, che non accetta che Barbara sia in attesa del suo terzo figlio e che non potrà mai essere “sua”, non potrà avere alcun futuro con lei. Le dice infatti mentre la aggredisce (e poi davanti ai giudici): “Non ti posso avere, meglio ucciderti”. Un’ossessione frutto di una costruzione che nulla ha a che fare con i sentimenti, ma solo con l’idea del possesso, di ghermire l’altra, di assoggettarla, di possederla indipendentemente dalla sua volontà, come un oggetto, un qualcosa di cui potersi appropriare. L’incapacità di accettare che un’altra persona possa non appartenere, non entrare nei propri progetti di futuro. Una elaborazione lucida, premeditata di un femminicidio, da parte di quello che appare “un bravo ragazzo”, di buona famiglia, perché normali sono gli uomini che elaborano questo castello di violenza. Bravo ragazzo per la comunità e per tutti, un sano figlio di una mentalità radicata e secolare, di uomini padroni, che non ammettono che certi “piani” vengano intralciati. Così si schiaccia il diritto di una donna a continuare a vivere, libera dalla violenza, che invece irrompe ferocemente per mano di Giuseppe.

Barbara, si finge morta, finché lui non si allontana, e nonostante le ferite e il dolore, con un pensiero ai suoi figli, trova la forza di rialzarsi, di spegnere le fiamme e di chiedere aiuto a due ragazzi che in quel momento passavano in auto. Supererà il coma e trascorrerà sei mesi di cure intensive al centro grandi ustioni di Palermo. Poi finalmente, la sua rinascita.

La tua esperienza di sopravvissuta alla violenza come testimonianza e impegno in prima persona, giorno dopo giorno. In quanti modi riesci a portare avanti tutto questo? So che sei anche impegnata con un’associazione…

Sì, ho un’associazione che si chiama Libera di vivere e porto avanti una missione: sensibilizzare tutti e soprattutto i giovani al rispetto e all’amore per la vita.

Quali ostacoli hai rilevato e aspetti positivi rispetto a questo impegno. Un bilancio a distanza di qualche anno.

Qui a Palermo poca solidarietà. Ho problemi per avere una sede per il mio centro di ascolto e gli incontri devo farli da altre parti. La mia città non mi ha aiutata neanche per un lavoro. Eh sì, sono stata licenziata dopo sei mesi di malattia continua, perché a capo dell’impresa c’era lo zio del mio aggressore. Ora lui lavora in banca all’Unicredit, lui è stato premiato…

Condividi le motivazioni di questo impegno con i tuoi figli?

Sì, con i miei figli maggiorenni, con la piccola no.

Oggi come vedi Barbara, rispetto al passato? Hai scoperto qualcosa di te che non conoscevi?

La mia forza e la mia fede sono notevolmente cresciute e sempre l’amore per la vita aumenta. Lotterò sempre affinché le leggi cambino.

Cosa è per te la giustizia. Come sono cambiate le tue aspettative e le tue idee dopo l’esito del processo a carico di colui che ha tentato di ucciderti?

Il mio aggressore non ha avuto condanne qui su questa terra, ma al cospetto di Dio sarà punito.

Il suo aguzzino, incensurato, si è avvalso del patteggiamento e rito abbreviato, viene considerato dai giudici colpevole solo di lesioni gravissime e non di tentato omicidio. Avrebbe dovuto scontare 25 anni di carcere, ma alla fine se la cava con appena 4 anni di domiciliari, che però, grazie all’indulto, non sconta nemmeno. Non ha mai chiesto scusa.

Ciò che appare ancora una volta difficile da accettare è come la giustizia di fatto non si compia, l’autore ha potuto godere di tutta una serie di benefici. Che risarcimento viene riconosciuto alla vittima e che messaggio si lancia a livello di società?

Prima dell’aggressione e del tentativo di ucciderti, cosa pensavi a proposito della violenza maschile?

Credo che la violenza e la mancanza di rispetto sia sempre esistita, ma oggi emerge maggiormente grazie a tv e social.

Alla luce della tua esperienza, quali sono le priorità per prevenire e contrastare la violenza contro le donne, su cosa si deve intervenire e quali sono gli strumenti che funzionano e quelli che andrebbero migliorati?

Sicuramente chi accoglie le denunce deve essere bravo a non respingere la vittima ed attivare i servizi preposti a tutela e protezione. Mai tornare indietro e chiedere aiuto a tutti.

Lavorare per cambiare la cultura del dominio e del possesso, per cui se non “gli puoi appartenere” un uomo sceglie di cancellarti e di toglierti la vita: quanta strada c’è ancora da fare, che percezioni hai sulle nuove generazioni?

Molta strada…lavorare sull’educazione di uomini e donne, tutti dobbiamo migliorare.

Occuparsi di violenza contro le donne, perché ci riguarda tutti e tutte. Quanto è importante essere consapevoli del fenomeno, delle sue radici? Quanto è importante non viverlo come qualcosa di distante da sé?

Può essere anche tanto vicino, basta essere pronte al cambiamento, basta non fermarsi mai, avere fede, forza, coraggio e scappare per vivere.

Cosa è per te la libertà? Cosa significa essere libera per una donna, in Italia, oggi?

Essere libere vuol dire fare ciò che desideri della tua vita, essere libere di vestirsi, di parlare, di lavorare e di uscire senza minacce e preavvisi minacciosi.

Ricostruire e ricominciare, di quali interventi di sostegno hanno bisogno le donne sopravvissute? Penso per esempio alle difficoltà di trovare un lavoro…

Noi sopravvissute a un femminicidio non siamo tutelate da nessuno. Abbiamo anche noi diritto al lavoro e di dimenticare con la nostra dignità, non essere emarginate.

Il tuo coraggio, la tua forza, il desiderio di vivere questa seconda vita per te e i tuoi figli. Tanti elementi ti hanno sostenuta in questo cammino di rinascita, quale messaggio vuoi trasmettere alle donne che hanno vissuto e/o stanno vivendo situazioni di violenza, di abusi da parte di un uomo?

Mai fermarsi, mai abbattersi. Camminare sempre a testa alta, vivere la vita, anche se beffarda, nei suoi colori e nelle sue profumazioni.

Vi invito ad ascoltare la sua testimonianza rilasciata a Sopravvissute, lo scorso 7 aprile.

Le cicatrici sul corpo e quelle dell’anima non si possono dimenticare né cancellare, restano per tutta la vita. Noi possiamo però aiutare Barbara a riprendere a lavorare. Ci date una mano?

Vorrei concludere tornando sugli autori delle violenze contro le donne, perché è bene ribadire alcuni aspetti.

Vi riporto un estratto dal libro del magistrato Fabio RoiaCrimini contro le donne: Politiche, leggi, buone pratiche, 2017 Franco Angeli, pag. 161:

“Secondo vecchi ma non superati stereotipo si tende ancora oggi a pensare che chi maltratti o stupri una donna sia un soggetto affetto da una patologia psichiatrica, una persona disturbata e quini in maniera gergale, da curare. Al contrario, l’esperienza giudiziaria dimostra che l’agente violento non risulta affetto da alcuna patologia sul piano psicologico-psichiatrico, ai sensi dell’art. 85 c.p., e che la sua condotta maltrattante si sviluppa su un binario di piena consapevolezza, dovendosi così ricercare la causa scatenante della condotta violenta in una matrice subculturale che autorizza la liberazione degli impulsi aggressivi nei confronti di una donna in quanto espressione di un genere ritenuto secondario.”

Immaginiamo pertanto, che in assenza di sanzioni penali adeguate al reato e nessun trattamento “su un piano di sensibilizzazione relativa al disvalore del comportamento commesso, comportamento che tendono a negare o minimizzare”, il rischio di recidiva sia assai elevato e che all’opinione pubblica si passino messaggi che derubricano la gravità della violenza agita. Il nostro sistema non può permettersi di continuare a essere debole e fiacco, poco incisivo, con differenze anche notevoli tra tribunali, in merito a sentenze in materia. Le leggi ci sono, vanno applicate adeguatamente da magistrati specializzati e preparati in materia. Occorre poi seminare, credendoci veramente, nella costruzione di una società paritaria, a partire dall’ambito scolastico, investendo nell’educazione a relazioni rispettose e egualitarie tra uomini e donne, senza paura di interrogarsi e di affrontare i tarli culturali patriarcali che ancora affliggono i rapporti tra i generi. Dobbiamo scavare dentro di noi per estirpare le radici culturali che sostengono e alimentano la violenza, quelle forme di sottovalutazione e di negazione della gravità di certi comportamenti e mentalità. Dobbiamo avviare un enorme lavoro che sia in grado di minare le basi della discriminazione e della violenza contro le donne. La traccia da seguire già l’abbiamo, basta attuare passo passo le quattro P della Convenzione di Istanbul: prevenzione, protezione e sostegno alle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate.

Articolo pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE

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Disamorex: il salva vita per le donne a rischio di violenza. Perché chiamarlo amore non si può.

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Disamorex, salva vita per le donne a rischio di violenza. Una scatolina di 6 bustine contenenti principi attivi contro la violenza maschile sulle donne, una serie di informazioni e di domande su cui riflettere, con la n° 6 che indica a chi rivolgersi in caso di bisogno. Un percorso di presa di coscienza accompagnato da un vero e proprio “bugiardino”. Consapevolezza è il primo passo, saper conoscere e riconoscere le varie forme di violenza, con una particolare attenzione alle adolescenti, per aiutarle a capire che certi comportamenti non devono essere sottovalutati o confusi con segnali di amore, che amore non è.

Un bel progetto rivolto alle adolescenti e alle donne di tutte le età, da diffondere, perché è differente, efficace, curato e centra il punto. Spesso ci chiediamo come riuscire a comunicare in modo semplice e comprensibile cosa si intende per violenza, come possiamo riconoscerla, come possiamo affrontarla e superare questo ostacolo che imprigiona e soffoca le vite di tante donne.

 

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Una rappresentazione che alimenta la violenza 

Ringrazio Stefania Spisni per avermi segnalato questo articolo. 

Ordinaria spazzatura. Ordinario medioevo che non è l’eccezione, ma la normalità di una informazione rimasta ferma a una rappresentazione sovraccarica di pregiudizi e stereotipi sessisti e maschilisti. Così si continua ad alimentare la violenza. In questo Paese non si comprende bene il problema dei messaggi e della cultura che alimenta la violenza. Quando inizieremo a porre con forza e serietà le basi per un diverso linguaggio e approccio a proposito di questioni di genere, delle violenze e dei femminicidi?  Senza una reale volontà di cambiare si continuerà a dire che le violenze ce le cerchiamo, che basta rigare dritto e fare gli angeli del focolare per aver salva la vita. E la violenza domestica naturalmente sarà in eterno una conseguenza di comportamenti femminili sbagliati. Taci e obbedisci, torna al focolare, questo è il nostro destino.

Come possiamo constatare la marchiatura a fuoco dell’impura è ancora in uso. La separazione tra sante e puttane è tuttora intatta. Come se nulla fosse accaduto, come se il patriarcato fosse geneticamente saldamente parte della cultura nostrana.

Siamo de-umanizzate, oggettivate, considerate sempre un gradino sotto agli uomini. 

Se non accettiamo la subordinazione veniamo punite in ogni modo, se vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita veniamo schiacciate. È facile che si passi da un epiteto come “cagna” a concepire di togliere la vita a una donna. I media sono stracolmi di questo genere di messaggi. 

Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è la realtà quotidiana a essere intrisa di questa mentalità. Non ci sto a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza?  

Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 

L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”; dobbiamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo (ne ho scritto anche in questo blog). 

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di un approccio laico in ogni ambito, quando affrontiamo i problemi. Occorre superare le proprie posizioni personali a favore di un atteggiamento laico, scevro da approcci parziali. Il cambiamento che garantisca benefici per l’intera comunità non può prescindere da una laicità culturale. Un impianto che in Italia manca.

Nell’articolo allegato si aggiungono altri dettagli: se non hai lavoro è colpa tua, sei doppiamente colpevole, sei pericolosa socialmente, una parassita. Insomma, tutto sommato non sei una gran perdita per la buona società, capace di eliminare gli elementi considerati difformi. Il quadro è orribilmente composto. 

Due firme per produrre questa sequenza stereotipata di parole. 

Come se la vita di una donna valesse zero. 

Catia viene uccisa due volte, perché i media italiani continuano a ignorare che questa rappresentazione non fa altro che alimentare e giustificare ogni tipo di violenza. Una sottovalutazione delle responsabilità che i media hanno nel cambiare il racconto, anziché produrre una rottura degli schemi si continua a usare questi messaggi moralizzatori di stampo patriarcale. Il linguaggio invece sappiamo che è fondamentale per cambiare la cultura. 

Se i media non cambieranno il linguaggio, continueremo a sentire parlare di raptus, e altre donne perderanno la vita, perché si sa che sono loro ad attirare su di sé martellate e violenze. La morte giunge sempre come un fulmine a ciel sereno. Ho letto in un recente articolo: “Stavano per partire per le vacanze”, quasi come se le vacanze fossero incompatibili con un contesto di violenza domestica continuativo. 

Da parte nostra dobbiamo continuare a parlarne, a chiedere all’Ordine dei Giornalisti e agli organismi preposti di intervenire, di sanzionare, di assumersi le responsabilità di marcare nuove regole, di spingere per un significativo cambio di narrazione. Stefania Spisni ha giustamente segnalato questo articolo, argomentando nel merito e richiamando al loro ruolo i media. Anche se nell’immediato non avremo risposte, questa è la strada, perché se moltiplicheremo le segnalazioni e le proteste romperemo il silenzio, emergeranno le nostre voci che chiedono un giornalismo differente, scaveremo un solco di cambiamento, dimostreremo che le donne italiane chiedono rispetto e non sono più disposte a essere rappresentate e classificate in questo modo. 

Siamo esseri umani al 100%, dobbiamo essere rispettate sempre, con la giusta attenzione nel linguaggio e nei fatti. Le istituzioni e i media devono fare la loro parte e dare risposte efficaci.

Purtroppo non siamo state smentite,  l’operazione della Polizia di stato, con i camper itineranti oggi ci regala una ennesima sorpresa: braccialetti in tinta estiva. Chissà chi ha concepito questa roba!? Ci mancavano pure i gadget! Non siamo un paese normale, non sappiamo come investire le risorse, già scarse. Intanto i centri antiviolenza continuano a stare in apnea. Indecente. 

L’economia gira, non vorrai mica fermarla!? Anche la violenza fa business. E delle donne, a chi importa? 

Chiediamo una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti; i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. 

Grazie Roberta Schiralli

La violenza machista contro le donne, l’arretramento in tema di diritti e di garanzie, il taglio ai servizi, la 194 schiacciata dell’obiezione, i tagli alla Sanità necessitano interventi celeri e efficaci. Se le donne continuano a morire e a subire violenze non è imputabile a loro. Se non troviamo lavoro o lo perdiamo non è colpa nostra. Se non abbiamo una  qualità della vita dignitosa e libera dalla violenza dovreste aiutarci. Mi aspetto pari opportunità per tutt*. Perché purtroppo non partiamo tutt* dalla medesima linea di partenza e il contesto in cui nasciamo e viviamo segna le disuguaglianze e le discriminazioni. Non è sufficiente guardarsi in uno specchio per sperare in un futuro migliore. L’ascensore sociale è out of order da troppo tempo. Riconsiglio un viaggio nella vita delle periferie. Oltre i drappi, le sale dedicate alle donne e i camper, ci siamo noi, donne della realtà.
Di questo dovremmo occuparci, anziché continuare a dividerci e ad attaccare altre donne. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo ci hanno bloccate. Salviamo il pluralismo e salvaremo tutte le voci delle donne, nessuna esclusa. 

Il nostro compito è cambiare le priorità del Governo, facendo pressione tutte insieme, nessuna esclusa.

Vi ricordo questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa:

https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Sono una donna 
di Youmana Haddad 


Nessuno può immaginare

quel che dico quando me ne sto in silenzio

chi vedo quando chiudo gli occhi

come vengo sospinta quando vengo sospinta

cosa cerco quando lascio libere le mani.

Nessuno, nessuno sa

quando ho fame quando parto

quando cammino e quando mi perdo,

e nessuno sa

che per me andare è ritornare

e ritornare è indietreggiare,

che la mia debolezza è una maschera

e la mia forza è una maschera,

e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere

e io glielo lascio credere

e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà

fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della mia prigione è la loro lingua

ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere

e avvengo.



Consigli di lettura 

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/26/non-siamo-pezzi/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/07/05/quando-il-sessismo-e-il-sintomo-di-qualcosaltro/?preview=true

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Lettera Aperta – Oltre i camper e gli hashtag contro la violenza

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On. Ministra Maria Elena Boschi
On. Ministro Angelino Alfano

 

Gentili Ministri,
lo scorso 2 luglio è partito il il progetto della Polizia di Stato contro la violenza sulle donne “…Questo non è amore”.

Ci uniamo alle numerose associazioni e operatrici del settore che si sono espresse in modo critico su tale iniziativa. Questa misura non appare in linea con quanto prescrive la Convenzione di Istanbul in materia di contrasto e prevenzione della violenza contro le donne basata sul genere.
Pertanto, sulla base del testo sottoscritto anche dall’Italia, occorre varare misure “che siano basate su una comprensione della violenza di genere contro le donne e della violenza domestica e si concentrino sui diritti umani e sulla sicurezza della vittima“.

Questa comprensione piena del fenomeno induce ad avere alcune perplessità su come un camper della Polizia collocato in una piazza cittadina, possa essere un luogo idoneo per accogliere le donne e per garantire la loro sicurezza.

Se manca o è carente il sistema di protezione della vittima che denuncia, continueremo ad avere i risultati tragici che oggi possiamo osservare: sette su dieci delle donne morte di femminicidio avevano denunciato in maniera preventiva gli abusi subiti.

Pertanto chiediamo che i fondi vengano destinati a:

– lavorare in chiave di prevenzione e di educazione, per un cambiamento della cultura che alimenta la violenza (educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado, trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline);
– accelerare il percorso del Miur che dovrà varare le linee guida per l’educazione alla parità di genere (per l’attuazione del comma 16 della legge 107/2015 “Buona Scuola”);
– investire nel sistema di protezione delle vittime;
– sostenere e diffondere soluzioni e servizi che assicurino alle donne un aiuto gratuito, professionale e costante, in modo tale da evitare che una loro interruzione metta a rischio l’incolumità delle stesse;

verificare la natura dei centri antiviolenza, che devono rispettare determinate caratteristiche di laicità e di matrice culturale, che sia in linea con il movimento delle donne;
monitorare i fondi destinati ai centri antiviolenza e alle case rifugio (se arrivano e come vengono utilizzati); Action Aid con la campagna #‎donnechecontano sta cercando di mappare la situazione in merito ai fondi, sulla base degli open data disponibili;

– incrementare i fondi e prevedere archi temporali più ampi per i bandi, superiori all’anno, per garantire maggiore continuità al servizio;
– stilare delle linee di indirizzo affinché le Regioni implementino delle leggi regionali per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere, da concertare con tutti gli attori interessati e per avere un risultato omogeneo sul territorio nazionale;
– creare un osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sui Centri Antiviolenza, indipendente e aperto a varie figure, non esclusivamente professionali, che comprenda il mondo dell’attivismo femminile e femminista, per assicurare qualità del servizio e delle operatrici;
incrementare il numero dei centri antiviolenza, le case rifugio e di accoglienza;
formare adeguatamente tutte le figure professionali coinvolte, medici del PS e di base, assistenti sociali, psicologi, dirigenti comunali, regionali, nei tribunali, personale Polizia, Prefettura ecc.;
fare informazione su tutte le forme di violenza, che non ha confini culturali, sociali, etnici, di censo. La violenza è sempre inaccettabile, intollerabile. Non esistono donne di serie A e di serie B. Per questo occorre contrastare ogni forma di neo-schiavitù e di sfruttamento della prostituzione;
– varare una seria legislazione di contrasto all’omotransfobia;
migliorare la qualità del linguaggio e dei messaggi veicolati attraverso i mass media, contrastando in ogni modo forme esplicite o implicite di sessismo;
– supportare e proteggere i bambini vittime di violenza assistita;
– proteggere concretamente i figli di donne vittime di abusi e violenze familiari, perché non accadano ulteriori episodi di figlicidi;
– istituzione della Giornata Nazionale contro il figlicidio ogni 25 Febbraio;
– debellare l’uso strumentale di Ctu nei tribunali ai danni delle donne che denunciano violenze da parte del coniuge. Queste donne che decidono di separarsi e chiedono l’affido dei figli, rischiano di essere rivittimizzate, perché troppo spesso nei tribunali si ricorre all’uso della Pas o Ap, che non hanno alcun fondamento scientifico. Chiediamo che certi metodi vengano messi al bando;
– assicurare la certezza del Diritto, che passa per una giustizia celere e condanne efficaci;

– chiediamo l’effettiva applicazione in tutti i tribunali d’Italia della norma che prevede l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dal reddito, alle donne vittime di violenza di genere, come previsto dalla legge n. 119/13;

Le donne italiane da settembre riprenderanno a manifestare e a pretendere che si varino e si attuino politiche che sappiano andare incontro alle reali istanze ed esigenze delle donne. Chiediamo che siano garantiti i fondi adeguati, affinché sia possibile sostenere in modo continuativo l’accoglienza alle donne vittime di violenza, le azioni di contrasto e di prevenzione della violenza.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

Per info e adesioni:

chicolpisce1donnacolpiscetutte@gmail.com

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In camper

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Fonte: Corriere della Sera

 

La situazione è ben riassunta in questo articolo di Luisa Pronzato ed Elena Tebano:

La situazione dei centri antiviolenza in sofferenza:

“Il 23 giugno ha chiuso Casa Fiorinda, l’unico rifugio per donne maltrattate di Napoli. Tre giorni prima aveva serrato le porte il Centro antiviolenza Le Onde di Palermo, che adesso riesce a garantire solo l’ascolto telefonico.

Il 26 giugno è toccato a Sos Donna H24 lo sportello del Comune di Roma che prendeva in carico 24 ore su 24 le vittime di abusi.

Lo stesso potrebbe succedere il 30 luglio, sempre a Roma, al centro Colasanti-Lopez. A Pisa quello gestito dalla Casa della Donna ha dovuto limitare drasticamente i servizi, dopo un taglio del 30% ai fondi. Come Arezzo: ridotto il servizio di ascolto e di reperibilità, chiusa una casa rifugio.”

Ci sono i centri che appartengono a D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”, e ci sono tanti altri che non sono associati, difficile stilare una fotografia che tracci tutte le difficoltà. Manca una fetta degli operatori. C’è una strana inerzia in questo.

Burocrazia? Non solo. Le ragioni sono un po’ insite nella legge 119 del 2013, un po’ nel sistema di assegnazione dei fondi che per quanto riguarda il biennio 2015-2016, “circa 9 milioni all’anno stanziati con la legge di Stabilità”, non sono ancora stati erogati.

Leggiamo sempre nel pezzo uscito sul Corriere:

“stiamo aspettando la conferenza Stato-Regioni che decida cone ripartirli. Non si sa quando» dice Rossana Scaricabarozzi, di ActionAid Italia. Ci sono quelli per il biennio 2013-2014: 16,5 milioni di euro per tutte le Regioni.”

Inoltre, la Legge 119 con la scelta di regionalizzare gran parte della gestione:

“stabiliva che solo il 20% (circa cinquemila euro l’anno per ogni centro antiviolenza e seimila per le case rifugio) andasse ai centri, gli altri venivano girati alle Regioni che potevano destinarli a progetti diversi: dalle strutture, ai progetti educativi, ai consultori generici. «In Lombardia la Regione li ha messi a bilancio, eppure ai centri antiviolenza quei soldi non sono mai arrivati», denuncia Manuela Ulivi della Casa delle donne maltrattate di Milano. Non è l’unico caso.”

Manca evidentemente un monitoraggio, e cercare di fare una verifica oggi è un contro senso di tempestività dell’azione governativa. Facciamo prima scappare i buoi e poi aggiustiamo il recinto.

«Come Governo, stiamo verificando con le Regioni l’utilizzo dei fondi loro assegnati – dice la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Sesa Amici -. E l’8 marzo abbiamo emanato un bando diretto a finanziare le azioni di rete dei centri antiviolenza, impegnando 12 milioni di euro».

Non c’è ordine, non c’è controllo, nelle maglie di questa vicenda tutto può essere accaduto e diciamo che forse era nell’ordine del progetto. Ma le briciole di fondi che arrivano, se arrivano, scatenano spesso appetiti e interessi non propriamente lindi. Guerre tra poveri e sulla pelle delle donne.

L’approccio securitario non sembra conoscere flessioni di gradimento, tanto è vero che è stata inaugurata l’estate dei camper della Polizia di Stato. Una forma di protezione paternalistica e patriarcale di questo si tratta. Oltre non riusciamo ad andare. A livello governativo vediamo solo questo. Con tanto di hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che c’è bisogno di altro, che gli investimenti potrebbero andare in prevenzione e in un lavoro culturale che non può più attendere.

Naturalmente, ancora una volta, con questa iniziativa del camper della Polizia di Stato contro la violenza, sembra che non si sia ben compreso il problema. Di cosa si sta parlando? Di avvicinare le donne nelle piazze e indurle a denunciare in queste situazioni? In una piazza al massimo si può pensare di fare informazione distribuendo materiale.

“Il progetto “…Questo non è amore” prevede un camper della polizia che sarà, nei prossimi mesi, nelle piazze di 14 città a raccogliere le denunce e a sostenere le vittime.”

“Con questo progetto – ha evidenziato Alfano – vogliamo aumentare la fiducia nei confronti dello Stato e delle Forze di polizia, che possono prevenire, proteggere e punire. I dati del primo semestre 2016 indicano un calo del 22 per cento degli omicidi nei confronti delle donne, e del 23 per cento sia delle violenze sessuali che dei maltrattamenti.”

Un quadro roseo, un dipinto rassicurante. Tutto da verificare come dice Titti Carrano.

Ma davvero, pensate che si ottengano risultati così, con camper itineranti? Tutti sono liberi di pensare che possa ottenerne, ma sappiamo che questo bello spot è un segnale di come siamo immersi in un enorme spettacolo, che sulle donne, sulle loro vite, sulle loro difficoltà, sui loro problemi, sulle loro violenze costruisce un business, un giro di affari che schiaccia tutto. Un mega selfie e un tour estivo, un meccanismo che pensa di risolvere i problemi con messinscena come se fosse un reality, una pantomima, una campagna di prevenzione contro la carie della violenza, in pubblica piazza, con un camper targato Polizia. La violenza è reale, non è un canovaccio da seguire sul palco, sulla scena. Il camper fa parte di una strategia e di una rete di protezione? Non si comprendono evidentemente i rischi che ci sono.

“L’iniziativa – che vedrà coinvolte, in contemporanea, 14 province italiane – ha come finalità la creazione di un contatto diretto tra le donne e una equipe di operatori specializzati, ospitati all’interno di una postazione mobile (il camper), che si sposterà nelle piazze delle province che rientrano nel progetto.”

Perché non destinare i soldi di questo progetto a chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. SERVIZIO, perché i centri antiviolenza sono un presidio al servizio delle donne. L’obiettivo unico e fondamentale che devono continuare a poter assicurare.

Concordo con Barbara Pollastrini:

“Tutte e tutti insieme dobbiamo chiedere ai governi e alla politica di cambiare passo. Non è possibile che le poche risorse stanziate siano ‘disperse’ nei meandri di Ministeri e Regioni. Serve un’immediata attuazione dell’intero piano contro le molestie e la violenza. Parlo innanzitutto di prevenzione, tutela della vittima e certezza della pena. Di questo, l’esecutivo riferisca al Parlamento.

Le donne devono fare pressione tutte insieme, indipendentemente dalle appartenenze, i corpi intermedi devono fare la loro parte e dobbiamo tornare a lavorare insieme, dobbiamo essere unite e smetterla di costruire steccati e imporre veti. Chiamo tutte le parti alle loro responsabilità, chiamo le associazioni, chiamo le singole persone, chiamo a un’azione unitaria. Dove siete? Chiamo voi, gruppi e associazioni milanesi, italiane, avvocate, professioniste, D.i.Re, Action Aid e realtà analoghe a costruire quella rete di lotta diffusa alla violenza di genere, una rete che sia plurale e che non dimentichi nessun tassello.

Dateci un segnale, noi attiviste da sole non ce la facciamo, dateci una mano, per il destino delle donne, il nostro stesso destino. Uniamo le forze, lavoriamo insieme, progettiamo i prossimi passi per farci sentire ed ottenere risposte serie. Chi mi conosce sa che non mi fermerò e non smetterò di chiedere che si uniscano le forze. Vi chiamo ancora una volta a una sorellanza che si esprima nei fatti e in una lotta comune.

PRETENDIAMO RISPETTO!

Un rispetto che occorre declinare adeguatamente. Dobbiamo spingere perché le cose cambino in meglio. Rispetto vuol dire ascolto e analisi reali. Questo chiediamo ai rappresentanti istituzionali e ai decisori politici.

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In bici contro la violenza

bici

 

Rilancio questa importante iniziativa per portare attraverso l’Italia un messaggio contro la violenza sulle donne e i bambini.

Andrea Raffaelli Enzi lo scorso 21 giugno, è partito da San Donato Milanese con la sua bicicletta, per un giro d’Italia in cui porterà la voce delle donne e dei bambini che hanno subito violenza.

Durante le tappe di questo giro sosterrà la battaglia contro il femminicidio ed il figlicidio intrapresa dall’Associazione Federico nel cuore.

La prima tappa sono stati gli uffici ASL di San Donato Milanese, il luogo dove il piccolo Federico Barakat è stato ucciso a soli 8 anni per mano del padre, in un ambiente che era protetto solo nominalmente. Andrea Raffaelli in quel luogo ha portato un girasole (simbolo della campagna contro il figlicidio e dell’Associazione Federico nel cuore). Questo fiore che guarda sempre verso la luce sarà presente in ogni tappa a testimoniare l’auspicio che si possa trovare gli aiuti giusti per uscire in tempo dal tunnel buio della violenza.

“Andrea con grande entusiasmo porterà nel suo lungo viaggio a tutti un messaggio : BASTA ALLA VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI e lascerà un girasole su ogni luogo dove è stato commesso un figlicidio e/o un femminicidio. Questa iniziativa è importante per mantenere viva l’attenzione su questi gravissimi fenomeni che attanagliano la nostra società.”

Andrea da giovane padre testimonierà che un altro tipo di cultura maschile è possibile, che la battaglia culturale contro la violenza va combattuta con ogni mezzo e costantemente. Abbiamo bisogno di non abbassare l’attenzione sulla violenza, perché si riesca a intervenire tempestivamente, perché nessuno debba più vedersi strappar via la vita. Allo stesso tempo dobbiamo chiedere che l’iter giudiziario sia in grado di accertare le responsabilità.

Antonella Penati, mamma di Federico, e noi con lei non ci arrendiamo davanti all’assoluzione in sede penale e civile di operatori e dell’ente (il Comune di San Donato Milanese), che ne aveva la tutela. Ad oggi nessun responsabile, nessun danno biologico, né morale.

È inaccettabile che nessuno sia riconosciuto responsabile di quanto accaduto. Per Federico, per Antonella e per tutte le madri e i figli chiediamo giustizia, chiediamo che si creda alle donne e che ci sia per donne e bambini la giusta protezione e tutela.

Ci auguriamo che le cose vadano meglio in ambito europeo: la Corte europea di giustizia, che ha accettato il ricorso per violazione del diritto alla vita (art 2).

Uniamoci ad Antonella, affinché le nostre voci all’unisono riescano a smuovere una situazione inaccettabile. Ascoltiamo e aiutiamo le donne e i loro bambini, SEMPRE!

 

 

Per info e per invitare Andrea a transitare da un particolare luogo scrivere all’Associazione Federico nel Cuore seguiteci su Facebook e scrivete: presidente@federiconelcuore.org – Tel. 345.0066295

Si chiede a tutti i Giornalisti e le relative testate, ai centri antiviolenza, a tutte le Associazioni sportive di aderire all’iniziativa , sostenerla e pubblicizzarla. Per adesioni prendere contatto con l’Ufficio Stampa dell’Associazione per dare risalto all’iniziativa.

WWW.FEDERICONELCUORE.COM

Vi ricordo anche la raccolta fondi per sostenere la causa a Strasburgo.

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Noi ci stiamo

no sessismo no razzismo

 

A tutt* coloro che hanno chiesto alle femministe di esprimersi all’indomani di Colonia, cercando di imporre loro le parole d’ordine da adoperare per l’occasione, noi abbiamo risposto e continuiamo a rispondere con le nostre parole, con le nostre riflessioni e le nostre idee, perché le questioni sono ben più ampie della rappresentazione sinora allestita e i nostri corpi non dovranno mai diventare il terreno di strumentalizzazioni in chiave xenofoba.

 

Noi ci stiamo ad unirci alle numerose voci di donne che il 4 febbraio si incontreranno e manifesteranno in luoghi e città diverse per parlare di violenza sulle donne, contro ogni sessismo, perché innanzitutto c’è la difesa e l’affermazione della nostra inviolabilità. Non ci può, però, essere piena ed effettiva libertà se i nostri diritti vengono soffocati, negati, sminuiti, sottoposti a riduzioni e a condizioni inaccettabili. MOBILITIAMOCI

 

L’avevamo scritto a novembre, come Noi non ci stiamo sulla nostra pagina Facebook, lo abbiamo manifestato in piazza Cordusio a novembre, la violenza ha varie sfaccettature, e dobbiamo evidenziarle tutte, senza omissioni, raccontando ed esaminando la condizione femminile in un Paese certamente non all’altezza di corrispondere ai suoi bisogni. Dobbiamo capire le interconnessioni tra i fenomeni che affannano e affliggono le nostre esistenze e lavorare per rimuovere gli ostacoli a una vita pienamente dignitosa, serena, libera da ogni forma di violenza e di sopruso. RACCONTIAMOCI

 

Per questo noi ci stiamo, purché il 4 febbraio sancisca una ripartenza che dia anima e corpo ad una riflessione e ad un lavoro condiviso e collettivo rivolto al futuro, per concretizzare i nostri obiettivi e le nostre istanze più urgenti. Da questa data occorre guardare avanti, per riportare le nostre voci e le nostre azioni in primo piano, per essere spinta propulsiva ad un ritorno forte verso una elaborazione collettiva di lotta e di rivendicazione. Elemento imprescindibile per ripartire dovrà essere l’ascolto reciproco per tornare ad avere un ruolo politico, di pressione e di proposta su modelli alternativi. Per tornare in modo nuovo a farci sentire, a riprendere la parola, a rivendicare altri spazi di azione e cambiamento. ASCOLTIAMOCI

 

Le idee ci sono, basta avere il coraggio di cambiare il paradigma, anziché rassegnarci e pensare che tutto sommato la parità e la libertà siano state raggiunte e che tutto vada per il meglio. La violenza domestica e nei luoghi pubblici è solo la punta dell’iceberg di un sistema di sopraffazione e sottomissione più ampio e radicato, il patriarcato universalmente diffuso. Ognuna di noi sperimenta sulla propria pelle la lesione dei diritti e la violazione della dignità in quanto esseri umani pari all’altro genere. Quotidianamente dobbiamo denunciare e lottare contro le discriminazioni sul lavoro, le violenze psicofisiche, le tirannie di un sistema di produzione e riproduzione maschiocentrico, la schiavitù derivante dalla precarietà e dall’assenza di protezioni. IMPEGNIAMOCI

 

Quasi assuefatte all’assenza di ascolto da parte delle istituzioni e alle carenze di una politica che si faccia responsabilmente carico delle nostre istanze, continuiamo a rivendicare a viva voce per la violenza subita. Annientarci non servirà a fermarci o a farci tornare indietro. Ossia la precarietà lavorativa impostaci, i diritti negati subiti, l’assenza di una educazione sessuale, alla parità di genere e all’affettività “obbligatorie” nelle scuole, la 194 disapplicata, i servizi ed il welfare ridotti al minimo, le donne in povertà, il lavoro non retribuito ed il part-time forzato, il diritto alla salute sempre più rarefatto, il nostro desiderio di maternità strozzato nelle pieghe di mille difficoltà quotidiane, la discriminazione sul luogo di lavoro. E, non ultimo per rilievo, l’assenza di un dicastero dedicato ai nostri diritti, che faccia da garante e da indirizzo politico all’individuazione di misure che consentano alle donne italiane di non vivere sempre nell’incertezza del futuro, non avere una casa, non scegliere liberamente perché schiave di un mercato che le vuole ancora merce e welfare gratuito. RIVENDICHIAMO

 

Spesso siamo lasciate sole e senza sostegni di fronte a situazioni difficili, viviamo in condizioni di diritti negati e ridotti, tutte noi siamo precarie in vari modi. Ogni tanto guardare le cose dal basso è necessario perché, mettendoci nei panni di coloro che non hanno voce, potere, indipendenza e alternative concrete, non solo ne interpretiamo i bisogni e ne tuteliamo i diritti ma comprendiamo anche la natura vera dei problemi. Poniamoci in una simile modalità di interazione e conseguente proposta politica, cercando di non lasciare indietro nessuna di noi proprio grazie ad una rete in grado di fare massa critica periodicamente su queste dolorose ferite. Altrimenti non si sposta e non si smuove nulla. INTERAGIAMO

 

Torniamo a fare insieme politica, che significa costruire, compartecipare, ma avere anche il coraggio di esprimerci liberamente, fuori dal coro, quando constatiamo che chi è delegato a tutelare i nostri diritti non lo fa. Ne siamo capaci, perchè è la nostra stessa vita che ce ne offre rilevanti spunti di proposta. Iniziamo, per esempio, da questioni concrete come il costante ed evidente ritiro dello Stato dal welfare, che dà per scontato che siano le donne a farsi carico di questa mancanza e che continuino a sostituirlo, con le note ricadute negative su noi stesse. Iniziamo a sradicare questi automatismi e a lottare perché la storia cambi. OCCUPIAMOCENE

 

Questo implica un capovolgimento di tutte le relazioni, dei contrappesi e delle variabili di riequilibrio. Il femminismo è rielaborazione di soluzioni, mira a una emancipazione reale e non fittizia, illusoria. Senza il femminismo saremmo ancora all’anno zero, non dimentichiamocelo mai. Le elaborazioni teoriche le dobbiamo mettere in pratica, ma se continuiamo a lamentarci e basta, non andremo avanti. Dobbiamo imparare a fare rete e squadra, e a non delegare, affidandoci alla prima che sostiene di curare le nostre istanze, dobbiamo rimboccarci le maniche. Basta rimuginare, o lamentarci delle “mancanze” delle donne, dobbiamo essere interlocutrici attive e capaci di rompere schemi atavici. ADELANTE

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Molestatori

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Le analisi e le considerazioni di Laurie Penny sui fatti di Colonia mi sembrano molto interessanti (e vicine alle considerazioni che avevo fatto qui) e per questo pubblico il pezzo che compare su Internazionale numero 1136 di questa settimana. Buona lettura.

In un certo senso è un passo avanti. Dopo mesi di malcelata xenofobia, in Europa le autorità hanno cominciato a trattare gli immigrati come normali cittadini: quando a Colonia decine di donne sono state aggredite durante la notte di capodanno da gruppi di “arabi”, la polizia è stata lenta a intervenire e il comune ha risposto consigliando alle donne di tenersi lontane dagli estranei. L’unica differenza è che stavolta la stampa di destra non ha dato la colpa delle aggressioni alle donne, ma ai progressisti che difendono i migranti.
Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Le aggressioni di Colonia sono un episodio gravissimo, ma lo stesso vale per la reazione delle autorità e degli islamofobi che ne hanno approfittato per definire “selvaggi” tutti i musulmani e gli immigrati. A Colonia ci sono state manifestazioni di protesta organizzate da Pegida, un’organizzazione xenofoba di estrema destra non certo famosa per la sua dedizione alla causa del femminismo.
La cancelliera Angela Merkel ha risposto con norme più rigide sul diritto d’asilo, ma per molti commentatori questo non è sufficiente. È un miracolo: finalmente la destra si occupa della cultura dello stupro! È bastato che avesse una scusa per attaccare i migranti e i musulmani e dire alle femministe che non hanno idea di come risolvere i problemi delle donne. Quest’appropriazione della retorica femminista in nome dell’imperialismo e del razzismo va avanti da secoli e in occidente fa parte del dibattito politico dal 2001. Alcuni uomini hanno deciso che avevano il dovere di spiegare alle femministe che solo i musulmani sono sessisti, e lo hanno fatto insultando tutte le donne che non erano d’accordo con loro. Queste persone mi hanno chiesto ripetutamente di “condannare” gli attacchi di Colonia.
Quindi mettiamolo bene in chiaro: la violenza sessuale non è mai accettabile. Né per motivi culturali né per motivi religiosi né perché commessa da individui emarginati e arrabbiati. La misoginia non dev’essere tollerata. Se partiamo da questo presupposto, non c’è paese o cultura al mondo che non debba farsi un profondo esame di coscienza. Io sto dalla parte dei molti migranti arabi, musulmani e asiatici che combattono il sessismo nelle loro comunità. Nessuno ha pensato di chiedergli qual è il modo migliore per combattere la violenza sessuale, eppure gli attacchi contro le donne musulmane sono aumentati dopo gli attentati di Parigi.

La cosa più ragionevole da fare per rispondere ai fatti di Colonia sarebbe chiedere (come stanno facendo molte  femministe tedesche) più intransigenza nei confronti degli stupri e delle molestie sessuali in tutta Europa.
Invece la soluzione che si sente proporre più spesso è limitare l’immigrazione.
Tutto questo risponde all’idea secondo cui solo gli stranieri selvaggi e i criminali stuprano e molestano le donne, anche se in Germania e altrove la maggior parte degli stupri sono commessi da persone conosciute dalle vittime e non ci sono dati a sostegno della tesi che i migranti sono più inclini a molestare rispetto agli altri gruppi sociali. Come sempre, il patriarcato bianco si preoccupa della sicurezza e della dignità delle donne solo quando gli abusi possono essere attribuiti agli emarginati.
L’oppressione delle donne è un fenomeno globale perché il patriarcato è un fenomeno globale. È radicato nelle strutture economiche e sociali in quasi tutte le comunità del mondo. Il sessismo e la misoginia, però, hanno risvolti diversi a seconda degli ambienti culturali o religiosi e dell’appartenenza etnica, di classe e generazionale.
Il fatto è che la misoginia non ha né etnia né religione. Viviamo in una società abituata a tollerare un certo livello di sessismo e violenza sessuale quotidiana. Ma allora, se pensiamo che questo tipo di violenza non sia diverso da tutti gli altri e che i migranti debbano essere trattati come gli altri cittadini europei, forse dovremmo accettare che tutti siano liberi di trattare le donne come pezzi di carne ambulanti, giusto?
Sbagliato. È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Questo significa che i rifugiati devono imparare a rispettare la dignità delle donne, che gli uomini di tutte le religioni devono imparare che non si può stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Vogliamo rendere l’Europa un faro dei diritti delle donne? Fantastico. Facciamolo.

Se improvvisamente viviamo in un continente con una politica di tolleranza zero sulla violenza sessuale e la misoginia, ottimo, approfittiamo del momento. Vediamo se lo stato e i cittadini cominceranno a impegnarsi realmente per punire i colpevoli e aiutare le vittime. È più facile accusare gli emarginati di essere responsabili della misoginia piuttosto che ammettere che a qualunque altitudine gli uomini devono comportarsi meglio. Tutto il resto è ipocrisia.

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Farsa e realtà

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

 

Qui di seguito la mia traduzione* di un pezzo di Mira Sigel (QUI l’originale The farce of #Cologne).

 

Un numero imprecisato di donne sono state violentate e derubate la notte di Capodanno a Colonia. Circa 150 vittime [7 gennaio 2015] hanno fatto denuncia alla polizia, alcune parlano di stupro. Secondo quanto riferito, gli autori erano di origine nord africana e araba. La gente sui social network si divide tra coloro che parlano di accuse razziste, e chi ancora si interroga sul senso del declino dell’Occidente. I politici parlano di “polso duro della giustizia”. Le vittime sembrano scomparire in questo fermento.

Capodanno, una notte diversa dalla norma. Ognuno è in festa, tutti restano in piedi fino a tardi, molti si lasciano andare. A causa della paura di attacchi terroristici, polizia e polizia federale erano in presidio alla stazione ferroviaria di Colonia centrale. Grandi folle si trovano sulla piazza, alcuni gruppi lanciano petardi e fuochi d’artificio tra la folla. Le donne sono state palpate, circondate, minacciate, rapinate e anche violentate. Gli astanti che cercavano di dare una mano sono stati minacciati. Descrizioni concordanti raccontano che gli autori avevano tra i 15 e 35 anni, del Nord Africa e di origine araba. La polizia non si è accorta di nulla. Nella loro relazione sulla situazione hanno detto che il Capodanno è stato pacifico. Le prime notizie di attacchi sono apparse sui social network, in cui le vittime e i testimoni hanno segnalato quello che era successo a loro o ciò che avevano visto. Alcuni quotidiani locali hanno diffuso l’argomento. I mass media hanno cercato di ignorarlo, temendo di suscitare risentimenti razzisti o per non diffondere bufale. Si è scatenato un putiferio, ci sono accuse, assegnazioni di colpa, allarmi. Ma l’intera agitazione è una farsa totale, che prende in giro le vittime.

L’ex ministro della Famiglia, Kristina Schröder, non ci ha messo molto a postare su Twitter a proposito della violenza misogina insita nell’Islam. Gli attacchi di Colonia sono un chiaro risultato dell’immigrazione e della cosiddetta crisi dei rifugiati? È facile dare la colpa agli altri, ai non-nativi. Perché la società musulmana dovrebbe essere la ragione per cui degli uomini stranieri hanno aggredito le donne qui? È ipocrita e ridicolo affermare che noi mostriamo agli uomini migranti come trattare correttamente le donne. Al contrario: arrivano in un paese dove trovano pubblicità pornificata su ogni cartellone e su ogni video. Le donne sono offerte apertamente come un prodotto. L’acquisto di sesso è diventato mainstream da molto tempo e lo stupro è un reato non sempre punito. Tariffe flat e i facial abuse sono alcuni delle individuali e occidentali libertà di cui gode un uomo tedesco in una cosiddetta società civile, e anche i media supportano queste libertà in ogni modo; nessuno vuole riconoscere la violenza sessuale, quando l’uomo medio tedesco eiacula per una donna che viene picchiata e perde i sensi in un film porno. Se qualcuno è ancora in dubbio sulla questione se la prostituzione è violenza sessuale, lui o lei dovrebbe guardarsi intorno un po’ nei forum degli acquirenti di sesso. “Onlyintheass” o “whore destroyer” sono alcuni comuni nickname degli utenti. Si dovrebbe evitare di leggere i messaggi che scrivono, il rischio di reazioni a catena è enorme.

Il più grande tabloid tedesco, il BILD, titola “The sexmob in our cities”, e Alice Schwarzer, sulla rivista femminista EMMA, parlano di stupri di gruppo alla stazione ferroviaria, e chiamano gli autori terroristi. Può sembrare astruso, ma entrambi hanno ragione. Ma non sono i non-nativi, gli altri, i profughi, che producono quel clima, ma la nostra, la società disonesta, che accetta una cultura dello stupro, che la riflette in testi di canzoni, nella pubblicità e in innumerevoli film e articoli, e di una società dove le vittime di stupro sono denigrate e i colpevoli la fanno franca nonostante quello che hanno fatto. La “sexmob nelle nostre città” esiste – giorno dopo giorno – in tutte le grandi città tedesche – in particolare lungo i marciapiedi, nei bordelli, nelle saune-club e negli appartamenti.

Gli uomini stranieri, che provengono da paesi musulmani, di solito non sono abituati a forme di aperto sfruttamento sessuale delle donne. Prostituzione e pornografia esistono anche nei loro paesi, ma sono nascoste e fuorilegge dalla società. C’è una rigida separazione dei sessi, che di solito prevede che la donna, che deve mettersi il velo, rimanga in aree private e si autolimiti. Gli uomini nei paesi musulmani hanno più libertà e anche un concetto di sé diverso. È possibile argomentare se questo sia il risultato della religione o della cultura, ma una cosa è certa: non è nei loro geni. Questi uomini vengono in un paese dove tutto è porno, e questo “tutto è porno” di nuovo riguarda esclusivamente le donne. Sono gli oggetti sui cartelloni pubblicitari, le carni fresche nei bordelli, distese seminude, ornamenti femminili – sono pubblicizzate accessibili e appariscenti. Le donne nella nostra cultura sono una merce, ostentata, disumanizzata, umiliata. Con queste premesse, come possiamo essere sorpresi, che gli uomini provenienti da un contesto culturale diverso, non capiscano fin da subito, che va bene solo per il buon tedesco abusare e assalire le donne in vicoli bui, in metropolitana, al carnevale , nella propria casa o sullo schermo del televisore, ma non in gruppo o in spazi pubblici? Andiamo. Dovremmo garantire un po’ di integrazione. Poi i migranti violenti sicuramente impareranno come possono usare le donne e i loro corpi senza affrontare il tribunale. Milioni di uomini tedeschi mostrano loro ogni giorno come farlo – totalmente legale e senza punizioni.

L’acquisto di sesso è ufficialmente legale in Germania dal 2002 ed è anche accettato. Le donne che si prostituiscono non hanno alcun diritto, nessuna protezione, non ci sono limiti. Anche con la nuova legge a protezione della prostituzione non sembra cambiato nulla. Gli uomini possono fare ciò che vogliono con le donne, purché paghino dieci dollari per questo. Le organizzazioni che gestiscono il commercio di sesso suggeriscono alle prostitute di evitare di indossare sciarpe e orecchini, in modo da non essere ferite facilmente. Le donne come merce sono pubblicizzate alla portata di tutti, gli acquirenti celebrano le loro visite ai bordelli con video dedicati.

Coloro che non vogliono andare in un bordello e pagare per il sesso, possono utilizzare altri modi ed essere abbastanza sicuri che non gli succeda niente, se decidono di commettere violenze sessuali sulle donne. Lo stupro è quasi escluso dalla punizione giudiziaria in Germania, solo una piccola quantità di vittime continua a sporgere denuncia e di quei delinquenti solo un ridicolo 8,4 % viene condannato a pene sempre più ridicole. Prima di andare in tribunale le vittime devono passare attraverso mortificanti verifiche della loro credibilità e nel caso abbiano più di un partner sessuale, l’avvocato della difesa sarà lieto di chiamarle troie. Questo è legale in Germania e questa è la realtà del nostro sistema legale!

Quelli con la voce più forte su Twitter e sugli altri social media che chiedono di punire i colpevoli, sono quelli che di solito prendono in giro le femministe che lottano contro il sessismo e le vittime di violenza sessuale. Sono coloro che di solito sono i primi a pensare che le vittime di violenza sessuale mentano e utilizzino questa menzogna come atto di vendetta. Le vittime di Colonia sono usate da loro per propaganda razzista, non gliene frega niente delle donne, della loro sicurezza o dei loro diritti. Se gli aggressori di Colonia fossero stati i tifosi di calcio tedeschi, le vittime sarebbero state chiamate nazi isteriche e nessuno avrebbe neppure osato credere loro. Non abbiamo bisogno della figura dello straniero, dell’immigrato per far sentire le donne insicure in Germania. Durante il carnevale a Colonia ogni anno accadono numerosi attacchi, ma, in questa occasione, le vittime sono “avvertite” dei rischi del carnevale, che pertanto devono bere di meno e indossare gonne più lunghe. Non riescono a capire quanto queste dichiarazioni siano vicine alla tradizione islamica in cui le donne indossano il velo, entrambe sono forme di #victimblaming.

La sindaca Reker di Colonia ha proseguito sullo stesso versante, quando ha iniziato a dare consigli di comportamento per le donne dopo gli incidenti e di mantenere la distanza di un braccio dagli sconosciuti. Lei stessa è stata attaccata da un delinquente di destra con un coltello solo qualche settimana fa. Invece di prendersi cura della sicurezza delle donne negli spazi pubblici, le donne vengono dichiarate la parte-colpevole per essere state molestate sessualmente. Gli uomini sono scusati, come al solito. Son ragazzi! Molto prima degli incidenti accaduti a Colonia, in Germania, le donne sapevano di non essere sicure di notte, sui trasporti pubblici e negli spazi pubblici. Un terzo delle donne in Europa ha subito violenza sessuale.

La vera beffa per le vittime è, che non esiste una garanzia legale per quello che è successo loro. “Governare con fermezza”, su cui i politici vogliono esercitarsi ora, non ha nemmeno una base giuridica in Germania. Il Ministro della Giustizia Maas dovrebbe saperlo. Secondo la legge tedesca è stupro, solo se una vita è stata minacciata o è stata commessa una violenza di massa. Un semplice “no” o un “distanza di un braccio” non conta nelle aule dei tribunali tedeschi, l’autore del reato potrebbe aver interpretato questo come parte del flirt. A partire da “Cinquanta sfumature di grigio” un “No” significa “Sì” e la violenza è tollerata con gioia e volontariamente. L’elemento criminale definito come molestie sessuali non esiste nemmeno nel diritto tedesco. Le 150 vittime di Colonia sono lasciate sole con la speranza di un segnale politico, perché Berlino teme per la pace sociale in Germania, legalmente non avranno mai giustizia, proprio come le centinaia di migliaia di altre vittime di stupro in Germania ogni anno.

Le vittime di Colonia non appaiono neppure in questo dibattito per le parti maggioritarie. Alcuni le usano per la propaganda xenofoba, altri temono il razzismo così tanto, che preferirebbero che le vittime tacessero. Entrambi gli atteggiamenti sono atti di codardia, entrambi sono sbagliati. La cosa giusta da fare è quella di riconoscere la violenza sessuale come parte della nostra società. Quindi se vogliamo evitare che gli immigranti la pratichino, dobbiamo prima assicurarci di sanzionarla nel modo giusto. Abbiamo bisogno di ascoltare le vittime, rispettarle e proteggerle. Chi si deve vergognare e chi è fuori legge sono gli aggressori. In tutta questa discussione le vittime vengono trascurate, tutte queste donne traumatizzate, che sono lasciate sole, sono dichiarate colpevoli per quello che gli è successo o sono adoperate per scopi politici. Sono loro che dovremmo ascoltare e a loro dovremmo mostrare la nostra profonda solidarietà. A tutte loro.

* This is a not authorized translation. I decided to translate it in order to give the possibility to read this excellent post in italian. I apologize if it could be a problem, but from my point of view it’s necessary to diffuse this text to clarify the situation about Cologne facts.

 

 

Se tu parli di una guerra nel cuore dell’Europa, di una jihad sessuale e generalizzi, esporti/estendi gli attributi di questi uomini violenti a tutti gli stranieri, ai musulmani, chiaramente non potrai perseguire più la politica dell’accoglienza e forse questo ai governi fa comodo. Il fatto che il fenomeno da Colonia sembra estendersi ad altre città europee, indica che questi fatti stanno diventando qualcosa di più, qualcosa su cui giustificare politiche di restrizione in materia di immigrazione. Si parla sempre più di revisione delle procedure di asilo, di limiti al numero di immigrati, di sospensioni di Schengen.

Inoltre, a mio avviso c’è in atto la costruzione di un ingroup e di un outgroup. Se vengono da noi, sostiene Dacia Maraini, devono adattarsi alla nostra civiltà, quindi fatemi capire: se restano da loro possono continuare a fare i violenti, tanto non ce ne frega niente? Allora c’è una differenza ontologica tra le donne occidentali e le altre? Si stanno definendo le caratteristiche dell’ingroup e dell’outgroup, cosa va preservato e cosa va allontanato e ostracizzato, dentro e fuori, civiltà e natura, Noi/Loro.

Spacchiamo il capello cercando di capire il grado e il tipo di misoginia, di sessismo, di violenza, degli atti di molestie, quando sarebbe più utile condannare la violenza contro le donne in toto, senza se e senza ma, senza orpelli e declinazioni di altro tipo. Per me la violenza è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Se invece si punta a sottolineare un aspetto “etnico”, io sento puzza di “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene imbeccato da persone che non sanno nemmeno cosa significa discriminazione e le conseguenze di essa? Come donne conosciamo bene cosa sia la discriminazione e la deumanizzazione, quindi mi chiedo se siamo consapevoli dell’operazione in atto, in cui noi donne siamo adoperate e la violenza rischia di passare in secondo piano. Stiamo creando un nuovo ghetto, un Nemico interno, uno straniero che porta inciviltà nelle nostre candide città. Come se violenza, sessismo e misoginia fossero fenomeni alieni a cui i nostri uomini europei/occidentali sono immuni, grazie alle nostre leggi che colpiscono questi reati. Come abbiamo visto, queste sono solo favole. Questa cultura dello stupro e della violenza è dappertutto e va sradicata comprendendone (e nominando) la matrice patriarcale. Mi chiedo davvero tutto questo sostegno all’odio cosa di buono ci può portare. La (non)cultura dello stupro è diffusa ovunque, non mi sembra che sia necessario importarla. Questo dovremmo ripetere e non continuare il racconto xenofobo che si sta facendo. Sì xenofobo, perché quando si arriva a generalizzare e a creare il Mostro, si stanno ponendo le basi per una lotta razzista ed etnica. Io ripeto che non ci sto, ripeto che per me la violenza non ha colore, etnia, religione, ha le radici che ho evidenziato prima.

In Germania ci sono tantissimi bordelli, però delle violenze che gli uomini commettono su queste donne nessuno si preoccupa, siamo ancora alla divisione tra donneperbene e donnepermale, come se dovessimo preoccuparci a compartimenti stagni. La violenza non dovrebbe avere territori in cui è tollerata, le vittime sono tutte uguali e la violenza serve a sottomettere le donne, tutte, a umiliarle, considerandole oggetti di proprietà maschile. Forse si tratta veramente di un backlash del patriarcato che è in crisi e cerca di resistere riproponendo la violenza per ricondurre le donne alla sottomissione.

Dice Ida Dominijanni: “Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.”

Una lettura consigliata sulle minoranze e la deumanizzazione di gruppi estranei, Chiara VolpatoDeumanizzazione. Come si legittima la violenza:

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Il tortuoso cammino dalle parole ai fatti

 

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L’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) QUI ci informa che negli ultimi 10 anni, i progressi per il raggiungimento della parità tra donne e uomini sono stati nel complesso poco significativi in tutta Europa e in alcuni Paesi addirittura si è tornati indietro. Il punteggio complessivo dell’indice per l’UE è salito da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012. L’indice viene aggiornato biennalmente.

L’indice sull’uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Si basa sulle priorità politiche dell’UE e valuta l’impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell’Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.

Qualche passo in più si è registrato in termini di “potere” e di accesso ai vertici aziendali e istituzionali: si passa da un valore 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Sostanzialmente lo squilibrio permane. L’Italia quota 21,8 su 100.

Permane un elevato livello di segregazione di genere nel mercato del lavoro, in pratica siamo schiacciate in mansioni e lavori tipicamente femminili, sanità, servizi sociali istruzione.

Siamo più istruite degli uomini, ma anche più “segregate”, facciamo fatica a espanderci in tutti i settori di studio e di specializzazione. La situazione è aggravata da una decrescita per quanto riguarda la possibilità di accedere a una istruzione/formazione permanente.

Se guardiamo il dominio della salute, l’indice medio europeo è elevato, 90 su 100, l’Italia giunge a quota 89,5. Un dato da tenere sotto controllo, perché in tempi di crisi, alcuni Paesi hanno optato per un rafforzamento dei servizi sanitari pubblici, mentre altri hanno tagliato o posto a carico dei cittadini i costi sanitari, in precedenza gratuiti. Si comprende come per le donne questo aggravamento dei costi di assistenza sanitaria possa incidere negativamente a lungo andare sulla loro salute, sia in termini di prevenzione che di cura. Tutti noi conosciamo gli effetti disastrosi di anni di austerity sulla sanità greca e sulla salute della popolazione. Il tavolo della salute non può essere il tavolo da gioco della finanza e degli esperimenti di un’economia attenta solo alle ragioni del denaro.

Ma se osserviamo l’ambito “tempo” che dovrebbe misurare la distribuzione dei tempi di cura e di lavoro tra uomini e donne, comprendiamo il vero stato della situazione: il punteggio è di 37,6 su 100 per la media europea, 32,4 su 100 per l’Italia (suddiviso nei sotto-domini: care 40,4, social 26, segnale del fatto che possiamo contare poco sui servizi sociali). Niente a che vedere con il 61,3 della Finlandia. Se sembra migliorare la condivisione della cura dei figli, sul versante delle altre incombenze quotidiane domestiche il divario non sembra restringersi.  Questo dato risulta ulteriormente pesante, se lo associamo alla decisione annunciata lo scorso 1 luglio da parte della vicepresidente della Commissione Europea Timmermans di ritirare la direttiva sul congedo di maternità. Ne avevo già parlato qui. Un pessimo segnale dall’Unione Europea e dalla sua leadership. Indice di una scarsa attenzione e capacità di incidere in politiche di pari opportunità. Perché oltre le relazioni e le statistiche, occorre saper avviare azioni concrete, investendo misure concrete per sostenere e salvaguardare i diritti delle donne. Che senso ha misurare dei dati, se poi la politica e le istituzioni europee non sono in grado di varare iniziative mirate, vincolanti per gli Stati membri, al fine di garantire un humus più agevole per le donne?

Abbiamo un gap salariale medio del 16%, con significativi peggioramenti in caso di maternità. Questo espone le donne a un maggior rischio povertà, soprattutto in vecchiaia, quando le pensioni risulteranno proporzionalmente più basse rispetto a quelle degli uomini. Abbiamo di fatto una incapacità di incidere sulle politiche degli Stati membri, che spesso varano provvedimenti in materia di equità di genere che restano lettera morta, un puro esercizio di letteratura giurisprudenziale.

Non si comprende come si possa pensare di migliorare queste percentuali, se di fatto non ci sono interventi efficaci a sostegno della partecipazione e permanenza delle donne nel mercato del lavoro (l’indice EIGE medio è 72,3, l’Italia è a quota 57,1). Nel nostro Paese poi siamo ben lontani dagli obiettivi Europa 2020, che prevedeva di raggiungere il 75% delle donne occupate. Da questo deriva anche il valore dell’indice denaro, che rappresenta l’indipendenza economica delle donne. Un lavoro sicuro e tutelato ha benefici su molti aspetti e decisioni nella vita di una donna e non solo.

Guardiamo al nostro Paese. A livello nazionale nel 2012 siamo al 41,1 su 100 (indice EIGE). Qualche passo in avanti è stato compiuto: nel 2005 eravamo a 34,6, nel 2010 a 39,6. Se guardiamo i vari diagrammi per ciascun ambito, si nota una certa stagnazione, oltre a essere al di sotto della media europea. Eppure leggendo i riferimenti normativi nazionali, non siamo proprio rimasti fermi, evidentemente i risultati concreti non si sono visti.

Nell’analisi di dettaglio dell’Italia viene fatto un bilancio degli interventi legislativi posti in essere.

Si richiama il codice nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne, il decreto 198 del 2006, 59 articoli che cercano di armonizzare e razionalizzare le leggi vigenti (11) in materia di gender equality. Si promuovono le pari opportunità in differenti settori: etico, sociale, relazioni economiche, diritti civili e politici. L’obiettivo dichiarato è di promuovere l’empowerment delle donne, assicurare la loro libertà di scelta e migliorare la qualità della vita per uomini e donne. È stato introdotto il principio del genere per il varo dei diversi provvedimenti legislativi, di ogni grado.

Nel 2010, il governo ha adottato un decreto per adeguarsi alla Direttiva europea 2006/54/EC in materia di pari opportunità nell’occupazione e nel mondo del lavoro.

Nel 2007, la Direttiva 2004/113/EC ‘Implementing the principle of equal treatment between men and women in the access to and supply of goods and services’ è stata recepita dalla legge 196/2007.

Il governo ha adottato numerose norme per incrementare la partecipazione delle donne alle attività politiche, alcuni esempi: la legge 90 del 2004, sulle elezioni dei parlamentari europei; la 120 del 12 luglio 2011, sull’accesso ai vertici delle società quotate e dal 2012 ha stabilito un 20% minimo di donne (la famosa Golfo-Mosca); la legge 215/2012 su previsioni volte a garantire la parità nei governi locali e regionali; e la direttiva sulle pari opportunità per le donne della P.A. del 23 maggio 2007. Si menziona anche la legge del 28 ottobre 2010, che ha approvato il primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.  

A livello regionale, la Sicilia ha prodotto nel 2007 un documento programmatico per l’arco temporale 2007-2013 che aspirava a promuovere l’implementazione del “principio delle pari opportunità per tutti” all’interno del piano strategico delle Municipalità siciliane; previsioni per l’imprenditoria femminile.
In Puglia nel 2008, la legge regionale dell’ordine marzo 2007 è stata rafforzata. È stato istituito l‘Ufficio Garante di Genere’, per monitorare l’implementazione della legge 7/2007, creando un database di donne che desiderino aspirare a incarichi manageriali, fissare un budget regionale dedicato alle donne, un reportage annuale sulla condizione femminile nell’area. È anche responsabile per dettare le linee guida in materia di politiche di genere pugliesi attraverso il Centro regionale per le donne.

In Liguria nel 2008, il governo regionale ha varato la legge 26 del 1 agosto, integrando le politiche per le pari opportunità esistenti in regione.

Nel 2012 l’Abruzzo ha sottoscritto un Accordo sulle Pari opportunità con province e municipalità per la promozione della work-life balance, la diffusione della cultura delle eguali opportunità, la promozione di forme di flessibilità e ridisegno degli orari di lavoro, il coinvolgimento delle donne in politica, il supporto e il coordinamento regionale dei centri antiviolenza.

Insomma virtuosi, ma se guardiamo la pratica, ci rendiamo conto che la favola non è come può sembrare. Purtroppo le norme non sono sufficienti a garantire un sensibile miglioramento.

Poi ci troviamo Salvatore Negro, come neo assessore regionale pugliese alle Pari opportunità, uno dei principali detrattori dell’emendamento sulla parità di genere, culminato poi nella bocciatura del medesimo emendamento 50&50 nella legge elettorale regionale. Insomma non tira una buona aria per le donne.
Qualche giorno fa avevo scritto un post lettera a Michele Emiliano. Mi aveva risposto così su Twitter:

Il 25 giugno
@sforzasimona ho tutelato i diritti delle donne da sindaco e lo faró anche da Presidente della Puglia nella direzione che indichi.🎀
https://mobile.twitter.com/micheleemiliano/status/614133622950490113?s=04

Diciamo che aveva in serbo una amara sorpresa.
Si comprende che i fatti dimostrano quanto spesso le parole siano vuote, adoperate esclusivamente per avere solo una apparente infarinatura di equità e parità. Forse anziché continuare a varare nuove norme, basterebbe semplicemente applicare l’art 3 della nostra Carta Costituzionale, rimuovendo quegli ostacoli che ci rendono cittadine ancora un passo indietro ai cittadini.

Il report EIGE poi si sofferma sull’importanza del contesto culturale, sociale e istituzionale nel combattere la violenza contro le donne. Alti livelli di eguaglianza di genere rendono le donne più propense a denunciare, anche grazie a una maggiore fiducia nella giustizia istituzionale e nelle forze di polizia.

Stesso discorso quindi vale per l’inaccettabile superficialità con cui si affronta il problema della violenza contro le donne a livello nazionale. Siamo chiaramente fermi a una marginalizzazione della questione, le donne continuano ad essere uccise e a subire violenze, ma gli interlocutori istituzionali e le loro proposte risultano inadeguati. Se ne parla sempre meno e sentir dire che “la colpa è delle donne”, è come se si commettesse violenza due volte. Quando crederete alle parole di una donna che chiede aiuto? Quando smetterete di giudicare le donne sotto un metro diverso, quando verremo difese in tempo, prima  che sia troppo tardi?

Non abbiamo ritenuto necessario e urgente avere un dicastero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne. Che da bravi uomini ci porteranno su un palmo di mano verso la piena uguaglianza. Non siamo inadeguate, come qualcuno paternalisticamente vorrebbe indurci a pensare, e non abbiamo bisogno di essere educate e indottrinate. I nostri temi resteranno marginali se non riusciremo ad avere delle rappresentanti degne e combattive. Non sediamoci ai tavoli per raccontare quanto siamo state brave a giungere a ruoli di rilievo, ma lavoriamo affinché altre, tantissime donne possano partecipare e far sentire la propria voce. Facciamo valere il nostro saper fare e pensare differente. Noi stesse dobbiamo renderci attive e cercare di cambiare le cose. Siamo considerate una forma di welfare gratuito, che viene dato per certo. Iniziamo a praticare una condivisione dei compiti di sostegno familiare e chiediamo che venga riconosciuto questo lavoro invisibile. Coltiviamo quel cambiamento culturale necessario.

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