Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Radici 2 – E le ragazze?

albero in fiore

Ieri ho letto l’intervista a Jackson Katz riportata dal blog Il ricciocorno schiattoso, che ringrazio.

Ottima analisi, ma a mio avviso manca un pezzo della storia.

La cultura americana forgia un certo modello di uomo, che deve essere forte e di successo a tutti i costi. Il modello educativo forma due tipologie di uomo: lo sfigato e sottomesso (che servirà poi alla produzione e a essere comandato) e il capo, il leader, il bullo, colui che ha sempre successo in tutti i campi, specialmente negli sport. Come sostenevo nel mio precedente post sul tema, Radici, quest’ultimo modello, come anche il primo, possono portare ad innescare degli strani meccanismi di violenza, nel caso qualcosa non dovesse girare nel verso giusto: sia nel caso dello sfigato che a un certo punto si sveglia e decide di non voler più accettare la sua condizione, sia nel caso in cui il leader fallisca miseramente nelle proprie aspirazioni.
Ultimamente le cose stanno cambiando, stanno venendo a galla le potenzialità di successo nella vita reale dei nerd, di coloro che a scuola non avevano una fama eccezionale o non erano popular.
Alla forza fisica si sta sostituendo una capacità intellettiva, di venditore onnicomprensivo, alla Jobs, mantenendo comunque un sistema competitivo forte e altamente infiammabile, per poter gestire un apparato produttivo e militare molto efficiente. I germi di questa cultura sono riscontrabili ad esempio nel film Ritorno al futuro, nel quale il mingherlino McFly ha il sopravvento sull’energumeno senza cervello Biff. Se a prima vista questo finale sembra happy, se si guarda attentamente, l’immagine finale ci mostra il bullo a sua volta deriso e emarginato. Per cui si sono invertiti i rapporti di forza, ma sono rimasti immutati gli strumenti di sopraffazione e il tipo di relazioni sociali.
All’analisi di Katz manca l’elemento femminile. Cosa fanno le ragazze in questo sistema educativo? Le ragazze si dividono a loro volta tra sfigate/bruttine/secchione e popular/cheerleaders. Se nel mondo male si ha una violenza che colpisce essenzialmente gli altri, il resto del mondo, nel caso delle ragazze, uno stato di frustrazione e di risentimento tende a covare e può sfociare in una violenza autoinflitta, che va da forme di anoressia/bulimia a un tentativo di autoannientarsi attraverso il suicidio.

Naturalmente, non sono una tecnica della materia, si tratta di considerazioni personali.

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Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Lobby e dintorni

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Quando ci parlano di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, come soluzione volta alla massima trasparenza e democrazia, penso sia meglio concentrarsi sulle possibili conseguenze e perché no, guardare cosa accade altrove. Non che in Italia non esistano lobby, anzi, ma il sistema è infinitamente meno articolato, sviluppato e pervasivo di quanto accade negli USA. Un’inchiesta di The Nation, analizza la situazione dei lobbisti statunitensi nel 2013. Nel 1995 veniva varato il Lobbying Disclosure Act, che stabilisce i termini in base ai quali un lobbista deve registrarsi. Oggi, si assiste a una diminuzione delle lobby registrate, con annessa flessione delle spese complessive. Cosa è successo? Secondo lo studio è aumentato il sommerso, grazie a tecniche sempre più sofisticate per creare falsi gruppi di pressione e mascherare i fondi impiegati. Insomma, nonostante gli sforzi, lo stato non riesce ad arginare un fenomeno che se non controllato diventa pericolosamente e altamente distorsivo. Obama ha sostenuto la necessità di tenere sotto controllo il potere delle lobby, firmando un ordine esecutivo che però ha acuito il problema dei campioni del livello non ufficiale, di coloro che sono abili ad agire di nascosto.

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Spazio mare: il gioco incerto dei confini fluidi

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Il pensiero strategico dei giapponesi in questi ultimi tempi si sta concentrando su due elementi: la prima e la seconda catena di isole. Si dice che la Cina voglia trasformare il Mar Cinese Orientale e quello Meridionale in un grande lago cinese. Come si vede dalla cartina, in nero, il primo confine va dalla Corea del Sud a Singapore. I cinesi traggono la maggior parte delle forniture energetiche da sud (Stretto di Malacca) e stanno cercando di portare la loro influenza navale nella zona, per “tenere a bada” le altre flotte, soprattutto statunitensi. La strategia cinese si basa su un meccanismo: mantenere in piedi una serie di controversie in materia di isole più o meno piccole, con i vicini Vietnam, Filippine, Giappone, Taiwan. Ciò avviene pattugliando il mare attraverso i pescatori e la Guardia Costiera. Inoltre i cinesi guardano a una seconda catena di isole che avrebbero dovuto oltrepassare per arrivare al Pacifico, fino a giungere alla base americana dell’isola di Guam. I giapponesi sono spaventati dalla dottrina di sicurezza praticata dall’esercito cinese (PLA) che prevede un concetto di territorio marittimo al di fuori dei principi di diritto internazionale vigente. Secondo i cinesi, le 200 miglia della zona economica esclusiva a cui gli Stati hanno diritto ai sensi della Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS) sono territorio cinese a tutti gli effetti. Questa la spiegazione fornita dai militari cinesi alle proprie truppe il 5 ottobre 2011 (dal PLA Daily). Un ulteriore motivo di preoccupazione è la gittata dei missili cinesi, giunta a 1.300 miglia (2.091 km), il che significa che solo la base di Guam sarebbe al sicuro da un attacco. In caso di conflitto tra Cina e Giappone sulle isole Senkakku, gli USA potrebbero avere difficoltà ad aiutare il Giappone, perché la maggior parte delle loro basi terrestri e navi di superficie sarebbe minacciata dalla Cina. La geografia può dirci molte cose, ma molto dipende dalle domande che le si pongono. Dalla cartina si evince una Cina che rivendica un accesso libero al Pacifico, in primo luogo alle zone vicine alle sue coste, per poi estendersi alla seconda catena di isole. Al momento le mire cinesi sono accerchiate nel Mar Cinese Orientale da Giappone , USA, Corea del Sud , anche Australia e a sud da Vietnam, Malaisia , Filippine e Indonesia. La partita si gioca non tanto su motivazioni reali, ma sulle percezioni e su di esse, nel caso non cambino attraverso una efficace azione diplomatica, si potrebbe innescare una tensione esponenziale in quest’area del mondo.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo notevole articolo.

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Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

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Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

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