Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

congedo-parentale

 

Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Conciliazione famiglia e lavoro e buone pratiche di welfare aziendale: le indicazioni UE

maternità

 

Il mio nuovo articolo per Mammeonline tra pratiche per la conciliazione e qualche considerazione sull’urgenza di avere una rappresentanza istituzionale in grado di portare in primo piano nell’agenda politica le questioni delle donne.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link: 

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

 

Come promesso, in pieno solleone estivo, la commissione europea ha appena pubblicato una roadmap (quanto ci piace fare tabelle di marcia chepoi nessuno tradurrà in fatti) che definisce le opzioni politiche in programma per affrontare le sfide della conciliazione lavoro-famiglia per genitori che lavorano.
Il sole di agosto produce questo documento. A poco serviranno delle tabelle di marcia, se poi non ci metteremo in marcia seriamente.

(…)
L’UE in definitiva consiglia soluzioni “mix”. Ma in pratica la roadmap appare debole, indebolita da quella sussidiarietà di cui parlavo in precedenza e che ha portato al fallimento della direttiva a giugno. Ci si scontra sempre con i veti interni e le difficoltà interne di ogni singolo Paese a varare soluzioni che vadano in una direzione unitaria.

(…)
Non abbiamo più ritenuto necessario e urgente avere un ministero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale, qualcuno che sia una interfaccia credibile in sede europea, che sappia dialogare con le parti sociali. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne.

 

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Il tortuoso cammino dalle parole ai fatti

 

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L’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) QUI ci informa che negli ultimi 10 anni, i progressi per il raggiungimento della parità tra donne e uomini sono stati nel complesso poco significativi in tutta Europa e in alcuni Paesi addirittura si è tornati indietro. Il punteggio complessivo dell’indice per l’UE è salito da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012. L’indice viene aggiornato biennalmente.

L’indice sull’uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Si basa sulle priorità politiche dell’UE e valuta l’impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell’Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.

Qualche passo in più si è registrato in termini di “potere” e di accesso ai vertici aziendali e istituzionali: si passa da un valore 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Sostanzialmente lo squilibrio permane. L’Italia quota 21,8 su 100.

Permane un elevato livello di segregazione di genere nel mercato del lavoro, in pratica siamo schiacciate in mansioni e lavori tipicamente femminili, sanità, servizi sociali istruzione.

Siamo più istruite degli uomini, ma anche più “segregate”, facciamo fatica a espanderci in tutti i settori di studio e di specializzazione. La situazione è aggravata da una decrescita per quanto riguarda la possibilità di accedere a una istruzione/formazione permanente.

Se guardiamo il dominio della salute, l’indice medio europeo è elevato, 90 su 100, l’Italia giunge a quota 89,5. Un dato da tenere sotto controllo, perché in tempi di crisi, alcuni Paesi hanno optato per un rafforzamento dei servizi sanitari pubblici, mentre altri hanno tagliato o posto a carico dei cittadini i costi sanitari, in precedenza gratuiti. Si comprende come per le donne questo aggravamento dei costi di assistenza sanitaria possa incidere negativamente a lungo andare sulla loro salute, sia in termini di prevenzione che di cura. Tutti noi conosciamo gli effetti disastrosi di anni di austerity sulla sanità greca e sulla salute della popolazione. Il tavolo della salute non può essere il tavolo da gioco della finanza e degli esperimenti di un’economia attenta solo alle ragioni del denaro.

Ma se osserviamo l’ambito “tempo” che dovrebbe misurare la distribuzione dei tempi di cura e di lavoro tra uomini e donne, comprendiamo il vero stato della situazione: il punteggio è di 37,6 su 100 per la media europea, 32,4 su 100 per l’Italia (suddiviso nei sotto-domini: care 40,4, social 26, segnale del fatto che possiamo contare poco sui servizi sociali). Niente a che vedere con il 61,3 della Finlandia. Se sembra migliorare la condivisione della cura dei figli, sul versante delle altre incombenze quotidiane domestiche il divario non sembra restringersi.  Questo dato risulta ulteriormente pesante, se lo associamo alla decisione annunciata lo scorso 1 luglio da parte della vicepresidente della Commissione Europea Timmermans di ritirare la direttiva sul congedo di maternità. Ne avevo già parlato qui. Un pessimo segnale dall’Unione Europea e dalla sua leadership. Indice di una scarsa attenzione e capacità di incidere in politiche di pari opportunità. Perché oltre le relazioni e le statistiche, occorre saper avviare azioni concrete, investendo misure concrete per sostenere e salvaguardare i diritti delle donne. Che senso ha misurare dei dati, se poi la politica e le istituzioni europee non sono in grado di varare iniziative mirate, vincolanti per gli Stati membri, al fine di garantire un humus più agevole per le donne?

Abbiamo un gap salariale medio del 16%, con significativi peggioramenti in caso di maternità. Questo espone le donne a un maggior rischio povertà, soprattutto in vecchiaia, quando le pensioni risulteranno proporzionalmente più basse rispetto a quelle degli uomini. Abbiamo di fatto una incapacità di incidere sulle politiche degli Stati membri, che spesso varano provvedimenti in materia di equità di genere che restano lettera morta, un puro esercizio di letteratura giurisprudenziale.

Non si comprende come si possa pensare di migliorare queste percentuali, se di fatto non ci sono interventi efficaci a sostegno della partecipazione e permanenza delle donne nel mercato del lavoro (l’indice EIGE medio è 72,3, l’Italia è a quota 57,1). Nel nostro Paese poi siamo ben lontani dagli obiettivi Europa 2020, che prevedeva di raggiungere il 75% delle donne occupate. Da questo deriva anche il valore dell’indice denaro, che rappresenta l’indipendenza economica delle donne. Un lavoro sicuro e tutelato ha benefici su molti aspetti e decisioni nella vita di una donna e non solo.

Guardiamo al nostro Paese. A livello nazionale nel 2012 siamo al 41,1 su 100 (indice EIGE). Qualche passo in avanti è stato compiuto: nel 2005 eravamo a 34,6, nel 2010 a 39,6. Se guardiamo i vari diagrammi per ciascun ambito, si nota una certa stagnazione, oltre a essere al di sotto della media europea. Eppure leggendo i riferimenti normativi nazionali, non siamo proprio rimasti fermi, evidentemente i risultati concreti non si sono visti.

Nell’analisi di dettaglio dell’Italia viene fatto un bilancio degli interventi legislativi posti in essere.

Si richiama il codice nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne, il decreto 198 del 2006, 59 articoli che cercano di armonizzare e razionalizzare le leggi vigenti (11) in materia di gender equality. Si promuovono le pari opportunità in differenti settori: etico, sociale, relazioni economiche, diritti civili e politici. L’obiettivo dichiarato è di promuovere l’empowerment delle donne, assicurare la loro libertà di scelta e migliorare la qualità della vita per uomini e donne. È stato introdotto il principio del genere per il varo dei diversi provvedimenti legislativi, di ogni grado.

Nel 2010, il governo ha adottato un decreto per adeguarsi alla Direttiva europea 2006/54/EC in materia di pari opportunità nell’occupazione e nel mondo del lavoro.

Nel 2007, la Direttiva 2004/113/EC ‘Implementing the principle of equal treatment between men and women in the access to and supply of goods and services’ è stata recepita dalla legge 196/2007.

Il governo ha adottato numerose norme per incrementare la partecipazione delle donne alle attività politiche, alcuni esempi: la legge 90 del 2004, sulle elezioni dei parlamentari europei; la 120 del 12 luglio 2011, sull’accesso ai vertici delle società quotate e dal 2012 ha stabilito un 20% minimo di donne (la famosa Golfo-Mosca); la legge 215/2012 su previsioni volte a garantire la parità nei governi locali e regionali; e la direttiva sulle pari opportunità per le donne della P.A. del 23 maggio 2007. Si menziona anche la legge del 28 ottobre 2010, che ha approvato il primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.  

A livello regionale, la Sicilia ha prodotto nel 2007 un documento programmatico per l’arco temporale 2007-2013 che aspirava a promuovere l’implementazione del “principio delle pari opportunità per tutti” all’interno del piano strategico delle Municipalità siciliane; previsioni per l’imprenditoria femminile.
In Puglia nel 2008, la legge regionale dell’ordine marzo 2007 è stata rafforzata. È stato istituito l‘Ufficio Garante di Genere’, per monitorare l’implementazione della legge 7/2007, creando un database di donne che desiderino aspirare a incarichi manageriali, fissare un budget regionale dedicato alle donne, un reportage annuale sulla condizione femminile nell’area. È anche responsabile per dettare le linee guida in materia di politiche di genere pugliesi attraverso il Centro regionale per le donne.

In Liguria nel 2008, il governo regionale ha varato la legge 26 del 1 agosto, integrando le politiche per le pari opportunità esistenti in regione.

Nel 2012 l’Abruzzo ha sottoscritto un Accordo sulle Pari opportunità con province e municipalità per la promozione della work-life balance, la diffusione della cultura delle eguali opportunità, la promozione di forme di flessibilità e ridisegno degli orari di lavoro, il coinvolgimento delle donne in politica, il supporto e il coordinamento regionale dei centri antiviolenza.

Insomma virtuosi, ma se guardiamo la pratica, ci rendiamo conto che la favola non è come può sembrare. Purtroppo le norme non sono sufficienti a garantire un sensibile miglioramento.

Poi ci troviamo Salvatore Negro, come neo assessore regionale pugliese alle Pari opportunità, uno dei principali detrattori dell’emendamento sulla parità di genere, culminato poi nella bocciatura del medesimo emendamento 50&50 nella legge elettorale regionale. Insomma non tira una buona aria per le donne.
Qualche giorno fa avevo scritto un post lettera a Michele Emiliano. Mi aveva risposto così su Twitter:

Il 25 giugno
@sforzasimona ho tutelato i diritti delle donne da sindaco e lo faró anche da Presidente della Puglia nella direzione che indichi.🎀
https://mobile.twitter.com/micheleemiliano/status/614133622950490113?s=04

Diciamo che aveva in serbo una amara sorpresa.
Si comprende che i fatti dimostrano quanto spesso le parole siano vuote, adoperate esclusivamente per avere solo una apparente infarinatura di equità e parità. Forse anziché continuare a varare nuove norme, basterebbe semplicemente applicare l’art 3 della nostra Carta Costituzionale, rimuovendo quegli ostacoli che ci rendono cittadine ancora un passo indietro ai cittadini.

Il report EIGE poi si sofferma sull’importanza del contesto culturale, sociale e istituzionale nel combattere la violenza contro le donne. Alti livelli di eguaglianza di genere rendono le donne più propense a denunciare, anche grazie a una maggiore fiducia nella giustizia istituzionale e nelle forze di polizia.

Stesso discorso quindi vale per l’inaccettabile superficialità con cui si affronta il problema della violenza contro le donne a livello nazionale. Siamo chiaramente fermi a una marginalizzazione della questione, le donne continuano ad essere uccise e a subire violenze, ma gli interlocutori istituzionali e le loro proposte risultano inadeguati. Se ne parla sempre meno e sentir dire che “la colpa è delle donne”, è come se si commettesse violenza due volte. Quando crederete alle parole di una donna che chiede aiuto? Quando smetterete di giudicare le donne sotto un metro diverso, quando verremo difese in tempo, prima  che sia troppo tardi?

Non abbiamo ritenuto necessario e urgente avere un dicastero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne. Che da bravi uomini ci porteranno su un palmo di mano verso la piena uguaglianza. Non siamo inadeguate, come qualcuno paternalisticamente vorrebbe indurci a pensare, e non abbiamo bisogno di essere educate e indottrinate. I nostri temi resteranno marginali se non riusciremo ad avere delle rappresentanti degne e combattive. Non sediamoci ai tavoli per raccontare quanto siamo state brave a giungere a ruoli di rilievo, ma lavoriamo affinché altre, tantissime donne possano partecipare e far sentire la propria voce. Facciamo valere il nostro saper fare e pensare differente. Noi stesse dobbiamo renderci attive e cercare di cambiare le cose. Siamo considerate una forma di welfare gratuito, che viene dato per certo. Iniziamo a praticare una condivisione dei compiti di sostegno familiare e chiediamo che venga riconosciuto questo lavoro invisibile. Coltiviamo quel cambiamento culturale necessario.

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Priorità

Zita Gurmai

 

Ho avuto un sacco di cose da fare, per cui questo testo ha dovuto attendere un po’ per essere tradotto. Si tratta dell’incisivo intervento di Zita Gurmai (ex MEP, S&D group e presidente donne PES) “Prostitution and Women Slavery”, nel corso dell’iniziativa del 16 aprile scorso a Roma, organizzato dalle donne democratiche. Un testo molto utile per definire quali siano le priorità di intervento e le caratteristiche del sistema prostitutivo in Europa.

 

Cari amici, care sorelle,
grazie per avermi invitata a questo evento del Partito Democratico sulla prostituzione e sulla schiavitù delle donne. In qualità di presidente delle donne del partito socialista europeo (PES), posso dirvi che abbiamo lavorato dal 2006 sulla lotta alla tratta delle donne e la schiavitù sessuale.
Nel 2006, le donne PES e il PES hanno condotto una campagna, in occasione dei mondiali di calcio, al grido di “Celebrate the World Cup, Stop trafficking and Sexual Slavery”. Siamo riusciti a raccogliere proposte su cosa fare in futuro, da parte dei capi di stato dell’UE.
Ma oggi purtroppo devo ammettere che in Europa, la violenza contro le donne è ancora un problema di proporzioni pandemiche.
Vorrei iniziare parlandovi di una storia vera, proveniente dall’Ungheria, il mio paese. È una storia che mi è stata raccontata da un’organizzazione di donne che operano sul campo.
Selena (nome di fantasia) ha 32 anni, lei è di etnia Roma, è cresciuta presso una casa-famiglia. Tra i 10 e i 14 anni, due dei suoi educatori hanno abusato di lei. Quando aveva 15 anni, sua madre la riportò a casa e l’avviò alla prostituzione. Suo padre la violentò, mentre suo zio la portò in Olanda. È stata prostituita per sette anni all’estero e in Ungheria. Con ciò che guadagnava doveva mantenere 8 persone. Ha tentato il suicidio circa quaranta volte. Dopo questi tentativi di suicidio, è stata accolta presso un convento cattolico. Dopo quello che ha passato ha un livello di autostima ridotto al minimo. Uno psicologo la cura per i suoi disturbi da stress post-traumatico e uno psichiatra la aiuta per vincere la sua tossicodipendenza. Ha vissuto cinque mesi in questo convento, con il suo bimbo di 8 mesi; lei ha la qualifica come personale per le pulizie.
Vi ho raccontato questa storia perché descrive la realtà della prostituzione in Europa. La maggioranza di queste persone è sfruttata, proviene da famiglie di migranti o da minoranze, molte donne intrappolate nella prostituzione hanno subito violenze sessuali nella loro infanzia o dal loro partner. Questo dimostra che il sistema prostitutivo è connesso alle disuguaglianze e alle discriminazioni.
In Europa, la maggior parte delle donne e delle ragazze nel sistema della prostituzione sono straniere: donne dell’Europa dell’Est, America Latina, Africa e Brasile. Sono portate in Europa occidentale da uomini dell’Europa occidentale. Sappiamo che la prostituzione e il traffico sessuale sono strettamente collegati. Secondo i dati Eurostat, lo sfruttamento sessuale è la forma più diffusa di traffico di esseri umani in UE, raggiunge il 62%, e le donne e le ragazze sono il 96% delle vittime di tratta. Secondo le autorità di polizia, in Olanda, sino al 90% delle donne che “lavorano” nei bordelli autorizzati sono costrette a prostituirsi.
Come potete comprendere, la tratta è un problema prioritario.
Sappiamo che la tratta è violenza contro le donne. Sappiamo che lo sfruttamento sessuale equivale allo stupro e quindi a una violenza contro le donne. Noi ne siamo consapevoli, ma molti no. Molti uomini si rifiutano di considerare la questione in questi termini.
Nel corso di un intervento presso il Parlamento europeo, nel gennaio 2014, l’Europol (agenzia di polizia europea) ha spiegato che il traffico di esseri umani, e in particolare di donne e di ragazze, è aumentato nei Paesi in cui la prostituzione è stata legalizzata. In Europa abbiamo due modelli opposti in materia di prostituzione. La Germania e l’Olanda che hanno legalizzato l’organizzazione della prostituzione; in questi Paesi, la prostituzione è diventata un “lavoro”. Sapete che in Germania, ogni giorno, un milione di uomini pagano quattrocentomila donne per il sesso?
In Europa abbiamo anche il modello svedese, che considera la prostituzione una forma di violenza contro le donne. Quattordici anni dopo la sua adozione, questo sistema sembra scoraggiare il traffico e cambiare la mentalità, soprattutto tra le giovani generazioni che non vogliono vedere il corpo delle donne in vendita.
La crisi economica ha solo rafforzato i meccanismi internazionali della tratta. Le misure di austerità imposte hanno spinto sempre più persone verso la prostituzione. Studi recenti parlano di una tendenza preoccupante, con una accelerazione del traffico, con vittime sempre più giovani. C’è stato un aumento significativo del numero di prostitute nei Paesi in cui le misure economiche più severe hanno colpito le fasce di popolazione più vulnerabili, come in Grecia e in Spagna. Vi è anche, sempre più, un rischio per i lavoratori migranti in situazioni precarie, di essere sfruttati sessualmente ed economicamente nel caso perdano il lavoro, in particolar modo europei dell’Est che lavorano in Europa occidentale.
Il lavoro delle ONG con queste popolazioni vulnerabili è fondamentale, per informarli e avvertirli, per proteggerli, per aiutarli a fuggire dallo sfruttamento. Ma non dobbiamo danneggiare il lavoro dei politici, in collaborazione con le ONG, le forze di polizia e il sistema giudiziario, per riflettere sui meccanismi della tratta di esseri umani, e di agire.
Oltre a varare una legislazione adeguata, come quella suggerita nel report del Parlamento Europeo, della collega Mary HoneyballSexual Exploitation and Prostitution and its Impact on Gender Equality”, abbiamo bisogno di stanziare fondi per le ONG, affinché possano proseguire il loro lavoro, per poter portare avanti le istanze come i meccanismi giudiziari per affrontare adeguatamente questi problemi.
Cari amici, care sorelle,
voglio assicurarvi che le donne PES stanno facendo del loro meglio per combattere ogni forma di violenza contro le donne, qualsiasi forma di sfruttamento delle donne.

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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Quasi cinque anni di silenzio

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Un recente rapporto mondiale dell’ILO (o OIL) parla di crisi e sostegno alle famiglie (QUI). Sì, perché pare che in alcuni Paesi (non pensate al nostro), la crisi abbia portato a un rafforzamento dei sistemi di sostegno. Cito:

“sono numerosi i paesi ― tra cui la Germania, l’Australia, la Francia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia ― che hanno rafforzato il sostegno alle famiglie durante la crisi migliorando l’accesso ai servizi per la prima infanzia, attraverso incentivi fiscali oppure aumentando la durata, l’estensione e il livello delle prestazioni di maternità e di congedo parentale. Nel 2011, la Cina ha esteso il congedo di maternità da 90 a 98 giorni, mentre il Cile ha prolungato la durata del congedo di maternità dopo la nascita del bambino da 18 a 30 settimane. Il Salvador ha aumentato la compensazione del reddito garantito dal 75 al 100 per cento durante le 12 settimane di congedo di maternità per le madri registrate al servizio nazionale di sicurezza sociale”.

Come potete notare non si tratta di misure una-tantum ma di qualcosa di più strutturato. Misure che non generano disparità. Da noi si è preferito usare il bonus per le neo-mamme, per quelle naturalmente che avevano il figlio nel 2015. Le altre chissà. Dopo, chissà. L’Italia viene citata nel rapporto per un tema non proprio positivo:

“In Croazia, Italia e Portogallo viene riportato l’utilizzo delle «dimissioni in bianco», ovvero lettere di dimissioni non datate che le lavoratrici sono costrette a firmare al momento dell’assunzione. Queste vengono poi utilizzate in caso di gravidanza delle lavoratrici, in casi di malattie prolungate o responsabilità familiari di varia natura. In Spagna, si attribuisce alla crisi la responsabilità di licenziamenti o casi di molestie legate al lavoro.”

Volgiamo lo sguardo all’Unione Europea. Come al solito non se ne parla, meglio soprassedere ciò che accade. Invece voglio raccontarvi qualcosa di interessante a proposito di congedi parentali/maternità. Nell’ottobre 2008, la Commissione aveva proposto di rivedere l’attuale legislazione (direttiva 92/85, TESTO), come parte del pacchetto per conciliare la vita lavorativa e quella familiare, basato sulla Convenzione OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sulla protezione della maternità del 2000 (TESTO) . Il testo era stato presentato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, con relatrice Edite Estrela, sentito il parere della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relatrice Rovana Plumb. Nel mese di ottobre 2010 il Parlamento europeo ha approvato la sua prima lettura. Il Consiglio deve ancora approvare la sua posizione in merito. Sono passati quasi 5 anni. Un tempo biblico. Arriviamo ai nostri giorni. La Commissione ha dichiarato l’intenzione di ritirare il progetto di legge. La proposta della Commissione di ritirare il progetto di direttiva sul congedo di maternità sarà discussa martedì 19 maggio, nel pomeriggio. Nel progetto di risoluzione in votazione mercoledì 20, i deputati chiederanno al Consiglio di presentare la sua posizione sul dossier e la ripresa dei colloqui. Qualora la Commissione europea ritirasse il progetto di legge, i deputati dovrebbero esortarla a presentare con urgenza un nuovo progetto, da discutere durante la prossima Presidenza lussemburghese del Consiglio. Il succo del testo prevedeva una estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane a stipendio pieno e l’introduzione di due settimane, retribuite integralmente, per il congedo di paternità. Vi cito il comunicato stampa del 2010 (TESTO del comunicato), perché rende molto bene:

Il Parlamento europeo ha approvato mercoledì modifiche alla legislazione europea in materia di congedo di maternità minimo, portandolo da 14 a 20 settimane, tutte remunerate al 100% dello stipendio, con una certa flessibilità per i paesi che hanno regimi di congedo parentale. Inoltre, i deputati hanno anche approvato l’introduzione del congedo di paternità, di almeno due settimane.
Con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni, il Parlamento europeo ha votato in favore della relazione di Edite Estrela (S&D, PT) che estende il congedo di maternità minimo da 14 a 20 settimane, andando cosi oltre la proposta della Commissione di 18 settimane.
Tuttavia, i deputati hanno approvato una serie di emendamenti per assicurare che per i paesi con regimi di congedo parentale, le ultime 4 settimane dovrebbero essere considerate come congedo di maternità, remunerato almeno al 75%.
Le lavoratrici in congedo di maternità devono essere remunerate con la retribuzione al 100% dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, secondo il testo approvato. La proposta della Commissione invece prevedeva il pagamento al 100% delle prime 6 settimane di congedo.
Il progetto di legislazione vuole stabilire le regole minime a livello europeo, mentre gli Stati membri resterebbero liberi di introdurre o mantenere i regimi di congedo piu favorevoli alle lavoratrici di quelli previsti dalla direttiva.
“La maternità non puo essere vista come un fardello sui sistemi nazionali di sicurezza sociale, ma rappresenta un investimento per il futuro”, ha affermato la relatrice durante il dibattito lunedì.
Congedo di paternità
Gli Stati membri devono garantire ai padri il diritto a un congedo di paternità remunerato di almeno due settimane, durante il periodo di congedo di maternità, afferma il testo approvato. I deputati che si sono opposti a questa regola sostengono che il congedo di paternità non rientra nell’ambito della legislazione in discussione, che riguarda “la salute e sicurezza delle donne in gravidanza”.
Diritto al lavoro
La commissione per i diritti della donna ha anche adottato emendamenti volti a proibire il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino a almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Il testo adottato afferma anche che le donne devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo.

QUI il testo completo. Ricapitolando, dopo quasi 5 anni: iter legislativo bloccato, aut aut: decidere ora o ripartire da zero, nonostante il buon testo. Quale sarà il destino della #MaternityLeave? Questo il testo dell’interrogazione parlamentare al Consiglio (presentata il 6 maggio da Iratxe García Pérez, Maria Arena, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) e che andrà in discussione il 19 maggio e in votazione il 20 maggio:

Dall’inizio della nuova legislatura il Parlamento ha dichiarato esplicitamente in più occasioni, in particolare nella risoluzione del 10 marzo 2015 sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013, di essere pronto a interagire con il Consiglio e ad avviare negoziati sulla direttiva riguardante il congedo di maternità. Il Parlamento assume una posizione pragmatica e costruttiva ed è aperto alla ricerca di un accordo che soddisfi entrambe le istituzioni e, soprattutto, i cittadini europei. Il Parlamento ritiene che l’attuale situazione di stallo possa essere risolta se vi è sufficiente volontà politica da parte delle tre istituzioni.
A dispetto di tali inequivocabili segnali, dal Consiglio non è pervenuta alcuna risposta. La Commissione, nel frattempo, si è detta più volte intenzionata a ritirare la proposta qualora i colegislatori non trovino una via d’uscita dall’impasse entro sei mesi.
L’annunciato ritiro è particolarmente discutibile se si considera che il Parlamento ha concluso la prima lettura, mentre la discussione in sede di Consiglio è bloccata e compromette così l’intera procedura legislativa.
1. Può il Consiglio, quale colegislatore, esprimere una posizione ufficiale riguardo alla prima lettura del Parlamento europeo e assumersi la responsabilità del rifiuto dei miglioramenti della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento?

Incrociamo le dita, nel giro di un paio di giorni sapremo se si dovrà ricominciare tutto da zero.   QUI un comunicato che ne parla.

 

 

 

Aggiornamento 21.05.2015

MEPs pressed the European Commission not to withdraw a draft EU directive on maternity leave, despite four years’ deadlock over it in the EU Council of Ministers, in a resolution voted on Wednesday. They also urged the ministers to resume talks and agree an official position.

MEPs reiterate their willingness to help break the deadlock and call on the Commission to work to reconcile the positions of Parliament and the Council, in a resolution passed by 419 votes to 97, with 161 abstentions”.

Con la risoluzione approvata ieri 20 maggio, il Parlamento europeo dimostra di non voler abbassare l’attenzione sul tema della tutela non solo della maternità ma anche della genitorialità condivisa.
La proposta che come avevamo detto è bloccata al livello del Consiglio, rischia di essere ritirata a causa di questa situazione di stallo (procedura REFIT); la risoluzione votata ieri è un ulteriore tentativo di impedire che ciò avvenga.  L’iter non si è ancora del tutto sbloccato, ma il Parlamento, con questa risoluzione chiede di riavviare il processo.

 

 

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Inalienabili

Fonte: Treccani.it

Fonte: Treccani.it

 

Il 12 marzo è stato approvato dal Parlamento Europeo il «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia». Testo (QUI) molto ricco e importantissimo sotto vari aspetti. Un ottimo lavoro del suo relatore Pier Antonio Panzeri (PD).

Cito il Corriere della Sera (qui):

“Le unioni civili e il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono un diritto umano. A dirlo è il Parlamento europeo. Che giovedì ha approvato a larga maggioranza (390 sì, 151 no e 97 astensioni) la «Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo», curata dall’europarlamentare pd Pier Antonio Panzeri. Con cui, al punto 162, si «incoraggiano governi e istituzioni a contribuire alla riflessione sul riconoscimento di queste unioni». Un documento che ha diviso il voto degli europarlamentari del Partito Democratico. Tra le cui file ci sono stati 1 non voto (Silvia Costa), 2 no (Luigi Morgano e Damiano Zoffoli) e 2 astenuti (la capodelegazione Patrizia Toia e Caterina Chinnici).
L’Italia è uno degli ultimi 9 nove Paesi Ue – su 28 – a non prevedere alcun tipo di tutela per le coppie omosessuali”.

A voi le considerazioni sugli astenuti e sugli italiani del gruppo S&D che hanno votato contro.

Direi che l’Italia non può più rimandare la realizzazione di una tutela giuridica delle coppie omosessuali.

 

Contemporaneamente è passato quasi in sordina un altro paragrafo importante del testo Panzeri.

Nella parte riguardante i “Diritti delle donne e delle ragazze” (che vi invito a leggere per intero perché è cruciale per le questioni di genere), troviamo i paragrafi 135 e 136, da incorniciare per ciò che puntualizzano:

135. invita l’UE a partecipare attivamente alla 59ª sessione della Commissione sulla condizione delle donne e a continuare a lottare contro ogni tentativo di minare la Piattaforma d’azione di Pechino delle Nazioni Unite in relazione, tra l’altro, all’accesso all’istruzione e alla salute quali diritti umani fondamentali e ai diritti sessuali e riproduttivi.

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

Per l’analisi del voto nel dettaglio, riprendo il contenuto del post di Daniele Viotti (qui):

Il PPE ha richiesto voto nominale sul voto separato 2 la dove si fa riferimento «ai diritti sessuali e riproduttivi». Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole.

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Astenuti: Costa.

 

Sul punto 136:

 

Il PPE ha chiesto il voto nominale su 3 split vote.

Si richiedeva la cancellazione, nell’ordine:

  • Del riferimento alla salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti (136/2);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere alla pianificazione familiare volontaria (136/3);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere all’aborto sicuro e legale (136/4).

Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole su tutti e tre gli split.

Voto nominale sullo split vote 136/2

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/3

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/4

Hanno votato contro: Morgano, Toia, Zoffoli.

Astenuti: Danti

 

Ci hanno provato, ma questa volta non ci sono riusciti.

Questa la conferma:

Panzeri tweet

 

Si parla di diritti inalienabili e di come siano ancora un “campo di battaglia ideologico”. C’è un invito agli Stati a riconoscere questi diritti e a consentire l’accesso ai servizi che servono a renderli attuali. Viene sancito in modo chiaro e inequivocabile il diritto per le donne di scegliere se proseguire o meno la gravidanza e ad essere tutelate nel caso decidano di interromperla. Un paragrafo che segna una svolta. Questa volta ci siamo.

Con Tarabella e l’emendamento del PPE non si era vinto nulla, nemmeno sul piano simbolico.

Avremmo avuto un cambiamento simbolico se non ci fosse stato quel “ma”. Io non mi stancherò di analizzare i fatti e di esprimere le mie opinioni. Le cose possono cambiare solo se guardiamo in faccia la realtà e ne rileviamo le contraddizioni e ciò che non va.

A coloro che si reputano soddisfatte del testo Tarabella, come se fosse una vittoria, rispondo: “Quella annotazione, messa tra i due paragrafi 45 e 47, non è stata messa lì per caso. Anche perché il suo tono (rassicurante) è estremamente diverso dal contesto. E’ lì per sottolineare che nulla cambia. Sappiamo bene che essendo una risoluzione di carattere non legislativo (e questo l’ho più volte sottolineato) non sarebbe stato un problema farla passare senza quell’emendamento del PPE. Perché tanto affanno? Invece hanno messo lì quel dettaglio, volto a ribadire che ogni Paese resta libero di fare come meglio crede. E tutto il resto è lettera morta.. Se poi vogliamo plaudere al compromesso politico tra PPE e S&D, facciamolo pure, ma poi non lamentiamoci che nulla cambia in Europa e nel nostro Paese. C’è un peso del simbolico più forte dei testi legislativi o delle relazioni parlamentari. Questo è mancato. E non esistono promesse che valgano a rassicurarci. Dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio? Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli. Vi invito a un’analisi meno frettolosa dei fatti. Soprattutto per riguardo a tutte le donne che vedono i propri diritti schiacciati e calpestati a causa di “mediazioni” politiche “prospettiche”. Non possiamo accettare questo tipo di giochetti sulla pelle delle donne.

 

Oggi, al contrario, posso dire che con il testo di Panzeri possiamo guardare all’Europa con più ottimismo. Restano dei dubbi sulla valenza di queste risoluzioni, e sulla loro compatibilità di fondo. Queste risoluzioni, anche se non sono vincolanti, potrebbero fare da volano per alcune riforme nazionali urgenti.

La sostanza della pronuncia del Parlamento, con la risoluzione Panzeri, è cambiata, senza scalfiture volte a mantenere lo status quo. In questo rapporto si esplicitano molte più cose in materia di diritti delle donne e delle ragazze, si chiamano le cose con il loro nome, senza adoperare giri di parole o eufemismi e perciò posso sentire che un vento diverso si è alzato. Dobbiamo sostenerlo e mantenerlo vivo, approfittarne il più possibile anche in Italia. Dobbiamo tornare a parlare di 194. Dobbiamo tornare a parlare di contraccezione di emergenza, perché non resti il percorso ad ostacoli che è oggi.

QUI  l’infografica di VoteWatchEurope.

 

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Mediazione o sovvertimento?

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella - Fonte http://www.votewatch.eu/

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

“La competenza in materia sanitaria e di diritti sessuali e riproduttivi resta degli Stati Membri, anche se a livello europeo tali diritti vanno tutelati e promossi. Con questa importante mediazione, per la quale ho lavorato insieme ad altro colleghi del PD, ho votato a favore della Risoluzione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea” – lo ha dichiarato l’eurodeputata Silvia Costa a margine del voto di oggi sulla relazione del collega S&D Marc Tarabella.

Non si tratta di una mediazione, a mio parere c’è stato un sovvertimento degli intenti originari del testo ai paragrafi 44-45-46.

Il testo PRIMA: 

44. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

45. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

46. Emphasises the importance of active prevention, education and information policies aimed at teenagers, young people and adults to ensure that sexual and reproductive health among the public is good, thereby preventing sexually transmitted diseases and unwanted pregnancies;

 

Il testo DOPO

45. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

46. Notes that the formulation and implementation of policies on sexual and reproductive health and rights and on sexual education is a competence of the Member States; emphasises, nevertheless, that the EU can contribute to the promotion of best practice among Member States;

47. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

 

Qui l’intero testo adottato.

 

QUI la griglia che mostra come hanno votato gli eurodeputati italiani S&D sull’emendamento del PPE. Utile per evidenziare i “rebels” rispetto alla linea dei Socialisti.

Silvia COSTA

Nicola DANTI

Luigi MORGANO

Patrizia TOIA

Flavio ZANONATO

Damiano ZOFFOLI

 

 

Ora appare tutto più chiaro. Anche la dichiarazioni di Elena Gentile (qui).

Quindi dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio. Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli.

Sono qui che guardo i dati relativi alla votazione di ieri sulla risoluzione Tarabella. Voi mi chiederete a che pro? Quando leggo che tutto sommato dovremmo ritenerci soddisfatte dell’esito della vicenda Tarabella, non riesco a essere totalmente d’accordo su argomentazioni secondo cui si tratterebbe di un testo ricco di elementi utili e preziosi per poter aspirare a un miglioramento sia a livello nazionale, che europeo. Sarebbe stato così se non ci fosse stato quel codicillo, l’emendamento paracadute del PPE. Paracadute adoperato da tutta la formazione che da noi in Italia potremmo associare alla balena bianca. Una balena che da noi è un po’ dappertutto. A chi mi dice che non dobbiamo creare divisioni sul tema, rispondo così: “Non ci stiamo dividendo, nessuno vuole barricate. Perché l’obiettivo comune è che tutte le donne abbiano la possibilità di accedere agli strumenti contraccettivi e ad essere tutelate e garantite nel caso scelgano di interrompere la gravidanza. Se la sovranità in materia resta agli stati nazionali, appare evidente che nella sostanza non possa cambiare nulla. Archiviato questo compromesso, innegabilmente al ribasso, procediamo per chiedere di dare corpo al contenuto del paragrafo 45. Per cui magari lavoriamo a un testo da presentare al Parlamento che vada finalmente nella direzione desiderata, quella della rimozione delle diverse declinazioni nazionali del medesimo diritto. Lo dobbiamo a tutte le donne europee alle quali oggi viene negato o limitato “il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”.
Ecco, la prossima volta ragioniamo sull’opportunità di far passare un testo emendato in questo modo. Chiediamoci per lo meno il senso di un’operazione di questo tipo. Il compromesso ricordiamocelo è stato fatto sul corpo delle donne, perché nulla cambiasse.

Basterebbe guardare questo tweet del Forum Famiglie per capire che grande regalo è stato fatto.

Peccato, perché speravamo che il beneficiario fosse diverso, che tutto avvenisse a vantaggio delle donne. Non so se ci fossero margini per resistere sul testo originale, ma il mio rammarico rimane. Spero che qualcuno mi spieghi come si è giunti a convergere su una soluzione di questo tipo. C’è stato un problema? Si tratta di analizzare i fatti e risolvere questo nodo politico.
Allora, torniamo a guardare i risultati degli europarlamentari italiani. C’è una corrispondenza di amorosi sensi tra centro-sinistra e centro-destra (lasciando perdere le posizioni come quelle dei leghisti) anche in Europa. Una sorta di comunanza di vedute che si riflette nel voto e nelle logiche di appartenenza. C’è un buon numero di europarlamentari del gruppo EPP (con nomi come Barbara Matera e Alessandra Mussolini) che hanno insolitamente votato contro le indicazioni del proprio gruppo.

I "rebels"

The “rebels” – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

I fedeli alla linea tra i popolari italiani

I “fedeli alla linea” tra i popolari italiani – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

Mentre è evidente che l’emendamento sia servito a chi pur militando “a sinistra” avrebbe avuto delle difficoltà a giustificarsi con la propria base elettorale. Nel gruppo S&D solo 2 italiani astenuti nella votazione finale: Luigi Morgano e Damiano Zoffoli. Interessante anche il dato del gruppo EFDD (del quale fanno parte i Cinquestelle), nel quale ci sono stati numerosi “rebel” rispetto alla linea del gruppo, che hanno votato a favore del testo (qui).
Una passione progressista trasversale per i diritti delle donne? No, semplicemente una parvenza di apertura, che nasconde un nulla di fatto. Tutto cambia affinché nulla cambi.

Penso a Roma e all’appello per dire no a un primario obiettore del San Camillo (qui). A proposito, se non lo avete ancora fatto, qui la petizione da firmare.

 

 

iodecido

 

Penso alla pillola dei cinque giorni dopo (qui).

Penso ai livelli di obiezione di coscienza toccati in Italia.

Penso ai consultori familiari pubblici in via di smantellamento.

Penso a tutte le donne che continueranno a subire il calvario tra obiezione e assenza di strutture in grado di aiutarle, veramente, senza colpevolizzarle.

Penso alle donne che vivono in Irlanda, Polonia, Malta, Lussemburgo.

Naturalmente tutto diventa una questione di censo, chi è ricca trova il modo per ovviare agli inconvenienti di una legislazione nazionale che nega o limita i diritti delle donne. E allora siamo all’Europa delle disuguaglianze. Preoccupiamoci invece di uniformare la situazione!

Ricordiamocelo prima sventolare la bandierina della vittoria. Iniziamo a mobilitarci e facciamo crescere la nostra richiesta di diritti per tutte le donne. Lavoriamo a un cambiamento culturale che vada verso una piena laicità delle istituzioni. Altrimenti avremo sempre norme ibride e discriminatorie. Guarda caso ancora una volta sulla pelle delle donne.

 

p.s. Domani in Aula

«Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia»

Relatore: Pier Antonio Panzeri (PD)
Sotto attenzione il punto 136

Diritti delle donne e delle ragazze

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

 

AGGIORNAMENTO 13.03.2015

Oggi iniziano le attività per la nomina del direttore di Ostetricia e Ginecologia al San Camillo di Roma. Contemporaneamente parte il tweetbombing per chiedere al Governatore del Lazio Zingaretti:

 

Spero che aderiate all’appello di Apply194 in massa! 🙂

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Cosa manca?

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Ricevo questa missiva via email. No, non si parla della relazione Tarabella (QUI il testo), che andrà in Aula (Parlamento Europeo) per l’approvazione il prossimo 10 marzo (il 9 ci sarà il dibattito), bensì della Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini (qui), che viene realizzata dalla Commissione Europea (organo esecutivo e promotore del processo legislativo). Utile per i dati e i temi trattati, infatti ve lo allego. Innocua sotto il profilo che più sta a cuore ai no-choice o pro-life. Infatti, non tratta il tema dell’aborto, che in Europa è ancora un tabù per certi schieramenti.

Ma devo fare una considerazione di altro genere. Perché in una comunicazione in occasione dell’8 marzo, non appare alcun cenno all’appuntamento (importantissimo e che sta suscitando non poche preoccupazioni qui e qui) a cui sono chiamati gli europarlamentari proprio in merito alle tematiche relative alla parità? Mi direte che faccio domande retoriche o ingenue. Ma tant’è, non c’è alcun riferimento al testo Tarabella. Forse in molti pensano che sia meglio che non se ne parli troppo. Quanto meno non alla luce del sole. Non staranno mica preparando degli emendamenti “ablativi”? C’è fiducia che il testo Tarabella passi così com’è. Dobbiamo sperare e aver fiducia che i numeri siano a nostro favore. Vedremo..

Mi chiedo come sia accettabile che l’Europa consenta che ci siano differenti posizioni e trattamenti in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne? Stiamo parlando di questioni che impattano direttamente e pesantemente le vite delle donne. Per un’Europa laica, non dovrebbe essere problematico pronunciarsi su questo tema, ma evidentemente la laicità è di là da venire. Trovo assurdo che non si prenda posizione e si consenta che livelli elevati di obiezione di coscienza o leggi fortemente limitanti in materia di aborto (ricordiamo che a Malta è tuttora illegale) costringano ancora oggi le donne a scegliere la clandestinità o a procurarsi i farmaci sul web, con tutti i rischi che queste pratiche comportano per la loro salute e la loro vita. La qualità della vita di una donna passa anche attraverso questi nodi, tuttora irrisolti. Non si tratta di ingerenza europea sulla politica e sulla sovranità dei singoli stati, altrimenti molti provvedimenti non sarebbero mai passati. Un documento che contiene i seguenti auspici, se accolto, potrebbe segnare un passaggio epocale di civiltà, per un’UE che va  a velocità diverse anche sui diritti, purtroppo. Nessuno stato sarebbe vincolato a seguire questi consigli, ma quanto meno sarebbe un segnale di attenzione verso le donne. 

 44. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti
(Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
45. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
46. sottolinea l’importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate;

 

Intanto cerchiamo di capire come funziona il processo di approvazione in plenaria, le forche caudine attraverso le quali dovrà passare il testo Tarabella.

Il processo legislativo del Parlamento Europeo prevede che, dopo la votazione finale da parte della Commissione (parlamentare) competente, la FEMM nel caso Tarabella, la relazione venga sottoposta all’approvazione del Parlamento riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Il testo della Commissione FEMM è emendabile in Aula, per singoli articoli o parti di essi, e sono ammesse richieste di voto separato su alcune parti. La lista di voto sarà a disposizione dei parlamentari lunedì 9, giorno dedicato al dibattito, prima del voto previsto per la mattina del 10 verso le 11.

Solitamente, l’accordo politico che ha portato all’adozione della relazione in Commissione parlamentare, si ritrova anche in Aula, poiché si tende a portare avanti e a seguire il punto di vista del gruppo di lavoro della Commissione competente in materia.

Questa la prassi, ma si possono verificare casi eccezionali in cui il testo viene respinto dall’Aula. In tal caso, si ripartirebbe da zero.

 Stiamo all’erta!

 

Questo il testo della lettera di Patrizia Toia

Care tutte,
nell’avvicinarsi della Giornata internazionale della donna, la Commissione europea ha pubblicato la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini che dimostra che il lavoro da fare per arrivare alla piena parità è ancora molto.
Il Rapporto 2014 sulla parità tra donne e uomini dimostra che, sebbene divari tra uomini e donne si sono ridotte negli ultimi decenni, le disuguaglianze all’interno e fra gli Stati membri sono cresciute nel complesso e le sfide rimangono ancora alcune aree critiche.

Qualche dato che salta subito all’occhio:
– Per ogni ora lavorata le donne guadagnano in media il 16,4% in meno degli uomini. Questa cifra è superiore al 20% in Repubblica Ceca, Austria, Estonia e Germania. Il percorso per colmare il divario di genere retributivo e delle pensioni procede con estrema lentezza. Quest’ultimo ha raggiunto il 39%. Le donne tendono ancora a concentrarsi in settori meno retribuiti.
– La violenza di genere è ancora allarmante. Un terzo delle donne in UE ha subito violenza fisica e sessuale.
– I divari di genere in materia di occupazione e di donne nel processo decisionale si sono ridotti negli ultimi anni, ma le donne continuano a rappresentare meno di un quarto dei membri nei CdA, pur rappresentando quasi la metà della forza lavoro impiegata (46%).
– Sono carenti le politiche di conciliazione e questa mancanza ostacola l’occupazione femminile e quindi il potenziale di crescita economica.
– Le donne hanno maggiori probabilità di avere un grado di istruzione superiore (oltre il 60% dei nuovi laureati sono donne), ma sono nettamente sottorappresentate nella ricerca e nei posti di responsabilità a tutti i livelli di istruzione superiore, tra cui l’educazione.

Vediamo alcuni di questi temi nello specifico.

Qual è la situazione attuale, in Europa, delle donne nel mondo del lavoro?
La quota di donne nel mondo del lavoro è passata dal 55% del 1997 al 63% di oggi. Anche se questo rappresenta un buon progresso, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne nell’Unione europea è ancora notevolmente inferiore a quella degli uomini, che attualmente si attesta al 75%.
Ci sono anche notevoli differenze tra gli Stati membri: il tasso di occupazione femminile è inferiore al 60% in Grecia, Italia, Malta, Croazia, Spagna, Ungheria, Romania, Slovacchia e Polonia, mentre è superiore al 70% in Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Austria e Estonia.
Il 32% delle donne europee lavora a tempo parziale, rispetto a solo l’8% degli uomini. Gli Stati membri un’ occupazione femminile a tempo parziale superiore alla media sono i Paesi Bassi, la Germania, l’Austria, il Belgio, il Regno Unito, la Svezia, il Lussemburgo, la Danimarca e l’Irlanda.
Lo squilibrio nella condizione lavorativa delle donne e degli uomini nel lavoro si riflette anche nel divario di retribuzione di genere e, successivamente, in pensioni più basse alle donne e crea un maggiore rischio di povertà per le donne.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo di maternità?
Ai sensi della direttiva UE sulle lavoratrici gestanti, tutte le donne dell’Unione europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo di maternità e alla tutela contro il licenziamento per essere incinta. Nel 2008, la Commissione ha proposto di migliorare ulteriormente la situazione con un congedo di maternità più lungo. La proposta della Commissione – che aumenterebbe il diritto minimo a 18 settimane pagate – è ancora in discussione presso il Consiglio dell’Unione europea. Come Socialisti & Democratici siamo riusciti a non far togliere questa direttiva dal programma di lavoro della Commissione 2015 che ha alla fine concesso un periodo di sei mesi per chiudere il dossier. Se nessuno risultato sarà raggiunto, sarà sostituita da una nuova iniziativa.
Per quanto riguarda i lavoratori autonomi e i loro partner la nuova normativa UE in materia di lavoratori autonomi prevede che possano godere di una migliore protezione sociale – tra cui il diritto al congedo di maternità . Gli Stati membri avevano tempo fino al 5 agosto 2012 per recepire la direttiva sui lavoratori autonomi e i coniugi coadiuvanti, ma purtroppo non tutti lo hanno ancora fatto.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo parentale?
La direttiva sul congedo parentale dell’UE stabilisce requisiti minimi in materia di congedo parentale, sulla base di un accordo quadro concluso con le parti sociali europee. Ai sensi della direttiva, i lavoratori di sesso maschile e femminile hanno diritto individuale al congedo parentale per motivi di nascita o adozione di un figlio, che consenta loro di prendersi cura del bambino per almeno quattro mesi. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a lavorare mantenendo l’equilibrio e la vita familiare. Per incoraggiare i padri a prendere un congedo parentale, ai sensi della direttiva modificata, uno dei quattro mesi non è trasferibile, il che significa che se il padre non ne usufruisce viene perso.

Qual è la situazione delle strutture per l’infanzia in tutta l’UE?
Un fattore importante per il divario retributivo è l’onere della cura di cui le donne devono farsi carico.
Le cifre mostrano che gli uomini, nel momento in cui diventano padri, iniziano a lavorare più ore. Lo stesso non vale per le donne: quando diventano madri, spesso smettono di lavorare per periodi lunghi o lavorano part-time (una scelta spesso involontaria).
Garantire servizi per l’infanzia adatti è un passo essenziale verso le pari opportunità nel lavoro tra uomini e donne. Nel 2002, in occasione del vertice di Barcellona, ​​il Consiglio europeo ha fissato obiettivi per la fornitura di assistenza all’infanzia a: almeno il 90% dei bambini tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni di età.
Dal 2007, la percentuale di bambini curati in regime di custodia formale è leggermente aumentata (dal 26% al 28% per i bambini fino a tre anni di età, e dal 81% al 83% per i bambini dai tre anni di età fino all’età dell’obbligo scolastico ). L’obiettivo è ancora lontano.

Qual è la situazione in seno alla Commissione europea e degli Stati membri in materia di parità nel processo decisionale?
Mentre alcuni paesi sono sulla buona strada per il raggiungere della parità nei Parlamenti nazionali e nei Governi, le donne rappresentano ancora meno di un terzo dei ministri e membri dei parlamenti nella stragrande maggioranza degli Stati membri.
In sei Stati membri le donne rappresentano meno del 20% dei membri dei parlamenti: Ungheria (10%), Malta, Romania, Cipro (14%), Irlanda (16%) e Lituania (18%) .
A livello europeo, le donne rappresentano il 37% dei deputati al Parlamento europeo, percentuale in costante miglioramento (era 35% nel 2009 e 31% nel 2004).
Per quanto riguarda la Commissione, il 31% dei commissari della Commissione Juncker sono di sesso femminile, allo stesso livello della II Commissione Barroso.

Cosa ha fatto l’Unione europea per affrontare la violenza contro le donne e le ragazze?
La dichiarazione 19 allegata al trattato di Lisbona stabilisce che gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per contrastare la violenza domestica e proteggere le vittime.
Le donne e le ragazze che sono vittime di violenza hanno bisogno di sostegno e di protezione adeguati, che va rinforzato da leggi efficaci e dissuasive.
L’UE ha lavorato per raccogliere i dati europei precisi e comparabili sulla violenza di genere. Il primo studio a livello europeo sulle esperienze di varie forme di violenza, condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, mostra che la violenza avviene ovunque, in ogni società, sia a casa, al lavoro, a scuola, in strada o on line.
In media, ogni minuto di ogni giorno in Europa, 7 donne sono vittime di stupro o di altre aggressioni sessuali, 25 sono vittime di violenza fisica e 74 sono vittime di molestie sessuali.
Anche la violenza on line ​​è una preoccupazione crescente: il 10% delle donne sono state vittime di molestie sessuali on-line.

La Commissione ha messo in atto queste “leggi”:
Le vittime di violenza, in particolare la violenza domestica, potranno presto contare sulla protezione a livello europeo. L’UE ha messo in atto un pacchetto di misure per garantire che i diritti delle vittime non vengano dimenticati e le vittime siano trattate con giustizia. La direttiva sui diritti delle vittime di violenza è stata adottata il 25 ottobre 2012 e rafforza considerevolmente i diritti delle vittime e dei loro familiari in termini di informazioni, sostegno e protezione, nonché i loro diritti procedurali quando partecipano a un procedimento penale. Gli Stati membri dell’UE devono attuare le disposizioni della presente direttiva nella legislazione nazionale entro il 16 novembre di quest’anno.

La maggior parte delle vittime della tratta nell’UE sono donne e ragazze (80%). L’UE ha riconosciuto la tratta di donne e ragazze come una forma di violenza contro le donne e ha adottato un quadro giuridico e politico globale per sradicarla. La direttiva anti-traffico 2011/36 / UE è centrata sulle vittime di genere e basata sul rispetto dei diritti umani, stabilisce disposizioni rigorose per le vittime, in termini di protezione e prevenzione, così come sostiene il principio di non-punibilità e assistenza incondizionata per le vittime.
Inoltre ci sono due strumenti che si applicano a partire dall’11 gennaio di quest’anno, in modo che le vittime che beneficiano di una misura di protezione in un paese dell’UE siano forniti con lo stesso livello di protezione in altri paesi dell’UE nel caso si spostino o viaggino. In questo modo, la protezione viaggerà con l’individuo.
La Commissione europea finanzia anche numerose campagne di sensibilizzazione nei paesi dell’UE e sostiene le organizzazioni come le ONG e le reti che lavorano per prevenire la violenza contro le donne.
I principali programmi di finanziamento sono DAPHNE III, PROGRESS. Il programma “diritti, uguaglianza e cittadinanza”, il Programma per la giustizia.

Cosa sta facendo l’UE a promuovere l’uguaglianza di genere in tutto il mondo?
L’Unione europea è e rimane in prima linea per la promozione dell’uguaglianza di genere non solo all’interno dell’Unione europea. Ma anche relazioni con i paesi terzi.
Essendo il più grande donatore mondiale, l’Unione europea ha un ruolo cruciale da svolgere nell’emancipazione delle donne e delle ragazze e nella promozione della parità di genere.
Gli Obiettivi del Millennio hanno svolto un ruolo importante nella crescente attenzione alla parità di genere e all’empowerment delle donne.
L’uguaglianza di genere, i diritti umani e l’empowerment delle donne e delle ragazze sono condizioni essenziali per lo sviluppo equo e sostenibile e inclusivo, così come importanti valori e obiettivi in ​​se stessi. L’UE è attualmente impegnata nelle discussione degli obiettivi post 2015 e siamo convinti che sia necessario un obiettivo a sé stante per raggiungere la parità di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze.
La seguente scheda spiega ciò che l’UE sta facendo il giro del mondo sulla parità di genere:
http://ec.europa.eu/europeaid/sites/devco/files/factsheet-gender-equality-wordwide-2015_en.pdf

 

Per ulteriori informazioni

 

Eurostat comunicato stampa sugli ultimi dati gap retributivo di genere: http://ec.europa.eu/eurostat

Factsheet – Eurobarometro sulla parità di genere: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb_special_439_420_en.htm#428
2014 Relazione sulla parità tra donne e uomini: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/document/index_en.htm#h2-2

Commissione Europea – Differenziale retributivo di genere: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-pay-gap/index_en.htm

 

Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti e vi saluto caramente,

Patrizia Toia

 

APPELLO DI #APPLY194

http://apply194.tumblr.com/post/113150711525/mozione-tarabella-tweet-mailbombing-a-6

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L’attrattiva europea

serata Europa

Ieri 1 aprile, ho partecipato a un incontro dal titolo “In Europa: lavoro, diritti, democrazia“, con la partecipazione degli eurodeputati Patrizia Toia e Antonio Panzeri. La serata è stata ricca di spunti e vorrei riassumervela.

Ma vorrei fare una constatazione preliminare. Il tema europeo è poco attraente, la sala non era piena e il pubblico era composto da persone fortemente motivate e abituate a una partecipazione politica attiva. Mancava nettamente la componente giovanile, il che la dice lunga. Triste dover ammettere che le giovani generazioni latitano quando ci sono queste occasioni e ci si chiede dove siano e perché il PD fatichi a interloquire con loro. Forse la disaffezione a certi temi è più grave di quanto si pensi e anche la voglia di confrontarsi è un po’ in sordina. Avremmo probabilmente dovuto mantenere un contatto più diretto e costante con i temi europei e non riprenderli solo a ridosso delle elezioni. Abbiamo lasciato spazio a posizioni euroscettiche, che hanno usato l’UE come capro espiatorio dei nostri problemi e della crisi. Non abbiamo saputo chiarire che fuori dall’Euro non c’è il paradiso, ma un deserto di lire svalutate.

Abbiamo dimenticato il lungo periodo di pace che l’Unione ci ha garantito. L’Unione ha rappresentato un motore potentissimo di democratizzazione di molti paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Est europeo). Negli ultimi anni si è affermata anche in Europa una visione liberista, individualista, nazionalista, a salvaguardia degli interessi dei singoli stati, che ha influito anche sullo sviluppo o mancato sviluppo del progetto europeo. Il metodo comunitario, con un ruolo centrale della politica, con un Parlamento e una Commissione forti, è stato soppiantato da una prassi che ha visto la supremazia del Consiglio e quindi subordinata alle volontà dei singoli governi statali. Senza la dimensione politica è difficile far crescere le comunità, avvicinare i cittadini all’Europa. L’On. Toia ha sottolineato la necessità di un progetto meno oligarchico dell’Europa, con una gestione federalista che valorizzi le autonomie e sappia fare da volano per le economie in sofferenza. Nell’ultima legislatura è emersa l’inadeguatezza della costruzione, sono state compiute scelte sbagliate, c’è stata una perdita di competitività delle imprese italiane. L’Europa si è preoccupata di debito e PIL, di meri numeri e fiscal compact da rispettare, senza interrogarsi su come un Paese cresce e produce. Occorre ribadire che l’origine della crisi finanziaria ed economica è stata negli USA.

Con la prossima legislatura il PSE potrebbe avere la maggioranza in Parlamento e quindi i meccanismi potrebbero cambiare rispetto al quinquennio precedente, caratterizzato da un PPE molto forte. Altro elemento di squilibrio è stato un allargamento dell’UE forse troppo precipitoso, che ha aperto a economie molto diverse. La struttura europea non ha saputo attrezzarsi per tempo e adeguarsi a queste nuove sfide: non abbiamo operato una convergenza fiscale, economica e del mercato del lavoro. Non abbiamo messo in sicurezza l’edificio, prima che arrivassero le tempeste. Panzeri esorta ad andare oltre l’austerità, per un rilancio di una nuova politica economica, che metta al centro il lavoro e salari dignitosi. Inoltre, auspica che si proceda verso una politica estera e di difesa comuni, che siano in grado di essere attive in momenti di crisi come quello ucraino. È importante che permanga una libera circolazione delle persone, perché se sono solo i capitali a muoversi, il progetto europeo è fallito. Panzeri guarda all’UE come un importante strumento per risolvere le crisi: risolvere i problemi dei paesi confinanti con l’Unione equivale a risolvere anche parte dei problemi dei nostri paesi. Il ruolo europeo dev’essere forte, visto il ritiro progressivo degli USA da molte aree di crisi. Dobbiamo essere lungimiranti, specialmente in un contesto in cui Russia e Cina giocano un ruolo crescente a livello geopolitico ed economico.

Dalla serata emerge un Panzeri che ha le idee chiare sulle strategie di politica estera, recupera precedenti storici, analizza le dinamiche interne ed esterne all’Unione, si dimostra immerso a pieno titolo in un contesto sovranazionale. Dimostra di avere una capacità di analisi e di lettura non comuni. Dovremmo averne cento di politici di questo tipo. Dobbiamo completare il progetto europeo, dobbiamo interrogarci su quale Europa vogliamo si crei, con che strumenti. La cessione di sovranità se accompagnata da meccanismi democratici non può essere vista come un pericolo. Dobbiamo interrogarci su quali strumenti mettiamo in campo per la crescita e per uscire dalla crisi.

Patrizia Toia porta sul campo alcuni spunti importantissimi su cui lavorare:
Eurobond, recupero dei capitali evasi e portati nei paradisi fiscali, lotta al dumping fiscale, maggiore trasparenza fiscale. È necessario smetterla di interrogarsi su quali paesi vengono avvantaggiati da determinati progetti per lo sviluppo, il sostegno all’innovazione o su temi come il “made in”: lo sviluppo è una questione comune, non dei singoli stati.
L’Europa ci ha consentito una sicurezza democratica e sociale non da poco. Dobbiamo raccontare questi e tutti gli altri aspetti positivi dell’Unione. Affinché non siano gli euroscettici ad avere la meglio e ad affossare l’intero progetto europeo.
Vi allego il manifesto del PES per le prossime europee. #knockthevote FOR MARTIN SCHULZ!

 

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L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

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