Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Concertone. Discriminazione e sessismo, pane quotidiano di una invisibilizzazione

@Pat Carra – Annunci di lavoro -Ediesse


Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che viene da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto.

La piena liberazione deve ancora arrivare. Finora ci hanno somministrato fumo. Non c’è altro, solo la cosciente e deliberata volontà di non realizzare questi fondamentali principi. Continuate a rappresentare così la realtà, tronca, monca, monogenere, con una maschilità di successo che celebra se stessa in ogni ambito. Sciò sciò che mi rubi la scena. Che non vuole essere disturbata nella sua esibizione e corsa al potere. Questo vale in ogni ambito, ogni giorno ripeto. Senza pensare quanto ci perde il Paese in questo secolare valzer che ignora le donne. E di donne da coinvolgere e da valorizzare ve ne sono. Prima di perdere queste energie, sì lo so che non ve ne frega niente. Sono proprio vicinissime, non serve guardare troppo in là. E poi riflettete, sta proprio male come messaggio, continuare a omettere altri punti di vista. E badate bene che questo non è solo un problema dei sindacati, ma ci riguarda tutti i giorni, soprattutto nella dimensione micro. Innocenti dimenticanze, casuali frangenti, ingenue (per così dire) sottovalutazioni che diventano macigni simbolici ma assai reali di una discriminazione di fatto.

Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che continua ad essere suffragata da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto. Invisibilizziamo le donne in molti modi, non dimentichiamo la riluttanza all’uso di un linguaggio declinato in base al genere.

“Sessuare il linguaggio implicava la consapevolezza della propria soggettività, latente in ogni donna ma che deve rivelarsi per dirsi nella sua pienezza, autonoma rispetto al maschile. Un problema più complesso era costituito dalla mancanza di un ordine simbolico di riferimento per il soggetto donna. Ricostruire e dar conto dell’agire politico delle donne, significa anche affermare la validità di quei presupposti e di quelle esperienze che ancora oggi proponiamo. Essere donna o uomo, essere due soggetti autonomi che hanno corpi sessuati e che parlano, si esprimono, usano e producono linguaggio, sono evidenze taciute dal linguaggio “neutro”, cioè quello comunemente usato, marcato al maschile, che ingloba il femminile e che, in realtà, è espressione e dominio del “Logos maschile (inteso come pensiero, linguaggio, cultura)” in Piussi, 1989, p.174. Il pensiero occidentale, infatti, ha assunto la differenza sessuale non nella sua interezza di espressione di soggettività differenti ma come oggetto di conoscenza, come contenuto di sapere, entro cui ha definito il femminile o come complementare/inferiore al maschile o assimilandolo al maschile, secondo i parametri di parità/uguaglianza. Quanto avviene nel linguaggio è lo specchio della realtà presente e trascorsa, è il risultato di millenni di patriarcato e ordine simbolico maschile dominante, malgrado decenni di femminismo e malgrado la condizione delle donne nella società sia innegabilmente migliorata. Il rapporto tra linguaggio e identità sessuata è ancora un nodo da sciogliere.”

Emi Monteneri, pag. 154 in “Insegnare la libertà a scuola” a cura di Mariella Pasinati, Carocci 2017.

Ci sono numerose modalità con cui si cerca di perpetuare questo dominio maschile, in cui si evidenzia quella sorta di backlash ben definito e analizzato da Susan Faludi nel suo Backlash: The Undeclared War Against American Women. Oggi come nel 1991 è in atto una “controreazione” maschile o per meglio dire patriarcale alle conquiste e alle rivendicazioni mosse dalle femministe negli ultimi decenni.

Proprio il 1 maggio, dal significato e dal portato simbolico enorme, decide di non rappresentarci. Non ci si sorprenda poi della stagnazione di fatto della partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne. Non c’è attenzione sincera e concreta alle donne, non c’è voglia di includerle e di migliorare le loro condizioni di vita, la loro partecipazione politica, sociale, lavorativa. Confinate e rappresentate in gabbie e ruoli ben precisi, la tv e i media hanno abbracciato, non da oggi, un preciso indirizzo, per la serie indietro tutta, per riportarci a casa, mamme, mogli non di più. Se non ve ne siete accorti, hanno da pochi giorni incardinato in Commissione finanze della Camera la proposta di legge che prevede sgravi fino a 20mila euro per gli under 35, ma solo per i matrimoni religiosi. Vi fa venire in mente qualcosa, insieme a figli/ettari di terra, mozioni no-choice, Pillon?

Decenni di battaglie per affermare i nostri diritti nel mondo del lavoro, vengono di fatto dimenticati, non ci siamo, non fa comodo ricordarli evidentemente.

E no, purtroppo proprio non riesco a farmene una ragione dei tanti segnali quotidiani che cercano di riportarci indietro. Il concertone è la dimostrazione di ciò che avviene ogni giorno. Spero che ci rendiamo conto della vetusta strutturazione della nostra società e dei modelli che continuiamo a veicolare a piene mani.

Se non lo nomino non esiste, se non lo vedo non posso immaginarmi di poter essere un giorno io stessa in quella dimensione, in quel ruolo o professione, a parlare di certi temi. Non son concetti che ho coniato io ma che dovrebbero essere alla base del nostro agire, dovrebbero entrarci dentro, senza la necessità di ribadirli a più riprese. Semplicemente stiamo defraudando l’immaginario delle future generazioni, con le donne ancora poste uno scalino più in basso o assenti, utili al massimo come oggetti sessuali.

Un primo maggio che trasmetterà in diretta tv e radio questo messaggio: settantasette artisti sul palco e solo quattro donne, nessuna per altro come artista solista.

In risposta è arrivato l’evento dal titolo “Musica, femminile plurale”, all’Angelo Mai, il 1 maggio, a partire dalle 19, #MaiCosìTante.

 

La classifica del Wef sul gender gap è fin troppo generosa, per svegliarci forse occorrerà raggiungere l’ultimo posto. Ma siamo sulla buona strada a quanto pare.

Noi continueremo a parlare, ad agire, a esserci in ogni ambito e a fare la Differenza, libere!

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Con le giuste parole la lingua è una danza


La lingua come una danza: come non essere d’accordo con il verso finale della filastrocca contenuta nello “scrigno” ideato dall’Associazione Donne in Rete “La grammatica la fa… la differenza”, illustrazioni di Gabriella Carofiglio, edito da Matilda Editrice (ex Casa Ed. Mammeonline). Le autrici (di Anna Baccelliere, Annamaria Piccione, Flavia Rampichini, Chiara Valentina Segrè, Luisa Staffieri e Giamila Yehya) si avvicendano e accompagnano bambini e bambine, attraverso racconti, filastrocche e giochi, alla scoperta di un universo linguistico che può avere orizzonti ampi o ristretti, a seconda delle scelte che si fanno quando parliamo o scriviamo, quando trasformiamo i pensieri in parole.



Un percorso didattico ma non solo, che riesce con la sua formulazione ad oltrepassare l’ambito scolastico e può essere un valido strumento per tutti/e per avvicinarsi a questi temi, grazie anche agli approfondimenti dell’appendice che raccoglie i contributi di Lina Appiano, Daniela Finocchi, Gemma Pacella, Graziella Priulla, Debora Ricci, Maria Teresa Santelli. Era da tempo che volevo leggere questo lavoro e posso dire che ha superato di gran lunga le aspettative e ha suscitato l’interesse di mia figlia, che a settembre farà la prima elementare. Mi ha chiesto di cosa parlasse e le ho letto la filastrocca “Dubbi grammaticali”. Abbiamo parlato di cose un po’ complesse ma in modo molto semplice. Lei mi sente spesso parlare di questi argomenti, avverte e comprende certe sfumature, confermando che mai è troppo presto. La possibilità di cambiare prassi e mentalità è a portata di mano, a partire dal linguaggio, perché la lingua è materia viva, forma della nostra cultura. Anche perché poi tutto viene più naturale e non risulta più cacofonico e strano, ma appunto adoperare correttamente le parole e declinarle per genere è una preziosa abitudine. Le regole grammaticali appaiono più sensate se avviene una riflessione su di esse e su ciò che possono rappresentare, costruire, realizzare. Il linguaggio prende forma e diventa davvero una rete amica, non un corpo estraneo, ma una chiave per avventurarsi in un mondo più ricco e vario, senza perdere pezzi interessanti e utili. Così anche i diritti e l’uguaglianza non son più concetti astratti, svincolati dalla quotidianità, ma costituiscono qualcosa che plasticamente diventa vivo e pratica incessante, anche attraverso la lingua. Tutto appare per ciò che è: strettamente interconnesso. Azioni, relazioni, interazioni, strutture mentali prendono forma attraverso il linguaggio.

Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:

“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. (…) Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”

Ma oltre agli insulti e alle ingiurie delle parole, nelle loro mille sfumature e varietà (dal sessismo al razzismo), tuttora molto diffuse, accade che di sottovalutazione in sottovalutazione, si finisce col tollerare cose che innocue non sono. Una escalation di odio dagli effetti nefasti, con i social che amplificano ciò che è già presente nel mondo reale. Tutto questo normalizza e dona una sorta di dignità subculturale a uno stile espressivo, fino a giustificarne l’uso: parlare così, quindi pensare così ti rende parte del gruppo dominante, ma anche complice di una deriva molto pericolosa, dagli effetti altamente nocivi.

Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare.

Le parole sono importanti sempre e vanno usate con cura. Per dare esistenza e per tendere all’uguaglianza. L’uso corretto del linguaggio di genere non è un esercizio elitario, sterile, inutile, bensì ne paghiamo tutti le conseguenze: senza una reale comprensione delle ricadute, più arduo sarà riuscire a stabilire un dialogo costruttivo, composto da un doppio binario mittente-destinatario.

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#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

1974

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#RodriguesReport

Io continuo a guardare all’Unione Europea con enorme speranza. Oggi è stata approvata la risoluzione dell’eurodeputata Liliana Rodrigues “Sull’emancipazione delle ragazze attraverso l’istruzione nell’UE”.

Lo avevo scritto in questo post quanto fosse fondamentale studiare, leggere, avere un’istruzione che permetta di superare stereotipi, cultura sessista, ruoli di genere, segregazione di genere nello studio e nelle professioni, pregiudizi e discriminazioni. Penso che siano passi importanti, suggerimenti da recepire al più presto e da mettere in pratica con impegno e coraggio. Non si può più rimandare.

La relazione propone azioni volte a garantire che tutti i sistemi scolastici nazionali promuovano la parità di genere, incrementando le competenze delle ragazze, per poter migliorare il loro sviluppo personale e professionale.

Vi traduco il comunicato della European Women’s Lobby:

In dettaglio questo documento chiede agli Stati membri di attuare misure educative volte a:

  • Combattere gli stereotipi di genere (veicolati dai media, dalla pubblicità, sui libri di testo ecc.) che spesso hanno impatto sull’immagine che hanno di sé ragazze e ragazzi, sulla salute, sull’acquisizione di competenze, sull’integrazione sociale e sulla vita professionale;
  • Incoraggiare le ragazze e i ragazzi ad avere un interesse uguale in tutte le materie, al di là di stereotipi di genere nell’orientamento professionale e attitudinale;
  • Insegnare l’uguaglianza, la dignità umana e l’autostima per incoraggiare il processo decisionale autonomo e informato per bambine e bambini;
  • Educare ragazzi e ragazze sulla sessualità e sulle relazioni con una base di diritti, sensibile al genere, adatti all’età dei bambini e con una selezione scientificamente accurata dei testi per aiutarli a fare scelte informate e per ridurre le gravidanze indesiderate, la mortalità materna e infantile e le malattie sessualmente trasmissibili;
  • Promuovere la consapevolezza e il controllo del proprio corpo di donne e ragazze;
  • Affrontare omofobia, transfobia e bullismo e aiutare a combattere le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e identità di genere e di espressione.

Alcune associazioni reazionarie, come la francese “la manif pour tous” hanno invitato gli eurodeputati a respingere la relazione, con il falso pretesto che l’istruzione è di competenza esclusiva dei genitori e degli Stati membri dell’UE. Va ricordato che l’Unione europea è impegnata a contribuire allo sviluppo di un’istruzione di qualità in Europa sostenendo e integrando le azioni  degli Stati membri in questo settore (articolo 165 TFUE) e anche sulla base del suo storico impegno in politiche in materia di parità di genere.

Molte organizzazioni hanno firmato questo appello: http://www.womenlobby.org/spip.php?article7286&lang=en

Assicurare che tutte le ragazze abbiano accesso all’istruzione non basta: l’istruzione pubblica deve anche aiutarli a diventare cittadini autonomi che godano pienamente dei loro diritti sociali, economici, culturali e politici. L’istruzione deve essere uno strumento che aiuta in modo efficace le ragazze e i ragazzi a scegliere la carriera che desiderano e scelgono liberamente, sia per quanto riguarda la loro vita personale e sessuale.

Da noi, se ne parla nella nuova riforma scolastica (LEGGE 13 luglio 2015, n. 107 art. 16), ma occorre capire chi e come è in grado di fornire questo tipo di educazione. Certamente non si può improvvisare e devono essere previsti percorsi dedicati e ben strutturati. Iniziamo sin dai primi anni scolastici a cambiare cultura e a combattere le discriminazioni.

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La paradossale marcia delle donne verso l’emancipazione

women rights

 

Desidero proporvi questa mia traduzione di un articolo di Rémi Barroux, pubblicato su Le Monde il 12 gennaio 2015. Il mio francese è pessimo, ho cercato di fare del mio meglio perché l’argomento mi sembrava interessante, ma sono benvenute le vostre correzioni!

 

I progressi verso la parità tra donne e uomini sono reali, ma la strada è ancora lunga. I passi in avanti sono paradossali e incompleti, scrivono gli autori dell’Atlas mondial des femmes, il primo del genere, presentato lunedì 12 gennaio, presso l’Institut national d’études démographiques (INED) e pubblicato da Autrement.

La causa dei diritti delle donne è relativamente recente: solo nel 1945 l’ONU ha adottato una Carta che stabilisce i principi generali di eguaglianza tra i sessi. Da allora, diverse conferenze internazionali hanno chiarito gli obiettivi. Il 18 dicembre 1979 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato, in particolare, la Convenzione (qui) sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne.
E la quarta Conferenza mondiale tenutasi nel 1995 a Pechino – di cui quest’anno si celebra il ventennale – , si è conclusa con una Dichiarazione e un programma d’azione per l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne (qui).

 

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Com’è la situazione reale oggi? “Vi sono miglioramenti in vari settori, come ad esempio la sanità e l’istruzione, ma registriamo anche dei peggioramenti”, spiega Isabelle Attané, demografa e dell’INED e coautrice dell’Atlas. Meno numerose rispetto agli uomini dal 1950 – le donne sono quasi 3,6 miliardi rispetto a una popolazione mondiale di 7,4 miliardi di persone – vivono più a lungo, in qualunque parte del mondo. Ma si tratta di uno dei pochi vantaggi che possono vantare rispetto agli uomini. Nel 2010, il rischio per un uomo di morire a 20 anni era tre volte superiore a quello di una donna. Ahimè, questa speranza di vita maggiore nasconde un più rilevante degrado della salute della donna, a causa in particolare di “una difficoltà a conciliare vita professionale e vita familiare, poiché le attività domestiche poggiano maggiormente sulle spalle delle donne rispetto agli uomini, oltre a quelle lavorative” scrive la demografa Emmanuelle Cambois.
Per il resto le disuguaglianze sono sistematicamente contro le donne. Particolarmente esposte nella vita domestica, sono loro che soffrono maggiormente a causa delle violenze sessuali (75-85%). questo incremento nelle statistiche delle violenze, secondo la sociologa Alice Debauche, è dovuto a “una liberazione dell’espressione delle donne”. In Francia per esempio, il numero degli stupri denunciati è passato da circa un migliaio nel 1980 a circa dieci volte tanto nel 2000. Le misurazioni e i raffronti in merito alla violenza, tuttavia, restano complicate da fare, perché le definizioni giuridiche degli stupri, delle aggressioni o delle molestie, le possibilità di uscire dal silenzio differiscono da un paese all’altro.

 

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Nel settore economico cresce l’accesso al lavoro, ma “vediamo che le donne restano una variabile di aggiustamento privilegiata in un contesto di liberalizzazione e di crisi economica”, sostiene Attané (in pratica sono le prime a pagare le conseguenze di una crisi e ad essere licenziate, ndr). Nei paesi in cui i lavori informali e domestici sono importanti, questo aspetto potrebbe essere meno percepito. Ma la maggiore vulnerabilità delle donne è reale. Più spesso disoccupate, sono anche coloro che rischiano maggiormente di perdere il loro posto di lavoro. Le donne hanno una maggiore propensione ad accettare il rischio di perdere il posto nei successivi sei mesi: in Finlandia (17% donne-11% uomini), in Danimarca (11% e 7%), in Belgio (quasi 10% e 4%), in Spagna o in Austria. In altri paesi come Francia, Portogallo e Regno Unito, la minaccia pesa sulle industrie tradizionalmente maschili, che porta a spiegare la minore paura delle donne di perdere il lavoro rispetto agli uomini. (In pratica, una donna si attende con maggiori probabilità di venire licenziata in caso di crisi, per questo sarebbe meno preoccupata e più propensa ad accettare l’eventualità: come dire, che ne siamo consapevoli, lo accettiamo meglio, insomma viviamo meglio le fregature, bah, sono perplessa, ndr).
L’occupazione femminile resta confinata alle posizioni di minor conto, nell’agricoltura, nel commercio e nei servizi. Sono pagate meno e più colpite dalla povertà. Negli Usa, il tasso di povertà delle donne è stato del 14,5% contro il 10,9% degli uomini nel 2011. E soprattutto continuano a fare la “doppia giornata” di lavoro: tornate a casa, la maggior parte deve svolgere le mansioni domestiche, lavare i piatti, pulire, cura dei bambini e delle persone non autosufficienti ecc. In Francia questi compiti occupano 20,32 ore settimanali rispetto alle 8,38 ore degli uomini.Se includiamo bricolage, giardinaggio, shopping o giocare con i bambini, lo squilibrio si riduce ad appena 26,15 ore per le donne contro le 16,20 per gli uomini.

 

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“L’uguaglianza di genere proclamato in numerosi testi non è acquisito di fatto, è necessario mettere in evidenza gli ostacoli”, avverte Isabelle Attané. Nella sfera privata, ad esempio, le rappresentazioni sono complicate. “Sappiamo che la politica scolastica è guidata dalla socializzazione di genere, già presente in ambito familiare”. Le donne laureate in materie scientifiche sono la maggioranza in Asia centrale, in Medio Oriente e Nord Africa, mentre in Europa occidentale e Nord America le donne sono poco presenti negli studi quali l’informatica e l’ingegneria, privilegiando ambiti quali la sanità, il sociale e la puericultura.
Le disuguaglianze si sono spostate, sostiene Wilfried Rault, sociologo presso l’INED e coautore dello studio. “Il tasso si scolarizzazione delle donne progredisce, i canali e l’accesso a determinate professioni sono più discriminanti. Questo avveniva già in passato, ma il confine si è spostato: le disuguaglianze si verificano più tardi”.

Nel mondo del cinema, dice Brigitte Rollet, esperta in audiovisivi e insegnante a Sciences-Po, le donne rappresentavano l’86% dei posti di lavoro nel settore dei costumi e il 62% in quello delle scenografie, ma il 32% nella regia o il 22% nel suono, secondo la ricerca sugli studenti diplomati alla Fémis, l’école nationale supérieure des métiers de l’image et du son, tra il 2000 e il 2010.
Il prodotto cinematografico, nonostante le protagoniste femminili siano presenti sui manifesti, è molto maschile. Infatti, la quota di donne nella redazione di Positif è solo del 12%, l’8% presso Première e il 22 % presso Cahiers du cinéma. Erano inesistenti nel CdA di UGC nel 2013, solo il 25% presso Pathé e il 30% in quello di Studio Canal e Gaumon. Per completare il quadro inglorioso, dalla creazione del premio César nel 1976, una sola donna, Tonie Marshall, ha vinto il premio come miglior regista.

 

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L’offensiva del conservatorismo (qui un articolo) a livello nazionale e internazionale, attraverso stati come il Vaticano o i paesi più integralisti dell’Africa e del Golfo, rallentano la marcia verso l’uguaglianza. Al di là dei più reazionari, molti stati sono riluttanti all’idea che ci siano testi internazionali che fissino le regole. Ciò accade in Europa sul diritto di aborto, in Spagna come in Italia, o nel dibattito francese. C’è una vera e propria confusione tra la questione dell’uguaglianza e quella della differenza, ritiene Wilfried Rault. Non vi è alcuna legge naturale che colpisca uomini e donne. E nessun discorso può giustificare la disuguaglianza. Per dirla come Simone de Beauvoir, nel 1949, “Non si nasce donna, si diventa” (Il secondo sesso).
A complicare questa lunga marcia verso l’uguaglianza, i miglioramenti possono anche generare nuovi problemi. Ad esempio, l’accesso alla contraccezione mette più pressione alle donne che agli uomini, creando una nuova disuguaglianza. Tra tutti i contraccettivi, la sterilizzazione femminile è la più utilizzata al mondo (18,9%) (ndr qui un articolo recente su quello che accade in India), prima della spirale intrauterina (14,3 %) e della pillola (8,8 %) e ben prima del preservativo maschile (7,6%). “La sterilizzazione delle donne, usata soprattutto in Brasile e in Messico, preclude la via alla maternità dopo i primi figli, mentre gli uomini possono ancora diventare padri, spiega Carole Brugeilles, demografa e insegnante presso l’università Paris Ouest, e terza co-autrice dell’Atlas. Un altro esempio è la medicalizzazione del parto, un progresso innegabile, ma a volte porta a una iper-medicalizzazione che mette a repentaglio la salute della donna. Il cesareo dovrebbe essere una pratica accessibile a tutte le donne che ne hanno bisogno (e spesso (in alcuni paesi) non è così). Quando però si verificano delle percentuali di cesareo che superano il 30% dei parti, per esempio, ci si dovrebbe domandare se si può parlare di reale progresso, oppure non si debba parlare addirittura di una forma di violenza.

 

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Le disuguaglianze tra uomini e donne si riconfigurano, si spostano, si edulcorano, sostengono gli autori dell’Atlas. Per coloro che ci hanno messo più di un secolo per ottenere il diritto di voto – le donne neozelandesi votano dal 1893, mentre le kuwaitiane hanno potuto partecipare alle elezioni comunali solo nel 2006 – e coloro che ancora non possono farlo come in Arabia Saudita , le disuguaglianze sono ben lontane dallo scomparire.

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