Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La nuova direttiva UE per congedi parentali e worklife balance, per una genitorialità condivisa


Si parla spesso di “rivoluzione” necessaria, di un adeguamento del mondo del lavoro ai cambiamenti nella società e nella cultura, di un modello diverso. Poi ci spiaggiamo davanti a una serie di resistenze.

Leggo qui che secondo una ricerca ADP:

“solamente 1 donna su 3 (33%) dichiara di volere una legge che consenta all’interno della propria azienda la denuncia di disparità salariale, il 48% non sa prendere posizione. (…) Delle quattro generazioni che lavorano, i risultati mostrano che i Millennials si oppongono maggiormente al divario retributivo di genere: poco meno della metà (40%) dei lavoratori tra i 16 e i 34 anni ritiene che la segnalazione del divario retributivo di genere sia necessaria nella propria organizzazione, contro il 24% degli over 55.”

Perché c’è questa riluttanza a prevedere un monitoraggio trasparente su questo gap? Cosa si teme?

L’unico modo per contrastarlo è prevedere una regolamentazione, non basta affidarsi alla buona volontà della singola realtà aziendale.

E poi occorre modificare l’organizzazione del lavoro immaginata, strutturata sulla base delle esigenze di soggetti maschili, che hanno potuto e possono ancora contare sul welfare familiare, con le donne che “naturalmente” assicurano gran parte di tale lavoro gratuito, invisibile. Ma molte cose stanno cambiando e il sistema non funziona più come in passato. Modello di lavoro da rivedere non solo ragionando su monte ore (riflettendo anche sulle effettive esigenze produttive e di produttività) o su salario minimo, perché sappiamo che le discriminazioni di genere, che si acuiscono con l’età, hanno effetti da non lasciare ai margini della discussione.

 

“Non migliora l’inclusione di donne, adolescenti e bambini/e in Italia, più a rischio di esclusione sociale e povertà rispetto ai maschi adulti: mancano infatti cambiamenti positivi sostanziali nell’ambito della violenza di genere e sui minori e resta limitata l’inclusione economica e sociale delle donne. L’Italia, 27° con 57 punti, fa peggio delle principali democrazie europee (Francia 12°, Germania 14°, Gran Bretagna 16°), ma anche di Bulgaria (24°), Repubblica Ceca (19°) e Portogallo (20°), che negli anni passati erano più indietro in classifica. In Europa fanno peggio i Paesi baltici, Cipro, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Romania.

Se per salute e capitale umano ed economico l’Italia continua a beneficiare di una discreta rendita di posizione, non altrettanto si può dire per l’inclusione economica delle donne e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. In 5 anni peggiorano gli indicatori sulla sicurezza ambientale e non migliorano gli indicatori relativi alla violenza di genere e sui bambini.”

 

È quanto emerge dal WeWorld Index 2019. “Solo puntando sulla promozione di politiche sociali indirizzate a favorire l’inclusione economica e politica delle donne, il mantenimento nei percorsi di istruzione dei giovani studenti, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e maggior attenzione alla sostenibilità ambientale, in particolar modo in zone periferiche e svantaggiate, l’Italia può sperare di tornare ai livelli delle principali democrazie europee” conclude il presidente Marco Chiesara.

Insomma, includere le donne e permettere una loro partecipazione attiva, senza relegarle in una dimensione esclusivamente di cura e domestica.

Eppure, continuo a leggere analisi e progettazioni per il mondo del lavoro che sono monche della dimensione di genere, eppure la nostra Costituzione ne parla, ma si perde per strada, nelle maglie di un’analisi “neutra”, senza alcuna declinazione che contempli un fatto innegabile: il gender gap. E allora tutte le politiche del lavoro non possono essere pensate come un abito che può andare bene per tutti/e. Le politiche del lavoro a “taglia unica” purtroppo sono tuttora molto in voga, e tutto sommato si fondano su modelli e ruoli “classici”.

Così ci perdiamo i pezzi e dietro questa dimenticanza volontaria rallentiamo sempre più. Il Wef e il suo Global gender gap report ci vede al 118° posto per partecipazione economica e opportunità.

Insomma, mentre si è intenti a far passare una controriforma in tema di affido e di diritto di famiglia, rendendo più arduo separarsi; mentre in Italia i carichi di cura restano per lo più sbilanciati verso le donne, madri o caregiver familiari, in Europa si tenta di fare qualche passo in avanti e segnare la strada per tutti gli stati membri.

Il 4 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le nuove misure per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita familiare. La direttiva, approvata a larga maggioranza entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Gli Stati membri dovranno conformarsi alle norme entro tre anni.

La nuova normativa stabilisce i requisiti minimi che tutti gli Stati membri dovranno attuare nel tentativo di aumentare le opportunità delle donne nel mercato del lavoro e rafforzare il ruolo del padre, o di un secondo genitore, nella famiglia. Tali norme saranno a beneficio dei bambini e della vita familiare, rispecchiando al contempo più accuratamente i cambiamenti sociali e promuovendo la parità di genere.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET

Lascia un commento »

Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


CONTINUA A LEGGERE SU DOL’S MAGAZINE…

1 Commento »

Guardarsi attorno può servire. Buone pratiche a contrasto della violenza di genere.


Guardarsi attorno può servire per comprendere quali margini di miglioramento possiamo implementare anche nel nostro Paese. Mi è capitata sotto mano questa analisi sulle pratiche messe in atto dalla Svezia in materia di violenza di genere. Il documento, datato aprile 2018, è a cura del Policy Department on Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, su richiesta dalla Commissione del Parlamento UE per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM).


 

Il Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità ha presentato una nuova relazione il 27 marzo 2018, che evidenzia le tendenze fino al 2015 (non include i dati del 2016, che sono ancora preliminari).

Nel corso della loro vita, il 25% delle donne è stato vittima di un crimine all’interno di una relazione, nel circa il 24% dei casi si è trattato di violenza psicologica e nel 15% di violenza fisica. Il Consiglio ha affermato che vi è una violazione dell’integrità di una donna che riguarda la violenza contro le donne che subiscono ripetute violenze all’interno di relazioni strette. Nel 2015, sono stati segnalati 1.844 casi, ma è stato evidenziato che molti reati sfuggono alle stime per mancanza di denuncia. Secondo il National Crime Survey 2015 solo il 26% dei reati è stato effettivamente denunciato, con un indice più alto per le aggressioni (64%) e più basso per reati sessuali (8%).

Quindi cosa prevede la Svezia per affrontare il fenomeno?

Qui di seguito il quadro legislativo in Svezia per combattere la violenza contro le donne.

In Svezia, la violenza contro le donne è regolata principalmente in diversi capitoli del codice penale. Il codice penale si applica, in particolare, a quanto segue:

  • violenza domestica,
  • violenza sessuale (compreso lo stupro, violenza sessuale, molestie o stalking),
  • tratta di esseri umani,
  • cyber-violenza e molestie con l’uso di nuove tecnologie,
  • pratiche lesive (come i matrimoni forzati).

Non esiste una legislazione speciale, tutti i reati sono contemplati nel Codice penale. Fa eccezione la legge speciale sulle mutilazioni genitali femminili, un reato punibile anche se l’atto è stato commesso in un paese in cui non è illegale. Esiste anche una legge ad hoc sulle molestie e lo stalking.

Quale strategia viene messa in atto per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne?

La traversale ottica di genere che attraversa tutta l’attività politica e di governo, porta a considerare il contrasto della violenza contro le donne come una priorità. La strategia nazionale per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne è entrata in vigore il 1 gennaio 2017, con una copertura di 10 anni. Ha quattro obiettivi:

  • incrementare l’efficacia di un lavoro di prevenzione per combattere la violenza;
  • migliorare la capacità di individuazione della violenza e una maggiore protezione e sostegno a donne e bambini vittime di violenza;
  • più efficace lotta al crimine;
  • migliorare la conoscenza del fenomeno e dello sviluppo metodologico. La strategia ha una vasta portata e tiene conto di diversi aspetti della violenza contro le donne (anche in relazioni omosessuali, donne trans, migranti e musulmane, ma anche su un’idea di mascolinità nociva e distruttiva). La partecipazione degli uomini è considerata essenziale per questa strategia di prevenzione. Oltre al coinvolgimeno coordinato di tutti gli attori interessati, il governo ha affrontato riforme in aree chiave: eliminazione di norme che giustificano la violenza, l’acquisto di servizi sessuali e altre restrizioni alla libertà di azione e alle scelte di vita di donne e ragazze.

Per poter realizzare questo piano d’azione, il governo svedese ha stanziato 600 milioni di corone svedesi, volte a finanziare nuove misure per il periodo 2017-2020, oltre ai 300 milioni di corone svedesi destinati a comuni e consigli provinciali.

Attualmente, in Svezia sono disponibili tre tipi di organizzazioni a sostegno delle donne vittime di abusi:

  1. rifugi per le donne e centri di supporto per giovani donne,
  2. gruppi di sostegno alle vittime di reati
  3. centri di crisi municipali.

Storicamente, le organizzazioni costituite su base volontaria hanno assunto la principale responsabilità di proteggere le donne. Queste organizzazioni hanno alcuni dipendenti ufficiali, ma si affidano principalmente ai volontari, sono supportate da sovvenzioni governative / rimborsi municipali.

I rifugi sono offerti dalla National Organization for Women’s Shelters and Young Women’s Shelters (Roks) e dalla Swedish Association of Women’s Shelters e Young Women’s Empowerment Centres (SKR). La missione di entrambe le organizzazioni è duplice, pur proteggendo direttamente le donne che soffrono di violenza domestica, hanno anche una posizione in politica, tentando di influire le politiche pubbliche.

La Crime Victim Support Association (BOJ) si concentra esclusivamente sul supporto individuale e non si rivolge solo alle donne, e ha circa 100 gruppi di supporto locali.

In seguito a molteplici emendamenti alla legge sui servizi, c’è stato un crescente coinvolgimento con i servizi municipali. Una sorta di responsabilizzazione condivisa ed allargata, con un approccio allargato, che abbraccia molteplici ambiti e mette in campo una strategia strutturata e interconnessa.

 

Sempre a livello di UE, il parlamento non smette di sollecitare i Paesi membri.

Lo scorso 19 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita la Commissione a “includere la protezione di tutti i cittadini, in particolare di quelli che si trovano nelle situazioni più vulnerabili, nell’Agenda europea sulla sicurezza, con particolare riguardo per le vittime di reati, quali la tratta di esseri umani o la violenza di genere, comprese le vittime del terrorismo, che necessitano di particolare attenzione, sostegno e riconoscimento sociale.”

Si invita:

“a mettere a punto campagne volte a incoraggiare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza sulla base del genere, in modo da proteggerle e poter migliorare l’accuratezza dei dati sulla violenza fondata sul genere;”

“a presentare un atto legislativo per sostenere gli Stati membri nella prevenzione e nella soppressione di tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e di violenza di genere;”

Altresì si invita il Consiglio ad “attivare la “clausola passerella” mediante l’adozione di una decisione unanime che configuri la violenza contro le donne e le ragazze (e altre forme di violenza di genere) come reato, ai sensi dell’articolo 83, paragrafo 1, TFUE;”

Si auspica che dopo la firma, il 13 giugno 2017, di adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, la Commissione (in linea con la sua risoluzione del 12 settembre 2017 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul), designi “un coordinatore dell’UE sulla violenza nei confronti delle donne che sia responsabile del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche, degli strumenti e delle misure dell’Unione per prevenire e combattere tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e per fungere da rappresentante dell’UE presso il Comitato delle parti della convenzione;”

Gli Stati membri sono invitati “a garantire formazione, procedure e orientamenti adeguati a tutti i professionisti che si occupano delle vittime di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della convenzione di Istanbul, al fine di evitare discriminazioni o una seconda vittimizzazione durante i procedimenti giudiziari, medici e di polizia.”

Un interessante incontro all’interno delle Giornate Romane per le P.O.


Sul miglioramento in termini di “preparazione” c’è molto da lavorare anche in Italia (ben venga il recente varo delle linee guida per i P.S.). Sappiamo quanto la situazione nostrana non sia molto rosea, conosciamo quanto siano ancora presenti pratiche volte a colpevolizzare le sopravvissute e a minimizzare la violenza, insinuando una corresponsabilità delle donne. Tutto questo deve finire.

A più di un anno dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte del CEDU, il CSM ha iniziato a lavorare su una sorta di vademecum dedicato ai giudici e alla polizia giudiziaria e secondo cui chiunque è chiamato a trattare i reati contro le donne deve avere una comprovata esperienza nell’ambito. Sempre secondo le nuove regole tutte le procure e i tribunali d’Italia sono chiamati a implementare una sezione specializzata in reati di violenza domestica, di genere e ai femminicidi, al fine di velocizzare i processi e per gestire queste tipologie di reati come a “trattazione prioritaria”, sia in fase di indagine che di dibattimento, per avere una protezione efficace delle vittime. Un’altra importante novità in tema di violenza è data dal fatto che le vittime non dovranno più testimoniare in presenza del proprio aggressore, al fine di preservare la loro integrità psicofisica.

Un adempimento che tra l’altro andrebbe ad attuare una raccomandazione già presente nella Convenzione Cedaw: “Gli Stati Parti assicurino che le leggi contro la violenza e gli abusi familiari, lo stupro, la violenza sessuale e le altre forme di violenze di genere diano adeguata protezione a tutte le donne e rispettino la loro integrità e dignità. Dovrebbero essere forniti alle vittime appropriati servizi di protezione e di sostegno. Una formazione attenta alle specificità di genere rivolta ai funzionari giudiziari, agli agenti delle forze di polizia e ad altri funzionari pubblici è essenziale per l’efficace attuazione della Convenzione”.

Ma credo che il punto centrale su cui lavorare parta da questo assunto:

“Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003)”

L’ho ripreso dal documento dettagliato del We World Index 2018 presentato il 18 aprile a Roma.

 

Fonte: We World Index 2018


Mi sembra fondamentale per comprendere da dove occorre iniziare a investire tempo ed energie. Non possiamo certamente immaginare un cambiamento significativo senza lavorare sulle generazioni future di donne, includendole in un percorso di autoconsapevolezza e valorizzazione di sé, a 360°.

Senza prevenzione, declinata in informazione, formazione e sensibilizzazione, non potremo rompere e sgretolare i modelli stereotipati culturali che sono alla base di una discriminazione e subordinazione delle donne.

Dobbiamo renderci parte attiva di questo cambiamento, di questo immenso lavoro di diffusione di consapevolezza. Ne abbiamo di strada da fare, tanto da non poterci permettere di disperdere energie.

1 Commento »

Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET QUI.

Lascia un commento »

Promuovere la parità. Cosa ci racconta l’ultimo report europeo.

 

Lo scorso marzo, in sordina sui media italiani, è arrivato il nuovo report sulla parità uomo-donna in UE.

Suddiviso in vari capitoli, cerca di toccare i temi più rilevanti in materia di gender equality:

1. Aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e gli uomini

2. La riduzione delle differenze salariali e pensionistiche di genere, per combattere la povertà femminile

3. Promuovere la parità nel processo decisionale

4. Lotta contro la violenza di genere e la tutela e il supporto delle vittime

5. Promuovere l’uguaglianza di genere ei diritti delle donne in tutto il mondo

6. Integrazione di genere, i finanziamenti per la parità di genere e la collaborazione tra tutti gli attori.

 

Il gap occupazionale europeo tra uomini e donne, registra un andamento stagnante (pur rilevando un aumento dell’occupazione per entrambi i sessi) a partire dal 2012-13, con un 12% circa di distanza media, chiudendo nel terzo trimestre 2016 a 77,4% per gli uomini e 65,5% per le donne. Si riduce il distacco nella fascia più adulta di lavoratori, a causa di una tendenza diffusa per le donne a lavorare più a lungo (si pensi alle riforme pensionistiche).

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET QUI

Lascia un commento »

Oltre il 25 novembre – Basta alibi alla violenza contro le donne #nonunadimeno

violenza-donne_apertura

 

È appena passato il 25 novembre. Quest’anno anche in Italia siamo di fronte a un momento storico per il movimento delle donne, dopo la manifestazione #Nonunadimeno del 26 novembre e le azioni che si stanno progettando dopo i tavoli tematici del 27 novembre. Abbiamo invaso gli spazi pubblici con la nostra marea composta di tante generazioni e generi, portatrice di una volontà ferrea di cambiare lo sguardo e gli approcci sinora adoperati dai decisori politici per prevenire e contrastare la violenza. Saremo l’ombra costante delle istituzioni, vigileremo e chiederemo conto di quanto (e come) messo in atto, degli indirizzi, faremo pressione affinché si crei una volontà politica in grado di rispondere adeguatamente alle istanze delle donne.

In Europa scorgiamo due importanti segnali di attenzione sul tema della violenza di genere.

Segnaliamo la decisione della Commissione europea di dedicare il 2017 al contrasto della violenza contro le donne, e la risoluzione del Parlamento europeo che chiede l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul.

Immagine grafica "La violenza è"

Un anno dedicato al contrasto della violenza dovrebbe favorire un’azione concreta da parte degli Stati per combattere tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze.

La risoluzione del Parlamento europeo ha avuto un forte sostegno trasversale. Essa invita gli Stati membri, nel quadro del Consiglio, ad accelerare i negoziati per la firma e la conclusione della convenzione di Istanbul. Il Parlamento europeo auspica che si appronti una strategia europea in materia di lotta alla violenza contro le donne e per un’ulteriore azione legislativa a livello UE per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

Perché purtroppo la situazione all’interno dell’Unione Europea non è omogenea: le donne non sono ugualmente tutelate e protette dalla violenza maschile, con il forte rischio che certi crimini restino impuniti. La ratifica della Convenzione da parte dell’UE può essere un segnale politico forte che la violenza contro le donne non è più accettabile.

IMMAGINE Quadro europeo violenza di genere

 

La Commissione Europea ha reso pubblici i dati di una ricerca condotta sui 28 Stati UE, per valutare le percezioni dei cittadini dell’UE sulla violenza di genere.

L’indagine ha esplorato una serie di aree:

  • La percezione della prevalenza della violenza domestica;
  • La conoscenza personale di una vittima di violenza domestica, il tipo di reazione/approccio;
  • Le opinioni su dove la violenza contro le donne è più probabile che si verifichi;
  • Le opinioni sugli atteggiamenti verso la violenza di genere, inclusa l’abitudine a cercare giustificazioni ed attenuanti alla violenza;
  • La percezione della prevalenza di molestie sessuali;
  • Se una serie di atti di violenza di genere sono sbagliati e sono, o dovrebbero essere, illegali.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE QUI

Lascia un commento »

​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

(iStockphoto)    3SECRET-030216-iStock life and work balance

(iStockphoto)

 

Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

Continua a leggere su Mammeonline

 

Lascia un commento »

Nessuna paura

jo cox

 

Jo Cox era una donna e una politica coraggiosa. Aveva il coraggio di portare avanti le proprie battaglie, una dote molto rara, in un contesto dove sempre più si cerca di rischiare il meno possibile e di avere posizioni buone per tutte le stagioni.
Una laburista, una donna con profondi valori progressisti, europeista convinta. Nel suo primo discorso alla Camera dei Comuni del 3 giugno 2015 sosteneva con orgoglio come multiculturalismo e immigrazione fossero delle preziose opportunità di arricchimento per il proprio paese.

“La regione che rappresento è stata profondamente arricchita dall’immigrazione, sia che si tratti di cattolici irlandesi o di musulmani provenienti da Gujarat in India o dal Pakistan. Mentre noi celebriamo la nostra diversità, quello che mi sorprende di volta in volta quando giro in quei territori è che siamo molto più uniti e abbiamo tante cose in comune l’un l’altro, molto più di quelle che ci dividono”

Questa dovrebbe essere la bussola dell’Europa, eppure i venti reazionari, xenofobi, dei muri, delle trincee sono sempre più forti e stanno mettendo a repentaglio proprio i valori fondanti dell’UE.

Jo Cox aveva un passato da volontaria, al fianco delle vittime del Darfur, delle donne congolesi e dei profughi siriani. Conosceva quelle situazioni e quando si esponeva e agiva come politica lo faceva con cognizione di causa. Jo Cox voleva dar voce a tutto questo. Probabilmente la scelta di essere contraria alla Brexit risiedeva nella speranza, nella convinzione che l’Europa potesse e dovesse continuare a rappresentare un baluardo, un’idea di inclusione, in difesa dei deboli e della pace mondiale. Sicurezza e stabilità possono realizzarsi solo in un contesto unitario. Non è chiudendosi ognuno a casa propria che i problemi scompaiono o si risolvono, i muri servono solo ad incrementarli. Arroccarsi come propongono alcuni partiti in Europa porta solo a comunità più chiuse, incattivite, che si sentono braccate da fantasmi creati ad arte per creare tensione, paura e spingere le persone ad accettare una politica che sottrae libertà e diritti.

Questo clima è forte, lo si avverte andando in giro. Parlando con la gente nei mercati o ai giardini, con i commercianti. La paura che sento in giro è un frutto di un pregiudizio, un elemento pericolosissimo, una bomba a orologeria. In Italia, negli anni ’90 il “pericolo” da combattere e da tenere lontano era rappresentato da chi dal Sud andava al Nord e rubava il lavoro e portava delinquenza, violenza e problemi di vario genere. Ancora nel 2003, quando mi trasferii da Bari a Milano, mi trovai di fronte a questo tipo di pregiudizi. Oggi sono i migranti dall’estero. Stesse argomentazioni, niente è mutato se non chi subisce queste accuse.

I media e un certo tipo di politica hanno alimentato un clima di odio e di diffidenza, hanno costruito il fantoccio di un nemico esterno, creando una percezione alterata della realtà. Campagne d’odio, razziste hanno creato un contesto in cui molte persone finiscono col sentirsi accerchiate. E via con politiche sulla sicurezza, che non servono ad altro che ad alimentare l’intolleranza.

Una politica chiusa in sé, che basta a se stessa e che foraggia un individualismo sempre più diffuso nelle nostre comunità. Un modo di fare politica in antitesi al concetto di Politica come bene per la comunità, aperta e che sappia accogliere chi una casa, diritti e prospettive di vita non le ha più nel proprio paese. La politica dovrebbe fornire soluzioni per dare a tutti un’opportunità e una vita dignitosa.

Quando porti avanti campagne d’odio e xenofobe, quando inciti alla difesa del proprio orticello con ogni mezzo, crei mostri, mostri che arrivano a concepire azioni come quelle che hanno tolto la vita a Jo. Come se togliendole la vita si potessero al contempo cancellare le sue verità, le sue battaglie e ciò per cui lottava quotidianamente attraverso il suo impegno politico. Abbiamo un’occasione: possiamo cambiare strada e pensare che la politica sia capace di migliorare la vita delle persone, come Jo faceva. Abbiamo la possibilità di dire basta all’intolleranza e di aprire a un mondo, a un paese, a una società che rispetta e accoglie tutti, che offre una opportunità a tutti, che sia dialogante con tutti. Basterebbe ricordarsi quando stranieri e indesiderati siamo stati noi. Basterebbe ricordarsi che le divisioni non portano mai buoni frutti, solo odio, violenza e morte. Se la politica si arrende e non è in grado di parlare una lingua diversa, fondata sui valori dei diritti e dell’uguaglianza, ma si preoccupa solo di difendere la pancia dei propri bacini elettorali, ha perso. Abbiamo perso.

La politica è bene comune, non è salvaguardia di orticelli o privilegi. La politica non è una cosa semplice, implica scelte anche difficili, implica essere scomodi, controcorrente, fare azioni coraggiose ed esporsi in prima persona. Tutto il resto è solo una sua pallida imitazione, una meschina pantomima, atta solo a intercettare voti fondati su timori o ragioni egoistiche. Jo ci ha dimostrato che fare politica implica schierarsi e assumersi responsabilità in prima persona. Jo ha scelto di non seguire scorciatoie, ma di portare avanti le sue idee, senza paura, proprio per sconfiggere quel muro di gomma fatto di pregiudizi e indifferenza. Jo ha dimostrato cosa significa fare la differenza.

Una visione politica autentica di cui le saremo sempre grati. Jo che sapeva e desiderava dare voce a chi di solito non ha voce. Scegliamo da che parte stare e che tipo di futuro vogliamo costruire. Fare politica non è solo una questione di voti, come molti vorrebbero ridurla. Jo con la sua esperienza e competenza, con i suoi progetti, le sue azioni, con il suo volersi confrontare aperto ci ha testimoniato un modo di far politica alto, autentico.

La differenza c’è. Nessuna paura. Resistiamo e testimoniamo con le nostre azioni che la differenza c’è, che c’è ancora un territorio per fare politica tenendo la schiena dritta, senza scendere a compromessi e senza scegliere strade comode.

Jo Cox ci ricorda che la cultura che incita all’odio nei confronti di minoranze o di determinate categorie di persone, al rifiuto delle differenze, alla sopraffazione e all’annientamento di chi non la pensa come te, è all’origine di quanto di più devastante e pericoloso ci sia per una comunità. Quando si costruisce un muro tra Noi e gli Altri i risultati sono quelli che conosciamo. Vogliamo davvero che il nostro futuro sia dettato dai nazionalismi e dalla xenofobia? Creiamo ponti, corridoi, non trincee.

3 commenti »

Il rispetto che non c’è

Immagine tratta dalla copertina del libro "Non è un paese per donne"

Immagine tratta dalla copertina del libro “Non è un paese per donne”

 

Ho saltato la giornata dell’8 marzo, anche se bollivo in pentola qualcosa. Ho pensato di tornare a parlare quando il brusio e l’eco della giornata si fossero dissolti. Tanto poi si torna nell’ombra e le questioni delle donne tornano sotto il tappeto, insieme alla polvere di una sorta di indifferenza allergica a tutto ciò che non va al suo posto e si ostina, ma guarda un po’, a non andarci. Ma come, non ci aiutiamo da sole? Ma come non ce la facciamo? Ma sì, lasciateci pure dove siamo, dimenticatevi di noi per il prossimo anno, fino alla prossima “festa”. Tanto nel nostro Paese non è obbligatorio rispondere alle domande, alle richieste, non sembra necessario dare conto delle cose che non vanno e che andrebbero sanate. Si può soprassedere, passandoci sopra tra una mimosa e un occhio pesto.

Secondo il recente report di Job Pricing, il trend di presenza di donne nel mercato del lavoro è cresciuto negli ultimi dieci anni, nonostante la disoccupazione incomba e pesi su uomini e donne; preoccupa l’incremento del dato disoccupazionale del 12,1% per la fascia di donne 15-29 anni.

Il gender pay gap, calcolato da Job Pricing nel 2015 sulla base della RAL, vede le donne guadagnare il 10,9% in meno degli uomini, anche considerando la flessione dello 0,7% delle retribuzioni femminili. La media è € 29.985 per gli uomini e € 26.725 per le donne. Secondo i dati Eurostat sul 2014, calcolati sul salario orario lordo medio, l’Italia è all’8° posto su 31 stati, in termini di pay gap. La differenza retributiva è più evidente nei servizi. A pagina 20 sono evidenziati i settori con differenze salariali a favore degli uomini o delle donne.

Siamo più istruite, e questo trend è in crescita, basta guardare il numero di laureati/e.

C’è un dato da brividi, il gender pay gap tra i laureati raggiunge quota 36,3%. Raccapricciante. E non penso che sia destinato a salire il salario delle donne, se partiamo basse non riusciremo mai ad eguagliare gli uomini. A guardare queste medie mi accorgo che ero proprio fuori range, fuori mercato. La mia RAL come consulente ultraspecializzata era da fame, ben al di sotto di quota 25, come se avessi fatto fino alla scuola dell’obbligo. La media come al solito funziona come nelle statistiche dei consumatori di pollo. E poi mi si chiede come mai non ho resistito.

Secondo Manageritalia in collaborazione con AstraRicherche, l’Italia è “al 41° posto su 145 paesi (22° in Europa su 45 paesi) sul fronte delle pari opportunità: gli stereotipi socio-familiari resistono e il 71% degli italiani (50% la media europea) ritiene che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgimento dei compiti domestici e il 43% (29% media europea) crede che un padre debba anteporre la carriera al doversi occupare dei figli piccoli”. Insomma, con soli due giorni di congedo di paternità retribuito, il futuro sembra roseo, cambiamo con calma la cultura…

Il Centro studi di Bnl In Italia, ci trasmette una nota positiva: nel 2015 il numero delle imprese fondate da donne è cresciuto di 14.352 unità. Mi piacerebbe anche conoscere la longevità di queste imprese.

I dati Ocse ci dicono che una donna su due non lavora.

Questo grafico realizzato da The Economist, che rappresenta l'”indice del tetto di cristallo”, evidenzia bene come siamo posizionati noi italiani.

Italy glass-ceiling index

Italy glass-ceiling index

 

Un diagramma che dal 2013 recupera vari dati di 29 Paesi (l’accesso delle donne all’istruzione superiore, la loro partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, programmi di alternanza studio-lavoro, la rappresentanza nel senior management, i costi di cura dei bambini, e da quest’anno la misurazione dei congedi di maternità/paternità retribuiti) evidenzia i punti deboli italiani. Non occorrono commenti. Vorrei solo evidenziare l’arretratezza sui congedi di paternità retribuiti. Numerosi studi dimostrano che laddove i neo-papà prendono il congedo parentale, le madri tendono a reinserirsi nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile è più alta e il divario di reddito tra uomini e donne è più basso. I nostri due giorni sono veramente ridicoli. L’idea di fondo è che applicando periodi di congedo similari, si riduce il divario di carriera tra uomini e donne, e lo slittamento di carriera tra le donne in età fertile è ridotto. Ma le culture sono difficili da cambiare e lo sappiamo che è principalmente un fattore culturale che impedisce la risoluzione di questo tipo di gap. Inoltre, sappiamo benissimo quanto può costare anche agli uomini richiedere le ore di allattamento o i congedi, non sono rari i casi di neo-papà mobbizzati che si sono rivolti alla Consigliera di parità per essere tutelati e che sono andati in causa per questo tipo di discriminazioni.

A tal proposito, anche l’OCSE dedica il suo policy brief di marzo al tema del congedo di paternità. Sul grafico risulta ancora la vecchia normativa di un giorno retribuito, ma la sostanza non è cambiata.

paternità

 

Il mondo del lavoro italiano vede ancora come una sciagura la genitorialità, che porta con sé i compiti di cura e di accudimento che devono essere condivisi. Diventare genitori non può essere percepito come un disastro dal datore di lavoro, ma va gestito, va sostenuto, va organizzato. Due son le cose, o non si è capaci o non si ha la minima intenzione di progredire verso un modello più sostenibile di lavoro e produzione. La ri-produzione sembra restare “roba da femmine”, considerate ancora individui di secondo livello, sacrificabili e alle quali si chiede di sacrificarsi.

L’Unione Europea continua a produrre report, roadmap, suggerimenti per raggiungere un equilibrio di genere. Da ultimo questo documento della Commissione Europea “Impegno strategico per la parità di genere 2016-2019” , frutto di una consultazione pubblica e di una valutazione dei punti di forza e di debolezza della Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015). Esso identifica più di trenta azioni chiave da attuare in cinque settori prioritari, con scadenze e indicatori per il monitoraggio. Inoltre, si sottolinea la necessità di integrare una parità di genere nella prospettiva di tutte le politiche dell’UE, nonché nei programmi di finanziamento comunitari. La Strategia del 2010-2015 focalizzava la sua azione su queste macroaree:

– pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;

– parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore;

– parità nel processo decisionale;

– dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne;

– promozione dell’uguaglianza di genere fuori dai confini dell’UE;

– questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

Sono stati compiuti passi in avanti, come ad esempio, il più alto tasso di occupazione mai registrato per le donne (64% nel 2014) in UE e la loro crescente partecipazione ai processi decisionali in ambito economico. Tuttavia, questa tendenza al rialzo è compensata dalla disuguaglianza persistente in altre aree (retribuzione).

Nel suo programma di lavoro, la Commissione ha ribadito il suo impegno a continuare il lavoro di promozione della parità tra uomini e donne. Ciò significa mantenere al centro della politica di parità di genere le cinque aree tematiche prioritarie esistenti:

1. incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e degli uomini;

2. riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, quindi lotta alla povertà tra le donne;

3. promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

4. lotta contro la violenza basata sul genere e la protezione e il sostegno alle vittime;

5. promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

 

Qui di seguito una presentazione riassuntiva sugli obiettivi che si intendono raggiungere:

Altro aspetto rilevante è l’integrazione di una prospettiva di genere in ogni tipologia di intervento UE. Naturalmente è necessario assicurare anche un finanziamento di queste politiche per raggiungere una parità di genere, cooperando strettamente con tutti gli attori responsabili.

Fin qui un mondo ideale, in cui tutto può migliorare e volgere al meglio. E tanti Paesi europei sono sulla buona strada, quanto meno ci provano.

Che dire sull’Italia, dove le pari opportunità sono relegate nell’angolino, non meritevoli neppure di un dicastero dedicato? Che dire del clima che si respira nel Bel Paese medievale degli attacchi quotidiani alle donne? Il cammino per noi è tutto in salita.

Dopo la campagna disgustosa per il referendum sulle trivelle, che non linko perché preferisco non rilanciare simili livelli di disumanità e di degrado culturale, leggo un’altro esempio di tale degrado. Inqualificabili e di una violenza inaudita i metodi con cui in questo Paese ci si rivolge alle donne. Solidarietà a Patrizia Bedori e a tutte le donne che quotidianamente ricevono attacchi sessisti, misogini e indegni di un Paese civile. Chiaramente si tratta di un grosso ritardo culturale e di una sorta di resistenza al cambiamento. Trovo altrettanto grave quanto detto da Bertolaso a Giorgia Meloni. Noi donne, come gli uomini, possiamo fare ed essere tante cose, rivestire più di un ruolo nonostante ci sia ancora chi ci vuole mantenere in determinati ruoli e ghetti. Non ci lasceremo ingabbiare e fregare ancora. Possiamo scegliere di avere più ruoli, anche diversi nelle varie fasi della nostra vita, ma assegnarci un destino in quanto donne è violenza. Insultare e considerare una donna inadeguata perché non conforme a un canone che ci vuole tutte giovani e belle, è violenza. E questo purtroppo avviene anche da parte di molte donne che hanno interiorizzato questa mentalità. Mi sembra che gli attacchi si moltiplichino. A quando un Paese che sappia esprimere e praticare rispetto verso le donne? Quando capiremo che il benessere e la realizzazione piena delle aspirazioni delle donne porta vantaggi per tutti? Se partecipano le donne progredisce tutto il Paese, se non partecipano resterà quella provincia sperduta, arretrata, distante anni luce dalla civiltà e da una cultura del rispetto. La nostra partecipazione a tutti gli aspetti della vita culturale-sociale-economica-politica dell’Italia è fondamentale se vogliamo competere e crescere.

Qualche giorno fa avevo pubblicato questo appello per la mia zona, per sostenere la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e nelle istituzioni di ogni livello. A quanto pare il mio auspicio è più che attuale.

4 commenti »

Di nuovo sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE

Gender-hands-1260x840

 

Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 ottobre 2015 sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (2014/2160(INI)).

Questo il nuovo capitolo dell’UE in materia di pari  opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Ne avevo già ampiamente parlato qui.

Il gender pay gap arriva a una media del 16,4% (con distanze anche notevoli tra i diversi Stati membri), ancor più preoccupante è il divario pensionistico (che è una diretta conseguenza del divario retributivo) che giunge a una media europea del 38,5%.

Il parlamento europeo invita la Commissione a procedere a una profonda revisione della direttiva del 2006, che giunga a formularne una ex novo e, contemporaneamente, invita gli Stati membri e la Commissione ad avviare una serie di iniziative per contrastare e “risolvere” il divario retributivo e il divario di trattamento tra uomini e donne in UE.

Si parla chiaramente di trasparenza, per cui si propone la creazione di un sistema di valutazione e di classificazione professionale chiaro e neutrale rispetto al genere. La trasparenza è declinata anche in termini di salari e della necessità di una definizione di criteri chiari per misurare il valore del lavoro, affinché a parità di mansioni si abbia pari retribuzione.

A tal proposito l’Istituto Europeo per l’Eguaglianza di Genere (EIGE) è pronto a lanciare un nuovo database eige.europa.eu/sites/default/files/documents/MH0214932ENN.pdf che funzionerà come punto d’accesso unico a tutte le statistiche di genere per l’UE e i singoli Stati membri. Includerà dati su mercato del lavoro, situazione economica e finanziaria di donne e uomini, uso del tempo, istruzione e formazione, violenza basata sul genere. È pronta anche una nuova piattaforma sul mainstreaming di genere, con informazioni pratiche e strumenti per introdurre l’ottica di genere nel lavoro delle istituzioni e degli organismi decisionali.

La risoluzione non legislativa, che richiama l’importanza di una rappresentanza equilibrata di genere negli organi amministrativi delle aziende, invita la Commissione a introdurre audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell’UE, e a introdurre sanzioni contro le imprese che non ottemperino alle loro responsabilità in merito alla parità di genere. Un bel “disturbo” per l’attuale gestione fantasiosa delle retribuzioni.

La risoluzione cerca di dare anche un calcio agli stereotipi, incoraggiando campagne di sensibilizzazione destinate a tutte le classi sociali, con un maggiore coinvolgimento dei media, strategie per scongiurare la segregazione professionale delle donne e incentivare scelte aperte in merito al lavoro. Si auspica anche l’integrazione delle questioni di genere nell’istruzione e nella formazione professionale. Viene ribadito che l’emancipazione delle donne e delle ragazze passa attraverso l’istruzione.

Si invita gli Stati membri ad applicare attivamente il bilancio di genere contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; invita la Commissione a favorire lo scambio di migliori pratiche per quanto concerne il bilancio di genere.

Gli Stati membri dovrebbero intensificare gli sforzi per combattere il lavoro sommerso e precario; si “evidenzia l’elevato livello di lavoro sommerso femminile, che incide negativamente sul reddito delle donne, sulla copertura e sulla tutela previdenziale e si ripercuote negativamente sui livelli del PIL dell’UE; sottolinea la necessità di affrontare in particolare il lavoro domestico, svolto soprattutto da donne, considerandolo una sfida particolare, in quanto rientra principalmente nel settore informale, è singolarizzato e per sua natura invisibile, e richiede pertanto l’elaborazione di misure mirate per affrontare la questione in modo efficace; deplora inoltre l’abuso dei contratti di lavoro atipici, fra cui i contratti a zero ore, utilizzati per eludere gli obblighi in materia di occupazione e protezione sociale; si rammarica dell’aumento del numero di donne intrappolate nella spirale della povertà lavorativa”.

Si accenna al fatto che la Commissione debba introdurre controlli e standard comuni per garantire l’indipendenza e l’efficacia degli organismi nazionali per la parità.

Si invitano gli Stati membri a creare le condizioni per l’assistenza legale gratuita alle vittime di discriminazioni, insieme al divieto di qualunque discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, minoranze etniche, e a un richiamo per implementare politiche di conciliazione come leve per superare divari e discriminazioni.

Invita gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per invertire l’onere della prova, garantendo che spetti sempre al datore di lavoro provare che tali differenze di trattamento verificate non abbiamo generato alcuna discriminazione.

Insomma, si delineano interventi a più livelli, a 360°. Il lavoro da fare è tanto, e sarebbe ora che ci fosse anche un movimento delle donne che dal basso spinga affinché i decisori politici nazionali ascoltino e applichino questi suggerimenti europei. Altrimenti queste parole cadranno ancora nel vuoto. E sarà anche una nostra responsabilità diretta, con effetti devastanti non tanto su di noi, quanto sulle prossime generazioni, che man mano perderanno buona parte delle conquiste fatte, se nessuna di noi le difenderà. Per quanto tempo dovremo ancora sentirci dire che certe discriminazioni ce le dobbiamo combattere da sole, ognuna per proprio conto, chi può può, chi non ce la fa si arrangi? E ancora ci verrà consigliato di trovarci il marito ricco, come paracadute sociale ed economico. E ancora una volta come tante pecorelle ci convinceremo che questo è il nostro unico destino. Vantaggio per poche, baratro per tutte le altre. E nei salotti buoni ci si gingillerà con l’idea di essere grandi filantrope. Vi ricordate la mamma suffragetta dei bimbi del film Mary Poppins..? Dall’altra parte c’è un mondo in cui ci si sporca le mani, si fa fatica, si lotta, ci si espone anche in prima persona. Parlo per esperienza personale. Quando ci sveglieremo?

 

Mary Poppins Winifred Banks

 

Lascia un commento »

Un “tagliando” per le pari opportunità

gender-wage-gap

 

Il Parlamento Europeo ha da poco pubblicato questo documento: http://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document.html?reference=EPRS_STU(2015)547546

che compie una sorta di “tagliando” alla Direttiva 2006/54/CE del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. In pratica a distanza di tempo sei ricercatrici indipendenti tracciano un bilancio dei risultati di questa direttiva, cercando di suggerire anche possibili quadri di intervento per il futuro. Il principio di parità di remunerazione era contenuto già nel trattato del 1957 che fondava la CEE.

La percezione della discriminazione sulla base del genere ci vede ai livelli più alti. Abbiamo visto dall’ultimo indice EIGE che questa percezione è fondata (QUI).
Visto che come al solito questi interessanti lavori se li leggono solo gli addetti ai lavori, ho pensato di passare qualche ora della mia vita a studiare questo documento, cercando di fornirvene un quadro con i punti essenziali.

Ho realizzato anche una infografica che mette in evidenza i contributi più interessanti dello studio.

https://magic.piktochart.com/output/7842670-gender-equality-in-employment-and-occupation-d-200654ec

gender-equality-in-employment-and-occupation-d-200654ec_1442160846081_block_0
Lo so è un post lungo, siamo disabituati a leggere tanto, ma è su questa pigrizia che molti contano per fregarci. Facciamo tesoro di queste valutazioni e non lasciamole nel cassetto.

Ma scendiamo nel dettaglio del documento.

Sul principio della parità di retribuzione

Il principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro e lavoro di pari valore ha uno scopo economico e sociale, laddove l’obiettivo economico secondario rispetto a quello sociale.
– La nozione di retribuzione di cui all’articolo 157 TFUE è ampia e comprende piani occupazionali, sociali e di sicurezza.
– La discriminazione salariale tra uomini e donne è vietata, qualunque sia il sistema che dà luogo a disparità di retribuzione (ad esempio, una classificazione professionale o di un sistema pensionistico).
– La trasparenza richiede che il principio di parità di retribuzione venga osservato nel rispetto di ciascuno degli elementi di remunerazione.
– La raccomandazione della Commissione sul rafforzamento del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne attraverso la trasparenza fornisce un approccio utile per promuovere la trasparenza dei salari e questo merita un’ampia diffusione e attenzione.
Il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne non si applica se il differenze di retribuzione non possono essere ricondotte a un unico datore di lavoro. Questa limitazione è problematica in caso di esternalizzazione. (E non è dettaglio da poco, ndr)

Fattori che causano la disparità di retribuzione
Sia il Gender Pay Gap (GPG) e che il divario di genere in materia di pensioni (GGP) sono diminuiti nel periodo 2006-2012 nei paesi in cui è stata applicata la direttiva.

The Gender Pay Gap and Gender Pension Gap for EU27 for 2006-2012
– L’impatto dell’introduzione della direttiva deve essere valutato tenendo conto degli elementi strutturali dei mercati del lavoro nazionali che influenzano l’evoluzione delle disparità di retribuzione nel tempo (scelta del percorso formativo, la segregazione orizzontale e verticale, la paternità e le responsabilità di assistenza agli anziani, le carriere interrotte, ecc).
l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione porta a un ridimensionamento del divario retributivo di genere (la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne).
– La struttura occupazionale settoriale ha un effetto importante sulle differenze pensionistiche, infatti se aumentano le quote di uomini in settori tipicamente femminili come l’istruzione, la sanità e la P.A. si nota un decremento dei differenziali pensionistici uomo-donna. Un numero maggiore di donne nei servizi porta invece a un incremento delle disparità nelle pensioni.
– I fattori istituzionali sono importanti. Le principali differenze salariali sono rilevate in quei Paesi caratterizzati da una segregazione più elevata in termini di attività di cura, che si riflette anche in termini di differenze pensionistiche. L’incremento del pay gap emerge nei Paesi che vedono poche donne al comando delle aziende quotate o nelle banche. Sì, lo so, la legge Golfo-Mosca ha incrementato i numeri, ma si deve ancora migliorare, il rischio di tornare indietro è sempre attuale.
– Sistemi retributivi poco trasparenti.

Promozione dell’uguaglianza di trattamento e di dialogo sociale
– Gli organismi di parità hanno un ruolo importante a livello nazionale nel far rispettare le disposizioni della direttiva. Tuttavia le restrizioni di bilancio e la mancanza di indipendenza di tali organismi potrebbe ostacolare la realizzazione ottimale dei loro compiti. (Quello che sta accadendo da noi in Italia e di cui mi lamentavo qui, ndr)
– Il monitoraggio delle politiche e delle prassi a livello nazionale può essere migliorata attraverso lo sviluppo di strumenti di monitoraggio sull’applicazione del principio della parità di retribuzione e della parità di trattamento sul posto di lavoro, sulla formazione professionale, ecc e diffondendo questi strumenti nel modo più ampio possibile.
– La tutela contro le ritorsioni viene ampliata con una pertinente codificazione giuridica.

L’applicazione della Direttiva per quanto concerne il congedo per maternità

Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quanto può influire la maternità sulla vita lavorativa di una donna, pregiudicandone spesso il mantenimento del posto. Sicuramente in Europa esiste un quadro molto differente tra gli stati, in materia di protezione della donna in questa fase. Differenze che in alcuni casi riguardano non solo la legislazione in materia, ma il settore lavorativo e la dimensione aziendale. Inoltre, si parla della frequente pratica che vede non rinnovare i contratti a tempo determinato. Si registra come la pratica dei ricorsi contro i licenziamenti illegittimi sia poco diffusa (per mancanza di prove da portare a supporto, non si desidera passare per una “piantagrane”, oppure perché di solito si tende a indurre la dipendente a rassegnare volontariamente le dimissioni).
Si consigliano due condizioni per salvaguardare la protezione di questi casi di maggiore vulnerabilità:
– un sistema giudiziario efficiente;

– una consapevolezza sociale diffusa (intesa come conoscenza dei propri diritti, ma anche delle sentenze giudiziarie in materia).
C’è anche una parte che analizza gli impatti positivi del coinvolgimento degli uomini nelle attività domestiche, sottolineando la maggiore propensione a fare figli man mano che cresce la condivisione dei compiti di cura.

Le raccomandazioni
Occorre verificare che la Direttiva rispetti i trattati internazionali che sono stati ratificati dai membri europei (trattati delle Nazioni Unite, le convenzioni ILO). È preferibile rendere più omogenei e coerenti tra loro gli strumenti legislativi europei. Manca per esempio un riferimento all’articolo 8 TFEU per l’eliminazione delle disuguaglianze e per promuovere l’uguaglianza uomo-donna in ogni attività (vedi anche l’articolo 10 TFEU).
Si fa riferimento a discriminazioni di tipo multiplo, come nel caso di persone transgender.
Si auspica l’integrazione delle raccomandazioni della Commissione:
– del 7 marzo 2014 sul rafforzamento del principio di pari retribuzione uomo-donna attraverso la regola della trasparenza (2014/124/EU).
Si chiede di risolvere il problema del gap salariale in caso di lavoro in outsourcing.
Inoltre si dovrebbero rafforzare le misure per consentire la conoscenza delle procedure di selezione per chi sostiene un colloquio di lavoro (sappiamo che anche in questi frangenti pesa la differenza di genere, ndr).
– Monitorare e prevenire le discriminazioni, e in caso di molestie e di violenze sessuali. È necessario implementare misure preventive per informare in merito a pregiudizi o stereotipi negativi e su come contrastarli. In tal senso sono importanti i progetti nazionali che vanno in questa direzione (in linea con l’articolo 5 CEDAW).

Article 5 – Stereotyping and cultural prejudices
States shall take appropriate measures to eliminate stereotyping, prejudices and discriminatory cultural practices. States shall also ensure that family education includes a proper understanding of maternity as a social function and the recognition of the roles of men and women in the upbringing of their children.

La necessità di agire sulla disparità di paga è importante per le donne come individui per ragioni di equità, per il benessere economico dei loro figli e delle famiglie, ma anche per la società in generale, in quanto un miglioramento della posizione delle donne nel mercato del lavoro – compresa la parità di retribuzione – è cruciale per la crescita economica.

Combattere la disparità retributiva è necessariamente un obiettivo a lungo termine che richiede:

  • la combinazione di una varietà di strategie e politiche;
  • il coinvolgimento di diversi attori e delle parti interessate a diversi livelli. Un ruolo chiave per l’Unione europea è quello di mettere insieme questa varietà di iniziative e i molteplici attori coinvolti nella promozione della parità del mercato del lavoro.

Il lavoro per la rimozione di disparità di retribuzione deve essere portato avanti simultaneamente e in stretta collaborazione a livello europeo, nazionale, settoriale e organizzativo.
Si parla anche di un ruolo decisivo del Parlamento europeo per dare maggiore impulso alle politiche nazionali in termini di divario pensionistico. Una parziale copertura dei lavoratori autonomi è assicurata dalla direttiva 2010/41/EU sul lavoro autonomo e la direttiva 2004/113/EC su beni e servizi, ma andrebbe migliorata.
Gli organismi di parità come già detto, svolgono un ruolo cruciale nell’applicazione della direttiva. Essi dovrebbero essere indipendenti e dovrebbero ricevere un budget che permetta loro di adempiere ai compiti richiesti.
Il monitoraggio da parte della Commissione europea in questo settore è uno strumento per garantire tale indipendenza, ma gli stati hanno anche una responsabilità specifica in questo senso. Questo è
particolarmente vero in relazione alla parità di genere. Nel breve termine, si può cercare di migliorare l’efficacia della direttiva attraverso una cooperazione tra tutti gli attori coinvolti.

Per migliorare l’accesso femminile al mondo del lavoro, possono essere creati dei processi di selezione gender neutral, nelle descrizioni delle mansioni lavorative, nella valutazione/classificazione per le fasi del processo di ricerca e selezione del personale.
– Formulazione di annunci di lavoro gender-neutral.
– Creazione di valutazioni gender-neutral per i partecipanti.

Ecco, per il futuro dovremmo cancellare dalla faccia della terra quei questionari che ti fanno la radiografia del tuo stato di famiglia, chiedendoti anche se intendi pianificare di avere prole e marito. Vorrei che ai colloqui il tuo essere madre, in coppia o single non facesse alcuna differenza, vorrei non sentire più “abbiamo optato per un uomo, sa com’è..” Oppure quando una donna, capo del personale, ti consiglia di non far emergere il fatto che sei sposata e hai figli, perché al colloquio tecnico potrebbe nuocermi. Ma scusa, mi assumi per le mie capacità oppure in base alla mia vita privata?
Per ridurre il divario retributivo di genere, si dovrebbe incrementare la trasparenza sui salari di partenza e la rilevanza del genere nella retribuzione dovrebbe essere ridotta. I principi di neutralità di genere per la valutazione del lavoro dovrebbero essere adoperati anche sui premi produzione.
La nozione di “parità di retribuzione per lavoro di pari valore” deve includere il concetto di “parità di retribuzione a parità di performance”.
Si suggerisce anche di avviare indagini e interviste a coloro che sostengono colloqui di lavoro su questo tipo di elementi. Inoltre dovrebbe essere cura degli stati membri avviare analisi periodiche sui fattori sopra descritti che causano disparità di trattamento.

Sulla protezione della maternità
La Commissione europea dovrebbe assicurare che ciascuno stato segua quanto prescritto dall’UE. Dovrebbe seguire da vicino i casi di discriminazione in materia di occupazione e, riguardo al loro numero, alle tipologie, e nei casi di ricorso legale. Mentre il quadro giuridico attuale negli Stati membri per lo più è in linea con le disposizioni delle direttive, le sanzioni in caso di violazioni e di disparità di trattamento differiscono significativamente. Quindi occorre intraprendere azioni per quanto riguarda il miglioramento della conoscenza dei casi di molestie/discriminazione tra i cittadini europei, in particolare in relazione alla gravidanza, al congedo di maternità, al congedo parentale, di paternità e di congedo in caso di adozione.
I sondaggi dimostrano che c’è ancora un grande lavoro informativo da compiere.

The percentage of respondents who would not know their rights in case of discrimination or harassment 2012
I sondaggi dell’Eurobarometro potrebbero essere utili per questo tipo di monitoraggi. Sempre utile è incrementare la conoscenza delle donne sui propri diritti legati alla maternità, e più in generale ai congedi parentali.
Il Parlamento europeo dovrebbe prendere in considerazione ulteriori misure per quanto riguarda il monitoraggio e la valutazione dell’impatto della direttiva sulla lotta contro la discriminazione delle lavoratrici gestanti, e dei congedi di maternità e paternità. Dovrebbe continuare a varare iniziative volte a sottolineare le lacune dei sistemi giuridici degli Stati membri, soprattutto in merito a specifiche categorie quali i lavoratori “atipici” e autonomi. Si auspica un intervento più attivo delle parti sociali in caso di comportamenti discriminatori, soprattutto in caso di ricorsi legali.
Si parla anche del compito dell’EIGE (European Institute for Gender Equality) che dovrebbe prestare maggiore attenzione all’analisi delle ragioni delle discriminazioni basate sulle differenze di genere in tema di genitorialità e di cure parentali. Dovrebbe prendere in considerazione l’impatto socio-giuridico delle singoli sanzioni sulla realtà pratica delle discriminazioni di genere in un contesto più ampio. Si suggerisce l’implementazione di un database di buone pratiche nel campo della lotta contro le discriminazioni di genere sul posto di lavoro.

Per concludere
I progressi nella riduzione del divario retributivo di genere sono ancora estremamente lenti. Il divario di genere sulle pensioni tende addirittura ad aumentare (soprattutto nel caso di carriere lavorative non continuative o che si interrompono in una età in cui è più complicato reinserirsi nel mercato del lavoro). Questo mette a rischio la giustizia sociale e di fatto rende alcune parti della società vulnerabili alla povertà.
Pertanto, le misure per garantire la parità di genere in materia di occupazione e impiego, e in particolare per ridurre il divario retributivo di genere e il divario di genere nelle pensioni, dovrebbero essere perseguite con determinazione.
Questo vale a maggior ragione dopo la valutazione d’impatto della Commissione del marzo 2014 sui costi e sui benefici delle misure per migliorare la trasparenza delle retribuzioni, che ha mostrato che alcune misure vincolanti in forma di direttive sono molto più efficaci di una semplice misura “volontaria” per la riduzione del GPG. L’altra buona notizia della valutazione d’impatto è stata che tali misure hanno anche un forte effetto positivo sull’economia nel suo complesso.
Pertanto, la raccomandazione della Commissione del marzo 2014 è stata solo un passo nella giusta direzione, ma non è riuscita a lanciare la procedura legislativa per misure più incisive.
misure. La Commissione può ancora farlo e dovrebbe farlo (http://ec.europa.eu/priorities/docs/pg_en.pdf), questo non sarebbe solo a favore della parità di genere sul posto di lavoro, ma porterebbe benefici per l’intera economia europea. Ciò sarebbe in linea con l’articolo 157 del TFUE, con le numerose risoluzioni del Parlamento europeo e con l’attuale relazione della commissione FEMM sull’applicazione della direttiva 2006/54 / CE.

Ci sono degli ottimi spunti di lavoro, soprattutto volti alla cooperazione tra le parti a più livelli, senza scartare nessun corpo intermedio, perché ogni tassello è importante per riuscire a ricucire le distanze uomo-donna nel lavoro e non solo. Bisogna monitorare costantemente il panorama nazionale, lavorare a livello culturale per rimuovere stereotipi e abitudini nocive. Io continuo a non mollare e a chiedere che il nostro Paese reintroduca una politica seria in materia di pari opportunità e trattamento.

Ho letto questo articolo, in cui si parlava di asili aziendali e ci si chiedeva:

E’ questa quindi la strada per aiutare la genitorialità in Italia? Investimenti da parte delle aziende nella creazione di strutture che facilitino la conciliazione per i propri dipendenti. E per tutti gli altri?

La mia risposta… quando lo stato si ritira dal welfare e dai servizi, le disuguaglianze possono solo crescere.. Il “fai da te” che oggi dilaga e viene richiesto alle famiglie crea solo i presupposti di un allargamento del gender gap e di una più ampia disuguaglianza tra le persone. Non possiamo affidare il benessere e la felicità al caso, alla fortuna, al censo, alla lungimiranza imprenditoriale, in sintesi a fattori esterni. Le politiche di condivisione e conciliazione non possono essere pratiche a singhiozzo, frutto del caso, ma devono essere parte di un programma organico in cui tutti gli attori devono fare la propria parte, stato in primis.

In questo quadro proiettato al futuro, mi piacerebbe che ci si interrogasse maggiormente sulle politiche per aiutare le donne a reinserirsi nel mercato del lavoro dopo una pausa forzata o volontaria, perché come sappiamo dopo una certa età (forse prima degli uomini) diventiamo poco appetibili e facciamo fatica a trovare un impiego. Occorre varare politiche che sostengono non solo i giovani, ma anche chi ha superato i 40/50 anni, perché l’assenza di misure e di incentivi per queste forme di ri-occupazione comportano gravi conseguenze per la vita delle donne e non solo. Ida, la mia amica “vicina di blog” 😉 , me ne parlava qualche giorno fa in un commento. Sì, Ida, si pensa sempre che in qualche modo ce la caveremo, perché a qualsiasi età, se precarie o disoccupate, ci consigliano sempre la stessa cosa, di affidarci a un uomo che possa provvedere per noi. E così, con una pacca sulle spalle ci invitano a barcamenarci, fino alla pensione, se mai arriverà, tanto sarà sicuramente peggio. Una politica miope che di fatto ci ignora, al massimo ci concede qualche zuccherino come si fa con gli animali che devono tirare i carretti o l’aratro. La condizione della donna resta sempre quella, dobbiamo mettere al mondo figli, far girare l’economia, sacrificarci e poi magari avere un bel calcio nel sedere quando meno ce lo aspettiamo. Preferibilmente, dobbiamo scegliere di restare in silenzio, per non disturbare il naturale ordine delle cose. Ma come avrete capito, non è mia abitudine.

2 commenti »

#RodriguesReport

Io continuo a guardare all’Unione Europea con enorme speranza. Oggi è stata approvata la risoluzione dell’eurodeputata Liliana Rodrigues “Sull’emancipazione delle ragazze attraverso l’istruzione nell’UE”.

Lo avevo scritto in questo post quanto fosse fondamentale studiare, leggere, avere un’istruzione che permetta di superare stereotipi, cultura sessista, ruoli di genere, segregazione di genere nello studio e nelle professioni, pregiudizi e discriminazioni. Penso che siano passi importanti, suggerimenti da recepire al più presto e da mettere in pratica con impegno e coraggio. Non si può più rimandare.

La relazione propone azioni volte a garantire che tutti i sistemi scolastici nazionali promuovano la parità di genere, incrementando le competenze delle ragazze, per poter migliorare il loro sviluppo personale e professionale.

Vi traduco il comunicato della European Women’s Lobby:

In dettaglio questo documento chiede agli Stati membri di attuare misure educative volte a:

  • Combattere gli stereotipi di genere (veicolati dai media, dalla pubblicità, sui libri di testo ecc.) che spesso hanno impatto sull’immagine che hanno di sé ragazze e ragazzi, sulla salute, sull’acquisizione di competenze, sull’integrazione sociale e sulla vita professionale;
  • Incoraggiare le ragazze e i ragazzi ad avere un interesse uguale in tutte le materie, al di là di stereotipi di genere nell’orientamento professionale e attitudinale;
  • Insegnare l’uguaglianza, la dignità umana e l’autostima per incoraggiare il processo decisionale autonomo e informato per bambine e bambini;
  • Educare ragazzi e ragazze sulla sessualità e sulle relazioni con una base di diritti, sensibile al genere, adatti all’età dei bambini e con una selezione scientificamente accurata dei testi per aiutarli a fare scelte informate e per ridurre le gravidanze indesiderate, la mortalità materna e infantile e le malattie sessualmente trasmissibili;
  • Promuovere la consapevolezza e il controllo del proprio corpo di donne e ragazze;
  • Affrontare omofobia, transfobia e bullismo e aiutare a combattere le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e identità di genere e di espressione.

Alcune associazioni reazionarie, come la francese “la manif pour tous” hanno invitato gli eurodeputati a respingere la relazione, con il falso pretesto che l’istruzione è di competenza esclusiva dei genitori e degli Stati membri dell’UE. Va ricordato che l’Unione europea è impegnata a contribuire allo sviluppo di un’istruzione di qualità in Europa sostenendo e integrando le azioni  degli Stati membri in questo settore (articolo 165 TFUE) e anche sulla base del suo storico impegno in politiche in materia di parità di genere.

Molte organizzazioni hanno firmato questo appello: http://www.womenlobby.org/spip.php?article7286&lang=en

Assicurare che tutte le ragazze abbiano accesso all’istruzione non basta: l’istruzione pubblica deve anche aiutarli a diventare cittadini autonomi che godano pienamente dei loro diritti sociali, economici, culturali e politici. L’istruzione deve essere uno strumento che aiuta in modo efficace le ragazze e i ragazzi a scegliere la carriera che desiderano e scelgono liberamente, sia per quanto riguarda la loro vita personale e sessuale.

Da noi, se ne parla nella nuova riforma scolastica (LEGGE 13 luglio 2015, n. 107 art. 16), ma occorre capire chi e come è in grado di fornire questo tipo di educazione. Certamente non si può improvvisare e devono essere previsti percorsi dedicati e ben strutturati. Iniziamo sin dai primi anni scolastici a cambiare cultura e a combattere le discriminazioni.

1 Commento »

Chi è responsabile delle violenza contro le donne migranti?

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

 

Come le disuguaglianze di genere e i rapporti di potere tra uomini e donne si aggravano nel corso delle migrazioni. Jane Freedman* traccia una analisi lucida che ci aiuta a comprendere i fattori che peggiorano le condizioni di queste donne e di quanto sia pericolosa la normalizzazione della violenza a cui sono sottoposte.

 

 

I leader dell’UE si sono affrettati a dare la colpa dell’attuale crisi migratoria ai contrabbandieri/trafficanti, e sono stati messi in atto piani per cercare di rompere le reti di contrabbando/traffico che presumibilmente minacciano la sicurezza dei migranti. Tuttavia, esaminando da vicino l’esperienza dei migranti risulta evidente che le politiche sempre più restrittive dell’UE di controllo delle migrazioni costituiscono una delle principali fonti di insicurezza. L’eliminazione di vie legali per emigrare, costringono i migranti ad affidarsi a contrabbandieri e a tentare sempre più spesso percorsi tortuosi per raggiungere l’Europa. Queste incertezze possono essere particolarmente gravi per le donne migranti, in quanto i rapporti di potere in base al genere creano differenti forme di violenza e di vulnerabilità per le donne.
Questi rapporti di potere spesso sfociano in varie forme di violenza, i cui responsabili includono i compagni dei migranti (in alcuni casi membri della famiglia della donna o compagni di viaggio), trafficanti/contrabbandieri, la polizia e gli agenti statali. Queste molteplici forme di violenza sono il risultato delle disuguaglianze di genere che possono già preesistere, ma che sono ingrandite e rafforzate durante la migrazione. Le politiche che tentano di limitare la migrazione fanno poco o nulla per controllare questa violenza e in molti casi vi contribuiscono direttamente o la intensificano.
Ricerche in varie zone del mondo hanno evidenziato l’interconnessione tra genere, migrazione, violenza e insicurezza. I diversi pull e push factors, le prassi di controllo delle migrazioni, così come le condizioni economico-sociali presenti nei Paesi d’origine, di transito e di destinazione crea vari tipi di insicurezza e violenza per uomini e donne. Questa variante dipende in gran parte dalle posizioni sociali ed economiche dei diversi attori e dalle relazioni di potere che esistono tra di loro. La divisione sessuale del lavoro sia nei Paesi di origine che di destinazione, la presenza o l’assenza di restrizioni spaziali dello spazio pubblico e della mobilità per le donne, e gli effetti di una economia capitalista riorganizzata e globalizzata sono tutti fattori che contribuiscono a spiegare le variabili di genere nella migrazione. In cima a questi problemi specifici della posizione, le disuguaglianze di genere nella distribuzione della ricchezza tra i sessi sono un fattore globale che spinge molte donne a migrare al fine di garantire la sopravvivenza per sé e per le loro famiglie.
L’insicurezza economica è spesso associata ad altre forme di insicurezza, comprese le forme di violenza di genere. Alcune donne emigrano per sfuggire alla minaccia di un matrimonio forzato o alle mutilazioni genitali femminili, mentre altri sono vittime di violenza domestica, violenza sessuale o stupro, o della persecuzione a causa della loro orientamento sessuale. La prevalenza della violenza sessuale contro le donne è fin troppo evidente nei vari conflitti in atto in tutto il mondo di oggi, che danno alle donne un motivo in più per cercare di lasciare i loro paesi d’origine. Tutti questi fattori, così come molti altri, influenzano la decisione di una donna quando contempla o meno l’idea di lasciare il suo paese e per la relativa sicurezza rappresentata dall’Europa.

Le forme di persecuzione di genere, come ad esempio la minaccia di matrimonio forzato o le mutilazioni genitali femminili, o la violenza sessuale durante la guerra, sono state riconosciute dalla agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e rientrano nel campo di applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951. Le donne in fuga da tali forme di persecuzione dovrebbero quindi poter beneficiare della protezione dei rifugiati, ma nonostante i membri dell’UE abbiano visto un aumento di richiedenti asilo sulla base di persecuzione legate al genere, molti migranti donne quando arrivano sono ancora all’oscuro della possibilità di una richiesta di asilo. Questo può essere attribuito ad un non riconoscimento più generale della violenza di genere, che è spesso normalizzato come parte di un regime patriarcale e interiorizzato dalle sue vittime. Le autorità politiche e le organizzazioni internazionali presenti nei Paesi di transito e di destinazione non riescono neanche a fornire informazioni adeguate a queste donne sui loro diritti a chiedere asilo. Inoltre, anche quelle donne che riescono a presentare domanda di asilo sulla base di persecuzioni legate al genere devono affrontare grandi ostacoli quando devono dimostrare la credibilità della loro domanda.
La violenza è una caratteristica dei viaggi delle donne tanto quanto lo è in qualità di causa delle migrazioni, come la decisione di una donna di affrontare uno spazio pubblico per poter migrare è spesso letta da altri come un ‘invito’ ad avere rapporti sessuali. La frequenza con cui si verificano tali (in)comprensioni ha, per molti versi, “normalizzato la violenza sessuale che si verifica nei confronti di migranti donne – per molti è diventato solo una “parte del viaggio”. Il tentativo di difendersi da questo, viaggiando con un partner di sesso maschile, non significa necessariamente garantirsi una sicurezza perché egli stesso si potrebbe rivelare una fonte di violenza o sfruttamento. Nei casi in cui ciò si verifica, molte donne si sentono in dovere di stare con i loro aguzzini per paura di subire qualcosa di peggiore, viaggiando da sole.
Anche i contrabbandieri che acquistano sesso sono diventati la norma. A volte questo è consensuale, quando le donne che non hanno soldi a sufficienza, decidono di scambiare rapporti sessuali per poter raggiungere l’Europa, ma spesso sono costrette. Molte donne sembrano accettare la possibilità di essere costrette a subire rapporti con contrabbandieri, compagni o guardie di frontiera, al fine di sopravvivere e di raggiungerela loro destinazione, come se fosse una parte inevitabile dei loro viaggi. La violenza della polizia contro le donne migranti è stata documentata in Marocco, Libia, così come in centri di detenzione negli stati dell’UE. La criminalizzazione dei migranti e l’attuale intensità con cui l’UE cerca di ostacolare la migrazione verso l’Europa hanno legittimato tale violenza sia nei Paesi di transito che in Europa.
Le cause delle migrazioni delle donne sono complesse e coinvolgono fattori relativi alle insicurezze economiche, fisiche e sociali. Queste cause di migrazione è improbabile che scompaiano nel prossimo futuro. Parlare di queste insicurezze di genere in tema di migrazione non implica in alcun modo che le donne coinvolte siano semplici “vittime”, dal momento che hanno chiaramente sviluppato molte strategie per affrontare le insicurezze che si trovano a sperimentare. Tuttavia, queste strategie di sopravvivenza non devono essere viste come alternative alle azioni messe in campo dagli stati e dalle organizzazioni internazionali per difendere i diritti di queste donne. Nel lungo periodo, l’unico modo per migliorare la sicurezza di queste donne è di mettere in atto un vero e proprio impegno per fornire percorsi sicuri e legali per la migrazione e / o per ricorrere alla richiesta di asilo.

 

*Jane Freedman is a Professor at the Université Paris 8, and member of the Centre de recherches sociologiques et politiques de Paris (CRESPPA). She has researched and published widely on gender and migration.

Articolo originale: https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/jane-freedman/who%E2%80%99s-responsible-for-violence-against-migrant-women

Lascia un commento »

Un primo passo

rete rete

 

Ho esultato, non mi sembrava vero che la risoluzione Tarabella fosse passata, con dei numeri importanti a suo sostegno.

 

Poi leggo questo tweet di Silvia Costa. Conosciamo la sua astensione su Estrela. Questa volta ha votato a favore. Ma c’era un motivo. Con la collaborazione preziosissima di Maddalena Robustelli, compagna tenace su questo tema, abbiamo ricostruito il puzzle.

silvia costa

 

l’emendamento in questione di cui parla Costa dovrebbe essere questo:

emend

 

Comprendete la sostanza? L’approvazione è solo un piccolo passo. Vi è l’affermazione di un diritto, è stato riconosciuto il diritto “che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”, ma ogni Paese continua a fare da sé. Rimane il principio di sussidiarietà, come da emendamento PPE. Quindi il rischio è che ci siano ancora trattamenti diversi per le donne europee. Un diritto a due corsie. La conferma anche da Elly Schlein:

 

soluzione

 

 

Ancora Elly Schlein su FB: “purtroppo è passato questo emendamento che ci tiene a rimarcare il ben noto principio di sussidiarietà in questa materia. ma dice anche che l’UE può ben incoraggiare le buone pratiche degli Stati membri. l’importante è che l’intera relazione sia passata, compreso il paragrafo 45 cruciale sul l’accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

 

Ogni Stato resterà sovrano in materia, finché dall’UE non arriveranno risoluzioni più significative e mirate, per indirizzare gli Stati in modo più stringente. In pratica, oggi vi diamo il contentino, qualche briciola, poi si vedrà. Intanto si crea un diritto a due corsie.

Patrizia Toia il 4 marzo sosteneva qui:

“La capodelegazione Patrizia Toia ha idee chiare e concilianti. “E’ una buona risoluzione che afferma principi importanti – ammette – Però la frase sull’aborto poteva essere scritta meglio”. Il suo suggerimento è di aggiungere all’”accesso agevole” qualcosa come “nei paesi dove esso è legale”. Così, sottolinea, non si dà l’impressione di imporre qualcosa a qualcuno.

Nei fatti è andata esattamente come era stato programmato.

L’UE sceglie di consentire che al suo interno coesistano differenti modulazioni dello stesso diritto.

L’obiettivo doveva essere una tutela uguale per tutte le cittadine europee. Dispiace che l’emendamento del PPE abbia di fatto svuotato l’intento originario del messaggio contenuto nei paragrafi 44-45-46. La risoluzione, pur non essendo vincolante, doveva prendere una posizione ferma, chiara a difesa della salute e dei diritti di tutte le donne. Il vero e significativo segnale di un cambiamento nella sostanza doveva essere questo. La battaglia sul tema che dovrebbe partire dai territori nazionali è fragile, azzoppata da tanti fattori, soprattutto se anche a livello europeo non si riesce a sancire l’uguaglianza dei diritti. Le donne non sono cittadine di serie B. Ricordiamoci Olympe de Gouges. Quello stesso spirito dovrebbe muoverci e non soluzioni di compromesso che ci fanno restare fermi. Sull’economia si restringe la nostra sovranità, ma sulla salute e sui diritti delle donne non si muove uno spillo, si continua a permettere che vengano schiacciati.

C’è molta strada da compiere.. Uniamoci e proseguiamo affinché non ci siano donne di serie A e di serie B. Per tutte lo stesso diritto, le stesse tutele e garanzie!

 

 

QUI il comunicato ufficiale sull’approvazione della risoluzione Tarabella.

Qui come hanno votato su ciascun comma.

+ a favore

– contro

0 astenuto

 

QUI  la grafica del voto su VoteWatch Europe

 

Per la versione finale del testo, dovremo attendere, dovrebbe essere pubblicata su www.europarl.eu

 

La dichiarazione di Elena Gentile (PD) sul suo profilo FB:

“Ho apprezzato e condiviso l`impianto culturale della relazione TARABELLA.
Pesa e non poco nel dibattito un’approccio francamente ideologico che ci allontana dal cuore della discussione. Il livello di civiltà si misura con la esigibilità dei diritti ma soprattutto con la declinazione di questi a favore delle persone più fragili ed ovviamente delle donne. Il cuore dunque della nostra discussione non può non avere un profilo politico capace di superare ogni fondamentalismo in una visione laica dei temi in questione. Sforziamoci dunque di declinare le nostre politiche a sostegno dei diritti civili ed umani. Riconosciamo alle donne il diritto di vivere liberamente la loro sessualità, senza pregiudizi, anche quando sono di fronte alla scelta di rinunciare ad una gravidanza e quando chiedono di poter rendere esigibile il diritto ad una maternità negata o quando chiedono di far nascere dove e come desiderano il loro bambino. La libertà è il tema del nostro confronto. Liberare le donne significa ancora creare le condizioni per consentire loro di valorizzare lo straordinario capitale di cui sono portatrici anche in una idea di lavoro emancipato e conciliato che genera ricchezza e non povertà.
Se l’ambizione politica di questo parlamento è far crescere l’europa dei cittadini e delle cittadine non ci resta che lavorare insieme per raggiungere questo risultato”.

 

Nel frattempo, in serata, arrivano:

il post di Marina Terragni.

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/03/10/aborto-europa-giusto-un-passetto-avanti/

 

E quello di Nadia Somma.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/10/aborto-approvata-la-mozione-tarabella-ma-ogni-stato-garantira-laccesso-che-vuole/1494449/

6 commenti »

Dopo Estrela, Tarabella

abortion_rights_150105

 

Ci riproviamo. Ricordate tutti la relazione Estrela e come andò a finire. Ne ho scritto anche su questo blog (qui). Oggi, si cerca di superare nuovamente le barriere confessionali e si tenta di ottenere una dichiarazione/posizione unitaria e precisa da parte dell’UE, in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Finora ha prevalso la sussidiarietà e ogni paese ha fatto quel che voleva, sulla pelle delle donne. Oggi, più che mai, occorre ribadire il diritto alla scelta di ciascuna donna. Conoscete bene com’è la situazione in Italia, tra maree di obiettori e una legge, la 194, sotto un quotidiano attacco, la cui applicazione è sempre più incerta e difficile.
Nel silenzio generale dei media “laici” nostrani, salvo questo bel pezzo di Maddalena Robustelli uscito su Noi Donne che vi invito a leggere, e la nutrita stampa dei prolife che se ne è occupata (vedi anche la raccolta delle 50.000 firme), lo scorso 20 gennaio la relazione dell’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella è stata approvata dalla Commissione Diritti della Donna e Uguaglianza di Gender della Unione Europea con 24 voti a favore, 9 contro e 2 astenuti. Ora, entro il mese, la relazione verrà portata alla discussione dell’Assemblea plenaria del Parlamento Europeo.

Il testo era incentrato principalmente sulle proposte per l’introduzione di un congedo di paternità retribuito di un minimo di dieci giorni lavorativi e il riconoscimento dei diritti delle donne sull’aborto e la contraccezione.
A tal proposito il prossimo 5 febbraio il gruppo S&D terrà una conferenza congiunta presso il Parlamento Europeo di Bruxelles con i Liberali (ALDE), i Verdi e il Gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE-NGL) sul diritto all’aborto: #ALLofUS (Qui maggiori informazioni).

Il diritto all’aborto potrebbe entrare tra le risoluzioni dell’Unione Europea. Ce lo auguriamo!

Si legge, al punto 14 del report dello stesso Tarabella del 12 novembre 2014, “on equality between women and men in the European Union – 2013”:

“Maintains that women must have control over their sexual and reproductive rights, not least by having ready access to contraception and abortion; accordingly supports measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters”.

 

A margine dell’approvazione Marc Tarabella ha detto:

“Nella società moderna, ritengo che sia cruciale permettere a tutti i padri di esercitare il proprio diritto a conciliare la vita professionale con quella privata, garantendo loro il congedo di paternità. Per questi padri significa passare più tempo con il figlio appena nato. Un quarto dei paesi dell’Unione europea non prevede alcuna misura in tal senso. Eppure è un prerequisito per la garanzia dell’uguaglianza di genere.
“Allo stesso modo, ogni donna ha piena libertà sul proprio corpo. Pertanto, le donne devono avere accesso facile alla contraccezione e all’aborto. Sarebbe inaccettabile regredire su questo diritto che le donne hanno conquistato battendosi con veemenza”.
L’eurodeputato ha concluso:
“La riluttanza rimane. Sono fiero di avere ottenuto la maggioranza oggi su queste due questioni fondamentali all’interno della commissione sulle donne. Spero che saremo in grado di confermare i risultati al voto finale in sessione plenaria a marzo; faccio appello a tutti i progressisti di questa assemblea. Ce ne sono molti. La settimana scorsa, la maggioranza degli eurodeputati ha chiesto alla Commissione di non ritirare la direttiva sul congedo di maternità durante il voto sulla risoluzione dei Socialisti e democratici sul programma di lavoro della Commissione per il 2015. Mi sento ottimista sulla possibilità che promuoveranno di nuovo a marzo l’uguaglianza di genere.”
Marie Arena, eurodeputata socialista e portavoce della commissione sui Diritti delle donne e l’uguaglianza di genere per il gruppo S&D, ha aggiunto:
“Parlando in generale, la situazione non è migliorata nel 2014. Le donne sono più colpite degli uomini dalla crisi economica e sociale. Il 22% delle donne più anziane rischia di cadere in povertà, rispetto al 16.3% degli uomini.”
Marie Arena ha concluso:
“Il divario salariale tra uomini e donne rimane alto, approssimativamente al 16,4%. Solo il 63% delle donne ha un lavoro, sebbene l’obiettivo per il tasso di occupazione delle donne nel 2020 sia stato fissato al 75%.
“Al tasso attuale, dovremmo aspettare il 2038 per raggiungere l’obiettivo e il 2084 perché la parità salariale diventi realtà. Inutile dirlo, c’è ancora molto lavoro da fare.“

 

Da noi, se ne parla poco, perché è un argomento scomodo a livello politico: l’aborto e le tematiche relative alla salute della donna in generale, sono quasi un tabù, qualcosa da lasciare tra le mura dei discorsi tra donne. E invece, no! Deve aprirsi un dibattito pubblico, i decisori politici devono esprimersi chiaramente, ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità. Fa comodo dirsi laici e difensori dei diritti civili, ma quando c’è da dare risposte precise e concrete ci si maschera e si glissa abbondantemente. A destra, come a sinistra. I diritti delle donne sono diritti di serie B? Facile scaricare tutto sulle donne. Non fa bene alla carriera politica sostenere le donne? Posizioni chiare sono rare e costano troppo care, politicamente parlando. Nessun contesto sembra pronto per affrontare seriamente le questioni di una 194 sempre più disapplicata e della situazione in cui versa la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Italia.

Vi suggerisco questo post di Eleonora Cirant a margine del tavolo sui diritti civili presso Human Factor.

Questo il mio commento e la mia opinione:
Le tue domande erano legittime, pertinenti e fondamentali. Sono anche certa della passione e della competenza con cui hai argomentato sul tema. Il contesto molto probabilmente non era quello adatto per accogliere nel modo giusto le tue sollecitazioni. Mi chiederai se esiste un contesto adatto. Sono rari e solitamente i consessi molto partecipati non garantiscono la giusta concentrazione. Patetico è un certo modo di fare politica. E quella occasione mi ha dato tanto di “passerella” per dire le solite cose, farsi foto, non approdare a granché. Sulla 194 manca una sensibilità diffusa e permanente. Così sui diritti alla salute della donna in generale. Si lascia che sia e salvo qualche importante occasione, restano temi marginali, di nicchia. Che dire della Puglia? Da barese di nascita, anche se non vivo a Bari da circa 10 anni, ti posso dire che la situazione è abbastanza disastrosa. Ho ancora la mia famiglia lì e quando torno annuso l’aria che tira. La situazione era critica quando ero adolescente, oggi i problemi si sono acuiti. In ambito sanitario poi non ne parliamo. Anche io sono stata una entusiasta sostenitrice di Nichi all’inizio della sua esperienza di governatore in Puglia. Oggi ne vedo i limiti. Dichiarare che i problemi ci sono, esistono presuppone un coraggio e una onestà politiche estremamente rare. Ci piacerebbe un altro modo di fare politica e che non ci venga continuamente ripetuto il mantra del compromesso. Ormai l’unica regola è il compromesso, che vuole semplicemente dire che le cose si fanno solo se conviene.

Io mi aspetto risposte chiare, non comizi generici autocelebrativi. Le donne hanno bisogno di risposte serie. Per me fare politica è questo. I diritti delle persone non possono essere strumentalizzati o ignorati a seconda della convenienza personale. Chiediamo RISPETTO!!!!!!!! Non accettiamo ulteriori atti di sabotaggio alla nostra salute. Facciamo rumore, facciamoci sentire!

 

Vi suggerisco questo articolo di Tiziana Bartolini, pubblicato su Noi Donne, sulla proposta della Laiga di creare una rete nazionale, per l’applicazione della legge 194 e per contrastare l’alto numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche.

 

AGGIORNAMENTI

Se desiderate e sostenete la causa, firmate la petizione lanciata da Laiga e Associazione Vita di Donna Onlus qui.

 

05.02.2015 – ALL OF US – MOBILISING FOR ABORTION RIGHTS

Stamattina si è svolta la conferenza ‪#‎AllOfUs‬ sul tema dell’aborto.

Qui la dichiarazione:

ALL_of_US_Joint_declaration

 

Osservate bene le firme… Dove sono i nostri rappresentanti? Chi ci rappresenta su questi temi in Europa? Attendo risposte. Grazie in anticipo.

2 commenti »

Non li conto più

oro

Non conto più i casi in cui si sta cercando deliberatamente di attaccare la salute delle donne e la libertà di autodeterminazione. Con un’audizione pubblica, il 10 aprile sono state presentate a Bruxelles le firme raccolte nei 28 paesi membri per la campagna Uno di noi, che fa riferimento al Movimento per la Vita.
Si chiede all’UE di non sostenere più, né a livello politico né a livello economico, le attività che potrebbero compromettere gli embrioni umani, la ricerca sulle cellule staminali embrionali e i servizi di aborto sicuro erogati dalle ONG nei Paesi in via di sviluppo. Obiettivo primario è il riconoscimento giuridico dell’embrione umano, che equivarrebbe a sancire il diritto “alla vita e dell’integrità” sin dal concepimento.
Il parlamento europeo dovrebbe esprimersi entro il 28 maggio. L’Italia ha garantito la maggior parte delle firme della petizione.
Per i dettagli vi suggerisco questo articolo di Cecilia M. Calamani.
Ma veniamo al cuore di tutto: 120 milioni di dollari ogni anno, questa la cifra annuale che l’UE elargisce alle ONG per la protezione della salute riproduttiva delle donne. Ho come la sensazione che in ballo ci siano altri obiettivi, altre questioni, che vanno ben oltre l’etica e il suolo comunitario. Si tratta, ipotizzo, di chiudere i cordoni della borsa per tutti i programmi rivolti all’aiuto e alla tutela degli ultimi, delle comunità più povere, in cui la maternità spesso coincide con la morte? La Laiga sostiene che in questi Paesi muoiono quasi 800 donne al giorno per problemi legati alla gravidanza o al parto. Vorrei capire se questo coincide con la tutela della vita. Insomma, alla fine si tratta quasi sempre di creare una voragine tra ricchi e poveri, non importa dove essi siano. Con buona pace della fratellanza e della solidarietà tra i popoli.

Ne parla anche Womenareurope qui.

 

AGGIORNAMENTO DEL 29.05.2014

Good news: Bruxelles respinge petizione per la tutela degli embrioni. Ue non darà seguito a richiesta dell’iniziativa ‘Uno di noi’.

Lascia un commento »

Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

Lascia un commento »

Locomotive a più velocità

Il prossimo 17 marzo Renzi sarà ricevuto dalla Merkel, non sarà una visita semplice, ma ci sono delle novità sul versante tedesco, che potrebbero ammorbidire la Cancelliera di ferro.

Un documento interno del governo tedesco, pubblicato in esclusiva dalla Süddeutsche Zeitung, per la prima volta riconosce che il surplus di export fatto registrare dalla Germania negli ultimi anni ha danneggiato la stabilità dell’Eurozona. “Un’eccessiva e duratura diseguaglianza dei bilanci commerciali fra i singoli Stati europei costituisce un danno per la stabilità dell’Eurozona”. Finora solo i paesi colpiti dalla crisi, come Italia, Portogallo, Spagna, Francia ma anche gli USA avevano sostenuto che i surplus eccessivi conseguiti da un solo paese producono inevitabilmente indebitamenti rilevanti in altri paesi. La Merkel aveva sinora respinto qualsiasi richiesta di “imbrigliare la locomotiva produttiva tedesca”, indicando come motivi del successo l’abilità dei suoi imprenditori, un costo del lavoro competitivo, la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti, la capacità di sostenere l’export. Tutte queste considerazioni hanno creato i presupposti per le politiche di austerity finora applicate, per risanare i conti pubblici e far ripartire le economie dei Pigs. Oggi si riconosce che quelle disuguaglianze andavano tenute sotto controllo. Il rallentamento dei Brics, impone una sterzata alla Germania, se vuole continuare ad avere dei mercati di consumatori per i suoi prodotti, e tutti sappiamo che quei mercati sono principalmente europei.

La Commissione europea il 5 marzo ha invitato la Germania a varare iniziative che facciano crescere le importazioni. Bruxelles sta indagando sull’ipotesi che la Germania abbia infranto le regole europee, producendo uno squilibrio tra i paesi membri, che si realizza nel caso in cui uno Stato abbia per lungo tempo un disavanzo o un attivo superiori al 6% del PIL. La Germania ha sempre fatto finta di ignorare questo limite.

Per questo l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a cogliere l’occasione, nel caso si procedesse verso un riequilibrio dell’export tedesco.

Lascia un commento »

Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

Ucraina lingue

 

Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

Lascia un commento »

L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

Lascia un commento »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine