Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

I malanni della democrazia

democrazia

Che la democrazia non goda di ottima salute ultimamente è chiaro a tutti, ma a proposito suggerisco l’approfondimento dell’Economist, che cerco di adoperare come personale occasione di riflessione. Ho scritto questo post qualche settimana fa e ora vorrei condividerlo con voi.

Mi scuso se sarò prolissa.

La crisi ucraina è stata contraddistinta da richieste di democrazia e di un reale stato di diritto, almeno ufficialmente. Il mito della democrazia che porta con sé ricchezza, pace, benessere diffuso e possibilità di pianificare la propria vita e quella delle future generazioni, certezza del diritto e delle pene, persiste e affascina tuttora, se tante persone sono disposte ancora a lottare per questo obiettivo. Ma le cose non sono così e non sempre i risultati sono immediati e si giunge necessariamente a un modello migliore. Questa è solo la patina, perché spesso il nuovo non è meglio del vecchio governo. Non dimentichiamoci che la rivoluzione arancione aveva già mandato a casa Janukovic, tornato in auge nel 2010 dopo il fallimento dei governi post rivoluzione. L’opposizione spesso stenta a realizzare un progetto di cambiamento reale ed efficace, come accade nella stragrande maggioranza delle ultime rivoluzioni.

Qualcosa è cambiato rispetto alla seconda parte del secolo scorso, in cui la democrazia si è affermata ed è attecchita bene anche in contesti difficili e a pezzi come la Germania, l’India e il Sud Africa. Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Grecia. Il fenomeno è continuato soprattutto dopo la caduta dell’URSS.

Nel 2000 si segnava il trionfo della democrazia:
“Representatives of more than 100 countries gathered at the World Forum on Democracy in Warsaw that year to proclaim that “the will of the people” was “the basis of the authority of government”. A report issued by America’s State Department declared that having seen off “failed experiments” with authoritarian and totalitarian forms of government, “it seems that now, at long last, democracy is triumphant.”

In realtà, con l’arrivo del nuovo secolo, questo processo democratico sembra aver subito un arresto, se non un arretramento: non solo per una conversione autoritaria, ma anche perché, in alcuni casi, nonostante ci siano libere elezioni, diritti e istituzioni sono solo una crosta superficiale di mera facciata. Il modello democratico, aggiungerei occidentale, ha perso lo slancio vitale e si è dimostrato non sempre esportabile, nonostante qualcuno continui a pensarla diversamente. Perché a mio avviso è questo l’errore di fondo: voler esportare un modello dappertutto senza considerare le peculiarità di ciascun paese.

Nel saggio dell’Economist si suggeriscono alcune piste: la crisi finanziaria 2007-2008, che ha dimostrato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, incrinando la fiducia nei confronti del modello democratico e l’ascesa della Cina. L’erogazione di diritti e prestazioni ha gonfiato il debito pubblico, gli stati si sono illusi di riuscire a tenere sotto controllo i cicli economici e il rischio. In Italia abbiamo semplicemente applicato a dismisura il clientelismo sfrenato. Il salvataggio delle banche da un lato e i tagli al welfare dall’altro, hanno incrinato fortemente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Il modello di sviluppo cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Il rigido controllo da parte del Partito sembra più efficiente dei metodi democratici occidentali. Sinora gran parte dei cinesi ha preferito avere meno libertà, in cambio di una crescita costante. La Cina offre un’alternativa (anche se non priva di grosse crepe):

“Wang Jisi, also of Beijing University, has observed that “many developing countries that have introduced Western values and political systems are experiencing disorder and chaos” and that China offers an alternative model. Countries from Africa (Rwanda) to the Middle East (Dubai) to South-East Asia (Vietnam) are taking this advice seriously”.

I sintomi di una crisi del modello democratico occidentale sono stati la mancata democratizzazione dell’ex URSS, l’Iraq e l’Egitto.

“All this has demonstrated that building the institutions needed to sustain democracy is very slow work indeed, and has dispelled the once-popular notion that democracy will blossom rapidly and spontaneously once the seed is planted. Although democracy may be a “universal aspiration”, as Mr Bush and Tony Blair insisted, it is a culturally rooted practice. Western countries almost all extended the right to vote long after the establishment of sophisticated political systems, with powerful civil services and entrenched constitutional rights, in societies that cherished the notions of individual rights and independent judiciaries”.

Come dicevo prima, la democrazia, magari sarà un’aspirazione universale, ma deve essere radicata o quanto meno introiettata nella cultura di un paese. Altrimenti non è detto che fiorisca e ci si adatti secondo i modelli ideali occidentali. Non è detto che queste caratteristiche vadano a pennello per tutti i popoli della terra e soddisfino le loro aspirazioni.
Anche l’UE non ha sempre dimostrato di applicare le regole democratiche, prendendo decisioni con modalità elitarie.

“The decision to introduce the euro in 1999 was taken largely by technocrats; only two countries, Denmark and Sweden, held referendums on the matter (both said no). Efforts to win popular approval for the Lisbon Treaty, which consolidated power in Brussels, were abandoned when people started voting the wrong way. During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. The European Parliament, an unsuccessful attempt to fix Europe’s democratic deficit, is both ignored and despised. The EU has become a breeding ground for populist parties, such as Geert Wilders’s Party for Freedom in the Netherlands and Marine Le Pen’s National Front in France, which claim to defend ordinary people against an arrogant and incompetent elite. Greece’s Golden Dawn is testing how far democracies can tolerate Nazi-style parties. A project designed to tame the beast of European populism is instead poking it back into life”.

Sono cambiati i rapporti di forza: la democrazia si è espressa attraverso gli stati-nazione e i parlamenti, eletti dal popolo. Oggi il meccanismo è sotto pressione a causa della globalizzazione che agisce non solo a livello di rapporti economici, ma a livello di equilibri che diventano sovranazionali. Inoltre, con la crisi tornano a farsi sentire spinte separatiste (Scozia, Catalogna), che nella chiusura pensano di rispondere meglio ai contraccolpi globali.

Le tesi di Platone sembrano avverarsi:

“Plato’s great worry about democracy, that citizens would “live from day to day, indulging the pleasure of the moment”, has proved prescient. Democratic governments got into the habit of running big structural deficits as a matter of course, borrowing to give voters what they wanted in the short term, while neglecting long-term investment. France and Italy have not balanced their budgets for more than 30 years. The financial crisis starkly exposed the unsustainability of such debt-financed democracy”.

Siamo chiamati in causa, esattamente per il clientelismo di cui parlavo. La crisi finanziaria ha svelato l’insostenibilità di una democrazia fondata sul debito e aggiungerei di un rapporto democratico cittadini-rappresentanti falsato dalle convenienze personali.
Convincere gli elettori che è necessario adattarsi a una fase di austerity non è popolare. Le risorse sono poche ed è certo che ci saranno dei conflitti per “accaparrarsi” la propria fetta di torta. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione occidentale e dall’inevitabile scontro tra passato e presente, tra diritti acquisiti e investimenti per il futuro.
Per non parlare di una conclamata disaffezione alla politica, del fatto che la militanza politica è in declino, così come cresce l’astensione. Questi fenomeni non lasciano ben sperare per le nostre strutture democratiche.
Tornano utili i suggerimenti dei padri della democrazia moderna.
Alexis de Tocqueville sosteneva:

“Being able to install alternative leaders offering alternative policies makes democracies better than autocracies at finding creative solutions to problems and rising to existential challenges, though they often take a while to zigzag to the right policies. But to succeed, both fledgling and established democracies must ensure they are built on firm foundations”.

James Madison e John Stuart Mill consideravano la democrazia un meccanismo potente ma imperfetto, che doveva sì avvalersi della creatività dei cittadini, ma creando anche degli argini ad eventuali devianze. In pratica l’ingranaggio democratico andava continuamente manutenuto, calibrato e perfezionato.

“The key to a healthier democracy, in short, is a narrower state”, con un ritorno agli albori della democrazia statunitense.
La sfida sembrerebbe saper guidare le forze gemelle del globalismo e del localismo:
“The trick is to harness the twin forces of globalism and localism, rather than trying to ignore or resist them. With the right balance of these two approaches, the same forces that threaten established democracies from above, through globalisation, and below, through the rise of micro-powers, can reinforce rather than undermine democracy”.

L’intero articolo è chiaramente di matrice liberale, ma aiuta a soffermarsi su un particolare: la crisi è arrivata quando si è incrinato il rapporto stretto tra democrazia e stato liberale, tra i diritti civili e il diritto di proprietà.

 

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Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

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La nociva semplificazione analitica

La vicenda della Crimea viene vissuta in Spagna come un precedente per la questione dell’indipendenza della Catalogna, dove il 9 novembre si svolgerà un referendum a riguardo. Ne parla José Ignacio Torreblanca in un suo post.

La Spagna viene relegata ai margini del dibattito europeo, che ora si è spostato verso est. La questione catalana è un problema delicato, che non ammette soluzioni facili, ma richiede un approccio solido e serio dal punto di vista politico, intellettuale e umano. Ora però i riflettori sono puntati sulla Crimea e su come affrontare il tentativo della Russia di annettere la regione ucraina, anche qui attraverso un referendum. L’elemento centrale è che questa consultazione popolare avviene sotto l’egida russa ed è stata indotta tramite l’occupazione militare. I pericoli sono la spaccatura, la guerra civile, la destabilizzazione dell’area. Per scongiurare il peggio, oltre agli aiuti economici sarebbe auspicabile un grande accordo politico tra gli attori ucraini coinvolti, di cui si dovrebbero rendere garanti gli USA, UE e Russia; assieme all’invio degli osservatori OCSE.

Questi eventi hanno avuto una vasta eco in Spagna e come al solito, nella semplificazione imperante, nelle analisi frettolose e confezionate con l’accetta, l’idea della secessione catalana non è più così remota. In Ucraina siamo di fronte all’ennesima violazione del principio di sovranità nazionale, con ingerenze forti dall’esterno. Catalogna e Crimea sono due episodi che devono essere presi in considerazione separatamente, in quanto è impossibile assimilarli. Altre analisi sull’argomento non sarebbero d’aiuto: l’obiettivo deve essere aiutare l’Ucraina a trovare la propria strada per una convivenza pacifica e unitaria. Per il bene della pace e della sicurezza europee.

 

Aggiornamento del 20 aprile 2014:

A quanto pare il percorso del referendum catalano si è bloccato. Qui la notizia su El País.

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Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

Ucraina lingue

 

Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

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L’orrore di una guerra civile

kiev

Totale solidarietà con gli ucraini, in questo difficilissimo momento storico. Sto provando a chiedermi quali possano essere le conseguenze economico-politiche dell’evolversi della situazione: nel caso si svolgesse a favore dei manifestanti. In questi ultimi anni l’Ucraina è stata una nazione a sovranità fortemente limitata e subordinata alla Russia, a causa delle sue difficoltà economiche. Non dimentichiamo che, al contrario delle altre repubbliche ex sovietiche, l’economia ucraina non ha vissuto il boom che ci si sarebbe attesi. Questo perché pare non essere è energeticamente autosufficiente (ricordate le vicende del gas russo?). La sopravvivenza dell’economia ucraina deve molto ai prestiti che la Russia elargisce (gli ucraini erano convinti di potersi accordare con il caimano pietroburghese per sfruttarlo, ma forse hanno sottovalutato la sua ferocia e i suoi scopi reconditi). Nel caso la fazione filorussa di Yanukovich dovesse soccombere, Putin potrebbe chiudere le paratie. Il passaggio dalla sfera di influenza russa a un possibile accordo con l’UE è ricco di interrogativi. L’UE, o più realisticamente la Germania (che è il vero cuore decisionale e di potere dell’UE) è realmente in grado, in questo momento, di sostenere il peso economico dell’Ucraina (qui)? In questo scenario, quali risorse resterebbero per i Paesi mediterranei dell’UE in crisi? Infatti, il baricentro si sposterebbe verso est, relegando in periferia i Paesi che appartengono al bacino del Sud dell’Europa. La situazione potrebbe divenire ancora più grave e scevra da soluzioni semplici, nel caso in cui Putin prospettasse una “spartizione” di fatto (come fu la Cecoslovacchia) o ideale dell’Ucraina, sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Infatti, la zona orientale, con sbocco sul Mar Nero, economicamente trainante, è a maggioranza russa. L’UE si accollerebbe il resto dell’Ucraina, impegnandosi a risollevarne le sorti?

Sulla crisi ucraina pesa l’andamento della moneta nazionale hryvnia rispetto all’Euro. Ricordiamo che il 21 novembre il presidente Yanukovich aveva bocciato gli incentivi economico-commerciali proposti dell’Ue, segnando l’avvio delle manifestazioni. Il grafico che vi allego segnala l’impennata di questi ultimi giorni, che ha portato la valuta ucraina a perdere ulteriore valore rispetto all’Euro. La Banca centrale ucraina sta cercando di contenere il crollo, di recente ha annunciato che procederà all’erogazione di una seconda rata (da 2 miliardi, la prima era da 3 miliardi) del prestito da 15 miliardi di dollari concesso da Mosca a Kiev, lo scorso  dicembre. Ma ciò non è bastato a rassicurare gli investitori. Alcuni esperti prevedono che sarà necessario svalutare la hryvnia, pena l’esaurimento delle riserve della Banca centrale.

grafico-hryvvnia-euro

Aggiornamento 21.02.14, dal sito de la Repubblica: “In attesa dell’evoluzione della crisi, Mosca frena sulla seconda parte degli aiuti finanziari che dovrebbe concedere a Kiev: nessuna decisione sui 2 miliardi di dollari. E Vladmir Lukin, inviato a Kiev del presidente Vladimir Putin per mediare i colloqui tra il governo e l’opposizione, si è rifiutato di firmare il documento finale sull’accordo”.

Aggiornamento 25.02.14: http://www.internazionale.it/news/ucraina/2014/02/25/tra-russia-ed-europa/

Analisi geopolitica di Daniele Scalea

 

Analisi di Daniele Scalea sulla debolezza NATO e UE

Per seguire la crisi: qui

Per approfondimenti:

http://www.europaquotidiano.it/2014/02/19/perche-e-riesplosa-la-crisi-ucraina-la-cronologia/

http://www.geopolitica-rivista.org/25136/crisi-ucraina-intervista-al-governatore-della-regione-di-donetsk-andrej-sisatskij/

http://www.worldaffairsjournal.org/blog/alexander-j-motyl/free-donetsk

http://www.rferl.org/content/ukraine-donetsk-silence-yanukovych-protests/25193297.html

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Găgăuzia unde?

Gagauzia abiti trad2

Stiamo assistendo a una sorta di scontro sui confini ideali tra Unione Europea e ciò che fu l’URSS. Non è proprio una rivisitazione della cortina di ferro, ma è certo che la Russia sta deliberatamente cercando di rafforzare le proprie posizioni di egemonia economica, politica e culturale su quei territori dell’Europa orientale. Abbiamo in precedenza affrontato il tema, parlando dell’Ungheria e dell’Ucraina. Oggi, passiamo alla Repubblica Moldava o Moldova, che dir si voglia (questioni di geopolitica). All’interno di questa piccola realtà di circa 3 milioni di abitanti, esistono due regioni autonome: la più leggendaria Transnistria e la Găgăuzia. Quest’ultima, a statuto autonomo dal 1995, sta mostrando di recente una certa allergia al progetto della Repubblica che prevede un tentativo di avvicinamento all’UE, spalleggiato fortemente dalla Romania. La questione è molto delicata e agli occhi di noi europei, difficilmente comprensibile. Ci sono di mezzo varie componenti: una di natura culturale, in quanto i gagauzi sono una popolazione di origine turca, “russificata”, mentre la maggioranza si potrebbe assimilare ai romeni. Poi, naturalmente ci sono dei fattori economici in gioco. La frangia gagauza che si oppone all’integrazione europea ha indetto autonomamente per il prossimo 2 febbraio un referendum, per affermare il principio di autodeterminazione gagauzo nella scelta tra UE e Unione Euroasiatica (una nascente unione di alcune ex repubbliche sovietiche, che dovrebbe nascere nel 2015, sotto il manto protettivo di Putin). Fra resistenze e intoppi vari, la situazione interna non è per niente rassicurante. Certamente l’integrazione interna di questi Paesi non è mai stata affrontata seriamente, per questo permangono forti frizioni e spinte autonomiste, che a noi appaiono francamente anacronistiche, ma che sul territorio accendono gli animi. Putin da statista di stampo ottocentesco è abile nello sfruttare a seconda del proprio interesse il concetto di autodeterminazione delle minoranze, salvo poi razzolare male (vedi Georgia e Cecenia).

 

Per approfondimenti:

–          http://www.jurnal.md/ro/news/situa-ia-din-gagauzia-e-ecul-autorita-ilor-de-la-chi-inau-exper-i-1162706/

–          http://ziarulnational.md/ce-vor-gagauzii/

–          http://www.friendsofpresseurop.eu/2014/01/la-gagaouzie-pour-les-nuls.html

–          http://www.presseurop.eu/it/content/article/4356481-come-l-europa-ha-perso-l-ucraina

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