Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quando la tv produce “diseducazione di massa”


Nel flusso ininterrotto e interminabile delle forme attraverso le quali si normalizza la violenza, non vi è dubbio che la tv concorra a sfornare una consistente fetta dei produttori di “diseducazione di massa”.
Quando si tratta di far passare messaggi nocivi pur di fare audience, i reality sono al primo posto e purtroppo, avendo un buon seguito, riescono a fare danni su un gran numero di persone, specialmente giovani e giovanissimi. Non c’è filtro, non c’è controllo, nemmeno a posteriori, tutto passa e scorre come l’acqua, pur essendo spesso altamente pericoloso. Tra luci, lustrini e vip, che di importante non hanno nulla, passa veramente ogni cosa come, ad esempio, al Grande Fratello Vip, che ha già in passato dato prova di riuscire a sfornare episodi pessimi, serviti senza la capacità di fornire un freno, una stigmatizzazione, un limite. Quest’anno, è la volta di Ivan Cattaneo che ha tranquillamente formulato questo pensiero:

“Rifiutare una donna è peggio che violentarla. Perché nel secondo caso almeno si sente oggetto del desiderio”.

Abbiamo davanti una ennesima declinazione del concetto per cui “alle donne alla fine, tutto sommato, piace subire violenza”. Nessun trauma, nessuna ferita psicofisica, nessuna traccia, solo benefici a quanto pare per le donne, che restano oggetti sessuali, si badi bene, a disposizione e conseguentemente da consumare. Non è comprensibile la genesi di una frase di questo genere, indigesta, intrisa di pregiudizi, ma soprattutto tagliente, malefica e capace di reiterare la violenza, addirittura moltiplicandola.
Chi ha subito uno stupro si sente annientata sentendo quelle parole andate in onda, mentre chi lo ha commesso viene riabilitato, apparendo quasi un benefattore. In questo giro di frittata, viene servita su un piatto d’argento una porzione di puro machismo nostrano, che davvero appare talmente radicato nella mentalità da essere espresso con naturalezza e disinvoltura in ogni occasione, nella colpevole assenza di chi avrebbe potuto stigmatizzare a sufficienza e riconoscere come inaccettabili e altamente lesive certe espressioni.
Se tutto andato in onda su Mediaset Extra, che segue la diretta del programma di Canale 5, mercoledì sera intorno alle 23.30, ci pensa anche la carta stampata a peggiorare ulteriormente il livello. Difatti Il Giornale al riguardo della frase di Cattaneo si interroga: “Ma si può dire che una donna si senta oggetto del desiderio quando viene violentata?”. Ci si sente arbitri di un ipotetico confronto ideale sull’argomento, così come i giudici della trasmissione in questione. Tanto immersi nel loro preconfezionato ruolo che paventano al cantautore l’espulsione per essere rimasto nudo davanti alle telecamere in fascia protetta e poi non considerano più che sufficiente mandarlo via per quanto affermato in merito alla violenza sessuale.
Certo sappiamo quanto siamo ben lontani in certi ambiti dal dare il giusto peso e valore alle parole, visto che ognuno si sente legittimato a esprimere concetti sempre più indegni, a sdoganare e accarezzare i peggiori comportamenti, deformando la realtà, negando quanto devastante sia l’esperienza di uno stupro, sottraendo forza al lavoro di quanti da anni si impegnano per cambiare la cultura alla base della violenza. Dovremmo imparare a fare ascolti senza assecondare la cultura dello stupro.
Non possiamo voltare la testa dall’altra parte e considerare quanto avvenuto al Grande Fratello Vip parte dello show, perché questa spazzatura servita spesso e volentieri non ci permette di costruire un immaginario diverso, una società in cui la violenza sulle donne non abbia alibi e non sia qualcosa su cui costruire battute.
La violenza lascia segni indelebili, non dimentichiamolo mai. Come ammenda Mediaset dovrebbe innanzitutto chiedere scusa e poi accogliere le testimonianze delle donne che hanno subito violenza, mostrare la realtà così com’è, perché si ha come l’impressione che non la conoscano o non vogliano vederla.
Simona Sforza e Maddalena Robustelli per Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Una TV che non rispetta i vissuti di donne e bambine


Un servizio, un ennesimo servizio di Nemo, Nessuno escluso, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci perché trasmesso da una rete pubblica in prima serata. La sposa bambina descrive con dovizia di particolari i preparativi della cerimonia di Prima comunione di una bambina meridionale. Ci domandiamo da cosa nasca questo servizio e a cosa risponda? A fornire uno spaccato di quanta fragilità ci possa essere nella nostra società? A colpevolizzare una madre? A fotografare un fenomeno di costume, offrendo uno spaccato folcloristico del nostro Sud? A fare un cabaret triste e uno spettacolo morboso su di una bambina? Il tutto senza andare a monte, restando solo alla superficie delle cose che accadono e accendendo i riflettori sulle spese folli per una comunione, senza interrogarsi sulle ragioni più profonde e sul contesto da cui esse traggono origine.
Lasciando tutto alle immagini, alle frasi delle madri e agli sguardi smarriti di bambine condotte in ingranaggi che lasciano il segno, risulta evidente solo lo stigma e l’aspetto folcloristico, tagliente però più di una lama. Con il gravame preliminare di quel titolo che ci accompagna per tutto il servizio, quelle parole che insieme proprio non ci stanno: Sposa e Bambina. C’è che a queste bambine vengono sottratti orizzonti perché le stesse madri sono impossibilitate, dal contesto in cui sono cresciute e in cui vivono, a fornire strumenti diversi per costruirsi un futuro. I padri non ci sono, come sempre o sono invisibili o restano sullo sfondo.
Anni e anni di tv commerciale del biscione hanno creato un immaginario che non lascia molte alternative, come del resto fece anche Boncompagni quando si inventò le ragazze poco più che bambine di Non è la Rai. Fautori di un modello televisivo Lolita oggetto sessuale per un pubblico incapace di percepirne le conseguenze. Conseguenze che si annidano e alimentano un immaginario che, anziché essere eradicato si afferma come fonte di riscatto. L’emancipazione fatta di lustrini e paillettes diventa monodirezionale, con la conseguenza che Belen, se diviene per la madre il modello auspicabile per la figlia, per la bambina non è altro che un immagine irreale su di un poster pubblicitario, al punto da domandarsi: “Ma Belen è viva?”.
Chiedere a una bambina di 9 anni di essere più sexy davanti all’obiettivo fa venire i brividi, perché è come se si stesse cancellando la sua infanzia, il suo diritto di essere semplicemente una bambina di 9 anni, senza doverne dimostrare di più, senza occuparsi di essere come qualcun’altra. Tagliando a fette il tempo, quasi si volesse fuggire da un presente fatto di difficoltà e sacrifici e da un futuro altrettanto oneroso. E succede così che si investa in una cerimonia, come confermato dalle parole della padrona del negozio di abiti per comunione: “Abbiamo notato che i clienti sono focalizzati più sulla comunione che sul matrimonio, forse perché non c’è l’aspettativa di un futuro, preferiscono fare adesso tutto. (…) Le mamme cercano questo (ndr abito) come da grande, così le vogliono da bambine.”
Come succede ai concorsi per baby miss, molto diffusi negli USA, si assiste anche in Italia ad un’adultizzazione precoce e indotta, utilissima ad una industria della moda, della pubblicità, dello spettacolo che richiede come merce di scambio lo scempio delle vite di queste bambine. Così facendo si plasma e si replica all’infinito una cultura capace di costringere bambine e donne in gabbie utili a segregarle socialmente e culturalmente per accrescerne conseguentemente le differenze di opportunità. Le responsabilità sono di tutti coloro che a queste madri e a queste figlie non offrono alternative di vita, di pensiero, di emancipazione, ossia quel gancio in mezzo al cielo che gli consentirebbe di cambiare orizzonti e prospettive di vita. Forse in qualche caso la madre cerca il proprio riscatto sociale attraverso la figlia, quasi a volersi concedere un’altra, seppur tardiva, opportunità. Forse nemmeno si rende conto che sua figlia è ancora una bambina, solo travestita e ricostruita da adulta.
È, però, onere dei media, della scuola, della comunità d’appartenenza, di chi giudica senza capire, senza comprendere che c’è un problema e un vuoto più vasti. Se in tutta la tua vita ti viene detto che è solo attraverso la bellezza, il tuo corpo, l’ingresso nel mondo dello spettacolo, che puoi costruirti un futuro, non vedrai alternative. Non potrai immaginare altre strade, non potrai essere diversa da questo programma e da questo destino.
La vicenda descritta nasce a Napoli ma non ha confini territoriali, potrebbe spaziare ovunque se solo allargassimo lo sguardo ad ogni luogo caratterizzato da alcuna emancipazione mentale, zero aspirazioni, nessuna via d’uscita se non quelle legate agli stereotipi e ruoli femminili. Soprattutto laddove lo studio e la scuola non vengano percepiti come occasione di riscatto e di opportunità su cui investire.
Il servizio televisivo La sposa bambina dovrebbe richiamare tutti noi alla responsabilità di permettere a tutti le stesse opportunità, in modo che si possa partire più o meno tutti dallo stesso punto e che vengano rimossi concretamente tutti gli ostacoli ad una crescita e a uno sviluppo paritario e non discriminatorio. Un obbligo che per la televisione pubblica dovrebbe costituire l’essenza della sua mission, non fosse altro che per offrire gli strumenti per tentare di comprendere le ragioni di questi fenomeni, nonché le correlate responsabilità private o pubbliche che siano.
La tv è responsabile della costruzione, della veicolazione e della sopravvivenza di certi immaginari, come anche delle false aspettative e visioni distorte che ad essi conseguono. Nel tempo ha prodotto e consolidato modelli idonei ad ingabbiare le persone e non si è preoccupata di fornire stimoli alternativi, limitandosi così ad assecondare la cultura vigente. Con il tempo l’intrattenimento, non sempre di qualità, ha preso il sopravvento e anche la Rai si è adeguata. Non ha mai mostrato qualcosa di diverso, storie di riscatto diverse, salvo sporadicamente. Non ci crede e non investe sino in fondo, a volte perde finanche l’attenzione a specifici contenuti quali quelli delle infinite declinazioni dell’essere donna, delle infinite sue possibilità, dei diritti acquisiti da difendere e quelli per cui si deve lottare.
La tv in questo caso si è deresponsabilizzata, producendo e mandando in onda questa storia senza supportarla con un approfondimento adeguato, di fatto addossando la responsabilità solo sulle donne, sulle mamme, che invece sono le vittime di un sistema che non concede alternative di emancipazione e di miglioramento.
Troppo semplice narrare di un ascensore sociale bloccato, facendone ricadere la colpa sulla chi è vi è rimasto rinchiuso e non su chi deve garantire il funzionamento dell’intero sistema sociale, affinché sia assicurata a tutti una prospettiva di vita dignitosa ed il più possibile egualitaria e paritaria.
Questo servizio non rispetta le persone, le donne, i bambini, con i loro rispettivi vissuti. Li proietta e li getta in pasto ai telespettatori. Una tv che fa servizio pubblico non può superficialmente mandare in onda qualcosa senza pensare alle inevitabili conseguenze, strumentalizzando le vite altrui per fare audience. La tv del tiro al bersaglio, della gogna, del circo, del tutto va bene pur di alzare lo share non può legare con la mission del servizio pubblico degno di tal nome.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Senza rispetto. La violenza contro le donne nel tritacarne mediatico.

@Anna Godeassi

@Anna Godeassi

Certe cose ti paralizzano. Si è superato il limite, di tanto. Il limite del rispetto. Un burrone senza fondo. Un impasto nocivo dato in pasto senza porsi domande sulla sua opportunità. Un danno enorme questo genere di tv.

Sentire ripetere più volte “sei bella”, “un’altra ragazza bella come te”, come se la violenza colpisse solo le donne belle, come se il problema fosse la bellezza. “Un uomo ha attentato alla bellezza.”

E poi giù la pioggia battente con le stesse parole, un uomo può arrivare a questo genere di azioni per “troppo amore”. Una vita, una violenza, una giovane donna sola, in balia dei media, senza che nessuno le crei un sostegno, che la porti a prendere consapevolezza che quello non è amore, che una relazione in cui entra la violenza non è una relazione sana, normale. L’amore non c’entra nulla. Le luci, le telecamere hanno violato quello che era un momento delicato, il momento che Ylenia avrebbe dovuto dedicare a se stessa, per ritrovarsi. Con l’aiuto di qualcuno che non le permettesse di lasciarsi mangiare dai media, non curanti di lei e del suo passato, non curanti del fatto che fosse prioritario aiutare lei, per il suo futuro, perché questa è la priorità, affinché lei possa costruire un futuro diverso da quanto sinora vissuto, con nuovi punti di riferimento, dovrà riempire di nuovi significati le parole,  le emozioni, per i sentimenti, per le relazioni.

 

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Cambiamo linguaggio, cambiamo cultura

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Quando parliamo di educazione al rispetto e a relazioni paritarie tra uomini e donne, quando rimarchiamo la necessità di azioni di prevenzione e contrasto alla violenza in ogni ambito e in modo deciso, pretendiamo che non ci siano “recinti” in cui sia dato libero spazio per diffondere impunemente messaggi che legittimano la violenza contro le donne.
L’ultimo esempio è andato in onda su Mediaset, precisamente su Canale 5, all’interno del Gf Vip, una produzione Endemol. Il dialogo tra Stefano Bettarini e Clemente Russo inizialmente rappresenta in pieno la solita rappresentazione machista della donna deumanizzata, oggetto sessuale, accostata anche al mondo animale. Tutto già visto nel suo squallore, peccato che lo si veicoli tranquillamente ad un vasto pubblico, prevalentemente giovane, indotto così a cementare e stratificare ulteriormente quella subcultura che giustifica la sottomissione e l’inferiorità delle donne. Poi arriva l’ulteriore esternazione di Russo che, sempre parlando con Bettarini, fabbrica un’autentica incitazione a punire le donne con la morte, in caso di tradimento: “Io al posto tuo l’avrei lasciata lì morta”, riferendosi a Simona Ventura. Si è così assistito ad una manifestazione tipica del femminicidio come “soluzione” normale, anche se in un contesto televisivo.
Troviamo inaccettabile che vadano in onda questo tipo di messaggi e non è sufficiente cacciare il pugile dalla trasmissione, perché c’è chi ha approvato e mandato in onda la conversazione, incurante delle conseguenze, se non a polemiche scoppiate. C’è una sorta di autoassoluzione dei media quando trasmettono certi contenuti per attrarre pubblico. Non possiamo permettere un’assuefazione a questo tipo di meccanismi altamente pericolosi, con ricadute incontrollabili nella realtà e nelle vite delle persone. Per questo i responsabili di certe trasmissioni, così come per ogni tipo di media, devono assumersi le proprie responsabilità e pagare le conseguenze delle loro negligenze, scelte e superficialità. Lavorare sulla cultura alla base della violenza di genere significa partire innanzitutto da un adeguamento di tutti i media e da un lavoro sul linguaggio.
Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:
“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. Le offese più grevi prendono di mira l’identità sessuale: l’eccesso – o la mancanza – di virilità o di femminilità; la disponibilità sessuale della donna; la preferenza omosessuale dell’uomo, vista come espressione di incapacità, come pericolosa mancanza di potere. Quando si urla a una donna che è una troia, a un omosessuale che è un frocio o a una persona di colore che è uno sporco negro, non lo si fa per avere una risposta. Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”
Questo genere di insulti, nelle loro mille sfumature e varietà, non sono scomparsi, sono ancora molto diffusi e tollerati, come risulta evidente anche dalla trasmissione suindicata.
Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare. Né vale assimilare questo tipo di linguaggio ad uno scherzo, un gioco, una chiacchiera come un’altra, perché così si ingenera e fomenta ancora altra violenza. Quella che incide sul modo di relazionarsi, facendolo divenire reazionario e pericoloso perchè degrada gli individui, li disprezza, gli impedisce di sviluppare un sano rispetto tra le persone, intaccando la mentalità e pregiudicando un auspicabile cambiamento culturale. Queste trasmissioni e i loro contenuti legittimano modelli sessisti e violenti e non è più tollerabile che si soprassieda, asserendo che in fondo si è sempre fatto così, che per fare audience tutto va bene.
Se non cambia l’approccio e non si mettono al bando i comportamenti quali quelli evidenziati nella trasmissione in oggetto, non riusciremo a scalfire l’abitudine di alcuni uomini a considerare le donne esseri inferiori da rieducare, punire, sottomettere, ridurre al silenzio attraverso la violenza e la loro eliminazione fisica. Le parole ascoltate dalla viva voce di Clemente Russo e di Stefano Bettarini ci indignano, ma se a quelle offese ed a quelle minacce aggiungiamo le conseguenze della loro divulgazione mediatica il nostro sdegno è maggiore. Cosa dovrebbero intendere gli adolescenti che visionano spettacoli del genere, che la loro virilità necessariamente debba passare attraverso l’umiliazione, il controllo, il dominio, la forza delle loro simili, che non possano esistere relazioni paritarie, che l’unico modo di rapportarsi tra i generi sia quello improntato alla violenza ed alla sopraffazione?
Contro questo tipo di approccio culturale, fortemente diseducativo delle giovani generazioni, chiediamo l’intervento del “Comitato Applicazione Codice Media e Minori“, visto che nel 2004 approvava un importante testo sulla “La rappresentazione della donna in televisione“. Sono passati degli anni da allora, ma la rappresentazione della donna sui media non è molto cambiata e continua ad influire sull’equilibrato sviluppo dei minori. Eppure già in quel testo si leggeva che:
“Il pericolo di una rappresentazione schematica della femminilità secondo l’equazione donna = sesso è che l’infinita potenziale ricchezza del dialogo uomo donna si trasformi in riduttivo e mercantile “do ut des”. Migliaia di coppie, per fortuna, malgrado le mille difficoltà, costruiscono ogni giorno un vissuto in cui si tende a rispettare la reciproca pienezza espressiva dell’uomo e della donna, in uno scambio che è ricchezza, seppur faticosa, per entrambi, alla ricerca della piena realizzazione della persona umana.”
Poiché riteniamo che i media debbano riconsiderare il proprio ruolo, per poter lavorare in ottica di prevenzione e di corretta educazione delle nuove generazioni, chiediamo al Comitato di attivare le sue procedure di verifica sul caso in oggetto, soprattutto alla luce del disposto presente a pag. 6 del Codice di autoregolamentazione Tv e minori: “Le Imprese televisive si impegnano a non trasmettere quegli spettacoli che per impostazione o per modelli proposti possano nuocere allo sviluppo dei minori”. Qualora se ne ravvisino i correlati presupposti sollecitiamo il Comitato a procedere di conseguenza, trasmettendo una sua eventuale delibera all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per le opportune adempienze del caso in esame.
Prestare maggiore attenzione al linguaggio e a come le donne vengono rappresentate non è un optional, dovrebbe essere l’abc della comunicazione. Altrimenti avremo ancora un appiattimento dell’immaginario delle donne, meri oggetti sessuali, con meccanismi deumanizzanti, che ignorano la ricchezza e la complessità dell’essere donna.
Qualora le istituzioni preposte individuino i media che non vogliano far crescere e maturare i consumatori, trattandoli ancora come degli ominidi che non riescono a trattenere gli impulsi e non riescono ad articolare discorsi privi di volgarità e violenza, diventerà inevitabile comminare le probabili sanzioni.
Contro il dettato imperante dell’audience e degli incassi commerciali a tutti i costi, lo Stato deve ergersi a strenuo difensore di valori educativi nuovi, gli unici in grado di opporsi a quanto invece alimenti una cultura insana e fortemente lesiva della dignità delle donne, tanto nella televisione pubblica che in quelle private.
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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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