Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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Onore alle donne?

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

“Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta”. Così si esprimeva il presidente della Repubblica alla vigilia dell’8 marzo 2015. Alla fine dell’anno rende omaggio a tutte le donne, a quelle che con il loro esempio positivo possono ispirare tutti gli italiani, e cita Solesin, Cristoforetti e Gianotti e la campionessa paralimpica Nicole Orlando. “Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane. Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Tanto onore e tante parole, ma pochi fatti concreti. Soprattutto, ancora una volta rischiamo di essere usate e di finire nel tritacarne di cerimonie e carriere di vario tipo.

Allora, per iniziare l’anno ho scritto una bella lista di punti aperti, che possono anche essere degli appunti di viaggio.

 

Punto primo: meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Non me ne frega niente di caste, albi, evasori, truffatori, girocontisti sportivi, i soldi per queste politiche si possono trovare se lo si desidera.

Cosa ne pensano politici/politiche, candidati/e e aspiranti amministratori/amministratrici locali e nazionali del lavoro di cura? Così, tanto per capire di cosa stiamo parlando, perché di essere un dorato, insostituibile e inestimabile welfare sostitutivo ci siamo anche un po’ rotte. Vorremmo con piacere essere sostituite, o quanto meno vedere che si è compreso come il carico vada ripartito equamente con l’altra metà del cielo plumbeo italiano.

 

Punto secondo: iniziamo a fare sul serio con le Pari opportunità e con i diritti delle donne. Torno a chiedere un Ministero in carne, ossa e portafoglio. Altre soluzioni sono chiaramente inadeguate e non percorribili. Ora basta altre attese. Ci piacerebbe anche che la ex consigliera per le pari opportunità del presidente del consiglio o il dipartimento, insomma qualcuno, tracciasse un bilancio del 2015 sulle pari opportunità, sui diritti delle donne, parlandoci anche di progetti in corso se ce ne sono. Non penso sia impossibile riunire tutte le informazioni che riguardano la vita delle donne. Ci piacerebbe inoltre sapere le ricadute pratiche di bonus e di altri interventi normativi ad hoc presenti per esempio nel jobsact, non da ultimo sarebbe utile relazionare (da parte delle istituzioni) su come siamo messi in merito ai fondi antiviolenza. Questo sarebbe un bel segnale di trasparenza e di comunicazione efficace, altrimenti ci riduciamo a meri spot, notizie flash che vengono presto messe sotto il tappeto e di cui nessuno più si occupa.

 

Punto terzo: cosa ci raccontate della legge di stabilità e quali sorprese in termini di tagli e non solo, ci dovremo aspettare sulla pelle delle donne?

Da quanto leggo sulla legge di stabilità, queste sono le somme da corrispondere alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le politiche delle pari opportunità nel triennio 2016-2018: 2.823; 2.823; 2.823.

 

Punto quarto: cosa si dice sul versante del piano nazionale antitratta? Questa l’unica traccia nella legge di stabilità:

comma 417. Per lo svolgimento delle azioni e degli interventi connessi alla realizzazione del programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18, comma 3-bis, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, attuativo del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, di cui all’articolo 13, comma 2-bis, della legge 11 ago-sto 2003, n. 228, nonché per la realizzazione delle correlate azioni di supporto e di sistema da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, è destinata al bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri una somma pari a 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018.

 

Punto quinto: ci auguriamo il più elevato grado di collaborazione, integrazione e lavoro sinergico tra le varie parti, al fine di definire le linee guida del Percorso di tutela delle vittime di violenza. A noi il compito di vigilare, come sempre, usando sempre la nostra testa.

comma 790. In attuazione dei princìpi di cui alla direttiva 29/2012/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, in attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, nonché in attuazione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, è istituito, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, un percorso di protezione denominato «Percorso di tutela delle vittime di violenza», con la finalità di tutelare le persone vulnerabili vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o atti persecutori (stalking). All’istituzione del Percorso di tutela delle vittime di violenza si provvede con le risorse finanziarie, umane e strumentali previste a legislazione vigente (che vuol dire che nessun nuovo stanziamento è previsto per l’attuazione di questo percorso, ndr).

comma 791. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della giustizia, della salute e del-l’interno, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza, di cui al comma 790, anche in raccordo con le previsioni del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

Ricordiamoci che la violenza contro le donne, in qualunque forma sia esercitata, non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società. Non è più derubricabile a cronaca o a fatto accidentale.

Ci fa piacere che in Italia, la giustizia sappia darci anche dei segnali positivi (fonte):

“Quasi trent’anni di matrimonio, assai difficili per la donna. Poi lei prende coraggio e sceglie la strada della separazione. Violenta la reazione del marito. Ma gli episodi verificatisi negli ultimi mesi del rapporto sono valutabili come l’ennesima testimonianza della vita da incubo della donna. Ciò rende comprensibile la condanna dell’uomo per il reato di “maltrattamenti”. Irrilevante il fatto che la moglie abbia tollerato per anni (Cassazione, sentenza 47209/15).”

Punto sesto: i temi delle donne non devono essere strumentalizzati, ripeto: astenersi è meglio, si legge lontano un miglio quanto non se ne capisca un’acca. Fa male alle vostre campagne, di qualsiasi tipo esse siano.

Sempre in tema di capacità di capire e rappresentare il contesto. Articoli come questo mi dimostrano quanto lontan* siamo dal comprendere la realtà quotidiana della stragrande maggioranza delle donne. La rappresentazione è sempre la stessa, tutto è possibile se lo si desidera, ma non si coglie mai la verità che sta dietro, dentro una quotidianità difficile, dietro i tasselli che non vanno a posto nemmeno con tanto impegno e volontà. Lo dico qui per tutte le donne che non hanno alcun aiuto, che si trovano ad affrontare da sole e senza soldi e senza status sociale maternità, lavoro, malattie e discriminazioni di ogni tipo. La vita senza paracaduti è una serie di ostacoli e di sconfitte, un adattarsi continuo a nuove e inaspettate tegole. Le rinunce non sono solo i momenti per sé, sono quelle che segnano la vita ben più nel profondo. E quante di noi possono permettersi l’aiuto di una ragazza belga? Lo chiedo perché questo fa la differenza, la differenza tra resistere o tagliare con la carriera (o più comunemente con un modestissimo impiego). Chi di noi può permettersi la badante h24 per un familiare malato? Forse sarebbe il caso di pubblicare a quanto ammonta una busta paga media per una donna, spesso costretta a part-time, spesso precaria e con una busta paga non sempre certa. Chissà perché non facciamo più figli, chissà perché tante donne non possono permettersi una indipendenza totale ed effettiva dal proprio nucleo familiare originario e restano in casa con i genitori. Potete capirlo veramente solo se avete provato a vivere con un salario da fame, non sempre certo, in aziende che ritardano le retribuzioni o saltano le mensilità. Durante questa crisi le donne hanno “tenuto” maggiormente in termini lavorativi, unicamente in virtù della maggior appetibilità dei loro salari più bassi rispetto a quelli degli uomini. Il sistema continua a reggersi non solo sul welfare delle donne, ma su quello dei nonni che si fanno welfare generazionale. Quando questo ombrello (che non tutti hanno) si assottiglierà fino a scomparire, avremo di fronte un muro che ci imporra scelte radicali.

“La ricchezza media dei neo trentenni oggi è circa la metà dei trentenni di ieri.” scrive nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini (QUI una recensione). Questo dato avrà le stesse ricadute del pay gap uomo-donna, semmai andremo in pensione. Visione vuol dire creare condizioni di vita dignitosa per il futuro. Visione è la qualità fondamentale per la politica, visione significa non lasciare indietro nessuno non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, al di là delle scadenze elettorali. Leggete i dati delle immatricolazioni all’università e scoprirete che stiamo tornando indietro, che l’ascensore sociale si è fermato, e non si sa se ripartirà. Il nostro Paese non è composto solo da coloro che possono permettersi un’istruzione d’eccellenza. Il nostro Paese è composto da ragazzi in gamba che però non sempre hanno il pedigree per emergere, che restano indietro ancora per questioni di censo, perché non possono permettersi di aspettare dieci anni o più la giusta collocazione, devono iniziare a lavorare per mantenersi, le occasioni si assottigliano e ci si deve adattare.

In un Paese in cui non c’è altro, in cui l’attenzione per le donne è intermittente, esibita in modo finto e strumentale, mi aspetto che il racconto delle donne al lavoro sia ben diverso, perché altrimenti non ci sveglieremo mai dall’indifferenza con cui le nostre vite vengono “rappresentate”. La forbice sociale e i gap di genere si superano solo se si conosce bene la realtà. La favola del faidate ci ha stancate e ci ha umiliate per troppo tempo. Per il 2016 mi aspetto una rappresentazione più completa. A volte i “non ce l’ho fatta” ci raccontano più cose delle storie di successo. Perché alla fine i dati sono questi:

Istat

A volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani.

Il rispetto parte anche dalla sincerità e da un racconto più autentico e vicino alle esistenze reali delle donne.

Il rispetto perché noi donne non siamo strumenti, suppellettili, oggetti, ma esseri umani.

Punto settimo: perché non pensare a una rete di servizi integrati territoriali studiata per noi donne, per fare prevenzione, formazione, informazione, supporto con un approccio di genere su discriminazioni, violenza, contraccezione e vita sessuale ecc.? Immagino un lavoro per restaurare i consultori e renderli di nuovo punti di riferimento e di incontro/scambio.

 

Mi scuso se torno sempre sugli stessi punti, ma lo faccio nella speranza che qualcosa accada.

 

Letture consigliate:

  • Come cambia la vita delle donne 2004-2014 (Fonte Istat) QUI
  • L’intervista Simone Oggionni, che parla del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Si respira aria gramsciana e la sottoscritta non può che apprezzare.

 

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Il traffico di minori dalla Nigeria

In uno slum di Lagos, in Nigeria - Ton Koene, Hollandse Hoogte - Contrasto

In uno slum di Lagos, in Nigeria – Ton Koene, Hollandse Hoogte – Contrasto

 

Come preannunciato nel mio post di ieri, pubblico la parte del dossier di Save the Children Italia Onlus che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Il numero di coloro che arrivano da soli è in crescita. Solitamente ci si ferma a leggere i comunicati stampa o dei brevi articoli. Il rischio è che questa ricostruzione preziosa fatta da Save the Children si perda e che nessuno la legga. Vi chiedo di compiere un piccolo sforzo e di leggere tutto, è l’unico modo per smettere di fare discorsi superficiali. Dobbiamo sapere quello che accade e il mostruoso traffico a cui sono sottoposti questi minori, poco più che bambini. Non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo agire, chiedendo che il nostro Paese vari al più presto una strategia anti-tratta efficace, che si impegni seriamente a combattere questo business criminale. Inoltre, penso che sia opportuno tornare a ragionare di migrazioni, rendendole più sicure, politiche restrittive non fanno altro che incrementare il business dei trafficanti di esseri umani, la via illegale resta l’unica possibilità. Tenere le frontiere serrate non ci permetterà di incrinare la tratta, renderà solo più pericoloso il viaggio dei migranti.

 

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Nel primo semestre del 2015 sono 300 i minori nigeriani arrivati da soli via mare, mentre erano 196 nello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre sono 357 i minori non accompagnati nigeriani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presenti in comunità per minori.
Nonostante i dati ufficiali non indichino la percentuale di minori femmine presenti, secondo Save the Children tale presenza è decisamente rilevante e si presume vi sia un numero elevato di vittime di tratta all’interno di questo gruppo.
Secondo organizzazioni e istituzioni impegnate nel settore, l’attraversamento del Mar Mediterraneo e l’Italia costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire le minori
nigeriane in Europa. Un fenomeno simile si era registrato nel 2011, durante la crisi libica, quando, tra aprile ed agosto, erano arrivati 4.935 migranti nigeriani, di cui 194 minori non accompagnati con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui erano arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine).
Oggi questo trend trova riscontro anche nell’aumento di presenze di minori nigeriane presenti su strada in Italia, rilevato dagli operatori sociali attraverso le unità di strada che si occupano delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
Molto limitati, rispetto allo scorso anno, i casi di minori che arrivano in aereo, con voli spesso diretti in diversi aeroporti europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Russia e Grecia). In questi casi, è tuttavia confermata la rotta già rilevata: le ragazze partono prevalentemente da Benin City, si muovono con voli aerei per raggiungere Lagos o Abidjan in Costa d’Avorio, dove si imbarcano su altri aerei diretti verso i paesi europei dai quali raggiungono l’Italia in autobus, macchina o treno.
Le ragazze partono prevalentemente da Benin City, Edo State, Delta State e Yoruba State, aree rurali della Nigeria.
L’incubo dello sfruttamento sessuale comincia nel loro paese di origine in cui le minori vengono adescate con la promessa di un futuro migliore in Europa. Vengono irretite talvolta da un uomo o una donna che loro chiamano “sponsor” o “trolley” che talvolta le accompagnano personalmente fino al paese di destinazione oppure ne organizzano i passaggi di paese in paese (da sfruttatore a sfruttatore).
Sono in prevalenza analfabete e sognano di diventare parrucchiere, modelle o lavorare come babysitter o commesse. Vengono dunque spinte a lasciare la Nigeria e le condizioni di povertà in cui vivono per poi essere intrappolate nel circuito dello sfruttamento e della prostituzione forzata, anche se purtroppo ci sono tra loro ragazze che sono consapevoli che lavoreranno con il proprio corpo. Ad alcune viene infatti anticipato già prima della partenza che l’attività che svolgeranno in Italia sarà la prostituzione, ma può succedere che le ragazze non riescano a comprendere cosa significhi veramente e quali siano le reali condizioni di sfruttamento e controllo alle quali verranno sottoposte. Ci sono casi di ragazze che hanno riferito di aver capito il significato della parola prostituzione solo dopo aver lasciato il proprio paese o addirittura quando sono state portate per la prima volta in strada a prostituirsi nel paese di destinazione.

L’adescamento iniziale presenta in genere una modalità molto soft di convincimento e persuasione.
Questo primo contatto viene gestito da una donna che prospetta alle minori e alle loro famiglie enormi opportunità di guadagno. Di fronte a tali proposte le famiglie tendono ad ignorare il futuro delle proprie figlie e i rischi annessi, talvolta invece sono consapevoli dei rischi di sfruttamento delle proprie figlie, in alcuni casi alcuni familiari sembrano essere persino coinvolti direttamente nella tratta delle stesse minori.
Secondo le testimonianze raccolte, ci sono casi in cui ex compagne di scuola o le stesse sorelle maggiori (magari figlie di altra madre e/o padre) già partite per l’Europa, invitano le ragazze a raggiungerle, prospettando una vacanza in Europa per qualche settimana o un soggiorno di studio.
Accade anche che le ragazze vengano cedute dalle proprie famiglie a Pastori del villaggio o della comunità, dai quali spesso fuggono a seguito delle violenze sessuali subite da parte degli stessi e in questi casi diventano minori di strada, vulnerabili e facile preda di adescatori.
Dalla Nigeria le minori possono essere trasferite in Europa da un’unica organizzazione criminale che organizza l’intero viaggio. Oppure il tragitto avviene sotto il controllo di diversi trafficanti, e le ragazze vengono dunque vendute e comprate più volte da varie organizzazioni criminali.
Nel caso di un’unica organizzazione, le ragazze vengono affidate in Nigeria ad un loro connazionale, che è la figura chiave almeno fino all’arrivo in Libia, dove sono spesso gli uomini libici che se ne occupano. A volte è coinvolta anche un’altra persona, spesso una donna di fiducia più grande di età che fa parte del gruppo e funge da aggancio con la rete degli sfruttatori in Italia.
Le minori partono dalla Nigeria in direzione Niger, e gli stupri iniziano spesso nel deserto e nella primissima parte del viaggio. Testimonianze raccolte rivelano che in Niger avviene l’induzione forzata alla prostituzione indoor, ossia presso case chiuse. In questo caso, lo sfruttamento sessuale forzato viene imposto alle vittime al fine di iniziare a ripagare i trafficanti del debito contratto per il viaggio. Dal Niger il viaggio delle minori prosegue verso la Libia. Qui, spesso vengono chiuse in guest house dalle quali non possono uscire e dove si recano gli uomini per obbligarle ad avere rapporti sessuali o a prostituirsi. In Libia il soggiorno e lo sfruttamento prosegue per mesi, prima della partenza per l’Italia: sono forzate alla prostituzione indoor senza protezioni di alcun tipo o subiscono stupri e alcune di loro rimangono incinte.

Le minori che arrivano in Italia sono prevalentemente adolescenti di 15-17 anni; ci sono poi ragazze che si dichiarano maggiorenni e che hanno anche documenti di dubbia veridicità che confermano la maggiore età. Durante il viaggio le ragazze vengono “indottrinate” sulla storia da raccontare alle forze dell’ordine e agli operatori che le contatteranno in Italia al momento dell’arrivo. Secondo le informazioni raccolte, all’arrivo in Italia, le ragazze, se pur minorenni, si dichiarano maggiorenni, come disposto dai propri trafficanti al fine di evitare di rientrare in un programma di protezione per minori che renderebbe più complesso il riaggancio delle minori da parte dei trafficanti stessi. Inoltre, secondo gli accordi presi con chi le sfrutta, le ragazze sanno che dopo lo sbarco devono chiamare un numero di telefono di riferimento in Italia. Molto spesso, vengono costrette a prostituirsi già dopo il primo collocamento nelle strutture di accoglienza per adulti..
Il “turnover” sul territorio nazionale è molto frequente e legato principalmente alle più giovani. Le ragazze vengono spostate dai loro sfruttatori in diversi luoghi, per evitare il controllo della polizia e legami con i clienti o con altre persone nella zona. Le ragazze dispongono di un telefono cellulare per avvertire i propri clienti sugli spostamenti di zona. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo. Lo sfruttamento può avvenire su strada, ma anche in luoghi chiusi, come appartamenti o hotel, una volta che, su strada, le minori hanno stabilito un contatto con i loro “clienti”.
Le ragazze che arrivano alla frontiera sud, tendono a restare nelle strutture in cui vengono trasferite per un paio di mesi, trascorsi i quali si allontanano. Sulla base delle informazioni acquisite da operatori del settore, le minori vengono trasferite a Napoli, che sembra essere il centro di smistamento delle ragazze, principale centro di passaggio, dove avviene anche la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata.
Prima della partenza viene effettuato un rituale voodoo che ha una valenza simbolica molto forte, può essere utilizzato in diverse circostanze e avere diverse funzioni. Vengono utilizzati rituali molto potenti strumento di controllo e di consolidamento della relazione di sottomissione da parte degli sfruttatori, oltre che per sigillare l’accordo sul pagamento del debito contratto dalle ragazze per raggiungere l’Europa. Il rituale vodoo sancisce l’accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio e soprattutto per sancire l’accordo indissolubile di segreto e fedeltà verso l’organizzazione che si fa garante del viaggio e permanenza in Italia. Una volta in Italia, il voodoo è utilizzato strategicamente in una nuova valenza simbolica: diviene uno strumento di controllo e di ricatto a cui ricorrere anche in aspetti della vita quotidiana. I soldi che guadagnano le minori devono essere restituiti alla maman per ripagare il debito e ogni sospetta rottura di questo patto va compensata/controbilanciata da un nuovo giuramento. Nel rituale vodoo vengono utilizzati indumenti delle minori, spesso capelli ed unghie e questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha una valenza psicologica devastante sulle minori perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono.
La Mamam è una donna che esercita ruoli chiave in tutte le fasi del ciclo di sfruttamento. In particolare, essa regola ogni aspetto della quotidianità delle ragazze, ossia ha il controllo assoluto del loro debito e della loro vita. Infatti, decide la destinazione finale in Italia e gli eventuali successivi trasferimenti. Decide inoltre i luoghi, i tempi e modi delle attività di prostituzione delle minori, per esempio se devono fare il doppio turno, o se lavorano solo di giorno o solo di notte.
Una volta che entrano in contatto con la sfruttatrice nigeriana che è in Italia, possono essere rinchiuse in un appartamento per alcuni giorni prima di iniziare a lavorare, ma in tanti casi “finiscono” in strada la sera stessa. Generalmente si ripete il rituale voodoo all’arrivo delle ragazze in Italia, per rafforzare l’accordo sul pagamento del debito con la promessa di non rivelare a nessuno tale situazione, soprattutto alla polizia. Può essere usata violenza dalla sfruttatrice ma è molto frequente che sia il suo compagno, o un altro uomo complice, a punire o sottomettere la vittima se cerca di ribellarsi. Infatti, le ragazze possono essere vittime di violenza da parte di figure maschili legate alle maman, che le puniscono o sottomettono,soprattutto in caso di ribellione.
Inizialmente le ragazze sono controllate a vista durante il lavoro in strada e questo avviene in diversi modi: presenza della mamam direttamente in strada, affiancamento di una ragazza più grande (minimamam) o semplicemente di chi svolge per conto della sfruttatrice il controllo e a sua volta si prostituisce insieme alle ragazze, o in alcuni casi, tramite frequenti passaggi di auto con uomini nigeriani a bordo che operano il controllo della situazione.
Le ragazze non vengono sempre controllate direttamente dalle mamam, spesso il controllo avviene attraverso altre minori, usando anche il cellulare o contattandole su facebook o per mezzo di altri social network.
Il debito iniziale da ripagare varia dai 30.000 ai 60.000 euro. Una cifra molto alta per le minori e che deve essere ripagata nel più breve tempo possibile (di solito dai 3 ai 7 anni). Per questo motivo le ragazze si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute particolarmente gravi. Il gruppo di minori contattate nell’ultimo trimestre da operatori, ha riferito di dover pagare 20 euro a testa al giorno per l’affitto di un appartamento condiviso da 6-8 ragazze. A tutto ciò si aggiunge una ulteriore speculazione da parte della maman che gestisce l’economia domestica (bollette, spesa, vestiario, spese sanitarie) dell’intero di gruppo-appartamento. In genere i costi di utenze non viene diviso tra le coinquiline, ma viene chiesto a ciascuna inquilina di coprire l’intero costo. Le ragazze devono inoltre pagare un affitto periodico per lo spazio sul marciapiede dove si prostituiscono, che può variare da 100 a 250 euro.
Fino all’estinzione del debito, la maman ha il pieno controllo materiale e psicologico di ciascuna ragazza. In caso di controlli in strada da parte della Polizia le ragazze sono costrette a dichiarare sempre la maggiore età per evitare la collocazione forzata in comunità per minori. Per questa ragione sono molto spaventate dalle forze dell’ordine, non meno che dei rituali voodoo e delle minacce della sfruttatrice. Sempre più spesso le ragazze diventano vittime anche delle “Mini-Maman”, cioè minori vittime che reclutano a loro volta proprie pari in Nigeria, perché sfruttando un’altra ragazza possono finire di saldare il proprio debito più velocemente.
Oppure, è stato rilevato anche lo sfruttamento perpetrato da giovani donne, che dopo essere state a loro volta vittime, avendo dopo l’estinzione del debito, hanno avviato un loro “business” di compravendita di minori.
Frequentemente, le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla mamam o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali. Si tratta di farmaci a base di misoprostolo, che possono essere comprati in farmacia o attraverso il commercio illegale, nati per curare l’ulcera, ma, in sovradosaggio, possono provocare delle fortissime contrazioni fino a procurare un aborto.. Tra gli effetti collaterali si possono annoverare emorragie potenzialmente letali per le minori, oltre a convulsioni, dolori addominali, palpitazioni, vertigini e cefalee. Spesso riportano segni di violenze fisiche irreversibili subite durante il viaggio o nei tentativi di svincolarsi dallo sfruttamento, o in aggressioni subite sulla strada da clienti o da altre ragazze.
Inoltre, frequentemente, i clienti chiedono rapporti non protetti che espongono le minori a seri rischi di salute a causa dell’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili.

 

La storia di Glory, 16 anni, nigeriana
Glory ha 16 anni, è nigeriana, dello stato di Yarouba, racconta di aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale nel suo paese e di essere quindi stata affidata ad una zia, sorella della madre che, fin da subito, la maltratta, la picchia violentemente, fino a lasciale anche alcune cicatrici, e la obbliga a lasciare la scuola per andare a lavorare, vendendo acqua a la mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato.
Un giorno, viene avvicinata, circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sé ed è costretta a subire una violenza sessuale. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l’accaduto alla zia che non la soccorre e vuole solo che lei recuperi il denaro perso. Glory decide allora di vivere da sola, facendo l’elemosina per strada, dove incontra una donna (miss Huruz), che la consola e si offre di aiutarla. In effetti la donna inizia a prendersi cura di lei, le compra vestiti nuovi e la nutre, ma le dice che la porterà in Europa dove potrà trovare un lavoro come domestica e ricominciare gli studi. In realtà, viene portata, dopo un lungo viaggio alla sola età di 13 anni, in Libia, a Tripoli, dove Glory capisce di essere stata ingannata e ha paura. Viene costretta a prostituirsi in una connection house, per circa 1 anno e 6 mesi, con altre 8 ragazze e una piccola paga di 15 dinari per ogni prestazione sessuale. La tappa successiva è l’attraversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia, dove viene collocata in una struttura di prima accoglienza. Da lì, dopo qualche tempo, decide di contattare con una presunta zia a Roma, che, ripetutamente, l’aveva cercata su Facebook, e che le ordina di raggiungere subito la capitale. Nel frattempo entra anche in rapporto con gli operatori di Save the Children, e, grazie al progetto Vie d’Uscita, vengono avviate con successo le pratiche di affido familiare. Ora Glory è da quasi 1 anno in Italia, sta bene, si sta integrando, ha imparato a parlare italiano e vuole continuare a studiare.

 

Fonte: http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=273&id_category=29

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